Il viaggio di Orfeo è il mio viaggio da musicista attraverso le passioni che si incontrano nella vita, un po con l’arte, un po con la musica, un po con il vino, un po con le persone cerco di raccontare i miei incontri con i vignaioli e le loro famiglie.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai, è proprio cosi. Voglio raccontare di quelle persone che non perdono mai l’infinita voglia di andare alla seconda stella a destra.
7 Ottobre, 2026
Ca' Viola, l'intuizione di Beppe. Tre vitigni per tre annate
E lasciare che su tutte le statue lavori il tempo, il grande scultore. (Margaret Yourcenar)
Ogni volta che una degustazione viene preparata con un pensiero verticale non posso fare a meno di pensare alle parole della Yourcenar. E’ sempre meraviglioso scoprire e capire come il tempo incida sulla metamorfosi di un vino, seguirne il percorso negli anni. In fondo è ciò che accade anche a noi. Il tempo lavora allo stesso modo in ogni nostra stagione, da bambini, da ragazzi, da adulti, ogni età ha i suoi pregi ed ogni età ha i suoi difetti, il fascino dello scorrere del tempo è che non necessariamente rende le cose migliori, ma di certo le rende diverse.
Ed il fascino di una degustazione verticale sta proprio qui: capire le diversità tra le diverse annate e trovare quel filo rosso che resta comunque comune ai calici in degustazione, il carattere.
Se poi le verticali sono tre in un’ unica giornata….
E’ quello che è successo sabato 26 settembre presso la Cantina Ca’ Viola, a Dogliani in provincia di Cuneo.
L’evento, Tre vitigni attraverso il tempo, è stato coordinato da Tesori Liquidi, il progetto di Francesco Bonomi e Francesco Mastrosimone, due giovani sommelier che hanno saputo costruire un format dedicato alle vecchie annate ed ai grandi territori, e che sanno trasformare ogni degustazione in un momento di condivisione e confronto tra le persone e il vino.
La giornata è iniziata a Novello con una visita al vigneto Sottocastello, dove nasce il loro Cru Barolo Sottocastello, in compagnia del fondatore della cantina Beppe Caviola, che merita più che un accento.
La sua storia inizia 35 anni fa, quando da giovane analista in un laboratorio per l’enologia inizia a sviluppare, oltre alle competenze tecniche, l’attitudine alla curiosità ed inevitabilmente alla passione per i vitigni.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai.
E’ una frase di Giorgio Anselmet, viticoltore in Valle d’Aosta, che descrive molto bene il significato più profondo di Passione.
Difatti decide di affittare un piccolo vigneto, da qui le prime vinificazioni di Dolcetto fatte nel garage di famiglia, ed è subito un successo.
La voce gira veloce, si parla di un giovane talentuoso, energico, deciso. Inizia ad affiancare alla vigna il lavoro di consulente che lo porta velocemente oltre le Langhe, in Sardegna lo cerca la cantina Capichera, storica azienda dell’isola.
Io di Vermentino non ne capivo molto. Però ti cercano, tu puoi dire no o sì. Io ho detto sì. E poi studi, ti appassioni, vai in vigna, condividi, perché secondo me il vino è condivisione, anche per quella parte che magari vi è meno familiare.
Condivisione.
Proprio così, si insegna e si impara, si impara e si insegna.
In pochi anni Beppe costruisce il suo sogno, acquista i suoi primi vigneti e nel 2002 viene riconosciuto dal Gambero Rosso e da Slow Food come Miglior Enologo dell’anno.
Dalla vigna Sottocastello ci spostiamo poi in cantina per iniziare una giornata da ricordare e con una sorpresa finale, un regalo di Natale in anticipo.
Beppe ha selezionato per noi tre annate simbolo di tre vini che hanno fatto la storia della cantina, il Dolcetto Barturot, quel vino che lo ha fatto conoscere come “un giovane talentuoso, energico e deciso”. Il primo vino di Ca’ Viola ad essere riconosciuto dalle guide, il loro primo Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Le annate sono la 2023, la 2014 e la 2012. Si! Un Dolcetto di 14 anni. Val la pena ricordare che solo una quarantina di anni fa il Re dei vini in Langa era il Dolcetto non il Barolo.
Poi una Barbera d’Alba, Barbera Bric du Luv annate 2024, 2008, 2006 e non poteva mancare il Barolo Sottocastello 2021, 2012, 2009. Sontuosi.
Tesori Liquidi, Francesco Bonomi e Francesco Mastrosimone insieme a Michela, nipote di Beppe ed oggi responsabile commerciale, introducono la prima batteria di vini, Dolcetto 2023, Barbera 2024 e Barolo 2021, spiegando poi che le altre due batterie saranno servite alla cieca, mischiando annate, vitigni ed ordine di servizio.
Beh, la degustazione alla cieca crea tra la persona ed il vino una speciale intimità, hai bisogno di concentrarti, di essere in silenzio, vien da dire creare un vero e proprio dialogo con il vino. E’ la degustazione che in assoluto preferisco perchè va in profondità, apre percorsi di pensiero e le domande che ti poni accendono tutte le lucine che hai in testa.
Per guidarci nell’assaggio dei vini Beppe ci racconta l’andamento climatico delle varie annate, calde, meno calde, piovose, ci aiuta spiegandoci come negli anni le scelte di affinamento siano cambiate da vino a vino, l’uso di barrique scariche per i primi Dolcetti, poi l’utilizzo del cemento crudo, senza le pareti interne vetrificate, l’utilizzo di una percentuale di acini interi, insomma indizi sparsi qua e là che poi ritroveremo nei calici.
Dolcetto Barturot 2023.
Riempie il calice di un bel rosso rubino carico con riflessi violacei, e si preannuncia al naso con le morbidezze della viola e della rosa fresca, di piccoli frutti rossi in primo piano il ribes, la mora, la ciliegia, direi che la frutta scorre durante il sorso ed è la nota che torna alla fine.
Ha una acidità contenuta ed i tannini sono già quasi del tutto integrati. Ha una beva molto felice, e l’ho trovato in equilibrio tra pienezza al palato e verticalità.
Barbera Bric du Luv 2024.
Viene da una vigna impiantata nel 1949, adiacente a quella del Dolcetto a Montelupo, paese natale di Beppe.
E’ una Barbera che suona la carica con la sua spiccata acidità, con la sua freschezza. Il colore è il suo: intenso, scuro, violaceo, e non tradiscono nemmeno gli aromi tra frutta matura, prugna e le amarene, il volume in bocca è superiore al Dolcetto e fa piacere sentire anche qualche sbuffo balsamico e speziato. Di buona persistenza si fa bere che è un piacere, un piacere elegante.
Barolo Sottocastello 2021.
Il vigneto Sottocastello, quasi 2 ettari, gode di una esposizione che da Sud si sposta a Sud-Est, è il vigneto più alto di questo Cru. Si apre sulla valle ricevendo sole durante la giornata ed abbondante vento durante la notte.
Beppe interviene nella degustazione ricordando che con le uve Nebbiolo la fermentazione è preceduta da una fase prefermentativa a temperatura controllata di 12 gradi, ed anche durante la fermentazione la temperatura non supera mai i 26/27 gradi.
Questi due accorgimenti, con la gestione del délestage e del cappello sommerso, favoriscono una estrazione degli aromi più delicata e progressiva, contribuendo a costruire uno stile fatto di finezza espressiva, equilibrio e facilità di beva rispetto ad altri Barolo che invece se la giocano con la struttura, la potenza.
Più assaggiamo i suoi vini più capiamo il suo stile, anche nel Barolo. I famosi terziari di questo vino qui sono ancora agli inizi, la china, il cacao, il tabacco. Mentre trovo più nitide le note di eucalipto e di sottobosco secco. Il tannino è un po’ polveroso ma ci sta, è ancora un Barolo in piena evoluzione. Tempo al tempo.
Ed ora senza rete! Alla cieca.
I primi tre calici serviti hanno subito suggerito, al nostro tavolo, l’idea che i primi due fossero lo stesso vitigno, Dolcetto, e come ultimo Barolo. E ci abbiamo preso bene, annata per annata.
I due Dolcetto annata 2014 e 2012 sono chiaramente l’evoluzione del primo assaggio, la 2023, ma con uno sviluppo aromatico e tannico che lo avvicinano ad un Nebbiolo, una persistenza più lunga e corposa mantenendo una morbidezza dettata sempre dal frutto che come nel 2023 attraversa ancora il sorso per farsi ritrovare alla fine anche con una nota ammandorlata. Due annate vicine ma di fatto molto diverse, molto piovosa e fresca la 2014, calda, al limite dello stress idrico la 2012. Queste condizioni si percepiscono perfettamente nel bicchiere: più esile e fresca la prima, più equilibrata ed ancora vibrante la seconda.
Il Barolo 2012 riflette l’annata del Dolcetto, con una trama tannica ancora viva che si fa sentire bene, è un vino completo nello sviluppo e qui si che china, rabarbaro, cioccolato, amarene sottospirito, mirto e la balsamicità giocano tutti sullo stesso livello. Ottimo.
L’ultima batteria che viene servita inevitabilmente presenta due Barbera, 2008 e 2006, ed il Barolo 2009.
Tra le due Barbera quella che mi ha colpito maggiormente è stata la 2008, una progressione al sorso più elegante, più tranquilla ma, secondo me, più profonda rispetto alla 2006. Mentre il Barolo 2009 è forse la summa del pensiero di Beppe, setoso, morbido e teso, ricco di sfumature, il Barolo in abito da sera.
E’ stata una bellissima giornata all’insegna della passione, dell’incoscienza o del coraggio di un ragazzo che 35 anni fa ha saputo cogliere l’attimo, ha saputo riconoscere la sua strada ed ha saputo dire SI. – Però ti cercano, tu puoi dire no o sì. Io ho detto sì.
Bellissima giornata ok, ma c’è ancora il regalo di Natale in anticipo. Beppe arriva in giardino con una Jeroboam, 3 litri, di Barolo Sottocastello 2006! Una bottiglia che è un simbolo, un regalo davvero di cuore perchè la 2006 rappresenta la prima annata del Barolo, un salto di 20 anni per ricordare l’inizio e ricordarci di “lasciare che su tutte le statue lavori il tempo, il grande scultore.”
