Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza
Ho imparato a cucinare quando mi stufai di mangiare la pasta al sugo che mia mamma cucinava ogni santo giorno. Non perché le piacesse particolarmente. Piaceva a papà. Lui non mangiava ne riso ne pasta non condita con il pomodoro perché sosteneva di essere stato mesi in ospedale a mangiare solo riso in bianco. La nonna non se ne ricordava ma lui sosteneva fosse così. Quale la verità, non l’ho mai saputo. Di certo lui voleva solo la pasta al sugo. A pranzo. Perché prima, il pranzo non era frugale come adesso. Tutti insieme alle 14, quando papà tornava dall’ufficio. Cascasse il mondo. Così come la cena alle 20.30. Primo, secondo e frutta. Con un bicchiere di vino. Per papà ovviamente.
Fu così che un giorno presi in mano la padella e misi dentro qualcosa per condire la pasta. Da li non mi sono più fermato e mi è servito molto specialmente con le prime esperienze lavorative a Torino quando abitavo da solo. La conseguenza ora è che mia moglie non cucina (e meno male) e dunque tocca a me farlo. Non che sia uno chef, ma mi difendo.
Luca Mastracci ha cominciato a fare la pizza perché a casa sua non si faceva.
Pensate i casi della vita. Ho conosciuto migliaia di mamme che non sapendo fare la pizza, l’andavano semplicemente a comprare in pizzeria. Chissà quanti pizzaioli mancati ci sono al mondo. Già, ma se non scrivo che Luca è un pizzaiolo non si capisce molto il paragone.

Ma si può dire semplicemente pizzaiolo di un ragazzo che a trentacinque anni ha già aperto cinque pizzerie? Un pò riduttivo francamente. Allora potremmo dire un imprenditore pizzaiolo. Non mi piace e non per qualche sotteso significato ma solo perché quando un ragazzo di un piccolo paese vicino Latina, Priverno, parte da questo per portare in giro la sua idea di pizza con lo scopo di ritornare da dove è partito, allora si tratta di qualcos’altro. Un entusiasta probabilmente. Una persona aggrappata con le unghie alle sue radici nelle quali trova ispirazione per le sue pizze. O forse semplicemente un ragazzo semplice che ha cominciato per caso, ha continuato per caso e ha scoperto di essere bravo. Senza, mai, dimenticare le sue origini.
Ero talmente portato che mi inserirono nel mondo del lavoro in una pizzeria di San Felice Circeo, Il Capriccio. Pizzeria romana. In estate c’era tanto flusso. Giornate impegnative. Non avevo esperienza. Ma mi ha dato tanto.
Raccontata così sembra un normale inizio. Un locale, i primi impasti, le prime pizze di prova, i fallimenti, i piccoli passi. Cose normali o comunque come dovrebbero essere. Agli inizi insomma.
Arrivai il giorno di Pasquetta che avevano licenziato il primo pizzaiolo e mi dissero che dovevo fare le pizze. Ricordo i crampi alle mani. Mi chiedo ancora come abbia fatto a portare il servizio a termine.
E se è un pizzaiolo come Luca a chiederselo senza darsi una risposta, chi sono io per farlo?
Una prova di quelle degne del più improbo dei talent show. C’era da sentirsi protagonista di una qualche candid camera. Peccato fosse solo vita vera.
Gettato nella fossa dei leoni senza possibilità alcuna di venirne fuori vivo.
Luca dal giorno di Pasquetta non solo ne esce sano, ma gli piace pure.
Il giorno seguente deve cimentarsi con gli impasti poiché è tutta sua ora la responsabilità. Meno male aveva fatto un piccolo corso per la pizza così da avere i primi rudimenti. Da li in poi però solo ulteriore studio e sperimentazione.
L’exploit l’ho avuto quando ho iniziato a fare l’impasto napoletano che ancora mi porto dietro. Un bel tratto di riconoscimento. Mi sono messo a studiare. Andavo a mangiare nelle pizzerie di Napoli. Da 50 Kalò. Poi a Roma da Bonci. Cercavo di capire quale fosse la visione di questi pizzaioli che ancora oggi fanno la differenza.
In pochi lo ammettono e coloro che lo fanno sono quelli umili nonché onesti. In ambito marketing si chiama benchmarking e nessuno dico nessuno ne fa a meno. Capire cosa e come gli altri facciano le cose è assolutamente fondamentale. Non già per copiare (chi lo fa vuol dire che non ha idee sue) quanto per apprendere tecniche, carpire l’importanza dei dettagli, il rapporto con il cliente. Soprattutto infine, come ciò che si fa si posiziona rispetto a ciò che si osserva.

