Vinodentro

Vinodentro è una damigiana (ché altri contenitori sarebbero troppo nobili) che riempio pian piano di emozioni e suggerimenti.
Vinodentro è un palco sul quale il vino è l’attore protagonista e a cui presto la mia voce ma che Vi invito a doppiare con la vostra, perchè qui non stiamo parlando di matematica ed il fatto che in un bicchiere 2 + 2 può benissimo non fare 4 è una magia e…deve stupirVi!
sono assaggi deliranti, storie di Produttori e di Territori, “recit de dégustation” relativi ad Eventi cui ho avuto il piacere di partecipare ed altro ancora, il tutto scritto trattando il vino in quanto tale: un prodotto della terra e dell’uomo e nobile proprio per le sue umili origini.

Arrow Right Top Bg

3 Settembre, 2026

"AMORMIO" 2023, BELLICOSO. La Barbera è femmina.

  La Barbera della mia infanzia era quella che lo “zio matto” mi mischiava con l’acqua, nera da macchiare il bicchiere, “mossa” come le mode di oggi rifuggono. Spiritosa, smaliziata, forse affascinante. Aveva un ché di erotico, proibito come gli sguardi lanciati di nascosto ai calendari dei meccanici o dei barbieri, alle pagine dei cataloghi Postal Market o Vestro. Sapeva “dei grandi”. Poi sono cresciuto e le nostre strade si sono divise, altri vini nel bicchiere. Più anni sulle spalle io più “raffinata” lei. Schiava del mercato ha dato retta a Produttori che in lei cercavano opulenze fuori contesto, che negli spigoli vedevano difetti. Antonio (Bellicoso) da Montegrosso d’Asti è persona schiva, di educata eleganza, sembra quasi vergognarsi di essere un Produttore. Ché “Produrre” presuppone “sfruttare” e lui ha un qualcosa di “comunista” nel modo di condurre la vigna: cura il bene comune dando al singolo secondo i propri bisogni (“ad vitem” potremmo dire). E le piante lo ripagano con succhi che raccontano percorsi di radici profonde, sentieri linfatici che trasportano il Monferrato nel bicchiere. Sono vini che raccontano il Territorio con personalità, senza scimmiottare. E se l’etichetta del Grignolino invita a meditare su chi è il padrone, quella della Freisa lo fa a muso duro… E la Barbera? La Barbera è “the dark side of Antonio”, la sua faccia oscura ma, allo stesso tempo, lo specchio che illumina le nostre notti. Due declinazioni (non a caso il suo “MERUM” scomoda il latino) per uno stesso genere “FEMMINA”. Il legno da una parte, l’acciaio dall’altra, il guanto di velluto da una parte quello d’arme dall’altra, l’uno per l’altro a celare il pugno di ferro di una valchiria. “MERUM” e “AMORMIO”, gemelli diversi… Dell’uno e dell’altro ho già detto (qui, qui e qui) ma mi scappava di dedicare una pagina al secondo e appena qualche parola in più al suo Produttore perché… Perché si! “AMORMIO” è un’etichetta rossa e un cuore nero, un tatuaggio, un erotico neo sulla pelle, un invito più che una dichiarazione, celato ai più, rivelato ai pochi. Trasuda passione, annebbia la vista, obnubila la ragione. E alla passione non bastano gli occhi (quelli, quasi non le servono), la passione vuole mani, odori, sapori… Le prime per impugnare il bicchiere in un gesto di possesso carnale; per i secondi ci vuole il naso, quello che dà impiccio durante i baci che la bocca regala alternandoli ai morsi, quella bocca cui lasciamo il compito di incidere una memoria tattile fatta di cicatrici gustative. Al naso è subito l’aspra ciliegia, lolita immatura, a sottolineare quell’acidità identitaria che un pelo d’alcol trasforma da sussurro a urlo strozzato e poi… Poi eccolo il cuore nero! Quello che è maleficio impossibile da spezzare. Lubriche morbidezze di prugna seguono il cilicio spinoso delle more e…è subito sorso! Il sorso… Compulsivo, sirena d’Ulisse, primitiva necessità, peccato di lussuria, atto dovuto. Una freschezza che Vi atterra, Vi cavalca, artigli laccati che scavano solchi nella carne viva. Indecisi se aggrapparVi ai larghi fianchi della frutta imbizzarrita o alla vita stretta dei tannini, cercherete soccorso nel seno prosperoso delle morbidezze gliceriche, alzerete lo sguardo e non avrete scampo. Incrocerà i Vostri occhi e con rinnovata energia, rovesciata indietro la testa, Vi farà capitolare con inattese amaritudini di erbe di campo e ansiti mentolati. Il dopo sarà l’indelebile ricordo di un istante durato una sola bottiglia, il giacere di traverso sul letto sperando di aver fatto una buona impressione, la speranza di un secondo giro sulla giostra della vita. NON per tutti, ma il prezzo…quello si. 91 Punti. Da bere ascoltando “BITCH” di MEREDITH BROOKS. Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
FAUSTO ZAZZARA. Il ritmo della terra. Arrow Right Top Bg

27 Agosto, 2026

FAUSTO ZAZZARA. Il ritmo della terra.

  IL COSA E IL DOVE Agosto, mare, caldo cattivo anche sulle spiagge abruzzesi… Dunque nessuna scusa migliore per cercare rifugio nel sottosuolo di Tocco da Casauria, dove la Majella sembra toccare il cielo e nelle sue radici l’uomo ha scavato grotte che attraversano il paese e la storia. È qui che Fausto Zazzara, Archimede pitagorico della bollicina abruzzese, coltiva il suo sogno raccontando come l’incontro di un’idea con la bravura di chi sa possa realizzare sogni che indicano strade che, forse, mai ci si sarebbe immaginati di imboccare. Cavaliere senza macchia, in sella al suo APE bianco, sposta l’effervescenza segregata in bottiglia attraverso un dedalo di viuzze portando alla luce quanto custodito a lungo nel buio consegnandolo a chi ne voglia gioire, in un abito che è mappa del tesoro. L’INGEGNERE DELLE BOLLICINE. Tocco da Casauria è un francobollo d’Abruzzo vicino alle gole di Popoli, sui pendii della Val Pescara, dentro il Parco Nazionale della Majella. Qui il tempo non scorre in linea retta ma si annoda tra le pagine del Chronicon Casauriense, redatto in latino alla fine del XII secolo dal monaco benedettino Giovanni Berardi, e le pietre dure di un sottosuolo che respira. “Tanta è la ricchezza di frutti che alla vista questa terra sembra sia veramente un paradiso”. Così scriveva Berardi, e da quella ricchezza nacque il nome stesso: Casa Aurea, Casauria, un luogo storicamente vocato alla vite, in particolare al Montepulciano, tanto da essere dal 2006 sottozona della Doc Montepulciano d’Abruzzo e oggi, finalmente, DOCG riconosciuta. Accanto alla vite, l’olivo della Toccolana e le erbe che il farmacista locale Beniamino Toro pensò bene di infilare in quel medicamento cui, nel 1817, diede il nome di Centerba, completano il trittico di un territorio che non ha mai smesso di generare identità. È in questo teatro di Storia e di pietra che Fausto Zazzara, classe 1953, ingegnere civile e imprenditore edile, è stato “fulminato sulla via di Damasco” e, a sessant’anni, ha capito che quello che prima era solo un passatempo cominciava a chiedere il conto. Mercato e profitto erano parole sconosciute ma Curiosità e Qualità erano tarli, gocce cinesi e “bollicine” un’impellenza. Non le bollicine di tutti i giorni, ma quelle lente, quelle che chiedono tempo, silenzio e una certa dose di ostinazione. Sapere e coscienza gli hanno fatto capire che, prima ancora di confrontarsi con il mercato, doveva trovare una strada, imboccarla, percorrerla, farla propria. Non una scorciatoia, non un’imitazione, non una moda. Una strada propria. Quella di un Metodo Classico abruzzese affinato nel silenzio umido e costante delle grotte seicentesche di Tocco da Casauria, tra i 10 e i 18 gradi naturali, dove le bottiglie riposano per 24, 36, 48, 60 mesi e oltre, come in un ritiro spirituale fatto di lieviti e tempo. Un dedalo di grotte naturali e gallerie scavate dall’uomo, di ambienti sparsi nel centro storico, costituisce oggi una vera e propria “cantina diffusa” collegata dallo shinkansen di una ”APE Bolla” che non potrebbe essere altro in questa storia. È in questo puzzle di ambienti che Fausto si clona divenendo “uno e cinquino”, druido che esegue ogni operazione di rifermentazione in bottiglia, dal remuage sulle pupitres al dégorgement, al confezionamento, con attrezzature di cui è inventore e realizzatore (sennò che ingegnere sarebbe). Porta le bottiglie, controlla ogni fase, completa la sboccatura, dosa, tappa… Guanti bianchi perché nessuna impronta deve sporcare il racconto del Territorio affidato a ognuna di quelle bottiglie che finiscono poi per venire vestite da una velina disegnata da lui stesso, con la mappa della cantina diffusa e il racconto del percorso. Niente è lasciato al caso. Fausto è stilista delle bollicine, sarto haute couture che sceglie stoffe, taglia, cuce, rifinisce. Ma è anche artigiano, totale. L’appellativo gli sta addosso come una seconda pelle. Ha iniziato con microproduzioni di 50-60 bottiglie da condividere con gli amici. Poi sono arrivati il diploma da Sommelier, gli incoraggiamenti, la formalizzazione della collaborazione con la Cantina Sociale Progresso Agricolo di Crecchio, realtà cooperativa storica del 1962 (cinquecento soci, duemila ettari vitati e trecentomila ettolitri di vino, bianco per il 75%), i registri “bollati” nel giorno del suo sessantesimo compleanno, la costituzione di una società nel 2018, una produzione che, dalle poche centinaia di bottiglie passa alle circa dodicimila attuali, l’incontro della sua “intuizione” con la bravura di professionisti del calibro di Matteo Fortunato e Giulio Vecchio… Le basi arrivano da lì: Pecorino, Cococciola e Chardonnay per i bianchi, Montepulciano in purezza per il rosé. Tre le tipologie di Metodo Classico: un Brut e un Pas Dosé da assemblaggio, e un Brut Rosé, ognuna declinata in diverse soste sui lieviti. “MAJGUAL” resta il nome riservato alle versioni più pazienti, quelle “mai uguali” a sé stesse perché figlie di un’evoluzione che rifugge le ricette, il resto porta il suo nome, il nome di chi è ben consapevole di cosa sta offrendo. Da Fausto la soddisfazione non è di casa. La sua è una ricerca che non si ferma alla bottiglia già pronta. Ogni annata è un nuovo confronto, ogni cuvée un’evoluzione. La mente resta in fermento, come i lieviti nelle grotte. Una insoddisfazione che non è tormento ma motore che spinge avanti. A Tocco da Casauria, sotto la Majella, le bollicine non dormono, riposano nella pietra, aspettano. E chi ha la pazienza di ascoltarle scopre che il tempo, quando è trattato con rispetto, restituisce sempre qualcosa di più di una semplice bollicina: un pezzo di quel paradiso che il monaco Berardi aveva già descritto otto secoli fa. I VINI Mica tutti (che sboccature e affinamenti sono parametri dalle infinite combinazioni e qui, lo spazio è quello che è. Però treesolotre ve li racconto a parole mie, invitandoVi però a provarli di persona, ché “MAJGUAL” vale anche per le emozioni che ogni singolo vino riesce a trasmettrere. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT 48 MESI: il calice è animato dalla danza ininterrotta delle bollicine, sabba che trasporta ginestra e biancospino intrecciandone le sensazioni con l’agrumato sottofondo di limone candito e pompelmo giallo. Poi l’intrigo di quella nota iodata, marina direi, fusa, solidale alle amaritudini aromatiche di timo e maggiorana. In bocca è decisa la sapidità minerale che rimanda immediatamente alla fatica di cui sono intrise le grotte di Tocco. Il massaggio delle bollicine esalta un Brut che vive dell’equilibrio sottile tra l’accennata morbidezza e l’importante spalla acida, comandando un sorso che si allunga in un finale nel quale i ritorni d’agrume fanno l’occhiolino all’amaricante sussurro di una mandorla amara che suggerisce di riempire ancora il bicchiere. Complesso senza essere complicato, nasconde una profondità inattesa sotto la contagiosa vitalità di un Abruzzo che qui smette i panni della rusticità per indossare quelli di una orgogliosa eleganza contadina. 86++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT ROSÉ 36 MESI: in principio un po’ restio a concedersi, arriva poi al naso con la gentilezza dei frutti di bosco, ribes e fragolina a precedere un filo di amarena ancora croccante, il graffio selvatico della rosa canina e quella sottile nota vegetale che ricorda le erbe di montagna roride di pioggia. Poi, quasi di sfuggita, qualcosa di iodato, e una mineralità cupa che parla di grotta e tempo trascorso. Certo non un rosato “facile”, lontano dalla banalità di un aperitivo, tignoso nel richiederVi anche più di un secondo di attenzione. Il sorso è materico e definito, sorretto da una effervescenza cremosa ma decisa ad attirare attenzione. La mineralità è decisa, abruzzese, sostenuta da un’acidità vivace che non stanca e, in coda, torna il frutto, più maturo e succoso che pria, ma sempre tenuto per mano da una leggera vena tannica che, se da una parte è morso e briglia, dall’altra scioglie le redini al ricordo di un Montepulciano che non ci sta a essere dimenticato. Un sorso bilanciato, di consona lunghezza, con un finale che è scia balsamico-salina a separare dalla banalità dei frutti rossi. Niente opulenza, appena austero, “MAJGUAL” in pectore ma forse con la necessità di essere un po’ “ugual”. 87–Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “MAJGUAL” 60 MESI: da un gesto ostinato un vino che, nel silenzio, racconta un luogo diventandolo. Nessun dosaggio. Solo il vino, i lieviti e il tempo…lungo. Niente zucchero a consolare, nessun maquillage, solo nuda materia. L’effervescenza è ricamo sottile, la complessità tombolo tessuto a pazienza che srotola un racconto schivando inutili colpi di scena. L’arachide sorprende, la nocciola rassicura, tostature che sono mani che stringono i fianchi e possiedono. Cedro, arancia e un ché di bergamotto sono invece brividi, unghie di freschezza su una schiena altrimenti morbida e candita. Lo spazio dei lieviti è compreso tra lo scrocchiare della crosta di pane e i cristalli di sale di una pizza romana che forse allontana dal luogo. Gesso, arenaria, pietra pomice, un appena idrocarburico che con il luogo ha un geologico a che fare…questo il plot minerale che precede lo schiaffo della mela Granny Smith e il brivido del finocchietto selvatico. Profondo l’olfatto quanto severo il sorso. Secco, teso, baionetta fresco-sapida forse troppo affilata per una struttura che presta un po’ il fianco ricercando la precisione con eccessiva “troppitudine”. Tutto minerale lo sviluppo gustativo, a sottolineare la ruvidità del salgemma e lasciare poco spazio ai ricordi di frutta secca. Sessanta mesi di grotta ammorbidirebbero qualsiasi abate Faria ma questa bottiglia è Jean Valjean (e la sua acredine). 88+ Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Fausto per la squisita ospitalità e per il tempo che mi ha voluto dedicare. È stata una mattinata istruttiva e ricca di spunti di approfondimento, una mattinata in cui i protagonisti sono stati il tempo e un uomo che non ha avuto paura di sfidarlo, un uomo che in quel tempo ha trovato un amico e un alleato, un compagno di avventure per realizzare un sogno. “MAJGUAL” è un esperimento che esperimento non è più, una cresta affilata percorsa inizialmente con prudenza e titubanza divenuta oggi strada maestra verso la Qualità Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
Arrow Right Top Bg

