Il viaggio di Orfeo è il mio viaggio da musicista attraverso le passioni che si incontrano nella vita, un po con l’arte, un po con la musica, un po con il vino, un po con le persone cerco di raccontare i miei incontri con i vignaioli e le loro famiglie.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai, è proprio cosi. Voglio raccontare di quelle persone che non perdono mai l’infinita voglia di andare alla seconda stella a destra.
15 Marzo, 2026
Pinot Grigio DOC Delle Venezie. Strategie di posizionamento
Ci deve pur essere un motivo se alla città di Milano hanno dedicato un colore riconosciuto, anzi ufficiale: Grigio Milano.
Grigio come la “scighera”, la nebbia, o come la pietra più usata nei rivestimenti delle facciate dei palazzi signorili della Vecchia Milano, il Ceppo di Gre, dall’aspetto nuvoloso.
Eh già, perchè proprio quando la primavera sembra essere ad un soffio dalle tue mani, anticipata da fresche giornate ricamate dalle prime fioriture, dalla musica degli aperitivi a cielo aperto, ecco che arriva una giornata Grigio Milano, proprio come oggi 10 Marzo.
Freddo, pioggia e traffico. Un classico!
Però….Milan l’è semper un grand Milan, e per non smentirsi ospita a Villa Necchi Campiglio , riconosciuta come una delle dimore più belle al mondo e patrimonio del FAI, un incontro promosso dal Consorzio Vini DOC Delle Venezie “Tracciabilità e identità territoriale: il Contrassegno come garanzia e strumento di racconto del Pinot Grigio DOC Delle Venezie”
Il luogo.
Villa Necchi Campigli è un capolavoro dell’Architetto razionalista Piero Portaluppi, molto attivo a Milano dagli anni 20 agli anni 60 del secolo scorso, commissionata con il sogno di ogni Architetto cioè “senza limite di budget”. E Piero Portalupi l’ha preso alla lettera dando libertà a tutto il suo genio, e ne aveva tanto, tanto da pensare negli anni 20 ad una piscina all’aperto riscaldata, a materiali, a proporzioni degli spazi, agli stucchi a soffitto, agli arredi, persino alle tazzine del caffè, che non sono solo lussuosi ma suonano insieme in un modo semplicemente inarrivabile.
Senza considerare le collezioni di arte da quella antica sino alla meta del 1900, da Tintoretto a Giacomo Balla, dal Canaletto a Umberto Boccioni, Da Giorgio Morandi ad Arturo Martini. Così che anche il Grigio Milano ha più senso e dialoga con il calore di queste stanze, ricche di dettagli e di passioni.
Il Consorzio
In questo contesto il Consorzio Pinot Grigio DOC Delle Venezie ha presentato una conferenza stampa
Che segna un passaggio chiave nella nuova strategia di posizionamento della denominazione e che mette al centro il nuovo contrassegno di Stato tricolore come sintesi tra territorio, tutela istituzionale e innovazione tecnologica: non solo strumento di garanzia e tracciabilità, ma leva strategica di racconto e valorizzazione.
Il Triveneto è un enorme anfiteatro ricco di straordinari terrori e di biodiversità, dalle Dolomiti al Lago di Garda, fino al mare di Venezia ed alle colline del Collio, il Pinot Grigio ha trovato spazio in queste terre alla fine del 1800 diventandone un simbolo, tant’è che oggi è uno dei vini più esportati al mondo.
Da qui la necessità di un Consorzio che nasce nel 2017 dalla volontà comune di includere in un unica grande denominazione le aree del Friuli Venezia Giulia, la Provincia di Trento ed il Veneto, con l’obiettivo di promuovere ed a sviluppare la Doc Delle Venezie nel mondo.
Già ad oggi i numeri sono molto importanti, l’areale produce il 43 % del Pinot Grigio mondiale e l’85% di quello nazionale, e con il riconoscimento da parte del Ministero dell’Agricoltura nel 2020 e la collaborazione recente con il Poligrafico dello Stato con il nuovo contrassegno di Stato ed i nuovi QR Code più ricchi di informazioni, il Consorzio è pronto per consolidare i suoi mercati storici degli Stati Uniti, Canada, Germania ed Inghilterra, ed affrontare nuovi contesti quali l’Asia, l’America Latina, con particolare attenzione a Brasile e Messico.
Nella tavola rotonda moderata dal vicedirettore del Corriere della Sera Luciano Ferraro, tanti sono stati gli interventi dal Presidente del Consorzio Luca Rigotti a Francesco Liantonio Presidente di Triveneta Certificazioni, da Paolo Pigliacello di Symbola Fondazione per le qualità italiane a Matteo Taglienti Direttore dell’Istituto Poligrafico dello Stato, uniti nel sottolineare l’importanza di questo sforzo comune e strategia di mercato che parte dal nuovo contrassegno e dal nuovo QR Code, un passaporto digitale della bottiglia, capace di connettere tracciabilità, sicurezza e dialogo diretto con il consumatore in tutto il mondo.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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28 Febbraio, 2026
Castello di Stefanago. Il tempo della pienezza
Ogni cosa ha il suo tempo.
Recita così un famoso detto popolare, suonando come un perentorio invito ad assaporare il piacere della lentezza, del giusto tempo, un invito a spendersi prendendosi cura dell’attesa, senza fretta e gustandosi gli attimi.
Si impara.
Si impara a porre attenzione ai dettagli delle cose, si impara ad essere intuitivi e curiosi, si impara che il tempo non sottrae ma restituisce.
E’ proprio così! Ricordo quando studiavo musica, chitarra classica, come affrontavo lo studio di un nuovo brano per un concorso o per cambiare repertorio concertistico, o semplicemente per puro piacere.
Una quindicina di pagine, poco più di dieci, dodici minuti di musica moltiplicavano i giorni, le settimane e i mesi prima di uscire dalle mie dita lasciandomi la sensazione di “ecco, è il tempo giusto”.
Le prime settimane per leggere e risolvere le difficolta tecniche del brano, almeno un altro paio per impararlo a memoria annotando dinamiche, punteggiature musicali, fraseggi e poi sul più bello…dimenticarselo, chiuderlo in un cassetto e non pensarci più per mesi. Tanti.
E’ in questo “dimenticarselo” che ho imparato che il tempo non sottrae ma restituisce, lo scorrere dei giorni piano piano, lentamente, altro non è che un processo mentale inconscio che genera idee, che suggerisce soluzioni, che matura, o per restare in tema vinicolo, affina ciò che veramente è importante in quindici pagine di note: la musica. Un sentimento.
E la magia si ripeteva ogni volta! Dopo l’abbandono le pagine ritrovate suonavano fluide, legate, discorsive, senza gravità, ovvie.
La lentezza è una forma di perfezione.
Lo sanno bene anche al Castello di Stefanago, cantina biodinamica dell’Oltrepo Pavese, che con i suoi metodi ancestrali supera tranquillamente i cento mesi di affinamento, e come scrivono sul loro sito
A Stefanago non seguiamo ricette fisse: ascoltiamo ogni annata. Il nostro metodo si basa sulla comprensione dei ritmi della natura e sul lasciare che ogni vendemmia si esprima pienamente. Il fattore tempo è fondamentale, soprattutto nella raccolta manuale delle uve. Ogni anno definiamo un piano dedicato per valorizzare al massimo ciò che la natura offre. Questa collaborazione con la natura, fondata su osservazione e tempismo, dà origine a vini che cambiano in modo sottile di anno in anno. Proprio questa variabilità è l’essenza della nostra vinificazione.
Qui sono di casa l’Orangiosauro, l’Amico Frizz, Sbarbatello, Pincopallo, Ivan Drago, e tanti altri, volevamo incontrarli e ci siamo andati, ed è stato un Elogio della lentezza.
Già, potrebbe essere questa la sintesi di una giornata trascorsa in compagnia di amici, Ilaria ed Alberto, in un Castello in cima ad una collina, con il cellulare che prende poco, immersi nel silenzio con solo il suono delle nostre parole e dei nostri passi, e certamente anche il rumore di tante bottiglie stappate!
Ogni tanto è bellissimo perdersi così nel tempo, crearsi due parentesi ed abitarci a più non posso godendo di ogni secondo con pienezza.
Diciamo che la prima parentesi si apre ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, nel Comune di Borgo Priolo dove una minuscola stradina panoramica, attraversando prati e boschi ci guida verso il Castello di Stefanago, boschi a destra, boschi a sinistra. Una volta arrivati se non fosse per il cancello elettrico verrebbe da pensare che siamo nel 1400, quasi 1500.
Varcato il cancello si entra in un incantesimo, lo stesso che vuole la costruzione di questa fortezza in soli tre giorni, e dopo una breve salita si rivela in tutta la sua bellezza e magnificenza che ha saputo attraversare più di mille anni senza sforzi apparenti.
Nei secoli è passato di mano in mano dalle famiglie più nobili del tempo, gli Sforza, i Dal Verme, i Malaspina, e dal 1800 appartiene alla famiglia dei Conti Baruffaldi.
Vanta un territorio di circa 130 ettari tra boschi, laghetti, campi, coltivazioni di cereali che utilizzano poi per la propria birra artigianale, da qualche hanno creato anche un birrificio lo Stuvenagh, e naturalmente viti, circa 20 ettari.
Ci viene incontro Giacomo fiero custode del Castello, che con il fratello Antonio, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, guida l’azienda da decenni.
Partiamo subito con la visita alla Torre, nucleo originale del Castello risalente al XI secolo, le facciate sono esattamente posizionate sui punti cardinali, quasi tutto è rimasto come in origine.
In cima alla Torre si gode di un panorama straordinario, ovattato dal silenzio e dalla leggera bruma di stagione, a sud una distesa infinita di boschi e colline ci portano al Monte Lesima innevato, diviso tra Lombardia e Liguria, ad ovest il Piemonte sembra ad un passo con il Castello di Pozzol Groppo in cima ad una collina, le Alpi sono protagoniste di una quinta scenografica da brivido, fino a vedere Milano a Nord, mentre ad Est, valle dopo valle, scorgiamo la Val Tidone, territorio del Piacentino.
Da questa postazione privilegiata Giacomo ci guida in un tour a distanza tra le vigne della cantina, sottolineando l’aspetto e la vocazione contadina che da sempre appartiene alla loro famiglia.
Giacomo sostiene che “il vino è il mezzo per raccontare la storia di un territorio”, e allora si abbraccia una coabitazione con la natura, la raccolta dell’uva è tutta manuale, le erbe di campo incolte sono di casa tra i filari e sono alleate preziose per ciò che possono apportare al nutrimento delle viti, un sovescio spontaneo e sempre variabile che rende superflua qualsiasi forma di concimazione chimica, si impara e si insegna ad osservare, attendere ed intervenire solo in soccorso.
E’ un racconto che continua nella loro cantina, essenziale, senza fronzoli, utilizzano solo lieviti indigeni e botti di medie e grandi dimensioni per l’elevazione, acacia per i bianchi e rovere per i rossi.
Il vino è il mezzo per raccontare anche un’altra storia. La loro storia.
Entriamo quindi nella sala degustazione, il clima è decisamente familiare e caldo, si sta molto bene.
Tutta la famiglia è coinvolta in questo progetto agricolo, attorno ad un tavolo si ride e si chiacchiera, pensando con quale vino iniziare la degustazione assaggiamo salumi e formaggi locali, e cosa vuoi dire….., e la loro splendida giardiniera, tutta dal loro orto.
Il primo vino che assaggiamo è un Metodo Ancestrale Blanc de Noir Pinot Nero di 24 mesi, doverosa è una premessa: tutti i loro spumanti sono vinificati con il Metodo Ancestrale.
Questa tecnica permette la spumantizzazione di uve raccolte al pieno della loro maturazione fenolica, uve che hanno raggiunto la totale maturità zuccherina ed aromatica, ciò consente di utilizzare lo zucchero presente nell’uva sia per la prima che per la seconda fermentazione arricchendo di struttura ed aromi lo spumante finale.
Pertanto non si produce un vino base, come nel Metodo Classico o nel Metodo Martinotti, ma un mosto che ha parzialmente svolto la prima fermentazione interrotta dal naturale abbassamento delle temperature all’avvicinarsi dell’inverno, fino a lasciare il residuo zuccherino necessario per la ripresa della fermentazione in primavera con l’innalzarsi delle temperature.
Beh, tornando alla degustazione….
Il 24 mesi si palesa con un bel colore giallo oro, quasi ramato, si gusta a pieno la frutta matura, e qualche nota esotica di ananas sempre bel maturo, si riconosce la fragranza dell’erba ed un piacevole agrume finale che riconosco nel bergamotto, il sorso è morbido e con una acidità che non sovrasta mai i primi sentori di frutta e fiori, è il primo di una lunga serie di Metodi Ancestrali, ci da il benvenuto in famiglia.
Continuando sempre con le bollicine, con un vino frizzante, arriviamo all’ Amico Frizz (non mi rompere le bolle), 2024.
Questo vino fa parte di una linea pensata per essere agile e beverina, fresca e dinamica.
Vini che non vogliono essere per forza i protagonisti della serata ma che accompagnano e sottolineano il piacere della convivialità, una bella serata tra amici.
E’ un Riesling, il primo di un trittico, rifermentato in bottiglia che si esprime più sui fiori che sui frutti, secondo me, mughetto e biancospino, fiori di campo e camomilla, poi una bella mela croccante e qualche erba aromatica leggera leggera, porta allegria, e con il tagliere che stiamo degustando si rivela a pieno come “accompagnatore” di tavolate.
Sempre Riesling e sempre stessa linea è Pinco Pallo 2023, qui sentiamo un po’ l’idrocarburo tipico del vitigno e andiamo su note più…..tendenti al dolce come pasticceria, miele, mango, qualcosa di mentolato, ed una leggera ossidazione, molto piacevole.
La particolarità di questo vino è la gradazione alcolica piuttosto bassa 10,5 gradi alcol. E come dice Giacomo….
Se ne bevi una bottiglia, domani non devi preoccuparti di cancellare i messaggi.
La saggezza del contadino!
Il terzo Riesling, San Rocco 2016, è decisamente più complesso e completo, pensato per esserlo.
Questo si che in una tavolata diventa il protagonista.
L’idrocarburo si trasforma in un profumo, l’aroma rimbalza tra frutta a polpa gialla e pepe rosa, tra balsamico ed erbe officinali, tanta frutta secca nocciola e cera d’api, è un vino molto coerente tra naso e bocca, quasi dieci anni ed un potenziale di invecchiamento ancora notevole. Il sorso è lungo ed estremamente interessante, si scopre bevendolo.
E’ una giornata particolarmente piacevole, una degustazione fatta in compagnia di amici ha un altro valore, l’empatia poi con Giacomo ed Antonio aggiunge quel tocco di “sentirsi a casa” che non è sempre scontato ed ogni nuovo assaggio è uno spunto per discutere del vino ed iniziare, o continuare, discorsi su discorsi, e così assaggiando un Pinot Nero, quantomeno atipico, ci si ritrova a parlare di Nouvelle Vague e di Werner Herzog, di Maurizio Cattelan e di Bruno Munari, del valore economico e del valore poetico delle cose.