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
30 Settembre, 2026
Extraordinay Food&Wine. A Venezia la bellezza gioca con la bellezza
Come si racconta Venezia, una città che da sola riesce a lasciare senza fiato? Extraordinary Food&Wine ci prova mettendo in scena il meglio dell’artigianalità italiana. Tra le sale dell’Hotel Monaco Gran Canal abbiamo incontrato produttori, degustato vini, oli, formaggi, mieli e specialità gastronomiche provenienti da tutta Italia, in una manifestazione che celebra il saper fare, la qualità e le tradizioni che continuano a rinnovarsi.
Come spiegare Venezia?
Anni fa, anzi 26 anni fa, quando ancora avevo la mia galleria d’arte contemporanea Pianissimo, parlando con un mio amico artista Guatemalteco, Aníbal López, invitato alla Biennale del 2001, mi raccontò di una sua particolare ansia.
Aníbal, che proprio in quell’edizione avrebbe poi vinto il Leone d’Oro come miglior giovane artista, sosteneva che Venezia era talmente irreale, talmente meravigliosa già nel momento in cui si esce dalla stazione di Santa Lucia, da riempire gli occhi e il cuore di chiunque la visita. Da lasciar senza fiato ogni volta che ci si torna.
Secondo Anibal un artista invitato alla Biennale, appuntamento tra i più importanti al mondo dedicato all’arte contemporanea, doveva innanzitutto reggere il confronto con la città. Una sfida paradossale: come riuscire a sorprendere con la propria opera quando ciò che ti circonda è già di per se un’ opera d’arte tra le più incredibili mai realizzate dall’uomo?
Venezia è una città che crea aspettative, ogni evento deve esserne all’altezza. A Venezia la bellezza gioca con la bellezza e lo scorso 20 settembre con Emma ci abbiamo giocato, all’interno di una manifestazione che ha saputo sorprendere.
Siamo stati alla nona edizione di Extraordinary Food&Wine, in Piazza San Marco all’Hotel Monaco Gran Canal.
Questo evento enogastronomico è stato immaginato, costruito e realizzato da Fausto Brozzi, architetto e designer, che mira così ad esporre è il caso di dire, le eccellenze italiane nel settore gastronomico ed enoico.
Nelle stupende sale, ricche di stucchi, gessi ed affreschi dell’Hotel Monaco Gran Canal, accolti da un entusiasmante Ennio Barbieri, stretto collaboratore di Fausto Brozzi, abbiamo incontrato e dialogato con aziende che rappresentano la massima qualità artigianale nei loro settori, abbiamo assaggiato diversi tipi di pasta e risotti cucinati da una brigata di Chef, abbiamo fatto una degustazione di olio che ha letteralmente attraversato la penisola, una verticale di Parmigiano Reggiano da ricordare ed assistito ad una masterclass della sfoglina Rina Poletti, fondatrice dell’Accademia della Sfoglia ed instancabile divulgatrice.
C’era davvero tanto da gustare, da vedere, da ascoltare, e tanto da imparare. Per esempio ci ha colpito molto lo spazio dedicato all’ Osservatorio Nazionale Miele, con un banco di assaggio di 12 tipi di miele unifloreali e millefiori, dal Girasole che rivela una acidità inaspettata per un miele, al Timo Arbustivo Siciliano caratterizzato da dolci note speziate e balsamiche ed ovviamente di timo, un miele aristocratico, al miele di Sulla, profumato di fiori di campo e dal sapore delicato e fresco.
Come dicevo anche la degustazione di olii è stata una occasione per assaggiare le eccellenze delle nostre regioni, ottimi tutti ma…..il DEN dell’azienda Agricola le Tre Colonne, provincia di Bari, ci è proprio piaciuto. Monocultivar 100% Coratina denocciolata, intenso e potente, in luce i classici sentori di carciofo, cicoria, e vegetali della cultivar, l’amaro iniziale viene bilanciato e poi superato dalla piccantezza in una progressione davvero intensa. Super!
L’azienda Coronelli, dalla provincia di Rimini, ci ha coccolati con le creme di frutta, frutta semicandita, frutta speziata, aromatizzata con liquori. Tutti prodotti che abbiamo pensato in abbinamento a formaggi o carni, Exotic a base frutti tropicali quali Ananas, Mango, Papaya e Frutto della Passione è la compagna perfetta per un filetto di maiale, i Fichi Caramellati? con il Parmigiano Reggiano Vacca Rossa 50 mesi del Caseificio Sociale Castellazzo, provincia di Reggio Emilia. Che dire, bazzecole, quisquilie e pinzillacchere!
Dalla Toscana, provincia di Firenze, l’azienda Faggiola ha proposto una selezione dei suoi formaggi, dalla Caciotta toscana giusto per iniziare, passando per diverse stagionature all’aromatico al tartufo, sino ad un Reale stagionato in fossa, sempre vaccino ma talmente saporito e ricco di aromi da sembrar quasi un Pecorino stagionato, l’inganno lo svela la sua dolcezza, tipica dei vaccini.
A Tabiano, in provincia di Parma, abbiamo scoperto la Focaccia di Tabiano, della Pasticceria Tabiano.
Curiosa la scelta del nome Focaccia quando si sta parlando di un prodotto vicino al Panettone, vicino ma non uguale, infatti il disciplinare del Panettone impone una percentuale minima di materia grassa, 16% al netto di canditi ed uvetta, che la Focaccia di Tabiano ha ridotto notevolmente, Focaccia quindi sta ad indicare un dolce soffice a pasta lievitata che assomiglia ad un Panettone ma non lo è.
Ed è buonissimo! farcito con generosi pezzettoni di cedro ed albicocche candite e l’assaggio della Focaccia di Grani Antichi della Food Valley, territorio di eccellenze compreso tra le province di Parma, Reggio Emilia e Modena, orzo e grano tostati uniti al cioccolato bianco, ci ha portato direttamente alla vigilia di Natale con la crema di mascarpone, che ahimè compensa abbondantemente la riduzione della materia grassa nella Focaccia.
Particolarmente generosa la degustazione delle ostriche di I.Wai Food, provincia di Milano, punto di riferimento italiano per l’ostricocoltura, partendo dalla Mignon di Goro sino alle Mamer, orgoglio di Olbia, deliziosamente persistenti tra dolcezza e sapidità. Emma ha gradito molto l’abbinamento con la Malvasia Aromatica di Candia della Cantina LungoParma, perfetta con i suoi aromi dolcemente fruttati e floreali intensi, con accenni di erbe aromatiche mediterranee e la chiusura con un ricordo del miele. Ottima.
Eccellente anche la proposta della cantina Punto Zero, in provincia di Vicenza, siamo nei Colli Berici, in una dorsale di origine vulcanica che parte da Verona ed arriva sino alle porte di Venezia.
Il bianco in queste zona porta il nome di Garganega, ed il loro Gargà può essere considerato un esempio ben rappresentativo del vitigno, escono subito i fiori di sambuco, di zagara e camomilla, e la pesca bianca con la pera. Il passaggio in legno nuovo lo arricchisce di struttura, verso la vaniglia ed il miele.
Mentre assaggiando i loro rossi mi piace soffermarmi sul Carmenere, un vitigno che è arrivato in questo areale dal Cile sotto mentite spoglie di Cabernet Franc, tanto da essere chiamato anche Cabernet Italico.
Solo sul finire degli anni 90 del secolo scorso si è risaliti alla vera origine del vitigno, peraltro origini nobili dal Medoc, tradizionalmente utilizzato per i blend a taglio Bordolese con il Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, e proprio in questo areale, Colli Berici ed Euganei, ha trovato una delle sue massime espressioni, tanto da diventare una DOC nel 2008.
La loro versione piace in quanto a snellezza del prodotto, più giocato sulla freschezza, sulla delicata trama tannica e sulla componente floreale. Potremmo definirlo un Carmenere 2.0.
Dal Friuli arriva la cantina Tenuta Stella, considerata a ragione un paradigma della vinificazione del Collio.
Ottimi i loro vini, la Malvasia Istriana, il loro Friulano, la loro Ribolla. Vini che fotografano alla perfezione la ricchezza del territorio. Io mi sono adagiato sulla loro Malvasia, godibile sin d’ora in attesa della maturità. Morbido ed elegante nell’esprimersi, di buona acidità e persistenza, con una nota fumè e zafferano è un vino che chiede tre o quattro anni per sbocciare a pieno e seguire il suo destino di lunga vita.
Grazie a Fausto Brozzi ed al suo Extraordinary Food&Wine per questa splendida occasione. Questi sono solo appunti sparsi di una giornata trascorsa all’insegna dell’artigianalità italiana, del saper fare con le mani, di tradizioni che si rinnovano generazione dopo generazione.
Di una giornata trascorsa a Venezia giocando con la bellezza.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
23 Settembre, 2026
ViVa 2026. La Chiavennasca all'ombra delle Alpi.
E se sono tanto piaciuti questi vini a luglio a Milano, con una temperatura di 38 gradi….vi immaginate a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi?
Si chiudeva così l’articolo di presentazione di ViVa 2026 dello scorso luglio, e finalmente ci siamo stati a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi!
Dal 12 al 14 settembre Sondrio ha ospitato la seconda edizione di ViVa, Vini della Valtellina, l’evento che vuole celebrare lo straordinario vitigno qual è il Nebbiolo, qui chiamato Chiavennasca o Nebbiolo delle Alpi. ViVa nasce dalla caparbietà di un Consorzio che sin da subito ci ha dato l’impressione di forte coesione, attento ai cambiamenti e propositivo, dimostrando di avere una visione chiara del futuro.
Il Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina, in collaborazione con La Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e la Fondazione Provinea, patrocinati e supportati dal Comune di Sondrio hanno capito sin da subito una cosa fondamentale: per raccontare la Valtellina e le sue cinque zone vinicole, Grumello, Sassella, Inferno, Maroggia, Valgella, non basta parlare solo di vino, ma è necessario attraversarla, raccontare il territorio mentre si fa trekking, mentre si fanno passeggiate e si visitano cantine con le e-bike, e così è successo a noi.