20 Agosto, 2026

MARRAMIERO. L'Abruzzo che non ha bisogno di gridare.

IL COSA E IL DOVE Lo so, dovevo scriverne molto tempo fa, ma le parole seguono strade spesso misteriose, si accavallano, si sgambettano, sono poco inclini a rispettare la fila. E così mi ritrovo solo ora a dire della mia visita all’Azienda di Enrico Marramiero in un Agosto in terra d’Abruzzo in cui le lunghe giornate sono fatte per il mare e per il vino. Una visita improvvisata, resa possibile solo dalla disponibilità di un Enrico sempre pronto a raccontare la sua idea di vino quale ponte tra tradizione e futuro con i piedi ben piantati in una realtà imprenditoriale consapevole e attenta, imprescindibile a questo punto del nostro terzo millennio. MARRAMIERO Rosciano, provincia di Pescara, lì dove il mare Adriatico e la montagna si guardano da vicino e dove, all’orizzonte, il Gran Sasso disegna la sagoma inconfondibile della “Bella Addormentata”. Un paesaggio che non è solo sfondo, è presenza quotidiana, è misura, radice. Tra oliveti, vigneti e boschi di lecci, la Famiglia Marramiero coltiva la vite dall’inizio del Novecento, lungo quel tratturo calpestato da greggi che andavano e venivano come se il tempo fosse una cosa relativa. Un’agricoltura di necessità, non di progetto. Marramiero non è una data precisa da appendere al muro, ma una continuità di gesti ripetuti nel tempo: restare, investire nel luogo in cui si è nati, creare lavoro, tramandare. Negli anni Novanta, Dante e soprattutto Enrico impongono il cambio di passo. Con loro che la vite smette di essere solo coltivazione e diventa qualcosa di più strutturato. Enrico, economista, porta in azienda uno sguardo da imprenditore. Non il vignaiolo che parla di “ascolto della terra” a ogni intervista, ma quello che decide di organizzare, investire, modernizzare. Il vino esce dalla dimensione familiare e prova a presentarsi come prodotto capace di stare sul mercato senza chiedere scusa. Oggi Enrico Marramiero guida l’azienda avendo ben chiaro che tradizione e innovazione non sono opposti ma due facce di una stessa medaglia coniata nel rispetto delle persone e della terra. Quattro tenute raccontano questo legame. Sant’Andrea, il cuore storico, dove la famiglia possiede terra fin dall’Ottocento, Tratturo, Milano e poi Amarello, lassù, verso Ofena, dove le uve guardano il caldo e il freddo picchiarsi giorno e notte e maturano un carattere che non chiede permesso. Per Marramiero il vino non è solo prodotto, è memoria, gesto, offerta. Nella cantina di Contrada Sant’Andrea convivono saperi antichi e tecnologie moderne. C’è attenzione quasi maniacale alla purezza del frutto e al rispetto dell’ambiente. Selettori ottici, fermentatori, un impianto di fitodepurazione, il primo in Abruzzo. Tecnologia al servizio di un’idea piuttosto semplice e un po’ scomoda: non sciupare quello che la terra ti dà. Recuperare l’acqua. Rispettare chi lavora. Non fare i furbi. I vini di Enrico Marramiero sono “compagni di emozioni” capaci di attraversare le generazioni e la sua Azienda racconta di un posto e del sogno ambizioso e un po’ testardo che questo non viva solo di turismo mordi e fuggi ma di valore vero. Una cantina che sta diventando anche casa per chi vuole restare. Un’azienda che esporta senza mai tradire il canale della ristorazione e dell’ospitalità, rifiutando con una certa eleganza la grande distribuzione. Quando una bottiglia nata qui arriva su un tavolo lontano, non porta solo il suo contenuto, porta un pezzo di Rosciano, un pezzo di famiglia e quella strana convinzione abruzzese secondo cui il vino, prima di essere merce, è un gesto di civiltà. Marramiero è l’Abruzzo che non ha bisogno di gridare. È la “Bella Addormentata” del Gran Sasso che, dal tramonto, guarda le vigne e ricorda a chi le coltiva che le radici forti non impediscono di cambiare. I VINI – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT: s’approccia al naso con quella nota un po’ brusca tipicamente “abruzzese”, quasi stranito del fatto che Vi meravigliate della sua ruvida mineralità. È il Pinot Nero a ricordargli di essere “gentile” oltre che “forte”, lisciandogli il pelo a buffetti di piccoli frutti rossi. Senza esagerare…quel tanto che serve a bilanciare le freschezze di mentolo e incenso prima che l’olfatto si rilassi di fronte alle dolci grassezze di una pasticceria affatto dimentica di creme al cioccolato bianco e mandorle caramellate. L’assaggio è brillantemente diretto da un’effervescenza che armonizza i descrittori olfattivi dandogli compiuta, completa e materica presenza al palato. Sostanzioso, è sicuramente fresco ma ha nella sua piccante mineralità il quid che vivacizza la beva rilanciandone continuamente la piacevolezza. Un vino, ma con le bollicine. 88++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ: prima che la croccante sfericità della ciliegia arrotondi gli spigoli vivi dell’agrume si percepisce l’Abruzzo nobile dello zafferano. E se pian piano si distende il morbido tappeto del cioccolato e della frutta secca non manca un pizzico di pepe a stuzzicare il naso verticalizzando vieppiù l’olfatto. Il sorso è ampio, fresco e di adriatica sapidità, l’effervescenza un placido sciabordio che accarezza il palato ricordando i descrittori olfattivi e lasciando impresse memorie di pasticceria lievitata e candita. 88 Punti ma solo perché credo debba scontare un residuo di pena nella clausura della bottiglia. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “ANIMA” 2024: il naso è un morso succoso di mela matura, la carezza delle brezze adriatiche sulle messi mature, la semplice bellezza dei fiori di campo e il simpatico rincorrersi di dolcezze d’acacia e freschezze d’agrume. In bocca, le delicate astringenze tanniche aprono il sipario mentre l’orchestra ritma l’incedere della piccante sapidità. Fresco e sostanzioso, disseta e coinvolge; leggiadro richiama il sorso senza mai appesantirsi e lasciando che lo svuotarsi del calice ne sottolinei lo sviluppo espressivo. 87++ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “ALTARE” 2023 RISERVA: una “sposa in giallo” fedele di albicocca e rosa dalla gelosia verso speziate amanti orientali. Sfiora le labbra con la dolcezza di un casto bacio d’acacia, graffia la schiena con erotiche unghie di erbe aromatiche, soffia in un amplesso di scorza d’agrume amaro. Sarà il fondo del calice a rivelare la quiete e la tempesta, in un susseguirsi di nocciole e burro d’arachidi, tabacco da pipa e castagna, cioccolato bianco e cuoio, mou e rabarbaro. In bocca è una scudisciata, un cavalcare a pelo di freschezze e piccanti sapidità che le morbidezze fruttate provano a ridurre a trotto composto ma che la lussuria dei tannini ravviva inducendo al peccato di un secondo sorso e di un altro ancora. Chiusura vitale, lunga come uno sguardo perso nel vuoto, fatta di mandorle dolci, rosmarino, accenni di camino spento e…della voglia di farsi un secondo giro di giostra. Giovane…TROPPO giovane! Da bere ascoltando “IS IT A CRIME” (performed live at LIVE AID 1985) di SADE. Gli darei i cabalistici 90 Punti ma deve scrollarsi ancora di dosso il giogo di una morale fatta di un legno un pochino troppo oppressivo quindi…88++ con tanta, troppa voglia di riassaggiarlo tra qualche tempo. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “INCANTO” 2022: l’olfatto è immediato, netto nel distinguere la frutta rossa e nera polposa, un sottobosco ombroso e fresco, folate balsamiche, fiori appassiti e spezie appena macinate. Lo spettro gustativo è piacevolmente fresco e alcol e sostanza glicerica sono ben stemperati da una vena sapida che va via via crescendo non spegnendosi neppure nel lungo finale. 87+ Punti.   – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC TERRE DEI VESTINI “INFERI” 2020 RISERVA: “INFERI” è un nome e di fatto un luogo in cui si precipita assaggiando questo Montepulciano che racconta di misteri profondi celati dalla terra d’Abruzzo. Avvicinando il naso al calice si entra in una nebbia di speziate dolcezze che celano in parte la sostanza di frutto rosso e tabacco mentre un quid di animale presenza fa da “Minosse” tenendo il vino con i piedi ben piantati per terra evitando così di perdersi in voli pindarici di descrittori poco credibili. E quelli che sceglierete nel mucchio, quelli che contano, sono scuri come le tenebre dell’Inferno: liquirizia, ferro, grafite, caffè e l’eucalipto ad allungare una nerbata. Il sorso è rigoroso, potente ma misurato, mai sopra le righe, illustra senza inutili ridondanze lasciandosi andare appena alle “frivolezze” della piccola pasticceria e della cannella. Ma è peccato veniale, ché freschezza e adriatica sapidità raddrizzano subito la barra del timone. Chiude lungo, mooolto lungo nascondendo a colpi di rimandi balsamici quell’idea di ricordi e soffitta che s’annida nell’ultima goccia in fondo al calice. 89- perché mi pare s’affanni a nascondere le vegetalità varietali e perché serbavo un ricordo della 2019 che…dovrei riassaggiare ma mi pareva meritasse un paio di punti in più. – VINO COTTO “LIVIA”: nel calice ha un colore magnetico e il naso è il primo prigioniero di tale campo d’attrazione. Percepisce distintamente il caramello bruciato, il fico secco, la frutta rossa in confettura, cioccolato e spezie quasi fosse panpepato e, in chiusura, arriva una piacevole brezza mentolata a rinfrescare. In bocca la dolcezza è ovvia ma l’imperante freschezza fa si che non si scada mai nello stucchevole e così, tra note di agrume amaro e ricordi speziati, si rimane invischiati in un lunghissimo, aromatico finale. 87 Punti con un + per la tradizione. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Enrico Marramiero per la squisita ospitalità e la pazienza dimostrata nell’aspettare queste mie poche e insufficienti parole spese per cercare di descrivere i suoi vini e, anche e soprattutto, l’idea che c’è dietro. Un’idea che va oltre la bottiglia in sé e che coinvolge il Territorio e un’economia di cui Marramiero vuole, può e sa essere volano.       Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
Leggi
Arrow Right Top Bg

13 Agosto, 2026

Metti un giorno da PASETTI. Gli Arimanni a guardia del vino d'Abruzzo.

