Il viaggio di Orfeo è il mio viaggio da musicista attraverso le passioni che si incontrano nella vita, un po con l’arte, un po con la musica, un po con il vino, un po con le persone cerco di raccontare i miei incontri con i vignaioli e le loro famiglie.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai, è proprio cosi. Voglio raccontare di quelle persone che non perdono mai l’infinita voglia di andare alla seconda stella a destra.
1 Luglio, 2026
Le Malvasie di Luretta. La nascita di una nuova lingua.
“Tu passi all’interno della storia di quel vino come una mosca che vola.
Ma intanto lui sta facendo il suo percorso, ed è questo che secondo me è importante.
Cercare di capire cosa sta succedendo” (Lucio Salamini) Ed è proprio quello che è successo sabato 20 giugno alla cantina Luretta, al Castello di Momeliano, storica ed iconica azienda dei colli Piacentini. Una full immersion di grande intensità emotiva e sensoriale nella Malvasia Aromatica di Candia, vitigno principe di questo areale e non solo, attraverso 26 anni di vinificazioni, tradizioni ed innovazioni, sfide e…. – vuoi che in un Castello non ci sia magia? certo che si – e di magia. Questa giornata dedicata è stata fortemente voluta dalla Famiglia Salamini, la Signora Carla Asti moglie e fondatrice con il marito Felice Salamini, e suo figlio Lucio, affiancati da Antonio Montano, anch’esso volto imprescindibile dell’azienda, persona coinvolgente, appassionante ed appassionata che giustamente sottolinea il gran coraggio di questa cantina quando quasi 40 anni fa, in un territorio che parlava esclusivamente il linguaggio dei vini frizzanti, decise di aprire una nuova strada con un Metodo Classico e con una produzione di vini bianchi e rossi fermi. Oggi si userebbe il termine “visionario” ma io preferisco usare “poetico” per delle persone che con l’intuizione hanno saputo abbracciare l’incertezza e trasformarla, giorno dopo giorno, in questa splendida realtà. La Malvasia Aromatica di Candia è stata considerata, specialmente nella seconda metà del 1900, un vino da grande resa ma di modesta qualità, un vino leggero e dalla personalità trasparente, piacevole ma non in grado di lasciare un segno. E’ stato grazie al paziente lavoro di aziende come Luretta, tra le prime a credere nelle sue potenzialità, che negli ultimi 30 anni la percezione di questo vitigno ha iniziato a cambiare. Una storia fatta di studio, selezione in vigna, riduzione delle rese, ricerca enologica e tanto altro, un percorso che ha permesso alla Malvasia di raccontarsi con una complessità e carattere mai rivelati, dimostrando di poter attraversare il tempo senza timori, di saper raccontare il territorio attraverso interpretazioni diverse: secca, dolce da vendemmia tardiva, con uno stile ossidativo o in macerazione, addirittura come ingrediente da aromatizzare. Questa Malvasia Aromatica di Candia oggi va considerata come una lingua, capace di esprimersi in molti contesti enologici e con la consapevolezza di dialogare alla pari con vini di livello assoluto. La conferma ce la offre proprio Luretta con una degustazione che tecnicamente si chiamerebbe verticale, ma come si fa….abbiamo assaggiato Malvasie dalla vendemmia 2000 a quella della 2024, vinificazioni secche e vendemmie tardive dolci, passiti e vermouth, ogni bottiglia racconta un’idea, il percorso ed i tentativi per realizzarla, storie sempre diverse e se poi sul banco ci mettiamo le parole di Lucio: “Era una cosa che ce la dicevamo tutte le mattine quando andavamo in cantina, c’era questo gioco che si ripeteva -“Squadra che vince si cambia” – Perché per noi era continuare a scommettere in un altro modo, in un modo diverso.” Direi che è più corretto dire che oggi abbiamo assaggiato dei bicchieri unici. Come Boccadirosa 2024, la prima Malvasia che ci viene servita. La tecnica della macerazione prefermentativa di 24 ore determina il colore ambrato e permette l’estrazione e l’amplificazione di profumi floreali e di frutta, che ingannano il sorso. Se al naso è una esplosione di sambuco, di fiori bianchi di campo, camomilla, sentori dolci che accompagnano anche la frutta, in evidenza la pesca, il melone, un che di frutta esotica che si mischia con una leggera salvia, al sorso rimane il ricordo di tutti questi sentori, eleganti e scarichi di residuo zuccherino, o comunque nettamente inferiore al presagio degli aromi. La macerazione porta anche un delicato tannino che gli serve: per donare una struttura che accompagni l’acidità e bilanci le morbidezze del vino e per chiudere il sorso con un grip ed una pulizia sul palato che chiami un altro bicchiere. Il secondo assaggio che Antonio ci prepara è l’annata 2018, importante perchè rappresenta l’ultima annata senza macerazione prefermentativa. La differenza è netta sin da subito allo sguardo, giallo paglierino carico e un po’ meno suadente con gli aromi, o meglio si cambia registro. L’aspetto floreale così evidente nella prima qui trova subito un contrappunto con i sentori di evoluzione del vino, fiori secchi e mentolati, sbuffi balsamici e vegetali, con una buona presenza minerale ed una nota agrumata di bergamotto. Il profilo mi sembra più sottile e delicato e in bocca lascia una sensazione di maggiore freschezza rispetto alla 2024, sostenuta anche da una acidità più marcata. Ancora un passo indietro ed arriviamo all’annata 2011, fermentazione con lieviti indigeni ed un leggero residuo zuccherino. Uno stile, una visione diversa dalle precedenti, parte di questo viaggio nel mondo della Malvasia Aromatica di Candia che dura ormai da più di 30 anni. Ha una leggera punta ossidativa, di riduzione, ma ci sta tutta dopo 15 anni! Prevalgono sentori di mela cotta e acacia, di salvia e timo, esce la mimosa, la parte minerale è un idrocarburo accennato. In bocca si presenta con una discreta acidità ed una punta sapida, ed è di buona persistenza. Forse tra i tre è la meno gastronomica, secondo me potrebbe aprire una serata ma non accompagnarla a tavola. Cosa facevate 26 anni fa? Cosa facevo io? Sono tanti anni…mi ricordo la minaccia del Millenium Bug, il passaggio dalle lire all’euro, ed avevo una vita completamente diversa da quella di oggi, non c’era nulla di quello che oggi mi rappresenta. Beh nel 2000 c’era chi pensava ad una linea del tempo, passata e futura, proiettava le proprie idee avanti negli anni, immaginandole soltanto, senza certezze, senza uno storico a cui far riferimento, Carla e Felice aprivano una nuova strada che oggi, è il caso di dirlo, abbiamo il privilegio di assaggiare. Una Boccadirosa del 2000 che stupisce. Stupisce che sia ancora così viva e probabilmente ancora in evoluzione, è un vino che è fatto per ricordare, è come sfogliare un album di fotografie. I sentori di questo bicchiere si mischiano l’un l’altro, noto subito un profumo vegetale e salmastro che mi ricorda un’alga, decisamente esce uno spunto balsamico mentolato, e poi ancora la salvia, un pepe bianco e della senape, ha diverse quinte che minuto dopo minuto rivela, anche in bocca mantiene una progressione di sentori che lo portano a chiudere con della frutta secca asciugando la bocca. Complesso e morbido dall’aspetto d’orato non smette di essere ancora fresco. Abbandoniamo la prima sezione dedicata alla Malvasia secca per degustare la seconda batteria e ci spostiamo sull’interpretazione dolce della Malvasia, Le Rane. Da un vigneto posto in pianura vicino ad uno stagno appunto pieno di rane. La prima è l’ annata 2020, si tratta di una vendemmia tardiva lasciata sulla pianta il più possibile, cercando sempre di mantenere un equilibrio tra la parte acida e zuccherina. Ha un tenore alcolico di 14% ed una concentrazione zuccherina di 113 grammi/litro. Si accentuano i profumi di fiori dolci e di frutta, lo zucchero è presente anche negli aromi non solo in bocca. Ma resta sempre molto bilanciato con l’acidità che è stata un filo rosso che ha legato tutte le Malvasie assaggiate sino ad ora, sempre presente sempre bilanciata. E’ un vino che richiama decisamente un formaggio a pasta morbida, o una pasticceria secca. Soltanto 10 anni fa questo tipologia di vini aveva un mercato ben diverso, tant’è che Le Rane 2016 viene servita nella versione magnum. Si nota subito un caramello che chiude sull’amaro, un miele di castagno. Ed è evidente anche una bella frutta gialla disidratata che gioca con le erbe aromatiche leggere. Il residuo zuccherino penso sia maggiore della 2022 comunque mantiene la coerenza acida delle altre annate. Altro buco nel tempo per arrivare alla 2001, annata storica per la cantina, importante e destinata a cambiare la storia di Luretta. Le Rane 2001 ottiene il riconoscimento Il Sole di Veronelli, la luce è ormai accesa su questa azienda ed a pioggia arrivano riconoscimenti sempre più importanti. Si capisce assaggiandolo: Le Rane 2001 è un vino che sembra fatto ieri! Tanto mi ha stupito Boccadirosa 2000 tanto mi ha stupito Le Rane 2001. Per la freschezza ed agilità del sorso, per l’eleganza, per l’amalgama dei sentori, per la frutta candita ed il pepe rosa, per un finale che si trascina lento lento. E sono passati 25 anni…. Una ulteriore interpretazione della Malvasia arriva nei bicchieri con Nevermore 2011. Un passito che deriva dal finale delle torchiature della vendemmia tardiva Le Rane, circa 250 litri all’anno. Fa un primo passaggio in botti grandi mischiandosi con i vini degli anni precedenti e man mano viene spostato nei caratelli da 100 litri, una sorta di metodo Solera di almeno 10 anni. Botti scolme e si lavora in ossidazione. Il colore è senza dubbio ambrato e luminoso, nel bicchiere dichiara subito la sua morbidezza muovendosi lentamente, ha degli eleganti sentori eterei che sottolineano una dolcezza disidratata, di albicocca e scorza di arancia, è un vino che richiede tempo per aprirsi sia al naso che in bocca, l’aspetto balsamico è netto con l’eucalipto, al sorso l’agrume che prevale è forse il tamarindo con note di frutta secca come i fichi e i datteri, arriva anche un caramello amaro ed ha una speziatura dolce che arriva fino allo zafferano. Morbidissimo, caldo e avvolgente, con una corrispondenza naso bocca esemplare. Super. La degustazione si chiude con questa ennesima interpretazione della Malvasia Aromatica di Candia, anzi no! continua con un pranzo molto piacevole e conviviale in abbinamento a dei piatti perfettamente centrati con il vino, preparati dallo Chef Andrea del ristorante Al Contesse di Momeliano. Oggi abbiamo assaggiato diverse interpretazioni di questo straordinario vitigno, anche un Vermouth a base di Malvasia prodotto in collaborazione con una distilleria Friulana. Se immaginassi tutti i vini degustati seduti attorno ad una tavola rotonda, personalmente al centro metterei Boccadirosa 2024. Perchè mi sembra che abbia “ascoltato” tutti gli altri, che abbia saputo prendere un po’ di carattere da tutti: dal profilo aromatico, all’equilibrio del residuo zuccherino, al colore, alla tensione, alla morbidezza, insomma è quello che fra tutti trovo più sexy e come nella canzone di Fabrizio de Andrè Boccadirosa ruba le bocche a tanti altri vini. Ma se tanto mi da tanto probabilmente anche questa versione non è che un ennesimo punto di partenza per l’Isola che non c’è. Lucio oggi, sorridendo, si è posto una domanda “il perchè di tanta inquietudine”. Forse le parole di Camillo Sbarbaro, poeta ligure di fine 1800 e che per me è stato più volte negli anni la risposta che cercavo, chiudono un cerchio: “Perchè a me par, vivendo questa mia povera vita,
un’altra rasentarne come nel sonno,
e che quel sonno sia la mia vita presente”. Sprofondiamo nelle passioni. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Ma intanto lui sta facendo il suo percorso, ed è questo che secondo me è importante.
