Il viaggio di Orfeo è il mio viaggio da musicista attraverso le passioni che si incontrano nella vita, un po con l’arte, un po con la musica, un po con il vino, un po con le persone cerco di raccontare i miei incontri con i vignaioli e le loro famiglie.
Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai, è proprio cosi. Voglio raccontare di quelle persone che non perdono mai l’infinita voglia di andare alla seconda stella a destra.
28 Maggio, 2026
La Primavera del Castellinaldo Barbera d'Alba.
La sempre attiva Associazione Go Wine, in collaborazione con l’Associazione Vinaioli del Castellinaldo, all’interno della terza edizione della “Primavera del Castellinaldo” ha organizzato per lunedì 18 maggio una giornata di approfondimento dedicata alla recente denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC, riconosciuta dal 2021, per offrirne una lettura qualificata con occasione di confronto tra i produttori e chi si occupa di ristorazione, distribuzione, informazione e comunicazione del vino.
La bella giornata, ricca di sole ma fresca, ha favorito una passeggiata tra le vigne con una guida d’eccezione, Giancarlo Montaldo, firma storica del giornalismo enogastronomico e già direttore del Consorzio del Barolo e del Barbaresco, della Cantina Produttori del Barbaresco, Presidente dell’Enoteca Regionale del Barbaresco, direttore dal 2014 della storica testata “Barolo & Co.” e dal 2019 presidente dell’Enoteca Regionale dell’Albugnano. Insomma…uno che questi territori li conosce molto bene.
Siamo in provincia di Cuneo, a metà strada tra il Roero e le Langhe, geologicamente si hanno delle similitudini con Barbaresco e Neive, calcare e limo alternati a sabbia e argilla, caratteristica che permettono di avere delle Barbera molto armoniche ed equilibrate.
La sottozona di Castellinaldo
nasce 1992 dalla volontà di un gruppo di produttori locali con l’obiettivo di valorizzare la qualità della Barbera della zona, progetto che un po si perde negli anni a seguire quando la ricerca dell’origine e della specificità di questa Barbera, rispetto a quella di Alba, si mescola eccessivamente e frettolosamente con la promozione.
Una accelerazione importante verso il riconoscimento della Doc arriva nel 2016 quando si decide di ampliare la zona di produzione ad altri sei Comuni limitrofi, Vezza d’Alba, Castagnito, Canale, Priocca, Guarene e Magliano Alfieri.
Nel 2019 si arriva alla revisione e modifica del disciplinare della Barbera d’Alba inserendo la zona d’origine, Castellinaldo, e regole più restrittive con Barbera almeno all’85% ed un possibile saldo di Nebbiolo, il titolo alcometrico finale deve essere non inferiore ai 12,5 gradi e l’invecchiamento non sotto i 14 mesi, di cui almeno 6 in legno e tre in bottiglia.
La prima annata ufficiale è stata la 2021, con un decreto di approvazione che aveva consentito il recupero delle due annate precedenti ai viticoltori che avessero ottenuto vini conformi ai criteri previsti dal nuovo disciplinare.
La denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC ad oggi si estende su una superficie appena sotto i 20 ettari, divisi tra 22 Cantine, con una produzione di circa 150.000 bottigliea fronte di un potenziale che potrebbe raggiungere e superare il 1.000.000 di bottiglie. Ma, come ci ricorda Giancarlo Montaldo, la strada è ancora lunga e soprattutto serve la volontà condivisa di volerla percorrere.
Al termine della passeggiata tra i filari siamo poi tornati a Castellinaldo al ristorante Mongalletto per una degustazione alla cieca di diciotto campioni divisi in tre annate con tavoli composti da una decina di ospiti ciascuno.
2023
con le aziende: Ferrero Michele, F.lli Masucco, Az. Agr. Cravanzola, Az. Agr. Sottero Silvana, Stefanino Morra, Tonino Marchisio, Cascina Chicco, Az. Agr. Margherita.
2022
con le aziende: Cascina Torniero, Cascina del Pozzo, Cantina del Nebbiolo, Allerino Giovanni, La Granera, Cascina Goregn, Marchisio Family.
2021
con le aziende: Marsaglia, Baudevin
Dopo tutti gli assaggi,
pur avendo sensazioni piacevoli la mia impressione è stata quella di una “slegatura” eccessiva tra un campione ed un altro, una disomogeneità che ha caratterizzato buona parte dei diciotto vini.
A mio avviso sarebbero utili dei momenti di confronto, bicchieri alla mano, tra i produttori per delineare con maggior precisione anche il profilo gustativo della Barbera di Castellinaldo.
Non si tratta di ricercare una omologazione stilistica, ma piuttosto costruire una identità e riconoscibilità territoriale più nitida.
Ad onor del vero va detto che le prime quattro annate, dalla 2021 alla 2024, sono state piuttosto complicate, tra grandinate, pioggia eccessiva o climi estremamente secchi e caldi, mentre grandi aspettative le porta in dote l’annata 2025.
La Castellinaldo Barbera d’Alba DOC è una denominazione giovane che trova proprio nei giovani viticoltori il volto credibile del proprio futuro. L’entusiasmo, la voglia di confronto e la cura con la quale hanno organizzato insieme a Go Wine – rappresentato per l’occasione dal Presidente Massimo Corrado – rappresentano senza dubbio una importante segnale di consapevolezza e voglia di costruire, ribadite peraltro anche nelle parole del suo Presidente.
Riccardo Grasso – Presidente del Consorzio Vinaioli del Castellinaldo
“ Il Castellinaldo Barbera d’Alba è il frutto di un lavoro collettivo che negli anni ha saputo dare riconoscibilità a una precisa area produttiva del Roero. Vedere le cantine presenti insieme, a contatto diretto con il pubblico e con gli operatori, significa dare forza a questo percorso. La manifestazione rappresenta per noi non solo un momento promozionale, ma anche un’occasione per ribadire l’identità, la qualità e le prospettive di crescita del Castellinaldo”.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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26 Maggio, 2026
Best Wine Stars Milano. Una fiera Giovane
Si è chiusa, lunedì 18 maggio, la settima edizione di Best Wine Stars la Fiera Internazionale di Milano dedicata al mondo del vino, spirits, food che riunisce centinaia di produttori nazionali ed internazionali.
La cornice è sempre quella della suggestiva architettura Liberty del Palazzo del Ghiaccio, imponente e luminosa, inaugurata nel 1923 come pista di ghiaccio per eventi sportivi. Con i suoi 1.800 metri quadrati rappresentava allora una delle strutture più grandi al mondo, e ancora oggi conserva un fascino scenografico davvero unico.
Per questa edizione Best Wine Stars ha promosso la collaborazione come Media Partner della nostra testata, Wine Tales Magazine, che, in collaborazione con altri magazine, nei tre giorni di attività ha coperto in modo capillare tutto ciò che è accaduto all’interno della manifestazione dando spazio alle aziende e alla loro voglia di comunicare. Un supporto che continuerà anche nelle prossime settimane con attività social e articoli di approfondimento.
La crescita costante dell’evento è confermata dalla proposta dell’offerta con più di 1.200 etichette in degustazione, e soprattutto l’apertura di spazi inediti rispetto al passato come l’Area Bronze, un’ala della sala al piano superiore, pensata per favorire le piccole aziende emergenti e provenienti da territori meno rappresentati.
Enzo Carbone CEO di Prodes Italia, ente organizzatore della Fiera.
Con questa iniziativa riconfermiamo il nostro impegno nel sostenere e valorizzare, attraverso un aiuto concreto e mirato, le realtà promettenti che stanno ridefinendo il panorama del vino e degli spirits…
In due giorni di Fiera io ed Emma abbiamo partecipato a talk, masterclass, molto interessante quella con i vini di Marisa Cuomo verticale di Furore Bianco, guidata da Adua Villa e Mattia Asperti, assaggiato olii, cibo, nell’area Mixology un gin “elettrico”, vini dealcolati, fatto interviste ma soprattutto assaggiato vini, tanti tanti vini, che ci piace raccontare.
Campania
La curiosità ci spinge subito verso l’area Bronze, a conoscere le piccole aziende rappresentate ed è un piacere rincontrare e riconfermare le ottime impressioni per la cantina Horatio.
Siamo in Campania, nel Sannio, la prima volta che abbiamo conosciuto Orazio Iesce, giovane enologo e fondatore dell’azienda, ci aveva affascinato con i suoi vini, Campo ai Confini Falanghina 2024, un rosato DonnaRosae 2024 da Montepulciano 90% e Aglianico 10% ed un rosso Corte di Notieri Aglianico 2024 in purezza. In Fiera presenta anche la 2025 sia per la Falanghina che per il rosato. Vini riconoscibili, di carattere deciso ed elegante, dal corredo aromatico raffinato e fresco ricco di fiori di campo, di erba fresca e camomilla, di pesca bianca e di una fine nota minerale, con la 2025 che si prospetta, a nostro avviso, con una definizione e profondità gustativa ancora più ricca di dettagli.
Abruzzo
Quasi compagno di banco con Horatio nell’area Bronze c’è anche David Fanton di Tenuta Fanton, altra realtà giovanissima, alla prima vendemmia.
Padovano, con una importante carriera lavorativa all’estero, e con un coraggio che sfiora l’incoscienza, ma che spesso determina il successo di una persona, David lascia tutto per un pezzo di terra sotto il meraviglioso cielo d’Abruzzo che ha come orizzonte l’azzurro del mare. Come scrive sul proprio sito “Una scelta personale. Non una eredità”.
A Milano presenta tutta la sua linea. Che colpisce.
Pecorino, Trebbiano e Cerasuolo legati da una freschezza dovuta alle vendemmie anticipate, sempre in equilibrio tra acidità anche di agrume, sapidità e struttura in primis ne fanno dei vini “dissetanti” e dal sorso vibrante. Hai voglia di berli.
Puglia
Un’altra cantina che ci ha colpito nell’area Bronze è l’Azienda agricola Antonio Buccoliero, siamo a Sava in provincia di Taranto, meno di un ettaro vitato ad alberello, in aridocoltura ed agricoltura di precisione per un Primitivo, E’ja 2022, che al primo sorso spiazza, tanto è atipico. Una vinificazione mirata a spogliarlo di balzelli e corredi talvolta eccessivamente compiacenti. Antonio predilige evidenziare l’essenza del vitigno, il corpo, la potenza, la morbidezza è sempre sostenuta da un avvolgente tannino e da una buona acidità, i frutti rossi ci sono tutti ma non sono mai troppo squillanti, il finale regala una bella nota di liquirizia, elegantemente ammaricante. Lo abbiamo assaggiato anche con dei fichi secchi di loro produzione: uno sembra completare naturalmente l’altro. E’ un vino che rasserena, un vino lento.
Nelle parole di Antonio si mischiano tradizione, futuro, intuizione, passione, sapienza, e soprattutto sogno, quel sogno che insegue con i suoi alberelli e la sua vigna: farne un museo che sappia raccontare l’amore e la cultura di questo territorio alle nuove generazioni.
In contrapposizione a questo Primitivo che si smarca dalla tradizione ne abbiamo assaggiati cinque che invece la tradizione la abbracciano, siamo stati al banco della cantina Attanasio Giuseppe, siamo a Manduria in provincia di Taranto.