Beh, il Pinot Nero in questione è Sbarbatello (una vite da monello) 2024, con una piccola percentuale di uva che viene sottoposta a macerazione semicarbonica, l’estrazione del carattere fruttato si fa sentire eccome, risulta un vino croccante e vivace, è il vino preferito di Giacomo in estate, freddo. In effetti anche noi lo abbiamo assaggiato se non freddo, almeno fresco, e si dimostra efficace, scattante, con una piacevolissima acidità che cerca di rubare la scena ai frutti rossi, non perde nemmeno per un attimo la consueta eleganza del vitigno. Da bere quando ti chiama il commercialista, o piove e tu dimentichi l’ombrello, o perdi il treno, insomma…..torni a casa e lo Sbarbatello ti riporta a sorridere.
Stefano, il figlio di Antonio, entra all’improvviso a gamba tesa sugli equilibri della degustazione con un Metodo Ancestrale 100 mesi, Pinot Nero con un 10% di Chardonnay riserva.
E’ una vertigine di profumi, complesso, subito si manifesta la nota ossidativa che in questo caso regala quel tocco in più che sposa e fa da sfondo a tutti gli altri aromi, la noce, il tiglio, la pasticceria secca, il timo, le note di miele d’acacia, il pino mugo, la nota fumè della pietra focaia, fiori secchi, la bollicine è cremosa e molto fine.
L’abbinamento con il cibo? Si, ma non necessariamente. Sorso dopo sorso è un piacere scoprirlo in solitaria.
Come spesso sottolinea Giacomo i loro vini sono espressioni “fuori dal coro” canonico del vitigno, sono reinterpretazioni variabili di anno in anno a seconda di ciò che la vigna offre.
L’Orangiosauro (mi stai sulle bucce) interpreta molto bene questo stare “fuori dal coro”, è uno Chardonnay macerato, con piccola percentuale di Cortese.
Chardonnay macerato……già! E quelle note di banana, vaniglia, burro, mandorla….No! Apriamo altre porte, perlopiù nuove, almeno per me.
Già il colore vira sull’aranciato e gli aromi subito evidenti sono quelli agrumati, di pompelmo rosa in primis, di crosta di pane, di frutta si ma piuttosto acida e un minerale calcareo, lascia una scia di freschezza sapida, secca e tanto persistente, eredità dell’uva Cortese.
Chiudo con il vino che oggi, più di tutti, ha saputo bussare alla porta del mio cuore sussurrandogli “….I was made for lovin’ you baby, you were made for lovin’ me”.
Metodo Ancestrale 60 mesi Rosè, Pinot Nero.
Bellissimo colore buccia di cipolla dorata, lamponi, frutti di bosco, penso anche ad uno yogurt alla fragola, profumo di rosa canina, una punta di ossidazione….sexy, al posto giusto, tenui note di spezie dolci e anche di melograno, con una mandorla dolce finale.
Il perlage è ricco e fine, è un vino molto persistente, elegante ma con tanta grinta, bello teso. L’equilibrio secondo me è stato proprio centrato.
E’ stata una ricca degustazione, con tanti assaggi sia di cibo che di vini, tanti aneddoti, tante storie, tanto tempo dedicato con pienezza.
La seconda parentesi si chiude ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, sulla via del ritorno.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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21 Febbraio, 2026
Wine Siena 2026. L’eccellenza è un’attitudine
Si presenta così il Merano Wine Festival con i suoi Wine Hunter.
Se a Merano l’eccellenza è rappresentata, oltreché dai vini, anche dalla location storica in uso sin dalla prima edizione della fiera nel 1992, l’elegante e raffinato Kurhaus capolavoro dello stile liberty con le sue sale, a Siena dal 30 gennaio al 2 febbraio è andato in scena Wine Siena, giunta all’undicesima edizione ed organizzata anch’essa dal Merano Wine Festival, in uno scenario….decisamente unico, immaginifico, che trascende e sublima il concetto di eccellenza: il complesso di Santa Maria della Scala, con la maestosa Sala del Pellegrinaio che lascia senza fiato, le sue sei campate, i cicli di affreschi, i capitelli, lo sfondo di blu cobalto che sottolinea i fraseggi delle preziose decorazioni, da Sindrome di Sthendal.
Santa Maria della Scala nasce come Ospedale per i pellegrini, uno dei primi Ospedali in Europa, intorno all’anno 1000 e resta tale addirittura sino al 1995, solo successivamente ne viene convertito l’uso in complesso museale.
Certo è che passeggiare in mezzo a queste miriadi di meraviglie, gallerie, sale affrescate, sculture rinascimentali, cicli di affreschi, passando da un Brunello di Montalcino ad uno Chardonnay, da un Barolo ad una Vernaccia è davvero sempre emozionante.
Quest’anno la Fiera si presenta “al contrario” di come organizzata gli anni scorsi, le cantine ospiti provenienti da fuori Regione, posizionate quasi tutte al piano superiore, mentre quelle toscane, e sono davvero tante, occupano il piano terra.
E allora! Se l’eccellenza è davvero un attitudine, assaggiando, commentando, confrontando ne abbiamo selezionate alcune, impossibile assaggiare tutto, eccole.
Un Sauvignon Exclusiv ed un Pinot Nero riserva Exclusiv della cantina Ploner, siamo vicini a Merano, i primi due centri della giornata.
Il Sauvignon Exclusiv, affinamento in botti grandi di acacia, merita un bicchiere da rosso e va trattato come un rosso, quasi a temperatura ambiente, versato e lasciarlo nel bicchiere qualche istante.
Ha tanto da raccontare sia la naso che in bocca.
Complesso tra note pungenti di pepe rosa, balsamiche, vegetali, seduce con la dolcezza della frutta esotica come ananas e mango, profuma di tiglio e fiori gialli, esplosivo in bocca riempie tutto il palato in un secondo, le classiche note del Sauvignon sono pareggiate da un pompelmo rosa, dal sambuco, dal melone, dalla salvia e da una persistenza molto molto lunga. L’equilibrio ci pare centrato a pieno.
Stessa qualità dimostrata anche nel Pinot Nero Riserva Exclusiv, un colore…..rubino tenue e delicato, trasparente, una manciata di petali di rosa è quello che subito si riconosce al naso, poi i frutti di bosco, un sottobosco secco, spaziature dolci di noce moscata e chiodi di garofano, in bocca risulta più intenso di quel che ci si aspettava, racconta sempre dell’eleganza del Pinot nero con note balsamiche e di grande freschezza.
Un Grillo Riserva ed un Perricone Riserva, vitigno che merita tanta attenzione, si va in Sicilia, a Marsala, con la cantina Birgi.
Da dei vigneti a pochi metri dal mare e dalle saline, nella riserva di Feudo Stagnone, nascono i due vini assaggiati oggi, il primo è un Grillo Riserva Feudo Stagnone, passaggio in barrique nuove, e che dire….che sa di mare? E si che si sente il mare! Perché salino lo è, iodato pure, fresco è fresco, diciamo che la barrique, 70% del vino fa passaggio, non tutto, lo struttura anche verso toni più morbidi di vaniglia, ma non esagerata, gli agrumi sono freschi e dolci, chiude con una mandorla quasi dolce. Dal colore giallo dorato con riflessi verdolini e dalla buona struttura e persistenza questo Grillo Riserva è decisamente un vino che chiama il cibo, ovviamente di mare.
Il secondo assaggio è un Perricone Riserva Feudo Stagnone, vitigno il Perricone dalle grandi doti e sorprese, come in questo caso.
Porta con se subito una nota fresca di eucalipto, di erbe mediterranee, ci viene in mente il mirto, il fiore del rosmarino, è molto morbido e rotondo, sa farsi piacere anche con la frutta rossa che sprigiona come confettura e con la liquirizia finale bilanciata da una sapidità che, a due passi dal mare, c’è.
Sorso dopo sorso lo si finisce alla svelta.
Horatio è una cantina di un giovane viticoltore del Sannio, in Campania, Orazio che dopo gli studi di enologia e dopo esperienze in giro per l’Europa, decide di staccarsi dall’azienda di famiglia per iniziarne una propria.
Questa in degustazione è la prima annata, ci versa una Falanghina, Campo ai Confini, che viene raccolta per il 70% alla maturazione tecnologica ed il restante 30% in surmaturazione.
E’ un vino che gioca molto sui fiori e sulla frutta, fiori di campo, freschi, fiori di zagara, e così la frutta con una mela verde croccante, una pesca croccante, è un vino che porta l’estate, molto piacevole.
Corte di Notieri invece è un Aglianico del Sannio di buona struttura, una sventagliata di pepe nero a coprir le viole, la frutta rossa matura e le ciliegie sottospirito, c’è anche la dolcezza della cannella come sfondo.
Il tannino è abbastanza integrato, Corte di Notieri si dimostra un vino che incuriosisce, bisogna aspettarlo un paio di anni, va beh….prima annata! Per goderselo al meglio.
La vicinanza di una seconda cantina Campana da la possibilità di un parallelo con una versione un po’ più strutturata della Falanghina, la Cantina Vinosia ci versa Fontana della Loggia, Falanghina Irpinia, la persistenza è maggiore rispetto alla compagna di banco, frutta e fiori sempre in evidenza ma i toni sono più maturi e morbidi, frutta esotica ed agrumi, pompelmo rosa, la rendono più lunga.
Sempre da Vinosia assaggiamo un Taurasi, confermandosi come uno splendido vino, Santandrea Taurasi affina oltre un anno in barrique e quasi altri due in bottiglia, rubino intenso con qualche riflesso granato, profumatissimo di marmellata, ciliegie sotto spirito, ricco di note balsamiche, di anice stellato, di noce moscata e cacao amaro, chiodi di garofano, un vino completo che anche in bocca rilascia gli stessi piaceri, intenso e teso, ben equilibrato il tannino con acidità e grado alcolico.
Quasi un peccato berlo adesso….
La Puglia ci offre un rosato con la cantina Pietraventosa, di Gioia del Colle, Est Rosa è un Primitivo energico, di corpo già dal colore cerasuolo carico, i profumi di rosa, fragola, ciliegia, di pepe rosa, sorprendono il palato anche con accenti minerali, un lieve tannino, morbido si ma bello corposo, si amplifica se in abbinamento al cibo, il pesce senz’altro, ma anche con una fresca mozzarella di bufala ha il suo perché. Molto buono.
In Umbria conosciamo il Trebbiano Spoletino, figlio della grande famiglia dei Trebbiani.
Una delle prime cantine a riscoprirlo e valorizzarlo è stata la Cantina Perticaia, a Montefalco, è un vino elegante e fine, delicato, esalta i profumi ed aromi di pesca bianca, lime, sambuco, un po’ di pepe bianco ed un sentore di pietra focaia, una parte fa passaggio in tonneaux e da qui arriva una nota dolce di tiglio.
Una bella pacca sulle spalle arriva dal Montefalco Rosso Riserva, Sagrantino Sangiovese Merlot, vino decisamente completo, ha l’eleganza, ha la potenza, ha l’equilibrio, veramente ben riuscito.
Cannella, cioccolato, liquirizia, mirto, eucalipto, mora, sottobosco, arancia rossa, e tanto di più. Ottimo e di lunga vita.
Bel Colle è una cantina di Verduno, in Piemonte, da loro abbiamo bevuto un Barbaresco Pajorè e un Barolo Monvigliero, e che bel bere!
Che dire, la Menzione Geografica Aggiuntiva, MGA, Pajorè non ha bisogno di nessuna presentazione, fa parte della storia del Barbaresco, quello di Bel Colle rappresenta un ottimo campione di questo Cru.
Complesso con le classiche note eteree, di prugna, di canfora, rosmarino, lavanda, mescolate a dovere. Così come il Barolo Monvigliero con la violetta, lampone e ribes, mora, tabacco, cera. Bel Colle si dimostra una cantina che lavora, secondo noi, molto bene.
Un viaggio da loro vale sicuramente la pena programmarlo.
Tornando ad assaggiare i bianchi ci fermiamo volentieri nel Collio, è sempre un enorme piacere incontrare Raffaella e Roberto della cantina Alessio Komjanc, protagonisti tra le altre cose di una Masterclass dedicata, “I grandi vini del Friuli: viaggio nel Collio” che purtroppo abbiamo mancato.
Un vino che a noi piace moltissimo è il loro Pinot Bianco, lo troviamo sempre perfetto, non ha nessun eccesso, super controllato, dotato di elegante corpo tra frutta bianca e fiori di campo, appena balsamico con la mentuccia, persistenza dosata per richiamare un secondo bicchiere all’istante, l’archetipo del vino che si beve senza accorgersene. E per esperienza dopo un paio di anni in cantina apre anche su sentori esotici, speziati e maggiormente balsamici. Super, come tutta la loro linea.
Scendendo al piano terra entriamo nel regno del Sangiovese, Brunello, Nobile, Chianti, Morellino, e abbiamo la fortuna di conoscere Claudio, un profondo conoscitore di vino e particolarmente del Sangiovese, degustatore e leader di panel dedicati ai vini Toscani e non solo, insomma, l’uomo perfetto nel posto perfetto nel momento perfetto. Appassionato ed appassionante ci ha fatto pure da guida, un Plus!
Ci fa partire subito a mille con un Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano, le Pievi sono una nuova tipologia di menzione riguardante il Nobile di Montepulciano introdotte nel 2025, rappresentano l’apice della qualità e della selezione.
L’azienda è la Vecchia Cantina di Montepulciano, cooperativa, con un marchio storico la Cantina del Redi, eccellenza del territorio.
Questo Nobile ha classe ed eleganza, la frutta ed i fiori sono in secondo piano, lasciano posto a sentori di ruggine, grafite, spezie pungenti, note di incensi e mentolati, scorze di agrumi, rimane sempre fresco con un tannino già vellutato. Eccellente.
Seconda tappa la facciamo in maremma da Torre Civette, nel Grossetano, assaggiamo un uvaggio di Syrah e Cabernet Sauvignon, Civetta Brava, la vinificazione prevede anche il salasso del 20%, tecnica che serve per aumentare la concentrazione del mosto, arricchendo il vino finale di polifenoli, tannini e colore.
Eh si, il colore è molto carico, rubino, e sprigiona subito dolci note fruttate di mora, prugna matura, confettura, spezie dolci, un po di vaniglia e cacao dolce, il tutto con una bella struttura che allunga il sorso, tanti tannini ma rimane morbido e molto piacevole alla beva. Merita un bel piatto di spezzatino di coniglio.
L’ultima bevuta che Claudio ci consiglia, anzi ci straconsiglia, è da Ridolfi, e fa benissimo!
Brunello di Montalcino Riserva Mercatale, con macerazione a freddo di una notte, 50 giorni sulle bucce e quasi 6 anni in botte grande di Slavonia per terminare con 1 anno di bottiglia.