Cercare di capire cosa sta succedendo” (Lucio Salamini) Ed è proprio quello che è successo sabato 20 giugno alla cantina Luretta, al Castello di Momeliano, storica ed iconica azienda dei colli Piacentini. Una full immersion di grande intensità emotiva e sensoriale nella Malvasia Aromatica di Candia, vitigno principe di questo areale e non solo, attraverso 26 anni di vinificazioni, tradizioni ed innovazioni, sfide e…. – vuoi che in un Castello non ci sia magia? certo che si – e di magia. Questa giornata dedicata è stata fortemente voluta dalla Famiglia Salamini, la Signora Carla Asti moglie e fondatrice con il marito Felice Salamini, e suo figlio Lucio, affiancati da Antonio Montano, anch’esso volto imprescindibile dell’azienda, persona coinvolgente, appassionante ed appassionata che giustamente sottolinea il gran coraggio di questa cantina quando quasi 40 anni fa, in un territorio che parlava esclusivamente il linguaggio dei vini frizzanti, decise di aprire una nuova strada con un Metodo Classico e con una produzione di vini bianchi e rossi fermi. Oggi si userebbe il termine “visionario” ma io preferisco usare “poetico” per delle persone che con l’intuizione hanno saputo abbracciare l’incertezza e trasformarla, giorno dopo giorno, in questa splendida realtà. La Malvasia Aromatica di Candia è stata considerata, specialmente nella seconda metà del 1900, un vino da grande resa ma di modesta qualità, un vino leggero e dalla personalità trasparente, piacevole ma non in grado di lasciare un segno. E’ stato grazie al paziente lavoro di aziende come Luretta, tra le prime a credere nelle sue potenzialità, che negli ultimi 30 anni la percezione di questo vitigno ha iniziato a cambiare. Una storia fatta di studio, selezione in vigna, riduzione delle rese, ricerca enologica e tanto altro, un percorso che ha permesso alla Malvasia di raccontarsi con una complessità e carattere mai rivelati, dimostrando di poter attraversare il tempo senza timori, di saper raccontare il territorio attraverso interpretazioni diverse: secca, dolce da vendemmia tardiva, con uno stile ossidativo o in macerazione, addirittura come ingrediente da aromatizzare. Questa Malvasia Aromatica di Candia oggi va considerata come una lingua, capace di esprimersi in molti contesti enologici e con la consapevolezza di dialogare alla pari con vini di livello assoluto. La conferma ce la offre proprio Luretta con una degustazione che tecnicamente si chiamerebbe verticale, ma come si fa….abbiamo assaggiato Malvasie dalla vendemmia 2000 a quella della 2024, vinificazioni secche e vendemmie tardive dolci, passiti e vermouth, ogni bottiglia racconta un’idea, il percorso ed i tentativi per realizzarla, storie sempre diverse e se poi sul banco ci mettiamo le parole di Lucio: “Era una cosa che ce la dicevamo tutte le mattine quando andavamo in cantina, c’era questo gioco che si ripeteva -“Squadra che vince si cambia” – Perché per noi era continuare a scommettere in un altro modo, in un modo diverso.” Direi che è più corretto dire che oggi abbiamo assaggiato dei bicchieri unici. Come Boccadirosa 2024, la prima Malvasia che ci viene servita. La tecnica della macerazione prefermentativa di 24 ore determina il colore ambrato e permette l’estrazione e l’amplificazione di profumi floreali e di frutta, che ingannano il sorso. Se al naso è una esplosione di sambuco, di fiori bianchi di campo, camomilla, sentori dolci che accompagnano anche la frutta, in evidenza la pesca, il melone, un che di frutta esotica che si mischia con una leggera salvia, al sorso rimane il ricordo di tutti questi sentori, eleganti e scarichi di residuo zuccherino, o comunque nettamente inferiore al presagio degli aromi. La macerazione porta anche un delicato tannino che gli serve: per donare una struttura che accompagni l’acidità e bilanci le morbidezze del vino e per chiudere il sorso con un grip ed una pulizia sul palato che chiami un altro bicchiere. Il secondo assaggio che Antonio ci prepara è l’annata 2018, importante perchè rappresenta l’ultima annata senza macerazione prefermentativa. La differenza è netta sin da subito allo sguardo, giallo paglierino carico e un po’ meno suadente con gli aromi, o meglio si cambia registro. L’aspetto floreale così evidente nella prima qui trova subito un contrappunto con i sentori di evoluzione del vino, fiori secchi e mentolati, sbuffi balsamici e vegetali, con una buona presenza minerale ed una nota agrumata di bergamotto. Il profilo mi sembra più sottile e delicato e in bocca lascia una sensazione di maggiore freschezza rispetto alla 2024, sostenuta anche da una acidità più marcata. Ancora un passo indietro ed arriviamo all’annata 2011, fermentazione con lieviti indigeni ed un leggero residuo zuccherino. Uno stile, una visione diversa dalle precedenti, parte di questo viaggio nel mondo della Malvasia Aromatica di Candia che dura ormai da più di 30 anni. Ha una leggera punta ossidativa, di riduzione, ma ci sta tutta dopo 15 anni! Prevalgono sentori di mela cotta e acacia, di salvia e timo, esce la mimosa, la parte minerale è un idrocarburo accennato. In bocca si presenta con una discreta acidità ed una punta sapida, ed è di buona persistenza. Forse tra i tre è la meno gastronomica, secondo me potrebbe aprire una serata ma non accompagnarla a tavola. Cosa facevate 26 anni fa? Cosa facevo io? Sono tanti anni…mi ricordo la minaccia del Millenium Bug, il passaggio dalle lire all’euro, ed avevo una vita completamente diversa da quella di oggi, non c’era nulla di quello che oggi mi rappresenta. Beh nel 2000 c’era chi pensava ad una linea del tempo, passata e futura, proiettava le proprie idee avanti negli anni, immaginandole soltanto, senza certezze, senza uno storico a cui far riferimento, Carla e Felice aprivano una nuova strada che oggi, è il caso di dirlo, abbiamo il privilegio di assaggiare. Una Boccadirosa del 2000 che stupisce. Stupisce che sia ancora così viva e probabilmente ancora in evoluzione, è un vino che è fatto per ricordare, è come sfogliare un album di fotografie. I sentori di questo bicchiere si mischiano l’un l’altro, noto subito un profumo vegetale e salmastro che mi ricorda un’alga, decisamente esce uno spunto balsamico mentolato, e poi ancora la salvia, un pepe bianco e della senape, ha diverse quinte che minuto dopo minuto rivela, anche in bocca mantiene una progressione di sentori che lo portano a chiudere con della frutta secca asciugando la bocca. Complesso e morbido dall’aspetto d’orato non smette di essere ancora fresco. Abbandoniamo la prima sezione dedicata alla Malvasia secca per degustare la seconda batteria e ci spostiamo sull’interpretazione dolce della Malvasia, Le Rane. Da un vigneto posto in pianura vicino ad uno stagno appunto pieno di rane. La prima è l’ annata 2020, si tratta di una vendemmia tardiva lasciata sulla pianta il più possibile, cercando sempre di mantenere un equilibrio tra la parte acida e zuccherina. Ha un tenore alcolico di 14% ed una concentrazione zuccherina di 113 grammi/litro. Si accentuano i profumi di fiori dolci e di frutta, lo zucchero è presente anche negli aromi non solo in bocca. Ma resta sempre molto bilanciato con l’acidità che è stata un filo rosso che ha legato tutte le Malvasie assaggiate sino ad ora, sempre presente sempre bilanciata. E’ un vino che richiama decisamente un formaggio a pasta morbida, o una pasticceria secca. Soltanto 10 anni fa questo tipologia di vini aveva un mercato ben diverso, tant’è che Le Rane 2016 viene servita nella versione magnum. Si nota subito un caramello che chiude sull’amaro, un miele di castagno. Ed è evidente anche una bella frutta gialla disidratata che gioca con le erbe aromatiche leggere. Il residuo zuccherino penso sia maggiore della 2022 comunque mantiene la coerenza acida delle altre annate. Altro buco nel tempo per arrivare alla 2001, annata storica per la cantina, importante e destinata a cambiare la storia di Luretta. Le Rane 2001 ottiene il riconoscimento Il Sole di Veronelli, la luce è ormai accesa su questa azienda ed a pioggia arrivano riconoscimenti sempre più importanti. Si capisce assaggiandolo: Le Rane 2001 è un vino che sembra fatto ieri! Tanto mi ha stupito Boccadirosa 2000 tanto mi ha stupito Le Rane 2001. Per la freschezza ed agilità del sorso, per l’eleganza, per l’amalgama dei sentori, per la frutta candita ed il pepe rosa, per un finale che si trascina lento lento. E sono passati 25 anni…. Una ulteriore interpretazione della Malvasia arriva nei bicchieri con Nevermore 2011. Un passito che deriva dal finale delle torchiature della vendemmia tardiva Le Rane, circa 250 litri all’anno. Fa un primo passaggio in botti grandi mischiandosi con i vini degli anni precedenti e man mano viene spostato nei caratelli da 100 litri, una sorta di metodo Solera di almeno 10 anni. Botti scolme e si lavora in ossidazione. Il colore è senza dubbio ambrato e luminoso, nel bicchiere dichiara subito la sua morbidezza muovendosi lentamente, ha degli eleganti sentori eterei che sottolineano una dolcezza disidratata, di albicocca e scorza di arancia, è un vino che richiede tempo per aprirsi sia al naso che in bocca, l’aspetto balsamico è netto con l’eucalipto, al sorso l’agrume che prevale è forse il tamarindo con note di frutta secca come i fichi e i datteri, arriva anche un caramello amaro ed ha una speziatura dolce che arriva fino allo zafferano. Morbidissimo, caldo e avvolgente, con una corrispondenza naso bocca esemplare. Super. La degustazione si chiude con questa ennesima interpretazione della Malvasia Aromatica di Candia, anzi no! continua con un pranzo molto piacevole e conviviale in abbinamento a dei piatti perfettamente centrati con il vino, preparati dallo Chef Andrea del ristorante Al Contesse di Momeliano. Oggi abbiamo assaggiato diverse interpretazioni di questo straordinario vitigno, anche un Vermouth a base di Malvasia prodotto in collaborazione con una distilleria Friulana. Se immaginassi tutti i vini degustati seduti attorno ad una tavola rotonda, personalmente al centro metterei Boccadirosa 2024. Perchè mi sembra che abbia “ascoltato” tutti gli altri, che abbia saputo prendere un po’ di carattere da tutti: dal profilo aromatico, all’equilibrio del residuo zuccherino, al colore, alla tensione, alla morbidezza, insomma è quello che fra tutti trovo più sexy e come nella canzone di Fabrizio de Andrè Boccadirosa ruba le bocche a tanti altri vini. Ma se tanto mi da tanto probabilmente anche questa versione non è che un ennesimo punto di partenza per l’Isola che non c’è. Lucio oggi, sorridendo, si è posto una domanda “il perchè di tanta inquietudine”. Forse le parole di Camillo Sbarbaro, poeta ligure di fine 1800 e che per me è stato più volte negli anni la risposta che cercavo, chiudono un cerchio: “Perchè a me par, vivendo questa mia povera vita,
un’altra rasentarne come nel sonno,
e che quel sonno sia la mia vita presente”. Sprofondiamo nelle passioni. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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26 Giugno, 2026
Viconari. Il giusto sbaglio del Pecorino
Montefiore dell’Aso, nel cuore della Val Menocchia. Dove?? Marche, Sud delle Marche.
E’ un territorio che oggi fatica ancora a trovare posto sulle mappe del vino, con una successione di colline che guardano l’Adriatico senza mai cercare di assomigliare a territori più celebri, proprio per questo affascinante. Al bello ci si può abituare, anche in fretta, il nuovo invece ti rende curioso e vorace di conoscenza.
Soprattutto quando Raimondo ti dice: ” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”. Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà. Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità. L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio. Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino. Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato… La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione. Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle. Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio. Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini. In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate. Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi. Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia. Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro. Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse. Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire. Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica. Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma. Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato. In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga. E’ un vino avvolgente che ti rasserena. Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino. Spiazzante! Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via. Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze. Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”. Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo. Quindi, che Sangiovese sarà? Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Soprattutto quando Raimondo ti dice: ” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”. Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà. Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità. L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio. Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino. Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato… La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione. Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle. Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio. Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini. In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate. Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi. Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia. Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro. Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse. Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire. Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica. Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma. Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato. In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga. E’ un vino avvolgente che ti rasserena. Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino. Spiazzante! Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via. Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze. Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”. Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo. Quindi, che Sangiovese sarà? Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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16 Giugno, 2026
Adriano Marco e Vittorio. Una storia che sta sempre per iniziare
San Rocco Seno d’Elvio è una piccola frazione del Comune di Alba, l’unica area dell’Albese autorizzata a produrre Barbaresco insieme ai Comuni di Treiso, Barbaresco e Neive.