Un Primitivo vinificato in rosa, due in versione secca di cui una Riserva, uno da Vendemmia Tardiva ed un Passito.
Sono vini che, pur cambiando registro, mantengono un filo conduttore chiaro: esaltare una caratteristica lasciando come sfondo un bouquet vellutato e grintoso.
Nella vendemmia tradiva emergono le ciliegie sottospirito e la scorza d’arancia secca, il passito si muove sui fichi secchi e cioccolato, piccoli frutti rossi e un lieve tannino per il rosato, prugna e ciliegia, mentre le due versioni secche riportano alla classicità del Primitivo tra prugna, ciliegie, pepe nero, tabacco e grafite.
Due interpretazioni molto diverse del Primitivo di Manduria, due stili lavorati con tanta consapevolezza e cercando una grande qualità.
Restiamo in Puglia con una batteria di vini dominata dal Negroamaro + 1 Chardonnay.
Siamo su terreni estremamente calcarei.
Con la Tenuta Monacelli assaggiamo un Negroamaro vinificato in bianco dominato da una sensazione di mela verde, pompelmo, fiori di zagara, piacevolmente sapido ed acido, un bianco gastronomico.
Sempre da Negroamaro un Rosato molto elegante dal colore corallo con riflessi violacei, delicato nell’esprimere la piccola frutta rossa come fragoline e litchi, rimane morbido e rinfrescante.
I rossi della cantina sono un blend di Negroamaro, Cabernet, Syrah, uno vinificato solo in acciaio, come tutto il resto della linea, ed il secondo con un passaggio in botte grande. Entrambe le versioni portano in dote la potenza ed eleganza del Cabernet, i frutti rossi maturi del Negroamaro e la spaziatura dello Syrah, con una nota finale molto piacevole di cioccolato accentuata nella versione di botte grande. Morbidezza e struttura le caratteristiche principali. Molto riuscito.
Chiudiamo la degustazione con il vino preferito dal titolare, uno Chardonnay avvolgente e robusto, con note evidenti di focaia e frutta a polpa bianca. Chardonnay di carattere.
Marche
Nelle Marche ci siamo soffermati su due realtà, l’Azienda Agricola Viconari e Tenute Polini, peraltro distanti pochi kilometri l’una dall’altra, entrambe in provincia di Ascoli Piceno.
Raimondo ed Ettore sono due fratelli, giovani, alla guida dell’azienda Viconari, fondata dai loro nonni nel 1960.
Attualmente vinificano 4,5 ettari, su una proprietà che ne conta 50, con uve Montepulciano e Pecorino per due etichette: Jone rosso IGT e Marche Bianco IGT.
Due vini che in mezzo a tanto rumore, a tanti assaggi, a tante parole, ti rassicurano, ti accompagnano verso casa.
Jone è generoso sia all’olfatto che al sorso, c’è piena corrispondenza, non gli manca nulla per ammaliare. Ha volume, struttura, persistenza, piacevoli note di eucalipto e liquirizia, di mirto e china, anche il tannino si lascia coccolare e cerca di non disturbare troppo.
Marche Bianco ha una caratteristica che lo rende forse unico o poco ci manca, tutto il processo di vinificazione dalla fermentazione all’affinamento, viene svolto in barrique.
Ha una ricchezza e profondità evidenti all’assaggio, una complessità di note che spaziano dalla nocciola al bergamotto, dalla ginestra alla vaniglia, dall’acacia ai frutti tropicali maturi e al melone. Le barrique sono a bassa tostatura il che li rende non invadenti e di fatto contribuiscono a rendere questo vino tanto atipico quanto buono.
Alla Tenute Polini abbiamo imparato a conoscere un nuovo vitigno, la Garofanata, proposta con un metodo classico Brut, Leggerezza 2014.
Francesca ci spiega che ha fatto 60 mesi di affinamento sui lieviti e 10 anni di remouage in cantina, per un risultato che ci ha proprio sorpreso.
Bollicine fini e persistenti, un giallo quasi dorato, in bocca risulta cremoso e ancora molto fresco, la leggera ossidazione suggerisce uno scatto verso la frutta a polpa bianca e gialla molto matura, poi la frutta candita e la mandorla. Ha una persistenza davvero lunga lasciando la bocca appagata e in attesa del secondo sorso.
Un vino che si presta a molteplici abbinamenti ed un vitigno che non conoscevamo e che va senz’altro approfondito.
Friuli
Monviert è una azienda storica del Friuli, a Cividiale in provincia di Udine.
Alessio ci introduce a tutta la linea, ma ci impressiona un bianco molto particolare, Tricur Bianco 2018, un blend diviso tra Riesling renano 50% botritizzato in pianta e fermentato in barrique, Friulano 25% e Ribolla 25%.
Elevazione tra acciaio e barrique di 48 mesi.
Appunto, ci impressiona!
Ha gli aromi suadenti del Riesling, la struttura del Friulano e la tannici ed acidità della ribolla, che subisce anche una leggera macerazione.
Ci sono fiori bianchi di campo, come camomilla e sambuco, e fiori di acacia, albicocca, scorza di agrumi, la mineralità del riesling che gioca con l’acidità della ribolla, c’è la frutta secca, è un vino stratificato che esce un po alla volta.
E’ un vino che rappresenta al meglio il potenziale di questo incredibile territorio.
Spostandoci un po più ad Est, a Dolegna del Collio provincia di Gorizia, incontriamo Tenuta Stella ed i loro autoctoni, noi abbiamo assaggiato la Ribolla, la Malvasia e il Friulano, tre vini simbolo di questo territorio.
Sono vini paradigma di questo territorio, esaltano a pieno le caratteristiche del vitigno con tanta eleganza. Quando si parla di identità del territorio si parla di questo tipo di vini.
Sicilia
La cantina Marino Abate ci accompagna all’assaggio dei vini siciliani, a Marsala in provincia di Trapani, attraverso una profumatissima Inzolia, linea Ricamo.
Un vino dalla freschezza immediata che ti porta l’estate, è il classico esempio di macchia mediterranea come uno se la immagina, ginestra, maggiorana, cedro, pesca bianca, con una buona sapidità e lunghezza. Un bianco molto beverino.
Di carattere diverso il Carricante Etna Bianco Mac, l’azienda possiede anche dei terreni sulla’Etna vicino a Catania.
Nicola ci ricorda che siamo nella zona dei vini vulcanici, calcarei per eccellenza d’Italia, che dire, il sorso lo conferma.
Con sentori sulfurei in evidenza, anche di zafferano, lascia poco spazio alla delicatezza e spinge sul carattere deciso, molto persistente e strutturato, con una freschezza acida ed un buona sapidità. 2023 l’annata ma può aspettare tranquillamente lo scorrere del tempo.
E’ un vino incisivo.
Chiudiamo la Sicilia con un frantoio, Lu Trappitu, di Fondiro in Provincia di Agrigento.
Qui in Fiera presenta due olii Liola, il nome è un omaggio al genio di Pirandello, uno tradizionale con qualità di Nocellara del Belice e Moresca ed uno biologico con ulivi coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica sempre di Moresca e Nocellara del Belice.
Ci ha colpito la freschezza e nitidezza degli aromi di foglia di pomodoro, di erba tagliata, di vegetale, ricco di erbe aromatiche e carciofo fresco, anche in bocca ci è molto piaciuto l’equilibrio tra l’amaro iniziale ed il piccante che esce piano piano fino ad equilibrarsi.
Toscana
La Toscana nelle fiere fa sempre la voce del padrone con tantissime aziende, noi ci siamo soffermati sulla Tenuta Gamberaio e Tenuta Dodici.
Tenuta Gamberaio è una piccola realtà di Cetona, in provincia di Siena ai confini con Umbria e Lazio, vinifica solo bacche rosse di Sangiovese, Merlot e Foglia Tonda.
Abbiamo molto apprezzato Gamberaio, da uve sangiovese, muscoloso e profondo ma maggiormente di facile beva rispetto a molti altri assaggiati, così come il Merlot, piacevolmente fruttato e tanto teso quanto agile al sorso, un perfetto equilibrio.
Con Tenuta Dodici si arriva in Maremma, vicino a Grosseto, alla guida della cantina, di proprietà russa, c’è l’enologa Graziana Grassini.
Noi abbiamo avuto occasione di assaggiare Schiava d’Amore, un Ciliegiolo rosato che con la criomacerazione diventa una caramella golosa, ciliegia, melograno e fragola accarezzano il palato, l’acidità equilibrata lo rende facile da bere, fresco diventa “un bicchiere tira l’altro”.
Mentre con Occhi Neri, Merlot, si torna alla grandezza dei vini maremmani.
E’ un susseguirsi si spezie dolci, vaniglia, more, violetta e accenni balsamici, con un corpo consistente e avvolgente. La migliore tradizione Toscana.
Tutta la linea merita attenzione, dal passito di Viognier Taja ad Urga, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon.
Una curiosità: il nome dei vini sono un omaggio a Nikita Mikhalov, celebre regista russo che ha diretto anche Marcello Mastroianni in Oci Ciornie, da qui il Merlot Occhi Neri, fondatore con Konstantin Tuvykin dell’azienda Dodici.
La cosa più bella della Fiera?
Non un vino o una cantina, ma un aggettivo: Giovane, che spesso ritorna anche in questo pezzo.
Come ormai è una felice consuetudine in queste occasioni si notano sempre più nuove cantine o volti giovani a rappresentare realtà storiche e familiari.
Spesso sono ragazzi che hanno compiuto studi di agronomia od enologia, e che magari hanno fatto esperienza in grandi aziende in Italia e all’estero.
Hanno idee molto chiare e parlano dei loro vini con sicurezza e del loro futuro con lucidità.
Con la consapevolezza che ciò che conta davvero è costruire un progetto riconoscibile dentro il proprio territorio, svilupparlo e dargli identità. La propria firma.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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14 Maggio, 2026
Perticaia. Il rinascimento del Trebbiano Spoletino
Le Fiere vinicole sono spesso contesti frammentati e caotici, tra incontri, pause, code, temperature di servizio sbagliate è difficile concentrarsi su ciò che si assaggia, spesso anche solo il dialogo con il produttore diventa una piccola impresa.
Capita sempre però chi riesce ad emergere con chiarezza, chi sa richiamare la tua attenzione e concentrazione, chi sa farsi ricordare con la voglia di proseguire il proprio racconto oltre la fiera.
A noi è capitato a Wine Siena, la Fiera organizzata da Merano Wine Festival nella città toscana, con una cantina dell’Umbria, di Montefalco, non solo per il glorioso Sagrantino ma piuttosto per un vino bianco autoctono, il Trebbiano Spoletino.
La cantina si chiama Perticaia, prende il nome dal termine dialettale locale con cui si indicava l’aratro, è stata fondata nel 2000 da Guido Guardigli, enologo emiliano innamorato dell’Umbria, al quale va riconosciuto il grande merito di aver creduto in questo vitigno e di esser tornato a vinificarlo in purezza sin da subito.