Vino dalle mille sfumature, il Sangiovese sa regalare note sempre preziose, rotondo e morbido, complesso e persistente, fresco ed austero, il vino più completo e convincente che oggi abbiamo assaggiato.
Stanchi si ma felici abbiamo anche trovato un po’ di tempo per fare un salto al Palazzo delle Papesse, Centro per l’Arte Contemporanea di Siena, per visitare la mostra dedicata ad Armando Testa, vi ricordate la pubblicità del Vermouth Punt e Mes?
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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17 Febbraio, 2026
Autoctono si nasce. Sempre e solo GoWine
Gowine, ancora loro.
Così come tra gli ultimi eventi legati al mondo del vino dell’anno 2025 c’è stata la presentazione della guida Cantine d’Italia di Gowine, anche il 2026 si apre con una rassegna ormai diventata tradizione, quella del 22 gennaio a Milano nelle sale dell’Hotel Melià è la numero 17, Autoctono si nasce…sempre firmata Gowine.
Eh si! Con una cifra stimata tra 550 e 600 vitigni autoctoni riconosciuti l’Italia è ai vertici mondiali della diversità vitivinicola, un vero caleidoscopio di varietà che contribuiscono ad un patrimonio agricolo e culturale senza pari, ogni regione ha i suoi vitigni legati al territorio anche da millenni, ed ogni vitigno porta con se tradizioni, pratiche vinicole, storie. Preservare questi vitigni significa anche alimentare una economia locale basata sulla valorizzazione delle proprie risorse che sono di natura uniche, accrescendo il concetto di Genius Loci, peraltro anche questa espressione è autoctona e descrive, secondo me meglio di altre e con maggior fantasia, lo spirito di un luogo, l’interazione umana a quella agricola e climatica.
Gowine ci regala con questa rassegna la possibilità di conoscere almeno 100 di questi vitigni, ci regala soprattutto lo spunto per diventare curiosi. Ricordando le parole di Jules Guyot “Il genio del vino è nel vitigno” quindi….iniziamo a cercare.
Va beh, senza scomodare gli autoctoni straconosciuti come il Nebbiolo, il Sangiovese, l’Aglianico, il Verdicchio, etc. iniziamo la degustazione con un Buccinato di Campioli.
Siamo nell’entroterra delle Marche, vicino a Fano, le uve sono Biancame mentre il vitigno si chiama Bianchello.
La cantina che lo produce è l‘Azienda Agricola Fiorini, quasi una vocazione per il Bianchello che lo declina con diversi affinamenti, dall’acciaio al cemento al legno ed anche con criomacerazione.
Nel dubbio….li assaggiamo tutti.
Sant’Ilario Bianchello del Metauro Doc, vinificazione solo in acciaio, non fa fuochi d’artificio in bocca ne al naso comunque frutta e fiori escono abbastanza bene, appena sapido e molto verticale.
Buccinato di Campioli Bianchello del Metauro Doc Superiore, decisamente meglio. Subito d’impatto è molto piacevole, si fa voler bene in fretta, un piacione dal gusto di pesca, melone, un po’ di banana, ed anche i fiori vanno in questa direzione, zagara, mimosa, qualche erba aromatica ci sta, così come la sensazione di vaniglia, un po’ balsamico nel finale con un agrume che potrebbe essere pompelmo rosa. In bocca decisamente morbido ed anche l’acidità è bella tranquilla. Fresco e di facile beva.
Secondo noi si cresce ancora con la complessità con il Bianchello del Metauro Doc Superiore, elevazione in cemento.
Bella struttura, ricalca un po’ il Bianchello Superiore Buccinato ma aggiunge note di miele, salvia, cedro, e pietra focaia come minerale. Anche la persistenza è maggiore. Ci piace.
L’ultimo è Andy, dedicato a Andy Wharol, sempre Bianchello del Metauro Doc Superiore, affinamento in tonneaux, criomacerazione, senza filtraggio. Ancora un aggiunta di sentori, burroso, mandorla ed una mineralità più spiccata si sentono bene, e poi…..morbido morbido.
Interessante questa verticale di Bianchello e molto brava la cantina Fiorini a proporla!
Dalle Marche alla Sardegna in pochi passi…..Centro Sardegna.
Monica.
La Monica o il Monica?
Tipo…..bianco o rosso? Rosso!
Il Monica è il protagonista del prossimo vino, rosato, splendido.
100/Kent’annos, di facile intuizione il significato del nome, è un augurio di lunga vita da questa realtà di Sorgono, cooperativa nata agli inizi degli anni ’50, la Cantina di Mandrolisai.
Questo rosato da uve di Monica, Canonau e Bovale, te lo immagini in una sera di tarda estate davanti ad un risotto ai frutti di mare, di buon corpo e persistenza con i tipici piccoli frutti rossi in evidenza, melograno, fragolina, profumato e bilanciato tra alcol e freschezza, un finale piacevolmente minerale.
Puglia!
Ancora mare, ancora un rosato, in Puglia l’Azienda Agricola Felline presenta un rosato definito Pop, Polignano, Susumaniello accompagnato da Negroamaro e Primitivo.
E’ un vino perfetto per iniziare una serata, aperitivo fresco e agile per stare in compagnia, piacevolmente semplice ed immediato, anche la grafica in etichetta esalta queste sue qualità, gioca tanto sui frutti come ciliegia, ribes e lampone, succoso e acidulo che invoglia a bere, forse in abbinamento al cibo un po’ svanisce.
In provincia di Brindisi assaggiamo due rossi della cantina Scarpello, Estra Rosso il primo, da uve Negroamaro, con una breve criomacerazione si esaltano le morbidezze del frutto, mora e ciliegia, rendendolo subito beverino.
Piuttosto delicato anche nelle spezie dolci ed erbe aromatiche, timo e noce moscata e un po’ di cacao, con Il tannino che si maschera nel tono vellutato che ha il vino.
Il secondo è un Primitivo Terralia, qui oltre alla criomacerazione anche la fermentazione è mirata ad estrarre le sensazioni primarie, frutta e fiori. Questa fase è sviluppata a bassa temperatura sino ad arrivare ai 20 gradi, temperatura da bianco per intenderci!
Quindi ancora tanta morbidezza nel gusto e nei tannini, più ricco di sfumature con un bouquet ampio, prugna, amarena, arancia sanguinella, cannella, pepe nero, cioccolato, violetta.
Calabria!
Restiamo al Sud, in Calabria troviamo il vitigno Pecorello, proposto dalla cantina Tenuta Iuzzolini con Prima Fila.
Un bianco agrumato ed esotico nei frutti, profumato di macchia mediterranea e mandorla, spinto un po sulla sapidità ed acidità, bello verticale resta comunque fresco e abbastanza lungo, cerca la compagnia del cibo per equilibrarsi meglio e secondo noi con una frittura trova la giusta compagna.
Abruzzo
In Abruzzo siamo passati dalla Cantina Pasetti per assaggiare il loro Testarossa, Trebbiano d’Abruzzo Riserva.
L’elevazione tra acciaio e barriques regala a questo stupendo vino note di burro e di vaniglia, sentori fumè e agrumi canditi, frutta a polpa gialla e aromi di fiori gialli, il sorso è bello pieno e lungo, consistente. Ottimo assaggio!
Ancor di più il loro Montepulciano d’Abruzzo Harimann, fermentazione a bassa temperatura, 24 gradi per estrarre al massimo i sentori varietali del vitigno, poi affinamento in cemento e barriques.
Vino destinato al lungo invecchiamento, molto complesso in equilibrio costante tra frutta rossa sottospirito, confetture, aromi terziari di liquirizia, caffè, cacao amaro, l’ago della bilancia è una viola passita, è un vino intenso che anche da solo tiene compagnia tutta la serata.
Piemonte
Un salto poi nel Piemonte per trovare la Tenuta La marchesa, Monferrato, che ci fa assaggiare due autoctoni molto interessanti, Monferrato Rosso Valino, da uve di Uvalino.
Criomacerazione anche in questo caso, colore molto intenso e compatto, è un vino che colpisce per la sua struttura, oltre alla frutta matura rossa e fiori dolci spiccano subito un delicato sentore di liquirizia, di note balsamiche, terziari come tabacco e cacao amaro, il tannino è presente e con margini di affinamento. Decisamente da lasciar invecchiare per gustarlo al meglio.
Il secondo assaggio è un Albarossa Etichetta Oro, vitigno Albarossa nato da un incrocio tra Nebbiolo e Barbera.
Non manca nemmeno qui la criomacerazione, che oggi ha imperato tra le tecniche di vinificazione, i sentori ricordano il primo vino assaggiato ma con una distinzione sull’eleganza, qui la ritroviamo maggiore così come gli equilibri in bocca, per esempio con i tannini già più maturi.
Sicilia
Altro giro al Sud nella meravigliosa Sicilia con un Frappato ed un Cerasuolo di Vittoria.
La cantina è la Tenuta Valle delle Ferle, il suo Frappato Doc Vittoria è un vino fresco e fragrante, con un colore rubino scarico ed una frutta tutta virata alla delicatezza, melograno, sottobosco, pepe bianco, timo, rosa, ecco, i toni sono questi.
Il tannino è molto morbido, non lunghissimo in bocca e secondo noi se servito fresco ruba la scena a tanti bianchi in abbinamento al pesce. Una carezza.
Il secondo vino della cantina è il Cerasuolo di Vittoria 50% alla pari tra Nero d’Avola e Frappato.
Anche questo risulta agile in bocca, snello, elegante nei profumi e maggiormente persistente in bocca, aggiunge al primo vino delle note di eucalipto e mirto. Anche in questo caso il tannino è ben levigato. Riempie bene la bocca.
Chiudiamo restando in Sicilia, sull’isola di Salina, guardando la brochure della Cantina Colosi non sappiamo se ridere o piangere, praticamente a strapiombo su un mare di un blu infinito, con in vitigni inondati dal sole, WOW!
Iniziamo con un vino bianco Salina bianco, 50% Cataratto e Inzolia.
Gli agrumi e la frutta esotica, ananas e mango, biancospino e sambuco sono in prima linea per un vino fresco con una buona acidità e sapidità, la mandorla? C’è, alla fine la si ritrova con piacere.
Per finire la giornata un Vermouth da uve Inzolia, Sei Un Vermouth, sempre cantina Colosi, delizioso con tutte le sue note speziate dalla genziana, al cardamomo, alla china, alla vaniglia, alla menta, ci voleva un po’ di ghiaccio ed una sedia a sdraio in riva a quel mare di un blu infinito aspettando il prossimo evento di Gowine, per ritornare a viaggiare attraverso i vini e le persone che lo raccontano.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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9 Febbraio, 2026
Cuzziol Grandi Vini. Selezionare eccellenze, raccontare storie
Dopo quasi tre settimane di “Auguri. Grazie anche a voi”, “Per me solo una fettina, grazie”, “Assaggia questo!” e di giornate festive buttate li in mezzo alle settimane che hanno dissolto ogni mio tentativo di dignitoso ritmo lavorativo e ogni mia illusione di “domani ricomincio a correre”, praticamente un enorme tasto PAUSA del telecomando, finalmente abbiamo scavallato il 6 gennaio ed i rassicuranti equilibri quotidiani tornano ad abbracciarmi, con mia felicità.
E come sempre Milano si dimostra generosa negli abbracci, con appuntamenti immancabili, che si moltiplicheranno tra qualche giorno in occasione delle Olimpiadi Invernali 2026.
Un appuntamento sicuramente immancabile, e la numerosa folla lo testimonia, è la presentazione del catalogo di Cuzziol Grandi Vini, distributore specializzato in vini d’alta qualità con una forte enfasi sulla ricerca territoriale e la proposta di produttori che sanno esprimere sempre una propria unicità.
L’azienda, nata negli anni ’50 come distributori di bevande e petroli, si plasma nel tempo con il comparto dedicato ai vini negli anni ’90 e poi con la fondazione nel 2015 di Cuzziol Grandi Vini trasformando la propria identità da realtà locale a protagonista tra le più riconosciute a livello nazionale.
Selezionare eccellenze. Raccontare storie. Diffondere la cultura del vino.
Sono queste le fondamenta della loro mission, e come si legge nel loro comunicato “...Il catalogo è un viaggio attraverso terroir e visioni, costruito con passione e rigore, attraverso un lavoro quotidiano di selezione, consulenza e narrazione. Un approccio che consente di garantire un’offerta distintiva e di valore in un mercato in continua evoluzione. Una storia italiana .”
Anche la location scelta è un’eccellenza, l’Excelsior Hotel Gallia con le sue sale, icona assoluta dello stile e del lusso che ben rappresenta la storia moderna della città.
Con la sua celebre cupola blu in quasi cent’anni di vita la “Porta di Milano”, così chiamato perché era il primo edificio che si incontrava arrivando in città dalla Stazione Centrale, ha saputo integrarsi ai cambiamenti sociali e culturali abbracciando innovazione e tradizione, così come nell’ultima grande ristrutturazione del 2015 in occasione dell’Expo.
Tra tante cantine italiane e tante straniere, tra tante conosciute e tante non, l’occasione è ottima per colmare un po’ di lacune, facilitati anche dall’intelligente disposizione per “genere” della cantine proposte, che rende più chiaro e veloce il percorso di assaggio.
Il ghiaccio lo rompiamo con una cantina biodinamica francese della Valle del Rodano meridionale, Domaine de Panisse, a Courthèzon.
Risalente al XV secolo vanta vigneti secolari, 6,5 ettari per una produzione di due vini rossi. Che colpiscono.
Le Mas è una spolverata di vari tipi di pepe e spezie finemente pungenti, molto profumato e con un buon corpo che in bocca si ferma a lungo, tra le spezie in un secondo momento si fa strada la ciliegia, e ci vuole a bilanciare.
E’ un uvaggio di Syrah, Cinsault, Mourvèdre e Grenache.
Così come è un uvaggio ma stavolta solo di Syrah e Grenache il secondo vino Le Mazet, sempre spezie, frutta rossa e tanto corpo in primis, e nonostante sia un 2024 un tannino a sorpresa già maturo.
Passiamo dopo in Slovenia da Marjan Simcic, vini in abito da sera, spiccano tutti per eleganza.
Il cuore si apre per un Pinot grigio ramato Cru selection, con macerazione sulle bucce di otto giorni, vitigno espresso a pieno nei sentori di mela rossa, pera, lampone, caprifoglio ed in più un finale da rosso per lunghezza dovuto alla macerazione, con una pietra focaia mista a cannella che chiude il sorso. Ottimo.
Così come ottimo il Sauvignon Vert Opoka, uve Friulano, foglie di salvia miste ad agrumi e pesca, ricco di note balsamiche, avvolgente con una mineralità sussurrata ed in equilibrio con tutto il resto.
Come dicevo, tutti vini in abito da sera, perfetti.
In Alto Adige ci sono particolarmente piaciuti i vini di Strasserhof, su tutti un Sylvaner delle Dolomiti “1”.