E’ anche uno dei luoghi più cari a Beppe Fenoglio, scrittore e anima inquieta delle Langhe e di Alba. A San Rocco Fenoglio trascorse gran parte della sua giovinezza, tra le morbide colline che scendono verso il torrente Seno d’Elvio, imparando a conoscere quella terra aspra e generosa che sarebbe poi diventata protagonista nelle sue pagine, in particolare nel romanzo “Una questione privata”.
Qui maturò il suo sguardo sul mondo tra vigne, cascine e sentieri, qui Fenoglio diventò partigiano, qui trovò nelle parole, come un altro grandissimo poeta soldato, Giuseppe Ungaretti, una forma di resistenza, di rifugio per l’anima. Questi luoghi sono la sua Geografia Sentimentale. A quel tempo così “maledetti”, segno di un destino fatto di miseria, di Malora, mentre oggi come contraltare così “benedetti”.
In mezzo ci sono tante storie di famiglie contadine, donne e uomini spesso lungimiranti, coraggiosi, che hanno trasformato un destino di sacrificio in una straordinaria eredità agricola e culturale.
E’ la storia di una famiglia che ha saputo far crescere il seme gettato agli inizi del secolo scorso da Giuseppe e sua moglie Teresa, che da mezzadri iniziarono la coltivazione della vite, vendendo la propria uva ad altre cantine e vinificandone una parte per il consumo familiare. Donne e uomini spesso lungimiranti proprio come Aldo, figlio di Giuseppe, e la moglie Maddalena che con grandi sacrifici lasciano la mezzadria per acquistare i primi terreni e quella che oggi è l’unica cascina indipendente di tutto l’albese posta in cima ad una collina, Cascina Mottura.
E’ la storia della famiglia Adriano
di Marco e Vittorio, figli di Aldo e Maddalena, che negli anni novanta del secolo scorso hanno raccolto i frutti di quel seme piantato dal nonno Giuseppe compiendo un passo decisivo: vinificare in proprio l’intera produzione aziendale, implementando le varietà coltivate ed acquistando altri terreni, sino ad arrivare ad oggi con oltre 50 ettari di proprietà di cui 30 vitati, 15 a noccioleti e 12 circa a carattere boschivo.
Con Emma siamo stati in cantina per conoscere meglio questa splendida realtà, in un soleggiato sabato di fine maggio abbiamo incontrato Michela Adriano, figlia di Vittorio e Grazia.
Michela sa come si fa!
Ha il sorriso sempre acceso e solare, la voglia di raccontare e negli occhi qualcosa che sembra stia sempre per iniziare, ti fa sentir bene, accolto. E in più è anche una Sbarbatella! Si, Sbarbatelle è una Associazione nata nel 2024 di giovani donne Under 40 produttrici di vino provenienti da tutta Italia, che pur appartenendo a territori e storie diverse condividono la stessa visione: raccogliere l’eredità ricevuta per portarla nel futuro.
Una generazione di donne cariche di energia, entusiasmo e soprattutto competenza.
Iniziamo con una passeggiata intorno alla cantina. Ai piedi della collina Mottura si trovano i filari di Sauvignon Blanc, man mano che si sale e l’esposizione al sole migliora lasciano spazio alle varietà a bacca rossa. Michela ci spiega anche il senso dei quindici ettari di noccioleti che circondano la proprietà. Non si tratta soltanto di una scelta produttiva: le nocciole e la vite hanno cicli vegetativi e periodi di maturazione complementari, permettendo di garantirsi e distribuire meglio il lavoro nel corso dell’anno e di diversificare le attività aziendali.
Ciò significa assicurarsi una manodopera specializzata e di lunga data, persone che ormai conoscono molto bene i bisogni delle piante, che tipo di interventi effettuare in una vigna piuttosto che in un’altra. Persone che oggi sono abituate a ragionare per qualità, per attenzione e rispetto delle viti.
Qui a San Rocco Seno d’Elvio si concentra la maggioranza dei vigneti aziendali, a Neive hanno però il loro Cru più importante, Basarin. 7 ettari di vigneti con pendenze che raggiungono anche il 40% ed essendo un terreno soggetto a smottamenti è stato eseguito un lavoro di tubazioni sotterranee per il drenaggio dell’acqua piovana che si sviluppa per sei kilometri. Di questi 7 ettari 5 sono dedicati al Nebbiolo per la produzione del celebre Barbaresco Basarin, gli altri due sono divisi tra Freisa e Barbera.
Raggiungiamo poi il cuore pulsante dell’azienda, la cantina, dove oltre ai fermentini di acciaio elevano i propri vini anche in botti grandi di legno, preferite alle barrique per una coerenza stilistica che li porta a prediligere una evoluzione la più delicata possibile.
Entrati nella sala degustazione Michela ci ricorda come lo scandalo del vino al metanolo di metà anni 80 del secolo scorso sia stato la Grande Occasione per le Langhe per reinventarsi.
Fino ad allora la maggior parte delle aziende che producevano uva la conferivano quasi per intero alle Cantine Sociali, poi lo scandalo del metanolo che ha avuto come epicentro la provincia di Cuneo, ha fatto crollare il consumo di vino prodotto in queste zone.
Da qui la scelta di numerose famiglie di iniziare a vinificare e commercializzare in proprio e la scelta di metterci la propria firma sulla bottiglia, non il nome di una Tenuta, di una Cascina o un nome di fantasia, ma quello della famiglia. Un gesto semplice ma potente che significava assumersi la responsabilità diretta di ciò che si produceva ed al contempo riconquistare il rapporto di fiducia con il consumatore.
E’ tempo di assaggiare…
Michela ci prepara Dudes, il loro metodo Charmat, un Charmat lungo di 12 mesi sui lieviti, una bollicina di Freisa, con una vendemmia anticipata anche di venti giorni rispetto alla Freisa vinificata in rosso. Il gioco è tutto sulla parte aromatica e sulla freschezza del frutto, è un rosè profumato e delicato nei piccoli frutti rossi e delicato anche in un sentore di rosa fresca. Noi lo abbiamo assaggiato ad una temperatura perfetta, l’acidità non troppo carica, la bollicina persistente ed elegante si, ma con le sneakers, è un vino che veste benissimo l’aggettivo “croccante”.
E’ un vino trasversale dall’aperitivo con salumi e formaggi servito freddo, ad accompagnare piatti più aristocratici servito a 10 gradi. Centro.
Il secondo vino è Ardì, un Moscato vinificato secco, acciaio e circa 5 mesi di battonage prima dell’imbottigliamento. Ci hanno colpito subito i sentori di erbe aromatiche ancora prima dei fiori e della frutta, ti fa capire che ha carattere e struttura, maggiorana e salvia sono li in prima fila, poi la frutta a polpa, albicocche, pesca gialla e melone, e sicuramente i fiori di acacia, camomilla e caprifoglio, al sorso trovi la conferma che è un vino di carattere, riscontri i profumi ma in versione secca, una buona acidità ed un finale tra l’agrume e la mandorla lo allungano per bene in bocca.
Il Sauvignon ci ha molto incuriosito, ed eccolo che arriva, Basaricò, forma dialettale di basilico, già si sente eccome. E’ stata una collaborazione con l’Università di Viticoltura ed Enologia di Udine che ha portato in azienda il Sauvignon, completo nei varietali del vitigno, erba tagliata, foglia di pomodoro, sambuco e l’immancabile bosso. In Basaricò primeggia senz’altro il basilico come sentore e subito dopo una intensa nota minerale, che è la caratteristica che lo differenzia dai molti Sauvignon assaggiati.
E’ un vino che ha preso il meglio da questi terreni, decisamente originale e legato al luogo da cui nasce.
Con il Dolcetto 2024 Aldo, dedicato al nonno, si apre la degustazione dei rossi. Il Dolcetto è uno dei vini preferiti da Michela, la 2024 in particolare.
“E’ proprio il Dolcetto come me l’ha sempre raccontato mio nonno. Ti bevi il Dolcetto d’Alba 2024 e sei felice.”
Sei felice perchè nel bicchiere hai la sensazione di bere un vino che è così da sempre, semplice, immediato nella frutta di ciliegie e prugna, con una punta di speziatura dolce, cannella, ed un grip tannico che solletica più che dar fastidio, è esattamente quel tipo di vino rosso che oggi tanto si propone fresco, da frigorifero, e che qui nelle Langhe esiste da sempre. Tanto generoso nel bouquet olfattivo quanto agile e fresco in bocca.
La Freisa 2021 Lice porta il soprannome dello zio Felice che in uno scambio di “favori” ha consentito la gestione della sua vigna di Barbaresco a patto che mantenessero anche quella della Freisa. E’ piaciuta talmente tanto che nel 2012 hanno deciso di piantare una seconda vigna che ora regala un vino di carattere, nella versione 2021 che abbiamo assaggiato, un vino decisamente gastronomico.
L’etimologia del nome deriverebbe dalla trasposizione dialettale di fragola, e quel tipo di frutto rosso piccolo c’è, ma anche melograno, lampone e ribes, con note più dolci come la ciliegia, ci sono tutti, tra i fiori prevale una bella violetta fresca, poi arrivano le spezie delicate come il pepe rosa ed il chiodo di garofano, ma come dicevamo è una delicatezza che nasconde grinta nel tannino, tant’è che la 2021 è l’unica annata che ha fatto botte grande per quattro mesi per ammansire l’esuberanza della parte tannica.
Un vino che sa farsi voler bene e che accompagna alla grande salumi e formaggi, esattamente come lo Charmat Dudes. I conti tornano!
Il prossimo vino è….un vino speciale
beh senz’altro perchè è davvero molto buono ed è una Barbera d’Alba Superiore, soprattutto perchè si chiama Tòiu.
Tòiu era il soprannome del padre di Michela, Vittorio, scomparso nel 2022.
“Per noi è sempre stato, diciamo, lo stereotipo del vino rosso italiano, quello che metti sulla tavola della domenica, che condividi con gli amici o la famiglia. Mio papà era uno che le tavole piaceva condividerle con tutti, quindi è un simbolo di quello.”
L’annata è proprio la 2022, difficile già di per se, complicata e secca, con una vendemmia giocata sull’anticipo rispetto alle annate tradizionali.
Acidità e zuccheri erano altissimi, quasi spinti al limite, ma come spesso mi sono sentito dire in cantina, nel far vino 2 + 2 non fa mai 4, si riesce a supporre, immaginare ma il risultato finale raramente è ciò che tu hai progettato. In fermentazione acidità e zuccheri sono inaspettatamente crollati autobilanciandosi, e il risultato è una Barbera d’Alba Superiore vivace e beverina, con dei tannini setosi, dove il frutto per dirla alla Michela “è una caramella” bilanciata dall’acidità.
Vero.
Una confettura di more con una spinta dettata anche dalla speziatura pungente di pepe, una leggera nota balsamica lo rende quasi dissetante con un assetto verticale in bocca.
Peraltro con Emma qualche giorno prima della visita in cantina abbiamo aperto la loro Barbera d’Alba Superiore 2019 ed il raffronto è stato immediato: la 2019, sarà di certo anche per i tre anni in più di affinamento in bottiglia, ci è subito sembrata più morbida e calda, con i terziari in evidenza rispetto alla 2022, liquirizia, cacao e tabacco. Insomma, 2 + 2 non farà mai 4, almeno nel far vino.
Gli ultimi tre assaggi
sono i loro tre Barbaresco: Sanadaive, Basarin e Basarin Riserva.
Il Sanadaive 2021 è un blend di due vigneti che si trovano a San Rocco Seno d’Elvio, deve il suo nome alla forma dialettale di Seno d’Elvio, dopo 12 mesi in botte grande di rovere affina altri 9 mesi in bottiglia.
A San Rocco la conformazione del terreno è molto simile a quella che si trova a Serralunga, quindi lequio, sabbia, calcare e limo. Cambia totalmente però il microclima, difatti siamo in fonda a una valle nelle vicinanze di un ruscello, lo Stura, che regala sbalzi termici importanti e ricchezza di umidità.
L’esposizione a Sud-Ovest e la buccia sottile del Sanadaive necessitano di una parete fogliare fitta, che faccia da ombrellone agli acini che rischierebbero altrimenti bruciature soprattutto nei caldi mesi estivi, tutto ciò fa si che anche l’estrazione del colore sia più delicata rispetto al fratello Basarin.