La manifestazione si è aperta venerdì sera, 11 settembre, con uno spettacolare DJ set dell’altrettanto spettacolare Ema Stokholma, che Emma ha particolarmente gradito, mentre per chi come me era più concentrato sull’aspetto enologico che danzante della serata la possibilità di una degustazione senza fine con una miriade di bottiglie di Chiavennasca in tutte le sue migliori interpretazioni e vinificazioni. Un piccolo paradiso enoico.
Come dicevo per raccontare la Valtellina è necessario attraversarla, è così che sabato mattina con un gruppo di enopodisti e con l’aiuto della guida Francesca abbiamo passeggiato tra le vigne ed i boschi della zona di Grumello e di Sassella, circa 3 ore di camminata attraversando i famosi terrazzamenti ed i muretti a secco, Patrimonio Immateriale dell’Umanità dal 2018, camminata molto utile per capire al meglio l’identità di questa valle.
Partendo dalla sua particolare esposizione: da est a ovest, ciò significa una luce, un sole costante durante tutta la giornata – tanto’è che ai piedi delle Alpi i fichi d’india nascono spontanei tra i filari – con i vigneti esposti a Sud a volte superiori a 800 metri di altitudine a godere di un clima perfetto dato dalle escursioni termiche importanti tra mattina e sera, protetti dai venti freddi del Nord grazie allo scudo naturale delle Alpi Retiche sulla valle, e da un vento termico, la Breva, che arriva dal vicino Lago di Como, asciugando l’umidità in eccesso.
A tutto questo si aggiunga il fatto che ogni terrazzamento è frutto di riempimenti con terra da riporto, con proporzioni e composizioni sempre diverse di granito, limo, sabbia e minerali.
Una parcellizzazione estrema che da origine a delle sfumature ogni volta variabili nel bicchiere, una ricchezza espressiva rara, a sottolineare ancora di più l’unicità dei vini di questa valle.
Terminata la passeggiata trekking ViVa 2026 entra nel vivo. E lo fa con una scelta espositiva che abbiamo particolarmente apprezzato: un tasting diffuso nel centro storico di Sondrio, ospitato all’interno di 5 palazzi storici e luoghi simbolo della città. In queste location abbiamo trovato 40 cantine, storie di famiglie, di amicizia, di ambizione, storie di sfide alla montagna, abbiamo trovato un clima ed una dimensione molto autentica e naturale, siamo stati bene.
Merito senz’altro anche del loro Nebbiolo delle Alpi, della loro Chiavennasca che in Valtellina è capace di esprimersi con una freschezza di beva sorprendente, accompagnata da una grande varietà e finezza aromatica. Con Emma abbiamo qui compreso quanto sia stata utile la camminata tra i vigneti, nei boschi, lungo i ruscelli, assaggiando l’uva dai grappoli al sole, aggiungendo così un nuovo alfabeto olfattivo ritrovato poi nei calici.
Aromi che giocano con la dolcezza del fico, le note balsamiche resinose di pino o il pino mugo, di menta selvatica, netti sentori di muschio, profumi più eleganti che esplosivi e che ben si intrecciano ai sentori varietali dell’uva Nebbiolo.
Quasi tutti i produttori hanno proposto in degustazione i tre rossi classici del territorio: il Rosso Valtellina, che rappresenta la versione più fresca ed immediata della Chiavennasca evidenziandone la fragranza e la facilità di beva, la Valtellina Superiore con un 90% minimo di Chiavennasca e un’elevazione minima di 24 mesi, di cui 12 in legno, a rappresentare a nostro avviso l’espressione più autentica e territoriale del vitigno, nella versione Riserva – almeno 36 mesi di elevazione – raggiunge livelli espressivi….commoventi. Ovviamente non poteva mancare il celebre Sforzato o Sfursat, il vino icona della Valtellina, potente e suadente, 20 mesi di elevazione di cui almeno 12 in legno. Il primo vino rosso passito italiano a ricevere la DOCG nel 2003, con una raccolta delle uve leggermente anticipata per poi farle appassire dai 60 ai 120 giorni, in funzione delle annate e delle condizioni di appassimento.
A fine giornata abbiamo riscontrato una proposta di vini in generale molto buona qualitativamente, alcune piacevoli sorprese come la Cooperativa Agricola Triasso e Sassella con il loro I Ciaz, Sassella, Valtellina superiore. Corposo e balsamico, e tanti squilli che piano piano escono allo scoperto.
Mentre ci siamo commossi per: Guast – Inferno, Valtellina Superiore della cantina Dirupi, finemente complesso, in bilico tra verticalità e pienezza di bocca porta nel bicchiere il carattere dell’Inferno, una delle zone più calde ed impervie della valle. Qui ritroviamo parte del nuovo alfabeto imparato camminando nei boschi come i sentori di resina ed erbe alpine, lo sviluppo dei terziari come la liquirizia ed il cacao insieme alla sapidità finale ed un tannino fine ne fanno un vino che non cerca la potenza ma la misura. Tutta la loro linea ci è molto piaciuta, così come la loro storia, una storia di amicizia. Senz’altro ci ha conquistato Clos Convento San Lorenzo, Valtellina Superiore Sassella Riserva di Mamete Prevostini, l’unico Clos presente in tutta la valle. Una struttura tannica avvolgente ed importante giocata tutta sulla morbidezza, una vera carezza al palato, caldo, balsamico, ricco di frutta rossa anticipa, secondo noi, lo Sforzato Albareda, sempre di Mamete Prevostini, e qui l’aggettivo “avvolgente” gioca un altro campionato. Ha una ricchezza di aromi e profumi che vanno dal fico al caffè, dalla menta selvatica al mirto, dal rabarbaro alla china, è si morbido ma anche decisamente potente.
Cambiando areale, passiamo in Valgella, c’è chi ha nella finezza e nella croccantezza del frutto la propria identità, la cantina Sandro Fay. Il suo Sforzato Ronco del Picchio, che nasce a 700 di altitudine, risulta molto fresco ed agile al palato, con una spiccata acidità che sovrasta le morbidezze tipiche dello sforzato facendolo risultare più…snello e dinamico, leggero nella percezione. Quasi opposta ma altresi interessante la visone della cantina Ar.Pe.Pe. con le sue estreme macerazioni, anche di 4 mesi ed oltre, ed i lunghi affinamenti tra botti grandi e cemento a cercare una stratificazione al palato. Nei loro vini si intrecciano le erbe di montagna con gli agrumi, netti sentori balsamici di resine e menta a sentori terrosi come il muschio, vini di importante struttura tannica capaci di restituire nel bicchiere il carattere del territorio dove nascono. Anche la cantina Plozza ci ha conquistato con uno Sforzato reinterpretato, Vivo, qui la macerazione è delicata a cappello sommerso, in pratica per infusione delle vinacce, che permette una estrazione delle sostanze fenoliche lenta e continua, una maggiore integrazione dei tannini che risultano essere meno aggressivi, e mettendo in primo piano il frutto. Un vino da 16,5% invisibili alla beva. Ci è particolarmente piaciuta anche la proposta della cantina Scerscè, con il Valtellina Superiore Essenza e lo Sforzato Infinito, infinito nella persistenza ed anche nel tempo, con quello che l’affinamento concede anno dopo anno.
Energia è quello che più ci rimane da questa esperienza in Valtellina, e un grandissimo merito lo ha avuto il Consorzio che ha saputo trasformare la promozione in una esperienza, mettendo in relazione vino, paesaggio, persone e cultura. L’equilibrio.
L’appuntamento è per ViVa 2027, sempre all’ombra delle Alpi.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
14 Settembre, 2026
Riviera del Monferrato. La nascita di un nuovo brand
Non serve il mare per sentirsi all’orizzonte. Nell’Alto Astigiano, dove le colline respirano vento, vigne e biodiversità, prende forma Riviera del Monferrato: una nuova idea di territorio che unisce comunità, vini e paesaggi in un racconto condiviso
“Smetti di cercare l’orizzonte. Sei appena arrivato in un mare di colline”
Il mese di settembre, per chi si occupa di viticoltura, rappresenta l’inizio di una nuova annata. È il tempo della vendemmia, il momento in cui il lavoro di un intero anno arriva al suo passaggio più delicato e decisivo. In pochi giorni si concentra una parte fondamentale del lavoro di un’intera stagione.
Quale mese migliore di settembre quindi per raccontare la nascita di un nuovo progetto, nato dopo mesi e mesi di incontri, di idee a confronto, di progettazione.
Venerdì 4 settembre Riviera del Monferrato è arrivata alla sua vendemmia.
L’evento ha trovato la sua cornice ideale in Coccowine, appuntamento enogastronomico tra i più frequentati e caratteristici del Piemonte che dal 4 al 6 settembre trasforma Cocconato, borgo tra i più belli d’Italia, in una sala di degustazione di vini e di sapori a cielo aperto e che quest’anno festeggia la 25esima edizione, una continuità storica costruita e sostenuta da una Associazione che regala solo meraviglie: GoWine, presente in questi tre giorni con il suo demiurgo il Presidente Massimo Corrado.
Ma cosa è precisamente Riviera Monferrato?
E’ un territorio dell’Alto Astigiano che da sempre gode di una condizione geografica e climatica estremamente fortunata, con una serie di Comuni in cima a dei bricchi i più alti dell’intero Astigiano costantemente sopra i 400 metri s.l.m. Oggi è anche un nuovo brand turistico promosso dall’Enoteca Regionale di Albugnano, dal Consorzio di Cocconato, dal Comune di Cocconato, da Explore Monferrato e condiviso da 11 Comuni dell’areale: Albugnano, Moransengo-Tonengo, Aramengo, Castelnuovo Don Bosco, Moncucco Torinese, Passerano Marmorito, Robella, Cerreto d’Asti, Cocconato, Pino d’Asti e Buttigliera d’Asti.
Non c’è il mare naturalmente ma c’è un litorale d’altura dove le colline aprono ad un territorio felice per la viticoltura grazie alle importanti escursioni termiche, ad una curata e ricca biodiversità e grazie anche ad un cuore bianco geologico profondo ed esteso di gesso che regala ai vini finezze espressive uniche.