Con un affinamento in tonneaux per oltre 40 mesi si fa notare per il bouquet di fiori bianchi di campo caratteristico del vitigno, frutta a polpa bianca, la mela verde su tutte, arricchito dal legno con note mentolate, una speziatura leggera dolce e la morbidezza della vaniglia finale. Suadente.
Dall’Alto Adige alla Sardegna è un attimo no?
Infatti!
Alla cantina Pala, siamo appena sopra Cagliari, abbiamo assaggiato un Vermentino, Soprasole, di forte carattere. Tiglio e basilico aprono le porte, poi le note balsamiche allungano il sorso, bella persistenza ed eleganza, rimane sempre fresco e chiude con una mandorla tostata. Abbinamento con il pesce? Senz’altro, ma è il Canonau Centosere che, se servito fresco d’estate abbraccia, forse a sorpresa anche meglio, un bel pesce alla griglia.
I piccoli frutti rossi, lamponi e ribes, donano una freschezza di beva che pulisce bene il palato ad ogni sorso, i tannini sono leggeri, è un vino succoso con una speziatura leggera di pepe rosa. Molto fine.
Altro registro alla cantina La Rasina, Montalcino, dal Rosso di Montalcino al Brunello declinato poi in due riserve tutta la potenza e la classe di questo incredibile vitigno, il Sangiovese, che anche se ancora molto giovane lascia anticipare l’opulenza che raggiungerà. Di grande classe il Brunello di Montalcino Riserva di Vasco, il finale soprattutto, dove gli garba bene la canfora e la resina, e poi il cuoio, l’eleganza del legno. Bello bello.
Quando possiamo e li troviamo o nelle fiere o come in questo caso nella presentazione del loro distributore non manchiamo mai di assaggiare Campanelli, Ottin e Suavia.
L’azienda Campanelli, Marche, ha un focus sul Verdicchio estremamente interessante e contemporaneo, quasi tutti Cru, sottolineando le differenze territoriali e climatiche dei suoi appezzamenti che portano nel bicchiere tanto di vegetale, tanto di minerale ad implementare i sentori tipici del vitigno, fiori bianchi, anice, finocchietto, cedro, mandorla. Ogni denominazione ha la sua firma distintiva e chiara.
La ricerca della tipicità territoriale è anche la priorità di Suavia, siamo in Veneto nel Soave, Trebbiano di Soave e Garganega trovano espressioni, secondo noi, uniche. I terreni vulcanici del Soave accentuano ogni differenza anche di pochi metri da vigna a vigna, e il concetto di mineralità è ben più che una parola.
Da Elio Ottin, Valle D’Aosta, questa volta abbiamo assaggiato la Petite Arvine Nuance, 12 mesi in tonneaux, che dire…..un bianco che emoziona sempre e che sempre assaggiamo volentieri, ci ritroviamo un po’ di frutta esotica a polpa gialla, biscotti secchi, anche del miele, ed una nota fumè nel finale. Da bere incondizionatamente!
Ma c’è stata una sezione che più di tutte ci ha colpito moltissimo, incuriositi, affascinati, quella dei Vini Alternativi.
Tutte le aziende presenti sono almeno biodinamiche, e penso molto di più, hanno presentato vini decisamente inusuali, fuori da tutti gli schemi, almeno da quelli conosciuti da noi.
Abbiamo avuto la sensazione di dover aprire un nuovo file nella memoria ed inserire sapori, profumi, sensazioni che…neanche immaginavamo.
Verdure crude, verdure cotte, tessuti, caramelle, carni, insomma ci ha aperto porte nuove e non vediamo l’ora di spalancarle.
Johannes Zillinger, Austria, parte forte con Numen Gruner Veltliner, macerazione in kvevri e poi due anni sui lieviti in botti di acacia.
Impressiona per quanto sia complesso e sfaccettato, cremoso, con idrocarburi eleganti, spezie scure, il profumo dello zucchero di melassa ma in bocca risulta secco e di buona acidità, la lunghezza è tanta!
Sempre suo Revolution, una cuvée di Chardonnay, Riesling e Scheurebe, particolarità è l’utilizzo del metodo Solera per la vinificazione.
Subito risulta salato, ma non dispiace, avete presente il croccantino salato? Beh….molto più o meno. Frutta ben matura, note erbaacee, forse anche un po’ di lievito, mineralità senz’altro e note fumé altrettanto
Su questa falsariga tutta la produzione di Zillinger ci è sembrata molto interessante.
Ci siamo spostati poi da Marcel Deiss, siamo in Alsazia, vino Engelgarten, Riesling, Pinot grigio, Pinot nero, Pinot beurot, Moscato, per un vino che risulta molto fresco e verticale, il Moscato bilancia e sposa bene il Riesling, il profumo di gelsomino e frutta cotta lascerebbero presagire una dolcezza che invece non è così evidente. Chiude su un sentore di pietra bagnata.
Rotenberg, blend di Riesling e Pinot grigio, è tutto giocato sull’agrume dolce, buccia d’arancia e mandarino, qui si che il residuo zuccherino si nota, esce poi inevitabilmente la mineralità del Riesling.
Chi più di tutti in questa sezione ci ha colpiti ed affondati è stata Zorah, cantina in Armenia che si trova a 1500 metri di altitudine, con alcuni vigneti a volte più in alto!
Lavora solo con vitigni autoctoni riconosciuti anche da sei mila anni e che non hanno mai subito la fillossera.
Il primo vino che Yeraz e suo marito Zorik, persone deliziose, ci fanno assaggiare è Voski, da uve bianche di Voskéak e Garandmak, sicuramente pesca noce e pera, tante spezie leggere ed erbe aromatiche, ricordo il timo, e frutta secca, e ricordo un che di verdura che non classifico ancora, è proprio Voski che ci suggerisce di aprire un nuovo file per me e per Emma. Misterioso ma talmente piacevole che alla fine ne chiederò un secondo bicchiere.
Yeraz è anche un vino che Zorik dedica appunto alla moglie, il vitigno è Areni noir, è un vino di impatto, potente, i tannini hanno bisogno di tempo, si sentono il melograno e le more mature, anche le ciliegie, la viola nei fiori, sicuramente il pepe nero.
Potrebbe ricordare il nostro Sangiovese toscano anche se risulta più minerale.
Pensiamo che tra qualche anno possa evolversi ed equilibrarsi diventando un vino di assoluto livello.
Assaggiando anche gli altri vini in degustazione di Zorah la convinzione è che un viaggetto in Armenia andrebbe organizzato. Per imparare.
Selezionare eccellenze. Raccontare storie. Diffondere la cultura del vino, è il perfetto riassunto di una splendida giornata da Cuzziol Grandi Vini.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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23 Dicembre, 2025
Figli di Luigi Oddero. L’ultimo desiderio del fondatore
Mi chiedo se a volte un vino, prima di gustarlo,
non lo si possa immaginare dalla faccia e dai discorsi della persona che lo fa.
Ma altre volte, dopo averlo gustato,
accade addirittura che non lo si possa più ricordare
se non pensando alla persona che lo fa.
Una identificazione, una immedesimazione per sempre inscindibile tra la persona e il vino,
come tra alcuni artisti molto spontanei e la loro opera.
Mario Soldati Succede anche a voi? A me capita spesso, quando scelgo una bottiglia dalla mia cantina, mischio nella mente il sapore del vino alle parole scambiate con il vignaiolo, vedo la sua faccia, ricordo sfumature che altrimenti non ricorderei. E’ una memoria che affiora a strati e lentamente ed è una riflessione che Mario Soldati, giornalista, scrittore e tanto di più, descrive nel suo libro Vino al Vino. Scritto tra la fine degli anni 60 ed inizi 70 del secolo scorso, quando l’Italia era ancora immersa nell’eco del boom economico che ha svuotato le campagne e riempito le fabbriche, racconta di tre viaggi compiuti da Soldati attraverso tutta l’Italia alla ricerca dei vini più genuini, come spesso li definisce, lo fa raccontando di paesaggi, di persone, di famiglie. Lo fa anticipando una decadenza del vino supportata da una omologazione del gusto che vedrà, a meta anni 80, lo scandalo del vino al metanolo. “Uno degli errori più gravi e più comuni in cui oggi incorrono molti consumatori del vino è di credere che un certo vino, riconoscibile al nome e all’etichetta, debba essere sempre euguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a requisiti di continuità”. Nell’ultimo viaggio un lungo capitolo è dedicato al basso Piemonte, Langhe, Roero e Monferrato, ben diversi da come li conosciamo oggi, racconta di una realtà rurale, agricola, di famiglie numerose riunite per cena, di serate passate a giocare a carte chiacchierando di vino, non si parla di Magnum ma di Bottiglioni, racconta di orti e frutteti enormi coltivati in primis per necessità, di biodiversità necessaria e naturale. Viva e vivace. Soprattutto racconta di un “Barolo perfetto” e di un Barbaresco che ha una particolarità “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”. Due bottiglie regalate dall’amico Gianni Brera che in etichetta portano il nome della cantina:” Poderi e Cantine Fratelli Oddero”, guidate dall’enologo Luigi Oddero, un gentiluomo di campagna, protagonista nel libro di una lunga e vibrante intervista. La loro storia di vignaioli inizia tra la fine del 1700 ed inizi del 1800 nel comune di La Morra, dove ancora oggi sorge l’azienda. All’inizio producono vino sfuso, come molti in quegli anni, poi una tappa decisiva arriva nel 1878 quando Giacomo Oddero decide di imbottigliare il proprio vino: un gesto semplice e visionario che inaugura, di fatto, la storia moderna della cantina. Gli Oddero sono da sempre un riferimento centrale per il territorio, sono stati in particolare tra i principali promotori per la definizione dei disciplinari DOC prima e DOCG dopo per i vini del Piemonte e soprattutto delle Langhe, dando un decisivo impulso allo sviluppo qualitativo e commerciale che negli anni hanno fatto la fortuna di queste splendide terre. Dai primi anni 50 del 1900 la produzione della cantina è seguita da Luigi, enologo e nipote di Giacomo, autentico Maestro della viticoltura, legato si alla tradizione ma anche con intuizioni che hanno anticipato di decenni le tecniche ancora oggi in uso, tra i primissimi ad abbandonare tutti i prodotti chimici in vigna a favore di soluzioni naturali, inserendo per esempio la confusione sessuale contro una farfallina, la tignola della vite, alimentando coltivazioni ricche di insetti antagonisti contro gli altri parassiti, esempi di produzione integrata che oggi sono consueti ma ricordiamo che stiamo parlando di 70 anni fa!, l’uso di vasche di cemento, studia ed affina i tempi di macerazione delle uve, sceglie per l’elevazione dei grandi rossi, dopo diverse sperimentazioni, solo botti grandi di rovere francese. Luigi Oddero diventa la nuova grammatica per le nuove generazioni. Sempre Mario Soldati lo descrive così:” Rivoluzione e conservazione non sono necessariamente antitetiche, importa la forza dello spirito, che non è mai egoistica né gretta. Luigi Oddero, un viticultore vitale legato alla tradizione.” L’ultima rivoluzione Luigi la compie nel 2006, quando in accordo con il fratello Giacomo, decide di dividere la storica azienda e fondare la Figli di Luigi Oddero, ancora una volta rappresentando la fusione tra le energie del passato e la volontà di guardare al futuro, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2010 la cantina passa sotto la guida della moglie Lena e dei due figli, Maria e Giovanni che con l’ausilio di un consulente ed un enologo di primissimo livello, Dante Scaglione e Francesco Versio, gestiscono un patrimonio viticolo di 32 ettari nei migliori Cru delle Langhe: a Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Barolo, Monforte d’Alba, La Morra, Treiso e Trezzo Tinella, quest’ultimo per la produzione del Moscato d’Asti. La giornata è quasi primaverile, cielo sereno e pieno di sole, carichi di curiosità arriviamo in cantina, anticipata da un viale che si apre tra i vigneti. Sul cancello di ingresso si legge ancora il nome del vecchio proprietario Tenuta Parà, Luigi Parà, altro personaggio di spicco per l’enologia delle Langhe di metà 1800, innovativo nelle tecniche di produzione, ingegnoso nel creare nuovi attrezzi da lavoro, intuitivo nella disposizione delle vigne così come nel riscaldare le cantine, al punto che il “sistema Parà” viene adottato dalla neonata Scuola Enologica di Alba. Diventa quindi naturale pensare ad un passaggio di testimone tra Luigi Parà e Luigi Oddero. Veniamo accolti da Lena e suo figlio Giovanni, ventiquattrenne che sta terminando gli studi di enologia. Con lui iniziamo la visita alle cantine, la zona di produzione è di recente costruzione, 2015, e qui domina l’acciaio per l’affinamento di alcune etichette della cantina e per l’ammostamento e la fermentazione dei Barolo e Barbaresco, Giovanni ci racconta di quanto sia accurata la selezione delle uve, iniziando in vigna con una resa molto bassa, la produzione è di circa 110 mila bottiglie, poi un primo passaggio sul tavolo vibrante ed una ulteriore cernita manuale per garantirsi il meglio delle uve, prediligendo solo gli acini interi. Attenzione e cura sono le fondamenta anche nella scelta delle tecnologie adottate in cantina ad esempio per i rimontaggi viene utilizzata una pompa peristaltica, particolarmente delicata, capace di movimentare le vinacce senza toccarle e danneggiarle. In una seconda ala della cantina troviamo una infilata di grandi botti di cemento, utilizzate ancora oggi più come contenitori per lo stoccaggio dei vini che per l’affinamento, sino ad arrivare nell’ipogeo nella parte storica originaria della tenuta, una bottaia volutamente rimasta inalterata ma ancora in uso, a ricordare le origini della famiglia. Scendendo alcuni gradini entriamo in una seconda bottaia dove oltre alle grandi botti ci sono barriques utilizzate per i ricolmi, ed un anfora in grès ad uso sperimentale. Giovanni ci accompagna poi al piano superiore nella sala degustazione, e qui iniziamo con un Dolcetto 2023 dal color rubino pieno con riflessi violacei, è un vino piacione, con una bella frutta rossa di ciliegie, more e prugne, un profumo elegantemente vinoso, una acidità presente ed un tannino leggero e già integrato. Un vino fragrante che si beve molto volentieri. Altro carattere invece è la Barbera d’Alba 2021, un po più spigolosa in bocca, i frutti sono un più acidi e sapidi, ricordano il ribes e lamponi, una buona speziatura pungente e la sapidità chiamano un abbinamento col cibo. Questa è la classica Barbera che prende per mano i Tajerin al ragù e se li sposa, succosa e fresca. Penso che possa evolvere ancora e stupire con un bouquet più complesso. Il prossimo vino ci introduce nell’universo Nebbiolo, Langhe Nebbiolo 2023. Frutta e fiori ci