Luca è un millennial poiché nato nel 1991. Quando nasce Facebook (2004), ha 13 anni; Instagram (2010), 19. Come quelli, furbi, della sua generazione, sa che i social possono essere un valido aiuto per crescere in notorietà. Devi saper far qualcosa però. Non si diventa noti senza saper far nulla. Perché nulla puoi dare, nulla ricevi.
Con i social hanno cominciato a conoscermi. Così nel 2017, passando per il Mercato Centrale, mi riconosce Gabriele Bonci e mi invita ad andare a lavorare con lui proprio al Mercato Centrale. Stavo già facendo i lavori per aprire una pizzeria a Priverno. Così l’esperienza al Mercato Centrale dura circa sette mesi.
La pizzeria a cui Luca fa riferimento si chiama Pupillo. Un locale, un progetto sviluppato insieme ad altri soci dal quale si separa dopo qualche anno per iniziare la sua avventura personale.
Pupillo è una vera pietra miliare della crescita di Luca.
La sua è una filosofia che unisce all’impasto i prodotti del territorio ciociaro e pontino. Non qualcosa di civettuolo, modaiolo, gourmet ma un autentico sguardo verso la propria terra, i prodotti, i produttori. La partecipe volontà di diventare un punto di riferimento per valorizzare i prodotti del basso Lazio.
Già ai tempi avevo studiato il personaggio di Gabriele Bonci e cercai di portare il mio territorio, la Ciociaria e l’Agro Pontino nelle pizze. La Ciociaria è bestie animali, bufale, latte, ecc. L’Agro pontino verdure, ortaggi, serre. Iniziai a selezionare i fornitori locali. Il territorio è la mia impronta. Avevo e ho amici agricoltori. Persone come Gaetano Mastrantoni, uno dei primi ad utilizzare la carne di bufala affumicata che ancora oggi va avanti. Fattoria Lauretti e tanti altri.
Ricordo che andai in tempi non sospetti da Pupillo proprio per capire le qualità di un tanto decantato pizzaiolo e della sua filosofia legata ai prodotti del territorio. Ne rimasi piacevolmente colpito ma decisi che non era il momento di scrivere di Luca. In troppi scrivevano e forse non volevo essere tra i tanti. Non era un vezzo da parte mia ma ho sempre creduto che la sovraesposizione porta invidia e danni.
A Priverno non c’era nessuno. C’era gente che storceva la bocca cosi come altri che avevano assaggiato il mio prodotto. Non è stato facile ma nemmeno difficile impormi sul mercato della provincia. Priverno era la mecca della pizzeria in provincia.
Poi l’anno scorso, senza che lui, Luca, lo sapesse, le nostre strade in qualche modo si sono ricongiunte. È successo quando ha aperto la pizzeria stagionale Tintarella al lido di Latina. Ero curioso e ci sono andato con mio figlio. Ho dovuto aspettare giugno di quest’anno per rimangiare la sua pizza: davvero notevole e, soprattutto, mantiene le promesse. Anche se al mare è complicato proporre tutte le pizze del menù della pizzeria di Frosinone o Aprilia, la semplicità delle pizze tradizionali, merita e merita davvero.

Ah, quasi dimenticavo, ho anche provato un paio di volte la pizza romana di Velo, sempre a Latina. Altra creatura di Luca. Impasto completamente diverso tanto che non è possibile (se qualcuno vi dice il contrario, non credetegli) riconoscerne la mano e pochi riferimenti al territorio. Però veramente buona e digeribile.
La romana era una voglia di imporre quel prodotto su Latina. Mancava quel prodotto ai tempi. C’era stato un exploit di pizze napoletane. Mancava quella romana e abbiamo deciso di imporci ritornando alle origini. La mia pizza è quella napoletana. La romana fa parte dei miei progetti e della voglia di emergere
Per un ragazzo che non provava entusiasmo per lo studio, la pizza ed il lavoro diventano una sorta di liberazione. Voleva quello e quello ha fatto. San Felice una opportunità presa senza esperienza e preparazione. Poi tutto il resto. Con tanto studio, tanta passione, tanta bravura, un pizzico di faccia tosta. Soprattutto tanto tanto lavoro.
Nel 2019 apro la pizzeria a Frosinone. Nel 2022 inizio il nuovo format con Velo, la pizzeria romana. Nel 2024 apro una seconda pizzeria ad Aprilia e Tintarella, il format estivo. Nel 2025 apro al Mercato Centrale. Così ora dalle 9 fino a pranzo sono al Mercato Centrale. Poi Treno, Priverno e Tintarella al mare fino alle due. Poi casa.
Tutti i giorni così. Ovviamente, quando non è stagione per (la) Tintarella, c’è sempre Frosinone, Aprilia e Latina da visitare. Un ragazzo di trentacinque anni, altro che bamboccione nullafacente. Vuoi il successo: te lo devi meritare. E sudare.
Luca è molto fiero delle sue imprese. Non si nasconde ne nasconde quelli che sono i suoi traguardi intermedi. Già, intermedi. Perché a trentacinque anni di pizze da fare ne ha ancora tante e la voglia di sperimentare, crescere e far conoscere il proprio territorio è incredibilmente alta. Mettendoci la faccia e il nome. Velo a parte, le pizzerie si chiamano come lui: Luca!