Questa combinazione geoclimatica da origine ad un Barbaresco che Michela definisce “estivo”, molto floreale tra violetta, rosa, fiori di campo, il colore è rubino con qualche riflesso granato, ma giusto un accenno, piccoli frutti rossi di bosco, anice stellato, una mentuccia sul finale e un sottobosco secco rendono bene l’idea di Barbaresco “estivo” suggerita da Michela, è molto raffinato, sussurrato e morbido, il tannino è integrato bene con l’acidità.
Altro linguaggio, come dicevamo, è il Basarin 2021, il Cru dell’Azienda che cresce su un terreno composto dalle celebri marne di Sant’Agata, limo, argilla blu, calcare e sabbie finissime, il nebbiolo qui è a casa sua.
Riprende lo stile olfattivo del Sanadaive, i fiori qui sono più appassiti ma restano protagonisti insieme al frutto, esce subito una bella prugna rossa e come contorno il ribes lampone e mora, ha una opulenza maggiore, è austero e secco, le spezie risultano più pronunciate, sbuffate di pepe nero e di eucalipto, di alloro, di china e di cera, mineralità in evidenza ed un tannino nervoso che si sta integrando.
Lo troviamo integrato quasi a pieno nella versione Basarin Riserva 2020, davvero splendido, dotato di una eleganza e pulizia rara. Un’ ottima persistenza che avvolge tutto il palato.
Lasciamolo li ancora per qualche anno: diventa uno degli indimenticabili.
La degustazione si chiude con un vino che è una autentica chicca, una vendemmia tardiva, l’uva di San Martino di metà novembre, tra Moscato e Nascetta.
Il nonno Aldo quando vedeva vendemmiare a novembre l’uva attaccata dalla Botrite, ma per lui era semplice muffa e l’uva da buttare, ripeteva “Sa ti fol – ma sei matto”. Satifol è rimasto il nome di questo succo a metà strada tra un passito ed un vino, con una acidità che è una caratteristica, parte sapido ed ha un ritorno importante di acidità, ha almeno tre o quattro momenti di trasformazione, è li che non sa se dichiararsi dolce o sapido, escono i fiori gialli, il miele, la pesca gialla matura, la pera, e un istante dopo la frutta secca, il cedro, la parte minerale, lo iodio, per Emma è “un’acqua di mare profumata”.
La parte più bella di questo vino però è nel nome, che ci ricorda cosa significa intuizione e come molte volte le storie più belle iniziano con qualcuno che ci guarda e ci dice “Ma sei matto?”.
Adriano Marco e Vittorio è una cantina che esprime al meglio le caratteristiche del territorio, ogni suo vino ne descrive almeno un aspetto, e Michela…..beh Michela come dicevo ha negli occhi qualcosa che sembra stia sempre per iniziare, è ricca di energia e di orgoglio, è curiosa e piena di entusiasmo.
Chissà quante volte Giuseppe e Teresa quando hanno gettato quel seme hanno anticipato nei loro sogni, nei loro pensieri il viso di Michela, il suo sorriso, quante volte hanno immaginato che qualcuno, da qualche parte nel mondo avrebbe ascoltato una ragazza iniziare il suo racconto con queste parole:
”The history of the winery began more than a hundred years ago, when my great-grandparents, Giuseppe and Teresa, planted a seed…”.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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28 Maggio, 2026
La Primavera del Castellinaldo Barbera d'Alba.
La sempre attiva Associazione Go Wine, in collaborazione con l’Associazione Vinaioli del Castellinaldo, all’interno della terza edizione della “Primavera del Castellinaldo” ha organizzato per lunedì 18 maggio una giornata di approfondimento dedicata alla recente denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC, riconosciuta dal 2021, per offrirne una lettura qualificata con occasione di confronto tra i produttori e chi si occupa di ristorazione, distribuzione, informazione e comunicazione del vino.
La bella giornata, ricca di sole ma fresca, ha favorito una passeggiata tra le vigne con una guida d’eccezione, Giancarlo Montaldo, firma storica del giornalismo enogastronomico e già direttore del Consorzio del Barolo e del Barbaresco, della Cantina Produttori del Barbaresco, Presidente dell’Enoteca Regionale del Barbaresco, direttore dal 2014 della storica testata “Barolo & Co.” e dal 2019 presidente dell’Enoteca Regionale dell’Albugnano. Insomma…uno che questi territori li conosce molto bene.
Siamo in provincia di Cuneo, a metà strada tra il Roero e le Langhe, geologicamente si hanno delle similitudini con Barbaresco e Neive, calcare e limo alternati a sabbia e argilla, caratteristica che permettono di avere delle Barbera molto armoniche ed equilibrate.
La sottozona di Castellinaldo
nasce 1992 dalla volontà di un gruppo di produttori locali con l’obiettivo di valorizzare la qualità della Barbera della zona, progetto che un po si perde negli anni a seguire quando la ricerca dell’origine e della specificità di questa Barbera, rispetto a quella di Alba, si mescola eccessivamente e frettolosamente con la promozione.
Una accelerazione importante verso il riconoscimento della Doc arriva nel 2016 quando si decide di ampliare la zona di produzione ad altri sei Comuni limitrofi, Vezza d’Alba, Castagnito, Canale, Priocca, Guarene e Magliano Alfieri.
Nel 2019 si arriva alla revisione e modifica del disciplinare della Barbera d’Alba inserendo la zona d’origine, Castellinaldo, e regole più restrittive con Barbera almeno all’85% ed un possibile saldo di Nebbiolo, il titolo alcometrico finale deve essere non inferiore ai 12,5 gradi e l’invecchiamento non sotto i 14 mesi, di cui almeno 6 in legno e tre in bottiglia.
La prima annata ufficiale è stata la 2021, con un decreto di approvazione che aveva consentito il recupero delle due annate precedenti ai viticoltori che avessero ottenuto vini conformi ai criteri previsti dal nuovo disciplinare.
La denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC ad oggi si estende su una superficie appena sotto i 20 ettari, divisi tra 22 Cantine, con una produzione di circa 150.000 bottigliea fronte di un potenziale che potrebbe raggiungere e superare il 1.000.000 di bottiglie. Ma, come ci ricorda Giancarlo Montaldo, la strada è ancora lunga e soprattutto serve la volontà condivisa di volerla percorrere.
Al termine della passeggiata tra i filari siamo poi tornati a Castellinaldo al ristorante Mongalletto per una degustazione alla cieca di diciotto campioni divisi in tre annate con tavoli composti da una decina di ospiti ciascuno.
2023
con le aziende: Ferrero Michele, F.lli Masucco, Az. Agr. Cravanzola, Az. Agr. Sottero Silvana, Stefanino Morra, Tonino Marchisio, Cascina Chicco, Az. Agr. Margherita.
2022
con le aziende: Cascina Torniero, Cascina del Pozzo, Cantina del Nebbiolo, Allerino Giovanni, La Granera, Cascina Goregn, Marchisio Family.
2021
con le aziende: Marsaglia, Baudevin
Dopo tutti gli assaggi,
pur avendo sensazioni piacevoli la mia impressione è stata quella di una “slegatura” eccessiva tra un campione ed un altro, una disomogeneità che ha caratterizzato buona parte dei diciotto vini.
A mio avviso sarebbero utili dei momenti di confronto, bicchieri alla mano, tra i produttori per delineare con maggior precisione anche il profilo gustativo della Barbera di Castellinaldo.
Non si tratta di ricercare una omologazione stilistica, ma piuttosto costruire una identità e riconoscibilità territoriale più nitida.
Ad onor del vero va detto che le prime quattro annate, dalla 2021 alla 2024, sono state piuttosto complicate, tra grandinate, pioggia eccessiva o climi estremamente secchi e caldi, mentre grandi aspettative le porta in dote l’annata 2025.
La Castellinaldo Barbera d’Alba DOC è una denominazione giovane che trova proprio nei giovani viticoltori il volto credibile del proprio futuro. L’entusiasmo, la voglia di confronto e la cura con la quale hanno organizzato insieme a Go Wine – rappresentato per l’occasione dal Presidente Massimo Corrado – rappresentano senza dubbio una importante segnale di consapevolezza e voglia di costruire, ribadite peraltro anche nelle parole del suo Presidente.
Riccardo Grasso – Presidente del Consorzio Vinaioli del Castellinaldo
“ Il Castellinaldo Barbera d’Alba è il frutto di un lavoro collettivo che negli anni ha saputo dare riconoscibilità a una precisa area produttiva del Roero. Vedere le cantine presenti insieme, a contatto diretto con il pubblico e con gli operatori, significa dare forza a questo percorso. La manifestazione rappresenta per noi non solo un momento promozionale, ma anche un’occasione per ribadire l’identità, la qualità e le prospettive di crescita del Castellinaldo”.
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26 Maggio, 2026
Best Wine Stars Milano. Una fiera Giovane
Si è chiusa, lunedì 18 maggio, la settima edizione di Best Wine Stars la Fiera Internazionale di Milano dedicata al mondo del vino, spirits, food che riunisce centinaia di produttori nazionali ed internazionali.
La cornice è sempre quella della suggestiva architettura Liberty del Palazzo del Ghiaccio, imponente e luminosa, inaugurata nel 1923 come pista di ghiaccio per eventi sportivi. Con i suoi 1.800 metri quadrati rappresentava allora una delle strutture più grandi al mondo, e ancora oggi conserva un fascino scenografico davvero unico.
Per questa edizione Best Wine Stars ha promosso la collaborazione come Media Partner della nostra testata, Wine Tales Magazine, che, in collaborazione con altri magazine, nei tre giorni di attività ha coperto in modo capillare tutto ciò che è accaduto all’interno della manifestazione dando spazio alle aziende e alla loro voglia di comunicare. Un supporto che continuerà anche nelle prossime settimane con attività social e articoli di approfondimento.
La crescita costante dell’evento è confermata dalla proposta dell’offerta con più di 1.200 etichette in degustazione, e soprattutto l’apertura di spazi inediti rispetto al passato come l’Area Bronze, un’ala della sala al piano superiore, pensata per favorire le piccole aziende emergenti e provenienti da territori meno rappresentati.
Enzo Carbone CEO di Prodes Italia, ente organizzatore della Fiera.
Con questa iniziativa riconfermiamo il nostro impegno nel sostenere e valorizzare, attraverso un aiuto concreto e mirato, le realtà promettenti che stanno ridefinendo il panorama del vino e degli spirits…
In due giorni di Fiera io ed Emma abbiamo partecipato a talk, masterclass, molto interessante quella con i vini di Marisa Cuomo verticale di Furore Bianco, guidata da Adua Villa e Mattia Asperti, assaggiato olii, cibo, nell’area Mixology un gin “elettrico”, vini dealcolati, fatto interviste ma soprattutto assaggiato vini, tanti tanti vini, che ci piace raccontare.
Campania
La curiosità ci spinge subito verso l’area Bronze, a conoscere le piccole aziende rappresentate ed è un piacere rincontrare e riconfermare le ottime impressioni per la cantina Horatio.
Siamo in Campania, nel Sannio, la prima volta che abbiamo conosciuto Orazio Iesce, giovane enologo e fondatore dell’azienda, ci aveva affascinato con i suoi vini, Campo ai Confini Falanghina 2024, un rosato DonnaRosae 2024 da Montepulciano 90% e Aglianico 10% ed un rosso Corte di Notieri Aglianico 2024 in purezza. In Fiera presenta anche la 2025 sia per la Falanghina che per il rosato. Vini riconoscibili, di carattere deciso ed elegante, dal corredo aromatico raffinato e fresco ricco di fiori di campo, di erba fresca e camomilla, di pesca bianca e di una fine nota minerale, con la 2025 che si prospetta, a nostro avviso, con una definizione e profondità gustativa ancora più ricca di dettagli.
Abruzzo
Quasi compagno di banco con Horatio nell’area Bronze c’è anche David Fanton di Tenuta Fanton, altra realtà giovanissima, alla prima vendemmia.
Padovano, con una importante carriera lavorativa all’estero, e con un coraggio che sfiora l’incoscienza, ma che spesso determina il successo di una persona, David lascia tutto per un pezzo di terra sotto il meraviglioso cielo d’Abruzzo che ha come orizzonte l’azzurro del mare. Come scrive sul proprio sito “Una scelta personale. Non una eredità”.