  ANTEFATTO Da Silvi a Francavilla sono poi solo una ventina di minuti di macchina e l’Azienda di Mimmo Pasetti merita sicuramente il viaggio. Vacanza nella vacanza dunque per assaggiare tutto quello che già conosco ma stavolta con l’impagabile compagnia di Annesa e Debora e la calma che il caos degli Eventi normalmente non consente. Certe volte mi chiedo cosa mi spinga ad assaggiare ancora e ancora vini che già conosco a memoria, cosa ci sia da cercare di nuovo in un sorso se non l’eredità di un’annata ogni volta diversa (che comunque non è poco). E mi chiedo come sia possibile che tutti i vini mi sembrino ogni volta diversi dal giorno prima, come sia possibile che il vino segua così fedelmente i capricci del nostro animo restituendoci emozioni mai uguali (e non necessariamente sempre positive). E stavolta, mentre la macchina mi trasporta dal punto A al punto B, ripenso a quanto mi è capitato di scrivere negli anni riguardo i vini di PASETTI, cercando di far mente locale alle “cattiverie” che potrei aver messo nero su bianco in modo tale da avere subito pronta una scusa che possa giustificarmi. Ma il passato è passato e il presente che mi aspetta con Annesa e Debora già so che mi strapperà almeno un sorriso. PASETTI Ci sono famiglie che non scelgono la terra, la terra sceglie loro. La storia dei Pasetti comincia in epoca borbonica, quando Silvestro, trisavolo con più visioni che soldi, compra tomoli di terra e pianta. Poi arriva la fillossera a fare tabula rasa e tutto sembra finire ma… Ma non finisce. Si ricomincia come produttori e mediatori di uve, si diventa punto di riferimento regionale negli anni Cinquanta, si apre il primo punto vendita a chilometro zero, negli anni Sessanta, quando nessuno sapevo cosa volesse dire. E Mimmo…Mimmo decide che non basta più, che il vino, per essere vero, deve nascere da una scelta più radicale. Lascia la costa di Francavilla, va in montagna, non “nel” ma “dentro” il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Nel 1998 compra un pezzo di terra a Pescosansonesco (550m/slm) e un rudere che un tempo fu casa del Barone Trojani, finanziatore del primo elicottero italiano (i visionari non si incontrano mai per caso). È lì che nasce la TENUTA TESTAROSSA. Non un’azienda, una dichiarazione. “TESTAROSSA” non è un nome di fantasia. È il colore dei capelli di Francesca Rachele (la primogenita) e di tutte le donne di famiglia prima di lei così, quando nel 1983 nasce la figlia, Mimmo imbottiglia il miglior Montepulciano prodotto e lo chiama così. È un omaggio e un inizio. Da lì in poi ogni etichetta porterà un pezzo di storia privata: “RACHELE”, “MADONNELLA”, “HARIMANN”,“GESMINO”. Settanta ettari vitati tra Pescosansonesco e Capestrano, tra il “Deserto” e i mille metri di Forca di Penne. Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina, e ora anche Chardonnay e Pinot Nero per un metodo classico che ancora non c’è ma…arriverà (io l’ho assaggiato e, nella sua scapestrata e irriverente gioventù, ha già qualcosa da dire). Nessuna scorciatoia, la difficoltà come parte del percorso. Il vento e la quota decidono, impongono scelte, rinunce, attese. Qui il vino non è una scienza esatta, è un pezzo di vita. E la vita, a Pescosansonesco, sa di capelli rossi, di montagne testarde e poco inclini al perdono e di una Famiglia che ha deciso di restare. GLI ASSAGGI Ve ne racconto due, solo due, perché sono cattivo e perché il Cerasuolo (che è l’Alfa e l’Omega del vino d’Abruzzo e che non ho assaggiato in questa occasione) me lo voglio tenere da conto per un’altra cosa che c’ho in testa. Dunque spazio al bianco e al nero, allo Ying e allo Yang, al Dr. Jekyll e a Mr. Hyde, a…continuate Voi.       – TERRE AQUILANE DOP TREBBIANO D’ABRUZZO “TESTAROSSA” 2023 RISERVA, PASETTI: le storie tornano, come i capelli rossi di certe donne di famiglia, come la terra di un Capestrano dove il sole picchia di giorno, la notte scende fredda e il suolo non regala niente a nessuno. Lì “TESTAROSSA” non è un’etichetta, ma un’eredità, un omaggio e una dichiarazione insieme. Parla il Trebbiano, quello che da giovane è fresco e delicato, e con gli anni diventa qualcosa di più: balsamico, tostato, minerale, capace di sorprendere chi sa aspettare. Diecipercento di legno a fare cento con il resto che vede solo l’acciaio, precisione, misura… Un naso di pesca e albicocca, di agrumi che seguono il filo di una pietra che è forse focaia ma sicuramente pietra. C’è sapidità, c’è mineralità, c’è quella freschezza che è regalo del Territorio. Sisi, struttura, rotondità, finale ammandorlato, grande equilibrio, un Trebbiano di razza ma… Quel diecipercento! Piccolopiccolo, piccolo come i legni ma con il piede pesante, che lascia un’impronta di tostatura levigata che sa di Francia più che di Abruzzo. Fighetto, curato, un po’ troppo educato per essere figlio di una terra dura, di venti che spazzano e di montagne che non perdonano. Mette da parte la schiettezza ruvida del Trebbiano e si atteggia. In bocca la freschezza e la sapidità tengono ancora il punto; è pieno, avvolgente, di buona persistenza, ma quella nota di legno, sottile e davvero insistente, continua a farsi sentire. Non copre (anzi si), non rovina (anche se) ma rende tutto troppotroppo. Certo è scelta e non difetto, ma le scelte, si sa, si prestano a disquisizioni che, con il bicchiere in mano… Si abbina benissimo al…dubbio, quello che nasce quando un vino di terra dura e fatica decide di diventare darsi un tono. 86 Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “TESTAROSSA” 2022 RISERVA, PASETTI: ci sono storie che non hanno bisogno di essere inventate. Bastano i capelli rossi di alcune donne di famiglia e un pezzo di terra che guarda il Gran Sasso dai 550 metri di Pescosansonesco, dentro il Parco, dove il vento non perdona e la terra custodisce tutto quello che conta. Lì i Pasetti hanno deciso di “restare”. Non di tornare, di “restare”. E di chiamare “TESTAROSSA” non una linea di marketing, ma un omaggio e una dichiarazione insieme: questo siamo noi. Il Montepulciano, in queste vigne esposte a nord-est, non ha fretta. Matura tardi, quasi di nascosto, concentrando colore e tannino come chi sa di dover durare, fermentando in acciaio, facendo la malolattica…tutto da solo. Cemento e barrique francesi che prima hanno custodito altro vino lo segregano per ventiquattro mesi. Solo tempo e silenzio. Dal calice non ti saluta con cortesia, ti arriva addosso. Prima ancora della frutta matura, della prugna dell’amarena (mannaggia), della ciliegia sotto spirito che faceva nonna e della viola appassita, c’è lei: la curcuma. Non un’eco, non un ricordo. È forte, terrosa, amaricante, quasi insolente, si pianta nel mezzo del bouquet e da lì governa tutto il resto: l’eucalipto, la liquirizia, il cacao, il tabacco, un’ipotesi di oliva. È come se il vino avesse deciso di non somigliare a nessun altro “TESTAROSSA“, di portare sulla lingua il sapore di una terra che ha qualcosa da dire e non intende farlo piano. In bocca è caldo, pieno, robusto quanto si conviene a un Montepulciano che non intende chiedere scusa. I tannini sono setosi, eleganti, ma presenti, la struttura c’è, la freschezza non manca e…nel finale torna la curcuma, magari sottile ma insistente come la goccia nei Piombi di Venezia, a lasciare un amaro speziato che allunga la persistenza e ti fa restare con il bicchiere in mano più del dovuto, a guardarlo e meditare sul fatto che si, hai trovato “il naso di Rossy de Palma”, la perfetta imperfezione, quella che fa abbassare le penne al vino e lo rende umano e memorabile. L’abbinamento perfetto? Una sera vuota e il tempo di ascoltarlo davvero. Confesso che non è mai stato il “mio” Montepulciano ma questo, quest’annata, questa bottiglia, con questa compagnia…magari si merita di ascoltare “CAPELLI ROSSI” di FIORELLA MANNOIA, ma a volume basso, quasi in confidenza. 89 Punti (con “forse” un +). E QUINDI? E quindi GRAZIE a PASETTI per la squisita ospitalità e per il tempo che ha voluto concedermi. È stata una mattinata intensa, trascorsa in piacevole compagnia, tra scambi di idee e risate, tra seriosità tecniche ed emozioni che entravano a gamba tesa, tra vecchie conoscenze, ricordi scolpiti e nuove emozioni, conferme e sorprese. Mi spiace non poter ricambiare che con poche parole ma spero che la Curiosità spinga molti di Voi ad assaggiare perché il “restare” non è da tutti e per capire bisogna ficcarci il naso dentro.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
ROMA IN BOLLE 2026. La leggerezza alla conquista della Capitale. Arrow Right Top Bg

6 Agosto, 2026

ROMA IN BOLLE 2026. La leggerezza alla conquista della Capitale.