C’è stata poi una seconda nascita, nel 2019, quando l’attuale proprietà, la famiglia Becca, ha potenziato gli investimenti credendo su una squadra giovane e dinamica, con a capo Gabriele di Zacomo entrato in azienda nel 2018 come agronomo e, dal 2022, diventato Amministratore e anima sul campo ed in cantina dell’Azienda, oggi certificata biologica
Perticaia conta su una produzione di 37 ettari, 40 a rotazione, divisi tra i comuni di Montefalco, Bevagna e Spoleto, da questa geografia nasce una produzione di circa 125.000 bottiglie.
Una dimensione importante ma che permette, senza problemi, di avere un approccio da artigiano, ancora da azienda famigliare, di continuare a cercare la massima qualità come principio guida, ad esempio Perticaia è in grado di vinificare in modo particellare tutti gli appezzamenti, ogni varietà viene vinificati singolarmente e poi assemblata per le varie DOC o DOCG, garantendosi la giusta maturazione di ogni piccola parcella.
E’ una filosofia che si riflette in ogni scelta: dalla vendemmia, ancora tutta manuale e spesso suddivisa in tre momenti diversi della stagione, la scelta di una diraspatura e una pressatura molto soffice e controllata per ottenere dei mosti fiore molto puliti e precisi, lo stile di vinificazione in cantina non è mai rigido, ma si adatta di anno in anno alle condizioni dell’uva, seguendo una sensibilità che trova sintesi anche nella consulenza di un enologo di spicco come Luca D’Attoma.
Anche le elevazioni in legno seguono la stessa logica di adattamento stagionale, botti grandi, tonneau e barrique vengono poi assemblate in base alle condizioni climatiche della stagione: se troppo piovosa prevarranno le botti piccole, al contrario se molto secca prevarranno le botti grandi, questo per garantire una linearità e riconoscibilità della cantina, livellando le differenze sostanziali che si possono presentare.
Gabriele ci accompagna poi in una passeggiata tra i vigneti, ed è stata una bellissima lezione di agronomia direttamente sul campo.
Arriviamo al primo impianto di Trebbiano Spoletino presente a Montefalco che è di fatto una memoria viva, dove sono presenti ben 96 variazioni genetiche di questo vitigno, una autentica ricchezza che è servita ad impiantare ulteriori tre ettari per una produzione di circa 30.000 bottiglie.
Quasi tutti gli impianti di Perticaia ormai sono a guyot, scelta che serve a competere con il cambiamento climatico degli ultimi anni. Difatti per la struttura della pianta, il numero di grappoli, il fogliame il metodo guyot garantisce una maturazione più omogenea del grappolo ed una maggior freschezza al vino.
Bellissima la lezione sulla gestione dei tralci e della potatura, con decisioni che vanno ad influire su quale ramo produrrà nel 2026, quale nel 2027, lasciandosi due opportunità di scelta addirittura per il 2028.
Raggiungiamo la struttura per iniziare la degustazione, in terrazza godendo di una vista meravigliosa della campagna umbra, e dei loro vigneti.
Ci raggiunge anche Federica, responsabile dell’accoglienza in cantina, ed iniziamo con Lui, Trebbiano Spoletino 2025, fresco fresco di bottiglia, solo due mesi.
Viene lavorato esclusivamente in acciaio, 4/5 mesi sulle fecce fini e poi imbottigliato.
E’ un giovanotto che si presenta con una sventagliata di frutta italiana per dirla alla Gabriele, pesca bianca, albicocca e melone, di un giallo paglierino luminoso, anche i fiori tendono sul dolce come fiori di acacia e un po di gelsomino, quasi un naso semiaromatico con la presenza di maggiorana e salvia, e un netto pepe bianco.
E’ un vino che si presta ad accompagnare molti piatti, sicuramente con qualche mese di bottiglia in più sulle spalle cambia anche l’assetto gustativo sviluppando quella complessità data dalle fecce fini. Molto piacevole, è un vino verticale di ottima beva e di buona persistenza.
La sottile finezza del Trebbiano chiama subito l’opulenza del Grechetto, la bacca bianca maggiormente diffusa nella regione, sempre annata 2025 ma già si differenzia dal colore che risulta essere quasi dorato, la frutta è più matura e succosa, la pesca a polpa gialla, un buon melone maturo, pera e spezie dolci come noce moscata, si sente anche un leggero tannino ed una leggera vaniglia, riempie bene il palato ed è un vino di corpo succulento.
Gabriele ci invita a risentire però il Trebbiano Spoletino come è cambiato con qualche grado di temperatura in più e come tiene testa anche al Grechetto, vero! Scaldandosi si sprigiona notevolmente, arriva anche il fiore di sambuco ed una mandorla finale.
Federica ci versa un’altro vino bianco, sempre Trebbiano Spoletino, che col disciplinare 2025 potrà chiamarsi riserva, questo è il loro Cru, Del Posto 2023.
Si cambia livello.
Per l’elevazione una parte della massa viene messa in quattro tonneau, di cui una rinnovata ogni anno, e la restante parte in acciaio, affina un anno sulle fecce fini con continui batonnage, poi viene ripulito e riassemblato.
E’ un vino da effetto WOW pieno!
Splendido! Al primo sorso io ed Emma con un rewind temporale di tre mesi siamo tornati a Siena quando, assaggiandolo, ci siamo guardati negli occhi per un paio di secondi e poi girandoci abbiamo incrociato il sorriso sul viso di Gabriele!
Giallo oro, e il colore anticipa quelle che sono note dichiarate e decise di pietra focaia, miele di acacia, addirittura rosmarino, pepe rosa, vaniglia e cannella, scorza di cedro, un delicato tannino, note burrose…. Uno splendido vino, che sposa magistralmente potenza ed eleganza, un vino che nobilita e che viene nobilitato anche nella scelta della bottiglia scura e nel tappo di sughero, lo stesso riservato al Sagrantino.
Dai bianchi passiamo ad un rosato, punto d’arrivo di diverse sperimentazioni e tentativi, Umbria Rosato 2024 è composto da tre bacche rosse e tre bacche bianche, raccolte e vinificate insieme.
Ha un colore non troppo carico, ma è nell’olfattiva che invece sorprende, i profumi sono più da vino rosso, ed anche la complessità in bocca riporta a quella dimensione, l’uvaggio con i tre bianchi comunque regala una bella acidità e slancio nella beva che, secondo noi, legata al tannino dei rossi lo porta avanti anche di qualche anno, può evolversi ancora di più. Anche questo come i vini bianchi appena assaggiati dopo un paio di minuti e con qualche grado in più si apre tantissimo, la beva è davvero piacevole, bicchiere dopo bicchiere.
Federica ci raggiunge con il primo rosso, Montefalco Rosso 2021, Sangiovese, Sagrantino ed un 5% di Merlot.
Nel bicchiere è un luminoso rosso rubino, fresco nei sentori di frutta piccola, ribes, mirtilli e lamponi in primis, anche una prugna susweet, spezie accennate e di media struttura, al secondo sorso noto anche una parte minerale nel finale, il Sangiovese ed il Merlot sono in equilibrio ottimo con il Sagrantino, smussano un po i tannini e donano molta morbidezza.
Per finire Federica ci versa Montefalco Sagrantino 2013, stupendo! Fatto di seta, è nel centro della sua potenzialità, tutto suona insieme, tutto è integrato, succoso.
Sempre piccoli frutti ma più maturi e più neri, more e mirtilli, una rosa appassita e viola, note balsamiche e sentori terziari si rimpallano la scena, uno sfondo di cacao e caffè, liquirizia, cannella e mirto. Omogeneo nel dichiararsi, senza squilli eccessivi e con tutti gli aromi e sentori in ottimo equilibrio.
E’ proprio vero che la differenza la fanno i dettagli, lo ha più volte sottolineato Gabriele durante la nostra visita e lo abbiamo colto anche noi appena arrivati.
Perticaia è una cantina dove ambizione e passione crescono insieme seguendo il desiderio di una continua evoluzione sempre con eleganza, pulizia e precisione nel bicchiere.
Gabriele è generoso e coinvolgente, nel modo in cui accompagna il racconto in vigna e nel modo in cui racconta i vini in degustazione. Sa trasformare la visita in cantina in una esperienza a tutto campo, è’ il vero Plus di Perticaia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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5 Maggio, 2026
Tiberini Wine. Luca è tante cose
Ci sono incontri che sembrano non arrivare per caso, piuttosto che riconosci nel momento in cui accadono e pensi semplicemente “Eccolo”.
Il primo incontro con Luca Tiberini è stato in occasione di una Masterclass divisa tra Barolo e Vino Nobile di Montepulciano, a fine marzo a Monforte d’Alba.
Nel ruolo di Vicepresidente del Consorzio il suo racconto su come sono nate Le Pievi, la recente menzione all’interno della denominazione del Vino Nobile di Montepulciano, ha conquistato in un attimo sia me che Emma, in equilibrio tra commozione ancora viva ed un orgoglio profondo e con la schiettezza tipica dei toscani che non amano giri di parole ma vanno diritti al punto.
In un’anteprima del Vino Nobile, credo, 2015 o 2016, abbiamo fatto una verticale di vecchissime annate, abbiamo avuto la fortuna di avere delle bottiglie ante anni Ottanta, prima delle influenze dei vitigni internazionali, ricordo l’azienda Fanetti, l’azienda Contucci che ci avevano portato queste bottiglie rarissime. Abbiamo aperto questi vini con le lacrime agli occhi a tutti quanti, tanto erano buone. E lì ci siamo accorti! Tutti quanti noi produttori ci siamo guardati negli occhi, nessuno di noi ha proferito parola per diversi giorni, fino a che un giorno a una cena parlando ci dicevamo – Ma quanto siamo coglioni!
Ci siamo lasciati prendere la mano da qualcosa che ci ha portato a indossare un vestito che non ci piaceva. E lì iniziò un processo che è durato diversi anni dove abbiamo voluto approfondire le origini della nostra storia produttiva. Le Pievi.
Luca è tante cose.
Un produttore, un agricoltore, un cantastorie generoso ricco di poesia e di aneddoti, è stato un figlio che ha imparato ad amare la sua terra da suo padre e dai suoi nonni ed ora è un padre che trasmette con energia lo stesso amore ai suoi figli, la settima generazione, Niccolò di 32 anni e alla piccola MariaLuce di 9 che se le chiedi cosa farà da grande la sua risposta è semplice “l’enologa”.
Luca è soprattutto l’anima viva e in costante fermento di questo incredibile areale, Montepulciano, dove il vino si produce dai tempi degli Etruschi già con l’intento di commercializzarlo, così come racconta Plinio il Vecchio nell’antica Roma, e dove già nel 1337 nel Sesto Libro del Campaio – il custode dei campi – si ha testimonianza di un disciplinare per la produzione del vino.
Siamo stati a trovarlo nella sua Azienda, in località Caggiole, in un pomeriggio luminoso di sole e gonfio di aria fresca, circondati dal verde e dal silenzio.