parlano di diversi sentori, di piccoli frutti rossi, di rosa e fiori appassiti, un sottobosco secco, note minerali di grafite e di speziature da pepe, secco ed asciutto con una equilibrata scia sapida, il sorso è bello teso e lungo con un finale armonioso, bella la nota di liquirizia nel finale! Tra un due o tre anni lo immagino che allunga le braccia verso i fratelli maggiori, Barolo e Barbaresco. Piace molto. A proposito di fratelli maggiori arriva il Barbaresco Rombone 2021. La Figli di Luigi Oddero essendo una Cantina Storica può produrre il Barbaresco al di fuori dell’areale del disciplinare, possedendo 2 ettari e mezzo circa a Treiso nella prestigiosa MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) Rombone. Beh impossibile non ricordare le parole di Mario Soldati a proposito del Barbaresco di Luigi Oddero “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”. Sarà sicuramente un vino diverso da quello che assaggiò Soldati piu di 50 anni fa, ma gli aggettivi che lo descrivono li uso ancora oggi, equilibrato, completo, suadente e tanto elegante. Il palato è avvolto completamente, il centrobocca ha una piacevole dolcezza di frutta rossa, fragole e prugne sunsweet, la pungenza dei chiodi di garofano, la delicatezza della violetta, la dolcezza delle bacche di mirto e delle spezie dolci, un profumo fascinoso etero di cipria e tabacco. Davvero una felicissima beva e capisco bene perchè Soldati lo definì suadente. Dopo il Barbaresco si inizia con la batteria dei Barolo, e vai di felicità acuta! Ci raggiunge anche Lena, il Barolo è il suo vino preferito, ci racconta senza nascondere un po di commozione, quando qualche tempo fa durante una serata dedicata ai Barolo più rappresentativi e storici della zona su una bottiglia dei Poderi e Cantine Fratelli Oddero lesse la firma di suo marito scritta a matita. Ready, steady, go! Il primo è un Barolo 2021, un Barolo classico prodotto con uve provenienti da diverse zone dell’areale, Castiglione Falletto, La Morra e Serralunga. La particolarità sta nel fatto che sono tre Barolo fatti e finiti e poi assemblati in un unico blend. E’ sicuramente un vino ampio e complesso con note di confettura di ciliegia, frutta cotta, cacao, cannella e noce moscata, un tono erbaceo, pungente di alloro, un inizio di terziari, i tannini sono molto presenti e hanno bisogno di evolversi, dopotutto è l’ultima annata. Iniziano anche i classici sentori eterei, sempre piacevoli. In bocca il sorso è lungo, ancora un po’ chiuso rispetto all’olfattiva, ma…..tempo al tempo, sono vini che insegnano ad aspettare. Ma per non aspettare troppo Lena ci regala anche l’annata 2016, appena aperta sembra in difetto rispetto al 2021, ma tra una chiacchiera e l’altra, minuto dopo minuto si apre decisamente molto meglio e piano piano si completa convincendo, ci fa capire che il tempo va considerato come un contenitore. Il terzo è un Barolo La Specola 2021, Cru Le Rive, le vigne proprio sotto la tenuta. A nostro avviso c’è un passo in più rispetto ai precedenti, si aggiungono note agrumate di arancia rossa, zenzero e iodio, ha una maggiore morbidezza e definizione, direi più “pronto” forse grazie anche alle caratteristiche del suo suolo, più ricco di sabbia che conferisce una finezza espressiva già evidente. Chiude con un finale di frutta secca. Ottimo. Si continua con tre annate, 2021, 2020, 2018, di Barolo Rocche Rivera, MGA Scarrone, nel comune di Castiglione Falletto. Se i Barolo di La Morra si distinguono per delicatezza, tannini setosi, morbidezze, i Barolo di Castiglione Falletto aggiungono anche struttura e corpo nella beva, anche il colore è maggiormente virato al granato, e questa mini verticale di Barolo Rocche Rivera ci regala ad ogni annata una aggiunta di complessità sino ad arrivare ai toni caldi della ceralacca, belle sensazioni di fungo, note anche balsamiche e di caffè, cacao amaro contrapposte a spezie dolci, il tannino e l’acidità anche nella 2018 sono ancora carichi e vogliono farsi sentire. E’ un Barolo che si veste di eleganza e di sostanza, ce n’è e ce ne sarà di più tra qualche anno. La degustazione si chiude con il Barolo Vigna Rionda 2019, Cru iconico di Serralunga. Il preferito di Lena, è una cannonata, potente e austero, di grande tensione e persistenza, ecco! qui ad ogni sorso mi immagino Luigi Oddero che lo prova, lo giudica e lo discute. Ha un sapore che pare attraversare il tempo, probabilmente è il vino che ha subito meno trasformazioni nei decenni tanto è complesso ed equilibrato. La scena è dominata da note balsamiche calde, di eucalipto, di resine, e dai sentori eterei di lacche e cere, poi da una vertigine di frutti, fiori di campo, muschio, agrumi, alloro, e tanto tanto altro. Che dire…questo Re dei vini e il vino dei Re le ha tutte. Onirico. Chissà le vecchie annate…. Dalla degustazione di tutti questi vini la cosa che più ci ha colpito e sorpreso è l’esaltazione di tutti i sentori che l’uva può dare, i toni fruttati e floreali non sono mai spenti o sovrastati in modo invadente dagli altri sentori, cosa non scontata con questa tipologia di vini, la morbidezza del sorso va di pari passo con l’austerità e la potenza, la freschezza e l’eleganza sono le note caratteristiche tenute fino alla fine. Ma la cosa che ci portiamo nel cuore, più di tutto il resto, è stato l’incontro con Giovanni, la trasposizione fisica del nome dell’azienda: Figli di Luigi Oddero, l’ultimo desiderio del fondatore. Non siamo riusciti ad incontrare la sorella Maria, ma la immaginiamo animata dallo stesso entusiasmo del fratello e dalla grinta della splendida mamma, Lena. Ci siamo salutati con la promessa di ritornare per assaggiare i vini con la firma di Giovanni, Giovanni Oddero. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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non lo si possa immaginare dalla faccia e dai discorsi della persona che lo fa.
Ma altre volte, dopo averlo gustato,
accade addirittura che non lo si possa più ricordare
se non pensando alla persona che lo fa.
Una identificazione, una immedesimazione per sempre inscindibile tra la persona e il vino,
come tra alcuni artisti molto spontanei e la loro opera.
Mario Soldati Succede anche a voi? A me capita spesso, quando scelgo una bottiglia dalla mia cantina, mischio nella mente il sapore del vino alle parole scambiate con il vignaiolo, vedo la sua faccia, ricordo sfumature che altrimenti non ricorderei. E’ una memoria che affiora a strati e lentamente ed è una riflessione che Mario Soldati, giornalista, scrittore e tanto di più, descrive nel suo libro Vino al Vino. Scritto tra la fine degli anni 60 ed inizi 70 del secolo scorso, quando l’Italia era ancora immersa nell’eco del boom economico che ha svuotato le campagne e riempito le fabbriche, racconta di tre viaggi compiuti da Soldati attraverso tutta l’Italia alla ricerca dei vini più genuini, come spesso li definisce, lo fa raccontando di paesaggi, di persone, di famiglie. Lo fa anticipando una decadenza del vino supportata da una omologazione del gusto che vedrà, a meta anni 80, lo scandalo del vino al metanolo. “Uno degli errori più gravi e più comuni in cui oggi incorrono molti consumatori del vino è di credere che un certo vino, riconoscibile al nome e all’etichetta, debba essere sempre euguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a requisiti di continuità”. Nell’ultimo viaggio un lungo capitolo è dedicato al basso Piemonte, Langhe, Roero e Monferrato, ben diversi da come li conosciamo oggi, racconta di una realtà rurale, agricola, di famiglie numerose riunite per cena, di serate passate a giocare a carte chiacchierando di vino, non si parla di Magnum ma di Bottiglioni, racconta di orti e frutteti enormi coltivati in primis per necessità, di biodiversità necessaria e naturale. Viva e vivace. Soprattutto racconta di un “Barolo perfetto” e di un Barbaresco che ha una particolarità “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”. Due bottiglie regalate dall’amico Gianni Brera che in etichetta portano il nome della cantina:” Poderi e Cantine Fratelli Oddero”, guidate dall’enologo Luigi Oddero, un gentiluomo di campagna, protagonista nel libro di una lunga e vibrante intervista. La loro storia di vignaioli inizia tra la fine del 1700 ed inizi del 1800 nel comune di La Morra, dove ancora oggi sorge l’azienda. All’inizio producono vino sfuso, come molti in quegli anni, poi una tappa decisiva arriva nel 1878 quando Giacomo Oddero decide di imbottigliare il proprio vino: un gesto semplice e visionario che inaugura, di fatto, la storia moderna della cantina. Gli Oddero sono da sempre un riferimento centrale per il territorio, sono stati in particolare tra i principali promotori per la definizione dei disciplinari DOC prima e DOCG dopo per i vini del Piemonte e soprattutto delle Langhe, dando un decisivo impulso allo sviluppo qualitativo e commerciale che negli anni hanno fatto la fortuna di queste splendide terre. Dai primi anni 50 del 1900 la produzione della cantina è seguita da Luigi, enologo e nipote di Giacomo, autentico Maestro della viticoltura, legato si alla tradizione ma anche con intuizioni che hanno anticipato di decenni le tecniche ancora oggi in uso, tra i primissimi ad abbandonare tutti i prodotti chimici in vigna a favore di soluzioni naturali, inserendo per esempio la confusione sessuale contro una farfallina, la tignola della vite, alimentando coltivazioni ricche di insetti antagonisti contro gli altri parassiti, esempi di produzione integrata che oggi sono consueti ma ricordiamo che stiamo parlando di 70 anni fa!, l’uso di vasche di cemento, studia ed affina i tempi di macerazione delle uve, sceglie per l’elevazione dei grandi rossi, dopo diverse sperimentazioni, solo botti grandi di rovere francese. Luigi Oddero diventa la nuova grammatica per le nuove generazioni. Sempre Mario Soldati lo descrive così:” Rivoluzione e conservazione non sono necessariamente antitetiche, importa la forza dello spirito, che non è mai egoistica né gretta. Luigi Oddero, un viticultore vitale legato alla tradizione.” L’ultima rivoluzione Luigi la compie nel 2006, quando in accordo con il fratello Giacomo, decide di dividere la storica azienda e fondare la Figli di Luigi Oddero, ancora una volta rappresentando la fusione tra le energie del passato e la volontà di guardare al futuro, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2010 la cantina passa sotto la guida della moglie Lena e dei due figli, Maria e Giovanni che con l’ausilio di un consulente ed un enologo di primissimo livello, Dante Scaglione e Francesco Versio, gestiscono un patrimonio viticolo di 32 ettari nei migliori Cru delle Langhe: a Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Barolo, Monforte d’Alba, La Morra, Treiso e Trezzo Tinella, quest’ultimo per la produzione del Moscato d’Asti. La giornata è quasi primaverile, cielo sereno e pieno di sole, carichi di curiosità arriviamo in cantina, anticipata da un viale che si apre tra i vigneti. Sul cancello di ingresso si legge ancora il nome del vecchio proprietario Tenuta Parà, Luigi Parà, altro personaggio di spicco per l’enologia delle Langhe di metà 1800, innovativo nelle tecniche di produzione, ingegnoso nel creare nuovi attrezzi da lavoro, intuitivo nella disposizione delle vigne così come nel riscaldare le cantine, al punto che il “sistema Parà” viene adottato dalla neonata Scuola Enologica di Alba. Diventa quindi naturale pensare ad un passaggio di testimone tra Luigi Parà e Luigi Oddero. Veniamo accolti da Lena e suo figlio Giovanni, ventiquattrenne che sta terminando gli studi di enologia. Con lui iniziamo la visita alle cantine, la zona di produzione è di recente costruzione, 2015, e qui domina l’acciaio per l’affinamento di alcune etichette della cantina e per l’ammostamento e la fermentazione dei Barolo e Barbaresco, Giovanni ci racconta di quanto sia accurata la selezione delle uve, iniziando in vigna con una resa molto bassa, la produzione è di circa 110 mila bottiglie, poi un primo passaggio sul tavolo vibrante ed una ulteriore cernita manuale per garantirsi il meglio delle uve, prediligendo solo gli acini interi. Attenzione e cura sono le fondamenta anche nella scelta delle tecnologie adottate in cantina ad esempio per i rimontaggi viene utilizzata una pompa peristaltica, particolarmente delicata, capace di movimentare le vinacce senza toccarle e danneggiarle. In una seconda ala della cantina troviamo una infilata di grandi botti di cemento, utilizzate ancora oggi più come contenitori per lo stoccaggio dei vini che per l’affinamento, sino ad arrivare nell’ipogeo nella parte storica originaria della tenuta, una bottaia volutamente rimasta inalterata ma ancora in uso, a ricordare le origini della famiglia. Scendendo alcuni gradini entriamo in una seconda bottaia dove oltre alle grandi botti ci sono barriques utilizzate per i ricolmi, ed un anfora in grès ad uso sperimentale. Giovanni ci accompagna poi al piano superiore nella sala degustazione, e qui iniziamo con un Dolcetto 2023 dal color rubino pieno con riflessi violacei, è un vino piacione, con una bella frutta rossa di ciliegie, more e prugne, un profumo elegantemente vinoso, una acidità presente ed un tannino leggero e già integrato. Un vino fragrante che si beve molto volentieri. Altro carattere invece è la Barbera d’Alba 2021, un po più spigolosa in bocca, i frutti sono un più acidi e sapidi, ricordano il ribes e lamponi, una buona speziatura pungente e la sapidità chiamano un abbinamento col cibo. Questa è la classica Barbera che prende per mano i Tajerin al ragù e se li sposa, succosa e fresca. Penso che possa evolvere ancora e stupire con un bouquet più complesso. Il prossimo vino ci introduce nell’universo Nebbiolo, Langhe Nebbiolo 2023. Frutta e fiori ci parlano di diversi sentori, di piccoli frutti rossi, di rosa e fiori appassiti, un sottobosco secco, note minerali di grafite e di speziature da pepe, secco ed asciutto con una equilibrata scia sapida, il sorso è bello teso e lungo con un finale armonioso, bella la nota di liquirizia nel finale! Tra un due o tre anni lo immagino che allunga le braccia verso i fratelli maggiori, Barolo e Barbaresco. Piace molto. A proposito di fratelli maggiori arriva il Barbaresco Rombone 2021. La Figli di