IL COSA E IL DOVE In un pomeriggio romano in cui più che di “caldo” si dovrebbe parlare di “cattiveria” è andata in onda la prima Edizione di ROMA IN BOLLE, pensato e creato da Roberta Marchese Ragona (supportata da Luca della Regina, Adriano Romano, Marco Sargentini e Ivan Vellucci). Un Racconto di un’Italia paziente che, nell’attesa delle bollicine raggruppa il racconto di anni di lavoro, scelte tecniche, Storia, storie, Territorio. Un racconto che ha attirato presso il PULP un gran numero di addetti del settore e appassionati in quella Garbatella che a Roma è ben più che un esperimento urbanistico dei primi anni del secolo scorso, una Garbatella che sa unire con stile il silenzio delle piazzette all’allegria caotica della socialità. GLI ASSAGGI 31 Cantine da 14 Regioni, un girodItalia fatto pedalando sulle ali della frizzantezza (ma mica sempre), una bella enciclopedia delle bollicine del nostro paese. Come sempre c’era tanto da assaggiare, vecchie conoscenze, nomi nuovi, belle scoperte, qualche ni… Le scelte sono state necessarie e inevitabili e, da tutto quello in cui ho ficcato il naso, ho estrapolato una personalissima “TOP EIGHT”, otto etichette che Vi invito a provare di persona, otto vini che sono molto più che “solo” vini. – EMILIA IGP LAMBRUSCO SPUMANTE METODO CLASSICO ROSSO EXTRA BRUT 2018, VENTURINI BALDINI (EMILIA ROMAGNA): c’è un momento, nelle colline di Quattro Castella, tra le terre di Matilde di Canossa, in cui il Lambrusco decide di togliersi il cappello di paglia, di lasciare la lambretta e di indossare lo smoking. Non per snobismo, ma per curiosità. E la curiosità, si sa, è il motore primo della conoscenza. Un Metodo Classico rosso che non chiede scusa a nessuno. Bollicine educate (quasi) ma sicuramente non timide, il colore? Un sussurro. Il naso arriva come un ospite che conosce già la casa muovendosi abile e agile tra rosa canina e viola, mora e ribes, fragolina di bosco, e sotto, quasi nascosta, una vena terrosa di muschio e sottobosco fungino. Ha mutato l’esuberanza emiliana del Lambrusco nella compostezza riflessiva di un Abate Faria recluso per tre anni in cantina. In bocca è fresco e sapido, con una bolla che massaggia senza schiacciare. La struttura c’è, regge e non pesa. L’acidità ben calibrata tiene a bada ogni tentazione di morbidezza eccessiva e il finale è lungo, saporito, quasi salmastro, con un ritorno di frutti rossi e una leggera nota tannica a ricordarci che, dopotutto, siamo ancora in Emilia. Un vino che ci invita a sederci per ascoltare una storia, un Lambrusco che ha studiato, che ha viaggiato (almeno, metaforicamente, fino a Reims) e che è tornato a casa senza aver dimenticato da dove viene. 88++ Punti. – EMILIA IGP LAMBRUSCO METODO ANCESTRALE “T.E.R.S.”, VENTURINI BALDINI (EMILIA ROMAGNA): non tutti i Lambrusco sono disposti a sacrificarsi e finire in “Charmattati”. Ci sono anche quelli che hanno il coraggio di restare in bottiglia con i propri lieviti, fermentare in silenzio e poi, a differenza di tanti ancestrali, farsi sboccare come un Metodo Classico. Vinificazione in rosso, qualche giorno sulle bucce, in bottiglia con il mosto stesso, rifermentazione naturale e diciotto mesi sui lieviti. Poi la sboccatura, che toglie il fondo e lascia un vino limpido, secco, a zero zuccheri residui. Undici fantastici gradi, biologico, poche migliaia di bottiglie. Un naso fatto di piccoli frutti rossi croccanti, cassis, lampone, caramella alla ciliegia, note di rabarbaro, un tocco di pepe rosa… Vinoso? Si, piacevolissimamente vinoso! Attenzione! Non è il Lambrusco da osteria! Focalizzatene l’eleganza contadina! In bocca la bollicina è fine e ariosa, riempie senza appesantire rendendo godurioso quel sorso secco, di consona sostanza e sostenuto dalla viva freschezza viva e da un tannino percettibile ma mai invadente. Succulento, con un finale lungo, succoso e un po’ birbante, che lascia ricordi erbacei e di fragoline di bosco ancora acerbe. 89- Punti. – VINO BIANCO FRIZZANTE “INCONFONDIBILE”, CANTINA RAPARELLI (LAZIO): Vermentino e basta (o quasi), niente sboccatura, niente dégorgement (eleganza superflua), il “fondo” come impronta (o firma), bollicine autarchiche (quelle di chi ha finito di fermentare da solo), i gradi alcolici necessari a evitare inutili cerimonie di beva e a stimolare chiacchiere e risate. Potrei dirVi di fiori bianchi e agrumi maturi, spendere parole su quel Vulcano Laziale che si intromette nel calice con una mineralità pressante ma questo è un vino che non vuole complicazioni aromatiche e non ha pretese da grande bottiglia. Vuole solo farsi bere, passare da un bicchiere all’altro mentre si lanciano sguardi distratti alla bottiglia che sembra essere bucata. Un vino per quei pomeriggi che si allungano senza un motivo preciso. “InconFondibile”? Di sicuro. “InconfondiBBile”? Per me si. 85+ Punti ma con tantatanta stima. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT NATURE, MENCARONI (MARCHE): bollicine disciplinate portano al naso arriva una mineralità secca, quasi gessosa, che fa quasi Loira più che Marche. Poi l’impalcato olfattivo si arricchisce di crosta di pane fragrante, brioche, gelsomino e fiori d’arancio, mela cotogna e pera, scorza di limone e lime, con un filo erbaceo e balsamico che lega e tensiona il tutto. E mentre, guardando il calice, ragionate sul fatto che c’è pure il pepe bianco arriva il sorso che aspettavate confermativo. Verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai e una mineralità salina che lo rende solido e allunga il finale regalando ricordi di torrefazione. Un sorso preciso, che mostra forse anche il fastidio di esserlo, più incline a porre domande che a dare pacche sulle spalle. Un Verdicchio che arriva dove molto spesso il Verdicchio non arriva. 88 Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ EXTRA BRUT, MENCARONI (MARCHE): il rosa antico che riempie il calice è attraversato da bollicine silenziose, molto attente a non disturbare nel portare con loro la sorpresa gentile della fragolina di bosco e del lampone appena schiacciato, del fiore di pesco, mentre, inatteso, un graffio di agrume rosso allontana ogni tentazione di dolcezza e riporta l’olfatto sulla retta via della verticalità sottolineando note iodate mentre concede appena uno spiraglio alla pasticceria. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. Leggero ma non fragile, consapevole di quanto possano reggere le sue spalle. Cremoso come sanno esserlo certi Pinot Nero e con un finale lungo cui si arriva a forza di sorsi che invogliano al successivo. Da bere con qualcuno che ancora non conosci in un pomeriggio che non ha deciso ancora cosa vuole diventare. 88++ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO SOLERA “1084 CUVÉE ROSÉ”, BADIA CREPALDO (TOSCANA): un incipit ombroso, di chinotto ed erbe amare, a precedere respiri profondi di iodio e ferro prima di aprirsi agli intarsi di fragoline di bosco, ribes e mirtilli maturi sulla tela di frolla alla mandorla. Epperò dovete avere pazienza! Perché il corteo è lungo! Una processione ordinata di rabarbaro, cannella, tabacco, ardesia, grafite e cenere, non dimentica delle dolcezze di fichi e prugne disidratate. La fine effervescenza rende cremoso un sorso fresco ma con garbo, perfettamente intonato all’olfatto, che sottolinea da subito le dolcezze per concentrarsi poi sulle note scure, tostate e minerali. Scorre, a tratti, anche vinoso, leggiadro nel suo incedere salino fino quando decide di darsi un tono più serioso, magari austero, sfoderando un tannino che firma il Territorio. Toscanaccio dentro, rifugge le imitazioni preferendovi l’ombrosità di chi sceglie bene da chi farsi lisciare il pelo. 89 Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT SOLERA “1084 LA CUVÉE”, BADIA CREPALDO (TOSCANA): un anno in etichetta per ricordare una Storia che diventa vino e storie. Le storie di chi sceglie di NON avere uve proprie, di seguire il sentiero di un Metodo Classico Toscano che non si nasconde dietro il Sangiovese di casa ma si prende la libertà di essere sé stesso. “1084 LA CUVÉE” nasce così: Pinot Nero 60 % e Chardonnay 40 %, solo mosto fiore, metà tonneau e produzione artigianale da Négociant Manipulant. Un naso diverso, originale, certamente “non per tutti”; forsanche ostentata, quella nota ossidativa che firma il Metodo Solera appare qui come carattere e per niente difetto. Poi una progressione di erbe aromatiche, origano, timo, basilico, alloro su tutte, per una amaritudine vermoutheggiante che… Poi una freschezza che ricorda il datterino da un lato e la polposità del cachi dall’altro a precedere chinotto, grano, pane casareccio grigliato, croccante, frutti molto maturi avvolti da note fumé e ancora agrumi, fiori secchi, mandorla, sfumature tostate di caffè e spezie, brioche, pietra focaia e un tatuaggio salino che ammicca da sotto una complessità che non parla toscano. In bocca l’ingresso è cremoso, tattilmente raffinato, di netta sapidità. Tornano i frutti maturi, le erbe, la frutta secca pralinata. Poi la trama sottile della tessitura accende uno spot su percezioni vagamente amarognole: elegante prima e un filo austero dopo, come se il vino, dopo averti accolto, ti chiedesse un po’ di attenzione in più. Le erbe aromatiche persistono fino al finale, accompagnate da toni fumé. Acidità viva, trama setosa, chiusura lunga e armoniosa. Non è un vino che ti prende a braccetto e ti trascina in discoteca: è un ospite che ti guarda negli occhi e ti racconta una storia a voce bassa, ma con una precisione che non ammette distrazioni. Un vino che non cerca di imitare nessuno, che porta con sé il sapore della libertà di chi non ha vigneti da difendere ma solo idee da inseguire. 90 Punti? Tecnicamente forse no ma ci sono volte in cui la tecnica deve abdicare al cuore. Da bere ascoltando “LOSE YOURSELF” di EMINEM. – SPUMANTE METODO CLASSICO BLANC DE BLANC PAS DOSÉ “DASSIE – FAVREL”, MALIBRÀN (VENETO): un naso intenso e intrigante, fatto di curry, cardamomo, zafferano e liquirizia mixati a pesca gialla, mela Golden e una nota di burro erborinato. Veneto come lo erano i Veneziani che navigavano verso l’Oriente, speziato, quasi insolente nella sua personalità. In bocca è impetuoso e slanciato, l’effervescenza stuzzica, l’acidità una riga dritta tracciata con la squadra a collegare un finale sapido e agrumato. Nessuna concessione a mollezze di circostanza. Un metodo classico dalla terra del Prosecco fatto da chi ha deciso di non fare, nato né per competere né per imitare, voluto per dimostrare come un’uva dimenticata (Boschera) valesse la pena e anche di più. 88– Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a tutti i Produttori presenti e agli Organizzatori. È stata una serata piacevolissima e molto istruttiva, un “buona la prima” che, nonostante qualche imprecisione lascia ben sperare per il futuro. Un Evento che potrà inserirsi senza difficoltà tra quelli da segnare in rosso su un calendario romano fin troppo ricco di appuntamenti. BBravi tutti e…appuntamento al 2027 Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
Concours Mondial de Bruxelles 2026. Dolcezze dal mondo (la masterclass). Arrow Right Top Bg

30 Luglio, 2026

Concours Mondial de Bruxelles 2026. Dolcezze dal mondo (la masterclass)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 6 Luglio, gli eleganti spazi di Palazzo VALENTINI a Roma hanno ospitato la premiazione dei 475 vini italiani che si sono guadagnati una medaglia al CONCOURS MONDIAL DE BRUXELLES 2026. 22 le medaglie Grand Oro, 172 quelle Oro e 281 quelle Argento in rappresentanza di tutto lo stivale ma con Puglia, Veneto e Toscana sul podio. Un Concorso, quello di Bruxelles, che nelle lunghe sessioni di assaggio ha coinvolto 320 giurati provenienti da tutto il mondo, che ha visto l’Italia essere seconda solo alla Francia per numero di riconoscimenti ottenuti e che, ormai, è ben più che un semplice concorso enologico, piuttosto uno strumento per mettere in contatto i mercati internazionali con i Territori, valorizzando storia e identità di ogni singola etichetta. 53 le Aziende presenti ai banchi di assaggio allestiti nel cortile del Palazzo per soddisfare la Curiosità dei numerosissimi ospiti intervenuti (stampa e operatori del settore). Tante etichette in cui ficcare il naso e, a latere, tre interessanti masterclass di approfondimento. LA MASTERCLASS Delle tre una, la prima, quella che, sotto il titolo di “DOLCEZZE DAL MONDO: VIAGGIO TRA I GRANDI VINI DOLCI”. Condotta da Marco Sciarrini, ha acceso uno spot su quei vini che, spesso relegati solo al fine pasto delle grandi occasioni, hanno dimostrato di avere, invece, ben più di qualche asso nella manica. Cinque le etichette in degustazione in rappresentanza di altrettanti paesi e aziende; cinque etichette che ho provato come sempre a descriverVi confidando nel fatto che cerchiate quanto prima di assaggiarle di persona. GLI ASSAGGI – RIESLING ICE WINE 2023, CHATEAU VARTELY (MOLDAVIA): il profilo olfattivo è ampio e composto, costruito su una successione di aromi che raccontano, con nitore, albicocca disidratata, pesca sciroppata, scorza di mandarino candita, miele d’acacia e confettura di agrumi seguiti da sfumature di ananas e mango maturo senza mai scadere però nell’esotico caricaturale mentre s’apprestano leggere sensazioni floreali che ricordano il tiglio e i fiori di campo essiccati. Non manca quella caratteristica vena minerale e appena idrocarburica che il Riesling sa sviluppare con eleganza anche nelle interpretazioni più dolci e che gli conferiscono profondità e complessità, ma dovete aspettare un po’ per averne contezza. L’assaggio è la conferma di un equilibrio costruito con grande attenzione. La dolcezza è importante, inevitabilmente protagonista, ma non risulta mai opulenta grazie a un’acidità vibrante che sostiene il sorso dall’inizio alla fine. La tessitura è densa, vellutata, quasi cremosa, e non ci pensa proprio a perdere slancio. Ogni componente sembra trovare il proprio posto in un insieme armonico, dove la concentrazione non diventa mai pesantezza e la ricchezza aromatica rimane costantemente attraversata da una freschezza che invita immediatamente al sorso successivo fino alla chiusura che si prolunga su ricordi di agrumi canditi, miele, frutta tropicale e una sottile nota minerale che lascia la bocca sorprendentemente pulita, dimostrando come anche un vino “da dessert” possa conservare dinamismo e precisione. Da una “piccola” realtà di 550ha (sic) della Moldavia un vino che racconta, con autenticità, il volto nobile dei Riesling delle terre dell’Est. 86++ Punti. – TOKAJ 6 PUTNOVY 2019, CHATEAU GRAND BARI (SLOVACCHIA): arriva generoso, come un amico un po’ sbronzo alle tre di notte, straparlando di miele, albicocca matura che gioca a fare la padrona di casa, arancia e caramello, con pesca e mandarino che fanno capoccella da dietro il sipario. Non è timido, non è etereo, è presente. Profuma di pasticceria vecchio stile, di dispensa di nonna che “non butta via niente” e, mentre sottolinea un tocco di propoli sorprende con una menta che rinfresca e pareggia le dolcezze. Il sorso è dolce, oh se è dolce! ma l’importante acidità lo salva dall’orribile da quel destino orribile di “sciroppo da supermercato”. Delicato si ma con spina dorsale, a raccontare di albicocche candite e crema alla vaniglia, con un finale lungo che continua a ronzarti in testa come una zanzara ubriaca. Non stanca subito, anzi, ti invita a un secondo giro…e un terzo…poi ti ritrovi a fissare la bottiglia mezza vuota chiedendoti dove siano finite le ultime due ore. Un vino che non chiede scusa per essere dolce, che ha zuccheri ma soprattutto carattere. Non so se si meriti una canzone ma penso non stonerebbe vicino a un To https://maisoncastel.wine/en/m Waits in modalità ubriaco-poeta o a una Amy Winehouse che Vi ricorda quanto sia bello rovinarsi con stile. 88 Punti. – JURANÇON DOUX ATC “LES AMOURS DE LA REINE” 2022, CASTEL (FRANCIA): naso intenso di ananas confit, miele, mela cotogna, note di albicocca e un velo di spezie dolci tipo cannella. C’è aromaticità, c’è frutta esotica, c’è quel profumo da “dolce delle grandi occasioni”… Non è timido, anzi: si fa sentire. Peccato manchi quel guizzo minerale o quel lato più selvatico che hanno i Jurançon dei piccoli produttori. Qui è tutto un po’ troppo educato, quasi fosse una dama che ha preso lezioni di bon ton. Dolce ma non stucchevole grazie a un’acidità che fa il suo compitino e niente di più. Ci trovate frutta gialla matura, miele, tocchi di agrumi canditi e una cremosità vanigliata sul finale. È piacevole, bilanciato, di buona persistenza. Si beve senza fatica e magari ne assaggi un altro goccio. Si, ti lascia soddisfatto, è educato, corretto, democratico ma…manca di azzardo. Beh, se speravate in uno “Jurançon” che con un’imboscata di acidità Vi salvasse dalla morte per zucchero…qui siete di fronte a una bottiglia che gioca a fare la seduttrice di corte ma resta… damigella. 84+ Punti (forse). p.s. per emozioni e Territorio da pianto, andate dai piccoli vigneron. – DR PORT WHITE 20 YEARS OLD (BOTTLED 2021), QUINTA DA LEVANDEIRA DO RONCÃO (PORTOGALLO): già il colore ti fa capire (e il naso conferma) che non sarà una passeggiata. Intenso e complesso, un groviglio di vaniglia, cannella, mandorle caramellate, frutta tropicale candita, tostature di caffè, miele e un tocco di resine esotiche sovrastate da un alcol poco incline ai modi educati. C’è profondità, evoluzione, quel tocco ossidativo che sa di tempo e non di oblio. Certo non è timido In bocca la dolcezza è importante ma comunque misurata e tenuta a bada da una coerente acidità mentre il sorso ripropone quanto apprezzato dal naso soffermandosi un po’ sulla nocciola tostata e sugli anacardi salati. Certo avrebbe spessore, carattere e una lunghezza che racconta dei vent’anni di affinamento ma… quell’alcol! Peccato. 81+ Punti. – KOIMANDARIA PDO “ST. JOHN COMMANDARIA” 1984, KEO (CIPRO): il colore…quel mogano scuro che ti conduce su un sentiero olfattivo fatto di fichi secchi, caffè, cioccolato fondente, noci, caramello bruciato, spezie dolci, kumquat e quel tono ossidativo che solo i vini che hanno visto Reagan alla Casa Bianca possono permettersi. Non è fresco, è profondo. Non è fruttato, è evoluto. Un bouquet che sa di dispensa antica, di chiesa ortodossa e di nonno che nascondeva la bottiglia buona. Dolce si, ma con un’acidità residua che tiene botta come un vecchio guerriero. Denso, forse sciropposo ma non stucchevole, a tirar fuori note di dattero, cioccolato amaro, caffè, frutta secca, caramello e una mineralità terrosa che, nel lungo finale, ti ricorda che questo vino è nato su un’isola rocciosa in mezzo al Mediterraneo. Un fossile dolce fatto con uve (Mavro e Xynisteri) appassite al sole di Cipro secondo metodi che odorano di Bibbia e Crociate. Non è perfetto (la freschezza china un po’ la testa sotto il peso degli anni) ma è comunque un pezzo di storia liquida. 88 Punti, forse di più. E QUINDI? E quindi GRAZIE agli Organizzatori per avermi voluto ospitare a un Evento ormai tra i più attesi tra quelli che compongono il vasto panorama romano, grazie a Marco Sciarrini per la conduzione di una interessantissima masterclass e grazie anche a Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto. È stata una gran bella serata, appuntamento al 2027 per la 34a Edizione!     Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
Moscato vs. Bollicine. Un confronto serrato sul ring di GoWINE. Arrow Right Top Bg

23 Luglio, 2026

Moscato vs. Bollicine. Un confronto serrato sul ring di GoWINE

  IL COSA E IL DOVE Lo scorso 1 Luglio l’instancabile GoWINE ha organizzato negli ambienti dell’Hotel Diana la tappa romana di MOSCATO WINE FESTIVAL che festeggia quest’anno le nozze d’argento. In una sala invero un po’ troppo “raccolta” ma sufficiente a contenere un pubblico che il caldo cattivo di questo Luglio romano ha purtroppo ridotto c’erano una ventina di etichette per raccontare da Nord a Sud un’Italia di dolcezze e aromaticità, un’ampia panoramica delle molteplici interpretazioni possibili di Moscato affiancate dalla freschezza e dalla vivacità di un’ampia scelta di bollicine Metodo Classico e Martinotti.   GLI ASSAGGI GoWINE ha ben presente il senso della misura. Quel tanto che non stroppia, etichette scelte con cura, che stimolano la curiosità e in numero tale da non rischiare di essere “snobbate”. E dunque, schivando l’Africa che attanagliava il pomeriggio romano, mi sono lasciato trasportare nel mood di calici di cui troppo spesso ci si dimentica anche nelle “feste comandate”. In quel valzer di dolcezze aromatiche che ha saputo sfidare senza la minima soggezione il tango delle bollicine ho scelto cinquepiùcinque etichette che mi fa piacere sottoporre alla Vostra attenzione. Dieci vini che sanno raccontare il Territorio con coraggio ed eleganza. LE FRIZZANTEZZE – SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO ROSÉ “ESSE” 2015, DUBL (CAMPANIA): un naso da rosé affatto frivolo e immediato, che evoca piccoli frutti rossi, lampone, marasca…che evolve verso nespola, marzapane, biscotti al burro e zenzero… Una complessità ossidativa elegante e un bouquet intenso e stratificato che parla di Irpinia vulcanica e pazienza enologica. In bocca è di accogliente austerità, fresco, secco, strutturato, avvolge senza mai appesantire. I ritorni di frutta rossa si intrecciano a note speziate, con una persistenza lunga e sapida che lascia il palato pulito e voglioso del sorso successivo. Un “dosaggiozzero” che esalta l’anima dell’Aglianico e dei suoli campani, senza concessioni alla morbidezza zuccherina. Uno spumante che esalta il Territorio e “osa” NON copiare i cugini d’oltralpe. 88+ Punti. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “OLUBRA” 2016, TORRE FORNELLO (EMILIA ROMAGNA): mentre la cremosa effervescenza lo stuzzica, il naso svela un bouquet di straordinaria eleganza, segnato (ben oltre l’immaginato), da quel “diecipercento” di Malvasia di Candia Aromatica e fatto di mela verde, pera, biancospino e gelsomino. Sentori che si intrecciano a quelli più complessi di crosta di pane e frutta secca che si stagliano su una distintiva sapidità marina, salmastra, di quasi alga. Secco, fresco e ben equilibrato, con una struttura snella ma definita che non appesantisce mai. E se l’acidità vibrante e perfettamente integrata gli conferisce una beva dinamica e scattante, la sapidità è una costante, un filo conduttore che attraversa il sorso lasciandoci di fronte a un finale lungo e appagante, un manifesto di eleganza e territorialità. 88++ Punti. – LAMBRUSCO DI SORBARA CRU “LECLISSE” 2025, PALTRINIERI (EMILIA ROMAGNA): se l’occhio rimane affascinato dal colore e il cuore respira la vivacità della schiuma, è però al naso che questo Lambrusco rivela la sua anima più traviante. I piccoli frutti rossi portano la firma di lamponi e ribes e si fondono con note agrumate di scorza d’arancia e sentori floreali di viola e rosa canina. Non mancano poi accenni più complessi, come una leggera sfumatura di fragola (si, forse un po’ caramellosa), la freschezza della mela Fuji, il carcadè, il garofano, spezie piccanti e un inaspettato quid erbaceo che ricorda la rughetta In bocca…in bocca conferma e atterra. Il sorso è brioso e di dinamica freschezza, ritmato da un’acidità vibrante e affilata che pulisce il palato e da una sapidità che ci tiene a non arrivare seconda, con un finale che è un trio jazz nel quale performano rimandi di dolcezze fruttate, sensazioni vegetali e succosità di agrume rosso che regalano un’esperienza coinvolgente e dissetante. Più che un vino un racconto liquido dell’Emilia, un sorso che evoca nebbie e opulenze felliniane, capace di imprigionare in un calice la vivacità di un Territorio. 89 Punti. – DAUNIA IGP BOMBINO BIANCO SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “RN” MILLESIMATO 2020, D’ARAPRÌ (PUGLIA): una “Riserva Nobile” dal naso intenso e avvolgente, che sciorina note di pasticceria al burro, frutta matura a polpa gialla, sentori di vaniglia e frutta un po’ troppo esotica che, per fortuna, timo e agrumi fanno presto dimenticare. In bocca è suadente e vellutato, pieno eppure equilibrato, con una struttura importante sostenuta da una bella acidità che dona freschezza e persistenza. Un sorso complesso ed elegante, con ritorni di frutta matura, burro e una mineralità discreta che allunga il finale. Un Metodo Classico Mediterraneo. 88++ Punti perché…perché la 2019 aveva più “cazzimme”. – SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “VIOLA” 2019, FONGARO (VENETO): al naso è un abbraccio caldo ma mai pesante di crosta di pane, burro di arachidi, nocciola tostata che poi evolve verso frutta esotica, pompelmo giallo, mela limoncella, vaniglia e un tocco di tabacco dolce. La profondità del vulcano e una nota autunnale introducono un sorso asciutto e teso, ma al tempo stesso morbido e vellutato, nel corso del quale slancio minerale e freschezza elegante duettano per poi evolvere in note tostate e di frutta esotica fino alla chiusura armonica e persistente. Davvero ben fatto. Da provare, senza fretta. 88 Punti LE DOLCEZZE – MOSCATO D’ASTI DOCG 2025, LA TRIBULEIRA (PIEMONTE): un naso di intense, intrecciate delicatezze di pesca, albicocca e pera matura, di zagare e gelsomini, con quella salvia irriverente a rinfrescare il tutto rendendoci curiosi quel tanto che ci impone di ficcare di nuovo il naso nel calice. E, nell’ovvia dolcezza del sorso, apprezzerete la freschezza e quella sapidità che bilancia perfettamente il residuo zuccherino, ritrovando quella pesca di cui serbavate memoria amplificata dalla sottile e cremosa effervescenza. Forse non è un vino “da concorso” ma racconta onestà e tradizione senza retorica. Mica ce ne sono tanti così! 87+ Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA SELVATICA” 2025, ROMANO DOGLIOTTI (PIEMONTE): l’olfatto è più compita apertura che esplosione, un ordinato susseguirsi di pesca bianca, lime, sambuco, salvia, fiori d’arancio, uva appena colta. Poi una sfumatura erbacea, quell’appena di finocchietto selvatico che, insieme alla freschezza agrumata, impedisce al corredo aromatico di risultare semplicemente dolce. Un olfatto che è aria di collina. Il sorso conferma le promesse del naso senza cercare effetti teatrali. La dolcezza c’è, naturalmente, ma non è mai protagonista assoluta. Lavora insieme all’acidità e a una vena sapida sorprendente che attraversa tutto il palato e allunga la beva. La bolla è cremosa, minuta, quasi tattile; accompagna il vino invece di gonfiarlo. La pesca ritorna, insieme agli agrumi, ai fiori bianchi e a quella sensazione di mosto fresco che è quasi un marchio, precedendo un finale fatto di una persistenza che parla più di equilibrio che di zucchero. Un Moscato capace di cambiare ritmo, schivando il prevedibile e rimanendo fedele al Territorio senza trasformarsi in mero esercizio di nostalgia. 88 Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA CAUDRINA” 2025, ROMANO DOGLIOTTI (PIEMONTE): il naso è intenso ma mai ridondante, il profumo dell’uva appena colta domina la scena, accompagnato da glicine, fiori d’acacia, sambuco, salvia fresca e una sottile sfumatura agrumata fatta di richiami di cedro e bergamotto. Poi, senza mutare una trasparenza del registro aromatico basata sulla purezza del frutto e sulla precisione, è la volta di pesca bianca, albicocca, pera Williams e litchi L’assaggio conferma immediatamente le promesse del naso. La dolcezza è piena ed evidente ma perfettamente domata da una freschezza viva e da una trama acida che sostiene il sorso senza irrigidirlo. La lieve spuma naturale accarezza il palato con estrema delicatezza, amplificando la sensazione di leggerezza e contribuendo a una progressione dinamica, mai appesantita dagli zuccheri residui. Il frutto rimane sempre protagonista, succoso e croccante, mentre il finale si allunga con eleganza su ritorni di pesca, agrumi maturi e fiori bianchi, lasciando una persistenza sorprendentemente lunga per la tipologia. Un vino di luminosa immediatezza. 87+ Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG “LA GIOSTRA” 2025, GIANNI DOGLIA (PIEMONTE): un profilo olfattivo ampio e nitido, composto da fiori d’arancio, gelsomino, salvia, menta fresca, pesca bianca, pera Williams, albicocca, litchi e una delicata nota agrumata compongono una “GIOSTRA” gioiosa nella quale nessuno sembra volersi atteggiare a “capo”. Varietale a trecentosessantagradi, ma varietale vero, nessuna caricatura! In bocca la dolcezza non rappresenta il punto di arrivo; è piuttosto il punto di partenza di un equilibrio costruito su acidità vibrante, sapidità e una bollicina cremosa che alleggerisce continuamente la materia. Il vino scorre con sorprendente dinamismo, evitando qualsiasi sensazione di pesantezza, la frutta rimane croccante, il finale è un continuo ricordo di richiami floreali, sfumature di agrume candito e di erbe aromatiche, e la persistenza, che è spesso merce rara…beh, qui ce n’è anche per altri. Lontano dagli stereotipi, dentro il Territorio (con discrezione). 88 Punti. – MOSCATO D’ASTI DOCG 2025, G. D. VAJRA (PIEMONTE): un naso ricco, con le zagare in primo piano e pesca gialla matura ma croccante, albicocca e mela golden su uno sfondo nel quale non manca un tocco di ananas e frutti tropicali discreti. La salvia e le erbe aromatiche arrivano poi, con un graffio minerale quasi gessoso che riporta alla collina, e quel sentore di uva fresca, vera, come raramente capita di trovare. In bocca, l’affilata acidità e quella sapidità che fa spesso da discrimine tra un Moscato e un “buon” Moscato, domano con maestria una dolcezza tutt’altro che contenuta mentre la sottile e cremosa effervescenza pulisce il palato da qualsiasi sensazione “appiccicosa” e veicola e mantiene fedeli alla realtà i ritorni di albicocca candita, miele d’acacia pesca ed agrumi fino al lungo finale. Un Moscato con la schiena dritta, da bere senza troppe cerimonie e…con il sorriso. 88– Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a GoWINE per avermi ospitato ancora una volta e a tutti Voi per aver avuto la pazienza e la gentilezza di leggermi fino a qui. È stata una bella serata, all’insegna di una Qualità fuori dagli schemi e affatto banale che, all’appeal suscitato inevitabilmente dalle effervescenze, ha voluto coraggiosamente contrapporre l’eleganza (molto spesso sabauda) delle dolcezze aromatiche. E per non lasciarVi “con l’amaro in bocca” Vi do appuntamento alla prossima settimana spoilerandoVi che si parlerà ancora di dolcezze.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi
ALBANA DI ROMAGNA. Il bianco che non ti aspetti. Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2026

ALBANA DI ROMAGNA. Il bianco che non ti aspetti.

IL COSA E IL DOVE Come accennatoVi la settimana scorsa, nell’ambito del FALSTAFF WHITE WINE PARTY che l’omonima rivista ha organizzato a Roma lo scorso 23 Giugno, a contorno dei numerosi banchi d’assaggio, si sono tenute tre masterclass dedicate rispettivamente all’Albana di Romagna, al Soave e al Gewürztraminer. Qui, oggi, Vi racconto la prima di queste, quella che ha raccontato un vitigno che ha saputo attraversare la Storia a testa alta, che ha conosciuto fasti, rischiato l’oblio e che oggi, sfida il mondo del vino con un’energia che molti altri vorrebbero avere.   L’ALBANA DI ROMAGNA L’Albana è uno di quei vini che sembrano aver attraversato i secoli senza mai perdere il filo della propria identità, anzi, forse è proprio il tempo ad averle restituito il ruolo che le spetta. Per anni è stata raccontata attraverso un’immagine incompleta, quasi cristallizzata nella memoria collettiva come il vitigno del “doppione” a tavola e dei passiti romagnoli, custode di una tradizione nobile ma confinata in un perimetro ristretto. Oggi quello stesso patrimonio è diventato il punto di partenza di una rinascita che ha pochi eguali nel panorama italiano. Non è un caso che proprio l’Albana sia stata, nel 1987, il primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG, un riconoscimento storico che allora sembrava certificare un traguardo e che invece, col senno di poi, rappresentava soltanto l’inizio di un percorso molto più lungo, perché i grandi vitigni non vivono di medaglie, ma della capacità di essere reinterpretati da ogni generazione senza tradire la propria natura. La Romagna ha impiegato tempo per rileggere l’Albana con occhi nuovi, ha dovuto liberarla da una certa retorica produttiva, abbandonare la ricerca della semplice opulenza aromatica e imparare ad ascoltare quello che il territorio suggeriva. I gessi della Vena del Gesso Romagnola, le marne, le arenarie, le argille che si rincorrono lungo le colline tra Imola e Bertinoro, tra Faenza e Castrocaro, hanno iniziato a parlare con maggiore chiarezza attraverso un vitigno che possiede una qualità rara, quella di trasformare la materia del suolo in energia gustativa. L’Albana non concede molto a chi cerca scorciatoie. La sua buccia spessa, la naturale ricchezza fenolica e l’acidità spesso più severa di quanto il colore dorato lasci immaginare, chiedono decisioni precise sia in vigneto sia in cantina. È un’uva che pretende equilibrio, perché basta poco per renderla pesante o, al contrario, privarla della sua profondità. Quando invece tutto trova armonia, restituisce vini che uniscono volume e tensione, struttura e dinamismo, calore mediterraneo e sorprendente verticalità. È forse questa la cifra più contemporanea dell’Albana, non la ricerca dell’effetto, ma quella della precisione. Sempre più produttori scelgono fermentazioni spontanee, affinamenti sulle fecce fini, contenitori neutri, cemento, grandi botti o anfore, con l’obiettivo di lasciare emergere il carattere del vitigno piuttosto che modellarlo secondo schemi prestabiliti, altri continuano a utilizzare con intelligenza il legno, senza trasformarlo in protagonista. Le differenze stilistiche sono molte, ma condividono una stessa direzione: sottrarre anziché aggiungere. Il risultato è un mosaico sorprendentemente ricco. Esistono Albana tese e saline, quasi nordiche nella loro progressione, altre più mediterranee, ricche di polpa e di agrume maturo, versioni macerate che valorizzano la naturale vocazione tannica dell’uva senza scadere nell’eccesso, passiti che mantengono intatta la loro autorevolezza e dimostrano come la dolcezza possa ancora essere sinonimo di complessità e longevità. È la dimostrazione di quanto questo vitigno sia molto meno monolitico di quanto si sia creduto per decenni. La modernità dell’Albana non nasce quindi dal desiderio di assomigliare ad altri bianchi, ma dalla capacità di essere profondamente sé stessa. In un momento storico in cui il mercato sembra premiare vini immediati, aromaticamente espliciti e facilmente riconoscibili, l’Albana continua a richiedere attenzione. Non cerca consenso istantaneo, preferisce costruire un dialogo fatto di sfumature, di ritorni al bicchiere, di evoluzioni che cambiano con l’ossigeno e con il tempo. Anche la tavola sembra aver riscoperto questa sua natura. La ricchezza della cucina romagnola trova nell’Albana un alleato naturale, ma il suo profilo gastronomico va ben oltre i confini regionali. La trama fenolica, la sapidità e una struttura fuori dall’ordinario per un bianco italiano le consentono di affrontare piatti complessi, preparazioni speziate, lunghe cotture di pesce, carni bianche e formaggi stagionati con una sicurezza che pochi altri vitigni riescono a esprimere. Dietro questa nuova stagione c’è una generazione di vignaioli che ha scelto di non rincorrere mode effimere, ma di approfondire la conoscenza del proprio patrimonio. Il lavoro sulla biodiversità clonale, sulla gestione agronomica, sulle fermentazioni meno interventiste e sulla valorizzazione delle singole sottozone sta progressivamente costruendo un’identità più definita.  un processo ancora in corso, ed è forse proprio questo il suo aspetto più interessante, l’Albana non è arrivata, sta arrivando. La sua forza risiede nell’essere rimasta fedele alle proprie radici mentre cambiava linguaggio. Ha conservato il carattere, la generosità, quella lieve ruvidità che ne costituisce il fascino, ma oggi li esprime con maggiore eleganza e precisione. La tradizione non è stata archiviata, è diventata materia viva, reinterpretata senza nostalgie e senza forzature. Così l’Albana di Romagna si presenta oggi come uno dei progetti più convincenti della viticoltura italiana, non perché insegua una rivoluzione, ma perché dimostra che il futuro può nascere da una memoria ben custodita. Ogni bottiglia racconta una terra che ha finalmente imparato a riconoscere il valore del proprio vitigno simbolo, trasformando un’eredità antica in una delle espressioni più autentiche del vino contemporaneo. LA MASTERCLASS Condotta con piglio e dinamicità da Othmar Kiem (Direttore di FALSTAFF Italia) e Filiberto Mazzanti (Direttore del Consorzio Vini di Romagna) ha messo sul piedistallo un vitigno di non comune versatilità, raccontandone la Storia, le storie, i fasti, i periodi bui, l’oggi e il domani. Otto vini da otto cantine. Otto Albana “secche” dell’annata 2025 per evidenziare le diverse cifre stilistiche dei singoli Produttori e raccontare la Storia del vitigno da otto prospettive differenti. Nelle mie parole le impressioni di assaggio di chi, pur conoscendo “abbastanza” l’Albana, non smette mai di rimanerne affascinato. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “BIANCO DI CEPARANO” 2025, FATTORIA ZERBINA: flirta con l’eleganza tagliente di uno Chablis e la vibrante aromaticità di un Riesling, pur mantenendo salde le radici nella sua terra d’origine. Un Albana che, come un viaggiatore curioso, ha assorbito influenze lontane per poi tornare a casa, arricchito e più consapevole della propria unicità. E mentre tra erba e menta si fa strada il pompelmo e s’accenna la pesca bianca, sale il ritmo imposto da gelsomino e ginestra. È un Albana che si è fatto secco, che ha asciugato le sue dolcezze per rivelare una verticalità inaspettata, un sorso elettrico, sapido, iodato che Vi lascia con il dubbio di una pesca da Sauvignon. Un vino che richiede attenzione, mente aperta e un pizzico di sana irriverenza. Come un’opera d’arte contemporanea, ti provoca, ti interroga, ti spinge a superare i tuoi preconcetti per ripagarti con un’esperienza che va oltre il semplice assaggio. Un vino tra tradizione e innovazione, tra la Romagna e la Loira, tra il passato e un futuro ancora da scrivere, tra un pugno nello stomaco e una carezza al cuore. 87– Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, CA’ DI SOPRA: non sembra cercare il consenso immediato. È un atto di resistenza elegante. Il naso è un’entrata a gamba tesa, un profilo aromatico che evoca frutta a polpa gialla matura, note floreali di mandorlo in fiore e un sentore minerale che sa di terra e di storia. Non è solo un profumo, è un racconto che si dipana, un viaggio tra i ricordi di una passeggiata in un frutteto romagnolo baciato dal sole. In bocca, la maturità e l’energia si confrontano in un sorso che avvolge il palato senza mai stancare. Il tempo ha modellato la materia senza addomesticarne il carattere, lasciando intatta la sua autenticità. Il sorso procede senza strappi, con una traiettoria morbida e continua, quasi a scomparire per poi riaffiorare, pochi istanti dopo, cavalcando una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una giornata d’inverno vicino al mare. È un vino che non si preoccupa di raccontare il tempo trascorso, ma piuttosto quello che ha ancora davanti, promettendo un’evoluzione che sarebbe sciocco ritenere compiuta. 86++ Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “FRANGIPANE” 2025, TENUTA LA VIOLA: naso invitante e raffinato che sciorina fiori bianchi e acacia, f mela golden e pera, tocchi di pesca e albicocca. Poi quel velo di timo e quel respiro di salvia che portano una nota marina, sapida e mediterranea “irrustichita” da un’idea di oliva. In bocca colpisce il contrasto tra l’opulenza del grado alcolico e la sferzante acidità condita da una trama leggermente tannica che dona profondità e lunghezza senza appesantire. Sapido, minerale, con ritorni di frutta croccante, mandorla fresca e un finale pulito, teso, che invita a bere ancora. Non è un bianco da meditazione eterna, ma un compagno di tavola sincero un bianco che profuma di Romagna vera, di tradizione rinnovata e di bottiglie da finire con il sorriso. 87++ Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “I CROPPI” 2025, CELLI: il tappo esce con un sospiro soddisfatto e subito sale un profumo che ti prende per la collottola e ti porta dritto tra i filari. Pesca gialla matura, albicocca appena colta, un tocco di fiori bianchi di sambuco e quella nota di mandorla fresca che l’Albana sa regalare quando è in forma. C’è il mare dietro, quello che arriva col vento e tiene svegli i vigneti. Ci sono il calcare e l’argilla che parlano in sottofondo, ma soprattutto c’è il sole romagnolo, generoso, quasi sfacciato, che qui non si limita a maturare: scolpisce. Il sorso è una carezza decisa. Entra morbido, quasi avvolgente, poi l’acidità arriva come un vento di tramontana e rimette tutto in ordine. C’è struttura ma soprattutto bevibilità, frutta matura, erbe aromatiche, un leggero tocco minerale e un finale lungo e pulito. Se solo avesse un po’ più di “cazzimma”… 85 Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, ZAVALLONI: il naso è un’esplosione controllata nella quale gelsomino e ginestra si intrecciano a note di pesca gialla, albicocca matura e un tocco agrumato di cedro e arancia bionda. C’è una mineralità sottile, quasi gessosa, che ricorda le rocce delle colline romagnole, e un fondo aromatico di mandorla fresca e miele d’acacia che non stanca mai. È un bouquet potente ma elegante, di quelli che ti invitano ad affondare il naso più volte, scoprendo sempre un nuovo dettaglio. In bocca arriva con una pienezza inaspettata per un secco. L’attacco è fresco, quasi croccante, sorretto da un’acidità viva che pulisce e rinfresca. Poi il corpo si distende regalando sapidità minerale e una leggera nota mandorlata sul finale con una persistenza che invita a un altro sorso. Non è un vino leggero e sfuggente, ha nerbo, ha personalità, ha quella “stoffa romagnola” che unisce generosità e precisione. È il vino che parla della Romagna operosa, appassionata, orgogliosa della propria anima, è un bianco che emoziona, che ha identità, che si beve con piacere e si ricorda con affetto 88 Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO 2025, COLOMBARDA: un naso che non si perde in giri di parole regalando subito le mediterranee, vegetali aromaticità di salvia e rosmarino, salvo poi lasciarsi andare nelle morbidezze di pesca gialla matura e albicocca con un tocco ossidativo delicato che sa di fieno appena tagliato e fiori di campo. Si, profuma di Romagna, di terra, sole e sassi scaldati ma…quella frutta esotica… In bocca è colpo di frusta da domatore di circo. Entra fresco, quasi teso e poi sorprende con la struttura. Alcol integrato, sapidità vivace, tannini raffinati che asciugano e ravvivano e una chiusura abbastanza lunga giocata tra mandorla fresca ed erbe aromatiche. Un cavallo selvaggio ancora restio a galoppare nella giusta direzione. 85- Punti – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “DUTIA” 2025, BRANCHINI: al naso propone il maturo di pera, susina e un tocco di mela golden per poi distendersi in una atmosfera rinfrescata da erbe aromatiche, con l’aneto a emerge trionfante, quasi a ricordare che questa è terra di sapori netti, di orto e di mare. C’è una nota floreale gentile, un filo di zafferano che accenna eleganza senza strafare, e quel fondo minerale che parla di suoli generosi eppure precisi. In bocca non è niente più di quello che promette: equilibrio tra morbidezza e acidità vibrante, corpo snello ma profondo, sapidità che ti accompagna senza mai stancare. Un vino dinamico, moderno nell’interpretazione eppure profondamente radicato nella tradizione dell’Albana in purezza. Rifugge complessità barocche scegliendo la semplicità della beva. 86– Punti. – ROMAGNA ALBANA DOCG SECCO “VITALBA” 2025, TRE MONTI: nel calice il colore è premio, il profumo ricompensa. Un inno alla frutta esotica matura, all’albicocca disidratata che si mescola a sentori di erbe officinali, timo e ginestra. E poi respiri di zafferano, miele di castagno, scorza d’arancia candita e quel tocco di zenzero e tabacco che arriva solo quando il vino decide di aprirsi davvero. Il sorso procede dritto, senza esitazioni, sostenuto da una trama tannica che è ricamo e forsanche graffio. Un incedere elegante e sapido, che non cerca lo scatto bruciante ma la progressione infinita. È pura luce solare liquida, che si srotola generosa tra onde di pesca succosa e mela cotta al forno, chiudendo con un finale lungo e ammandorlato nel quale ritrovi un intrigante ricordo di arancia amara che ti invita a ricominciare il giro. Un vino che ci ricorda che la qualità non è una destinazione, ma un viaggio che richiede coraggio e un pizzico di sana follia. Un inno alla pazienza, un elogio dell’attesa. Uno scappellotto a chi crede che il vino si faccia solo con la tecnologia, un applauso a chi lascia che la natura faccia il suo corso, tra le pareti porose della terracotta, per cento giorni e oltre. Il punteggio? Quantomeno divisivo. Personalmente, seguendo il cuore, gli darei 90 Punti ma…assaggiatelo e fatemi sapere. E QUINDI? E quindi GRAZIE a FALSTAFF Italia e al Consorzio Vini di Romagna per aver voluto e saputo mettere al centro dell’attenzione l’Albana di Romagna, accendendo uno spot su un vitigno spesso ignorato nelle carte dei vini, nelle parole di chi di vino scrive e nei discorsi dei winelovers. È stata l’occasione per capire una volta di più che la Curiosità deve costantemente essere l’ago della nostra bussola e che, dietro l’angolo, c’è un inaspettato che sa regalare emozioni sempre nuove e spunti di approfondimento e conoscenza.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
Leggi
FALSTAFF White Wine Party. Emozioni in bianco. Arrow Right Top Bg

9 Luglio, 2026

FALSTAFF White Wine Party. Emozioni in bianco.

IL COSA E IL DOVE C’era un’aria diversa martedì 23 giugno al Grand Hotel Plaza, nel cuore di Roma. Non era una delle solite kermesse enologiche affollate e caotiche, ma qualcosa di più elegante, più luminoso, più bianco. Il debutto italiano del FALSTAFF WHITE WINE PARTY ha trasformato i saloni storici del 5 stelle di Via del Corso in un grande salotto estivo dedicato ai vini bianchi della Penisola, e chi c’era se n’è accorto subito: qui si è bevuto bene, si è parlato meglio e si è respirata una bella energia. Oltre cinquanta produttori in rappresentanza di un’Italia del vino che non aveva voglia di riempire semplicemente i bicchieri ma che voleva che questi raccontassero qualcosa. Tre masterclass hanno scandito il pomeriggio offrendo momenti tecnici e sensoriali che hanno soddisfatto operatori del settore e winelovers. Poi, dalle ore 20, mentre fuori il sole tramontava sulla Capitale, musica, intrattenimento e un’atmosfera conviviale si sono impossessati gli spazi del Plaza, trasformando la degustazione in una vera celebrazione estiva durante la quale bicchieri, sorrisi e scambi tra produttori, sommelier, giornalisti e pubblico hanno creato quel network informale che rende unici eventi di questo tipo. Il dress code ovviamente ispirato al bianco e rispettato da molti ha dato un tocco di leggerezza estiva e “informale” a una location rivelatasi perfetta. Per FALSTAFF ITALIA era il primo passo ufficiale nel nostro Paese. Un passo deciso, elegante, centrato. GLI ASSAGGI Tanto, tantissimo in cui ficcare il naso! Dall’ampio spazio dedicato all’Alto Adige (beh, forse un pochino troppo ma…ci sta) fino alla Sicilia, un lungo viaggio in un’Italia che sembra riscoprirsi bianchista ogni giorno di più. Dalla sessantina le etichette nelle quali ho ficcato il naso ho dunque estrapolato una personalissima “TOP TWELVE” che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione. Dodici vini che Vi invito ad assaggiare e dei quali mi piacerebbe sapere cosa ne pensiate. QUELLI DA NOVANTA – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “APPIUS” 2021, CANTINA SAN MICHELE APPIANO (ALTO ADIGE): lo Chardonnay fa la parte del leone, ma è l’abbraccio con il Pinot Grigio, il Pinot Bianco e quel tocco di Sauvignon a creare la magia. È un inno alla precisione millimetrica (forse anche “troppo millimetrica”). Al naso è un’esplosione di luce, un flash di pesca bianca, agrumi che sanno di rugiada mattutina, mughetto e quella mineralità che ti ricorda il porfido bagnato dalla pioggia. È un respiro profondo a pieni polmoni tirato quando, assicurato in sosta, il tuo metroquadro di piccoli appigli può diventare un intero panorama. Il sorso? Un’ascesa “en danseuse”, leggera ma potente. Non c’è fatica, c’è solo progressione. È un vino che non scatta, ma accelera con una costanza disarmante. La freschezza è una lama affilata che taglia la struttura burrosa, lasciando spazio a una sapidità marina, quasi inaspettata a queste altitudini, che ti pulisce la bocca e ti chiede il secondo giro. E il finale, lungo e verticale, sa di mandorla tostata e di un futuro che non ha paura di invecchiare. Un vino che ci ricorda che la perfezione non è un punto d’arrivo, ma un percorso fatto di piccoli passi, di mani sporche di terra e di sguardi rivolti al cielo. A proposito…una bottiglia ce l’ho pure io. 91 Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA PIRCHSCHRAIT” 2016, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): Nasce da un fazzoletto di terra sepolto nel cuore di Vigna Kolbenhof, esposto a NE come un condannato che volta le spalle al mondo, dove la vite “sopravvive” stringendo i denti contro il vento gelido e il sole avaro per risorgere come un Conte di Montecristo dopo essere stato intrappolato per 10 anni sui lieviti. Un naso affatto facile, nessuna carezza. Ti colpisce una sinfonia cupa e matura, fatta di pane un po’ troppo tostato sul fondo di un forno ormai spento, nespole mature, miele scuro, fiori selvatici appassiti, frutta secca, cera d’api e mobili che ne hanno viste tante. E poi quella mineralità fredda, spietata, che sale dalle ossa di pietra delle Dolomiti come il respiro della terra. Un tantra di terziari che si apre lento, ossessivo, come un segreto che non avresti voluto ascoltare. In bocca è una stretta violenta e setosa insieme. Consistente, di “agilissima pesantezza”, una struttura che ti prende per la gola, una sapidità minerale che morde come sale su ferite aperte. L’acidità è lama affilata, fatta per tagliare e tener sveglio il dolore e la dolcezza è lì, nascosta, quasi colpevole, mentre il finale si allunga in un abisso di miele scuro, spezie dolci che svaniscono come ultimi sospiri, e un ritorno di freschezza alpina gelida che ti lascia solo, vuoto e stranamente vivo. Un vino che porta le cicatrici di un equilibrio tragico di una profondità da abisso e di una vitalità nata dalla sofferenza. Una leggenda? Forse. Da bere ascoltando “ATLAS RISE” dei METALLICA. 93+ punti. – VINO DA TAVOLA BIANCO “SOPRAQUOTA 900” 2023, ROSSET TERROIR (VALLE D’AOSTA): a Villeneuve, dove il terreno è un mosaico di sabbia, ardesia, granito e quarzo, la Petite Arvine trova la sua casa ideale e quella che riempie la bottiglia di “SOPRAQUOTA 900” non si accontenta di essere “solo” un vitigno vuole essere un’esperienza. Come lo è il viaggio che intraprende dopo la vendemmia: un viaggio che la costringe alla separazione. L’anfora, l’orcio toscano, la barrique e l’acciaio ne dividono l’anima in quattro e ci vuole un anno intero perché, finalmente “redenta”, possa accontare una storia di equilibrio perfetto tra la sapidità ancestrale della terra e la freschezza cristallina delle vette. Al naso è un’esplosione di eleganza. Fiori bianchi e zagara aprono le danze, il pompelmo è vibrazione, la scorza di lime pizzicore dell’anima. E poi quel sussurro di frutta tropicale che spunta timido, quasi a voler ricordare che anche quassù la natura sa essere generosa. È un bouquet che respira, intenso e raffinato, sostenuto da quella verticalità che solo l’altitudine sa regalare. Il sorso è una lama, teso, vibrante, con la delicatezza del frutto che Vi è compagna lungo una progressione gustativa che non conosce soste. È un incedere sicuro su un sentiero di cresta, dove ogni passo è una scoperta di sapidità decisa e mineralità pura. Il finale è infinito, una persistenza che ti lascia in bocca il sapore della montagna vera, quella che non scende a compromessi. È un vino che ci ricorda che per arrivare in alto bisogna avere radici profonde e il coraggio di percorrere strade nuove, anche quando sono fatte di argilla e legno. 90 Punti? Credo proprio di si. I QUASIQUASI – ALTO ADIGE VALLE ISARCO DOC SYLVANER “STIFTSGARTEN” 2021, ABBAZIA DI NOVACELLA (ALTO ADIGE): nel bicchiere si presenta promettendo densità senza pesantezza. Il naso è un abbraccio maturo e raffinato di mela golden ben matura, pera e albicocca. Sa di luogo e di tempo. Silvano quanto deve, intriso di mineralità granitica, con un sottofondo di spezie fini, fiori bianchi e quella freschezza alpina che non tradisce mai che affiancano ritorni di brioche burrose. In bocca è potente ma mai ingombrante. L’acidità vibrante sostiene una struttura importante, con un estratto secco generoso e un sorso cremoso, quasi tattile, che evolve verso note di frutta a nocciolo, spezie bianche e una mineralità salina che allunga il finale in maniera impressionante. Ancora giovane, sembra stia iniziando a mettere la testa a posto. Un vino che conferma come, in certi luoghi sacri, anche il bicchiere possa diventare preghiera. 88++ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC “TAL 1930” 2022, CANTINA BOZEN (ALTO ADIGE): un vino che sembra più un paesaggio che un progetto enologico, una geografia che, nel bicchiere, diventa materia. Il naso si dipana lentamente come certi racconti che stentano ad arrivare al punto. Arrivano i fiori bianchi, il biancospino, poi la camomilla, poi ancora qualcosa che ricorda la crema pasticcera e i bignè della Domenica, una sfumatura quasi domestica che rende tutto più umano, meno algido. E intorno, come una cornice, la frutta gialla, gli agrumi, quella componente luminosa che impedisce al vino di ripiegarsi su sé stesso. Nulla che prevalga, tutto che funziona. Certamente ricchezza ma soprattutto movimento. Il sorso avanza senza fretta. Ha il passo di chi sa esattamente dove andare. Nessuna accelerazione. Nessuna ricerca dell’applauso. Solo una progressione continua che porta lontano, molto lontano, verso un finale che sa di roccia, sale e distanza. Di quelle distanze che in montagna sembrano sempre più vicine di quanto siano davvero. Un vino che non chiede volume, chiede spazio. 88++ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC CHARDONNAY “NAMA” 2022, CANTINA NALS MARGREID (ALTO ADIGE): al naso è un’esplosione controllata. Dimenticate le dolcezze scontate, qui domina una mineralità severa, quasi gessosa, che richiama la grafite e il fumo trafitta da lampi di pompelmo e zolfanello appen sfregato. È un olfatto verticale, “green” nel suo essere vitale, dove il legno non è un vestito ingombrante ma una sottile trama di seta che avvolge note di fiori bianchi e agrumi. In bocca il pugno glicerico della struttura cerca di domare una freschezza alpina che non concede sconti. Il sorso è sostanzioso, quasi masticabile, eppure scorre con un’agilità disarmante, lasciando dietro di sé una scia sapida che sa di pietra e di vento. È un vino che danza tra la cremosità del burro e la lama dell’acidità, chiudendo con un finale lunghissimo che ti costringe a riflettere su quanto il tempo e il territorio possano trasformare un vitigno internazionale in un interprete purissimo di un luogo. Un vino con dentro il battito della montagna. 89 Punti. – DOLOMITI IGT BIANCO “CUVÉE ADAMANTIS” 2023, CANTINA VALLE ISARCO (ALTO ADIGE): un coro polifonico dove il Sylvaner tiene le fila con la sua eleganza innata mentre il Grüner Veltliner e il Pinot Grigio aggiungono sostanza e speziatura, lasciando al Kerner il compito di chiudere con quel guizzo aromatico che è la firma della valle. Il naso è un viaggio sensoriale che parte dai fiori bianchi di campo per poi perdersi tra le note esotiche della pesca e del mango, trafitte da un’insolita e affascinante piccantezza di pepe bianco e un soffio d’incenso che parla di tempi lenti. Il sorso è una danza di contrasti. La cremosità figlia del lungo nelle prigioni di legno e vetro si scontra con una freschezza minerale che non fa prigionieri, lasciando il palato pulito, vibrante, quasi elettrico. Un vino in cui la struttura non è mai opulenza fine a se stessa ma supporto a una bevibilità disarmante e la chiusura, agrumata e sapida, un richiamo continuo al sorso successivo che fa leva su una persistenza che ti accompagna mentre cerchi di decifrare la complessità di un’annata che sembra aver trovato una delle sue espressioni più alte e identitarie. 89- Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC GEWÜRZTRAMINER “VIGNA CASTEL RECHTENTHAL” 2022 RISERVA, J. HOFSTÄTTER (ALTO ADIGE): un naso che racconta un giardino di montagna dopo un temporale estivo: roselline selvatiche appena sbocciate, lavanda… E poi la pesca noce, un tocco esotico di litchi maturo, quella sottile speziatura che “sennò che Gewürz sarebbe?”, una pennellata di incenso, una di mandorla, un forse grasso di cioccolato. Tanto, si, ma niente di barocco. Qui tutto è slanciato, aereo, cesellato dal vento e dalla pietra. Un’aromaticità che non travolge, ma seduce con intelligenza. In bocca è carezza decisa. Il corpo è pieno, strutturato, eppure sorretto da una sapidità minerale che lo rende verticale, da un’acidità brillante che danza come acqua di sorgente tra i sassi. Alcol e glicerina non mancano ma colpiscono la tensione e quella freschezza salmastra che allunga il sorso verso un finale leggermente tostato, con echi di spezie dolci, mandorla e un ritorno floreale che invita al bis. Un vino di dolomitica precisione che profuma di mani sapienti che sanno ascoltare la terra. 89++ Punti. – MARCHE IGT CHARDONNAY “LE PICCOLE” 2022, LANCIANI (MARCHE): il naso si apre piano, come una conversazione come una conversazione dopo che hai preso confidenza. E allora arrivano la mela golden e la pera matura, poi un soffio di agrumi canditi e fiori di acacia, quindi la nocciola tostata e leggiadra e quel tocco burroso elegante che il legno sa regalare senza imporre. Sotto, discreta ma presente, la mineralità argillosa delle colline picene, con un filo balsamico a rinfrescare tutto. Il sorso entra pieno, strutturato, con una grassezza avvolgente che però non appesantisce. L’acidità tiene la barra dritta, la sapidità (il Territorio) pulisce e allunga, e la chiusura è firma calligrafica e armonica, con ritorni di frutta gialla, mandorla e bianca, delicata speziatura. Non un omaggio al vitigno francese ma un dialogo riuscito con il luogo, una piccola storia marchigiana che merita di essere raccontata un sorso alla volta. 88 Punti. – COLLI MACERATESI DOC RIBONA “ANGERA” 2013 (MAGNUM), IL POLLENZA (MARCHE): il naso è un turbine di emozioni, un intreccio di agrumi canditi che brillano come sole al tramonto, mela matura e albicocca sciroppata, fiori di ginestra selvatica, salvia e timo di collina, una mineralità pietrosa e salina che sa di mare lontano e di terra sacra. Profondo, stratificato, commovente. Un bouquet che non si limita a raccontare: incanta, ferisce, seduce. Al palato è pura intensità. Un sorso che ti avvolge come un abbraccio appassionato e ti trafigge con un’acidità vibrante, tagliente come lama di luce. Struttura possente, estratto generoso, sapidità marina potente e rocciosa che si allunga in un finale infinito, quasi doloroso nella sua bellezza. Frutta a nocciolo matura, erbe aromatiche, miele millefiori e spezie antiche emergono dal tempo in bottiglia, creando un’armonia commossa tra giovinezza eterna e saggezza profonda. È un bianco che non invecchia: si evolve, si fa più grande, più vivo, più indomito. un sospiro delle colline maceratesi che ti afferra l’anima, un sussurro millenario che si trasforma in urlo silenzioso dentro al calice. 89– Punti. – MARCHE IGT BIANCO PASSITO “GRIFAMANTE” 2025, LE CIME BASSE (MARCHE): si distende al naso con eleganza, regalando sensazioni di albicocca disidratata e fichi maturi, note di miele d’acacia e scorza d’arancia candita, un tocco di mandorla fresca e quel fondo minerale che ricorda tanto il territorio di Matelica, con le sue brezze fresche che arrivano dall’Appennino anche quando il sole picchia. C’è poi una vena balsamica sottile, quasi erboristica, che impedisce al frutto di diventare stucchevole che introduce un sorso avvolgente ma mai pesante. La dolcezza è ben bilanciata da una freschezza acida che è filo tesissimo e da una sapidità che pulisce il palato e invita al secondo bicchiere. La trama è vellutata, glicerica quel tanto che serve a dare volume, e il finale lungo, con ritorni di frutta gialla matura, miele e un’ammandorlata persistenza che rende la chiusura pulita e quasi salina. In un panorama di passiti a volte troppo opulenti o troppo semplici, questo ha carattere, misura e una personalità che sa delle Marche, quelle vere; è una storia di colline e mani che lavorano la terra. 88++ Punti. – SOAVE CLASSICO DOC “VINTAGE COLLECTION” 2016, INAMA (VENETO): dal calice i profumi arrivano per gradi, come da una porta che si apre lentamente. Prima la pesca gialla e la pera matura, poi il lime, la camomilla, il miele. E mentre voi e il vino respirate il racconto si allunga arricchendosi di paragrafi fatti di scorza di limone essiccata, albicocca, una lieve sfumatura di caramello, un ricordo di fiori appassiti che non ha nulla di stanco e molto di elegante. Tutto rimane sottile, sfumato in una complessità suggerita piuttosto che dichiarata. E l’assaggio concretizza quanto il naso aveva immaginato. Materico, disteso, setoso, occupa il palato senza invadere né appesantire. La materia è piena, distesa, quasi vellutata. La frutta è nitida, accompagnata da una freschezza ancora sorprendentemente viva e da una sapidità che emerge poco alla volta, come una corrente sotterranea. Il finale rimane sospeso tra miele leggero, agrume candito e una traccia minerale che continua a riaffiorare anche quando il bicchiere è ormai lontano dalle labbra. È una persistenza discreta, che rimane lì, anche quando il bicchiere torna a posarsi sul tavolo e la conversazione prosegue. Un vino che sa farsi ascoltare. 89- Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a FALSTAFF ITALIA e a tutti i Produttori presenti. In un periodo in cui i bianchi conquistano sempre più spazio nelle carte dei ristoranti e nelle preferenze di chi beve con curiosità, questo WHITE WINE PARTY è arrivato al momento giusto: non a caso, ma perché i vini bianchi italiani stanno vivendo un momento splendido, fatto di freschezza, complessità e grande versatilità. È stata una giornata intensa, in cui i protagonisti sono stati il vino, il tempo, l’uomo e il Territorio. Si è assaggiato il futuro di una categoria che non ha più bisogno di giustificazioni e, soprattutto, si è capito che eventi di questo tipo, quando fatti con misura e passione, riescono a unire operatori, appassionati e produttori senza trasformarsi in fiera o in passerella. Un esordio convincente, di quelli che lasciano voglia di rivedersi presto. Mettete in agenda l’Edizione 2027, io l’ho già fatto Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi