Malvasia di Bosa
13 Ott 2026
Senza etichetta

Piero Carta ed il Filet. Il mito ossidativo della Malvasia di Bosa

 

Nel cuore della Planargia, il Filet di Piero Carta si fa ambasciatore coraggioso della declinazione più pura, ancestrale e, forse, discussa, del territorio: la Malvasia in stile ossidativo. Quintessenza di un terroir, icona di uno state of mind, questa etichetta di Piero è un presidio di territorio e un baluardo di cultura sarda che rischia di scomparire.

È un presidio indiscusso di cultura e una sintesi eloquente di territorio la Malvasia di Bosa. Unica, come quell’anfiteatro naturale in cui nasce; imitabile, come quel pot-pourri di sapienza e coscienza che ne connota la genesi. Ed infatti, in un panorama vitivinicolo contemporaneo che tende all’omologazione stilistica, la Malvasia di Bosa è l’emblema di minuscole enclave capaci di resistere attraverso la reiterazione di gesti antichi. La Planargia, quell’angolo di Sardegna stretto tra il mare e la collina, custodisce oggi una delle denominazioni più intime e piccole d’Italia, che conta appena una trentina di ettari vitati.

L’etichetta di Piero è un dialogo di vicinanza, coerenza e diversità. È una connessione tra locale e globale, tra campagna e contesto urbano, lungo un viaggio slow e green.

La genesi di un’unicità tutta italiana: la storia della Malvasia di Bosa

La presenza del vitigno Malvasia in terra sarda affonda le radici nelle correnti commerciali del Mediterraneo bizantino, ma è a Bosa e nei comuni limitrofi (come Magomadas e Modolo) che questa varietà ha trovato un’interazione con il terroir del tutto peculiare. Le vigne poggiano su suoli prevalentemente calcareo-tufacei ed eocenici, sferzati costantemente dal maestrale; quel vento “di mare” che concentra naturalmente il patrimonio organolettico delle uve e dona una vibrante tensione iodata.

Lungi dall’essere considerata un semplice “bicchiere da bere”, la Malvasia di Bosa è storicamente un catalizzatore sociale, un vino “chi cheret chistionadu” (un vino che chiede di essere discusso), un compagno delle reunion di amici e parenti, il sigillo dell’ospitalità e delle grandi occasioni. 

Il tratto distintivo è da sempre la maturazione ossidativa, un processo figlio del tempo e dell’affinamento in botti scolme, che favorisce lo sviluppo di un velo di lieviti filmogeni (la cosiddetta velo de flor o suo voile) analogo a quanto avviene nello Jura o a Jerez.

Malvasia di Bosa

Piero Carta: Il ricamo della memoria e la scelta radicale del Flor

La storia della cantina ha inizio negli anni Ottanta, quando Paolo, il padre di Piero, impianta qualche filare di vitigni autoctoni su un fazzoletto di circa mezzo ettaro di proprietà di famiglia. Non era semplicemente un hobby, ma un richiamo alla terra, un omaggio alle proprie radici, il desiderio di “produrre in casa” quella Malvasia che da sempre aveva scandito la convivialità in quest’angolo di Sardegna. 

Dopo studi in Economia e una serie di coincidenze fortuite, Piero rientra per riprendere in mano le redini delle vigne di famiglia in agro di Magomadas, espandendo la superficie vitata, pur mantenendola su livelli microscopici (meno di due ettari complessivi) per una produzione annua di circa duemila bottiglie.

La sua scelta produttiva è netta, quasi anacronistica rispetto alle derive commerciali che negli ultimi decenni hanno spinto la DOC verso versioni dolci o più a “favor di popolo”: produrre esclusivamente Malvasia in stile ossidativo, come da tradizione. Il nome dell’etichetta, “Filet”, rimanda esplicitamente al celebre ricamo artigianale bosano eseguito dalle donne del borgo (tra cui la nonna del produttore); un parallelismo perfetto con l’ordito paziente e meticoloso necessario in cantina.