Podere Tiberini sviluppa circa 16 ettari vitati per una produzione di 55.000 bottiglie all’anno divise in 11 etichette, più 2 ettari coltivati ad ulivi per una produzione di olio che, come le verdure ed ortaggi del loro orto, vengono proposti nei menu del loro agriturismo, Villa Tiberini, una splendida residenza ristrutturata con logica e coerenza territoriale poco distante dalla sede della cantina.
Passeggiando tra i filari ci racconta che la sua famiglia produce vino da oltre 200 anni, ed il legame con questi vigneti, con questo territorio è talmente radicato e profondo da aver portato suo figlio Niccolò a rinunciare ad una brillante carriera nel calcio professionistico per dedicarsi alla cantina ed alla custodia di queste vigne che hanno in media 75 anni di vita, alcune addirittura oltre 100, tra le più vecchie della Toscana, e molte, almeno un terzo a piede franco.
Con Niccolò e Luca parlare di regime biologico o biodinamico diventa quasi superfluo, queste piante di fatto non hanno mai conosciuto il regime convenzionale e l’Azienda Tiberini ad oggi vanta uno dei quaderni di campagna più leggeri di tutta la Toscana, tant’è che l’Università di Bologna, attraverso i suoi ricercatori del comparto di microbiologia, sta studiano il microbioma del loro Sangiovese per capire come mai piante così vecchie hanno un biogenoma adattivo sul micro territorio che le nuove varietà non hanno.
Se non hai il rispetto di ciò che ti circonda, te sei uno che semplicemente pretende. E oggi per fare certi vini e poter raccontare certe storie non devi pretendere, devi ricevere. Ecco, quindi te ti devi considerare un qualcosa che partecipa ad un ciclo biologico che è quello della natura, che te rispetti e che te vuoi che sia così.
Continuando a passeggiare Luca ci racconta la genesi, l’incipit, il Big Ben della denominazione Le Pievi, e lo fa a modo suo, da buon toscano – etrusco – entra dritto dritto nei dettagli, ci racconta di tempi di guerre e tempi di pace, come nei primi anni del 2000
Ho mangiato pane e veleno tutti i giorni eh! Qui si faceva il vino Nobile col Merlot e si doveva avere le barrique in cantina se no altrimenti il vino non valeva niente
Ci racconta il cosa ha convinto i produttori a sedersi intorno ad un tavolo per trovare finalmente una coesione: un suo vino che lui definisce sbaglio, nato da vigne vecchissime di Prugnolo Gentile, Canaiolo Nero e Mammolo, che alla prima uscita ha conquistato e convinto soprattutto i produttori del territorio.
Prodotto ancora oggi non è più uno sbaglio e si chiama “Vecchie Vigne di Famiglia”.
E’ giunto il tempo di sedersi per il pranzo, Luca e Niccolò sono dei un padroni di casa perfetti, possono contare sulla professionalità di due Chef, Moreno e Samuele, che gestiscono un servizio di 8 coperti sia a pranzo che a cena.
Pochi coperti per centrare l’esperienza di degustazione vino – cibo al meglio, con un contatto diretto tra gli ospiti, i titolari e gli Chef, per proporre un’esperienza di convivialità e dialogo autentica.
Oggi abbiamo conosciuto Moreno, Chef veneto trapiantato da molti anni in Toscana, che inizia presentandoci due qualità di pane appena sfornato, un pane bianco fatto con 80% di umidità, semola, farina e farina di farro, mentre il secondo sempre con 80% di umidità, farina tostata e dieci cereali.
Per iniziare arriva in tavola un crostino di baccalà mantecato con un ricamo di cipolla in agrodolce, Luca ci abbina un vino bianco che rappresenta la memoria di questo luogo, Cambio 2024, le bacche bianche che fino al 1994 fa erano ammesse nel disciplinare del Nobile e che Luca non si è mai sognato di espiantare, Malvasia al 50%, Vermentino, Grechetto e Trebbiano a completare l’assemblaggio.
Il bicchiere raccoglie gli aromi floreali della Malvasia, l’acidità di una frutta esotica non troppo matura, la struttura del Vermentino, l’insieme bilancia molto bene la tendenza al dolce del baccalà e della cipolla, anche lo spunto sapido aiuta e lo rende verticale e di buona persistenza. Un vino fresco e fine che lascia il centrobocca in equilibrio, in abbinamento con il cibo è perfetto.
Luca, da grande oratore quale è non smette mai di raccontarci storie, mirabili, toccate da una poetica contadina che rasserena, così come nel presentarci il secondo vino Sabreo, Rosso di Montepulciano da Prugnolo Gentile 90% e Canaiolo 10%.
Un vino che qui a Montepulciano è stato rivoluzionario, controcorrente rispetto alla tradizione che vedeva il Rosso di Montepulciano un fratello minore del Nobile. Sabreo è un vino più fresco, di facile abbinamento, contemporaneo e duttile anche nella scelta di temperatura di servizio.
Quand’ero bambino, probabilmente questa è stata la prima goccia di vino che la mì nonna m’ha messo in bocca.
Il nome è un omaggio al capostipite della famiglia, Beppone Tiberini, soprannominato Sabreo, sobrio.
Cantiniere nell’800 dei Conti Gamberucci, oggi lo chiameremmo enologo, si ritrovava con altri cantinieri in un locale allora celebre, la Locanda di Cecio, li si andava per mangiare, bere e confrontarsi dopo intere giornate passate ad assaggiare vini, perchè senza gli strumenti di oggi l’unico modo per capire il vino era proprio assaggiarlo, e spesso finivano tutti tronchi, ubriachi, tutti tranne Beppone Tiberini, chiamato appunto Sabreo.
L’abbinamento è con un uovo croccante con asparagi e tartufo, che dire……
Il vino gioca sui toni della freschezza e della beva, la tipica prugna, il ribes, il lampone, la violetta, agile e non troppo ingombrante in bocca, il Canaiolo ammansisce il tannino del Sangiovese con la sua tipica morbidezza e regala una sfumatura minerale, un vino quotidiano fresco ed elegante.
Moreno ci racconta il prossimo piatto, Pici all’aglione fatti in casa con un sugo ai tre pomodori, una ricetta custodita in un prezioso quaderno di cucina della mamma di Luca, la Signora Dima, autentica istituzione della cucina tradizionale di Montepulciano.
Buonissimi, è il piatto che ha portato il silenzio su tutta la tavola, consistenze dei tre pomodori in gioco con la masticabilità dei Pici, fantastici.
In abbinamento il Vino Nobile di Montepulciano Podere Le Caggiole 2021.
Il colore nel bicchiere è un rubino pieno tendente al granato, sprigiona al naso evidenti profumi di viola e di rosa appassita, di more, la classica prugna, spezie dolci come la noce moscata, ed i terziari come cacao, tabacco ed un accenno balsamico, è un vino morbido con un tannino perfettamente integrato, è proprio la sua morbidezza che abbraccia l’acidità del sugo di pomodoro in un equilibrio esemplare. Vorresti non finisse!
Aiutandomi con il linguaggio musicale lo definirei un Preludio, un brano che prepara l’animo dell’ascoltatore ad una Suite, raccolta di brani, generalmente più complessa.
E allora, che la musica sia!
In tavola arriva un filetto di maiale avvolto nel lardo di Colonnata con polenta croccante e spinacino, in abbinamento al Vino Nobile Pieve di Caggiole 2021.
E’ un vino da assaggiare non da descrivere.
Nonostante sia ancora giovane anticipa le meraviglie che può regalare, in bocca è un velluto, morbidissimo, caldo, amarene sotto spirito, eucalipto, tracce di caffè, di etereo, completo e complesso, molto lungo ed avvolgente, lo posso immaginare tra una decina di anni che amplifica queste sensazioni. Ti fa capire tante cose: la perseveranza di Luca in questo progetto, la qualità espressiva di questo territorio, la scelta di vita di Niccolò, la differenza tra “non devi pretendere, devi ricevere”, soprattutto non vestire panni che non ti piacciono.
Ma è tempo di assaggiare il Big Ben, lo sbaglio che ha dato il La alle Pievi.
Il Nobile di Montepulciano Vecchie Vigne di Famiglia 2019, che merita una storia a se.
La vigna è stata piantata nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale, per ricordare il primogenito di Sergio Tiberini morto a Caporetto durante una battaglia.
Quando venne fuori questo momento di crisi d’identità del vino Nobile, quindi nella zona di Montepulciano, noi volemmo cercare di dare un segnale per far capire che quella che poteva essere anche una visione estrema poteva diventare qualcosa da considerare. E facemmo la prima vinificazione di questo qui, solo ed esclusivamente da questa vigna vecchia. Vecchissima. E il primo anno facemmo l’errore di miscelarlo con uve di un altro appezzamento lì vicino, quello del 1932, perché ‘sto vino che veniva fuori da ‘sta vigna vecchia in quell’anno lì, vinificato, ci sembrava un poco esile. Ottenemmo uno sbaglio colossale, un taglio in cantina, che procuro un vino che si beveva come l’acqua.
Nel bicchiere esce un pò di più il riflesso granato e violaceo, i sentori sono quelli caratteristici del Nobile ma più….sottili, più fini, e qui il suolo gioca un ruolo importante, la sabbia attenua il vigore che dona l’argilla, si accentua l’aspetto balsamico, complice anche qualche anno in più rispetto ai suoi fratelli, 2019, in bocca è suadente, tutto suona insieme in modo organico, affascinante e di lunga persistenza, in bocca e nella mente.
Parlando di suoli Luca ci introduce una degustazione molto interessante, due Nobile Riserva 2018 che crescono distanti si e no una decina di metri l’uno dall’altro. Fossatone che cresce sopra una falda di sabbia pliocenica fino alla profondità di 18 metri, Campaccio che cresce sopra una falda di argilla blu superficiale che diventa poi grigia fino alla profondità di 29 metri..
La differenza è talmente evidente che questi due vini sono spesso utilizzati nei corsi di formazione per capire le due estremità del concetto di tannino.
Fossatone, sabbia, estremamente profumato con un tannino delicato che cresce in progressione, Campaccio, argilla blu, con un tannino decisamente più impetuoso e tagliente.
L’ultimo rosso che versiamo si chiama Virgulto, è un Prugnolo Gentile al 100%, annata 2015.
Il nome già anticipa le sensazioni gustative, potente e raffinato, è subito presente un aroma di prugna ma come di confettura, importanti sono i terziari con accenni di china, alloro, tostature che ricordano il caffe, e sul chiudere anche le resine. Tannini perfettamente integrati e setosi con una persistenza molto molto lunga. Super!
Da questa giornata però portiamo nel cuore l’ultimo vino che Luca ci propone, una sorpresa sia per me che per Emma.
Dopo una batteria di rossi incredibili finiamo con un bianco, ma che bianco!
Si fa strada a spallate.
Il vino si chiama Maturato 2024, da uve Pulcinculo – una varietà di Grechetto – che fino a pochi decenni fa si riteneva scomparso.
Fu durante uno studio pedologico dell’Università di Firenze nei Vigneti Tiberini che ci si accorse di circa trecento piante di Pulcinculo, le uniche rimaste.
Da li la decisione, a fine anni ’90, di fare una selezione massale e di piantarne quasi un ettaro.
Oggi a Montepulciano ci sono 39 ettari allevati a Pulcinculo.