Luigi Oddero essendo una Cantina Storica può produrre il Barbaresco al di fuori dell’areale del disciplinare, possedendo 2 ettari e mezzo circa a Treiso nella prestigiosa MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) Rombone. Beh impossibile non ricordare le parole di Mario Soldati a proposito del Barbaresco di Luigi Oddero “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”. Sarà sicuramente un vino diverso da quello che assaggiò Soldati piu di 50 anni fa, ma gli aggettivi che lo descrivono li uso ancora oggi, equilibrato, completo, suadente e tanto elegante. Il palato è avvolto completamente, il centrobocca ha una piacevole dolcezza di frutta rossa, fragole e prugne sunsweet, la pungenza dei chiodi di garofano, la delicatezza della violetta, la dolcezza delle bacche di mirto e delle spezie dolci, un profumo fascinoso etero di cipria e tabacco. Davvero una felicissima beva e capisco bene perchè Soldati lo definì suadente. Dopo il Barbaresco si inizia con la batteria dei Barolo, e vai di felicità acuta! Ci raggiunge anche Lena, il Barolo è il suo vino preferito, ci racconta senza nascondere un po di commozione, quando qualche tempo fa durante una serata dedicata ai Barolo più rappresentativi e storici della zona su una bottiglia dei Poderi e Cantine Fratelli Oddero lesse la firma di suo marito scritta a matita. Ready, steady, go! Il primo è un Barolo 2021, un Barolo classico prodotto con uve provenienti da diverse zone dell’areale, Castiglione Falletto, La Morra e Serralunga. La particolarità sta nel fatto che sono tre Barolo fatti e finiti e poi assemblati in un unico blend. E’ sicuramente un vino ampio e complesso con note di confettura di ciliegia, frutta cotta, cacao, cannella e noce moscata, un tono erbaceo, pungente di alloro, un inizio di terziari, i tannini sono molto presenti e hanno bisogno di evolversi, dopotutto è l’ultima annata. Iniziano anche i classici sentori eterei, sempre piacevoli. In bocca il sorso è lungo, ancora un po’ chiuso rispetto all’olfattiva, ma…..tempo al tempo, sono vini che insegnano ad aspettare. Ma per non aspettare troppo Lena ci regala anche l’annata 2016, appena aperta sembra in difetto rispetto al 2021, ma tra una chiacchiera e l’altra, minuto dopo minuto si apre decisamente molto meglio e piano piano si completa convincendo, ci fa capire che il tempo va considerato come un contenitore. Il terzo è un Barolo La Specola 2021, Cru Le Rive, le vigne proprio sotto la tenuta. A nostro avviso c’è un passo in più rispetto ai precedenti, si aggiungono note agrumate di arancia rossa, zenzero e iodio, ha una maggiore morbidezza e definizione, direi più “pronto” forse grazie anche alle caratteristiche del suo suolo, più ricco di sabbia che conferisce una finezza espressiva già evidente. Chiude con un finale di frutta secca. Ottimo. Si continua con tre annate, 2021, 2020, 2018, di Barolo Rocche Rivera, MGA Scarrone, nel comune di Castiglione Falletto. Se i Barolo di La Morra si distinguono per delicatezza, tannini setosi, morbidezze, i Barolo di Castiglione Falletto aggiungono anche struttura e corpo nella beva, anche il colore è maggiormente virato al granato, e questa mini verticale di Barolo Rocche Rivera ci regala ad ogni annata una aggiunta di complessità sino ad arrivare ai toni caldi della ceralacca, belle sensazioni di fungo, note anche balsamiche e di caffè, cacao amaro contrapposte a spezie dolci, il tannino e l’acidità anche nella 2018 sono ancora carichi e vogliono farsi sentire. E’ un Barolo che si veste di eleganza e di sostanza, ce n’è e ce ne sarà di più tra qualche anno. La degustazione si chiude con il Barolo Vigna Rionda 2019, Cru iconico di Serralunga. Il preferito di Lena, è una cannonata, potente e austero, di grande tensione e persistenza, ecco! qui ad ogni sorso mi immagino Luigi Oddero che lo prova, lo giudica e lo discute. Ha un sapore che pare attraversare il tempo, probabilmente è il vino che ha subito meno trasformazioni nei decenni tanto è complesso ed equilibrato. La scena è dominata da note balsamiche calde, di eucalipto, di resine, e dai sentori eterei di lacche e cere, poi da una vertigine di frutti, fiori di campo, muschio, agrumi, alloro, e tanto tanto altro. Che dire…questo Re dei vini e il vino dei Re le ha tutte. Onirico. Chissà le vecchie annate…. Dalla degustazione di tutti questi vini la cosa che più ci ha colpito e sorpreso è l’esaltazione di tutti i sentori che l’uva può dare, i toni fruttati e floreali non sono mai spenti o sovrastati in modo invadente dagli altri sentori, cosa non scontata con questa tipologia di vini, la morbidezza del sorso va di pari passo con l’austerità e la potenza, la freschezza e l’eleganza sono le note caratteristiche tenute fino alla fine. Ma la cosa che ci portiamo nel cuore, più di tutto il resto, è stato l’incontro con Giovanni, la trasposizione fisica del nome dell’azienda: Figli di Luigi Oddero, l’ultimo desiderio del fondatore. Non siamo riusciti ad incontrare la sorella Maria, ma la immaginiamo animata dallo stesso entusiasmo del fratello e dalla grinta della splendida mamma, Lena. Ci siamo salutati con la promessa di ritornare per assaggiare i vini con la firma di Giovanni, Giovanni Oddero. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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16 Dicembre, 2025
GoWine. Guida Cantine d’Italia 2026
Per coloro che ritengono che il vino valga un viaggio
E’ la frase manifesto di una delle Associazioni più dinamiche e sincere nata per promuovere il vino e tutto ciò che ruota intorno al vino, GoWine.
Fondata nel 2001 ad Alba con un progetto culturale ben definito punta ad educare, raccontare e diffondere una nuova consapevolezza del bere, che inizia con il valorizzare l’identità di un territorio attraverso, per esempio, l’infinito numero di vitigni autoctoni che abbiamo ai quali GoWine dedica ogni anno una rassegna intitolata Autoctono si nasce!, da segnare in agenda il prossimo appuntamento a Milano per il 22 gennaio, attraverso gli abbinamenti enogastronomici tipici del luogo, con un turismo che qualifichi il paesaggio del vino come bene culturale ed ambientale da difendere e da far crescere.
Lo fa soprattutto con tanti eventi, degustazioni, corsi tematici, spesso itineranti nelle 15 sedi sparse i tutta Italia, con un concorso letterario Bere il territorio, lo fa con una energia e passione pazzesca, contagiosa, e con una sua guida che suggerisce al lettore quanto il vino valga un viaggio, un invito ribadito anche nella scelta dell’icona dei premi: una impronta, sinonimo di viaggio e di scoperta.
Introdotta da una tavola rotonda centrata sulla tematica dell’enoturismo e su come sviluppare questo importante settore, moderata dal giornalista Antonio Paolini, con gli interventi di Angelo Radice, Presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino, Carlo Macchi, giornalista e direttore di Windsurf e Massimo Corrado Presidente dell’Associazione GoWine, oggi, sabato 29 novembre, è stata presentata a Milano la nuova Guida Cantine d’Italia 2026.
I criteri di valutazione per l’assegnazione del riconoscimento L’Impronta d’eccellenza per l’enoturismo e l’inserimento in guida sono tre, il Sito, il luogo dove si trova la cantina, la sua architettura ed il patrimonio di vigneti che possiede, l’Accoglienza, come si propone la cantina verso il pubblico, con agriturismo, B&B, ristorazione o attività culturali parallele alla diffusione del vino, ed ovviamente il Vino, valutando la qualità produttiva nel tempo, dell’eccellenza di alcune etichette e dell’attenzione verso specifiche tipologie di vini.
Quest’anno sono 270 i riconoscimenti in guida e sono stati assegnati anche 9 premi speciali per il livello di eccellenza in determinati ambiti:
Premio “Alto Confort” per l’ospitalità aziendale dell’anno, Masseria Celentano Longo Alberto (San Severo, Puglia),
Premio “Cantine Golose” per la Tavola aziendale dell’anno, Ristorante Tenuta San Michele e Palazzo Scammacca, Murgo (Santa Venerina, Sicilia)
Premio “Cantine Meravigliose” per l’EnoArchitettura dell’anno, Cantina Tramin (Termeno, Alto Adige)
Premio “Enocultura” Paolo e Noemia d’Amico (Castiglione in Teverina, Lazio)
Premio “Autoctono si nasce” Boca, Le Piane (Boca, Piemonte)
Premio “Buono…non lo conoscevo!” Ravenna Igt Famoso Vip, La Sabbiona (Faenza, Emilia Romagna)
Premio “Vini Storici d’Italia” Verona Igt Rosso Campofiorin, Masi (Sant’Ambrogio di Valpolicella, Veneto)
Premio “Gioacchino La Franca” riconoscimento della Community dei soci Go Wine per l’esperienza in cantina dell’anno, Cantine Belisario (Matelica, Marche)
Premio “La vigna da camminare” Vigna-Museo Memorie di Vite, Quartomoro (Marrubiu, Sardegna)
13 banchi degustazione con quasi 200 referenze in assaggio, tra chiacchere ed incontri sempre piacevoli abbiamo fatto una nostra lista di ciò che ci è piaciuto particolarmente tra quello che siamo riusciti ad assaggiare.
Il primo che ricordiamo volentieri è Hum, Moscato secco della Cantina Sant’Andrea di Borgo Vodice, Latina, il profumo è ricco di fiori e frutta gialla anche tropicale, il miele, albicocca e scorza di arancia, naso molto dolce sorso bello secco, c’è tutto tranne lo zucchero appunto. Anzi, finisce con un qualcosa che ricorda la nota salmastra e fumè. Bello acido.
Sempre restando nei vitigni piuttosto aromatici una bella Malvasia Di Candia Aromatica della cantina La Tosa, Sorriso del cielo, siamo nel Piacentino, vino della nostra gioventù che fu, e che ancora oggi si beve molto volentieri.
Profumi su profumi, fiori di campo, erbe aromatiche come maggiorana, sambuco, è un vino che ha molta freschezza nella beva, persistente e se la giocano soprattutto frutta e fiori. Ottimo equilibrio.
Ancora un vitigno aromatico vestito di eleganza e splendore, cantina Tramin in Trentino, Gewurtztraminer Nussbaumer, espressione nobilissima del vitigno, con un caleidoscopio di profumi, e sapori, dai tipici litchi, frutta esotica, cedro, fiori gialli, un sacco di cose che anche in bocca si confermano, con un finale appena mandorlato e una nota piacevole di zafferano. Da assaggiare tra qualche anno aspettandosi belle sorprese.
Nelle Marche assaggiamo un Verdicchio di Matelica Riserva, Cambrugiano, della cantina Belisario, storico Verdicchio tra i primi ad essere classificato Riserva.
I fiori sono secchi, il vegetale è un fieno, si sente bene il tipico mandorlato del Verdicchio e la nota minerale, il legno lo ammorbidisce su toni un pò vanigliati e con spezie dolci, è un vino verticale che gioca però sulle morbidezze e sulla persistenza.
La mineralità è il tratto distintivo di Monte Carbonare, vino da uve Garganega della cantina Suavia nel Soave, sul loro sito viene descritto come :”un pezzo di terra nel bicchiere”.
Ci sono diverse note che tendono al minerale, un poco di idrocarburo, pietra focaia, note fumè, tutto sull’eleganza e l’equilibrio mai sovrapposte, c’è frutta matura gialla, pompelmo rosa, una bella spalla acida che lo può accompagnare per anni. Riassaggiarlo è sempre un piacere.
In Campania abbiamo assaggiato una Falanghina del Sannio della cantina Mustilli, Vigne Segrete, un vino che porta la primavera, pera e mela subito presenti, biancospino, mughetto, acacia, che al sorso si traducono in morbidezza e freschezza dovuta anche ad un finale agrumato di lime. Di buona persistenza e di buona beva.
Spostandoci sui rossi un notevole Nobile di Montepulciano Riserva della cantina Dei, nome storico del Nobile, Bossona 2018.
Personalmente ho un debole per il Nobile di Montepulciano, che diventa innamoramento quando si tratta di Riserva, un mazzolino di violette raccolte in sottobosco secco, mangiando qualche ciliegia matura anche sotto spirito e sbucciando una arancia sanguinella, disegnando con la grafite di una matita e chiudendo il disegno con della ceralacca. E tante altre cose che il Sangiovese sa regalare. Ottimo.
Non che il Nebbiolo non sappia farti innamorare! La cantina Angelo Negro lo sa bene con un Roero Riserva, Sudisfà, che ce lo ricorda al primo sorso.
Piccola frutta rossa, more, lamponi, anche prugne sunsweet, spezie dolci come cannella, un po di vaniglia e liquirizia sul finale, tannino ancora da svolgere a pieno e con una grande freschezza.
Il sole della Puglia arricchisce un Nero di Troia della cantina Rivera, nella versione D.O.C.G. Castel del Monte Riserva, Puer Apulaie.
Sentori ed aroma subito balsamici, corposo e denso, mirtilli, more, anche qui prugne sunsweet, chiodi di garofano e bacche di mirto, il tannino è integrato con tutto il resto, un vino….succoso e appagante.
Sempre al Sud con un Nerello Mascalese e Nerello Capuccio, Etna Rosso Contrada Santo Spirito della Cantina Palmento Costanzo.
Frutta tra l’amarena ed il melograno, dolce si ma un po acida, spezie tipiche da macchia mediterranea, rosmarino e timo soprattutto, una bella sventagliata di pepe nero, cannella e noce moscata, tutto rende vellutato, anche i tannini, questo ottimo Etna Rosso. Molto piaciuto!
Da un vulcano a terreni vulcanici, i Colli Euganei, protagonisti con un rosso iconico dei Colli, Gemola Rosso della Cantina Vignalta.
E’ un taglio bordolese di Merlot e Cabernet Franc, espressione elegante di potenza, complessità aromatica e lunga lunga vita, oltre alla confettura more e frutti di bosco è presente un piacevole cacao, e vira su sfumature balsamiche che lo “rinfrescano” e lo aiutano nella beva. Più invecchia e più soddisfa.
Oggi in degustazione c’erano dei vini leggendari, assaggiati e sempre si confermano tali, oggi ne abbiamo avuto uno in particolare che non è facile trovare in degustazione, Kurni, della cantina marchigiana Oasi degli Angeli.
E’ appunto uno di quei vini che definirei leggendari, un Montepulciano che si riempie di frutta matura rossa, di vaniglia, cannella, gioca sulle note dolci, con un colore quasi viola, il vino che si definisce “masticabile”. Spettacolare.
Abbiamo chiuso la giornata con un altro vino che non è da meno, siamo tornati in Sicilia, a Pantelleria con un passito di Donnafugata, Ben Rye, esplosione di frutta candita, di albicocche, scorza d’arancia, lime, veramente una successione di sapori e profumi vertiginosa, sempre bilanciati da una buona acidità e punta sapida finale. Ha molte quinte che si alternano nel palato. Espressione felice di questa vinificazione.
Non ci resta che aspettare il 22 gennaio a Milano per trascorre ancora una giornata con la compagnia di GoWine, curiosi di vedere cosa ci propongono con “Autoctoni si nasce!”, intanto un grande plauso a loro per l’organizzazione, l’entusiasmo, l’energia e la piacevolezza che ogni volta riescono a trasmettere.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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26 Novembre, 2025
La magia del Chianti San Lorenzo di Castello di Ama a Milano con Xtrawine
Metti un giovedì sera di metà novembre a Milano, con le prime nebbie che si annunciano, metti che una cantina toscana, tra le più importanti, ti propone una verticale pazzesca di sei annate di Chianti Classico Gran Selezione.
Già così suona come giorno perfetto, e suona ancora meglio se la cantina è il Castello di Ama e il Chianti è l’iconico San Lorenzo, campione assoluto di eleganza, di intensità e di freschezza.
L’occasione viene proposta da Xtrawine conosciutissimo e-commerce leader in Italia, diventato un vero e proprio wine club che, dopo il successo delle masterclass e degustazioni organizzate durante la Milano Wine Week ad ottobre, si prepara e soprattutto ci prepara, ad un inverno ricco di giorni perfetti.
La cantina Castello di Ama, antico borgo etrusco nel comune di Gaiole in Chianti, vede le sue origini vitivinivcole nei primi anni del 1700, già da allora viene riconosciuta e descritta come eccellenza “Le vigne di Ama sono ben esposte, assolative, tutte tenute ottimamente e come giardini: questa parte è la più fertile e la più rinomata del Chianti”, nel 1976 poi quattro famiglie, Cavanna, Carini, Tradico e Sebasti decidono di investire sogni, tempo e soldi, aumentando così gli ettari di proprietà, apportando nuove tecnologie, costruendo una nuova cantina, e soprattutto affidandosi, nel 1982, ad un giovane enologo fiorentino: Marco Pallanti.
E se, per dirla alla De Niro “Il talento sta nelle scelte”, beh….con Marco Pallanti hanno visto lungo!
Molto lungo! considerando che Marco Pallanti viene insignito del titolo di Enologo dell’anno nel 2003, diventa Presidente del Consorzio del Vino Chianti Classico dal 2006 al 2012 contribuendo in modo determinante alla creazione della categoria Gran Selezione e ponendola in cima alla piramide qualitativa del Chianti, sotto la sua guida e con l’ingresso in azienda di Lorenza Sebasti, figlia di uno dei soci fondatori, la cantina viene comunemente riconosciuta come una delle più importanti d’Italia.
E poi…un’attitudine che tocca proprio le mie corde: una collezione di Arte contemporanea inusuale per una cantina e degna del miglior Museo, un progetto nato con la collaborazione della Galleria Continua di San Giminiano, propone artisti come Daniel Buren, Chen Zhen, Anish Kapoor, Giulio Paolini, Louise Bourgeois, Michelangelo Pistoletto, Roni Horn, etc…..
E vuoi non andare a visitarla e ad assaggiare tutta la linea di vini?
Intanto iniziamo da stasera ed iniziamo con i complimenti ai ragazzi di Xtrawine, la scelta della location mi è molto piaciuta, clima raccolto, rilassante, informale, che con tavoli da otto posti invita al dialogo tra gli invitati, convivialità e vino vanno sempre di pari passo, e cosa positiva un pubblico giovane.
Così come giovane, molto preparato, dal dialogo scintillante è Niccolò Ceccherini, a rappresentare la cantina Castello di Ama ed ad accompagnarci nella degustazione dei vini, con una chicca finale….
Il Chianti Gran Selezione San Lorenzo è composto da un 80/85% di Sangiovese ed il restante 20/15% in misura variabile tra Merlot e Malvasia nera, fa 12 mesi di elevazione tra barrique nuove ed altre di secondo e terzo passaggio più 2 anni di affinamento in bottiglia. Se ne produce circa 60.000 bottiglie ad annata che sono più o meno 1/5 della loro produzione totale.
La prima in degustazione è la 2021, Marco Pallanti per ogni annata proposta ha suggerito una parola descrittiva, questa è MANIFESTO.
Dal colore rubino luminoso, profumato con frutta rossa in primo piano, ribes, susina, ciliegia quello che percepisco subito, una ventagliata di spezie dolci, morbide, in sottofondo anche chiodo di garofano e cannella, qualche terziario c’è già.
Al primo sorso….corrisponde a pieno l’olfattiva, è un vino che bussa a tutte le porte del palato, il tannino è abbastanza integrato nonostante la giovane età. Al secondo sorso impressiona, lo leggi meglio e capisci quanto potenziale ha questa annata.
E’ un vino esuberante, che ha voglia di mettersi in mostra e ricco di sfaccettature, in bilico tra verticalità e pienezza di bocca, notevole.
E che annata! Niccolò ci dice che la 2021 è stata inserita da Wine Spectator, una sorta di bibbia per gli amanti del vino, al 9 posto tra i migliori 100 vini al mondo. Cosa vuoi…bazzecole, quisquilie e pinzillacchere!
Tra una chiacchiera e l’altra si arriva alla 2020, si cambia un po’ registro, la parola scelta è STORIA, un anno in più della precedente ma sia al colore, sentori e aromi risulta ben più pronta, più distesa, dimostra una maturità che supera l’età dichiarata, rispetto alla 2021 la trovo un po’ assopita come carattere, da bere subito con la certezza di non sbagliare.
Con Niccolò che nel mentre ci racconta la storia del Castello di Ama viene servita la 2018, MISTERO.
Mistero perchè l’annata è stata molto piovosa e all’improvviso molto calda, con un finale ancora piovoso, non il massimo per una vigna che da il meglio quando deve lavorare per alimentarsi.
Beh, ne risulta comunque un bellissimo vino, ricco di acidità con un tannino setoso, qui si che le tostature della barrique si sentono come terziari, cuoio, cacao amaro, ed un bellissimo ritorno di agrume. Notevole.
Mette d’accordo tutta la tavolata, che in un improvvisato bilancio di metà percorso, lo premia.
Adesso tocca alla 2015, EQUILIBRIO.
E l’aggettivo è azzeccato in pieno, ricordo che stiamo degustando le eccellenze del Chianti Gran Selezione, il centrobocca risulta appagato a pieno, equilibrio tra tannino, acidità, sapidità, una vena di china, una nota affumicata.
Ottima evoluzione e poco da aggiungere.
Sulla stessa frequenza è la 2013, COMPLESSITA’, rispecchia a pieno le caratteristiche e la prerogativa di questi vini, non troppo muscolosi ed opulenti ma piuttosto eleganti e raffinati, scivolano che è un piacere e confermano una beva estremamente felice ed appagante.
La 2011, ELEGANZA, ricorda molto la 2021, è un po un Back to the Future, ti fa capire come potrebbe evolvere la prima annata degustata, è tutto piacevolmente “vivo”, la freschezza, è ancora croccante, un tono balsamico con anice stellato, risulta più che persistente e ti dice che ne ha ancora da raccontare, gli anni non lo spaventano.
Il panel degustativo del tavolo, un po improvvisato ma tanto divertito, lo premia, segue la 2018 e 2021 a pari merito.
A pari merito finche il caro Niccolò non ci regala una chicca, due bottiglie Jeroboam, 3 litri, del 2004, dopo 21 anni è commovente, ha ancora slancio e voglia per ripartire. Mi prendo la libertà di descrivere questo vino facendomi aiutare da Seneca :”Il tempo scopre la verità”.
In attesa di un altro giorno perfetto firmato Xtrawine.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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10 Novembre, 2025
Mulit. Una parte di casa
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola scavata
è nella mia vita
come un abisso Giuseppe Ungaretti Il silenzio è una condizione ambientale definita priva di perturbazioni sonore. Eppure non è una condizione neutra, il silenzio non è sempre uguale perché non è sempre uguale il contesto e la percezione di chi lo vive. Per esempio a me capita, ogni volta che torno nel Collio, di pensare che questo territorio abbia un credito infinito di silenzio verso tutto e tutti, ed i sacrari, i monumenti ai caduti, le trincee sono li per ricordarlo. Mischio questi miei pensieri ai ricordi che ho di mio nonno paterno, classe 1900, i miei primi ricordi coincidono con i suoi ultimi racconti, di quando poco più che adolescente fu mandato al fronte proprio qui, tra Italia e l’attuale Slovenia, e fa sorridere ora ripensarlo mentre racconta che rubava i polli insieme ai suoi coetanei per poter mangiare. Sono anche le colline di un poeta soldato, Giuseppe Ungaretti, che cerca il silenzio tra le parole, e riesce a trovare, in mezzo a quel delirio, attimi di poesia infiniti per descrivere ciò che nessuno di noi vorrebbe mai vivere. Trent’anni dopo nel 1947, finita la seconda guerra mondiale, a Parigi si decidono nuovi confini ed il Collio viene diviso da un tratto di biro su una mappa, parte assegnato alla Jugoslavia, oggi chiamato Brda o Collio Sloveno, e parte all’Italia pur restando un unico ambiente naturale e viticolo. Così, all’improvviso molte famiglie contadine, agricoltori, vignaioli, si sono ritrovati con la casa in Italia ed ettari di terreno in Slovenia, o viceversa, oggi non ci si fa piu caso, le dogane sono diventate un posto dove organizzare aperitivi e degustazioni di vino, ma fino agli anni novanta del secolo scorso per attraversare questo confine c’erano controlli militari e regole severe. Non semplice! Come dicevo pur attraversato da confini e storie diverse, il Collio resta un unico ambiente viticolo, una delle unicità di questo territorio è la Ponca o Flysch di Cormons, una alternanza di marne argillose e calcaree ed arenarie di sabbie calcificate di diverse dimensioni, dai granelli fino a pietre a scaglie, caratteristica importante in quanto è un regolatore idrico naturale per le viti, trattiene solo ciò che è necessario alla vite mantenendo una bassa produzione per ceppo e di conseguenza incrementando la concentrazione di sostanze minerali nell’uva. Nascono qui i grandissimi bianchi da invecchiamento, i macerati, gli orange wine, o meglio sarebbe dire rinascono qui, da intuizioni di viticoltori coraggiosi e visionari, in una terra a forma di mezzaluna tra mare e montagna che è annoverata da sempre tra le maggiormente vocate al mondo per la produzione di bianchi. E i rossi? Certo! la Ponca è democratica, grande nutrimento ai bianchi grande nutrimento ai rossi, Pinot Nero, Merlot, Cabernet Sauvignon, Pignolo, Ribolla Nera oggi chiamata Schioppettino, vinificati in purezza oppure nel blend Collio Rosso. A Kozana, nel Brda, c’è una cantina che utilizza anche lo Syrah e Viognier, originari della Valle del Rodano e inusuali qui, si chiama Mulit. L’idea è di Boleslav Prinčič, agronomo, che dopo esperienze in importanti cantine del territorio decide di seguire le orme del fratello Tomaz ed iniziare a coltivare gli ettari di famiglia anche con vitigni che sopportino meglio i mesi più caldi, cercando una alternativa stilistica al classico taglio bordolese tanto in auge negli anni ’90. Inizia quindi a produrre Mulit Redče (rosso), blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah in percentuali variabili secondo le annate, e Mulit Belo (bianco) blend di Viognier, Chardonnay, Ribolla Gialla, Sauvignon Blanc e Pika, una varietà meno conosciuta di Brda. Per i primi anni si appoggia alla cantina del fratello Tomaz, realtà già affermata nel territorio, e che comunque rimane ancora oggi un punto di riferimento ed un supporto concreto e fondamentale, poi nel 2010 con l’arrivo in azienda dei due figli ormai grandi Tjaš e subito dopo Peter, costruisce la propria realtà. Mulit. Il nome deriva da nummuliti, fossili di origine Eocene, presenti nei loro terreni da circa 50 milioni di anni fa. Tornare da Mulit per noi è come ritrovare una parte di casa, è serenità, dal primo incontro a Slow Wine di Bologna di qualche anno fa è nata un’empatia che si rinnova ogni volta che ci si rivede, una confort zone, oggi abbiamo avuto anche il piacere di incontrare e fare due chiacchiere con il padre di Tjaš e Peter, l’agronomo Boleslav. Appena il tempo di salutare Peter in partenza per un fine settimana in barca con sei bottiglie di vino, povero Cristo!, e ci accomodiamo con Tjaš. La loro cantina è contenuta ma è una chicca di design e di attenzioni, dall’intonaco rigato in cocciopesto alle anfore di cotto, alla parete di vetro che divide le botti, ci si siede comodi intorno al tavolo ed il fatto di avere tutto a portata di mano, anfore, botti, bottiglie fa si che la sera arrivi in un attimo, chiacchierando, scherzando, discutendo, assaggiando annate storiche o capendo dalla botte come sta andando il nuovo vino. Il silenzio non è mai una condizione neutra, ad ogni sorso di vino ne corrisponde uno, breve, e oggi ci fa capire che stiamo bene. Tjaš e Peter potrebbero essere definiti a tutti gli effetti Garagisti, un po’ per la conformazione della loro cantina sotto casa, e tanto per la loro attitudine. Dedicano molta attenzione ai processi produttivi, ai dettagli in vigna, per esempio con l’utilizzo di droni con telecamere termosensibili e multispettrali, cioè che analizzano i colori, individuano le piante in sofferenza permettendo interventi chirurgici di assistenza e riducendo quindi al minimo essenziale i vari trattamenti, praticano la biodiversità coltivando frutta, ulivi, e alimentando i boschi a contorno delle vigne. Raccolgono le uve a diversi stadi di maturazione per ottenere il meglio da ogni grappolo, per le uve a bacca bianca l’uvaggio inizia in vigna, sono legati al territorio riproposto nei loro due blend, con 6 ettari coltivati oggi hanno ancora una produzione misurata, il che permette di curare le sfumature, di levigare e sperimentare, di arrivare al centro dell’idea di vino che si prefiggono, ed è entusiasmante sentire Tjaš quando spiega il suo concetto, come vuole che sia il suo stile e come cerca di arrivarci, i piccoli cambiamenti che ogni anno apporta in vigna ed in cantina. Iniziamo quindi ad assaggiare insieme e tra una chiacchiera e l’altra a scambiarci le impressioni. Il primo bicchiere è Mulit Belo annata 2023, colore giallo paglierino con riflessi dorati, i profumi e gli aromi sono generosi, dalla pesca all’albicocca, un bel vegetale di fieno, fiori secchi, si apre poi su una speziatura delicata, con un accenno anche alla noce moscata, salino e con una acidità rinfrescante di lime, la chiusura è con una vaniglia sottile e frutta secca, ha una buona persistenza ma per dirla alla Peter “E’ ancora timido, vorrebbe non esserlo ma è timido”. E’ l’annata in corso, so bene che ha solo bisogno di un paio d’anni per diventare come i suoi fratelli maggiori, capaci di un sorprendente finale lungo ma sempre teso fino alla fine. Il secondo assaggio è uno Chardonnay 2023, raccolto e vinificato solo nelle migliori annate, Tjaš ci dice che queste uve nascono nella parte più bassa delle loro proprietà, quasi a valle, con un terreno ricco anche di sabbia e con una vendemmia appena anticipata. Ne risulta uno Chardonnay veramente interessante, lo trovo raffinato, ricco e snello, riconoscibile nella mela matura, ananas, burro, vaniglia, ma mai in tono così prevalente, arricchito da un poco di idrocarburo, una leggera nota verde fresca, una maggior sapidità e acidità rispetto per esempio all’annata 2024, non ancora in commercio, dove nonostante un anno in meno si presenta già con maggior rotondità, tipica degli Chardonnay, un bel giallo quasi dorato e qui si che burro, vaniglia, caramello, mandorla, pera sono in prima linea. Molto buono. Due stili diversi che non lasciano indifferenti, devo dire che il primo l’ho trovato parecchio interessante proprio perchè atipico, hai la memoria dello Chardonnay ma hai anche tante altre cose. L’ultimo bianco è un Tocai Friulano, con una piccola percentuale di Ribolla, annata 2024 non ancora in commercio. Questa è una novità per Mulit che ha deciso di aggiungere un bianco ed un rosso, un Merlot, alla loro produzione. Il colore è un paglierino con riflessi sul verde, le note floreali portano alla camomilla ed al biancospino, una mela verde è il frutto che identifico per prima seguita da frutta esotica, anche un evidente vegetale di erba fresca, l’acidità è spiccata, si sente forte ma è mitigata da un bel residuo zuccherino, la bocca poi si spegne sulle morbidezze del vino. Il finale è lungo. E’ un vino che ha delle ottime premesse, l’acidità ed il residuo zuccherino se la giocano ad equilibrare il sorso, merita sicuramente l’attesa. I rossi iniziano con Mulit Redče 2022, secondo me un blend magnificamente riuscito. Rubino intenso, caldo anche allo sguardo, il Merlot si manifesta in pieno con i suoi frutti rossi, subito la mora e il mirtillo, la ciliegia, le spezie dolci e il pepe nero sono in armonia, cacao, foglie di tabacco, e un po di liquirizia. Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah qui trovano un equilibrio splendido, i tannini sono integrati a pieno, ogni cosa è al suo posto. Top! E’ un vino di grande beva e dalle lunghe lunghe prospettive, come ci annuncia l’annata 2010, la prima di Tjaš e Peter. L’evoluzione qui è completa, in bocca e al naso vira molto sui terziari dal carattere nobile, il cacao è amaro, la liquirizia maggiormente presente, un po di grafite e di caffè, la frutta è da confettura, mantiene una felice freschezza con una nota balsamica di eucalipto, il tannino è setoso, asciuga piano piano. E’ proprio vero che il tempo è un grande scultore e ci insegna la virtù della pazienza. Chiudiamo gli assaggi con il rosso che verrà, un Merlot 2025 prelevato dalla botte, che dire…è un neonato ancora, freschissimo, ne berresti in quantità, piacevole con frutta rossa in evidenza, beh la sua caratteristica, una viola in piena fioritura, morbido morbido. Lo aspetto con grande curiosità e voglia. In un attimo si è fatta sera, abbiamo trascorso un pomeriggio intimo, sereno tra nuove e vecchie annate, assaggi in anteprima da bottiglie e dalle botti, i vini di Mulit sono ampiamente riconosciuti per la loro raffinatezza, precisione, pulizia e corrispondenza naso bocca, le sfumature vengono calibrate ogni vendemmia e questo è un plus importante, perchè in questi equilibri sottili la differenza la fanno i dettagli. Il tempo di salutarci, caricare qualche bottiglia di vino, rinnovare la voglia di rivedersi presto e torniamo verso casa, il tramonto nel Collio è bellissimo, ci viene voglia di fare qualche foto e di fare due passi in un campo, ritroviamo il silenzio, e non è mai una condizione neutra. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire
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in questo mio silenzio
una parola scavata
è nella mia vita
come un abisso Giuseppe Ungaretti Il silenzio è una condizione ambientale definita priva di perturbazioni sonore. Eppure non è una condizione neutra, il silenzio non è sempre uguale perché non è sempre uguale il contesto e la percezione di chi lo vive. Per esempio a me capita, ogni volta che torno nel Collio, di pensare che questo territorio abbia un credito infinito di silenzio verso tutto e tutti, ed i sacrari, i monumenti ai caduti, le trincee sono li per ricordarlo. Mischio questi miei pensieri ai ricordi che ho di mio nonno paterno, classe 1900, i miei primi ricordi coincidono con i suoi ultimi racconti, di quando poco più che adolescente fu mandato al fronte proprio qui, tra Italia e l’attuale Slovenia, e fa sorridere ora ripensarlo mentre racconta che rubava i polli insieme ai suoi coetanei per poter mangiare. Sono anche le colline di un poeta soldato, Giuseppe Ungaretti, che cerca il silenzio tra le parole, e riesce a trovare, in mezzo a quel delirio, attimi di poesia infiniti per descrivere ciò che nessuno di noi vorrebbe mai vivere. Trent’anni dopo nel 1947, finita la seconda guerra mondiale, a Parigi si decidono nuovi confini ed il Collio viene diviso da un tratto di biro su una mappa, parte assegnato alla Jugoslavia, oggi chiamato Brda o Collio Sloveno, e parte all’Italia pur restando un unico ambiente naturale e viticolo. Così, all’improvviso molte famiglie contadine, agricoltori, vignaioli, si sono ritrovati con la casa in Italia ed ettari di terreno in Slovenia, o viceversa, oggi non ci si fa piu caso, le dogane sono diventate un posto dove organizzare aperitivi e degustazioni di vino, ma fino agli anni novanta del secolo scorso per attraversare questo confine c’erano controlli militari e regole severe. Non semplice! Come dicevo pur attraversato da confini e storie diverse, il Collio resta un unico ambiente viticolo, una delle unicità di questo territorio è la Ponca o Flysch di Cormons, una alternanza di marne argillose e calcaree ed arenarie di sabbie calcificate di diverse dimensioni, dai granelli fino a pietre a scaglie, caratteristica importante in quanto è un regolatore idrico naturale per le viti, trattiene solo ciò che è necessario alla vite mantenendo una bassa produzione per ceppo e di conseguenza incrementando la concentrazione di sostanze minerali nell’uva. Nascono qui i grandissimi bianchi da invecchiamento, i macerati, gli orange wine, o meglio sarebbe dire rinascono qui, da intuizioni di viticoltori coraggiosi e visionari, in una terra a forma di mezzaluna tra mare e montagna che è annoverata da sempre tra le maggiormente vocate al mondo per la produzione di bianchi. E i rossi? Certo! la Ponca è democratica, grande nutrimento ai bianchi grande nutrimento ai rossi, Pinot Nero, Merlot, Cabernet Sauvignon, Pignolo, Ribolla Nera oggi chiamata Schioppettino, vinificati in purezza oppure nel blend Collio Rosso. A Kozana, nel Brda, c’è una cantina che utilizza anche lo Syrah e Viognier, originari della Valle del Rodano e inusuali qui, si chiama Mulit. L’idea è di Boleslav Prinčič, agronomo, che dopo esperienze in importanti cantine del territorio decide di seguire le orme del fratello Tomaz ed iniziare a coltivare gli ettari di famiglia anche con vitigni che sopportino meglio i mesi più caldi, cercando una alternativa stilistica al classico taglio bordolese tanto in auge negli anni ’90. Inizia quindi a produrre Mulit Redče (rosso), blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah in percentuali variabili secondo le annate, e Mulit Belo (bianco) blend di Viognier, Chardonnay, Ribolla Gialla, Sauvignon Blanc e Pika, una varietà meno conosciuta di Brda. Per i primi anni si appoggia alla cantina del fratello Tomaz, realtà già affermata nel territorio, e che comunque rimane ancora oggi un punto di riferimento ed un supporto concreto e fondamentale, poi nel 2010 con l’arrivo in azienda dei due figli ormai grandi Tjaš e subito dopo Peter, costruisce la propria realtà. Mulit. Il nome deriva da nummuliti, fossili di origine Eocene, presenti nei loro terreni da circa 50 milioni di anni fa. Tornare da Mulit per noi è come ritrovare una parte di casa, è serenità, dal primo incontro a Slow Wine di Bologna di qualche anno fa è nata un’empatia che si rinnova ogni volta che ci si rivede, una confort zone, oggi abbiamo avuto anche il piacere di incontrare e fare due chiacchiere con il padre di Tjaš e Peter, l’agronomo Boleslav. Appena il tempo di salutare Peter in partenza per un fine settimana in barca con sei bottiglie di vino, povero Cristo!, e ci accomodiamo con Tjaš. La loro cantina è contenuta ma è una chicca di design e di attenzioni, dall’intonaco rigato in cocciopesto alle anfore di cotto, alla parete di vetro che divide le botti, ci si siede comodi intorno al tavolo ed il fatto di avere tutto a portata di mano, anfore, botti, bottiglie fa si che la sera arrivi in un attimo, chiacchierando, scherzando, discutendo, assaggiando annate storiche o capendo dalla botte come sta andando il nuovo vino. Il silenzio non è mai una condizione neutra, ad ogni sorso di vino ne corrisponde uno, breve, e oggi ci fa capire che stiamo bene. Tjaš e Peter potrebbero essere definiti a tutti gli effetti Garagisti, un po’ per la conformazione della loro cantina sotto casa, e tanto per la loro attitudine. Dedicano molta attenzione ai processi produttivi, ai dettagli in vigna, per esempio con l’utilizzo di droni con telecamere termosensibili e multispettrali, cioè che analizzano i colori, individuano le piante in sofferenza permettendo interventi chirurgici di assistenza e riducendo quindi al minimo essenziale i vari trattamenti, praticano la biodiversità coltivando frutta, ulivi, e alimentando i boschi a contorno delle vigne. Raccolgono le uve a diversi stadi di maturazione per ottenere il meglio da ogni grappolo, per le uve a bacca bianca l’uvaggio inizia in vigna, sono legati al territorio riproposto nei loro due blend, con 6 ettari coltivati oggi hanno ancora una produzione misurata, il che permette di curare le sfumature, di levigare e sperimentare, di arrivare al centro dell’idea di vino che si prefiggono, ed è entusiasmante sentire Tjaš quando spiega il suo concetto, come vuole che sia il suo stile e come cerca di arrivarci, i piccoli cambiamenti che ogni anno apporta in vigna ed in cantina. Iniziamo quindi ad assaggiare insieme e tra una chiacchiera e l’altra a scambiarci le impressioni. Il primo bicchiere è Mulit Belo annata 2023, colore giallo paglierino con riflessi dorati, i profumi e gli aromi sono generosi, dalla pesca all’albicocca, un bel vegetale di fieno, fiori secchi, si apre poi su una speziatura delicata, con un accenno anche alla noce moscata, salino e con una acidità rinfrescante di lime, la chiusura è con una vaniglia sottile e frutta secca, ha una buona persistenza ma per dirla alla Peter “E’ ancora timido, vorrebbe non esserlo ma è timido”. E’ l’annata in corso, so bene che ha solo bisogno di un paio d’anni per diventare come i suoi fratelli maggiori, capaci di un sorprendente finale lungo ma sempre teso fino alla fine. Il secondo assaggio è uno Chardonnay 2023, raccolto e vinificato solo nelle migliori annate, Tjaš ci dice che queste uve nascono nella parte più bassa delle loro proprietà, quasi a valle, con un terreno ricco anche di sabbia e con una vendemmia appena anticipata. Ne risulta uno Chardonnay veramente interessante, lo trovo raffinato, ricco e snello, riconoscibile nella mela matura, ananas, burro, vaniglia, ma mai in tono così prevalente, arricchito da un poco di idrocarburo, una leggera nota verde fresca, una maggior sapidità e acidità rispetto per esempio all’annata 2024, non ancora in commercio, dove nonostante un anno in meno si presenta già con maggior rotondità, tipica degli Chardonnay, un bel giallo quasi dorato e qui si che burro, vaniglia, caramello, mandorla, pera sono in prima linea. Molto buono. Due stili diversi che non lasciano indifferenti, devo dire che il primo l’ho trovato parecchio interessante proprio perchè atipico, hai la memoria dello Chardonnay ma hai anche tante altre cose. L’ultimo bianco è un Tocai Friulano, con una piccola percentuale di Ribolla, annata 2024 non ancora in commercio. Questa è una novità per Mulit che ha deciso di aggiungere un bianco ed un rosso, un Merlot, alla loro produzione. Il colore è un paglierino con riflessi sul verde, le note floreali portano alla camomilla ed al biancospino, una mela verde è il frutto che identifico per prima seguita da frutta esotica, anche un evidente vegetale di erba fresca, l’acidità è spiccata, si sente forte ma è mitigata da un bel residuo zuccherino, la bocca poi si spegne sulle morbidezze del vino. Il finale è lungo. E’ un vino che ha delle ottime premesse, l’acidità ed il residuo zuccherino se la giocano ad equilibrare il sorso, merita sicuramente l’attesa. I rossi iniziano con Mulit Redče 2022, secondo me un blend magnificamente riuscito. Rubino intenso, caldo anche allo sguardo, il Merlot si manifesta in pieno con i suoi frutti rossi, subito la mora e il mirtillo, la ciliegia, le spezie dolci e il pepe nero sono in armonia, cacao, foglie di tabacco, e un po di liquirizia. Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah qui trovano un equilibrio splendido, i tannini sono integrati a pieno, ogni cosa è al suo posto. Top! E’ un vino di grande beva e dalle lunghe lunghe prospettive, come ci annuncia l’annata 2010, la prima di Tjaš e Peter. L’evoluzione qui è completa, in bocca e al naso vira molto sui terziari dal carattere nobile, il cacao è amaro, la liquirizia maggiormente presente, un po di grafite e di caffè, la frutta è da confettura, mantiene una felice freschezza con una nota balsamica di eucalipto, il tannino è setoso, asciuga piano piano. E’ proprio vero che il tempo è un grande scultore e ci insegna la virtù della pazienza. Chiudiamo gli assaggi con il rosso che verrà, un Merlot 2025 prelevato dalla botte, che dire…è un neonato ancora, freschissimo, ne berresti in quantità, piacevole con frutta rossa in evidenza, beh la sua caratteristica, una viola in piena fioritura, morbido morbido. Lo aspetto con grande curiosità e voglia. In un attimo si è fatta sera, abbiamo trascorso un pomeriggio intimo, sereno tra nuove e vecchie annate, assaggi in anteprima da bottiglie e dalle botti, i vini di Mulit sono ampiamente riconosciuti per la loro raffinatezza, precisione, pulizia e corrispondenza naso bocca, le sfumature vengono calibrate ogni vendemmia e questo è un plus importante, perchè in questi equilibri sottili la differenza la fanno i dettagli. Il tempo di salutarci, caricare qualche bottiglia di vino, rinnovare la voglia di rivedersi presto e torniamo verso casa, il tramonto nel Collio è bellissimo, ci viene voglia di fare qualche foto e di fare due passi in un campo, ritroviamo il silenzio, e non è mai una condizione neutra. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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