Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro
27 Giu 2026
Senza etichetta

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro

 

La quinta edizione dei Vini di Abbazia, andata in scena nella cornice d’elezione del complesso di Fossanova, ha riscosso un importante successo di pubblico e dimostrato come la New Generation dei consumatori sia alla ricerca di sostenibilità vera e autenticità del racconto. Così, tra banchi di assaggio, masterclass e degustazioni, la kermesse ha superato le 5000 presenze.

Il silenzio come primo ingrediente agronomico, la pietra come custode di saperi antichi e una biodiversità preservata per secoli tra le mura cistercensi. È stato questo il focus della quinta edizione di Vini d’Abbazia, andata in scena dal 12 al 14 giugno 2026 nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Fossanova a Priverno, che ha riscosso un vasto successo di pubblico, superando le 5.000 presenze. Ma il dato veramente rilevante non risiede tanto o solo nei numeri, quanto nella decodifica di un fenomeno antropologico ed enologico: l’ancestrale capacità dei monasteri di generare vini dotati di una verticalità e di un’identità genetica non replicabili altrove.

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro

L’evento – promosso da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e dall’Azienda Speciale Informare – ha trasformato il complesso dell’Abbazia di Fossanova in un laboratorio a cielo aperto in cui la storiografia monastica ha dialogato direttamente con la moderna enologia e le neuroscienze. Ed infatti, le attuali conoscenze maturate nel settore riescono oggi a valorizzare il lavoro svolto nei secoli dai monaci, che operavano una selezione clonale empirica ante-litteram, isolando i vitigni più resilienti e qualitativamente superiori.

Nelle abbazie, quindi, il vino non è mai nato per ragioni puramente mercatili, ma costituiva il fulcro liturgico, una forma di sostentamento e di farmacia “primordiale”, dettati da un concetto differente di tempo. Un tempo non commerciale, dunque, ma scandito dalla preghiera e dalle stagioni; un tempo che permetteva lunghi affinamenti nelle cripte in pietra con condizioni di temperatura e umidità ideali per l’ottimale evoluzione del vino.

Gli assaggi, tra scoperte e conferme

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostroAbbazia di Propezzano – Colline Teramane Trebbiano d’Abruzzo Superiore “Mab” D.O.C. 2023 (100% Trebbiano). Un trebbiano fortemente mediterraneo questa etichetta dell’Abbazia di Propezzano, che si esprime al naso con nuances di pesca matura, zenzero, zafferano e fiori gialli. In bocca, è glicerico e avvolgente, con una lunga persistenza su note di tiglio e frutta disidratata. Un calice che testimonia le potenzialità e la duttilità del vitigno.

M di Trama – “Capofitto” 2024 (100% Greco). Espressione inattesa questo Greco macerato che porta con sé il corredo olfattivo proprio delle bucce. Il bouquet è infatti un pot-pourri di erbe aromatiche, agrumi e frutta a pasta gialla. La bocca è sferzante ed eredita tutto il carattere dei suoli vulcanici sui cui è coltivato e dei lieviti indigeni. Una bevuta fortemente identitaria.

M di Trama – “Piedefermo” 2023 (100% Cesanese). L’eleganza inattesa di un Cesanese coltivato fuori dai territori “canonici”, che si presenta all’olfatto con una piacevole polifonia di erbe aromatiche, frutta scura e abbrivi di speziatura fine propri del vitigno. La bocca è equilibrata, con un tannino perfettamente integrato nella texture di un vino dal grande potenziale evolutivo.

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostroColleformica – “Biancofiore” 2024 (80% Malvasia di Candia, 20% Trebbiano Toscano). Un’etichetta che rivendica a ragione il potenziale dell’agro vulcanico di Velletri, presentandosi con un blend di sensazioni ben stratificate: dall’agrumato alla macchia mediterranea, passando per tutte le declinazioni di frutta e fiori bianchi. La beva è agevole, grazie alla freschezza e la sapidità minerale che chiudono su note vegetali dalla persistenza non scontata. Un calice da bere all-day long.

Colleformica – “Formica Rossa” 2024 (100% Sangiovese). Un Sangiovese che, per eleganza e per equilibrio, nulla ha da invidiare ai vicini Toscani. Il naso gioca con ricordi di frutta rossa croccante e di fiori rosa, sorretti da una piacevole speziatura di pepe nero e tabacco. Il sorso è fine e scorrevole, pervaso da un tannino armonico e da una percepibile freschezza che invita al riassaggio. Una bottiglia compagna del convivio e delle chiacchierate.

Cantina Morichelli – “Cardo” 2024 (100% Vermentino). Etichetta inattesa per la finezza espressiva di un vitigno che spesso trova difficoltà al di fuori dei territori di elezione. Il “Cardo” ha invece un profilo aromatico nitido e raffinato: frutta bianca matura e leggere note minerali anticipano un sorso secco, sapido e incredibilmente fresco, che è il riflesso dei suoli vulcanici nei pressi del Lago di Bracciano su cui è impiantato. La sensibilità di un vino autentico e di carattere.

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostroLe Lase – Lazio Bianco “Evan” I.G.P. 2024 (70% Pinot Bianco, 30% Incrocio Manzoni). Un’etichetta da menzionare per l’interpretazione non banale di un uvaggio internazionale, in quel di Orte, che strizza l’occhio alla tradizione veneta. Si presenta con un bouquet che unisce armonicamente fiori e frutta bianca, erbe aromatiche e mineralità. Non scontato l’assaggio, che rivela quel q.b. di sapidità capace di agevolare la bevuta.

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostroVilla Pacchiarotti – Lazio Bianco “Ramatico” I.G.P. 2021 (100% Aleatico). Una bottiglia che lascia piacevolmente interdetti anche i più esperti ed appassionati. Una lettura dell’Aleatico sicuramente poco usuale, che si muove tra profumi di rosa canina, gelsomino, ginestra e pesca gialla, pervasi da un accenno di dosata e ricercata evoluzione. La bocca è sapida, bilanciata tra persistenza e freschezza. Un sorso sicuramente fuori dagli schemi.

Le Cerquette – Cesanese di Olevano Romano “Waco” D.O.P. 2021 (100% Cesanese). Quintessenza dell’espressività fine del vitigno, questa etichetta si lascia apprezzare e ricordare per la rara armonia d’insieme. Il bouquet è tanto ampio quanto sinuoso con note di viola, mora e prugna, arricchite da spezie balsamiche, mentre il sorso è un riuscitissimo connubio di eleganza, setosità del tannino, sapidità e avvolgenza. Un calice ambasciatore di una denominazione che spesso fatica a superare i confini regionali.

Lotti – “Ascaro” 2022 (Merlot – Petit Verdot). Un’etichetta da apprezzare per la correttezza esecutiva di un uvaggio internazionale che ben si difende rispetto alle più nobili espressioni d’Oltralpe. Colpisce soprattutto all’assaggio per un raro leit-motiv di freschezza a tratti ematica che rende agile la beva e rinvita al sorso successivo.

Abbazia di Praglia – Colli Euganei Merlot “Pratalea” D.O.C. 2022 (95% Merlot, 5% Raboso). Vino fortemente identitario di un territorio e di una filosofia di produzione; una tipica espressione dell’entroterra padovano laddove i vitigni assumono un timbro di “alloctono”. La mineralità e la sapidità ereditati dai suoli a matrice vulcanica, infatti, riescono ad alleggerire la ridondanza gustolfattiva dei vitigni.

Il ricambio generazionale del consumo consapevole

Il più grande traguardo della quinta edizione di Vini d’Abbazia, come evidenziato dallo stesso ideatore Rocco Tolfa, risiede nell’aver avvicinato un pubblico giovane, sempre più sensibile a concetti di sostenibilità e allo story telling autentico. Una nuova generazione di consumatori alla ricerca del racconto, della genesi del mito e del contenuto tecnico di ogni etichetta, che ha vissuto gli oltre 30 banchi di assaggio non già come un momento di consumo ludico, ma come un’occasione unica di trasmissione culturale.

La sapienza del silenzio, la precisione della terra e il respiro di una vocazione millenaria definiscono infatti l’essenza stessa della viticoltura monastica. Non si tratta solo di agricoltura, ma di un’eredità immateriale che rende il vino il riflesso del sacro. Le abbazie europee, scrigni di un sapere rimasto intatto tra le mura dei chiostri, continuano a rappresentare la più pura espressione del binomio vitigno-territorio.

Questo testimonia quanto il vino d’abbazia – con la propria etica produttiva inscindibile dal rispetto della terra e quel q.b. di rigore formale – possieda le giuste chiavi comunicative per rispondere alla domanda di consumatori sempre più orientati all’autenticità e alla sostenibilità reale.

Manuela Mancino – Senza etichetta

Su Instagram è @manuela.mancino.31