A Milano presenta tutta la sua linea. Che colpisce.
Pecorino, Trebbiano e Cerasuolo legati da una freschezza dovuta alle vendemmie anticipate, sempre in equilibrio tra acidità anche di agrume, sapidità e struttura in primis ne fanno dei vini “dissetanti” e dal sorso vibrante. Hai voglia di berli.
Puglia
Un’altra cantina che ci ha colpito nell’area Bronze è l’Azienda agricola Antonio Buccoliero, siamo a Sava in provincia di Taranto, meno di un ettaro vitato ad alberello, in aridocoltura ed agricoltura di precisione per un Primitivo, E’ja 2022, che al primo sorso spiazza, tanto è atipico. Una vinificazione mirata a spogliarlo di balzelli e corredi talvolta eccessivamente compiacenti. Antonio predilige evidenziare l’essenza del vitigno, il corpo, la potenza, la morbidezza è sempre sostenuta da un avvolgente tannino e da una buona acidità, i frutti rossi ci sono tutti ma non sono mai troppo squillanti, il finale regala una bella nota di liquirizia, elegantemente ammaricante. Lo abbiamo assaggiato anche con dei fichi secchi di loro produzione: uno sembra completare naturalmente l’altro. E’ un vino che rasserena, un vino lento.
Nelle parole di Antonio si mischiano tradizione, futuro, intuizione, passione, sapienza, e soprattutto sogno, quel sogno che insegue con i suoi alberelli e la sua vigna: farne un museo che sappia raccontare l’amore e la cultura di questo territorio alle nuove generazioni.
In contrapposizione a questo Primitivo che si smarca dalla tradizione ne abbiamo assaggiati cinque che invece la tradizione la abbracciano, siamo stati al banco della cantina Attanasio Giuseppe, siamo a Manduria in provincia di Taranto.
Un Primitivo vinificato in rosa, due in versione secca di cui una Riserva, uno da Vendemmia Tardiva ed un Passito.
Sono vini che, pur cambiando registro, mantengono un filo conduttore chiaro: esaltare una caratteristica lasciando come sfondo un bouquet vellutato e grintoso.
Nella vendemmia tradiva emergono le ciliegie sottospirito e la scorza d’arancia secca, il passito si muove sui fichi secchi e cioccolato, piccoli frutti rossi e un lieve tannino per il rosato, prugna e ciliegia, mentre le due versioni secche riportano alla classicità del Primitivo tra prugna, ciliegie, pepe nero, tabacco e grafite.
Due interpretazioni molto diverse del Primitivo di Manduria, due stili lavorati con tanta consapevolezza e cercando una grande qualità.
Restiamo in Puglia con una batteria di vini dominata dal Negroamaro + 1 Chardonnay.
Siamo su terreni estremamente calcarei.
Con la Tenuta Monacelli assaggiamo un Negroamaro vinificato in bianco dominato da una sensazione di mela verde, pompelmo, fiori di zagara, piacevolmente sapido ed acido, un bianco gastronomico.
Sempre da Negroamaro un Rosato molto elegante dal colore corallo con riflessi violacei, delicato nell’esprimere la piccola frutta rossa come fragoline e litchi, rimane morbido e rinfrescante.
I rossi della cantina sono un blend di Negroamaro, Cabernet, Syrah, uno vinificato solo in acciaio, come tutto il resto della linea, ed il secondo con un passaggio in botte grande. Entrambe le versioni portano in dote la potenza ed eleganza del Cabernet, i frutti rossi maturi del Negroamaro e la spaziatura dello Syrah, con una nota finale molto piacevole di cioccolato accentuata nella versione di botte grande. Morbidezza e struttura le caratteristiche principali. Molto riuscito.
Chiudiamo la degustazione con il vino preferito dal titolare, uno Chardonnay avvolgente e robusto, con note evidenti di focaia e frutta a polpa bianca. Chardonnay di carattere.
Marche
Nelle Marche ci siamo soffermati su due realtà, l’Azienda Agricola Viconari e Tenute Polini, peraltro distanti pochi kilometri l’una dall’altra, entrambe in provincia di Ascoli Piceno.
Raimondo ed Ettore sono due fratelli, giovani, alla guida dell’azienda Viconari, fondata dai loro nonni nel 1960.
Attualmente vinificano 4,5 ettari, su una proprietà che ne conta 50, con uve Montepulciano e Pecorino per due etichette: Jone rosso IGT e Marche Bianco IGT.
Due vini che in mezzo a tanto rumore, a tanti assaggi, a tante parole, ti rassicurano, ti accompagnano verso casa.
Jone è generoso sia all’olfatto che al sorso, c’è piena corrispondenza, non gli manca nulla per ammaliare. Ha volume, struttura, persistenza, piacevoli note di eucalipto e liquirizia, di mirto e china, anche il tannino si lascia coccolare e cerca di non disturbare troppo.
Marche Bianco ha una caratteristica che lo rende forse unico o poco ci manca, tutto il processo di vinificazione dalla fermentazione all’affinamento, viene svolto in barrique.
Ha una ricchezza e profondità evidenti all’assaggio, una complessità di note che spaziano dalla nocciola al bergamotto, dalla ginestra alla vaniglia, dall’acacia ai frutti tropicali maturi e al melone. Le barrique sono a bassa tostatura il che li rende non invadenti e di fatto contribuiscono a rendere questo vino tanto atipico quanto buono.
Alla Tenute Polini abbiamo imparato a conoscere un nuovo vitigno, la Garofanata, proposta con un metodo classico Brut, Leggerezza 2014.
Francesca ci spiega che ha fatto 60 mesi di affinamento sui lieviti e 10 anni di remouage in cantina, per un risultato che ci ha proprio sorpreso.
Bollicine fini e persistenti, un giallo quasi dorato, in bocca risulta cremoso e ancora molto fresco, la leggera ossidazione suggerisce uno scatto verso la frutta a polpa bianca e gialla molto matura, poi la frutta candita e la mandorla. Ha una persistenza davvero lunga lasciando la bocca appagata e in attesa del secondo sorso.
Un vino che si presta a molteplici abbinamenti ed un vitigno che non conoscevamo e che va senz’altro approfondito.
Friuli
Monviert è una azienda storica del Friuli, a Cividiale in provincia di Udine.
Alessio ci introduce a tutta la linea, ma ci impressiona un bianco molto particolare, Tricur Bianco 2018, un blend diviso tra Riesling renano 50% botritizzato in pianta e fermentato in barrique, Friulano 25% e Ribolla 25%.
Elevazione tra acciaio e barrique di 48 mesi.
Appunto, ci impressiona!
Ha gli aromi suadenti del Riesling, la struttura del Friulano e la tannici ed acidità della ribolla, che subisce anche una leggera macerazione.
Ci sono fiori bianchi di campo, come camomilla e sambuco, e fiori di acacia, albicocca, scorza di agrumi, la mineralità del riesling che gioca con l’acidità della ribolla, c’è la frutta secca, è un vino stratificato che esce un po alla volta.
E’ un vino che rappresenta al meglio il potenziale di questo incredibile territorio.
Spostandoci un po più ad Est, a Dolegna del Collio provincia di Gorizia, incontriamo Tenuta Stella ed i loro autoctoni, noi abbiamo assaggiato la Ribolla, la Malvasia e il Friulano, tre vini simbolo di questo territorio.
Sono vini paradigma di questo territorio, esaltano a pieno le caratteristiche del vitigno con tanta eleganza. Quando si parla di identità del territorio si parla di questo tipo di vini.
Sicilia
La cantina Marino Abate ci accompagna all’assaggio dei vini siciliani, a Marsala in provincia di Trapani, attraverso una profumatissima Inzolia, linea Ricamo.
Un vino dalla freschezza immediata che ti porta l’estate, è il classico esempio di macchia mediterranea come uno se la immagina, ginestra, maggiorana, cedro, pesca bianca, con una buona sapidità e lunghezza. Un bianco molto beverino.
Di carattere diverso il Carricante Etna Bianco Mac, l’azienda possiede anche dei terreni sulla’Etna vicino a Catania.
Nicola ci ricorda che siamo nella zona dei vini vulcanici, calcarei per eccellenza d’Italia, che dire, il sorso lo conferma.
Con sentori sulfurei in evidenza, anche di zafferano, lascia poco spazio alla delicatezza e spinge sul carattere deciso, molto persistente e strutturato, con una freschezza acida ed un buona sapidità. 2023 l’annata ma può aspettare tranquillamente lo scorrere del tempo.
E’ un vino incisivo.
Chiudiamo la Sicilia con un frantoio, Lu Trappitu, di Fondiro in Provincia di Agrigento.
Qui in Fiera presenta due olii Liola, il nome è un omaggio al genio di Pirandello, uno tradizionale con qualità di Nocellara del Belice e Moresca ed uno biologico con ulivi coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica sempre di Moresca e Nocellara del Belice.
Ci ha colpito la freschezza e nitidezza degli aromi di foglia di pomodoro, di erba tagliata, di vegetale, ricco di erbe aromatiche e carciofo fresco, anche in bocca ci è molto piaciuto l’equilibrio tra l’amaro iniziale ed il piccante che esce piano piano fino ad equilibrarsi.
Toscana
La Toscana nelle fiere fa sempre la voce del padrone con tantissime aziende, noi ci siamo soffermati sulla Tenuta Gamberaio e Tenuta Dodici.
Tenuta Gamberaio è una piccola realtà di Cetona, in provincia di Siena ai confini con Umbria e Lazio, vinifica solo bacche rosse di Sangiovese, Merlot e Foglia Tonda.
Abbiamo molto apprezzato Gamberaio, da uve sangiovese, muscoloso e profondo ma maggiormente di facile beva rispetto a molti altri assaggiati, così come il Merlot, piacevolmente fruttato e tanto teso quanto agile al sorso, un perfetto equilibrio.
Con Tenuta Dodici si arriva in Maremma, vicino a Grosseto, alla guida della cantina, di proprietà russa, c’è l’enologa Graziana Grassini.
Noi abbiamo avuto occasione di assaggiare Schiava d’Amore, un Ciliegiolo rosato che con la criomacerazione diventa una caramella golosa, ciliegia, melograno e fragola accarezzano il palato, l’acidità equilibrata lo rende facile da bere, fresco diventa “un bicchiere tira l’altro”.
Mentre con Occhi Neri, Merlot, si torna alla grandezza dei vini maremmani.
E’ un susseguirsi si spezie dolci, vaniglia, more, violetta e accenni balsamici, con un corpo consistente e avvolgente. La migliore tradizione Toscana.
Tutta la linea merita attenzione, dal passito di Viognier Taja ad Urga, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon.
Una curiosità: il nome dei vini sono un omaggio a Nikita Mikhalov, celebre regista russo che ha diretto anche Marcello Mastroianni in Oci Ciornie, da qui il Merlot Occhi Neri, fondatore con Konstantin Tuvykin dell’azienda Dodici.
La cosa più bella della Fiera?
Non un vino o una cantina, ma un aggettivo: Giovane, che spesso ritorna anche in questo pezzo.
Come ormai è una felice consuetudine in queste occasioni si notano sempre più nuove cantine o volti giovani a rappresentare realtà storiche e familiari.
Spesso sono ragazzi che hanno compiuto studi di agronomia od enologia, e che magari hanno fatto esperienza in grandi aziende in Italia e all’estero.
Hanno idee molto chiare e parlano dei loro vini con sicurezza e del loro futuro con lucidità.
Con la consapevolezza che ciò che conta davvero è costruire un progetto riconoscibile dentro il proprio territorio, svilupparlo e dargli identità. La propria firma.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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14 Maggio, 2026
Perticaia. Il rinascimento del Trebbiano Spoletino
Le Fiere vinicole sono spesso contesti frammentati e caotici, tra incontri, pause, code, temperature di servizio sbagliate è difficile concentrarsi su ciò che si assaggia, spesso anche solo il dialogo con il produttore diventa una piccola impresa.
Capita sempre però chi riesce ad emergere con chiarezza, chi sa richiamare la tua attenzione e concentrazione, chi sa farsi ricordare con la voglia di proseguire il proprio racconto oltre la fiera.
A noi è capitato a Wine Siena, la Fiera organizzata da Merano Wine Festival nella città toscana, con una cantina dell’Umbria, di Montefalco, non solo per il glorioso Sagrantino ma piuttosto per un vino bianco autoctono, il Trebbiano Spoletino.