Maturato 2024 gode di una surmaturazione in pianta fino alla terza settimana di ottobre, ne esce un vino generoso nei sentori e nel colore, uno splendido giallo dorato, luminoso e dall’elevata concentrazione polifenolica, addirittura superiore al Brunello di Montalcino ed allo stesso Nobile, probabilmente complice anche la sovramaturazione.
In bocca esplodono i frutti tropicali maturi, l’acacia, l’albicocca, il melone maturo, salvia, un che di vegetale e di focaia, anche un leggero tannino, ha decisamente la struttura di un rosso, ed è solo la 2024!
Luca ci fa notare come l’acidità totale di questo vino, 6.7 valore ottimale per vini longevi, attenui la sensazione di alcol che comunque è importante, 15%.
E’ una scoperta felicissima!
Lo assaggiamo fresco ma sicuramente con qualche grado di servizio in più cambia l’assetto gustativo e tiene testa anche ad una carne rossa.
Il pomeriggio è trascorso in un attimo, ma c’è ancora il tempo per fare un giro in cantina ed assaggiare le nuove annate direttamente dalle botti, esperienza sempre entusiasmante.
Ci raggiunge anche il fratello di Luca, Fabio agronomo e cantiniere dell’azienda, rimarcando come le botti grandi, con miscele di foreste in ogni botte, servano soprattutto come veicolo di micro ossigenazione, senza marcature aromatiche.
Ormai è sera, il sole basso svela una campagna dai colori sfumati, questa giornata con Luca e la sua famiglia è stata un viaggio nel tempo e nel territorio, una storia fatta di passione, amore, coraggio, di sbagli e di successi. Una storia umana.
Esiste una parola che penso possa descrivere bene ciò che oggi abbiamo conosciuto, Eudaimonia, un concetto filosofico introdotto da Aristotele che trascende la concezione fugace e momentanea di felicità per una costruzione duratura della stessa nel tempo, attraverso la piena realizzazione personale, con la capacità di dare continuità al proprio percorso anche dentro agli errori.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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14 Aprile, 2026
La Staffa. Riccardo, vedere il punto di arrivo
Ci sono delle storie che sembrano dei film.
Quella di Riccardo Baldi è senz’altro toccata dalla magia, dove tutto si incastra alla perfezione, dove tutto sembra un copione scritto da chi vuole commuovere, stregare e conquistare lo spettatore.
Siamo a Staffolo, nei Castelli di Jesi, il destino nel nome: la leggenda romantica vuole che derivi da Staphilo, figlio di Dionisio, e a noi piace la leggenda romantica!
L’areale è tra i più antichi e vocati di tutti i Castelli di Jesi, un poggio che domina tre valli, la valle dei fiumi Esino, Musone e Misa, e qui il Verdicchio si fa praticamente da sempre.
Crescere in un borgo meraviglioso come questo, in cima ad una collina e in mezzo alla natura ti lega fortemente al territorio e così è accaduto anche per la famiglia di Riccardo che nel 2004 rileva a Contrada Castellareta, da un parente, una casa colonica con due ettari circa di vigneti, il pallino di suo padre. Fare qualcosa in campagna, coltivare un pezzo di terra. Avendo due ettari di vigneti inizia a fare vino dedicando tanto impegno, tanto tempo e lavoro, e Riccardo lo segue.
Andavo a scuola con la corriera che passava alle 6.50, venivo sempre ad aiutare il sabato e la domenica, ed oltre la vendemmia spesso d’inverno venivamo a fare i travasi dopo cena, durante la settimana e stavamo in cantina fino alla mezzanotte e mezza, poi alle 6.30 dovevi svegliarti per andare a scuola. Però….c’era già una mira di fare un Verdicchio di qualità.
Poi le cose accadono, sempre succedono e mai per caso.
Accade che incontrano e conoscono Umberto Trombelli, enologo braccio destro di Giacomo Tachis e consulente di numerose firme tra le più prestigiose dell’enologia italiana. Ma che senso avrebbe per un personaggio di questo calibro aiutare, collaborare con una cantina di soli due ettari, portata avanti con fatica da un padre ed un figlio quindicenne, senza uno storico e, all’epoca, probabilmente senza un futuro?
Una intuizione. Ha visto una possibilità, forse proprio negli occhi scintillanti di Riccardo, ancora grezzi ma vivi di magia.
Una maggior qualità richiede però un maggior impegno, gli sforzi sono già tanti, troppi, ed il padre nel 2009 decide che quella sarebbe stata l’ultima vendemmia.
Il 2009 è però anche l’anno della fine del Liceo e l’inizio dell’Università, per uno studente una estate più lunga sino ad ottobre, giusto il tempo della vendemmia che Riccardo decide di fare in prima persona.
Punto.
Da qui ha inizio un’altra storia. L’essere finalmente in prima persona a decidere, organizzare, fare, dissolve i dubbi che Riccardo poteva avere, resta ammaliato dal fare vino
Mi ha molto affascinato il fatto che il vino comunque tu lo pensi, lo ragioni, non è mai una ricetta, c’è sempre l’elemento dell’imponderabile che ti dà quel pizzico di sale in più nella vita. Perché tu fai tante cose, ti impegni tanto, organizzi tutto e poi alla fine ti trovi un prodotto che non sei riuscito a pensare sulla carta, ci può essere la variabile della vendemmia o della fermentazione, elementi della natura.
La decisione è immediata e trova nella famiglia la forza ed il coraggio di pensarsi viticoltore, a diciannove anni! E’ il premio più grande per un padre che consegna il suo sogno a suo figlio, con la serenità e la consapevolezza di vederlo compiuto.
E poi….e poi gli Incontri Con Uomini Straordinari non sono ancora terminati, Riccardo incontra e frequenta con assiduità Lucio Canestrai, anima della cantina Fattoria Coroncino di Staffolo, icona assoluta del Verdicchio e impollinatore di idee nuove, stravolgenti, spesso controcorrente, per esempio sui tempi di vendemmia spinti fino alla maturazione piena più un po’, rese per ettaro drasticamente contenute, tra i primissimi a metà anni 80 del secolo scorso ad avere una visione agronomica per i suoi vigneti, insomma una persona che non segna regole ma disegna traiettorie nuove, in anticipo.
Un incontro profondo per Riccardo, per il suo background di viticoltore e tanto per l’aspetto umano di Lucio, ed il suo ricordo emoziona:
Lucio purtroppo è mancato nel 2021, è stata una perdita tremenda, però è stata una persona che a me ha veramente dato tantissimo. Succedeva che quasi tutti i giorni verso le quattro e mezza chiamavo Lucio, dicevo “Lucio che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù” e andavo a casa sua, chiacchieravamo, ci bevevamo una bottiglia di vino, parlavamo di tutto, di vino. E’ stata una conoscenza, una frequentazione per me fondamentale. Io volevo fare vini di qualità e Lucio è stato il primo passo, un grande passo. Grazie a lui ho capito come ragionava una azienda di qualità, cosa era la qualità, come parlare della qualità. Lucio è stato uno degli incontri più importanti.
E quando tutto si incastra alla perfezione significa che le stelle ti stanno guidando, il 2021 è l’anno della scomparsa di Lucio Canestrai, quindici anni prima con il suo Verdicchio Gaiospino era riuscito ad aggiudicarsi il prestigioso riconoscimento dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, riconoscimento che proprio nella guida del Gambero Rosso 2021 torna a Staffolo, assegnato a Riccardo, alla Staffa con il suo Verdicchio Classico Riserva Rincrocca, e sempre nel 2021 a 31 anni Riccardo vince il premio come Best Winemaker Under 35 promosso dalla rivista Food&Wine.
Che dire….Dio non gioca a dadi. E forse beve Verdicchio!
In cantina e nei vigneti nulla è lasciato al caso, dai corsi di potatura Simonit&Sirch che permettono per esempio la continuità del flusso linfatico all’interno della pianta senza brusche interruzioni rendendola meno vulnerabile alle malattie del legno, alla realizzazione di piedi di fermentazione con lieviti spontanei per un maggior controllo della fermentazione finale.
Facciamo piede di fermentazione, perché la spontanea pura non è il mio modo di lavorare, non ci credo, è esageratamente casuale. Significa abbandonarsi ad una natura predatrice che non ha nessun interesse a fare un vino di qualità ma ad alimentare i batteri. Sarebbe un’esaltazione dell’errore e del pressapochismo. Mentre se si ha una conoscenza tecnica molto alta in quello che si sta facendo, si riesce a lavorare bene senza bisogno di prendere delle scorciatoie, senza bisogno di utilizzare prodotti chimici per arrivare ad un obiettivo, quando la natura stessa può darti quell’obiettivo.
Beh, è tempo di iniziare ad assaggiare i vini della Staffa.
Il primo è Mai Sentito, un vino frizzante sui lieviti rifermentato in bottiglia, un metodo ancestrale, il primo di tutto l’areale, 80% Verdicchio con il saldo di Trebbiano, per Riccardo è Il suo innamoramento per l’Emilia ed i suoi Lambruschi.
I lieviti presenti in bottiglia velano un po’ il colore che rimane giallo paglierino, i sentori sono quelli tipici del Verdicchio con frutta gialla, agrumi tra limone e cedro, fiori bianchi di campo, fieno, i lieviti fanno emergere delicatamente il sentore di crosta di pane, mi sembra di cogliere anche una nota balsamica, la bollicine è perfettamente adatta a questo stile di vinificazione, è bella vivace. Più sapido che acido in bocca scivola molto agile e con grande freschezza. Ottimo apristrada per le altre etichette della cantina.
Il secondo vino è La Staffa 2024, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore, dopo la fermentazione e l’affinamento si assembla partendo da 14 serbatoi differenti, uno per ogni esposizione dei vigneti tutti a Staffolo. Siamo sempre su un giallo paglierino con riflessi verdolini, con aromi di frutta a polpa bianca di pesche e mela, l’agrume lo riconosco nel lime, ancora il fieno secco e fiori di camomilla, emerge anche una buona mineralità di pietra focaia, si sente bene, trovo bilanciate l’acidità e la sapidità che portano il sorso lungo e in progressione.
Il terzo assaggio è Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva Rincrocca 2022, uno dei due Cru della cantina vigneto Contrada Castellareta, l’altro è Selva di Sotto.
Notevole, molto notevole!
Viene da un vitigno piantato nel 1972, fermenta in cemento e sempre in cemento si eleva per 12 mesi, imbottigliato si affina per 24 mesi prima della commercializzazione.
Ancora un giallo paglierino più intenso, molto luminoso, ha una trama sensoriale complessa e molto ben definita che va dai fiori di sambuco alla mineralità calcarea e della focaia, alle erbe aromatiche di timo e di leggera salvia, esce bene l’aspetto balsamico ed è netta la mandorla, è un vino energico bello verticale e di lunga persistenza, il secondo sorso definisce ancora meglio tutti i sentori, trovo anche in questo vino una maggior sapidità rispetto all’acidità. Gioca con il tempo, ne vuole parecchio per esprimersi al meglio.
Elegante, potente, complesso, definito.
L’ultimo vino che assaggiamo è un Marche IGT Rosato da uve di Montepulciano, Euphoria 2024.
E’ un vino gioioso, di un rosa confetto e il colore anticipa già la delicatezza del gusto, melograno, ribes, lamponi, frutti suadenti dall’anima acida, elegante anche all’olfatto con rosa canina in evidenza insieme ad un gelsomino scarico.
Noi lo abbiamo abbinato di sera ad una insalata di finocchio, mela, salmone affumicato e gamberi, e….stava perfettamente a suo agio.
Raffinato ed estremamente beverino.
Salutiamo Riccardo portando con noi tante cose, i suoi occhi scintillanti e vividi, la lucidità, l’entusiasmo e il coraggio di un ragazzo di 19 anni con la sua volontà di imparare, e proprio ripensando alla sua strada, ai suoi 19 anni Riccardo, ora che ne ha 36, mi da l’occasione per riprendere le parole di un altro grande viticoltore, Valdostano, Giorgio Anselmet “Il coraggio deriva dalla passione, fai delle cose che se le calcoli non le faresti mai”. Proprio così, la passione nega l’esistenza del tempo e nega la fatica trasformandola in attesa, ti fa vedere solo il punto di arrivo, non la strada da fare.
E chissà che tra qualche anno un ragazzo di 19 anni…”Riccardo che fai? Stai a casa? – Si sto a casa vieni giù”.
Dopotutto è in debito con la magia.
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9 Aprile, 2026
GoWIne. Intreccio tra Barolo e Nobile di Montepulciano
Il 28 e 29 marzo si è svolta a Monforte d’Alba la diciassettesima edizione de I Grandi Terroir del Barolo promossa dall’inesauribile GoWine, quest’anno con il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano come ospite per un approfondimento del progetto Le Pievi.
Un dialogo naturale con le MGA del Barolo: due grandi denominazioni unite della volontà di mettere al centro il territorio come elemento distintivo.
MGA, Menzione Geografica Aggiuntiva, è un progetto di zonazione voluto dal Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani introdotto nel 2010, non a caso anche l’anno della prima edizione de I Grandi Terroir del Barolo, che invita ad un livello di lettura più profondo del territorio, uno zoom sulle zone, sottozone e vigneti, evidenziando così le caratteristiche geologiche, minerali dei diversi terreni.
Il disciplinare ad oggi conta 181 MGA, divise in 11 Comunali e 170 Specifiche (zone, sottozone, vigneti).
Sul banco di assaggio di Gowine erano presenti ben 47 Menzioni, tra le più rappresentative del Barolo: da Serralunga a Cannubi, da Bussia a Castelletto, da La Morra a Parussi. Una panoramica decisamente rappresentativa dei terroir di questo grande vino.
L’edizione di quest’anno si è arricchita della presenza del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano egregiamente rappresentato dal suo Vicepresidente Luca Tiberini, che in un appassionante discorso introduttivo al Nobile ha raccontato la necessità, nata una decina di anni fa tra tutti i produttori di Montepulciano, di qualificare e valorizzare esclusivamente i vitigni storici della tradizione del Nobile di Montepulciano: Sangiovese, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo.
Con un disciplinare, giustamente, molto rigido nasce il progetto “Le Pievi”, 12 sottozone storiche basate sul trattato Leopoldino del 1800.
Il dialogo tra questi due grandi territori è stato completato da una vibrante Masterclass guidata dal Vicepresidente del Consorzio del Nobile Luca Tiberini e dal giornalista Gianni Fabrizio, autorevole firma del vino italiano, per decenni curatore della Guida ai Vini d’Italia del Gambero Rosso.
In degustazione 5 Barolo e 5 Nobile di Montepulciano a ricordarci quanto il vino sia prima di tutto linguaggio: racconto di terre, di uomini e di visioni.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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1 Aprile, 2026
Francesco Campanelli. La zonazione del Verdicchio
Pensando alla enorme varietà dei vitigni autoctoni che l’Italia può vantare, circa 600, mi ritorna sempre in mente una frase di Jules Guyot
Il genio del vino è nel vitigno.
Il genio ed il successo dei nostri vini rossi è ampiamente riconosciuto nel mondo, e passa attraverso il Barolo, il Brunello, il Chianti, l’Amarone, il Barbaresco, vini che nascono da vitigni non ubiquitari, Nebbiolo, Sangiovese, Corvina, divenuti giustamente simboli di identità di un territorio, piuttosto che di uno specifico Cru, capaci di evocare paesaggi e tradizioni culturali sedimentate nel corso dei secoli.
Eccezion fatta per il Prosecco, campione indiscusso di popolarità e simbolo del lifestyle italiano nel mondo, il Genius Loci dei nostri vitigni a bacca bianca soffre invece la concorrenza dei vari Sauvignon Blanc, Chardonnay, Riesling, Chenin Blanc, Pinot Blanc, vinificati spesso con affinamenti lunghi e pensati per evolvere nel tempo ed esaltarne complessità e struttura seguendo una logica ormai consolidata: il mercato premia i vini bianchi di carattere e capaci di invecchiare.
La nostra tradizione enologica, una cultura diffusa ahimè ancora oggi in alcuni corsi di formazione, ha a lungo considerato i vini bianchi come giovani e freschi, destinati ad un consumo veloce di un paio d’anni al massimo, una visione che ha contribuito a definirne lo stile ma che oggi appare sempre più riduttiva rispetto alle potenzialità espresse da molti territori.
Questa presa di coscienza ha fatto si che alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, e con una accelerazione esponenziale negli ultimi 20 anni, nuove aziende, nuovi professionisti, nuovi produttori hanno iniziato un cambiamento culturale che invita a rileggere il ruolo dei bianchi, esaltando il territorio attraverso i Cru per esempio, con tecniche enologiche meno sottrattive di sostanze e stabilizzando meglio il vino, con affinamenti prolungati, pensando ai vini bianchi come si pensa ai grandi vini rossi.
Il percorso ha evidenziato, a mio avviso con crescente consapevolezza, come molto territori e vitigni se lavorati con coscienza nulla hanno da invidiare ai grandi vini bianchi internazionali.
Penso velocemente ad alcuni vitigni come la Vernaccia, al Vermentino, al Soave, al Timorasso, al Fiano, al Carricante alla Ribolla ed a tanti altri. Si dice sempre che “Il vino nasce in vigna”, ed è vero, ma “si fa in cantina”.
In questo panorama emerge un vitigno carico di ambizione e di straordinaria qualità: il Verdicchio. Un’uva capace di coniugare struttura, profondità e longevità, e che oggi rappresenta una delle espressioni più convincenti della nuova maturità dei grandi bianchi italiani, in piena fase evolutiva anche con il proprio disciplinare alla ricerca della massima qualità e soprattutto con la convinzione che la DOC Castelli di Jesi possa valorizzare sempre di più l’identità del territorio diventando DOCG.
Questa “spinta verso l’alto” è direttamente proporzionale alla crescita di nuove cantine e di giovani produttori, con progetti ed idee nuove, spesso coraggiose.
Come spesso avviene queste tre caratteristiche, giovani produttori, idee nuove, coraggio, sono fondamentali per la genesi di nuove stelle, “emerging stars” per dirla alla James Suckling in un suo articolo dello scorso anno riguardo al Verdicchio ed alcune cantine, l’Azienda Campanelli è una di queste.
Nata dalla voglia di mettersi in gioco di Francesco, che da appassionato di vino e formatosi seguendo i corsi AIS, nel 2021 a San Paolo di Jesi acquista il suo primo vigneto, Palombare. Il salto è enorme come ci ricorda, ma con l’aiuto di alcuni amici che lo hanno ospitato in cantina e con la scelta di un giovane enologo come supporto produce il primo vino.
L’acquisto dell’attuale cantina e di nuovi vigneti sono stati passi conseguenti ed immediati.
Di Francesco ci ha subito colpito la determinazione, la chiarezza e l’ambizione del suo progetto, che passa anche da una nuova meticolosa zonazione del territorio, necessaria per evidenziare le differenti formazioni geologiche dei terreni che si traducono poi in sfumature sempre diverse nei vini.
Altra cosa che ho imparato è che dove c’è una strada quasi sempre c’è un cambio di suolo. E’ una lezione che mi sono portato a casa, evidentemente la strada non è mai un punto a caso.
Coinvolgendo molti viticoltori di San Paolo dopo tre anni di lavoro la mappa è pronta, chiara ed è un aiuto formidabile ed immediato per capire il “perchè” due Verdicchio di una stessa azienda, vinificati allo stesso modo ma provenienti da vigne distanti poco più di 50 metri l’una dall’altra hanno caratteristiche così differenti.
Comunicare il territorio attraverso il vino e viceversa, rendersi riconoscibili magari anche attraverso le MGA e la direzione per una maggiore qualità, precisione, identità non possono che passare per questa strada: affondare nei dettagli vinificando per particelle. E’ la strada scelta da Francesco e lo fa molto bene. Determinazione, chiarezza e ambizione.
A ricordarcelo è la degustazione dei suoi vini e lo stesso Francesco:
Partiamo prima di tutto sempre dai calici.
La degustazione
Iniziamo allora con Le Contrade 2024, Verdicchio Castelli di Jesi Classico Superiore, unico blend della cantina che raccoglie le espressioni migliori dei fratelli Cru, elevato in vasche di cemento a contatto con le fecce fini per almeno tre mesi.
Alla vista rivela un giallo paglierino molto luminoso con riflessi verdolini, ha un suo peso nel bicchiere che poi si ritrova bene in bocca, il profumo ricorda i fiori bianchi e di campo come il biancospino e la camomilla, gioca sui sentori delicati, si sente la pesca bianca, il pompelmo, la succosità dell’ananas, in chiusura sale il timbro della sapidità mentre l’acidità l’ho trovata contenuta. Morbido, fresco e come dicevo di buon volume.
Il secondo vino che assaggiamo viene dal Cru Follonica, 2024, versante di San Paolo, una delle zone migliori di tutti i Castelli di Jesi secondo Francesco tanto che
Se ipoteticamente ci fossero tre Grand Cru uno sarebbe li.
Nuova etichetta della cantina, anticipa una maggior complessità rispetto al primo già con gli aromi. Tra gelsomino e scorza di agrumi, frutta a polpa gialla con un ananas più maturo, in seconda battuta arriva un filo di anice ed una mineralità calcarea, secco potente e persistente. Questo è un vino che merita l’attesa, ricordando che è solo una 2024!
San Nicolò 2023 è il terzo assaggio, elevazione sempre in cemento su lieviti per sette mesi ed altri nove poi in bottiglia.
Dal suolo argilloso misto a calcare emerge una sfumatura di idrocarburo e di sale che lo rende bello tagliente e verticale, teso, che si completa con il fiore di sambuco, l’acidità verde del lime, la freschezza dell’erba tagliata e la mandorla nel finale.
Lascia un centrobocca in ottimo equilibrio, pieno e piacevolmente morbido a chiudere.
L’altro Cru che Francesco ci versa è San Michele 2023, anche per lui sette mesi sui lieviti in cemento e poi nove in bottiglia.
Molto variegato e sorprendente, la parte salata è sempre presente ma bilanciata da una frutta matura e gustosa, anche esotica. Si spinge su note balsamiche ed erbe aromatiche come maggiorana, timo, gli agrumi hanno caratteristiche più morbide come il cedro, ha una notevole struttura e lunghezza. Spacca. Pur essendo una 2023 è già in splendida forma, ma veramente la pazienza con un vino così trasforma la “splendida forma” in una “forma indimenticabile”, e vale anche per il prossimo vino, Palombare 2022.
Colpisce tanto l’eleganza di questo Cru, sarà l’anno in più sulle spalle, è plasmato divinamente.
Gode di maturazione dell’uva appena allungata, sufficiente per regalare una sensazione più morbida che smussa un po’ la tipica salinità del Verdicchio e che pareggia con l’acidità, il profumo del sambuco, la dolcezza della ginestra, la mandorla fresca, anche qui esce la balsamicità di una mentuccia, la salvia, non gli manca nulla….. Equilibrio, eleganza, persistenza, corpo. San Michele e Palombare oggi sono stati i vini che maggiormente mi hanno impressionato. Di livello assoluto.
L’anno scorso Francesco ci accennava all’idea di un rosso, eccolo!
Desiderio 2024, Canaiolo in purezza prodotto per ora in poche centinaia di bottiglie, vinificato con macerazione carbonica che accentua la linea morbida ed aromatica del vitigno.
E’ pensato come un vino agile, da bere fresco anche in estate con un brodetto di pesce per esempio, molto eclettico, lo bevi a 10/12 gradi con il pesce ed a 14/15 con una carne anche un po’ elaborata, o perché no, con una pizza.
Certamente esce un frutto piacevole tra fragole, lampone, ciliegia, con una piccola punta di acidità, di ottima beva, e qui un bicchiere tira l’altro con facilità.
Prima di salutarci assaggiamo i Cru della cantina direttamente dalle vasche di cemento, annata 2025, e le premesse dei campioni di vino fanno pensare ad una annata strepitosa per il Verdicchio, insomma per dirla alla Francesco qui nelle Marche, nei Castelli di Jesi,
Non tutti i cavalli sono stati ancora messi a terra.
E allora aspettiamo! In autunno sarà la sesta vendemmia di questa giovane cantina che ha segnato “una spinta verso l’alto” di tutto l’areale di San Paolo, Azienda Campanelli, e Francesco è il suo demiurgo.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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16 Marzo, 2026
Slowine. Il vino veramente giusto
Eccoci, finalmente!
Dopo la ricca preview di metà ottobre 2025 a Milano con circa 400 cantine, tante novità ed anticipazioni, una delle nostre fiere preferite apre le porte ad una tre giorni di vino, cibo, masterclass, degustazioni, conferenze e tanto altro.
Slowine, giunta alla quinta edizione, organizzata da Ente Fiera Bologna con la direzione di Slow Food e sempre in costante crescendo, si presenta con un programma monster: più di 1.200 espositori, oltre 7.000 etichette in degustazione da 27 paesi, oltre il 60% delle cantine in regime biologico, biodinamico o in conversione, tutte portabandiera del Manifesto per il vino buono, pulito, giusto , quest’anno con una interazione totale anche con il padiglione di Sana Food, format sull’alimentazione sana e sostenibile, incentrato sui valori dell’etica e della salute.
Il tema di questa edizione è IL VINO GIUSTO.
Vino giusto inteso sia come prodotto finale per il pubblico ma anche come opportunità di ricchezza, di lavoro, di sviluppo per il produttore, concetto esplicitato chiaramente nel comunicato della Fiera “…mettendo al centro non solo la qualità organolettica e ambientale del vino, ma anche il suo impatto sulle persone e sulle comunità. Un vino davvero buono e pulito, secondo la visione di Slow Food, deve essere anche giusto: prodotto senza sfruttare lavoratori e territori, capace di generare valore condiviso, lavoro dignitoso, inclusione e nuove opportunità.”.
Una edizione di Slowine particolarmente ricca di eventi, su tutti la novità dell’area Banca del Vino – Annate Storiche, una serie di degustazioni, tutte ahimè stra esaurite fin da subito, di etichette rare se non introvabili provenienti dalla Banca del Vino di Pollenzo, sito patrimonio Unesco, inaugurata nel 2004 che custodisce oltre 50.000 bottiglie dal carattere unico.
Riprendendo il tema di quest’anno, Il VIno Giusto, noi andiamo a cercarlo ed a raccontarlo, e ce ne è davvero tanto….
Per esempio la famosa perfezione dei bianchi del Sud Tirolo, vini sempre straordinariamente bilanciati ed ineccepibili, trova una nuova via in un Pinot Bianco quasi…estremo di Hartmann Donà, Donà Lisl, dalla lunga elevazione in botti di legno trae degli aromi e dei sentori che si aggiungono, secondo dopo secondo, ai raffinati e sottili fiori bianchi, mela verde, pera caratteristici del vitigno.
Scopriamo la mela cotogna, con una dolcezza che sfiora il miele, c’è sicuramente la cera d’api, la chiusa è con della frutta secca e personalmente trovo anche dello zafferano e note fumè eleganti. Un Pinot Bianco del 2014! Ancora presente ed in grado di andare ancora avanti con i calendari, senza problemi, forte anche di una buona acidità e salinità che rendono il sorso bello lungo. Complesso e cremoso.
Così come ci sono piaciute le prossime due cantine, arrivano dall’entroterra della Sardegna, tra l’altro a pochi kilometri l’una dall’altra, e presentano dei bianchi e dei rossi autoctoni di forte carattere.
Entrambe raccontano storie di amicizia, Marco, Samuel e Salvatore hanno fondato le Cantine di Neoneli, mentre Francesco e Giovanni Antonio hanno creato l‘Agricola Niuge. Raccontano di sogni e di passione, di tanto lavoro e di tanto orgoglio.
Raccontano di una terra primitiva, che sa esprimere magia ed incanto senza riserve.
Melavaxia, delle Cantine di Neoneli, è il nome con cui i neonelesi hanno sempre chiamato un vitigno autoctono locale a bacca bianca, il Nuragus.
Al naso regala note di fiori di campo e macchia mediterranea, profumi di agrumi e di timo, di mela croccante e un finale vanigliato, eredità dei 10 mesi in tonneaux.
Al sorso l’agrume ed il timo sono subito evidenti, sorprende la persistenza e la morbidezza, è un vino di carattere e penso sposi benissimo degli spaghetti alla bottarga, perfetti insieme.
Il primo rosso si chiama Canales 2021, il vino tipico di Neoneli prodotto ormai da diversi secoli, raccoglie diversi vitigni autoctoni dal Canonau al Cagnulari, dal Muristellu al Monica, dal Nieddu Mannu al Pascale.
Sembra raccogliere anche la forza del sole da ogni vitigno, di grande impatto e corpo, deciso nelle speziature dolci e nella balsamicità, energico e ancora un po’ da addomesticare nel tannino, vira su delle note tenui di china e di arancia tarocco.
La sensazione in bocca è comunque di morbidezza e di gran piacevolezza, ha nel suo fratello maggiore Canales 2020, un riferimento più austero e preciso, un anno in più di vita ed anche una annata climatica differente.
Il secondo rosso delle Cantine di Neoneli è Grughes 2022, da uve Cagnulari, l’elevazione è di 18 mesi in barriques ed altri 8 di bottiglia.
Sa farsi voler bene subito! Amarena, mirtillo, mora, viola, mirto, eucalipto, tostature di caffè, cioccolato, è un vino che riconcilia, molto piacevole e morbido anche nei tannini, con un sorso lungo e avvolgente, me lo immagino con la croccantezza di un maialino arrosto tra alloro e menta.
L’Agricola Niuge ci fa assaggiare un Niuge Bianco 2025, da uve Nuragus, spicca una buona dose di mineralità granitica, di roccia bagnata, accompagnata da profumi floreali di biancospino, di ginestra, di caprifoglio, ha un’anima elegante e fine, i sentori di mela verde e pera giocano con una vivace acidità. Perfetto per piatti leggeri e verdure.
Il secondo vino è un Niuge Rosato 2025, da uve Canonau.
Di colore corallo, luminoso, aromatico con note di macchia mediterranea e ciliegia, un tono dolce anche di albicocca e litchi, ha come caratteristica una bella freschezza ed un finale appena sapido, ci starebbe un gran bene una bella seadas!
Il Niuge Rosso 2022 da uve Muristellu, o Bovale, è un rosso di carattere! Indubbiamente.
Rosso intenso quasi violaceo affina per oltre un anno in barriques e poi in bottiglia per altri mesi, è una esplosione di mirto e more, di confetture e frutta rossa, in seconda battuta esce il pepe nero ed il tabacco, accenti balsamici e minerali, quasi terrosi. Denso, strutturato e di tensione. Ci piace molto.
E’ sempre un piacere incontrare gli amici di Luretta, nel Piacentino, ed è sempre un piacere assaggiare i loro vini.
Poi…noi abbiamo un debole per la loro Malvasia Aromatica di Candia, Boccadirosa, che con l’arrivo in azienda fortemente voluto da Lucio Salamini di due protagonisti delle Langhe l’enologo Francesco Versio e l’agronomo Edmondo Bonelli, diciamo che ha tolto i jeans e le sneakers e si è vestita con un abito da sera, di seta.
Mantiene sempre l’incanto dei fiori di sambuco, dell’albicocca secca, dei fiori di acacia, dell’aromaticità del vitigno, ma rispetto alle annate precedenti l’abbiamo trovata più definita ed omogenea dall’inizio fino alla fine, con un equilibrio di insieme sicuramente più elegante. Eleganza, e gran corpo, che si riscontra anche nel primo vino storico prodotto da Luretta, Come la Pantera e i lupi nella sera.
In Veneto siamo stati dalla cantina Il Filò delle Vigne, che si trova a Baone, nel mezzo dei Colli Euganei, ad accoglierci Matteo, agronomo dell’azienda.
I terreni dei Colli Euganei sono quasi tutti di origine vulcanica, trasmettono quindi una nota di mineralità sapida ai vitigni, espressa poi nel vino.
Casa del Merlo, è un Merlot che affina in barriques di primo e secondo passaggio per circa un anno, completando l’elevazione in vasche d’acciaio per ulteriori 7/8 mesi, dopodiché riposa ancora per una decina di mesi in bottiglia.
Il risultato è un Merlot molto raffinato e di attesa, nel senso che lo si scopre sorso dopo sorso, alla vista è compatto, nonostante sia l’ultima annata già sviluppa un bouquet pieno, magari non omogeneo ma per esperienza diretta più passano gli anni e più si equilibra. Naso e bocca in piena corrispondenza tra confettura di frutta rossa, more, frutti di bosco, viola appassita, spezie dolci di cannella, di pepe, le tostature ed i terziari sanno di cioccolato e caffè, ma sono comprensibilmente sottotono rispetto ai primari.
Solo il tempo trasforma una idea in un vino finito. Giusto aspettarlo.
Il secondo vino è ancora un rosso, un Cabernet Sauvignon Riserva con una percentuale di Cabernet Franc e Carmenere, Borgo delle Casette, affinamento di circa due anni in botti grandi di quercia.
Il profumo è già avvolgente e completo, dai piccoli frutti di bosco come il ribes, mirtillo, alla prugna matura, ad un sottobosco secco, anche in questo caso le spezie sono dolci più sulla noce moscata, mentre si notano bene le tostature di liquirizia, di tabacco.
Avvolgente il profumo ed avvolgente anche l’aroma, al sorso è caldo e morbido, con tannini presenti ma non ruvidi.
Bravissimo Matteo che ci ha fatto assaggiare anche la 2020, ovviamente più equilibrata e matura, ma questi sono vini che daranno il meglio quando ci saranno le prossime Olimpiadi, e le prossime ancora, e le prossime ancora!
Chiudiamo la degustazione con un bianco che è un blend molto particolare, Calto delle Fate, blend di Chardonnay, Riesling e Tai Bianco.
Vino giallo oro con gustosi sentori di frutta tropicale come papaya, ananas, qualche nota di banana, un agrume che potrebbe essere un pompelmo rosa, una nuance di idrocarburo molto elegante, al palato si aggiungono note di frutta secca, anche in questo caso l’esperienza ci aiuta a dire che dopo qualche anno diventa cremoso e molto suadente, servito a 10/12 gradi è perfetto con formaggi o tortelli ricotta e spinaci in burro e salvia. Perfetti proprio.
Alla cantina Il Colombaio di Santa Chiara, di San Gimigniano, abbiamo assaggiato una Vernaccia sontuosa, anzi tre.
Tutte e tre le Vernaccie fanno una macerazione pellicolare ad 8/10 gradi, la prima è la Selvabianca, fermentazione in cemento e poi acciaio. Nel calice presenta un giallo paglierino luminoso e con riflessi verdolini, l’olfatto rivela fiori di campo, erba tagliata, agrumi come il lime e limone, mela croccante e pesca noce si affiancano alle erbe come il timo e la camomilla, mineralità si ma non così evidente come nelle altre versioni, mentre l’acidità c’è e rende bel verticale e vibrante il suo sorso.
La seconda Vernaccia è forse quella più riconosciuta o comunque la prima ad esserlo della cantina, L’Albereta Riserva, qui oltre al cemento si aggiunge un 70% in barrique per circa un anno, poi di nuovo in cemento per 8 mesi circa ed infine in bottiglia per altri 12 mesi.
E’ l’evoluzione della prima Vernaccia, il giallo paglierino diventa oro e le note sono di una frutta più matura, dall’albicocca al melone bianco, dal tiglio alla ginestra, l’agrume sa di cedro e c’è anche un po di ribes bianco, con dei finali balsamici di mentuccia e di mandorla, insomma è un vino con tante sfaccettature, completo, di grande morbidezza, raffinato e persistente che si presta a tanti abbinamenti, di mare e di terra. Ottimo.
Campo della Pieve è l’ultima Vernaccia assaggiata, forse è quella con più eleganza delle tre, almeno a nostro avviso, le note sono più vicine alla Selvabianca, è fresca e leggera, agile in bocca, ma poi succede che…..Giampiero, uno dei tre fratelli fondatori della cantina ci fa assaggiare la 2019, e le cose cambiano radicalmente. L’eleganza diventa sontuosità, eccola qui, gli aromi si moltiplicano ed esce un minerale suadente e raffinato di idrocarburo appena accennato, di zafferano, di sambuco e di fieno, di frutta secca e di focaia, ed è un peccato essere stati in fiera solo il lunedì, il martedì aprivano la 2015… L’occasione crea l’uomo viaggiatore! E allora si andrà in cantina…
Vuoi non fare un salto in Puglia?
Si va alla Masseria Torricella, Alberobello, che dedica attenzione agli autoctoni Verdeca, Minutolo, Primitivo con un’eccezione.
La Verdeca, con il Bombino Bianco, è l’uva a bacca bianca maggiormente diffusa in Puglia.
Gemma è la loro versione più nobile, con una fermentazione e maturazione di 12 mesi tra acciaio e barrique si affina in bottiglia per ulteriori 6 mesi.
Ne risulta una Verdeca color oro, lucente, ricco di frutta e fiori tendente al dolce, anche frutta tropicale, scorza di limone e bergamotto tra gli agrumi, sfiora le note di vaniglia e di miele.
Ha un finale abbastanza acido e una discreta sapidità in chiusura.
Il secondo bianco è Minù, da uve Minutolo, una curiosa versione macerata di questo vitigno.
Dal colore ambrato più che aranciato, l’albicocca matura, il melone, la pesca gialla, il mandarino, la salvia, l’acacia, un po di tannino, sono queste le caratteristiche che subito conquistano di questo vino, di questa versione. Piacerebbe molto assaggiare le vecchie annate per vedere dove arriva e cosa aggiunge.
Dopo due bianchi assaggiamo due rossi, un Primitivo ed un Primitivo con saldo di Cabernet Sauvignon.
U’Mest è un cannone, Primitivo che matura in legno e poi affina in bottiglia per 12 mesi, un trionfo di frutta rossa, dalle prugne sunsweet, alle more di gelso, alle amarene sottospirito, in primo piano anche il mirto ed il pepe, con i fiori di rosmarino e il cioccolato, il centrobocca nonostante la ricchezza di aromi è molto bilanciato. Vino dal gran cuore che ti scalda e ti coccola ad ogni sorso. Di una lunghezza infinita.
Così come Il Sapiente, Primitivo con saldo di Cabernet Sauvignon, stessa maturazione ed affinamento del primo, riserva meno coccole e pretende maggior attenzione, lo troviamo più elegante in bocca. Hanno caratteristiche diverse, uniche per entrambi i vini.
Rimane giusto il tempo per passare in Friuli ed assaggiare un Refosco dal Peduncolo Rosso da Sturm, in pieno Collio, vino che affina in botti di legno e poi altri mesi di bottiglia.
Ricco di colore e di tannini, strutturato e caldo, gioca con le note del chiodo di garofano e del pepe nero ed una mineralità in primo piano come la grafite, la ruggine, la frutta nera arriva in seconda battuta, mirtillo, sottobosco secco, mora e l’acidità del lampone, necessaria e che regala freschezza al palato. Un grande vitigno esaltato in questa espressione, tutta la linea di Sturm si caratterizza per una notevole pulizia ed eleganza.
Tante cantine, tanta qualità, bellissima l’idea della Banca del Vino, anche se purtroppo per noi è rimasta solo l’idea, tanti e tanti giovani produttori, la nota plus della fiera.
Slowine si conferma come un appuntamento imprescindibile ed in fortissima crescita, ed ora aspettiamo la Preview 2027!
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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15 Marzo, 2026
Pinot Grigio DOC Delle Venezie. Strategie di posizionamento
Ci deve pur essere un motivo se alla città di Milano hanno dedicato un colore riconosciuto, anzi ufficiale: Grigio Milano.
Grigio come la “scighera”, la nebbia, o come la pietra più usata nei rivestimenti delle facciate dei palazzi signorili della Vecchia Milano, il Ceppo di Gre, dall’aspetto nuvoloso.
Eh già, perchè proprio quando la primavera sembra essere ad un soffio dalle tue mani, anticipata da fresche giornate ricamate dalle prime fioriture, dalla musica degli aperitivi a cielo aperto, ecco che arriva una giornata Grigio Milano, proprio come oggi 10 Marzo.
Freddo, pioggia e traffico. Un classico!
Però….Milan l’è semper un grand Milan, e per non smentirsi ospita a Villa Necchi Campiglio , riconosciuta come una delle dimore più belle al mondo e patrimonio del FAI, un incontro promosso dal Consorzio Vini DOC Delle Venezie “Tracciabilità e identità territoriale: il Contrassegno come garanzia e strumento di racconto del Pinot Grigio DOC Delle Venezie”
Il luogo.
Villa Necchi Campigli è un capolavoro dell’Architetto razionalista Piero Portaluppi, molto attivo a Milano dagli anni 20 agli anni 60 del secolo scorso, commissionata con il sogno di ogni Architetto cioè “senza limite di budget”. E Piero Portalupi l’ha preso alla lettera dando libertà a tutto il suo genio, e ne aveva tanto, tanto da pensare negli anni 20 ad una piscina all’aperto riscaldata, a materiali, a proporzioni degli spazi, agli stucchi a soffitto, agli arredi, persino alle tazzine del caffè, che non sono solo lussuosi ma suonano insieme in un modo semplicemente inarrivabile.
Senza considerare le collezioni di arte da quella antica sino alla meta del 1900, da Tintoretto a Giacomo Balla, dal Canaletto a Umberto Boccioni, Da Giorgio Morandi ad Arturo Martini. Così che anche il Grigio Milano ha più senso e dialoga con il calore di queste stanze, ricche di dettagli e di passioni.
Il Consorzio
In questo contesto il Consorzio Pinot Grigio DOC Delle Venezie ha presentato una conferenza stampa
Che segna un passaggio chiave nella nuova strategia di posizionamento della denominazione e che mette al centro il nuovo contrassegno di Stato tricolore come sintesi tra territorio, tutela istituzionale e innovazione tecnologica: non solo strumento di garanzia e tracciabilità, ma leva strategica di racconto e valorizzazione.
Il Triveneto è un enorme anfiteatro ricco di straordinari terrori e di biodiversità, dalle Dolomiti al Lago di Garda, fino al mare di Venezia ed alle colline del Collio, il Pinot Grigio ha trovato spazio in queste terre alla fine del 1800 diventandone un simbolo, tant’è che oggi è uno dei vini più esportati al mondo.
Da qui la necessità di un Consorzio che nasce nel 2017 dalla volontà comune di includere in un unica grande denominazione le aree del Friuli Venezia Giulia, la Provincia di Trento ed il Veneto, con l’obiettivo di promuovere ed a sviluppare la Doc Delle Venezie nel mondo.
Già ad oggi i numeri sono molto importanti, l’areale produce il 43 % del Pinot Grigio mondiale e l’85% di quello nazionale, e con il riconoscimento da parte del Ministero dell’Agricoltura nel 2020 e la collaborazione recente con il Poligrafico dello Stato con il nuovo contrassegno di Stato ed i nuovi QR Code più ricchi di informazioni, il Consorzio è pronto per consolidare i suoi mercati storici degli Stati Uniti, Canada, Germania ed Inghilterra, ed affrontare nuovi contesti quali l’Asia, l’America Latina, con particolare attenzione a Brasile e Messico.
Nella tavola rotonda moderata dal vicedirettore del Corriere della Sera Luciano Ferraro, tanti sono stati gli interventi dal Presidente del Consorzio Luca Rigotti a Francesco Liantonio Presidente di Triveneta Certificazioni, da Paolo Pigliacello di Symbola Fondazione per le qualità italiane a Matteo Taglienti Direttore dell’Istituto Poligrafico dello Stato, uniti nel sottolineare l’importanza di questo sforzo comune e strategia di mercato che parte dal nuovo contrassegno e dal nuovo QR Code, un passaporto digitale della bottiglia, capace di connettere tracciabilità, sicurezza e dialogo diretto con il consumatore in tutto il mondo.
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