Malvasia di Bosa

La filosofia di Piero Carta: sottrazione e tempo

Se in vigna si escludono totalmente coadiuvanti chimici sistemici, in cantina la vinificazione segue un protocollo di assoluto rispetto della materia prima per permettere all’uva di fine settembre/inizi di ottobre di esprimersi appieno. Ed infatti, dopo una breve macerazione pellicolare, la fermentazione avviene ad opera dei lieviti indigeni e l’affinamento in vecchie barrique e botti di rovere esauste. Lasciate scolme per permettere ai lieviti filmogeni di salire in superficie e tessere il velo di flor, le botti accoglieranno il vino per almeno 3 anni. Ed è proprio durante questo periodo che il vino evolve, arricchendosi di precursori aromatici unici, prima di essere imbottigliato, senza alcuna chiarifica o filtrazione sterile.

Profilo organolettico del Filet

Il Filet si presenta nel calice con una veste cromatica di straordinaria intensità, che si declina in un giallo paglierino carico, con riflessi dorati e brillanti.

Al naso, l’impatto è stratificato ed etereo. L’incipit olfattivo è dominato infatti dalle tipiche note rugose dell’invecchiamento, con nuance di miele di corbezzolo, mallo di noce e mandorla tostata. L’evoluzione nel calice libera una fitta trama di macchia mediterranea (con cenni netti di timo ed elicriso) supportata da intriganti folate iodate, sentori fumé e scorza d’arancia amara.

Il sorso scardina i preconcetti legati alla tipologia: l’ingresso è caldo e avvolgente (forte di una spalla alcolica importante, solitamente compresa tra i 14% e i 16.5% Vol.), ma viene immediatamente verticalizzato da una vibrante lama acida e da una rigorosa sapidità marina. La texture è complessa, asciutta, priva di stucchevolezze zuccherine, che chiude su un finale interminabile dominato da abbrivi di mandorla amara e di mineralità del suolo planargese.

La cantina di Piero è un piccolo caveau che custodisce altresì una verticale di Malvasie; una sorta di “banca del vino” da cui attingere per comprendere la longevità e il dinamismo del Filet durante l’affinamento. Una degustazione che mette a nudo il sapere e il saper fare di Piero; la sua capacità di rispettare la materia leggendo l’annata, per regalare interpretazioni che riflettono necessariamente l’andamento delle stagioni di ogni anno. 

Si inizia dalla 2011, secca, lunghissima. Il miracolo di un vino “sofferto”: noce, nocciola e zenzero, poi ancora fieno, tabacco, ghianda, fichi disidratati, cuoio e sfumature balsamiche.

Questo vino è merito di mia moglie Elisa, Nel 2018 ritrovammo una botte contente un vino ridotto. Mentre io, disperato, ero risoluto a buttarlo, lei mi esortò a trasferirlo in damigiana per vedere cosa sarebbe successo. Beh, aveva ragione! Dopo solo un mese il vino era incredibilmente fantastico. 

Se la 2003 si caratterizza per una riconoscibile verve sapida e per marcati ricordi marini, la ’98 è un calice di stupefacente lunghezza che lascia riflettere sulle potenzialità del vitigno: un viaggio sensoriale scandito da nuances camaleontiche che passano dal boisé alla tintura di iodio, dalla spezie alla frutta disidratata. 

Ed è solo al termine di questa piacevole rassegna che si comprende quanto la Malvasia di Bosa sia un vino di conversazione e “da questionare”, un baluardo culturale di valore inestimabile che si stacca da qualsiasi logica commerciale per farsi pura opera d’arte.

In ogni sorso, quindi, convivono il vento di Magomadas, la pazienza del velo de flor e l’ordito di un ricamo secolare. Rigoroso, viscerale e orgogliosamente anarchico rispetto alle mode commerciali, il Filet dimostra quanto la vera avanguardia enologica, oggi, risieda nella custodia della tradizione e del “gioco” ossidativo. Una bottiglia riservata a chi non cerca un calice rassicurante, ma un l’espressione più pura ed autentica del territorio e della sua storia.

 

Manuela Mancino – Senza etichetta
Su Instagram è @manuela.mancino.31