Ho portato Frosinone tra le prime 15 pizzerie più gettonate di Italia.
Nonostante i premi, gli spicchi, le classifiche, rimane umile. I social gli hanno certamente dato una mano in termini di velocità di crescita ma perlomeno è consapevole che la stessa velocità può diventa anche caduta. Occorre sempre umiltà e determinazione. Due caratteristiche che sono in Luca. Insieme ad una sana dose di ironia che non fa mai male. Sono altresì convinto che dinanzi al forno la determinazione diventa forza e direttività. Assolutamente necessaria in cucina.
Umiltà che c’è anche nel suo essere recalcitrante, quasi intollerante a qualunque accostamento delle sue pizze al tanto di moda gourmet.
Non siamo gourmet ma siamo popolari. Ero contro quella concezione di pizza. Gourmet come qualità ma non è cosi. Popolare è qualità. Popolare significa qualcosa da raccontare.
In questo modo e solo in questo modo si può raccontare il territorio.
La Ciociaria, proprio come l’ha definita Luca è pecore, pastori, pascoli, bufale. L’Agro Pontino, serre, ortaggi, mare, pesce, bufale. C’è poco di gourmet da queste parti. Tutto è essenziale. Un pò come l’architettura razionalista delle città pontine, figlie del fascismo che qui ha portato vita. Latina, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Cisterna. Tutte figlie del razionalismo che ancora oggi sopravvive. Sono scomparsi, purtroppo (perché la storia non si cancella) i tombini sui quali era inciso Littoria. Così si chiamava Latina un tempo.
Priverno era già lontano da queste logiche. Arroccato sulle colline come gli altri paesi che scendendo da Frosinone si incontrano per arrivare al mare: Roccacorga, Maenza, Prossedi, Sezze Romano. Poi solo pianura con i borghi della malaria. Accampamenti di coloni che avevano nella chiesa, nel bar e nel crocevia di strade, il punto di incontro per i pochi momenti di socializzazione. Fino poi al mare di Terracina passando per Fossanova e la sua Abbazia. Sabaudia era complicato da raggiungere. Latina un pò fuori mano.
A Terracina ci si andava per il pesce, per chi se lo poteva permettere. Per quelle meravigliose e profumatissime uve dorate di Moscato di Terracina divenute vino solo grazie ad ardimentosi vignaioli. Per le fragole Favette, piccole e gustosissime perle. Per i pomodorini che grazie alla terra salmastra regalavano sensazioni straordinarie anche solo con un pò di pane e olio (quando c’era). È proprio con quest’ultimi che Luca realizza la sua pizza simbolo.

La margherita bruciata è il fulcro di quello che ho creato. È una pizza semplice con un pomodorino bruciato raccolto dall’Azienda Agricola Ferrante, trasformato da una piccola azienda di Priverno, Adriano Ficarola così che noi lo manteniamo in barattolo per un anno. È quello che vorrei raccontare. Riportare i produttori locali sulla pizza cosi che questa sia un legame con il territorio. Questo è sempre stato importante per me. Un volto alla pizza. Questa pizza è fatta con il guanciale di Antonio Lauretti. Questa con il fiordilatte di Alveti&Camusi.
Il volto dei produttori. Il territorio. I prodotti tipici.
Valorizzare ogni eccellenza nota solo nello stesso territorio su una pizza per offrire qualcosa di unico.
Ogni produttore ha un trascorso fatto di sfide che narrano storie. La difficoltà di emergere per la diffidenza verso un territorio poco noto seppur portatore della vera vena multiculturale. Il territorio ciociaro ricco di tradizioni chiuse tra le montagne, quello pontino che con il mare ha poco a che spartire. In Ciociaria, pastori e pecore sopravvissuti alla storia. Nell’Agro Pontino, coloni provenienti da ogni parte di Italia per la grande bonifica delle paludi che, rimasti aggrappati alle loro origini, hanno continuato a produrre qui quanto già facevano nelle terre d’origine.
Alla fine, Luca Mastracci, non è che un collezionista di volti, di sapori, di tradizioni che trovano dignità su una semplice pizza che diventa grande non solo per un impasto incredibile ma anche per quello che riesce ad evocare con sapori veri, mai banali, genuini. Ricchi di storia, anzi, di storie.
Non ci sono pizze gourmet perché i prodotti sono semplici. Non ci sono pizze da inventare perché ciò che gli viene in mente, lo realizza.
Se mi viene una cosa in mente vado dai fornitori e la faccio. La pizza peggiore che feci fu fegatini di maiale e spinaci. La misi sul menu. Me la sono mangiata solo io.
L’unico vero sogno di Luca è qualcosa di semplice. Come tutto ciò che fa.
Voglio riprendermi in mano Priverno. Quello è il mio sogno. Non solo la pizzeria. Tutto il progetto. Il marchio.
Un ritorno al futuro. Un ritorno alle origini. Un ritorno a casa.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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