La cantina si chiama Perticaia, prende il nome dal termine dialettale locale con cui si indicava l’aratro, è stata fondata nel 2000 da Guido Guardigli, enologo emiliano innamorato dell’Umbria, al quale va riconosciuto il grande merito di aver creduto in questo vitigno e di esser tornato a vinificarlo in purezza sin da subito.
C’è stata poi una seconda nascita, nel 2019, quando l’attuale proprietà, la famiglia Becca, ha potenziato gli investimenti credendo su una squadra giovane e dinamica, con a capo Gabriele di Zacomo entrato in azienda nel 2018 come agronomo e, dal 2022, diventato Amministratore e anima sul campo ed in cantina dell’Azienda, oggi certificata biologica
Perticaia conta su una produzione di 37 ettari, 40 a rotazione, divisi tra i comuni di Montefalco, Bevagna e Spoleto, da questa geografia nasce una produzione di circa 125.000 bottiglie.
Una dimensione importante ma che permette, senza problemi, di avere un approccio da artigiano, ancora da azienda famigliare, di continuare a cercare la massima qualità come principio guida, ad esempio Perticaia è in grado di vinificare in modo particellare tutti gli appezzamenti, ogni varietà viene vinificati singolarmente e poi assemblata per le varie DOC o DOCG, garantendosi la giusta maturazione di ogni piccola parcella.
E’ una filosofia che si riflette in ogni scelta: dalla vendemmia, ancora tutta manuale e spesso suddivisa in tre momenti diversi della stagione, la scelta di una diraspatura e una pressatura molto soffice e controllata per ottenere dei mosti fiore molto puliti e precisi, lo stile di vinificazione in cantina non è mai rigido, ma si adatta di anno in anno alle condizioni dell’uva, seguendo una sensibilità che trova sintesi anche nella consulenza di un enologo di spicco come Luca D’Attoma.
Anche le elevazioni in legno seguono la stessa logica di adattamento stagionale, botti grandi, tonneau e barrique vengono poi assemblate in base alle condizioni climatiche della stagione: se troppo piovosa prevarranno le botti piccole, al contrario se molto secca prevarranno le botti grandi, questo per garantire una linearità e riconoscibilità della cantina, livellando le differenze sostanziali che si possono presentare.
Gabriele ci accompagna poi in una passeggiata tra i vigneti, ed è stata una bellissima lezione di agronomia direttamente sul campo.
Arriviamo al primo impianto di Trebbiano Spoletino presente a Montefalco che è di fatto una memoria viva, dove sono presenti ben 96 variazioni genetiche di questo vitigno, una autentica ricchezza che è servita ad impiantare ulteriori tre ettari per una produzione di circa 30.000 bottiglie.
Quasi tutti gli impianti di Perticaia ormai sono a guyot, scelta che serve a competere con il cambiamento climatico degli ultimi anni. Difatti per la struttura della pianta, il numero di grappoli, il fogliame il metodo guyot garantisce una maturazione più omogenea del grappolo ed una maggior freschezza al vino.
Bellissima la lezione sulla gestione dei tralci e della potatura, con decisioni che vanno ad influire su quale ramo produrrà nel 2026, quale nel 2027, lasciandosi due opportunità di scelta addirittura per il 2028.
Raggiungiamo la struttura per iniziare la degustazione, in terrazza godendo di una vista meravigliosa della campagna umbra, e dei loro vigneti.
Ci raggiunge anche Federica, responsabile dell’accoglienza in cantina, ed iniziamo con Lui, Trebbiano Spoletino 2025, fresco fresco di bottiglia, solo due mesi.
Viene lavorato esclusivamente in acciaio, 4/5 mesi sulle fecce fini e poi imbottigliato.
E’ un giovanotto che si presenta con una sventagliata di frutta italiana per dirla alla Gabriele, pesca bianca, albicocca e melone, di un giallo paglierino luminoso, anche i fiori tendono sul dolce come fiori di acacia e un po di gelsomino, quasi un naso semiaromatico con la presenza di maggiorana e salvia, e un netto pepe bianco.
E’ un vino che si presta ad accompagnare molti piatti, sicuramente con qualche mese di bottiglia in più sulle spalle cambia anche l’assetto gustativo sviluppando quella complessità data dalle fecce fini. Molto piacevole, è un vino verticale di ottima beva e di buona persistenza.
La sottile finezza del Trebbiano chiama subito l’opulenza del Grechetto, la bacca bianca maggiormente diffusa nella regione, sempre annata 2025 ma già si differenzia dal colore che risulta essere quasi dorato, la frutta è più matura e succosa, la pesca a polpa gialla, un buon melone maturo, pera e spezie dolci come noce moscata, si sente anche un leggero tannino ed una leggera vaniglia, riempie bene il palato ed è un vino di corpo succulento.
Gabriele ci invita a risentire però il Trebbiano Spoletino come è cambiato con qualche grado di temperatura in più e come tiene testa anche al Grechetto, vero! Scaldandosi si sprigiona notevolmente, arriva anche il fiore di sambuco ed una mandorla finale.
Federica ci versa un’altro vino bianco, sempre Trebbiano Spoletino, che col disciplinare 2025 potrà chiamarsi riserva, questo è il loro Cru, Del Posto 2023.
Si cambia livello.
Per l’elevazione una parte della massa viene messa in quattro tonneau, di cui una rinnovata ogni anno, e la restante parte in acciaio, affina un anno sulle fecce fini con continui batonnage, poi viene ripulito e riassemblato.
E’ un vino da effetto WOW pieno!
Splendido! Al primo sorso io ed Emma con un rewind temporale di tre mesi siamo tornati a Siena quando, assaggiandolo, ci siamo guardati negli occhi per un paio di secondi e poi girandoci abbiamo incrociato il sorriso sul viso di Gabriele!
Giallo oro, e il colore anticipa quelle che sono note dichiarate e decise di pietra focaia, miele di acacia, addirittura rosmarino, pepe rosa, vaniglia e cannella, scorza di cedro, un delicato tannino, note burrose…. Uno splendido vino, che sposa magistralmente potenza ed eleganza, un vino che nobilita e che viene nobilitato anche nella scelta della bottiglia scura e nel tappo di sughero, lo stesso riservato al Sagrantino.
Dai bianchi passiamo ad un rosato, punto d’arrivo di diverse sperimentazioni e tentativi, Umbria Rosato 2024 è composto da tre bacche rosse e tre bacche bianche, raccolte e vinificate insieme.
Ha un colore non troppo carico, ma è nell’olfattiva che invece sorprende, i profumi sono più da vino rosso, ed anche la complessità in bocca riporta a quella dimensione, l’uvaggio con i tre bianchi comunque regala una bella acidità e slancio nella beva che, secondo noi, legata al tannino dei rossi lo porta avanti anche di qualche anno, può evolversi ancora di più. Anche questo come i vini bianchi appena assaggiati dopo un paio di minuti e con qualche grado in più si apre tantissimo, la beva è davvero piacevole, bicchiere dopo bicchiere.
Federica ci raggiunge con il primo rosso, Montefalco Rosso 2021, Sangiovese, Sagrantino ed un 5% di Merlot.
Nel bicchiere è un luminoso rosso rubino, fresco nei sentori di frutta piccola, ribes, mirtilli e lamponi in primis, anche una prugna susweet, spezie accennate e di media struttura, al secondo sorso noto anche una parte minerale nel finale, il Sangiovese ed il Merlot sono in equilibrio ottimo con il Sagrantino, smussano un po i tannini e donano molta morbidezza.
Per finire Federica ci versa Montefalco Sagrantino 2013, stupendo! Fatto di seta, è nel centro della sua potenzialità, tutto suona insieme, tutto è integrato, succoso.
Sempre piccoli frutti ma più maturi e più neri, more e mirtilli, una rosa appassita e viola, note balsamiche e sentori terziari si rimpallano la scena, uno sfondo di cacao e caffè, liquirizia, cannella e mirto. Omogeneo nel dichiararsi, senza squilli eccessivi e con tutti gli aromi e sentori in ottimo equilibrio.
E’ proprio vero che la differenza la fanno i dettagli, lo ha più volte sottolineato Gabriele durante la nostra visita e lo abbiamo colto anche noi appena arrivati.
Perticaia è una cantina dove ambizione e passione crescono insieme seguendo il desiderio di una continua evoluzione sempre con eleganza, pulizia e precisione nel bicchiere.
Gabriele è generoso e coinvolgente, nel modo in cui accompagna il racconto in vigna e nel modo in cui racconta i vini in degustazione. Sa trasformare la visita in cantina in una esperienza a tutto campo, è’ il vero Plus di Perticaia.
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5 Maggio, 2026
Tiberini Wine. Luca è tante cose
Ci sono incontri che sembrano non arrivare per caso, piuttosto che riconosci nel momento in cui accadono e pensi semplicemente “Eccolo”.
Il primo incontro con Luca Tiberini è stato in occasione di una Masterclass divisa tra Barolo e Vino Nobile di Montepulciano, a fine marzo a Monforte d’Alba.
Nel ruolo di Vicepresidente del Consorzio il suo racconto su come sono nate Le Pievi, la recente menzione all’interno della denominazione del Vino Nobile di Montepulciano, ha conquistato in un attimo sia me che Emma, in equilibrio tra commozione ancora viva ed un orgoglio profondo e con la schiettezza tipica dei toscani che non amano giri di parole ma vanno diritti al punto.
In un’anteprima del Vino Nobile, credo, 2015 o 2016, abbiamo fatto una verticale di vecchissime annate, abbiamo avuto la fortuna di avere delle bottiglie ante anni Ottanta, prima delle influenze dei vitigni internazionali, ricordo l’azienda Fanetti, l’azienda Contucci che ci avevano portato queste bottiglie rarissime. Abbiamo aperto questi vini con le lacrime agli occhi a tutti quanti, tanto erano buone. E lì ci siamo accorti! Tutti quanti noi produttori ci siamo guardati negli occhi, nessuno di noi ha proferito parola per diversi giorni, fino a che un giorno a una cena parlando ci dicevamo – Ma quanto siamo coglioni!
Ci siamo lasciati prendere la mano da qualcosa che ci ha portato a indossare un vestito che non ci piaceva. E lì iniziò un processo che è durato diversi anni dove abbiamo voluto approfondire le origini della nostra storia produttiva. Le Pievi.
Luca è tante cose.
Un produttore, un agricoltore, un cantastorie generoso ricco di poesia e di aneddoti, è stato un figlio che ha imparato ad amare la sua terra da suo padre e dai suoi nonni ed ora è un padre che trasmette con energia lo stesso amore ai suoi figli, la settima generazione, Niccolò di 32 anni e alla piccola MariaLuce di 9 che se le chiedi cosa farà da grande la sua risposta è semplice “l’enologa”.
Luca è soprattutto l’anima viva e in costante fermento di questo incredibile areale, Montepulciano, dove il vino si produce dai tempi degli Etruschi già con l’intento di commercializzarlo, così come racconta Plinio il Vecchio nell’antica Roma, e dove già nel 1337 nel Sesto Libro del Campaio – il custode dei campi – si ha testimonianza di un disciplinare per la produzione del vino.
Siamo stati a trovarlo nella sua Azienda, in località Caggiole, in un pomeriggio luminoso di sole e gonfio di aria fresca, circondati dal verde e dal silenzio.
Podere Tiberini sviluppa circa 16 ettari vitati per una produzione di 55.000 bottiglie all’anno divise in 11 etichette, più 2 ettari coltivati ad ulivi per una produzione di olio che, come le verdure ed ortaggi del loro orto, vengono proposti nei menu del loro agriturismo, Villa Tiberini, una splendida residenza ristrutturata con logica e coerenza territoriale poco distante dalla sede della cantina.
Passeggiando tra i filari ci racconta che la sua famiglia produce vino da oltre 200 anni, ed il legame con questi vigneti, con questo territorio è talmente radicato e profondo da aver portato suo figlio Niccolò a rinunciare ad una brillante carriera nel calcio professionistico per dedicarsi alla cantina ed alla custodia di queste vigne che hanno in media 75 anni di vita, alcune addirittura oltre 100, tra le più vecchie della Toscana, e molte, almeno un terzo a piede franco.
Con Niccolò e Luca parlare di regime biologico o biodinamico diventa quasi superfluo, queste piante di fatto non hanno mai conosciuto il regime convenzionale e l’Azienda Tiberini ad oggi vanta uno dei quaderni di campagna più leggeri di tutta la Toscana, tant’è che l’Università di Bologna, attraverso i suoi ricercatori del comparto di microbiologia, sta studiano il microbioma del loro Sangiovese per capire come mai piante così vecchie hanno un biogenoma adattivo sul micro territorio che le nuove varietà non hanno.
Se non hai il rispetto di ciò che ti circonda, te sei uno che semplicemente pretende. E oggi per fare certi vini e poter raccontare certe storie non devi pretendere, devi ricevere. Ecco, quindi te ti devi considerare un qualcosa che partecipa ad un ciclo biologico che è quello della natura, che te rispetti e che te vuoi che sia così.
Continuando a passeggiare Luca ci racconta la genesi, l’incipit, il Big Ben della denominazione Le Pievi, e lo fa a modo suo, da buon toscano – etrusco – entra dritto dritto nei dettagli, ci racconta di tempi di guerre e tempi di pace, come nei primi anni del 2000
Ho mangiato pane e veleno tutti i giorni eh! Qui si faceva il vino Nobile col Merlot e si doveva avere le barrique in cantina se no altrimenti il vino non valeva niente
Ci racconta il cosa ha convinto i produttori a sedersi intorno ad un tavolo per trovare finalmente una coesione: un suo vino che lui definisce sbaglio, nato da vigne vecchissime di Prugnolo Gentile, Canaiolo Nero e Mammolo, che alla prima uscita ha conquistato e convinto soprattutto i produttori del territorio.
Prodotto ancora oggi non è più uno sbaglio e si chiama “Vecchie Vigne di Famiglia”.
E’ giunto il tempo di sedersi per il pranzo, Luca e Niccolò sono dei un padroni di casa perfetti, possono contare sulla professionalità di due Chef, Moreno e Samuele, che gestiscono un servizio di 8 coperti sia a pranzo che a cena.
Pochi coperti per centrare l’esperienza di degustazione vino – cibo al meglio, con un contatto diretto tra gli ospiti, i titolari e gli Chef, per proporre un’esperienza di convivialità e dialogo autentica.
Oggi abbiamo conosciuto Moreno, Chef veneto trapiantato da molti anni in Toscana, che inizia presentandoci due qualità di pane appena sfornato, un pane bianco fatto con 80% di umidità, semola, farina e farina di farro, mentre il secondo sempre con 80% di umidità, farina tostata e dieci cereali.
Per iniziare arriva in tavola un crostino di baccalà mantecato con un ricamo di cipolla in agrodolce, Luca ci abbina un vino bianco che rappresenta la memoria di questo luogo, Cambio 2024, le bacche bianche che fino al 1994 fa erano ammesse nel disciplinare del Nobile e che Luca non si è mai sognato di espiantare, Malvasia al 50%, Vermentino, Grechetto e Trebbiano a completare l’assemblaggio.
Il bicchiere raccoglie gli aromi floreali della Malvasia, l’acidità di una frutta esotica non troppo matura, la struttura del Vermentino, l’insieme bilancia molto bene la tendenza al dolce del baccalà e della cipolla, anche lo spunto sapido aiuta e lo rende verticale e di buona persistenza. Un vino fresco e fine che lascia il centrobocca in equilibrio, in abbinamento con il cibo è perfetto.
Luca, da grande oratore quale è non smette mai di raccontarci storie, mirabili, toccate da una poetica contadina che rasserena, così come nel presentarci il secondo vino Sabreo, Rosso di Montepulciano da Prugnolo Gentile 90% e Canaiolo 10%.
Un vino che qui a Montepulciano è stato rivoluzionario, controcorrente rispetto alla tradizione che vedeva il Rosso di Montepulciano un fratello minore del Nobile. Sabreo è un vino più fresco, di facile abbinamento, contemporaneo e duttile anche nella scelta di temperatura di servizio.
Quand’ero bambino, probabilmente questa è stata la prima goccia di vino che la mì nonna m’ha messo in bocca.
Il nome è un omaggio al capostipite della famiglia, Beppone Tiberini, soprannominato Sabreo, sobrio.
Cantiniere nell’800 dei Conti Gamberucci, oggi lo chiameremmo enologo, si ritrovava con altri cantinieri in un locale allora celebre, la Locanda di Cecio, li si andava per mangiare, bere e confrontarsi dopo intere giornate passate ad assaggiare vini, perchè senza gli strumenti di oggi l’unico modo per capire il vino era proprio assaggiarlo, e spesso finivano tutti tronchi, ubriachi, tutti tranne Beppone Tiberini, chiamato appunto Sabreo.
L’abbinamento è con un uovo croccante con asparagi e tartufo, che dire……
Il vino gioca sui toni della freschezza e della beva, la tipica prugna, il ribes, il lampone, la violetta, agile e non troppo ingombrante in bocca, il Canaiolo ammansisce il tannino del Sangiovese con la sua tipica morbidezza e regala una sfumatura minerale, un vino quotidiano fresco ed elegante.
Moreno ci racconta il prossimo piatto, Pici all’aglione fatti in casa con un sugo ai tre pomodori, una ricetta custodita in un prezioso quaderno di cucina della mamma di Luca, la Signora Dima, autentica istituzione della cucina tradizionale di Montepulciano.
Buonissimi, è il piatto che ha portato il silenzio su tutta la tavola, consistenze dei tre pomodori in gioco con la masticabilità dei Pici, fantastici.
In abbinamento il Vino Nobile di Montepulciano Podere Le Caggiole 2021.
Il colore nel bicchiere è un rubino pieno tendente al granato, sprigiona al naso evidenti profumi di viola e di rosa appassita, di more, la classica prugna, spezie dolci come la noce moscata, ed i terziari come cacao, tabacco ed un accenno balsamico, è un vino morbido con un tannino perfettamente integrato, è proprio la sua morbidezza che abbraccia l’acidità del sugo di pomodoro in un equilibrio esemplare. Vorresti non finisse!
Aiutandomi con il linguaggio musicale lo definirei un Preludio, un brano che prepara l’animo dell’ascoltatore ad una Suite, raccolta di brani, generalmente più complessa.
E allora, che la musica sia!
In tavola arriva un filetto di maiale avvolto nel lardo di Colonnata con polenta croccante e spinacino, in abbinamento al Vino Nobile Pieve di Caggiole 2021.
E’ un vino da assaggiare non da descrivere.
Nonostante sia ancora giovane anticipa le meraviglie che può regalare, in bocca è un velluto, morbidissimo, caldo, amarene sotto spirito, eucalipto, tracce di caffè, di etereo, completo e complesso, molto lungo ed avvolgente, lo posso immaginare tra una decina di anni che amplifica queste sensazioni. Ti fa capire tante cose: la perseveranza di Luca in questo progetto, la qualità espressiva di questo territorio, la scelta di vita di Niccolò, la differenza tra “non devi pretendere, devi ricevere”, soprattutto non vestire panni che non ti piacciono.
Ma è tempo di assaggiare il Big Ben, lo sbaglio che ha dato il La alle Pievi.
Il Nobile di Montepulciano Vecchie Vigne di Famiglia 2019, che merita una storia a se.
La vigna è stata piantata nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale, per ricordare il primogenito di Sergio Tiberini morto a Caporetto durante una battaglia.
Quando venne fuori questo momento di crisi d’identità del vino Nobile, quindi nella zona di Montepulciano, noi volemmo cercare di dare un segnale per far capire che quella che poteva essere anche una visione estrema poteva diventare qualcosa da considerare. E facemmo la prima vinificazione di questo qui, solo ed esclusivamente da questa vigna vecchia. Vecchissima. E il primo anno facemmo l’errore di miscelarlo con uve di un altro appezzamento lì vicino, quello del 1932, perché ‘sto vino che veniva fuori da ‘sta vigna vecchia in quell’anno lì, vinificato, ci sembrava un poco esile. Ottenemmo uno sbaglio colossale, un taglio in cantina, che procuro un vino che si beveva come l’acqua.
Nel bicchiere esce un pò di più il riflesso granato e violaceo, i sentori sono quelli caratteristici del Nobile ma più….sottili, più fini, e qui il suolo gioca un ruolo importante, la sabbia attenua il vigore che dona l’argilla, si accentua l’aspetto balsamico, complice anche qualche anno in più rispetto ai suoi fratelli, 2019, in bocca è suadente, tutto suona insieme in modo organico, affascinante e di lunga persistenza, in bocca e nella mente.
Parlando di suoli Luca ci introduce una degustazione molto interessante, due Nobile Riserva 2018 che crescono distanti si e no una decina di metri l’uno dall’altro. Fossatone che cresce sopra una falda di sabbia pliocenica fino alla profondità di 18 metri, Campaccio che cresce sopra una falda di argilla blu superficiale che diventa poi grigia fino alla profondità di 29 metri..
La differenza è talmente evidente che questi due vini sono spesso utilizzati nei corsi di formazione per capire le due estremità del concetto di tannino.
Fossatone, sabbia, estremamente profumato con un tannino delicato che cresce in progressione, Campaccio, argilla blu, con un tannino decisamente più impetuoso e tagliente.
L’ultimo rosso che versiamo si chiama Virgulto, è un Prugnolo Gentile al 100%, annata 2015.
Il nome già anticipa le sensazioni gustative, potente e raffinato, è subito presente un aroma di prugna ma come di confettura, importanti sono i terziari con accenni di china, alloro, tostature che ricordano il caffe, e sul chiudere anche le resine. Tannini perfettamente integrati e setosi con una persistenza molto molto lunga. Super!
Da questa giornata però portiamo nel cuore l’ultimo vino che Luca ci propone, una sorpresa sia per me che per Emma.
Dopo una batteria di rossi incredibili finiamo con un bianco, ma che bianco!
Si fa strada a spallate.
Il vino si chiama Maturato 2024, da uve Pulcinculo – una varietà di Grechetto – che fino a pochi decenni fa si riteneva scomparso.
Fu durante uno studio pedologico dell’Università di Firenze nei Vigneti Tiberini che ci si accorse di circa trecento piante di Pulcinculo, le uniche rimaste.
Da li la decisione, a fine anni ’90, di fare una selezione massale e di piantarne quasi un ettaro.
Oggi a Montepulciano ci sono 39 ettari allevati a Pulcinculo.
Maturato 2024 gode di una surmaturazione in pianta fino alla terza settimana di ottobre, ne esce un vino generoso nei sentori e nel colore, uno splendido giallo dorato, luminoso e dall’elevata concentrazione polifenolica, addirittura superiore al Brunello di Montalcino ed allo stesso Nobile, probabilmente complice anche la sovramaturazione.
In bocca esplodono i frutti tropicali maturi, l’acacia, l’albicocca, il melone maturo, salvia, un che di vegetale e di focaia, anche un leggero tannino, ha decisamente la struttura di un rosso, ed è solo la 2024!
Luca ci fa notare come l’acidità totale di questo vino, 6.7 valore ottimale per vini longevi, attenui la sensazione di alcol che comunque è importante, 15%.
E’ una scoperta felicissima!
Lo assaggiamo fresco ma sicuramente con qualche grado di servizio in più cambia l’assetto gustativo e tiene testa anche ad una carne rossa.
Il pomeriggio è trascorso in un attimo, ma c’è ancora il tempo per fare un giro in cantina ed assaggiare le nuove annate direttamente dalle botti, esperienza sempre entusiasmante.
Ci raggiunge anche il fratello di Luca, Fabio agronomo e cantiniere dell’azienda, rimarcando come le botti grandi, con miscele di foreste in ogni botte, servano soprattutto come veicolo di micro ossigenazione, senza marcature aromatiche.
Ormai è sera, il sole basso svela una campagna dai colori sfumati, questa giornata con Luca e la sua famiglia è stata un viaggio nel tempo e nel territorio, una storia fatta di passione, amore, coraggio, di sbagli e di successi. Una storia umana.
Esiste una parola che penso possa descrivere bene ciò che oggi abbiamo conosciuto, Eudaimonia, un concetto filosofico introdotto da Aristotele che trascende la concezione fugace e momentanea di felicità per una costruzione duratura della stessa nel tempo, attraverso la piena realizzazione personale, con la capacità di dare continuità al proprio percorso anche dentro agli errori.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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14 Aprile, 2026
La Staffa. Riccardo, vedere il punto di arrivo
Ci sono delle storie che sembrano dei film.
Quella di Riccardo Baldi è senz’altro toccata dalla magia, dove tutto si incastra alla perfezione, dove tutto sembra un copione scritto da chi vuole commuovere, stregare e conquistare lo spettatore.
Siamo a Staffolo, nei Castelli di Jesi, il destino nel nome: la leggenda romantica vuole che derivi da Staphilo, figlio di Dionisio, e a noi piace la leggenda romantica!
L’areale è tra i più antichi e vocati di tutti i Castelli di Jesi, un poggio che domina tre valli, la valle dei fiumi Esino, Musone e Misa, e qui il Verdicchio si fa praticamente da sempre.
Crescere in un borgo meraviglioso come questo, in cima ad una collina e in mezzo alla natura ti lega fortemente al territorio e così è accaduto anche per la famiglia di Riccardo che nel 2004 rileva a Contrada Castellareta, da un parente, una casa colonica con due ettari circa di vigneti, il pallino di suo padre. Fare qualcosa in campagna, coltivare un pezzo di terra. Avendo due ettari di vigneti inizia a fare vino dedicando tanto impegno, tanto tempo e lavoro, e Riccardo lo segue.
Andavo a scuola con la corriera che passava alle 6.50, venivo sempre ad aiutare il sabato e la domenica, ed oltre la vendemmia spesso d’inverno venivamo a fare i travasi dopo cena, durante la settimana e stavamo in cantina fino alla mezzanotte e mezza, poi alle 6.30 dovevi svegliarti per andare a scuola. Però….c’era già una mira di fare un Verdicchio di qualità.
Poi le cose accadono, sempre succedono e mai per caso.
Accade che incontrano e conoscono Umberto Trombelli, enologo braccio destro di Giacomo Tachis e consulente di numerose firme tra le più prestigiose dell’enologia italiana. Ma che senso avrebbe per un personaggio di questo calibro aiutare, collaborare con una cantina di soli due ettari, portata avanti con fatica da un padre ed un figlio quindicenne, senza uno storico e, all’epoca, probabilmente senza un futuro?
Una intuizione. Ha visto una possibilità, forse proprio negli occhi scintillanti di Riccardo, ancora grezzi ma vivi di magia.
Una maggior qualità richiede però un maggior impegno, gli sforzi sono già tanti, troppi, ed il padre nel 2009 decide che quella sarebbe stata l’ultima vendemmia.
Il 2009 è però anche l’anno della fine del Liceo e l’inizio dell’Università, per uno studente una estate più lunga sino ad ottobre, giusto il tempo della vendemmia che Riccardo decide di fare in prima persona.
Punto.
Da qui ha inizio un’altra storia. L’essere finalmente in prima persona a decidere, organizzare, fare, dissolve i dubbi che Riccardo poteva avere, resta ammaliato dal fare vino
Mi ha molto affascinato il fatto che il vino comunque tu lo pensi, lo ragioni, non è mai una ricetta, c’è sempre l’elemento dell’imponderabile che ti dà quel pizzico di sale in più nella vita. Perché tu fai tante cose, ti impegni tanto, organizzi tutto e poi alla fine ti trovi un prodotto che non sei riuscito a pensare sulla carta, ci può essere la variabile della vendemmia o della fermentazione, elementi della natura.
La decisione è immediata e trova nella famiglia la forza ed il coraggio di pensarsi viticoltore, a diciannove anni! E’ il premio più grande per un padre che consegna il suo sogno a suo figlio, con la serenità e la consapevolezza di vederlo compiuto.
E poi….e poi gli Incontri Con Uomini Straordinari non sono ancora terminati, Riccardo incontra e frequenta con assiduità Lucio Canestrai, anima della cantina Fattoria Coroncino di Staffolo, icona assoluta del Verdicchio e impollinatore di idee nuove, stravolgenti, spesso controcorrente, per esempio sui tempi di vendemmia spinti fino alla maturazione piena più un po’, rese per ettaro drasticamente contenute, tra i primissimi a metà anni 80 del secolo scorso ad avere una visione agronomica per i suoi vigneti, insomma una persona che non segna regole ma disegna traiettorie nuove, in anticipo.
Un incontro profondo per Riccardo, per il suo background di viticoltore e tanto per l’aspetto umano di Lucio, ed il suo ricordo emoziona:
Lucio purtroppo è mancato nel 2021, è stata una perdita tremenda, però è stata una persona che a me ha veramente dato tantissimo. Succedeva che quasi tutti i giorni verso le quattro e mezza chiamavo Lucio, dicevo “Lucio che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù” e andavo a casa sua, chiacchieravamo, ci bevevamo una bottiglia di vino, parlavamo di tutto, di vino. E’ stata una conoscenza, una frequentazione per me fondamentale. Io volevo fare vini di qualità e Lucio è stato il primo passo, un grande passo. Grazie a lui ho capito come ragionava una azienda di qualità, cosa era la qualità, come parlare della qualità. Lucio è stato uno degli incontri più importanti.
E quando tutto si incastra alla perfezione significa che le stelle ti stanno guidando, il 2021 è l’anno della scomparsa di Lucio Canestrai, quindici anni prima con il suo Verdicchio Gaiospino era riuscito ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, riconoscimento che proprio nella guida del Gambero Rosso 2021 torna a Staffolo, assegnato a Riccardo, alla Staffa con il suo Verdicchio Classico Riserva Rincrocca, e sempre nel 2021 a 31 anni Riccardo vince il premio come Best Winemaker Under 35 promosso dalla rivista Food&Wine.
Che dire….Dio non gioca a dadi. E forse beve Verdicchio!
In cantina e nei vigneti nulla è lasciato al caso, dai corsi di potatura Simonit&Sirch che permettono per esempio la continuità del flusso linfatico all’interno della pianta senza brusche interruzioni rendendola meno vulnerabile alle malattie del legno, alla realizzazione di piedi di fermentazione con lieviti spontanei per un maggior controllo della fermentazione finale.
Facciamo piede di fermentazione, perché la spontanea pura non è il mio modo di lavorare, non ci credo, è esageratamente casuale. Significa abbandonarsi ad una natura predatrice che non ha nessun interesse a fare un vino di qualità ma ad alimentare i batteri. Sarebbe un’esaltazione dell’errore e del pressapochismo. Mentre se si ha una conoscenza tecnica molto alta in quello che si sta facendo, si riesce a lavorare bene senza bisogno di prendere delle scorciatoie, senza bisogno di utilizzare prodotti chimici per arrivare ad un obiettivo, quando la natura stessa può darti quell’obiettivo.
Beh, è tempo di iniziare ad assaggiare i vini della Staffa.
Il primo è Mai Sentito, un vino frizzante sui lieviti rifermentato in bottiglia, un metodo ancestrale, il primo di tutto l’areale, 80% Verdicchio con il saldo di Trebbiano, per Riccardo è Il suo innamoramento per l’Emilia ed i suoi Lambruschi.
I lieviti presenti in bottiglia velano un po’ il colore che rimane giallo paglierino, i sentori sono quelli tipici del Verdicchio con frutta gialla, agrumi tra limone e cedro, fiori bianchi di campo, fieno, i lieviti fanno emergere delicatamente il sentore di crosta di pane, mi sembra di cogliere anche una nota balsamica, la bollicine è perfettamente adatta a questo stile di vinificazione, è bella vivace. Più sapido che acido in bocca scivola molto agile e con grande freschezza. Ottimo apristrada per le altre etichette della cantina.
Il secondo vino è La Staffa 2024, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, dopo la fermentazione e l’affinamento si assembla partendo da 14 serbatoi differenti, uno per ogni esposizione dei vigneti tutti a Staffolo. Siamo sempre su un giallo paglierino con riflessi verdolini, con aromi di frutta a polpa bianca di pesche e mela, l’agrume lo riconosco nel lime, ancora il fieno secco e fiori di camomilla, emerge anche una buona mineralità di pietra focaia, si sente bene, trovo bilanciate l’acidità e la sapidità che portano il sorso lungo e in progressione.
Il terzo assaggio è Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva Rincrocca 2022, uno dei due Cru della cantina vigneto Contrada Castellareta, l’altro è Selva di Sotto.
Notevole, molto notevole!
Viene da un vitigno piantato nel 1972, fermenta in cemento e sempre in cemento si eleva per 12 mesi, imbottigliato si affina per 24 mesi prima della commercializzazione.
Ancora un giallo paglierino più intenso, molto luminoso, ha una trama sensoriale complessa e molto ben definita che va dai fiori di sambuco alla mineralità calcarea e della focaia, alle erbe aromatiche di timo e di leggera salvia, esce bene l’aspetto balsamico ed è netta la mandorla, è un vino energico bello verticale e di lunga persistenza, il secondo sorso definisce ancora meglio tutti i sentori, trovo anche in questo vino una maggior sapidità rispetto all’acidità. Gioca con il tempo, ne vuole parecchio per esprimersi al meglio.
Elegante, potente, complesso, definito.
L’ultimo vino che assaggiamo è un Marche IGT Rosato da uve di Montepulciano, Euphoria 2024.
E’ un vino gioioso, di un rosa confetto e il colore anticipa già la delicatezza del gusto, melograno, ribes, lamponi, frutti suadenti dall’anima acida, elegante anche all’olfatto con rosa canina in evidenza insieme ad un gelsomino scarico.
Noi lo abbiamo abbinato di sera ad una insalata di finocchio, mela, salmone affumicato e gamberi, e….stava perfettamente a suo agio.
Raffinato ed estremamente beverino.
Salutiamo Riccardo portando con noi tante cose, i suoi occhi scintillanti e vividi, la lucidità, l’entusiasmo e il coraggio di un ragazzo di 19 anni con la sua volontà di imparare, e proprio ripensando alla sua strada, ai suoi 19 anni Riccardo, ora che ne ha 36, mi da l’occasione per riprendere le parole di un altro grande viticoltore, Valdostano, Giorgio Anselmet “Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai”. Proprio così, la passione nega l’esistenza del tempo e nega la fatica trasformandola in attesa, ti fa vedere solo il punto di arrivo, non la strada da fare.
E chissà che tra qualche anno un ragazzo di 19 anni…”Riccardo che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù”.
Dopotutto è in debito con la magia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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9 Aprile, 2026
GoWIne. Intreccio tra Barolo e Nobile di Montepulciano
Il 28 e 29 marzo si è svolta a Monforte d’Alba la diciassettesima edizione de I Grandi Terroir del Barolo promossa dall’inesauribile GoWine, quest’anno con il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano come ospite per un approfondimento del progetto Le Pievi.
Un dialogo naturale con le MGA del Barolo: due grandi denominazioni unite della volontà di mettere al centro il territorio come elemento distintivo.
MGA, Menzione Geografica Aggiuntiva, è un progetto di zonazione voluto dal Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani introdotto nel 2010, non a caso anche l’anno della prima edizione de I Grandi Terroir del Barolo, che invita ad un livello di lettura più profondo del territorio, uno zoom sulle zone, sottozone e vigneti, evidenziando così le caratteristiche geologiche, minerali dei diversi terreni.
Il disciplinare ad oggi conta 181 MGA, divise in 11 Comunali e 170 Specifiche (zone, sottozone, vigneti).
Sul banco di assaggio di Gowine erano presenti ben 47 Menzioni, tra le più rappresentative del Barolo: da Serralunga a Cannubi, da Bussia a Castelletto, da La Morra a Parussi. Una panoramica decisamente rappresentativa dei terroir di questo grande vino.
L’edizione di quest’anno si è arricchita della presenza del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano egregiamente rappresentato dal suo Vicepresidente Luca Tiberini, che in un appassionante discorso introduttivo al Nobile ha raccontato la necessità, nata una decina di anni fa tra tutti i produttori di Montepulciano, di qualificare e valorizzare esclusivamente i vitigni storici della tradizione del Nobile di Montepulciano: Sangiovese, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo.
Con un disciplinare, giustamente, molto rigido nasce il progetto “Le Pievi”, 12 sottozone storiche basate sul trattato Leopoldino del 1800.
Il dialogo tra questi due grandi territori è stato completato da una vibrante Masterclass guidata dal Vicepresidente del Consorzio del Nobile Luca Tiberini e dal giornalista Gianni Fabrizio, autorevole firma del vino italiano, per decenni curatore della Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso.
In degustazione 5 Barolo e 5 Nobile di Montepulciano a ricordarci quanto il vino sia prima di tutto linguaggio: racconto di terre, di uomini e di visioni.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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