Le sue due estremità simboliche sono Albugnano e Cocconato. Il primo, con i suoi 549 metri è il Comune più alto del Monferrato e ha nel Nebbiolo, qui chiamato proprio Albugnano, la propria espressione vitivinicola più identitaria. Il secondo a 491 metri, è da sempre conosciuto come la Riviera del Monferrato e trova nella Barbera d’Asti una delle voci più autentiche del proprio territorio.
La presentazione alla stampa di questo ambizioso progetto si è aperta venerdì mattina all’Enoteca Regionale di Albugnano con una Masterclass dedicata al Nebbiolo ed alla Freisa, introdotta da Massimo Corrado, Presidente di Gowine, e Davide Gasperini, Presidente dell’Enoteca, che hanno sottolineato come sia forte la volontà di creare una coesione, una squadra che sappia costruire un’identità territoriale, una narrazione riconoscibile e condivisa di questo areale così unico.
A condurre la Masterclass l’enologo Giampiero Gerbi, supervisore enologico di Riviera del Monferrato.
L’introduzione avviene con una Barbera estremamente fresca, 2025, a ricordarci come in questo areale la natura di questo vitigno prediliga una vivacità da bersi giovane, senza lunghi affinamenti.
Dinamismo vuol dire andare a percepire quello che in fondo bocca non è un taglio netto, un vino corto, ma è un vino, seppur non lunghissimo, mobile, che dà sensazioni vivaci e veloci. L’acidità si lega a una piccola punta di sapidità e la sensazione in bocca è quella di avere una breve salivazione, un flash in fondo alla palato che ci dà la voglia di bere ancora un sorso di questo vino. La bellezza di queste Barbera sta proprio nella loro capacità di essere snelle. Fare invecchiare un vino nelle nostre zone era considerato un sacrilegio.
Seguono poi tre interpretazioni di Freisa, un vitigno che Giampiero Gerbi non esita a definire rustico e rock’n’roll. Un vitigno che sino ad una ventina di anni fa aveva la frizzantezza nel destino, tanto da diventarne l’archetipo in tutto il territorio. Oggi le interpretazioni sono molteplici, dal vino frizzante da bersi giovane, alla vinificazione che predilige l’invecchiamento, al metodo Classico ed al metodo Martinotti.
Personalmente ho apprezzato in modo particolare l’interpretazione della cantina La Montagnetta con la Freisa Bugianen 2018. Con sfumature eteree, di goudron e grafite in primo piano, buccia d’uva, viola e caffè. Particolarmente complessa come Freisa ma che ho apprezzato molto. E molto mi è piaciuta la Freisa 500 metodo Martinotti di Terre dei Santi. Qui il vitigno ritrova una delle sue espressioni più immediate e riconoscibili: la fragola, appunto Freisa in dialetto piemontese. Nomen omen, verrebbe da dire, perché è proprio quella nota fragrante e golosa a emergere nel bicchiere, restituendole la sua anima più fresca, conviviale e giocosa.
A seguire arrivano tre annate di Nebbiolo, Albugnano.
Il paragone con il Nebbiolo delle Langhe è quasi immediato, in realtà bisogna varcare le porte di Albugnano e dimenticarsi che cos’è la Langa. Colpisce la leggerezza di questo vino, tannini sottili e scivolosi, il grip del Nebbiolo c’è sempre ma è incastonato in un contesto di freschezza più che di corpo, speziature più leggere ma sempre molto eleganti, dal caramello al caffè, dal cuoio alla cera. Tutto quasi….rarefatto. Non posso non legarlo alle opere dell’artista Antonio Calderara, maestro della rarefazione e della riduzione formale. Stessa eleganza, stessa grazia, stessi particolari che vanno ricercati passo dopo passo, o…sorso dopo sorso.
Come ultimo vino ci viene servita una gemma che non conoscevo, una Malvasia rossa della cantina Gilli, Malvasia Castelnuovo Don Bosco, blend di Malvasia di Scherano che regala la parte fruttata, e Malvasia nera lunga che dona lo spettro floreale. Il residuo zuccherino molto evidente in questo vino viene mitigato più che dall’acidità dai tannini, leggeri leggeri ma che rallentano gli zuccheri altrimenti troppo invadenti. Una sorpresa felice.
Il pomeriggio è stato interamente dedicato al territorio di Cocconato, iniziato con una visita in cantina all’azienda Marovè, proprietaria anche di un agriturismo e dedita soprattutto alla riscoperta della Bonarda Piemontese.
Prima azienda a ripiantare barbatelle di Bonarda Piemontese in sostituzione della Croatina, storico vitigno dell’Oltrepò Pavese atto a divenire Bonarda dell’Oltrepò.
Marovè la propone in due versioni, una leggermente mossa ed una secca, con meno residuo zuccherino, e ferma.
Ha, in entrambi i casi una beva felice, gastronomica e leggera. Morbida nelle due versioni che giocano evidentemente sui toni dei piccoli frutti rossi e delle spezie dolci. Della stessa azienda abbiamo apprezzato il Grignolino e un Dolcetto, vini della tradizione che trovano nella cucina dell’agriturismo il loro naturale completamento, cucina legata al territorio capace di esaltare le materie prime prodotte esclusivamente in azienda.
Nel tardo pomeriggio ho avuto l’occasione ed il piacere di partecipare ad una Masterclass interamente dedicata alla Barbera d’Asti, ospitata sulla meravigliosa terrazza del Ristorante Cannon d’Oro con una vista a 360 gradi sulla pianura velata di rosa dal sole calante. Protagoniste cinque cantine aderenti al Consorzio di Cocconato: Cantina Nicola, Maciot, Poggio Ridente, Marovè, Benefizio di Cocconito.
La degustazione ha confrontato annate e interpretazioni diverse di Barbera d’Asti, evidenziando la versatilità del vitigno tra vini giovani, affinamenti senza legno e versioni Superiore. Denotando una costante qualità espressa elevata. Il filo conduttore riconosciuto è la freschezza legata all’acidità, con profili che variano da frutto, fiori ed erbe aromatiche nei vini giovani a note più evolute nei vini affinati. È stata proposta una lettura della Barbera come vino contemporaneo e di ampia bevibilità, non solo come vino popolare. La conduzione della Masterclass è stata affidata al sapiente verbo di Leonardo Romanelli che non senza ragione privilegia il concetto di maturazione del vino a quello di invecchiamento.
Personalmente ho molto apprezzato la Barbera d’Asti Superiore 2021 della Cantina Nicola, per la sua eleganza ed equilibrio, sbuffi balsamici su un tappeto di frutti rossi molto maturi, speziature appena pungenti intrecciate a liquirizia, di ottima persistenza.
Una così bella giornata non poteva che concludersi con un’altrettanto piacevole cena, nelle sale del Cannon d’Oro abbiamo avuto l’occasione di assaggiare alcune eccellenze del territorio, dalla robiola alle tre salse alla carne cruda alla Monferrina ai miracolosi dolci di nocciole, assaggiando altre referenze delle cantine associate al Consorzio a completare una giornata che ha avuto il sapore di queste colline.
L’unica pecca? Non essermi goduto almeno un’intera giornata di Coccowine. Ma, a ben vedere, è anche un’ottima motivazione per prenotarmi fin d’ora per Coccowine 2027. L’ennesima perla di Gowine.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
5 Agosto, 2026
Fangareggi. Il Lambrusco della fantasia
In un fazzoletto di terra, in un piccolo areale tra la Lombardia e l’Emilia che messo in fila non coprirebbe l’area di una città, nasce il vino rosso italiano più venduto nel mondo, il Lambrusco.
12 varietà autoctone che rappresentano 12 modi di interpretare un territorio che ha il suo cuore nelle province di Mantova, Reggio Emilia, Modena e Parma.
Per decenni il Lambrusco ha pagato il prezzo del suo stesso successo, il vino rosso italiano più venduto al mondo è stato anche il vino maggiormente frainteso tanto da essere definito in maniera decisamente ingenerosa la Coca Cola dei vini. Un vino frizzante, spesso tendente al dolce da bere senza pensarci.
Da una parte un modello produttivo che, moltiplicando le bottiglie per inseguire i grandi numeri ed mercati internazionali, ha privilegiato l’uniformità al carattere distintivo varietale, dall’altra parte la dedizione, l’impegno, l’artigianalità di famiglie, piccoli produttori, che hanno sempre creduto nel valore unico di questo vitigno capace di mostrarsi con 12 volti differenti, a sottolineare una identità molto più complessa di quanto il mercato potesse raccontare. Per certi versi ricorda la storia di Davide contro Golia….che ha perso.
Eh si! La fiondata decisiva arriva nel gennaio 2021, quando tre Consorzi storici, il Consorzio Tutela del Lambrusco di Modena, il Consorzio per la Tutela e la Promozione dei Vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e Canossa, e il Consorzio di Tutela Vini del Reno, si riuniscono sotto un’ unica voce: Consorzio a Tutela del Lambrusco.
In realtà l’incipit di questa svolta ha origine verso la metà degli anni 90 del secolo scorso, quando una riduzione delle rese per ettaro, la valorizzazione dei vitigni storici, dal Lambrusco Maestri al Montericco, dal Viadanese al Lambrusco del Pellegrino, una maggior attenzione anche ai metodi di spumantizzazione ed un recupero della rifermentazione in bottiglia, hanno consolidato nel territorio la consapevolezza che il Lambrusco debba riaffermare le proprie identità.
Quel vino spesso tendente al dolce da bere senza pensarci
lascia spazio ad interpretazioni enologiche sempre più coraggiose e ricercate. Nascono vini raffinati, eleganti, vivaci e sorprendenti, da vinificazioni tradizionali e da vinificazioni inusuali, in bianco, con metodo classico, con metodo Charmat lungo, con metodo ancestrale, secco, fermo. Un caleidoscopio di interpretazioni che pochi vitigni possono vantare.
Per esempio di recente, io ed Emma, in una afosa e caldissima serata di luglio abbiamo avuto l’occasione di assaggiare un Lambrusco vinificato in bianco, Biancospino, 85% Lambrusco di Sorbara e 15% Salamino, dell’azienda Fangareggi di Correggio. Bene, vi ricordate la scena del film Il Tempo delle Mele quando nel mezzo di una caotica festa rumorosa Mathieu appoggia le cuffiette sulle orecchie di Vic, la bellissima Sophie Marceau e tutto, intorno a loro sparisce? Ecco! quella sensazione. Via il caldo, via la fatica, via i pensieri, ogni sorso è stato quell’attimo lì, un interruttore che ha spento tutti i fastidi.
Qualche settimana dopo siamo andati a trovarli in cantina, ad accoglierci c’era Giuseppe Fangareggi, titolare con il figlio Matteo dell’azienda. Ci introduce la cantina, formalmente nata nel 2005, ma con radici vitivinicole di almeno quattro generazioni. Contano su circa 30 ettari vitati seguendo una filosofia di agricoltura a basso impatto ambientale conferendo una parte del raccolto alle cooperative, ed una parte dedicata alla loro produzione che si attesta su circa 68.000/70.000 bottiglie.
Gli 8 vigneti di proprietà sono divisi tra 5 Comuni e 2 Province, il che permette di coltivare differenti varietà di uva in base alle diverse conformazioni geologiche, dai Lambruschi di Sorbara e Salamino alla Fortana, dal Pignoletto alla Malvasia di Candia, dal Moscato di Cannelli al Pinot Nero e Ancellotta.
Giuseppe è una persona molto piacevole e chiacchierare con lui significa perdersi un po’ nel tempo ormai scorso, tra racconti di vita, ricordi di campagna e di pianura, progetti passati e progetti ancora da immaginare.
Traspare che nella sua vita ha saputo inventarsi diverse volte seguendo sempre le sue passioni, è stato agricoltore con la sua famiglia, nonché un pioniere in Italia per lo sviluppo delle Camere Bianche, ambienti a contaminazione controllata oggi indispensabili nei settori della sanità, chimico farmaceutica e delle industrie alimentari, con il divertimento del gioco ha trascorso un po’ di tempo come designer, soprattutto di lampade e poltrone.
Oggi con lo stesso incanto di sempre è viticoltore, e per chi è cresciuto a pane e Lambrusco forse è la chiusura di un cerchio, con il valore aggiunto di viverla insieme al proprio figlio.
Con l’arrivo sul tavolo dei ciccioli fritti, salame e parmigiano reggiano cominciamo la degustazione che non poteva che iniziare con Biancospino, il nostro Tempo delle Mele.
Giuseppe ci racconta che all’inizio l’idea di vinificare il Lambrusco in bianco ha creato qualche divisione familiare,
Ma come? Il Lambrusco un vino bianco? E chi lo compra?.
Beh, oggi è il più venduto dell’azienda.
Lambrusco di Sorbara 85% e Lambrusco Salamino il restante 15%. Biancospino di nome e di fatto, questo fiore esce immediatamente al naso accompagnato, ancor di più in bocca, da un fresco sambuco e da fiori bianchi che se la giocano con la frutta, in primis una pera matura, la nota dolce che si estende a tutto il sorso, subito seguita da un pompelmo che dona l’acidità lunga e tipica del Sorbara che regala quel nervo vivace che però subisce il fascino della frutta tropicale e si concede immediatamente al secondo sorso.
Vino vivace e divertente che si dichiara subito, ti coccola e ti fa venir voglia di cantare “E la chiamano estate, quest’estate, senza te….”.
Giuseppe ci propone come secondo vino un Pignoletto vinificato con Metodo Ancestrale, Selvadeg 2022.
E’ un vino più rustico rispetto a Biancospino, già il colore lo evidenzia, giallo paglierino carico tendente all’arancio, forse un contatto con le bucce gli regala un leggero grip tannico che bene si sposa al carattere conviviale di questo vino frizzante. Chiama senz’altro pane e salame ed una compagnia di amici.
Mela cotta, fiori dolci come il gelsomino o il glicine, una punta di ossidazione, un agrume deciso, un finale acido ma con una morbidezza dettata anche dai lieviti esausti caratterizzano questo vino.
La versione più tradizionale del Pignoletto si chiama Bragher, che in dialetto Emiliano significa Pettegolo, è uno spumante Brut, sempre metodo Martinotti ma lungo.
Per la facilità di beva, la freschezza del fiore e del frutto ricorda molto Biancospino, la bollicina però risulta più vivace, persistente ed elegante, anche qui troviamo frutta a polpa bianca, la mela su tutte specialmente nel finale, non manca anche in questo caso l’agrume ma in forma meno acida, più da scorza di limone. Delicata anche la presenza di erbe aromatiche come maggiorana e limoncina.
Con Oh Però!, Lambrusco di Sorbara, iniziamo con i vini rossi, alcuni quasi neri!
Non questo, il colore è un elegantissimo rosa corallo, elegante anche al naso ed incredibile in bocca.
Sempre fiori e frutta in primo piano ma con un assetto più complesso e sfaccettato, se tra i fiori prevale la rosa canina la frutta è più bilanciata tra lampone, melograno, arancia, ribes e fragoline. Tutti frutti che spingono un po’ sull’acidità, caratteristica distintiva di questo vitigno, l’equilibrio è ottimo. Ne risulta un vino dal sorso vibrante, dinamico e con una bollicina cremosa. Tranquillamente può fare il giro del mondo abbinandosi a tantissimi piatti, ovviamente da quelli della tradizione Emiliana, gnocco fritto, tortellini, tagliatelle al ragù, a piatti più speziati, al sushi, a piatti piccanti, insomma è un vino trasversale.
Il secondo vino rosso è il preferito di Giuseppe, si chiama Puro!, ed è un Lambrusco Salamino che racconta, fin dall’aspetto visivo, il suo legame con la tradizione.
Il colore nel bicchiere è un rosso rubino intenso attraversato da una leggera spuma, ha un bouquet di frutta rossa matura evidente, di amarena e prugna, di mora di gelso e mirto, di arancia sanguinella, merito anche di una macerazione a freddo delle uve. Vinoso.
Sempre presente l’acidità, in questo caso anche all’olfatto.
Nel bicchiere, in superficie presenta una leggera spuma, è un po’ l’archetipo di vino che si beveva nelle scodelle, nelle tazze di ceramica bianca, dove l’intensità del colore del vino lasciava indelebili aloni rosa ai bordi delle ceramiche, che diventavano dei calendari del tempo condiviso nelle osterie, memorie di momenti semplici e felici.
Un’immagine quotidiana che racconta meglio di qualsiasi descrizione il profondo legame tra il Lambrusco e la cultura contadina emiliana.
Chiudiamo gli assaggi con il loro celebre Vigna Nera, Lambrusco Salamino 85% e Ancellotta, le due uve forse più storiche dell’areale.
L’Ancellotta è stata da sempre complementare ai Lambruschi, le sue caratteristiche di intensa colorazione, intensa morbidezza e piacevole dolcezza hanno sempre contribuito ad equilibrare le importanti acidità di alcune varietà di Lambrusco, magari in alcune annate anche eccessive.
Il Vigna Nera si presenta nel bicchiere di un colore viola, quasi nero, profondo e materico.
Si accentuano ancor di più i frutti rossi maturi, e si aggiungono note di spezie dolci e profumi erbacei e sentori officinali. E’ un vino dal carattere gastronomico, noi lo abbiamo bevuto abbinandolo ai ciccioli fritti, ed è stato superlativo. In bocca è immediato, rotondo, ricco e persistente. La sua freschezza e le sue bollicine vivaci ce lo fanno immaginare come un Re che sposa un cotechino cotto almeno tre ore, morbido e “mustus” (è un aggettivo tipicamente Lodigiano che sta tra il gelatinoso, l’appiccicoso e il succulento, più o meno).
In questa degustazione io ed Emma ci siamo molto divertiti, vini sempre sorprendenti, dall’innata freschezza e chiaramente distinguibili nelle loro identità. E poi vuoi mettere la gioia di poter bere a luglio dei rossi alla stessa temperatura dei bianchi?
Produttori come Fangareggi hanno saputo trasformare quel vino tendente al dolce da bere senza pensarci in un vino che colpisce per la varietà di interpretazioni che può avere, lo hanno vestito usando la fantasia, il coraggio, la determinazione, la tradizione. Soprattutto scegliendo la qualità come principio guida in ogni fase delle lavorazioni.
Le ore trascorse con Giuseppe ci confermano ancora una volta quanto sia necessario poter incontrare i produttori, confrontarsi e scambiarsi opinioni ed esperienze. Ogni vino ha una sua storia, sempre diversa, sempre curiosa, e quasi sempre il carattere del produttore si riflette nel carattere del vino. Ogni volta ci portiamo a casa parole nuove da aggiungere alla nostra storia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
21 Luglio, 2026
ViVa 2026. Il Nebbiolo delle Alpi si racconta
Ve li immaginate 2.500 kilometri di muretti a secco? Dalla Lombardia alla Sicilia e ritorno per intenderci. Un’ opera immensa costruita pietra su pietra, capace di sostenere i terrazzamenti dove cresce il Re dei vitigni, il Nebbiolo.
O meglio il Nebbiolo delle Alpi, la Chiavennasca.
Una tecnica di coltivazione che è un esempio formidabile di Architettura rurale collettiva, di rispetto verso la natura, arte costruttiva riconosciuta, nel 2018, come Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
L’areale è quello della Valtellina, oltre 800 ettari di vigneti terrazzati, una realtà senza eguali al mondo. Qui la viticoltura si esprime attraverso una parcellizzazione estrema: ogni terrazza è diversa dalla successiva, cambia l’altitudine, muta la composizione geologica del suolo, varia l’esposizione al sole e il microclima.
È una frammentazione che rappresenta la più grande ricchezza della valle e che permette di raccontare espressioni sempre diverse della Chiavennasca.
Con queste premesse il Consorzio a Tutela Vini della Valtellina mercoledì 8 luglio ha presentato a Milano presso l’enoteca Onest, la seconda edizione di ViVa, Vini Valtellina, che si terrà a Sondrio dal 12 al 14 settembre, in collaborazione con La Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e Fondazione Provinea.
Tre giorni immersivi dedicati al Nebbiolo delle Alpi, ai suoi terrazzamenti, a visite in cantina, a degustazioni, tre giorni dove Sondrio diventerà la porta d’ingresso ad uno dei paesaggi vitati più straordinari.
In una Milano dal clima bollente abbiamo avuto il piacere di incontrare un Consorzio molto coeso e determinato, veloce e propositivo, una realtà che trasmette la sensazione di avere una visione chiara del futuro e la capacità di tradurla rapidamente in azioni.
Abbiamo avuto soprattutto il piacere di degustare dei vini che raccontano con precisione l’eterogeneità del territorio, un Metodo Classico di Nebbiolo, Inferno, Valtellina Superiore, Sfursat, sono solo alcuni dei vini che saranno protagonisti di una tre giorni che invita a scoprire ed innamorarsi della Valtellina.
E se sono tanto piaciuti questi vini a luglio a Milano, con una temperatura di 38 gradi….vi immaginate a metà settembre al tramonto, all’ombra delle Alpi?
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
10 Luglio, 2026
Tenuta Fanton. Come cambiare vita ed essere felici.
Capita spesso, visitando una cantina, di trovarsi davanti alla sesta o alla settima generazione della stessa famiglia. Storie in cui il vino è passato di mano in mano insieme alla terra: più di un secolo di vendemmie condensato in una stretta di mano. Capita molto più raramente di incontrare chi quelle storie le sta appena iniziando a scrivere. Magari è alla seconda vendemmia e la sua famiglia non ha nulla a che fare con la viticoltura.
Una scelta personale, non un’eredità – Sono nato a Padova e ho seguito un percorso lineare: laurea in Economia, e un paio d’anni di lavoro a Francoforte, in un’importante istituzione europea. Ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di cambiare direzione. Volevo fare qualcosa di concreto, costruire qualcosa che mi rappresentasse davvero. Non vengo da una famiglia di viticoltori. Non ho ereditato terreni ne tradizioni agricole. Ma con il tempo è cresciuto un interesse forte, semplice: il vino. Da li è nata una domanda chiara – E se provassi davvero a farlo diventare il mio lavoro?
Queste sono le parole che si possono leggere sul website dell’azienda Tenuta Fanton, fondata nel 2024 da David Fanton, un ragazzo di 28 anni di Padova, una scelta…..c’è chi la definerebbe folle e chi la definerebbe saggia. Sicuramente una scelta coraggiosa dettata da una forte necessità interiore: cambio vita.
Slegarsi dagli orari di ufficio così perentori per godersi la libertà di questi angoli meravigliosi, a due passi dal mare, con una sala degustazione en plein air tra le più belle proprio perchè tra le più semplici, consapevole che, come racconta lui stesso:
Adesso lavoro molto di più, ma è molto meno pesante.
Come mai da Padova proprio l’Abruzzo? Per diversi motivi il suo cuore è rimasto legato a queste terre. E’ rimasta anche l’amicizia con il proprietario del fondo di 22 ettari, di questi, 18 li ha in gestione David, tra uliveti – produce anche un olio, extravergine – frutteti e vigneti con varietà autoctone, Pecorino, Trebbiano, Montepulciano, ed internazionali, queste ultime destinate al conferimento in cooperativa.
Affiancato da Ilario Evangelista, enologo teramano, David produce circa 10.000 bottiglie all’anno, suddivise in cinque referenze da circa 2.000 bottiglie ciascuna.
Dell’esperienza lavorativa a Francoforte si è portato anche un’idea diventata il filo conduttore delle etichette: gli orari che scandivano le sue giornate in ufficio e, ancora adesso, l’immancabile camicia. Orenove l’inizio della giornata lavorativa è il Pecorino; Oretredici la pausa pranzo è il Cerasuolo; Orediciotto la fine dell’orario d’ufficio è il Montepulciano.
A completare la gamma ci sono Terraincamicia, due rifermentati in bottiglia ottenuti da vini base: un Rosato da uve Montepulciano e un Bianco da uve Trebbiano.
Siamo andati a trovarlo in mezzo ai suoi vigneti dove si è accolti da una barca che guardando il mare aspetta qualcuno che la trascini via, una sauna funzionante immersa nel verde, una casetta di legno che si trasforma in un banco degustazione sotto l’ombra degli ulivi.
Lo stile della cantina è focalizzato su vini freschi e sapidi, con una gradazione alcolica contenuta e, forti di una vendemmia sempre anticipata e su una gestione attenta delle microzone, con una acidità spiccata quasi dissetante verrebbe da dire. In totale antitesi con lo stile abruzzese David preferisce sottrarre che estrarre, alla concentrazione polifenolica preferisce un alleggerimento, maggior freschezza e bevibilità. Forse è anche il riflesso del percorso di chi questi luoghi non li ha ereditati ma scelti, uno sguardo esterno che non aveva tradizioni da rispettare ma soltanto la propria idea di vino, giovane e fuori dagli schemi.
Chiacchierando abbiamo bevuto una bottiglia di Orediciotto Montepulciano, accompagnati solo dal suono delle cicale, sotto gli ulivi e con davanti il blu condiviso tra cielo e mare. Bellissimo!
Il vino risulta molto agile in bocca, ha una buona struttura dove primeggia la frutta rossa, la prugna, il melograno, il ribes, il lampone, frutta con un finale acidulo, si sente anche una speziatura fine di pepe ed erbe secche come la maggiorana, ed un leggero origano, una violetta fresca conferisce un tono più morbido al naso, in bocca corrisponde tutto, con un tannino accennato e leggero. Sicuramente una versione diversa da quelle tradizionali che merita l’assaggio, la gradazione a 12% contribuisce a renderlo equilibrato, fresco e scorrevole.
Il tempo di un ultimo bicchiere con David, di portare con noi qualche bottiglia e ci salutiamo.
Qui si sta davvero bene! David sta davvero bene, la sua scelta di misurare le giornate con la luce del sole, di prendersi in mano la propria vita e di costruirsi una eredità è un traguardo ed anche un nuovo punto di partenza, la sua seconda vendemmia sta per arrivare, gonfia di quella sana inquietudine che spesso è la via per la felicità.
La degustazione per me ed Emma è continuata a cena con il Terraincamicia Rosato, la delicatezza dei frutti rossi e le sfumature di lievito a chiudere, il sentore di rosa canina, l’acidità del pompelmo rosa, la piacevole sapidità che tanto richiama il mare ed una intrigante complessità hanno accompagnato la sera verso la notte con una certezza: meglio la bottiglia da 1 litro che da 0,750!
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
1 Luglio, 2026
Le Malvasie di Luretta. La nascita di una nuova lingua.
“Tu passi all’interno della storia di quel vino come una mosca che vola.
Ma intanto lui sta facendo il suo percorso, ed è questo che secondo me è importante.
Cercare di capire cosa sta succedendo” (Lucio Salamini) Ed è proprio quello che è successo sabato 20 giugno alla cantina Luretta, al Castello di Momeliano, storica ed iconica azienda dei colli Piacentini. Una full immersion di grande intensità emotiva e sensoriale nella Malvasia Aromatica di Candia, vitigno principe di questo areale e non solo, attraverso 26 anni di vinificazioni, tradizioni ed innovazioni, sfide e…. – vuoi che in un Castello non ci sia magia? certo che si – e di magia. Questa giornata dedicata è stata fortemente voluta dalla Famiglia Salamini, la Signora Carla Asti moglie e fondatrice con il marito Felice Salamini, e suo figlio Lucio, affiancati da Antonio Montano, anch’esso volto imprescindibile dell’azienda, persona coinvolgente, appassionante ed appassionata che giustamente sottolinea il gran coraggio di questa cantina quando quasi 40 anni fa, in un territorio che parlava esclusivamente il linguaggio dei vini frizzanti, decise di aprire una nuova strada con un Metodo Classico e con una produzione di vini bianchi e rossi fermi. Oggi si userebbe il termine “visionario” ma io preferisco usare “poetico” per delle persone che con l’intuizione hanno saputo abbracciare l’incertezza e trasformarla, giorno dopo giorno, in questa splendida realtà. La Malvasia Aromatica di Candia è stata considerata, specialmente nella seconda metà del 1900, un vino da grande resa ma di modesta qualità, un vino leggero e dalla personalità trasparente, piacevole ma non in grado di lasciare un segno. E’ stato grazie al paziente lavoro di aziende come Luretta, tra le prime a credere nelle sue potenzialità, che negli ultimi 30 anni la percezione di questo vitigno ha iniziato a cambiare. Una storia fatta di studio, selezione in vigna, riduzione delle rese, ricerca enologica e tanto altro, un percorso che ha permesso alla Malvasia di raccontarsi con una complessità e carattere mai rivelati, dimostrando di poter attraversare il tempo senza timori, di saper raccontare il territorio attraverso interpretazioni diverse: secca, dolce da vendemmia tardiva, con uno stile ossidativo o in macerazione, addirittura come ingrediente da aromatizzare. Questa Malvasia Aromatica di Candia oggi va considerata come una lingua, capace di esprimersi in molti contesti enologici e con la consapevolezza di dialogare alla pari con vini di livello assoluto. La conferma ce la offre proprio Luretta con una degustazione che tecnicamente si chiamerebbe verticale, ma come si fa….abbiamo assaggiato Malvasie dalla vendemmia 2000 a quella della 2024, vinificazioni secche e vendemmie tardive dolci, passiti e vermouth, ogni bottiglia racconta un’idea, il percorso ed i tentativi per realizzarla, storie sempre diverse e se poi sul banco ci mettiamo le parole di Lucio: “Era una cosa che ce la dicevamo tutte le mattine quando andavamo in cantina, c’era questo gioco che si ripeteva -“Squadra che vince si cambia” – Perché per noi era continuare a scommettere in un altro modo, in un modo diverso.” Direi che è più corretto dire che oggi abbiamo assaggiato dei bicchieri unici. Come Boccadirosa 2024, la prima Malvasia che ci viene servita. La tecnica della macerazione prefermentativa di 24 ore determina il colore ambrato e permette l’estrazione e l’amplificazione di profumi floreali e di frutta, che ingannano il sorso. Se al naso è una esplosione di sambuco, di fiori bianchi di campo, camomilla, sentori dolci che accompagnano anche la frutta, in evidenza la pesca, il melone, un che di frutta esotica che si mischia con una leggera salvia, al sorso rimane il ricordo di tutti questi sentori, eleganti e scarichi di residuo zuccherino, o comunque nettamente inferiore al presagio degli aromi. La macerazione porta anche un delicato tannino che gli serve: per donare una struttura che accompagni l’acidità e bilanci le morbidezze del vino e per chiudere il sorso con un grip ed una pulizia sul palato che chiami un altro bicchiere. Il secondo assaggio che Antonio ci prepara è l’annata 2018, importante perchè rappresenta l’ultima annata senza macerazione prefermentativa. La differenza è netta sin da subito allo sguardo, giallo paglierino carico e un po’ meno suadente con gli aromi, o meglio si cambia registro. L’aspetto floreale così evidente nella prima qui trova subito un contrappunto con i sentori di evoluzione del vino, fiori secchi e mentolati, sbuffi balsamici e vegetali, con una buona presenza minerale ed una nota agrumata di bergamotto. Il profilo mi sembra più sottile e delicato e in bocca lascia una sensazione di maggiore freschezza rispetto alla 2024, sostenuta anche da una acidità più marcata. Ancora un passo indietro ed arriviamo all’annata 2011, fermentazione con lieviti indigeni ed un leggero residuo zuccherino. Uno stile, una visione diversa dalle precedenti, parte di questo viaggio nel mondo della Malvasia Aromatica di Candia che dura ormai da più di 30 anni. Ha una leggera punta ossidativa, di riduzione, ma ci sta tutta dopo 15 anni! Prevalgono sentori di mela cotta e acacia, di salvia e timo, esce la mimosa, la parte minerale è un idrocarburo accennato. In bocca si presenta con una discreta acidità ed una punta sapida, ed è di buona persistenza. Forse tra i tre è la meno gastronomica, secondo me potrebbe aprire una serata ma non accompagnarla a tavola. Cosa facevate 26 anni fa? Cosa facevo io? Sono tanti anni…mi ricordo la minaccia del Millenium Bug, il passaggio dalle lire all’euro, ed avevo una vita completamente diversa da quella di oggi, non c’era nulla di quello che oggi mi rappresenta. Beh nel 2000 c’era chi pensava ad una linea del tempo, passata e futura, proiettava le proprie idee avanti negli anni, immaginandole soltanto, senza certezze, senza uno storico a cui far riferimento, Carla e Felice aprivano una nuova strada che oggi, è il caso di dirlo, abbiamo il privilegio di assaggiare. Una Boccadirosa del 2000 che stupisce. Stupisce che sia ancora così viva e probabilmente ancora in evoluzione, è un vino che è fatto per ricordare, è come sfogliare un album di fotografie. I sentori di questo bicchiere si mischiano l’un l’altro, noto subito un profumo vegetale e salmastro che mi ricorda un’alga, decisamente esce uno spunto balsamico mentolato, e poi ancora la salvia, un pepe bianco e della senape, ha diverse quinte che minuto dopo minuto rivela, anche in bocca mantiene una progressione di sentori che lo portano a chiudere con della frutta secca asciugando la bocca. Complesso e morbido dall’aspetto d’orato non smette di essere ancora fresco. Abbandoniamo la prima sezione dedicata alla Malvasia secca per degustare la seconda batteria e ci spostiamo sull’interpretazione dolce della Malvasia, Le Rane. Da un vigneto posto in pianura vicino ad uno stagno appunto pieno di rane. La prima è l’ annata 2020, si tratta di una vendemmia tardiva lasciata sulla pianta il più possibile, cercando sempre di mantenere un equilibrio tra la parte acida e zuccherina. Ha un tenore alcolico di 14% ed una concentrazione zuccherina di 113 grammi/litro. Si accentuano i profumi di fiori dolci e di frutta, lo zucchero è presente anche negli aromi non solo in bocca. Ma resta sempre molto bilanciato con l’acidità che è stata un filo rosso che ha legato tutte le Malvasie assaggiate sino ad ora, sempre presente sempre bilanciata. E’ un vino che richiama decisamente un formaggio a pasta morbida, o una pasticceria secca. Soltanto 10 anni fa questo tipologia di vini aveva un mercato ben diverso, tant’è che Le Rane 2016 viene servita nella versione magnum. Si nota subito un caramello che chiude sull’amaro, un miele di castagno. Ed è evidente anche una bella frutta gialla disidratata che gioca con le erbe aromatiche leggere. Il residuo zuccherino penso sia maggiore della 2022 comunque mantiene la coerenza acida delle altre annate. Altro buco nel tempo per arrivare alla 2001, annata storica per la cantina, importante e destinata a cambiare la storia di Luretta. Le Rane 2001 ottiene il riconoscimento Il Sole di Veronelli, la luce è ormai accesa su questa azienda ed a pioggia arrivano riconoscimenti sempre più importanti. Si capisce assaggiandolo: Le Rane 2001 è un vino che sembra fatto ieri! Tanto mi ha stupito Boccadirosa 2000 tanto mi ha stupito Le Rane 2001. Per la freschezza ed agilità del sorso, per l’eleganza, per l’amalgama dei sentori, per la frutta candita ed il pepe rosa, per un finale che si trascina lento lento. E sono passati 25 anni…. Una ulteriore interpretazione della Malvasia arriva nei bicchieri con Nevermore 2011. Un passito che deriva dal finale delle torchiature della vendemmia tardiva Le Rane, circa 250 litri all’anno. Fa un primo passaggio in botti grandi mischiandosi con i vini degli anni precedenti e man mano viene spostato nei caratelli da 100 litri, una sorta di metodo Solera di almeno 10 anni. Botti scolme e si lavora in ossidazione. Il colore è senza dubbio ambrato e luminoso, nel bicchiere dichiara subito la sua morbidezza muovendosi lentamente, ha degli eleganti sentori eterei che sottolineano una dolcezza disidratata, di albicocca e scorza di arancia, è un vino che richiede tempo per aprirsi sia al naso che in bocca, l’aspetto balsamico è netto con l’eucalipto, al sorso l’agrume che prevale è forse il tamarindo con note di frutta secca come i fichi e i datteri, arriva anche un caramello amaro ed ha una speziatura dolce che arriva fino allo zafferano. Morbidissimo, caldo e avvolgente, con una corrispondenza naso bocca esemplare. Super. La degustazione si chiude con questa ennesima interpretazione della Malvasia Aromatica di Candia, anzi no! continua con un pranzo molto piacevole e conviviale in abbinamento a dei piatti perfettamente centrati con il vino, preparati dallo Chef Andrea del ristorante Al Contesse di Momeliano. Oggi abbiamo assaggiato diverse interpretazioni di questo straordinario vitigno, anche un Vermouth a base di Malvasia prodotto in collaborazione con una distilleria Friulana. Se immaginassi tutti i vini degustati seduti attorno ad una tavola rotonda, personalmente al centro metterei Boccadirosa 2024. Perchè mi sembra che abbia “ascoltato” tutti gli altri, che abbia saputo prendere un po’ di carattere da tutti: dal profilo aromatico, all’equilibrio del residuo zuccherino, al colore, alla tensione, alla morbidezza, insomma è quello che fra tutti trovo più sexy e come nella canzone di Fabrizio de Andrè Boccadirosa ruba le bocche a tanti altri vini. Ma se tanto mi da tanto probabilmente anche questa versione non è che un ennesimo punto di partenza per l’Isola che non c’è. Lucio oggi, sorridendo, si è posto una domanda “il perchè di tanta inquietudine”. Forse le parole di Camillo Sbarbaro, poeta ligure di fine 1800 e che per me è stato più volte negli anni la risposta che cercavo, chiudono un cerchio: “Perchè a me par, vivendo questa mia povera vita,
un’altra rasentarne come nel sonno,
e che quel sonno sia la mia vita presente”. Sprofondiamo nelle passioni. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Ma intanto lui sta facendo il suo percorso, ed è questo che secondo me è importante.
Cercare di capire cosa sta succedendo” (Lucio Salamini) Ed è proprio quello che è successo sabato 20 giugno alla cantina Luretta, al Castello di Momeliano, storica ed iconica azienda dei colli Piacentini. Una full immersion di grande intensità emotiva e sensoriale nella Malvasia Aromatica di Candia, vitigno principe di questo areale e non solo, attraverso 26 anni di vinificazioni, tradizioni ed innovazioni, sfide e…. – vuoi che in un Castello non ci sia magia? certo che si – e di magia. Questa giornata dedicata è stata fortemente voluta dalla Famiglia Salamini, la Signora Carla Asti moglie e fondatrice con il marito Felice Salamini, e suo figlio Lucio, affiancati da Antonio Montano, anch’esso volto imprescindibile dell’azienda, persona coinvolgente, appassionante ed appassionata che giustamente sottolinea il gran coraggio di questa cantina quando quasi 40 anni fa, in un territorio che parlava esclusivamente il linguaggio dei vini frizzanti, decise di aprire una nuova strada con un Metodo Classico e con una produzione di vini bianchi e rossi fermi. Oggi si userebbe il termine “visionario” ma io preferisco usare “poetico” per delle persone che con l’intuizione hanno saputo abbracciare l’incertezza e trasformarla, giorno dopo giorno, in questa splendida realtà. La Malvasia Aromatica di Candia è stata considerata, specialmente nella seconda metà del 1900, un vino da grande resa ma di modesta qualità, un vino leggero e dalla personalità trasparente, piacevole ma non in grado di lasciare un segno. E’ stato grazie al paziente lavoro di aziende come Luretta, tra le prime a credere nelle sue potenzialità, che negli ultimi 30 anni la percezione di questo vitigno ha iniziato a cambiare. Una storia fatta di studio, selezione in vigna, riduzione delle rese, ricerca enologica e tanto altro, un percorso che ha permesso alla Malvasia di raccontarsi con una complessità e carattere mai rivelati, dimostrando di poter attraversare il tempo senza timori, di saper raccontare il territorio attraverso interpretazioni diverse: secca, dolce da vendemmia tardiva, con uno stile ossidativo o in macerazione, addirittura come ingrediente da aromatizzare. Questa Malvasia Aromatica di Candia oggi va considerata come una lingua, capace di esprimersi in molti contesti enologici e con la consapevolezza di dialogare alla pari con vini di livello assoluto. La conferma ce la offre proprio Luretta con una degustazione che tecnicamente si chiamerebbe verticale, ma come si fa….abbiamo assaggiato Malvasie dalla vendemmia 2000 a quella della 2024, vinificazioni secche e vendemmie tardive dolci, passiti e vermouth, ogni bottiglia racconta un’idea, il percorso ed i tentativi per realizzarla, storie sempre diverse e se poi sul banco ci mettiamo le parole di Lucio: “Era una cosa che ce la dicevamo tutte le mattine quando andavamo in cantina, c’era questo gioco che si ripeteva -“Squadra che vince si cambia” – Perché per noi era continuare a scommettere in un altro modo, in un modo diverso.” Direi che è più corretto dire che oggi abbiamo assaggiato dei bicchieri unici. Come Boccadirosa 2024, la prima Malvasia che ci viene servita. La tecnica della macerazione prefermentativa di 24 ore determina il colore ambrato e permette l’estrazione e l’amplificazione di profumi floreali e di frutta, che ingannano il sorso. Se al naso è una esplosione di sambuco, di fiori bianchi di campo, camomilla, sentori dolci che accompagnano anche la frutta, in evidenza la pesca, il melone, un che di frutta esotica che si mischia con una leggera salvia, al sorso rimane il ricordo di tutti questi sentori, eleganti e scarichi di residuo zuccherino, o comunque nettamente inferiore al presagio degli aromi. La macerazione porta anche un delicato tannino che gli serve: per donare una struttura che accompagni l’acidità e bilanci le morbidezze del vino e per chiudere il sorso con un grip ed una pulizia sul palato che chiami un altro bicchiere. Il secondo assaggio che Antonio ci prepara è l’annata 2018, importante perchè rappresenta l’ultima annata senza macerazione prefermentativa. La differenza è netta sin da subito allo sguardo, giallo paglierino carico e un po’ meno suadente con gli aromi, o meglio si cambia registro. L’aspetto floreale così evidente nella prima qui trova subito un contrappunto con i sentori di evoluzione del vino, fiori secchi e mentolati, sbuffi balsamici e vegetali, con una buona presenza minerale ed una nota agrumata di bergamotto. Il profilo mi sembra più sottile e delicato e in bocca lascia una sensazione di maggiore freschezza rispetto alla 2024, sostenuta anche da una acidità più marcata. Ancora un passo indietro ed arriviamo all’annata 2011, fermentazione con lieviti indigeni ed un leggero residuo zuccherino. Uno stile, una visione diversa dalle precedenti, parte di questo viaggio nel mondo della Malvasia Aromatica di Candia che dura ormai da più di 30 anni. Ha una leggera punta ossidativa, di riduzione, ma ci sta tutta dopo 15 anni! Prevalgono sentori di mela cotta e acacia, di salvia e timo, esce la mimosa, la parte minerale è un idrocarburo accennato. In bocca si presenta con una discreta acidità ed una punta sapida, ed è di buona persistenza. Forse tra i tre è la meno gastronomica, secondo me potrebbe aprire una serata ma non accompagnarla a tavola. Cosa facevate 26 anni fa? Cosa facevo io? Sono tanti anni…mi ricordo la minaccia del Millenium Bug, il passaggio dalle lire all’euro, ed avevo una vita completamente diversa da quella di oggi, non c’era nulla di quello che oggi mi rappresenta. Beh nel 2000 c’era chi pensava ad una linea del tempo, passata e futura, proiettava le proprie idee avanti negli anni, immaginandole soltanto, senza certezze, senza uno storico a cui far riferimento, Carla e Felice aprivano una nuova strada che oggi, è il caso di dirlo, abbiamo il privilegio di assaggiare. Una Boccadirosa del 2000 che stupisce. Stupisce che sia ancora così viva e probabilmente ancora in evoluzione, è un vino che è fatto per ricordare, è come sfogliare un album di fotografie. I sentori di questo bicchiere si mischiano l’un l’altro, noto subito un profumo vegetale e salmastro che mi ricorda un’alga, decisamente esce uno spunto balsamico mentolato, e poi ancora la salvia, un pepe bianco e della senape, ha diverse quinte che minuto dopo minuto rivela, anche in bocca mantiene una progressione di sentori che lo portano a chiudere con della frutta secca asciugando la bocca. Complesso e morbido dall’aspetto d’orato non smette di essere ancora fresco. Abbandoniamo la prima sezione dedicata alla Malvasia secca per degustare la seconda batteria e ci spostiamo sull’interpretazione dolce della Malvasia, Le Rane. Da un vigneto posto in pianura vicino ad uno stagno appunto pieno di rane. La prima è l’ annata 2020, si tratta di una vendemmia tardiva lasciata sulla pianta il più possibile, cercando sempre di mantenere un equilibrio tra la parte acida e zuccherina. Ha un tenore alcolico di 14% ed una concentrazione zuccherina di 113 grammi/litro. Si accentuano i profumi di fiori dolci e di frutta, lo zucchero è presente anche negli aromi non solo in bocca. Ma resta sempre molto bilanciato con l’acidità che è stata un filo rosso che ha legato tutte le Malvasie assaggiate sino ad ora, sempre presente sempre bilanciata. E’ un vino che richiama decisamente un formaggio a pasta morbida, o una pasticceria secca. Soltanto 10 anni fa questo tipologia di vini aveva un mercato ben diverso, tant’è che Le Rane 2016 viene servita nella versione magnum. Si nota subito un caramello che chiude sull’amaro, un miele di castagno. Ed è evidente anche una bella frutta gialla disidratata che gioca con le erbe aromatiche leggere. Il residuo zuccherino penso sia maggiore della 2022 comunque mantiene la coerenza acida delle altre annate. Altro buco nel tempo per arrivare alla 2001, annata storica per la cantina, importante e destinata a cambiare la storia di Luretta. Le Rane 2001 ottiene il riconoscimento Il Sole di Veronelli, la luce è ormai accesa su questa azienda ed a pioggia arrivano riconoscimenti sempre più importanti. Si capisce assaggiandolo: Le Rane 2001 è un vino che sembra fatto ieri! Tanto mi ha stupito Boccadirosa 2000 tanto mi ha stupito Le Rane 2001. Per la freschezza ed agilità del sorso, per l’eleganza, per l’amalgama dei sentori, per la frutta candita ed il pepe rosa, per un finale che si trascina lento lento. E sono passati 25 anni…. Una ulteriore interpretazione della Malvasia arriva nei bicchieri con Nevermore 2011. Un passito che deriva dal finale delle torchiature della vendemmia tardiva Le Rane, circa 250 litri all’anno. Fa un primo passaggio in botti grandi mischiandosi con i vini degli anni precedenti e man mano viene spostato nei caratelli da 100 litri, una sorta di metodo Solera di almeno 10 anni. Botti scolme e si lavora in ossidazione. Il colore è senza dubbio ambrato e luminoso, nel bicchiere dichiara subito la sua morbidezza muovendosi lentamente, ha degli eleganti sentori eterei che sottolineano una dolcezza disidratata, di albicocca e scorza di arancia, è un vino che richiede tempo per aprirsi sia al naso che in bocca, l’aspetto balsamico è netto con l’eucalipto, al sorso l’agrume che prevale è forse il tamarindo con note di frutta secca come i fichi e i datteri, arriva anche un caramello amaro ed ha una speziatura dolce che arriva fino allo zafferano. Morbidissimo, caldo e avvolgente, con una corrispondenza naso bocca esemplare. Super. La degustazione si chiude con questa ennesima interpretazione della Malvasia Aromatica di Candia, anzi no! continua con un pranzo molto piacevole e conviviale in abbinamento a dei piatti perfettamente centrati con il vino, preparati dallo Chef Andrea del ristorante Al Contesse di Momeliano. Oggi abbiamo assaggiato diverse interpretazioni di questo straordinario vitigno, anche un Vermouth a base di Malvasia prodotto in collaborazione con una distilleria Friulana. Se immaginassi tutti i vini degustati seduti attorno ad una tavola rotonda, personalmente al centro metterei Boccadirosa 2024. Perchè mi sembra che abbia “ascoltato” tutti gli altri, che abbia saputo prendere un po’ di carattere da tutti: dal profilo aromatico, all’equilibrio del residuo zuccherino, al colore, alla tensione, alla morbidezza, insomma è quello che fra tutti trovo più sexy e come nella canzone di Fabrizio de Andrè Boccadirosa ruba le bocche a tanti altri vini. Ma se tanto mi da tanto probabilmente anche questa versione non è che un ennesimo punto di partenza per l’Isola che non c’è. Lucio oggi, sorridendo, si è posto una domanda “il perchè di tanta inquietudine”. Forse le parole di Camillo Sbarbaro, poeta ligure di fine 1800 e che per me è stato più volte negli anni la risposta che cercavo, chiudono un cerchio: “Perchè a me par, vivendo questa mia povera vita,
un’altra rasentarne come nel sonno,
e che quel sonno sia la mia vita presente”. Sprofondiamo nelle passioni. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
26 Giugno, 2026
Viconari. Il giusto sbaglio del Pecorino
Montefiore dell’Aso, nel cuore della Val Menocchia. Dove?? Marche, Sud delle Marche.
E’ un territorio che oggi fatica ancora a trovare posto sulle mappe del vino, con una successione di colline che guardano l’Adriatico senza mai cercare di assomigliare a territori più celebri, proprio per questo affascinante. Al bello ci si può abituare, anche in fretta, il nuovo invece ti rende curioso e vorace di conoscenza.
Soprattutto quando Raimondo ti dice: ” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”. Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà. Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità. L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio. Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino. Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato… La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione. Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle. Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio. Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini. In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate. Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi. Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia. Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro. Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse. Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire. Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica. Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma. Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato. In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga. E’ un vino avvolgente che ti rasserena. Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino. Spiazzante! Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via. Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze. Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”. Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo. Quindi, che Sangiovese sarà? Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
Leggi
Soprattutto quando Raimondo ti dice: ” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”. Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà. Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità. L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio. Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino. Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato… La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione. Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle. Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio. Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini. In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate. Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi. Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia. Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro. Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse. Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire. Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica. Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma. Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato. In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga. E’ un vino avvolgente che ti rasserena. Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino. Spiazzante! Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via. Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze. Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”. Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo. Quindi, che Sangiovese sarà? Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire