Vinodentro

Vinodentro è una damigiana (ché altri contenitori sarebbero troppo nobili) che riempio pian piano di emozioni e suggerimenti.
Vinodentro è un palco sul quale il vino è l’attore protagonista e a cui presto la mia voce ma che Vi invito a doppiare con la vostra, perchè qui non stiamo parlando di matematica ed il fatto che in un bicchiere 2 + 2 può benissimo non fare 4 è una magia e…deve stupirVi!
sono assaggi deliranti, storie di Produttori e di Territori, “recit de dégustation” relativi ad Eventi cui ho avuto il piacere di partecipare ed altro ancora, il tutto scritto trattando il vino in quanto tale: un prodotto della terra e dell’uomo e nobile proprio per le sue umili origini.

CERASUOLO D'ABRUZZO. Tra identità e futuro. Arrow Right Top Bg

2 Luglio, 2026

CERASUOLO D'ABRUZZO. Tra identità e futuro.

  IL COSA E IL DOVE Lo scorso 18 giugno, gli eleganti spazi di Palazzo Ripetta a Roma hanno ospitato un “Wine Experience” organizzata dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo e dedicata a quel Cerasuolo che di questa regione rappresenta la vera anima enoica. Non solo banchi d’assaggio ma un “talk” nel quale, presenti il Presidente del Consorzio Alessandro Nicodemi, il Cerimoniere di Stato Alessandro Scorsone e il sommelier del Ristorante Mirabelle Fabrizio Colaianni, l’attrice e sommelier Francesca Valtorta ha provato a sviscerare la poliedricità di un vino “unico” come il Cerasuolo d’Abruzzo accompagnando i giornalisti presenti in un viaggio tra Storia e storie di un Abruzzo del vino che, facendo leva su qualità e Tradizione, è ormai sempre più lanciato alla conquista di nuovi mercati ed estimatori. IL CERASUOLO D’ABRUZZO In Abruzzo, tra terreni ostinati e contadini poco inclini allo scherzo, nasce lui: “IL” Cerasuolo, quel rosato che per decenni ha recitato la parte del cugino simpatico mentre il Montepulciano si prendeva tutti gli onori, le medaglie e le copertine. Il “Cerasuolo” (dal latino “cerasum”, dal greco “keràsion” o dal napoletano “cerasa”) se ne sta nel bicchiere con quel colore da “ho preso un po’ di sole ma non esageriamo”, un rosa-ciliegia che oscilla tra il carino e il “non voglio sembrare troppo impegnativo ma…”. Tutto grazie al Montepulciano d’Abruzzo, trattato con la delicatezza di chi ha i campi da zappare e poco tempo da perdere. Già Polibio nel II secolo a.C. raccontava che questi vini abruzzesi avevano rimesso in piedi i soldati di Annibale dopo Canne. Traduzione libera: “Senza di noi eravate spacciati, ragazzi”. Secoli dopo Michele Torcia, Panfilo Serafini e vari manuali ottocenteschi citavano Montepulciano e “cerasuoli” o “cerasella” come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Per i contadini però non era vino da intenditori con il naso all’insù, era quello di tutti i giorni, quello che tiravi fuori con orgoglio quando arrivava la suocera o il compare importante. Due pigiate leggere, fermentazione express con le bucce, la vecchia “svacata”, magari il salasso e voilà: profumo di ciliegia, frutti rossi, rosa e quella firma vegetale di macchia mediterranea che sa di casa e di fatica. Fresco, beverino (anche), perfetto con arrosticini, pecorino stagionato, brodetto. Il jolly della tavola abruzzese, ignorato dai critici ma amato da chi lavora davvero. Negli anni Sessanta parte la grande epopea della DOC Montepulciano d’Abruzzo. Il Cerasuolo? Dentro anche lui, ma relegato a tipologia di contorno, il classico “fratello minore” che sorride mentre l’altro si prende la scena. Per quarant’anni ha fatto il paziente: “Tranquilli, sto bene qui nell’ombra, voi continuate a farvi belli”. Poi finalmente qualcuno si è accorto che questo vino aveva una personalità tutta sua (roba da matti, eh?). E nel 2010, zac! Nasce la sua DOC indipendente. Meglio tardi che mai, direbbe un abruzzese mentre si versa un altro bicchiere. Adesso può finalmente pavoneggiarsi un po’: Montepulciano almeno 85%, colore da copertina patinata, freschezza che ti schiaffeggia piacevolmente, sapidità da mare e un frutto croccante che fa vergognare tanti rosati da rivista. Ci sono le versioni “tutti i giorni” (le più oneste) e le Superiore che si mettono in tiro e invecchiano pure con una certa dignità inaspettata. Il bello è che non è un vino costruito a tavolino dai soliti guru del marketing. È TERRITORIO vero, con tutte le sue bizze: colline che scendono verso l’Adriatico, suoli lunatici, sbalzi termici da montagne capricciose e brezze che mischiano aria di mare e di pecora. Rustico quando gli gira, raffinato quando vuole fare bella figura, sorride quando Vi sorprende a scoprirlo più serio di quanto eravate disposti a concedergli. Insomma, il Cerasuolo d’Abruzzo è Storia, Storie e un sacco di Emozioni, il tutto condito con un bel “finalmente”. Un vino che ha aspettato il suo momento senza fare troppe scene, ha guardato il Montepulciano prendersi la ribalta e poi si è preso la sua, con calma e un sorrisetto ironico. GLI ASSAGGI Circa venti le Aziende presenti in rappresentanza di molte delle anime produttive della regione e tanti i vini in degustazione (tra cui “anche” il Cerasuolo). Un viaggio davvero interessante tra bianchi, rossi, bollicine e, naturalmente, rosati che Vi riassumo nella mia personalissima “TOP TWELVE”, dodici vini che Vi invito ad assaggiare personalmente per farVi un’idea, qualora non l’aveste già, di quanto l’Abruzzo del vino sia in grado di regalare in fatto di emozioni.   – TERRE D’ABRUZZO IGT BIANCO “MARGENTO” 2025, SIMIGLIANI: Riesling, Traminer, Palava, Pinot Grigio e un saldo di Chardonnay, un’ensemble che unisce acidità teutonica, aromaticità friulana e sapidità abruzzese. Riesling e Traminer guidano un olfatto ricco di pesca, albicocca e pera matura cui seguono pompelmo, cedro, un tocco di spezie… Il Palava aggiunge esoticità, il Pinot Grigio mandorla, erbe aromatiche e mineralità terragna, lo Chardonnay prova a fare da paciere ma…gli altri sembrano avere ciascuno una personalità troppo spiccata. E mentre state ancora ragionando su come la macerazione aggiunga tè nero, spezie dolci e un velo di zafferano, lo assaggiate e rimanete colpiti da come morbidezze e tannini sapientemente estratti si punzecchino simpaticamente. Di adriatica sapidità vive di un’acidità che tiene in equilibrio frutta polposa e ritorni di agrumi ed erbe aromatiche. Chiude lungo su amaricanti piacevolezze di mandorla e pompelmo sottolineate da un tannino che pulisce e invita a un secondo sorso. Un bianco “travestito da rosso” che ben rappresenta l’animo di Francesco, radici miste, curiosità, rispetto per la terra. Un vino sincero, personale e…dannatamente bevibile. Il punteggio? Difficile dirne…è un vino che rifugge gran parte delle categorie. Assaggiatelo e dite Voi. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “FANFARONE” 2025, SIMIGLIANI: “FANFARONE” è Montepulciano vinificato in rosa con l’intelligenza e la sensibilità di chi sa cosa sta facendo, lontano distanze dai rosati anemici e con la spina dorsale di un rosso “alleggerito”. Il naso è generoso e preciso. Fragola, lampone, ciliegia croccante, melograno… E poi viole, gerani, le erbe mediterranee portate dal vento e quella sapida mineralità che grida “Abruzzo” senza bisogno di etichette. Fresco, invitante, mai scontato, regala un sorso che convince. Struttura, acidità affilata, frutto succoso e croccante, sottolinea la sapidità e chiude con una firma di vegetale amaritudine che è firma di tradizione. Il tannino? Educato. La beva? Pericolosamente fluida. Una piccola cantina a Ripa Teatina e un ingegnere che ha deciso di lasciare le certezze dei calcoli e il porto sicuro di una scrivania e scegliere sudore e mani sporche di terra per produrre un vino autentico e territoriale, fatto con la testa e con il cuore. 86++ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “PORTARISPETTO” 2024, FONTEFICO: un naso che ne racconta l’origine con sincerità disarmante. Profuma di terra lavorata con “rispetto”, di erbe mediterranee, peperone verde e finocchietto selvatico, frutta bianca croccante (pera, mela golden, pesca), soffi d’agrume e quella mineralità sapido-gessosa che arriva dritta dal cuore della terra e dal respiro del mare. Sa di zolle rivoltate, del respiro salmastro del mare, di sole abruzzese. Mai niente di urlato, è tutto autentico, territoriale, senza artifici. E in bocca il legame con la terra si fa ancora più evidente. Struttura importante e morbidezza tenuta a bada dall’affilata e succosa freschezza. Zero effetti speciali, frutto è bianco e maturo e poi sapidità marcata che ricorda il sale delle onde vicine, mineralità profonda e persistente, finale lungo, elegante, con quel tocco leggermente amaricante a chiudere il cerchio. Muta nel bicchiere come la terra con le stagioni. C’è una dimensione profondamente territoriale in questo Trebbiano: non tanto nella forza del racconto, quanto nella sua capacità di evocare un luogo attraverso dettagli, sfumature, sensazioni. Il vento che attraversa le vigne, la vicinanza del mare, la trama minerale del suolo emergono nel vino come tracce discrete ma riconoscibili. È un bianco di misura e profondità, capace di esprimere con chiarezza il carattere della sua terra Non è solo un buon vino: è una dichiarazione d’intenti. Il rispetto, a volte, è una forma di ascolto e qui è il vigneto a prendere la parola. 88/++ – ABRUZZO DOC PECORINO “LA CANAGLIA” 2023, FONTEFICO: ti guarda sfacciato dal calice, come a dire: “eh, che vuoi?” Naso evoluto, da bullo di quartiere: limone e pompelmo sparati, erbe aromatiche che fanno a cazzotti con un tocco balsamico, fiori bianchi un po’ snob e quella mineralità salina che ti ricorda che il mare è lì dietro a fare il bullo pure lui. C’è pure un sottofondo di frutta tropicale che arriva con aria da “tranquilli! C’ho solo quattordicigradi!” Ma è in bocca che “LA CANAGLIA” tira fuori il suo vero talento da delinquente. Attacco fresco e sapido, quasi ti schiaffeggia con la salsedine, poi il sorso si allarga, diventa carnoso, glicerico si ma senza mai scadere nel “guarda quanto sono importante”. L’acidità è una lama, dritta e pronta al duello, che ti tiene sveglio e ti fa chiedere perché mai dovresti bere altro. Chiude lungo, con ritorni di erbe mediterranee, mandorla e quella firma iodata che ti spinge a prenotare un tavolo al mare solo per giustificare l’acquisto. Da una vigna con rese ridicole e suoli ostili un Pecorino lontano cento leghe dalle mode degli hipsters del vino, un birbante che merita il banco dei migliori. 88++ Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO SUPERIORE “LA FOIA” 2023, FONTEFICO: un corpo a corpo sensoriale. Appena lo liberi dalla prigione di vetro non chiede permesso, ti invade. Dopo un colore che sembra un presagio arriva un naso in cui la forza bruta della terra incontra la dolcezza traditrice del miele di castagno. È un profumo che sa di camomilla essiccata al sole, di fiori bianchi che hanno lottato contro il vento salmastro. E proprio quando pensi di averlo addomesticato, ecco un gancio destro di pepe bianco e spezie, un richiamo ancestrale che ti rammenta che questo non è uno scherzo. Il sorso è un corpo a corpo. Cremoso, quasi carnale, una carezza di velluto che nasconde muscoli d’acciaio. Riempie il palato con una corposità sfacciata e ti spiazza con una sciabolata di freschezza improvvisa, una lama acida che taglia la materia e tutto pulisce, lasciandoti addosso un brivido marino. È un equilibrio instabile, eccitante, come camminare su una fune tesa sopra l’Adriatico. La chiusura? Un addio che sa di arrivederci. Una sapidità minerale che ti resta incollata alle labbra, un finale lungo, lunghissimo, che sussurra storie di vigne vecchie Un vino da vivere. 87++ Punti. – CARASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “FOSSIMATTO” 2025, FONTEFICO: c’è del sano, bellissimo delirio in un Cerasuolo che rifiuta di recitare la parte del “rosato leggero da terrazza”. “FOSSIMATTO” è Montepulciano in purezza che ha deciso di vestirsi di rosa senza rinunciare alla schiena dritta, alla carne, alla terra e al carattere abruzzese. Un vino che guarda il mare ma affonda le radici nella roccia. Un Cerasuolo come pochi, lontano dai “rosati e dai compromessi tra rosso e bianco; un vino a sé, pieno, identitario, quasi arrogante nella sua capacità di riempire il calice e il pensiero. È presenza pura. Al naso è un’esplosione che racconta l’Abruzzo senza filtri: il ribes rosso maturo, il lampone selvatico, la fragola sotto il sole, poi erbe mediterranee, un soffio di terra umida dopo la pioggia, quel fondo minerale ferroso che sa di colline battute dal vento e dal sale dell’Adriatico vicino. Un bicchiere di Territorio, senza trucco e senza inganno. In bocca è strutturato, carnoso, vivo. L’acidità vibrante tiene in piedi una materia densa e succosa, i frutti rossi croccanti si intrecciano a una sapidità che arriva dritta dal mare, i tannini “forti e gentili” danno nerbo e un allungo che non finisce subito. Un vino in rosa che ha l’anima di un rosso e la freschezza del vento costiero. “FOSSIMATTO” è per chi cerca un vino con la spina dorsale. Perché certi vini non si bevono, si incontrano. 88–Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COCCA DI CASA” 2022, FONTEFICO: C’è un Abruzzo che non ha bisogno di urlare per farsi sentire. È quello che guarda il mare dalla Costa dei Trabocchi, dove il vento salmastro, la pietra e l’argilla decidono tutto. Nel calice: passione mediterranea che si fa seta Olfatto generoso ma senza strafare; non urla, racconta. Il naso è un abbraccio che avvolge, un intreccio di frutti rossi maturi, di prugna succosa, di ciliegia sotto spirito, che danzano con note più scure di liquirizia e un tocco balsamico che ricorda il sottobosco dopo la pioggia. Non mancano sfumature speziate, un pepe nero appena macinato che stuzzica e invita. In bocca si rivela con una struttura imponente ma mai sgarbata. Il sorso è pieno, avvolgente, con un tannino che morde con eleganza, ben integrato nel velluto della trama. La freschezza, pur non essendo protagonista assoluta, si fa sentire, bilanciando la potenza e invitando al secondo calice. Lungo e persistente il finale, con ritorni fruttati e una scia minerale che pulisce il palato lasciando un ricordo indelebile di terra e passione. Un vino che non ha fretta. Un vino che emoziona perché è sincero, che non vuole piacere a tutti i costi ma solo essere sé stesso. 88 Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO 2025, TENUTA I FAURI: Il naso è un cantiere aperto, un groviglio di sensazioni che sgomitano per uscire dal calice, un olfatto irrequieto, in continuo movimento. L’incipit sembra quasi rassicurante, con dolcezze di mela Granny Smith e pera Williams non ancora matura, ma è…un inganno. Perché gli agrumi alzano la voce: l’asprezza tagliente del limone, l’amaritudine della scorza d’arancia e un accenno di cedro che sferza le narici. E mentre cerchi di rimettere in ordine i pensieri, le ossa di pietra della Majella si immergono nel respiro salmastro dell’Adriatico ed emerge una sapidità quasi palpabile di sassi rimescolati dalle onde mescolata a folate di menta selvatica, timo e una mandorla tostata che sa di fine estate. In bocca è un duello. Una lama dritta, a doppio filo, freschezza citrina che agita le papille e sapidità che prosciuga il palato. Ma non è un vino esile; sotto la corazza nervosa c’è polpa, materia, l’anima di un territorio che regala sostanza senza mai appesantire. Il sorso si distende con prepotenza, svelando un dinamismo che gioca tutto sul contrasto tra la succosità del frutto e l’irruenza del sale. La chiusura è lunga, testarda, e lascia sul ring un ricordo di agrume spremuto e un’amaritudine di osso di pesca che ti costringe a cercare subito il sorso successivo. Figlio di un’annata che ha finalmente fatto pace con il calendario, di un’annata di redenzione, pecca forse di arrogante gioventù, ma è proprio questa sua schiettezza ruspante a renderlo irresistibile. Un vino che non chiede scusa e non fa prigionieri, non bussa prima di entrare e si siede a capotavola 88- punti – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “BALDOVINO” 2025, TENUTA I FAURI: il naso è un viaggio a ritroso nel tempo, un ritorno ai pomeriggi d’estate passati a rubare le ciliegie dall’albero del vicino. C’è il profumo dei duroni maturi, della melagrana che scrocchia sotto i denti e di quei piccoli frutti che i rovi provano a far crescere di nascosto. Ma basta un attimo perché il racconto si faccia più profondo, svelando note di radice di liquirizia, di pepe rosa e quel sentore di geranio selvatico che cresce lungo i fossi. È un olfatto che non si accontenta di apparire, ma vuole trascinarti dentro la vigna, tra la polvere e il vento che profuma di mare. In bocca è carezza ruvida e abbraccio energico, ti scuote e ti rassicura allo stesso tempo. Entra con una struttura che non ti aspetti, solido, materico, per poi esplodere in una freschezza acida che sembra un lampo improvviso in una notte d’agosto. La sapidità è la vera protagonista, una scia minerale che sa di argilla e di sale, un richiamo costante alla terra. Il sorso corre veloce, dinamico, quasi impaziente, e chiude con quell’amarognolo di mandorla che è come l’ultima pagina di un libro che non vorresti mai finire di leggere. Un calice in cui si agita una storia antica fatta di vigne a tendone e di mani che sanno di terra. Un vino che ha il cuore grande, un Montepulciano che ha scelto di rimanere adolescente (forse). 88 Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO “EKWO” 2022, TERRAVIVA: e poi arriva lui, “EKWO”. Dicono che significhi equilibrio, dal latino aequus. Ma l’equilibrio, si sa, è una bestia rara, soprattutto quando hai a che fare con la vita. Questo Pecorino, nel bicchiere, non è un tipo che ti urla in faccia le sue virtù. Ti sussurra, con una voce roca, verità che non ammettono repliche. L’olfatto è un pugno di mediterraneità, un diretto di scorza di limone e pompelmo, amaro quanto basta. Poi senti le erbe officinali, salvia e timo e quella nota di pietra focaia, quasi un odore di scintilla che ti dice che qui c’è qualcosa di vivo, di elettrico, sotto la superficie. Non è un profumo da annusare e basta, è da respirare a pieni polmoni, come l’aria dopo un temporale. In bocca, è un sorso di mare agitato che ti lascia il sale sulle labbra e un sapore di avventura. La sapidità è prepotente, ti prende e non ti molla, sostenuta da un’acidità citrina che ti pulisce la bocca come una promessa mantenuta. C’è polpa, certo, pesca gialla e nespola ma affatto svenevoli. È la trama tattile, quasi gessosa, che ti fa sentire la terra, la fatica, la verità. Un vino che ha un piglio rustico, ma con un’eleganza che non si compra, che non cerca di compiacere nessuno. Va dritto al punto, come un ubriaco che sa dove vuole andare. La chiusura è lunga e ti accompagna con un ammandorlato che ti ricorda che la vita, nonostante tutto, ha i suoi piccoli piaceri. E poi quel ritorno balsamico, come un sospiro profondo, che ti fa venire voglia di quell’altro sorso di cui hai bisogno. Un vino che non teme il tempo, perché ha già visto abbastanza ma che oggi, in questa bottiglia del ti racconta la freschezza di una gioventù che ha già capito come gira il mondo. In enoteca? Un prezzo… onesto. Non ti rapina, ti offre un pezzo di verità per quello che vale. Da bere ascoltando “SULLE LABBRA” dei COMA_COSE, ma con un bicchiere in mano e lo sguardo perso nell’orizzonte, dove il blu del mare si confonde col cielo, e pensi che, in fondo, non è andata poi così male. 88+ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “MARIO’S 49” 2021, TERRAVIVA: un olfatto che si apre piano, con quella lentezza che solo il tempo e il rispetto possono regalare. La frutta matura è la prima ad arrivare portando in dote pera Williams appena colta, pesca bianca e una mela golden che va scivolando verso la confettura. Sono poi gli agrumi ad alzare la tensione, quelli luminosi e con la buccia spessa ed è perfettamente a fuoco l’immagine dei fiori di ginestra bagnati dalla rugiada del mattino mentre dal fondo del calice si alza quella mineralità bagnata di pietra focaia e sale marino che parla chiaro delle colline abruzzesi affacciate sull’adriatico. Non è un bouquet urlato, è un sussurro che si fa via via più profondo, stratificato, quasi tridimensionale. In bocca entra con una verticalità sorprendente. L’attacco è sapido, fresco, quasi tagliente nella sua pulizia, eppure subito avvolgente. L’acidità è viva, vibrante, di quelle che danzano sul palato senza mai stancare, sostenuta da una struttura che rivela l’origine montana del vitigno. Il frutto si fa più denso, la pera e la pesca si fondono con note di mandorla fresca e un lieve idrocarburo che affiora discreto, segno di una complessità destinata a evolversi ancora negli anni. Il finale è lungo, salino, con un ritorno di timo e salvia selvatica e una persistenza che invita a riavvicinare il bicchiere, lentamente, senza fretta. “MARIO’S 49” non è solo un vino: è un atto di resistenza al tempo veloce. Un vino che parla di radici, di vigne alte che sfidano il vento, di un territorio che non ha bisogno di mode per raccontare la sua verità. Lo bevi e capisci che certi bianchi non si limitano a dissetare, accompagnano il pensiero, rallentano il respiro, e ti lasciano con quella sensazione rara di aver toccato qualcosa di autentico, di vivo, di destinato a migliorare ancora nel bicchiere e nella memoria. Un abbraccio lento all’Abruzzo in forma liquida. Da aprire senza fretta. 89– Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOP 2022, OLIVIA: c’è qualcosa di profondamente abruzzese in questo Montepulciano. Non il solito rosso robusto e un po’ rustico che tante volte si incontra nella regione, ma un vino che racconta una storia di terra, vento salmastro e cura artigianale. Al naso non si perde in eccessi. La frutta rossa matura emerge con i toni della prugna quasi passita e delle more dolci mentre le spezie, gentili, stendono un tappeto di vaniglia, pepe nero e cacao raccontando del breve viaggio nel legno. È un bouquet complesso ma non urlato, elegante nella sua espressività mediterranea. Il sorso conferma morbidezza e struttura, i tannini sono vellutati e ben educati e la viva acidità viva tiene tutto in equilibrio senza mai stancare. Il frutto è croccante e succoso, tornano la ciliegia nera e la liquirizia mentre sei indeciso se il salato sia mare o roccia. Lungo quanto deve e con un finale pulito giocato tra spezie e soffi balsamici. Non un urlo di potenza, ma un respiro profondo, il canto sommesso di una terra sospesa tra mare e montagna. Certo non un vino “da meditazione” ma un Montepulciano intelligente, quotidiano e di carattere. Da aprire senza troppe cerimonie, ma con il rispetto che si deve a chi sa raccontare un Territorio in silenzio. 87++ Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE intanto al Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo per avermi voluto ospitare a questo bell’Evento. È stata una esperienza molto ben organizzata e ricca di spunti di approfondimento che forse avrei preferito più “centrata” su quel Cerasuolo che doveva essere la “star” della serata e che invece, ai banchi d’assaggio, mi è sembrato recitare la parte del comprimario ma che ha avuto comunque il pregio di alzare il livello di attenzione e stimolare la curiosità dei numerosi winelovers intervenuti accendendo uno spot su un vino unico e poco incline a essere inquadrato nella famiglia dei “rosati modaioli”. Grazie anche a tutte le Aziende presenti e naturalmente a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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25 Giugno, 2026

BEREBIANCO 2026.Un'altra masterclass.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 23 maggio, le sale rinnovate del Grand Hotel Palatino di Roma hanno accolto la quarta edizione di BEREBIANCO, l’appuntamento che CUCINA & VINI porta avanti con ostinata, quasi militante passione. Non si tratta di una semplice celebrazione del vino bianco, ma di un atto di resistenza elegante contro l’Italia comoda del “vino d’annata”, quella che cerca il consenso immediato e il piacere facile. Il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, guadagnando con gli anni profondità, complessità e quel carattere unico che solo certe bottiglie mature sanno offrire. Eppure questi vini rimangono spesso nascosti, patrimonio di pochi estimatori, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nei ristoranti più importanti. BEREBIANCO è molto più di una degustazione: è una vetrina coraggiosa e un invito a cambiare prospettiva. Un viaggio lento e necessario attraverso l’altra Italia bianchista, quella che molti considerano ancora “seconda” ma che in realtà racchiude storie di terre antiche, di vignaioli testardi e visionari, di bottiglie che non temono il confronto con le più nobili espressioni internazionali, anzi lo cercano e spesso lo vincono. Un’occasione per fermarsi. Per ficcare il naso, assaggiare, ascoltare. Per ricordare che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico da combattere, ma l’alleato più raffinato, il grande scultore che rivela solo a chi sa aspettare ciò che di più vero e profondo si cela dentro ogni grande bottiglia. UN’ALTRA MASTERCLASS Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera. Una tavolozza viva di identità territoriali, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, con soste preziose in Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre, offerta ai banchi d’assaggio sempre affollati. Parallelamente al walk-around tasting, cinque masterclass dedicate alle vecchie annate hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano il vero significato di “evoluzione”. Assaggi verticali, orizzontali e a tratti diagonali che narravano, calice dopo calice, come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo scavi, lo renda più profondo, più autentico, più vero. In questa seconda masterclass, cinque vini da cinque diverse aziende, espressione di quattro regioni, Campania, Lazio, Marche e Umbria, e di cinque annate differenti. Un percorso che si muove tra colline e terroir del Centro-Sud, attraversando con eleganza il tempo e sette vendemmie. Una masterclass senza un tema stretto, se non quello dell’attesa: il tempo come silenzioso artigiano dell’edonismo, che lavora nell’ombra per regalare emozioni mature. Nelle parole di chi il vino lo fa si percepiscono passione, dedizione, fatica e la profonda volontà di trasmettere il territorio in bottiglie che meritano di essere attese e conquistate. I vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato? Quelli di questa masterclass lo fanno, e con rara intensità. Gli altri attendono solo la vostra curiosità. – GRECO DI TUFO DOCG “VIGNA SERRONE” 2016, CANTINE DI MARZO (CAMPANIA): un vino che incarna la forza selvatica e la profondità tellurica del tufo irpino. Certo non un Greco qualunque e forse il “bad boy” della cantina, quello con il carattere ruvido e magnetico, figlio di un cru preciso e di un’annata che ha saputo regalare struttura e longevità. Al naso è un tuffo nelle viscere della terra irpina. Si apre con una mineralità affilata, pietrosa, quasi fumé, con sentori di pietra focaia bagnata e nobiltà sulfuree a precedere agrumi maturi (cedro, limone candito), pesca gialla, albicocca, mela cotogna, un tocco di miele millefiori e gli aromatici afflati di salvia, timo e finocchietto selvatico. Un naso che richiede tempo e attenzione per comprenderne la complessità di rustica aristocrazia, per scovare quel fondo di mandorla fresca e resina che rende il bouquet profondo, stratificato, mai banale. In bocca ha potenza e tensione. L’incipit è materico ma sostenuto da un’acidità tagliente e da una sapidità minerale che graffia con eleganza. Gli agrumi e la pesca sono maturi ma ancora croccanti mentre le note di erbe aromatiche e di pompelmo sposano una nobile amaritudine di mandorla regalando al sorso grip e personalità fino a una chiusura che si distende in un orizzonte dominato dagli echi affumicati. Un vino da ascoltare in silenzio. 90 Punti. – FIANO DI AVELLINO DOCG 2015, TENUTA DEL MERIGGIO (CAMPANIA): il naso è un ritratto fedele del territorio di Montemiletto. Parte con una mineralità chiara, pietrosa, gessosa forse, accompagnata dall’eleganza di una nebbia fumé per poi aprirsi in un bouquet raffinato di pera Williams matura, mela cotogna, agrumi canditi, nocciola fresca, miele d’acacia, fiori di tiglio appassiti e un tocco erbaceo di salvia e camomilla. C’è eleganza, compostezza e quella tipica nota di mandorla verde che dona personalità senza esagerare. In bocca è teso e misurato. L’attacco è morbido ma sostenuto da un’acidità vibrante e da una sapidità minerale che ci accompagna lungo tutto il sorso dando la mano ad agrumi maturi, pesca bianca e una nocciola che dona amaritudini financo rinfrescanti. La mineralità tufacea torna prepotente, salina e quasi pietrosa, regalando un finale lungo, pulito e persistente, con echi di erbe aromatiche e una chiusura delicatamente ammandorlata. Un Fiano che ha saputo aspettare. Non un bianco di passaggio, ma un vino che si è preso tutto il tempo necessario per trasformarsi, per farsi più profondo, più irpino nell’anima. Si becca il mio premio “SURPRAIS” e 88++ Punti, no…dippiù! – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2012 RISERVA, FONTANA CANDIDA (LAZIO): qui il tempo ha lavorato con discrezione. Lo si percepisce già dai primi profumi, che non arrivano compatti ma si svelano lentamente, come pagine sfogliate senza fretta. All’inizio è la frutta a farsi riconoscere, matura ma ancora luminosa; poi arrivano il miele, gli agrumi canditi, la camomilla, e infine quelle sfumature più sottili che emergono solo concedendo al vino qualche minuto di attenzione. Nel bicchiere sembra muoversi per cerchi concentrici. Ogni ritorno al naso aggiunge un dettaglio, una sfumatura nuova, senza mai rompere l’armonia dell’insieme. Fedele a quei Castelli Romani che producono vini “di bocca” più che “di naso” sembra rifuggire l’intensità ricercando la profondità di un sorso divenuto urgenza. Entra morbido, quasi raccolto, poi si distende progressivamente, guadagnando spazio e precisione. La materia è ampia ma mai pesante, attraversata com’è da una scia sapida che ne accompagna il cammino e ne definisce il carattere. Tutto sembra procedere con naturalezza, senza accelerazioni né forzature. E nel finale, quando il vino sembra aver già detto tutto, riaffiorano note di mandorla, agrumi maturi e pietra, che lasciano una traccia lunga e silente di quel vulcano che era e che è. Un vino in cui l’equilibrio è una forma di complessità, un vino in cui il tempo si trasforma in racconto. A distanza di un anno dall’ultimo assaggio ho trovato “un altro vino”, a dimostrazione che ogni bottiglia è “quella” e “in quel momento”, il resto sono emozioni. 88 Punti. – VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG CLASSICO “UTOPIA” 2011 RISERVA, MONTECAPPONE(MARCHE): sembra appartenere a quell’ora incerta della sera in cui la luce smette di illuminare le cose e inizia a sfiorarle. Ha la calma di chi non ha nulla da dimostrare. I profumi affiorano uno dopo l’altro, come finestre aperte in una casa rimasta chiusa per anni; ci sono le scorze di agrumi dimenticate su una credenza, le erbe raccolte lungo un sentiero, le mandorle, il miele, la pietra scaldata dal sole… Ogni sorso sembra allungare il tempo. Non lo rallenta, lo dilata. Le parole diventano meno necessarie, i dettagli più nitidi. C’è qualcosa di profondamente marchigiano in questa capacità di unire misura e profondità, luce e materia, concretezza e immaginazione. Il vino procede senza strappi, seguendo una traiettoria morbida e continua…a tratti sembra quasi scomparire, salvo riaffiorare pochi istanti dopo attraverso una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una passeggiata vicino al mare in una giornata d’inverno. Un vino che non chiede di essere analizzato ma abitato, come certi luoghi che tornano alla mente molti anni dopo averli lasciati, non per ciò che erano realmente, ma per ciò che hanno saputo custodire dentro di noi. 88++ Punti. – UMBRIA BIANCO IGT TREBBIANO SPOLETINO “TREBIUM” 2010, ANTONELLI SAN MARCO(UMBRIA): a oltre tre lustri dalla vendemmia questo vino conserva ancora qualcosa di irrisolto; non nel senso di incompiuto, ma in quello più affascinante di un vino che continua a muoversi, a cambiare prospettiva, a sottrarsi a una definizione definitiva. Il naso è un’entrata a gamba tesa! Terra e tartufi sono lì, presenti, materici, a catechizzare su un’evoluzione che sarebbe da stolti ritenere compiuta perché… Perché in fondo al tunnel c’è una luce di agrumi e uno sferragliare di mineralità che Vi viene inesorabilmente incontro, uno scorrere velocissimo di finestrini speziati e minerali che raccontano di viaggi e destinazioni misteriose. Maturità ed energia fanno a sportellate e conducono a un sorso in cui si avverte come il tempo abbia modellato la materia senza addomesticarne il carattere. Mantiene slancio, percorre il palato con una progressione incisiva e trova nella sapidità un elemento di continuità piuttosto che di semplice sostegno. Più che largo, è profondo, più che avvolgente, è dinamico. La sensazione che accompagna la degustazione è quella di un vino che continua a guardare avanti. E il finale… Il finale non c’è! Sostituito dalla meraviglia dell’accapigliarsi tra ritorni agrumati, affondi grafitici e strilli iodati che lasciano una sensazione di quell’energia sottile e rara che hanno le cose che hanno trovato il proprio equilibrio senza rinunciare alla propria inquietudine. Un vino che non sembra interessato a raccontare il tempo trascorso ma piuttosto a raccontare quello che ha ancora davanti. 91 punti. E QUINDI? Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio. E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi invito, qualora non lo aveste già fatto, a mutare il vostro pensiero nei confronti di quei vini bianchi che fino a pochi anni fa neppure i Produttori immaginavano destinati al futuro e che invece sono capaci di farci viaggiare nel tempo sul tappeto volante delle emozioni.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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BEREBIANCO 2026. La masterclass #1 Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2026

BEREBIANCO 2026. La masterclass #1

  IL COSA E IL DOVE Lo scorso 23 maggio i rinnovati ambienti del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta edizione di BEREBIANCO, l’evento organizzato da CUCINA & VINI che, con ostinata passione, continua a raccontare un’Italia dei vini bianchi diversa da quella più comoda e rassicurante del “vino d’annata”. Perché il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, lo attraversano, guadagnando profondità, complessità e quel fascino unico che solo le bottiglie mature sanno regalare. Eppure questi tesori rimangono spesso nascosti, patrimonio quasi segreto di pochi estimatori illuminati, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nella migliore ristorazione italiana. BEREBIANCO è molto più di una semplice degustazione, è una vetrina coraggiosa, un invito esplicito a cambiare prospettiva. Un viaggio affascinante e necessario attraverso quell’Italia bianchista che ancora troppi considerano “seconda”, ma che in realtà custodisce storie di territori, di vignaioli testardi e di bottiglie capaci di confrontarsi ad armi pari con le più blasonate espressioni internazionali. Un’occasione per rallentare, per annusare, assaggiare e capire che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico ma il più raffinato degli alleati. LA PRIMA MASTERCLASS Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera. Questa la tavolozza di identità territoriali, dal Piemonte alla Sicilia, passando per Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre proposta ai partecipatissimi banchi d’assaggio. Ma parallelamente al walk-around tasting c’erano cinque masterclass dedicate alle vecchie annate che hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano cosa significa davvero “evoluzione”. Assaggi verticali, orizzontali, fors’anche diagonali che raccontavano come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo renda più profondo, più vero. Nella prima 6 vini da 6 Aziende diverse, da 6 regioni diverse e di sei annate diverse. Uno zigzagare da Sud a Nord, attraversando il nostro stivale e quattordici vendemmie. Una masterclass che non ha un tema specifico se non quello dell’attesa, del tempo che scorre, lavoratore silenzioso per il nostro edonismo. Nei racconti di chi il vino lo fa si leggono passione, impegno, fatica, voglia di comunicare il territorio e prodotti che sanno di un qualcosa che va meritato. I Vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato? Quelli di questa masterclass sicuramente si, gli altri aspettano la vostra curiosità. Date una letta alle mie personali note d’assaggio e chiedeteVi: “cosa ho fatto nel 2022? E nel 2009?…” – FIANO DI AVELLINO DOCG “DESMÓS” 2022 RISERVA, ANTICA HIRPINIA (CAMPANIA): si apre al naso con eleganza e complessità rivelando abbagli di ginestra e agrumi maturi che sono quasi scorza candita, dolcezze succose di pesca gialla e graffi amaricanti di salvia, finocchietto selvatico e mandorla fresca con quella vaniglia di fondo che, per quanto rimandi alla nobiltà del baccello cozza un po’ con la terragna mineralità del vulcano. L’incipit gustativo è fresco e incisivo e la sapidità irpina si fa largo con autorità, rendendo leggiadra la sostanza della frutta matura. Il legno c’è. È una carezza, ma data con mano che si sofferma quel “di più” che avrei preferito non ci fosse. Lungo il finale nel quale agrumi e mandorla duettano piacevolmente Un Fiano che racconta di legami profondi. “DESMÓS” non è solo un nome, è un filo che unisce una madre bicentenaria alle figlie e all’Irpinia. Forse troppo GGiovane. Per ora me ne sto in finestra e l’aspetto tra qualche anno. 86++ Punti – VENEZIA GIULIA IGT “BRAIDE ALTE” 2021, LIVON (FRIULI VENEZIA GIULIA): Ci sono etichette che attraversano le mode senza mai perdere centralità. “BRAIDE ALTE” appartiene a questa ristretta categoria. Un vino che negli anni ha saputo costruirsi un’identità precisa, riconoscibile, trovando nella misura il proprio tratto distintivo. L’annata 2021 si presenta con un naso di bella compostezza, dove la maturità del frutto non sfocia mai nell’eccesso; pesca bianca, cedro, fiori gialli e leggere sfumature aromatiche si rincorrono in una trama olfattiva sfaccettata, arricchita da richiami speziati e da una sottile vena minerale che emerge con gradualità. Più che per impatto, convince per profondità. E il sorso segue la stessa direzione. Ampio nell’ingresso, trova rapidamente equilibrio in una freschezza ben calibrata che ne sostiene lo sviluppo, a materia è ricca ma mai ridondante, attraversata da una sapidità progressiva che conferisce ritmo e definizione. Ed è proprio nella dinamica gustativa che il vino esprime il suo lato migliore, non mette mai in mostra i muscoli, piuttosto racconta di una continua tensione tra volume e slancio. La chiusura è lunga, precisa, scandita da ritorni agrumati e da una persistenza salina che invita immediatamente al sorso successivo. Un bianco che sembra aver abbandonato ogni tentazione esibizionista per concentrarsi sull’essenziale: equilibrio, leggibilità e capacità di evolvere nel bicchiere. Questa 2021 non è forse l’annata della massima opulenza, semmai quella della maturità. E spesso, nel vino come altrove, è proprio la maturità a rendere le cose più interessanti. 89–Punti. – VERMENTINO DI GALLURA DOCG “DEDICATO” 2020, SARAJA (SARDEGNA): olfatto generoso ma mai sopra le righe nel ricordarci pera matura, mela verde, cedro, pompelmo, i fiori bianchi…quella nota erbacea di intrichi di macchia mediterranea, timo e rosmarino che fa tanto Gallura. La mineralità arriva poi e, inarrestabile, porta l’odore del granito bagnato, del sale, dello iodio di un mare che è nell’aria anche quando è lontano dagli occhi. In bocca ha struttura ma non pesantezza. Il sorso è uno sferico equilibrio di acidità, sapidità e morbidezze gliceriche. Coinvolge e non appaga, stimola, invita a un altro bicchiere e quel finale ammandorlato… Un calice di granito e maestrale che non si limita a interpretare il Territorio ma lo celebra, lo scolpisce, lo rende memorabile. 89 Punti. – CAPRIANO DEL COLLE BIANCO DOC SUPERIORE “OTTEN 3” 2018, CANTINA SAN MICHELE (LOMBARDIA): lo guardi di traverso e capisci subito che è un vino che sfugge con una certa naturalezza alle categorie. Non tanto per originalità ricercata o per scelte stilistiche estreme, quanto perché sembra seguire una traiettoria propria, riconoscibile e difficilmente assimilabile ad altro. È un vino che non cerca mediazioni e che, proprio per questo, divide. Affascina profondamente o lascia perplessi, raramente suscita indifferenza. Di questa 2018 il tempo ha smussato gli spigoli senza intaccarne il carattere, permettendo al vino di esprimersi attraverso un linguaggio fatto di dettagli, richiami e continue sfumature. Il quadro aromatico si sviluppa lentamente, alternando suggestioni agrumate, cenni balsamici, erbe officinali e una componente minerale che emerge con crescente evidenza man mano che il vino prende aria. In bocca il racconto cambia poco. Non c’è ricerca dell’impatto immediato né volontà di conquistare attraverso la sola ricchezza materica. Il sorso procede dritto e inesorabile, seguendo una traiettoria precisa dall’attacco fino alla chiusura. Freschezza e sapidità si rincorrono senza mai prevalere l’una sull’altra, costruendo una progressione che trova nella continuità il proprio elemento distintivo. La persistenza è lunga, quasi meditativa, capace di lasciare una traccia più emotiva che aromatica. Ed è probabilmente qui che risiede la sua essenza, è un vino che chiede partecipazione, che non si limita a essere bevuto ma pretende di essere interpretato. Più che un esercizio di stile, una dichiarazione d’identità. E come tutte le identità forti, non nasce per mettere tutti d’accordo. Il punteggio? Difficile assegnargliene uno…magari 88, o forse 85. In fondo, che importa…assaggiatelo! – ALTO ADIGE VALLE ISARCO KERNER DOC “GALL” 2015, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE): si mostra al naso con un carattere schietto e montanaro. Note fumose leggere, quasi di pietra focaia e legna bagnata dalla guazza mattutina, si fondono a una frutta importante e matura che sottolinea pesca gialla, albicocca sciroppata e mela cotogna. Poi è il “Mr. Hyde” del Riesling ad avere la meglio sul “Dr. Jekyll” della Schiava Grossa, con quell’idrocarburo tagliente, quel petrolio nobile e minerale che arriva con l’età e dà complessità senza appesantire mentre sfumature di erbe alpine, resina e un tocco di fumo di camino spento chiudono il cerchio. In bocca è snello e diretto, quasi affilato, figlio della quota e dei vigneti più a N d’Italia. L’acidità è vibrante e nervosa, la frutta presenza e sostanza, la mineralità morenica… Salata e minerale la chiusura, accompagnata da ritorni erbacei che invogliano al secondo sorso. Un Kerner che sa di fatica e ristoro, di “ronchie” liberatorie dopo lunghe sequenze di tacche sfuggenti, di un buon chiodo che fa tirare il fiato dopo averlo trattenuto per troppi metri sprotetti, di cime che sembrano allontanarsi e del premio di un panorama. p.s. Tappo Stelvin perché…perché si! 89+ Punti. – LACRIMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC BIANCO “VIGNA DEL VULCANO” 2009, VILLA DORA (CAMPANIA): il naso è un viaggio nelle viscere del Vesuvio. Si apre lasciando subito un’idea di smalti e vernici stese su antichi legni nobili mescolata a misteri vulcanici che salgono dal profondo. La sua è una mineralità affilata, fumé, quasi sulfurea nella sua purezza lavica. Non dichiara apertamente l’età ma lascia che annusiate un ché di faticosa risalita lungo i pendii, di terra che ha lavorato a lungo prima di concedersi. Il frutto alza timidamente la testa, concedendo buccia di cedro, mandarino e albicocca disidratata per poi ritrarsi, quasi intimidito, dietro le nebbie cinerine. A quel punto il bicchiere si apre come un libro da sfogliare con rispetto, paragrafi di miele di castagno, di menta e finocchietto selvatico, di salvia essiccata, un tocco di resina, fiori bianchi appassiti e un sottofondo di tè nero. C’è un’eleganza austera, una complessità stratificata che non si concede subito, ma che premia chi sa aspettare. È il naso di un vino che sa di provenire dalle viscere della terra, figlio di lava raffreddata e di tempo paziente. In bocca è rivelazione. L’attacco è ricco, quasi carnoso, eppure sorretto da un’acidità vibrante e da una sapidità marina che taglia come lama affilata. Il frutto, evoluto ma integro, racconta pesca gialla matura, albicocca, cedro candito e un tocco di mandorla fresca, mentre la mineralità vulcanica torna prepotente, allungando il sorso in maniera impressionante. Il finale è lunghissimo, teso, sapido, con echi affumicati e una chiusura ammandorlata di grande pulizia e nitore. Il tempo, a volte, non aggiunge, rivela. E oggi, a distanza di diciassette anni dalla vendemmia, avete davanti un bicchiere che parla di lava e di mare, di pazienza contadina e di quel tempo lento che solo certi grandi bianchi campani sanno interpretare con tanta dignità e profondità. Un vino che racconta come il tempo possa diventare parte integrante del linguaggio del bicchiere, senza mai sovrastarne la voce originaria. Un incontro che lascia il segno. 92 Punti, forse. E QUINDI? E quindi niente… Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio. E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi do appuntamento alla prossima settimana per raccontarVi ancora storie di tempo e di bottiglie.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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BEREBIANCO 2026. Cucina & Vini mette al centro i grandi vini italiani. Arrow Right Top Bg

11 Giugno, 2026

BEREBIANCO 2026. Cucina & Vini mette al centro i grandi vini italiani.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 23 maggio i rinnovati spazi del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta Edizione di BEREBIANCO, Evento organizzato da CUCINA & VINI e dedicato ai grandi bianchi da invecchiamento di un’Italia che ancora si ostina a negare l’evidenza e a proseguire nella richiesta di vini bianchi “ancora da vendemmiare”. Circa 50 le aziende presenti e oltre 150 le etichette in degustazione ai banchi d’assaggio e 5 masterclass dedicate non solo alle vecchie annate ma soprattutto al racconto che i Produttori ne hanno fatto, perché un vino è molto più che “solo” un vino, è storia, passione, lavoro, ricordi, aspettativa, emozioni… Una giornata all’insegna del Territorio e della Qualità che ha radunato un gran numero di appassionati e professionisti del settore ma soprattutto ha inaspettatamente intercettato la curiosità di quei giovani che spesso “mancano” nelle statistiche di coloro che si mostrano interessati al vino e al bere consapevole. GLI ASSAGGI Come già accennato c’era tanto, davvero tanto da assaggiare. Una prima occhiata alla sala mi ha fatto subito capire che era meglio mettere da parte qualsiasi tipo di programma e lasciarsi trasportare dall’estro e dall’agilità necessaria a schivare le lunghe file ai tavoli dei Produttori più blasonati per dedicarsi ai nomi nuovi e/o a quanto il caso era in grado di offrirci. Alla fine, tra gli ormai canonici circa sessanta assaggi, ho creduto opportuno sottoporre alla Vostra attenzione dieci etichette, dieci calici di emozioni che Vi invito a provare personalmente perché nessuna parola (soprattutto altrui) potrà mai sostituirsi all’esperienza diretta. – VALLE ISARCO GRÜNER VELTLINER DOC “RIGGER” 2019, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE): Ci sono vini che profumano di frutto. E poi ci sono vini che profumano di aria. Questo 2019 sa di vento freddo che scende dalle montagne, di erbe schiacciate tra le mani e di pietra chiara bagnata dalla pioggia. Il tempo ha intagliato la corazza acerba del Gruner Veltliner scoprendone un profilo fatto di profondità. Il naso si muove lento ma inesorabile. Mela gialla, pera matura, pesca bianca e mango aprono schiudono il sipario olfattivo regalando morbidezze solari, poi cambia tutto. Arrivano pepe bianco, melissa, fieno essiccato, salvia alpina e quella vena vegetale finissima che scomoda il sedano bianco. Tutto è teso, pulito, verticale. Respira ancora. Ed esce la montagna. L’acqua gelida e la pietra aguzza sono presenza e presidio. La bocca è larga ma affilata. Inizialmente morbida, quasi cremosa, poi la freschezza rimette il vino in asse e lo porta dritto verso un finale sapido, pepato, amaricante quanto basta. Tornano agrume verde, mela croccante, erbe officinali e quella scia di pepe bianco che resta attaccata al palato. Ma non ha voglia di impressionare, non alza la voce. Lavora sui dettagli, sulle sfumature con precisione glaciale. Un vino che oggi non corre più. Cammina lento. Ma sa esattamente dove andare. 88+ Punti – COLLIO DOC MALVASIA 2022, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): ha qualcosa di inquieto e mediterraneo dentro un paesaggio che mediterraneo non è (o forse si?). Nasce dove il Collio perde l’eleganza della cartolina e diventa intreccio contadino di vento, ponca e vigne, tensione continua tra luce e ombra. Il primo impatto è quasi obliquo, non esplode, si insinua. Rosa gialla, foglia di limone, salvia, poi pesca bianca e una nota sottile di tè agli agrumi. Poi il salmastro e lo scuro di un’impressione di pietra umida, di buccia d’arancia lasciata essiccare al sole, di erbe spontanee schiacciate tra le mani. È un vino che profuma più di vento che di frutta. In bocca ha materia da vendere ma resta nervoso, vivo. Il sorso entra morbido e subito si arrampica, attraversato da una vena sapida che sembra arrivare direttamente dal fondo del mare che era. E nel finale torna quell’amaritudine mediterranea, elegante e irrisolta, che rende la Malvasia un vitigno così umano: mai completamente ordinato, mai davvero addomesticato. È un vino di respiro, un bicchiere che sembra raccontare non tanto il vitigno quanto quel confine che il Territorio cancella, una stretta di mano tra la freschezza del nord e la memoria solare dell’Adriatico. 88++ Punti. – COLLIO DOC BIANCO 2021 RISERVA, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): non cerca di rappresentare il Collio, piuttosto di interrogarlo. In un’epoca che pretende definizioni immediate e identità facilmente riconoscibili sceglie la complessità come forma di resistenza. Non si affida alla voce di una singola varietà, ma costruisce il proprio linguaggio attraverso il dialogo. È un vino che nasce dall’assemblaggio e che dell’assemblaggio conserva la più alta ambizione: trasformare la pluralità in unità senza cancellarne le differenze. Al naso si muove con lentezza e profondità. I primi richiami sono quelli degli agrumi maturi, il cedro, il pompelmo giallo, la scorza di limone candita… Poi sono pesca bianca, albicocca appena matura, pera Williams…e ancora sfumature di fiori bianchi, camomilla, ginestra, che lasciano progressivamente spazio a una trama più complessa fatta di erbe officinali, mandorla fresca, nocciola, spezie dolci e delicati richiami fumé. Sullo sfondo affiora quella mineralità gessosa di una ponca che definire il carattere del vino ben più che i singoli aromi. La sua cifra non è l’intensità, ma la profondità, non procede per affermazioni, ma per allusioni. Ogni elemento sembra emergere e ritirarsi con la naturalezza delle cose necessarie. Nulla si impone, tutto concorre. L’assaggio restituisce una materia ampia e avvolgente, attraversata da una tensione costante. L’ingresso è morbido e pieno, quasi cremoso, ma immediatamente sostenuto da una freschezza agrumata che ne ridisegna i contorni. La componente sapida, precisa e persistente, accompagna il sorso lungo tutta la progressione, conferendo slancio e profondità. Ritornano le sensazioni di agrume, frutta gialla e mandorla, mentre il finale si distende lungo su toni salmastri, speziati e leggermente tostati. È il rapporto che instaura con il tempo che chiede attenzione. Non il tempo dell’invecchiamento, troppo spesso evocato come misura di valore, ma il tempo della comprensione. Il tempo necessario perché un paesaggio diventi memoria, perché un luogo smetta di essere geografia e diventi cultura. È figlio di una terra di confine e i confini non sono mai soltanto linee di separazione, sono luoghi di incontro, di contaminazione, di negoziazione continua. Questo vino sembra assorbirne la lezione più profonda, la sua identità non nasce dalla purezza, ma dalla relazione, non dalla semplificazione, ma dall’equilibrio. Restituisce questa visione con particolare lucidità. Possiede energia senza nervosismo, densità senza peso, maturità senza opulenza Ogni componente appare inserita all’interno di un disegno più ampio, come se l’obiettivo non fosse costruire un grande bianco, ma raggiungere una forma di armonia, come se il suo scopo fosse quello di ricordarci che l’eleganza, ogni tanto, non coincide con la sottrazione ma con la capacità di dare ordine alla complessità. Come certi paesaggi collinari osservati dall’alto, dove ogni vigneto, ogni bosco e ogni sentiero sembrano occupare un posto inevitabile, trova la propria bellezza nella misura delle relazioni che lo compongono. Più che raccontare un territorio, ne interpreta il pensiero. 89 Punti. – VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE “KRAMORI” 2024, SARAJA (SARDEGNA): “KRAMORI” nasce sotto lo sguardo del Monte Limbara, dove il granito si fa vento e il vento si fa sale. Nel bicchiere racconta la Gallura ruvida a colpi di agrumi maturi e pesca bianca, di ginestre e fieno. E mentre soppesate un ché di spezie ecco la macchia mediterranea, gli inciampi di ginepro, il soffio costante di salvia e rosmarino e quella mineralità granitica che ti ricorda che sotto i piedi non hai terra ma roccia antica come il mondo. In bocca fa sul serio, entra ampio, generoso, quasi avvolgente, eppure resta teso come una corda di violino affilato come la lama a due fili della spada fresco-sapida. Cincischia un po’ con la frutta matura e, nel finale, arriva il sale! Come un’onda che si ritira sulla spiaggia di Budoni, lasciando una scia ammandorlata, amara e lunghissima. È un vino che ha eleganza e carattere, precisione e carnalità. Non urla, canta. E lo fa con quella voce un po’ roca e solare tipica della Sardegna del nord. Un vino che ci ricorda come certi territori non si raccontano, si bevono.  88++ Punti. – VERMENTINO DI GALLURA DOCG VENDEMMIA TARDIVA “KARI DÌ PÈTRA” 2022, SARAJA (SARDEGNA): Il naso è consistente, un abbraccio caldo e complesso di Gallura matura. Non corre, che si prende il suo tempo, come la vendemmia che lo ha generato e regala note di frutta bianca stramatura, pesca noce, albicocca sciroppata, cedro candito e scorza d’arancia. La nocciola tostata arriva dopo, accompagnata da una carezza di vaniglia e da un soffio di fiori di ginestra secchi mentre il miele di corbezzolo e le spezie dolci si fondono con la mineralità della roccia scaldata dal sole. In bocca ha corpo, materia e una ricchezza che è lusso senza ostentazione. Entra ampio, avvolgente, il frutto è denso e maturo, ma l’acidità vibrante e la sapidità marina lo tengono in piedi, impedendogli di cadere in mollezze sdolcinate. Il finale è lungo, aristocratico, con ritorni di mandorla, miele e il sigillo di una mineralità granitica. Da un vigneto piccolo e ostinato un Vermentino che parla di vento, maestrale e tempo rubato alla terra. Non il mio Vermentino ma un sorso che resta. 89 Punti? Forse si. – ETNA BIANCO DOC 2025, TORNATORE (SICILIA): si apre su profumi netti di cedro, crema di limone, mela verde e pesca bianca, accompagnati da richiami di ginestra, finocchietto, erbe spontanee e pietra vulcanica. Un corredo aromatico che fa della nitidezza la propria profondità. Ogni aroma appare a fuoco, come illuminato dalla luce tersa delle contrade etnee. L’Etna Bianco di Tornatore è uno di quei vini che ricordano quanto l’altitudine sia una componente del gusto prima ancora che un dato geografico. Perché se la Sicilia richiama immediatamente il sole, la maturità e l’abbondanza, qui il racconto cambia prospettiva. Sale di quota, rallenta i ritmi e acquista definizione. In bocca è slanciato, salino, attraversato da una freschezza che ne definisce l’architettura senza mai diventare tagliente, un sorso in cui gli agrumi ritornano insieme a note di mandorla fresca e a una mineralità quasi polverosa che richiama la roccia lavica frantumata. Preciso più che complesso, lascia che ogni cosa occupi il proprio posto senza eccessi né concessioni. Avanza con passo sicuro, mantenendo fino alla chiusura quella sensazione di energia composta che rappresenta probabilmente la sua qualità più distintiva. In un territorio che spesso viene raccontato attraverso la forza del vulcano questo vino ne racconta l’eleganza e dimostra come, sull’Etna, la vera profondità non nasca dalla potenza della montagna, ma dalla capacità di trasformarla in tensione, luce e misura. 88++ Punti. – ETNA BIANCO DOC “PIETRARIZZO” 2023, TORNATORE (SICILIA): olfatto verticale, quasi tagliente, che prima sussurra soltanto e poi riempie tutto lo spazio. Limone candito e cedro duettano con pesca bianca tropicali succosità, la ginestra accompagna il tiglio, e la pietra è un’anima nera, una eco fumé che sull’Etna non è vezzo ma memoria. C’è il vento dentro questo vino. Lo sentite mentre muove erbe di montagna, timo selvatico, una camomilla appena accennata e una salinità che sa di roccia bagnata più che di mare. Il sorso non concede scorciatoie: entra teso, affilato, minerale. La freschezza corre veloce sulle gengive ma trova subito profondità, materia, una consistenza quasi lavica che allarga il vino senza appesantirlo mai. E allora ecco il contrasto, bellissimo, tra la luce agrumata del Carricante e quell’ombra vulcanica fatta di fumo, sale e terra che parla la lingua del fuoco. Finale lungo, salino, di quelli che Vi fanno tornare al bicchiere anche quando non c’è più nulla da capire. Solo da bere. Un vino che guarda il vulcano senza abbassare lo sguardo… 89 Punti. – VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT TRAMINER AROMATICO 2024, STEFANO POLA (VENETO): se al naso può sembrare una versione fresca e quasi “alleggerita” del vitigno non vuol dire che non ne rappresenti l’espressività. Subito un bel bouquet di fiori nel quale spiccano rosa canina, tiglio e un tocco di sambuco. Poi, dopo una frutta bianca che racconta mela golden croccante, pesca bianca e un accenno di albicocca matura ma non troppo, ecco che esce l’anima del Traminer, quella spezia dolce, discreta, lo zenzero candito, un filo di cumino e quella chiusura balsamico-minerale a ricordarci che non siamo in Alsazia o in Alto Adige ma in Valbelluna, dove il freddo scolpisce verticalità. In bocca è vibrante. L’acidità montanara è ben presente e fa da scheletro a un sorso che ha sostanza ma non peso. Buona la sapidità, pulita la chiusura, con quel ritorno floreale e leggermente speziato che invita al secondo bicchiere, quell’aromaticità che accompagna senza aggredire. Onesto, territoriale, magari non ti fa sognare ad occhi aperti come certi fuoriclasse, ma ti lascia un bel ricordo Brindo alla viticoltura di montagna che non urla, ma parla con chiarezza. 87++ Punti. – VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT RIESLING 2023, STEFANO POLA (VENETO): un Riesling che sembra nascere da una luce fredda, da una luminosità obliqua, minerale, che appartiene alle vigne alte e ai pomeriggi attraversati dal vento. Non rincorre il modello renano né la scorciatoia idrocarburica. Piuttosto lavora sulla trasparenza, sul vuoto tra le cose, sul modo in cui l’acidità può diventare materia architettonica invece che semplice slancio gustativo. Al naso tutto accade per frammenti: lime, pietra che rotola, mela acerba, resina. Poi una nota quasi fumé, sottile, come l’aria impregnata di roccia dopo uno scroscio d’acqua. Nessuna concessione aromatica, nessuna ampiezza consolatoria. Il vino resta contratto, verticale, ostinatamente montano. In bocca è una linea tesa tra quota e tempo. Il sorso è cote che affila, avanza per sottrazione, scavando un solco profondo nella sapidità e lasciando che sia il ritmo, più che il volume, a costruire la persistenza e il finale è lungo ma silenzioso. Sa di agrume, sale ed erbe di montagna schiacciate tra le dita. Un vino che non occupa spazio, ma lo crea attorno a sé. Un vino che è un paesaggio da attraversare lentamente, un vino da ascoltare prima che da bere. 88–Punti. – CUSTOZA DOC SUPERIORE “CÀ DEL MAGRO” 2018, MONTE DEL FRÀ (VENETO): nel bicchiere rimane per qualche istante in silenzio, quasi trattenuto, come se volesse invitarti a prendere il suo ritmo. E quando poi si apre arrivano la scorza di cedro, la ginestra, la mimosa, la camomilla secca dimenticata sopra un tavolo di legno, la polpa gialla della nespola matura, un tropico di ananas e mango. E chiede tempo per regalarVi le sensazioni più profonde, quasi polverose, di ghiaia, terra asciutta ed erbe selvatiche schiacciate. È un vino che sembra custodire dentro di sé il paesaggio da cui nasce, con quella miscela precisa di luce e fatica tipica delle colline moreniche veronesi. Il sorso ha qualcosa di antico. Non cerca morbidezze facili né luminosità costruite, scorre teso, salino, leggermente amaricante nel finale. Parla una lingua spesso dimenticata e racconta meglio di una fotografia. E mentre il bicchiere si scalda, cambia, diventa più largo, più profondo, quasi malinconico, mette in pausa il racconto della frutta e inizia quello del tempo. 88 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE innanzitutto a CUCINA & VINI per avermi voluto ospitare ancora una volta. GRAZIE a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di ascoltare i miei deliri enoici e quelli che hanno avuto la fortuna di vedermi semplicemente passare davanti al proprio tavolo. E GRAZIE a Voi che avete avuto il buon cuore di dedicare qualche minuto del Vostro tempo alle mie parole e siete arrivati a leggermi fino qui. È stata una giornata impegnativa per tutti, per gli Organizzatori (cui voglio dare una bonaria tiratina d’orecchie per lo spazio un pochino risicato della nuova location) e per tutto il pubblico intervenuto. Davvero tanti gli spunti di approfondimento e la presa di coscienza del tanto lavoro che ci sarà da fare da ora in avanti; la comunicazione è fondamentale per avvicinare al vino le nuove generazioni, lo meritano il vino, chi lo fa, chi lo vende e chi ne scrive. E mentre metto già in agenda l’Edizione 2027 e Vi invito caldamente a fare lo stesso, aspetto quel BEREROSSO che ancora manca all’appello Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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ALTA LANGA A ROMA 2026. Le bollicine piemontesi incontrano la Capitale. Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2026

ALTA LANGA A ROMA 2026. Le bollicine piemontesi incontrano la Capitale.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 11 Maggio gli eleganti ambienti dello SPAZIO FIELD di PALAZZO BRANCACCIO a Roma, hanno ospitato ALTA LANGA A ROMA, evento organizzato dal CONSORZIO ALTA LANGA per celebrare quelle bollicine piemontesi che oggi raccolgono l’eredità e proseguono la tradizione del primo Metodo Classico d’Italia. Una manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre 700 operatori del settore e giornalisti e che il Presidente del Consorzio Giovanni Minetti ha confermato diventerà un appuntamento fisso nell’ampio panorama degli Eventi della Capitale.   L’ALTA LANGA L’Alta Langa non è una semplice denominazione: è un paesaggio verticale, un Piemonte che cambia quota, luce e temperatura, dove la vite smette di cercare potenza e inizia a lavorare sulla tensione. Qui i vigneti salgono oltre i 250 metri, spesso ben sopra i 600, tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo, esclusivamente sulla destra del Tanaro. Colline alte, fredde, ventilate, terre di margine che proprio nel limite hanno trovato la propria identità. La geologia le ha lasciato in dote suoli poveri, ricchi di scheletro, capaci di drenare rapidamente e costringere la pianta a scavare in profondità. Da qui nasce la firma più riconoscibile dell’Alta Langa: acidità tagliente, salinità, precisione minerale, tutti elementi affatto accessori per sostenere lunghi affinamenti sui lieviti e dare al Metodo Classico una struttura capace di evolvere nel tempo. Anche il clima gioca una partita decisiva. Il “Marino”, il vento che risale dalla Liguria, attraversa queste colline creando forti escursioni termiche tra giorno e notte. Le maturazioni rallentano, gli aromi restano integri, l’acidità non cede. In un’epoca in cui molte zone cercano freschezza artificiale, l’Alta Langa la possiede naturalmente. IERI E OGGI La vocazione spumantistica dell’Alta Langa non nasce oggi e nemmeno negli anni Novanta. Le prime intuizioni risalgono già all’Ottocento, quando alcune famiglie aristocratiche piemontesi iniziarono a guardare alla Francia non con imitazione, ma con ambizione. I Conti di Sambuy furono tra i primi a introdurre varietà francesi nelle colline piemontesi. Poco dopo, attorno al 1850, il Marchese Leopoldo Incisa ampliò la propria collezione di vitigni a Rocchetta Tanaro, in un contesto dove Pinot Nero e Chardonnay erano ancora percepiti come corpi estranei da una cultura agricola profondamente locale. La vera svolta arriva però nel 1865 con Carlo Gancia. Dopo aver studiato in Champagne, comprese che quelle colline alte e fredde possedevano caratteristiche ideali per produrre grandi vini rifermentati in bottiglia. Nasce così il primo Metodo Classico italiano. Un’intuizione destinata a cambiare il destino del territorio. Per decenni questa tradizione rimane frammentata, quasi sotterranea. La rinascita moderna arriva soltanto negli anni Novanta con il “Progetto Spumante”, una collaborazione tra produttori e grandi case storiche per individuare cloni, esposizioni e terreni realmente vocati alla spumantizzazione di alta gamma. Partecipano nomi come Cinzano, Contratto, Fontanafredda, Gancia, Martini & Rossi, Riccadonna e Banfi. È il momento in cui l’Alta Langa smette di essere un’intuizione e diventa una visione condivisa. Da quel lavoro nasceranno prima la DOC nel 2002 e poi la DOCG nel 2011 e un disciplinare costruito attorno a pochi ma estremamente chiari principi. Pinot Nero e Chardonnay per almeno il 90%, con la possibilità di utilizzare piccole percentuali di altri vitigni non aromatici (talvolta anche Nebbiolo). L’unicità di esistere solo millesimata, in modo che ogni bottiglia racconti un’unica vendemmia con tutte le sue tensioni climatiche e le sue differenze è certo una scelta radicale, quasi controcorrente, ma mette il Territorio davanti alla standardizzazione. L’esilio sui lieviti? Minimo trenta mesi (trentasei per la tipologia Riserva), con molti Produttori che spingono gli affinamenti molto più in là, cercando profondità, ampiezza e complessità senza sacrificare la verticalità del vino. In questo contesto si inserisce anche la crescente diffusione del Pas Dosé come scelta che elimini qualsiasi elemento correttivo finale lasciando emergere il vino nella sua forma più nuda. Acidità, sale, materia, tempo, nessun equilibrio costruito, nessuna dolcezza di compensazione, solo Territorio GLI ASSAGGI 47 Aziende e 115 etichette in degustazione, a rappresentare circa l’80% della produzione. Masterclass tematiche e banchi d’assaggio. Tanto, tantissimo, troppo da assaggiare per uno solo come me; nomi nuovi, vecchie conoscenze, tradizione e modernità sotto lo stesso tetto. Inevitabile dunque fare delle scelte e spesso necessario affidarsi all’estro del momento e/o sfruttare i tavoli meno affollati. Tra i circa sessanta assaggi della giornata ne ho selezionati dieci che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione; dieci etichette che Vi invito ad assaggiare personalmente, ché le mie parole non potranno mai sostituire l’esperienza. QUELLO DA NOVANTA – ALTA LANGA DOCG “SPECIAL CUVÉE” PAS DOSÉ 2016 RISERVA, CONTRATTO: C’è qualcosa di scandalosamente aristocratico in questo vino. Ha il fascino pericoloso di una donna elegantissima che sa di essere desiderata ma non ha fretta di concedersi, che è in grado di controllare tutto fino all’istante preciso in cui decide di non farlo più. E dopo un gioco di sguardi il primo respiro è una carezza asciutta di scorza di cedro e nocciola tostata, poi è il calore del miele bruciato e della crosta di brioche ancora tiepida prima dello schiaffo del gesso bagnato. Per ultima arriva quella vibrazione minerale…ti attraversa la lingua come seta tirata lentamente sulla pelle nuda, lunga, tesa, quasi tagliente. È lì che capisci che non vuole essere per tutti. Il lungo esilio sui lieviti gli ha insegnato il linguaggio della profondità. Non urla, mai. Sussurra e…ti resta addosso. Il Pinot Nero domina con una sensualità scura e composta, mentre lo Chardonnay entra in scena più tardi, come unghie laccate lungo la schiena: preciso, verticale, inevitabile. In bocca è lusso e lussuria, non ostentazione ma tensione erotica trattenuta, piacere che fermenta, si accumula, matura.
E quando finalmente arriva, è chirurgico. Perlage sottile come lingerie francese per una bocca che è una stanza buia: agrume candito, nocciola tostata, sale, pietra focaia, pane caldo e una freschezza che continua a mordere anche dopo il sorso. Un vino per due persone troppo vicine, per dita che sfiorano lo stelo del calice più lentamente del necessario.
Un vino per quelle ore della notte quando il lusso perde compostezza, il trucco non è più perfetto e nessuno ha davvero voglia di tornare a casa. E più che elegante, a quel punto, diventa inevitabile. 91 Punti, forse 92. I QUASIQUASI – ALTA LANGA DOCG “480m” BLANC DE BLANC BRUT NATURE 2021 RISERVA, DELTETTO: niente dosaggio, niente maquillage aromatico, solo Chardonnay e tempo. Tempo vero, perché i 42 mesi sui lieviti non sono un dettaglio tecnico ma la chiave della sua identità. Il primo naso è quasi severo: crosta di pane, scorza di lievito, agrume giallo, poi lentamente emergono timo, pesca bianca e una nota di pasticceria secca che ricorda certi Blanc de Blancs di impostazione nordica. La barrique usata non lascia tracce dolciastre, ma allunga la materia e dà profondità tattile. La bocca è il punto centrale del vino: verticale, salina, nervosa. Brut Nature nel senso più corretto del termine, asciutto senza essere magro. Quei 480m/slm si traducono in una spinta acida affilata che accompagna il sorso fino a un finale lungo, quasi gessoso, senza facili cremosità ma con una progressione continua ed elegante che fa molto Alta Langa contemporanea. Forse champagneggiante, sicuramente piemontese, meno volume, più profondità; meno immediatezza, più dinamica. Un vino che parla sottovoce, ma resta in mente a lungo. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “CINQUECENTO” BRUT 2022, VITE COLTE: un vino che sta dove l’Alta Langa smette di inseguire lo Champagne e comincia a parlare una lingua tutta sua, tra verticalità alpina e precisione. “CINQUECENTO” non è marketing, è geografia, quota, identità. Il naso gioca su registri nitidi: crosta di pane, agrume fresco, fiori bianchi, nocciola appena tostata. Ma ciò che colpisce davvero è la compostezza aromatica: nessuna concessione alla dolcezza, mai sovraesposizione del frutto. Tutto resta teso, ordinato, verticale. In bocca è cremoso e profondo, elegante, mai opulento, ha ritmo. L’effervescenza accompagna senza invadere, mentre acidità e sapidità guidano il sorso verso un finale agrumato e salino, molto “Alta Langa” nell’anima. Un vino che non cerca effetti speciali, ma continuità, pulizia e bevibilità. Ed è proprio questo il suo pregio maggiore. 88+ Punti. – ALTA LANGA DOCG “ZERO 140 SATURNO” PAS DOSÉ 2013 RISERVA, SERAFINO: per la prima volta solo pinot Nero, radicalmente Pas Dosé e con quei dodici anni sui lieviti che sono dichiarazione di identità e non esercizio stilistico Il naso non racconta esuberanza giovanile ma profondità e controllo. Ampio, stratificato, quasi contemplativo. Crosta di pane, nocciola tostata, miele d’acacia, frutta candita, spezie dolci, pietra bagnata. La crema pasticcera, il burro salato e l’agrume candito arrivano dopo e strizzano l’occhio più a certi Champagne maturi che alle bollicine “de noartri”. L’assaggio sorprende. È cremoso, largo, quasi burroso nella tessitura eppure mai pesante. È attraversato da una vena acida e minerale che tiene il sorso vivo fino all’ultimo e il finale è lunghissimo, salino, secco, con quella chiusura austera che solo i grandi Pas Dosé riescono ad avere. È quasi un manifesto tecnico e culturale, e certo non può piacere a tutti ma… Ha la supponenza di chi non se ne cura. 89 Punti. – ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS PAS DOSÉ 2022, CONTRATTO: la finissima effervescenza è ordinata, come il dettaglio di un abito cucito bene e veicola subito i profumi di cedro, mela verde e fiori bianchi mentre procedono con calma studiata quelli di pane caldo e mandorla e il gesso riempie l’aria con una nota minerale che sa di cantina fresca e muri antichi. Il sorso è rigoroso ma mai severo. È sfacciatamente sincero, asciutto, certo, molto teso, molto verticale, ma senza quell’austerità triste di certi Pas Dosé costruiti solo per dimostrare qualcosa, ha energia, ritmo, leggerezza, entra preciso e poi si allunga con una scia salina che fa venire voglia di allungare la mano per averne dell’altro. Sembra uscito la una festa elegante del 1928, una di quelle con orchestra jazz, sigarette lunghe e bicchieri sempre pieni (ma facendo attenzione a non perdere mai la misura, forse…). Un vino elegante e sofisticato ma mai serioso. 89- Punti. – ALTA LANGA DOCG “FOR ENGLAND” BLANC DE NOIRS 2021, CONTRATTO: occupa il bicchiere come i vini che non hanno il bisogno di spiegarsi (e non si impegna neppure nel cercare di risultare simpatico). Nessuna ricerca di rotondità contemporanee, nessun effetto brioche gonfia, nessuna comfort zone cremosa. Molto “british”, algido e un po’ troppo sulle sue all’inizio, abbandona la bombetta quasi con riluttanza concedendo mela rossa ancora fredda di cantina, scorza di cedro, un accenno di pane appena tostato. Mai decisamente fruttato preferisce strizzare l’occhio alle piccantezze di zenzero, alla mandorla che ha conosciuto il sale e a quella sensazione fredda, quasi atmosferica che accenna alla pietra e Vi lascia con un qualcosa di ferroso che ricorda l’odore che hanno mani dopo aver toccato una ringhiera in inverno. La bolla è sottile e nervosa, non accompagna il vino, lo tira, allungando il sorso sempre oltre l’atteso. E mentre tra agrumi è tostature l’aria è elettrica, qualche grado in più concede ricordi di erbe alpine tabacco, mandorla e una sottile e controllatissima nota ossidativa che sembra restare sospesa appena sopra il bicchiere. Un vino che a metà bottiglia si smette di analizzare e si continua a versare. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “90 MESI” PAS DOSÉ 2014 RISERVA, DAFFARA & GRASSO: potreste pensare a una “prova d’autore” ma non troverete alcuna insicurezza in questo vino d’esordio della Cantina e avrete l’impressione che novanta mesi sui lieviti gli abbiano dato qualcosa che assomiglia più alla pazienza che alla complessità. All’inizio profuma di pane caldo e miele chiaro, poi inizia a zigzagare e arrivano il fieno secco, il cedro candito, la mandorla, una nota di erbe fredde. Sul fondo resta sempre qualcosa di piemontese nel senso più profondo del termine, una specie di austerità gentile, mai severa, ma incapace di civettare. Il Pinot Nero domina senza fare rumore dando al vino quella struttura larga, quasi tattile, che ricorda certi grandi rossi delle Langhe quando iniziano a invecchiare bene. Lo Chardonnay invece porta luce tra le pieghe, come le finestre strette delle cascine che lasciano entrare il sole solo per poche ore al giorno. E poi c’è il tempo. Lo senti soprattutto nel finale, quando la bolla ormai è sparita e rimane soltanto una profonda traccia sapida che continua a muoversi lentamente in bocca. È la parte più bella del vino: il momento in cui smette di sembrare uno spumante e diventa memoria. Sembra arrivare da un Piemonte che esiste ancora soltanto in certi pomeriggi d’inverno: vigne nude, nebbia alta, trattori fermi davanti alle cascine e quell’odore di mosto vecchio che rimane attaccato al legno delle cantine anche molti anni dopo la vendemmia. Sa di un vino nato in silenzio che non vuole assomigliare a qualcos’altro Ha il coraggio raro che hanno le cose provinciali quando diventano adulte: non vuole essere Champagne, non vuole essere moderno, non vuole nemmeno piacere a tutti. Vuole soltanto durare. 89- Punti. – ALTA LANGA DOCG EXTRA BRUT 2022, ROCCASANTA: questo 2022 non è un vino perfetto. Ed è precisamente la sua parte migliore. Il perlage arriva nervoso, irregolare quasi. Non c’è la crema rassicurante delle bollicine costruite per piacere a tutti. C’è invece un’acidità che si allunga come aria fredda dentro una stanza vuota. Sa un po’ di lievito ruvido, un po’ di nocciola piemontese vera, un po’ di agrume, e soprattutto ha quella sensazione minerale difficile da spiegare: non la pietra da manuale AIS, ma qualcosa che ricorda certi muri umidi di cascina dopo la pioggia. Non Vi meravigliate di leggere poco riguardo ai descrittori (avete occhi naso e bocca anche Voi), ché qui, una volta tanto siamo di fronte a un vino che costringe ad andare oltre il vino. Perletto non è una langa da week-end motivational, non ci vai per staccare, ci vai e basta (e già questo, nel 2026; è un atto politico). È una Langa faticosa, le vigne salgono storte, i boschi si mangiano la luce e d’Inverno sembra che qualcuno abbia abbassato il volume del mondo. In mezzo a questo paesaggio c’è Pietro (Monti), non vedente dal 2011. Il vino che fa non chiede compassione, né tantomeno vuole trasformarsi in manifesto motivazionale. Nessuna estetica della resilienza, nessuna retorica del “superare i limiti”, la stessa etichetta in braille è tono su tono e non strilla, chiede attenzione. Il vino che fa, semplicemente cambia prospettiva e, piuttosto, fa emergere una domanda scomoda: quanto beviamo davvero con i sensi e quanto con l’etichetta, il colore, il posizionamento? Il vino contemporaneo è diventato lusso narrativo, etichette minimali, bottiglie pesanti, parole come identità, esperienza, esclusività. E la stessa Alta Langa, oggi, sembra essere diventata la denominazione preferita da chi vuole sentirsi elegante senza correre il rischio della vera radicalità. È la bollicina del professionista milanese che ordina la “finanziera” perché dice di amare il Territorio, salvo poi bere solo Champagne il resto dell’anno. Beh, ROCCASANTA sembra stare altrove, più vicino al rumore del remuage che alle strategie di branding, più vicino alla terra che all’algoritmo, il suo vino è spigoloso, ostinato, a tratti persino antipatico. Ma te lo ricordi. Da bere ascoltando BLIND dei TALKING HEADS. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA S2” 2015, MARCO CAPRA: a Santo Stefano Belbo le Langhe cominciano a perdere la postura aristocratica da Nebbiolo in giacca beige e tornano a essere campagna vera. Meno colline fotogeniche, più vento, più fatica e nessuna vergogna di sapere di mosto e gasolio agricolo. “S2” assomiglia esattamente a quel paesaggio, non si presenta morbido e accomodante come molte bollicine italiane contemporanee, tutte prese a sembrare versioni a rate dello Champagne. È Nervoso, birichino. Prima arrivano mela gialla, nocciola e un’idea di salvia e crosta di pane, poi il ritmo cambia: crema bruciata, liquirizia, pietra spaccata, agrume amaro. Mentre lo bevi è irrequieto come certa gente che non riesce a stare seduta composta a tavola. Il 2015 gli ha lasciato addosso una maturità strana, non quella dei vini “importanti”, gonfi di gravità e autostima, ma quella di chi ha smesso di voler dimostrare qualcosa. Certo il tempo sui lieviti si sente, ma non diventa mai pasticceria da albergo di lusso, è più una vibrazione contadina sotto la superficie elegante. E soprattutto manca quell’ossessione contemporanea per la perfezione tecnica assoluta. Oggi molti Alta Langa sembrano progettati da un gruppo di consulenti che ha paura del silenzio: tutto lucidissimo, precisissimo, senza una piega, senza un inciampo. Bellissimi come gli ingressi dei centri benessere. E memorabili più o meno quanto gli ingressi dei centri benessere. “S2” ha ancora delle asperità, delle piccole storture, degli spigoli vivi. E infatti Vi resta in testa molto più di vini teoricamente “migliori”. Forse perché, al di là della faccenda del metodo classico, del disciplinare, dei mesi sui lieviti e delle degustazioni coi termini francesi pronunciati male, questo vino continua ad avere una qualità rarissima: sembra fatto da un uomo. 89 Punti, forse di più. – ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA” ROSÉ 2022, MARCO CAPRA: ha un modo tutto suo di stare nel bicchiere. Per un attimo sembra uno di quei rosé che conosci già. Il colore invita all’equivoco: tenue, elegante, quasi educato. Poi prende un’altra strada, e lo fa lentamente, come certe persone che parlano poco ma quando iniziano non assomigliano a nessuno. All’inizio c’è un’idea di freddo, ma non temperatura, proprio freddo; aria di collina alta, ombra lunga, pietra umida. Il frutto arriva dopo, piccolo e contratto, più meraviglia di melograno spaccato che fragola, più ribes acerbo che smancerie di fragolina. E sotto, quasi nascosta, una traccia di lievito sottile, da pane lasciato raffreddare sul tavolo. Il perlage è fine ma soprattutto funzionale, accompagna una materia che resta tesa fino alla fine, non accarezza, punzecchia, tiene svegli. Il Pinot Nero sembra avere le ginocchia sbucciate, niente dolcezze decorative, niente fragolina da aperitivo; porta piuttosto in dote una sorta di ombra ferrosa, un lato ematico sottile che dà profondità al vino senza appesantirlo. Lo Chardonnay invece…lo Chardonnay prova inutilmente a rimettere ordine, come uno che continua a sistemarsi la camicia a una festa già finita male. I 36 mesi sui lieviti non aggiungono peso ma memoria, smussano gli angoli senza cancellare il carattere. “SEITREMENDA” è femmina che ti fa tornare a casa con il sorriso storto e la camicia abbottonata confondendo la prima asola. Bravo Marco! Carattere, Territorio e un bel paio di… 88 punti con un bel +. E QUINDI? E quindi GRAZIE al CONSORZIO ALTA LANGA per avermi voluto ospitare ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza e il buon cuore di sopportare le mie elucubrazioni e quelli che per motivi di tempo mi hanno solo visto passare davanti al proprio tavolo. È stata una giornata intensa all’insegna della qualità e del Territorio, un Evento organizzato con cura. Certo, visto il numero dei Produttori presenti e il grande afflusso di persone, avrei preferito degli spazi un pochino più ampi ma le “imprecisioni” fanno parte del gioco e servono di sprone a fare sempre meglio. Metto dunque in agenda sin da ora l’Edizione 2027 e datemi retta…fatelo anche Voi Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Il Pinot Grigio racconta il Collio. La masterclass di GAMBERO ROSSO. Arrow Right Top Bg

28 Maggio, 2026

Il Pinot Grigio racconta il Collio. La masterclass di GAMBERO ROSSO.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 4 Maggio nelle sale della GAMBERO ROSSO ACADEMY di Roma il CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO ha organizzato una interessantissima masterclass dedicata al Pinot Grigio ma soprattutto al Collio in quanto marcatore delle caratteristiche sensoriali dei vini prodotti al suo interno e, nel caso del vitigno in oggetto, “valorizzatore” dell’idea comune che se ne ha.       IL COLLIO Il Collio non è un territorio che si racconta con la geografia, ma con la tensione. È una mezzaluna di colline incastrata tra pianura, montagne e Slovenia, dove il vino nasce sempre da una forma di contrasto: luce e ombra, Adriatico e Alpi Giulie, morbidezza e verticalità; una terra di confine in senso quasi ossessivo, politico, culturale, climatico. E il bicchiere lo traduce fedelmente. Qui la parola chiave non è “minerale” detta a caso, ma equilibrio dinamico. La famosa ponca (che ormai tutti sapranno essere un’alternanza friabile di marne e arenarie eoceniche tecnicamente definite come flysch) non è folklore geologico ma motore del paesaggio gustativo: drenaggio rapido, vigoria controllata, maturazioni complete ma mai statiche. Il risultato è una materia che può essere ricca senza diventare larga. Il Collio è stato storicamente il laboratorio italiano del bianco ambizioso, non quello semplice da sete estiva, ma quello pensato come vino di struttura, profondità e longevità. Qui il gesto tecnico non è mai stato un tabù: acciaio, legno grande, macerazioni, blend, soste sulle fecce, tutto è stato usato, discusso, estremizzato e poi raffinato. Il paradosso è che un territorio percepito come “classico” ha in realtà un’anima profondamente sperimentale. Il registro aromatico raramente urla, piuttosto stratifica: erbe fini, fiori bianchi, pesca non tropicale, agrume maturo, salinità quasi gessosa e una chiusura spesso amaricante che dà firma territoriale. Il Collio migliore non cerca consenso immediato, cerca progressione. Le varietà qui sembrano trovare un lessico comune. Il Friulano parla di mandorla, tattilità e territorio, la Ribolla Gialla è acidità e tensione, quasi architettura liquida, il Sauvignon Blanc perde caricatura aromatica e guadagna precisione e…il Pinot Grigio, quando fatto seriamente, smette di essere categoria commerciale e torna vino. Poi c’è la frattura identitaria che ha reso il Collio quello che è: la vicinanza con Brda, il confine mobile, la storia spezzata del dopoguerra. Da una parte Italia dall’altra Slovenia, ma medesima matrice culturale e pedologica. È difficile capire davvero il Collio se lo si pensa come Denominazione e non come ecosistema storico. In sintesi: il Collio è uno dei pochi territori italiani in cui il vino bianco ha sviluppato una grammatica adulta. Non vive di immediatezza, ma di profondità. Non seduce, convince. O, per dirla più brutalmente: se cerchi profumo trovi tante zone; se cerchi forma, il Collio entra nella conversazione. IL PINOT GRIGIO Il Pinot Grigio è probabilmente uno dei vitigni più fraintesi del panorama contemporaneo. Ha pagato il successo con la banalizzazione: enorme riconoscibilità commerciale, scarsissima considerazione critica, è diventato categoria prima ancora di essere vino. Ordinare “un Pinot Grigio” in molti contesti significa non chiedere un’identità, ma una funzione: freschezza, facilità, neutralità. Ed è qui che inizia il problema. In un mondo in cui non esiste più il “bianco” e il “nero”, in un mondo che ha scelto il “grigio” per accontentare tutti e non scontentare nessuno, il Pinot Grigio, quando preso sul serio, è quasi un ossimoro. È un vitigno ambiguo, geneticamente una mutazione del Pinot Noir, e quell’origine se la porta dietro come memoria strutturale: buccia ramata, sensibilità agronomica, resa qualitativa non sempre generosa, capacità di accumulare materia più che semplice aromaticità. Non è un vitigno da esibizione olfattiva, raramente conquista per impatto; non ha la verticalità acida di una Riesling, né la firma aromatica di un Sauvignon Blanc. Il suo talento è altrove: tessitura, volume, tattilità. Vinificazioni “industriali” che lo spogliano di tutto quanto lo rende interessante (raccolta precoce, pressature aggressive, fermentazioni pulite fino all’anonimato) restituiscono il Pinot Grigio che tutti conoscono e pochi ricordano. Un liquido corretto, funzionale, intercambiabile. Ma il Pinot Grigio di territorio cambia linguaggio. In aree come il Collio acquisisce densità senza perdere misura. La componente fenolica diventa risorsa: lieve grip, finale amaricante, profondità gustativa che lo rende più gastronomico di quanto il mercato abbia lasciato intendere. Anche il colore racconta molto. Quelle bucce grigio-rosate permettono interpretazioni che vanno dal bianco cristallino al ramato. E proprio il ramato, storicamente tutt’altro che eccentrico, restituisce al vitigno una parte della sua identità originaria: più materia, più struttura, meno ossessione per la trasparenza tecnica. Il Pinot Grigio non è un vino da colpo di fulmine. È un vino di sottrazione, chiede attenzione a chi beve e rigore a chi produce. Non perdona scorciatoie ma, nelle versioni migliori, offre una forma di eleganza poco spettacolare e quindi più difficile da raccontare. Il suo pregio non è stupire ma stare in equilibrio in una zona sottile tra discrezione e carattere. In un’epoca che premia vini che gridano, il Pinot Grigio migliore resta quasi controculturale: parla piano, ma ha qualcosa da dire. LA MASTERCLASS Condotta da Giuseppe Carrus (curatore della Guida VINI D’ITALIA di GAMBERO ROSSO) e Luca Raccaro (Presidente del CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO), ha proposto un viaggio in diciannove tappe. Diciannove etichette prodotte da altrettante Aziende, una sorta di collage del Territorio che ha consentito di mettere in risalto le caratteristiche peculiari delle sue diverse zone in relazione a esposizione, quota e stile del Produttore. Diciannove etichette che hanno evidenziato come alle annate più giovani spetti il compito di comunicare gli aspetti primari e varietali del vitigno mentre col trascorrere del tempo sia il Territorio ad alzare la testa. Diciannove etichette che provo a raccontarVi in rigoroso ordine di assaggio. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2025, HUMAR: un olfatto delicato che si presenta con una inattesa speziatura per proporre poi calde delicatezze di fiori di campo e fieno, dolcezze di mela Fuji e sprazzi agrumati su uno sfondo moderatamente salino. La sapidità si apprezza invece in bocca e, spalleggiata dai rimandi di agrume, fa da stampella a una acidità che sembra stentare a tenere il passo del volume glicerico e contribuisce a allungare il finale. 86++ Punti.   – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2025, RUSSIZ SUPERIORE: olfatto segnato da note di gesso bagnato e da un’idea di sale marino che contrasta con le note dolci e vezzose del tiglio. E poi una lunga scia verde di anice e menta e un ché di muschio e precedere il corteo della frutta: melone, mela, agrume… Giovane e teso propone un sorso di grande freschezza e animo salino ammorbidito dalla carezza del legno e con un lungo finale green punteggiato di intarsi ammandorlati. 87 Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, MARCO SCOLARIS: mela Golden e intrecci tropicali si alternano ad agrumi e acacia mentre un bel corredo di erbe aromatiche adorna l’animo elegantemente minerale e salmastro di un vino che invita al sorso. E in bocca è gustoso, delicato ma presente, con una freschezza fruttata che poggia su solide basi sapido-minerali e una chiusura vispa firmata dall’anice. 87– Punti.   – COLLIO DOC PINOT GRIGIO “BRAIDE GRANDE” 2024, LIVON: la vaniglia (quella del baccello) è subito padrona del calice ma pian piano cede il passo al più delicato tiglio. Dolcezze che trovano alleati anche in una frutta bianca che è una macedonia di pera Williams e mela Golden e che fanno a sportellate con una mineralità profonda e importante. Il sorso è coerente, sostanzioso e dinamico, morbido in ingresso e sostenuto da una freschezza calibrata che accompagna la progressione gustativa e da una sapidità che trova in una sottile peposità un valido alleato per non perdere il passo mentre nel finale si affaccia un alito mentolato che sa del respiro del Collio. 87+ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, FRUSCALZO: c’è una categoria di Pinot Grigio che si limita a esistere e una, molto più rara, che prova ancora a raccontare un luogo. Quello di FRUSCALZO appartiene con decisione al secondo gruppo: niente costruzioni aromatiche compiacenti, niente profili standardizzati da bianco “internazionale”, ma una lettura del Collio che conserva misura e identità. Il naso non cerca volume, ma definizione. Prima la frutta, pesca, pera matura, mela golden, poi scorza d’agrumi, fiori bianchi e una sfumatura appena mielata che allarga il profilo senza trascinarlo verso morbidezze eccessive. Sullo sfondo emerge una nota minerale discreta, quasi gessosa, che restituisce tensione e profondità. L’assaggio conferma l’impressione iniziale: ingresso pieno ma non ridondante, materia ben calibrata, acidità che accompagna senza irrigidire. Il frutto è maturo, leggibile, sostenuto da una trama lineare e da una lieve sapidità che rende il sorso progressivo. Interessante la chiusura, con una sottile impronta fenolica e un finale pulito, leggermente agrumato. È un Pinot Grigio che rinuncia volentieri all’effetto facile per lavorare sulla precisione. Non seduce con immediatezza caricaturale, ma costruisce il proprio equilibrio su dettagli, misura e continuità di beva. Più che un esercizio di stile, una bottiglia che sembra ricordare come il Pinot Grigio, quando non viene trattato da semplice commodity, possa avere qualcosa da raccontare. 86++ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, PIGHIN: profilo olfattivo che solletica con aromi di scorza di pompelmo, pera, mela, un vabbè di banana e ananas che salvia, anice e sambuco nascondono con uno sbuffo e molta sapienza su uno sfondo minerale e iodato. Sorso che se la mole alcolica rende necessariamente morbido e ciccione, rimane comunque agile e articolato grazie a una componente fresco sapida muscolare e tonica. 87 Punti con forse un +.   – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, ZORZON: al naso tanta frutta: la mela matura, la pera appena più croccante, un forse di ciliegia, gli agrumi a rinfrescare e una granola pietrosa a porre fine alle smancerie. In bocca mostra una buona cremosità ma meno sostanza rispetto a quanto l’esame olfattivo avrebbe fatto supporre. La buona coerenza con i descrittori percepiti al naso regala un assaggio stratificato, con la dolcezza della frutta a dettare il ritmo e le parti dure a prendere pian piano in mano la situazione regalando un assaggio interessante ma di stampo forse un po’ troppo internazionale. 85- Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, RONCO BLANCHIS: dalla parte più a Sud del Collio un Pinot Grigio dall’olfatto inizialmente scontroso come si conviene a un Friulano. Ma gli basta poco per sciogliersi e allora eccolo, potente, materico. Frutta matura, una pera Kaiser ad aprire, poi la scorza di mandarino poi l’albicocca e quelle note vegetali che si nascondevano dietro un dito. Il gelsomino, la menta, una nota fumé che strizza l’occhio a un forse di pietra focaia. In bocca ha corpo e muscolatura, lo scatto di un velocista, l’agilità di un ginnasta, la forza di chi alza il bilanciere… Iniziale dolcezza, sapidità che tenta la fuga con la complicità dei tannini, freschezza che lascia andare perché già sa che il futuro sarà suo. Forse appena corto ma…notevole. 87++ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, BORGO SAVAIAN: un incipit arrembante fatto di tattilità di salvia (cicciotta, con le foglie ricoperte di vellutata peluria) e contorni di mentuccia romana seguito da rimandi di melagrana e geranio su uno sfondo di pietra appena bagnata. In bocca si muove agile sfruttando il gioco di gambe fresco-sapido per tenere a bada una glicericità non arrembante ma presente quanto serve a rendere avvolgente il sorso. Nell’allungo non proprio da campione mostra tutta la sua giovinezza ma aspettatelo, il ragazzo si farà. 88 Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, SKOK: regala al naso note di nocciola e gesso bagnato, fieno e frutta bianca, calore e semplicità ravvivati da arancia candita e albicocca matura, da ricami speziati di zenzero e da freschezze di rosmarino. Il sorso conferma, lascia che emerga un floreale di rosa, stuzzica con leggiadri tannini e sottolinea soprattutto le note vegetali e le spezie calcando la mano su una sapidità che a Jasbana è firma del Territorio. 87+ Punti.   – COLLIO DOC PINOT GRIGIO “JESERA” 2023, VENICA & VENICA: la mandorla amara è la prima ad alzare la mano per farsi vedere e l’acacia, che provava a dire la sua si ritrova così in un angolino a tenere compagni a una frutta leggera che scomoda anche un’idea di fragola. In bocca la mineralità impone la propria mole mentre il sottile tannino batte il tempo e sollecita la beva di un vino che spinge sulle durezze ma fa leva sulla materia per evitare che queste siano di ostacolo al sorso. 87++ Punti.   – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2023, FERRUCCIO SGUBIN: qui la menta sembra essere fin troppo esuberante nella sua slanciata delicatezza e, insieme col sambuco, introduce un corteo fruttato di pera, mela Golden e frutto della passione in marcia sulla guida rossa di agrumi e sale. In bocca la frutta è accompagnata da sensazioni di mandorla e miele e il finale è un sostanziale pareggio tra la spiccata acidità e la salinità quasi piccante. Un Pinot Grigio giovane ma già assennato. 87++ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2022, COLMELLO DI GROTTA: tra gelsomini e zest di limone si fanno strada kiwi e pesca gialla macerata con un appena di caramello a fare a cazzotti con una sensazione marina e quasi acciugosa e quell’atmosfera fumé che fa tanto misteriosa eleganza. In bocca è succoso, glicerico, forse addirittura grasso; decisamente sapido mostra un ottimo equilibrio e una acidità perfettamente integrata con la polpa mentre, nel finale, vive del contrasto tra le sottili amaritudini vegetali e i dolci rimandi olfattivi. 87++ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO “NOT SVN” 2021 RISERVA, PARASCHOS: riassaggiarlo a un anno di distanza mi consente di confermare che questo Pinot Grigio gioca un campionato a parte. D’altra parte, quel nome…“NOT”, una negazione asciutta, che sa di definitivo, non questo né quello. Il naso sembra abitare uno spazio tutto suo, non tanto geograficamente (forse al limite ma il Collio è lì, con le sue colline morbide e la ponca che si sgretola tra le dita) quanto emotivamente, uno spazio fatto di tempi lenti e regole fatte per essere infrante. Non dà certezze, suggerisce. La scorza d’arancia, l’albicocca lasciata seccare al sole, il miele di castagno, le erbe amare, il mistero del tè, la certezza del tabacco, della resina, il sospiro di un vecchio libro impolverato, l’imprevedibilità aromatica tipica di certi vini artigianali ben riusciti: non caos ma libertà controllata. In bocca è materia pura, presenza tattile, energia in movimento. Sempre leggibilissimo, mai caricaturale, mostra il frutto maturo, la presa tannica, la sensazione ematica, un alcol freddo, immaturo, vegetale, una sapidità che sembra provenire dall’anima stessa di quel mare che ora è polvere e roccia e un finale che…è come ritrovarsi in una storia già iniziata senza che nessuno si sia preso la briga di spiegarVi da dove partire e che…arriverà…forse. Un vino in cui la macerazione non è estetica né dichiarazione ideologica ma linguaggio. Non la reinterpretazione del Pinot Grigio ma, forse, il suo manifesto. Un vino che non è fatto per rassicurare ma per porre domande. Un vino per chi sa di non sapere. Coerentemente non 90 Punti, ma quasi. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO “DAR” 2021, MATIJAŽ TERČIČ: dal versante S della stessa collina del precedente un Pinot Grigio diverso, elegante, complesso, per certi versi quasi didattico. Ci va giù duro con le balsamicità vegetali sottolineando salvia e nepitella ma poi è un profluvio di frutta estiva matura: pera Williams, mela renetta, i cedri maturi a prendere per mano la salinità minerale e piccante, una sgranocchiata di frutta secca… In bocca è dinamismo puro, uno scalpitio di freschezza e sapidità sapientemente domato da un alcol che qui è di nuovo calore e pienezza. Coerente in maniera esemplare con l’olfatto si congeda con reticenza lasciandoVi un elegante ricordo di mandorla dolce e il rimpianto di averne acquistato solo una bottiglia. 90 Punti? Forse si. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO “SKIN” 2019, PRIMOSIC: di due anni più grande ma figlio di un’annata molto simile propone un olfatto decisamente più centrato sulla frutta (anche macerata). In una atmosfera decisamente salmastra mela e tropici (un po’ troppo presenti) danno la mano a dolcezze d’acacia e caramello bruciato prima, di traghettare l’olfatto verso le durezze grippanti di noce ed erbe amare. Sullo sfondo zenzero candito, zafferano e fieno attendono che Vi decidiate ad avvicinare il calice alla bocca e… E allora ecco che calore e struttura salgono in cattedra bacchettando la mineralità del mare sepolto e le astringenze limonose che alzano la voce. Lungo e ripropositivo il finale che scandisce con coerenza dolcezze e ammandorlati ricordi intrisi di sale. 88++ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2018, RENATO KEBER: un Pinot Grigio di poche parole, friulano dentro. Mentre avvicini il calice al naso sembra ti guardi e non dica. Schivo più che timido, pera e mela accennate, un forse di tiglio e ginestra, le erbe aromatiche più sfacciate, l’eucalipto appena maleducato… Minerale che sembra gesso liquido o forse mare pietrificato. Uno sfrucuglio di pepe bianco e poi il sorso. Materico in primis, e poi vivo, scattante, mai seduto, fiero della propria muscolatura fresco sapida gestisce la sostanza con piglio e compostezza. Ha in sé l’anima di Zegla e tutta la fatica delle vecchie viti da cui viene prodotto e dell’uomo che si chiede perché ci debba essere un di qua e un di là. Un vino per chi se lo merita. 88+ Punti. – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2016, TENUTA BORGO CONVENTI: al naso propone subito fresche brezze di fiori ed erbe di campo per poi allargare il proprio orizzonte includendo materiche dolcezze fruttate di mela golden e susina gialla, un appena di lime e intarsi di spezie orientali e zafferano. La sottesa mineralità introduce e il sorso e accompagna la freschezza rendendolo agile nonostante i pensieri suscitati dalle profondità di cera d’api che contrastano sfalci d’erba appena essiccati. Un vino incurante del tempo. 90 Punti (con un -). – COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2015, MUZIC: con un colore che ricorda i pomeriggi lenti di Ottobre propone un naso che procede per sottrazione. Prima il silenzio, poi dettagli. Pera Williams matura, mela gialla, scorza di cedro, fiori essiccati. La pazienza…la pazienza lo rende interessante facendoVi riconoscere miele d’acacia, camomilla, erbe fini, la sensazione tattile della ponca appena “roncata”, l’idea del fumo… che sa di cantina fresca e pietra bagnata. In bocca l’ingresso morbido che firma la generosità dell’annata viene presto dribblato da una vena salina netta, progressiva, priva di cedimenti che Vi accompagna verso una chiusura lunga e adulta, fatta di ritorni di mandorla fresca, agrume candito, lieve speziatura e una mineralità calcarea che resta sul palato come un pensiero rimasto aperto. Magari non sarà un vino “simpatico” ma dimostra come un vino possa smettere di essere categoria commerciale e tornare a essere linguaggio del luogo. Da bere senza fretta, magari quando fuori fa abbastanza freddo da giustificare una seconda bottiglia e una discussione che nessuno ha davvero voglia di chiudere. 90 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a tutti! GRAZIE a GAMBERO ROSSO e CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO per aver organizzato una serata di grande interesse, particolarmente istruttiva e ricca di spunti di approfondimento. GRAZIE a tutti i Produttori presenti per essersi prestati in prima persona a fare da portavoce al racconto della propria terra. E infine GRAZIE a Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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VINALIA PRIORA 2026. Il FRASCATI (e il resto del Lazio). Arrow Right Top Bg

21 Maggio, 2026

VINALIA PRIORA 2026. Il FRASCATI (e il resto del Lazio).

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 23 Aprile, nell’elegante cornice dell’Azienda MERUMALIA, si è tenuta la presentazione alla stampa di VINALIA PRIORA, la due giorni ispirata alle antiche festività romane celebrate in Aprile in onore del vino prodotto con l’uva raccolta l’anno precedente giunta ormai alla sua quinta Edizione e organizzata dal COMUNE DI FRASCATI (con il contributo di REGIONE LAZIO, ARSIAL, MUSEO TUSCOLANO, LAZIO INNOVA, FRASCATI SCIENZA, IPERICO SERVIZI PER LA CULTURA e CONSORZIO TUTELA DENOMINAZIONI VINI FRASCATI).     Nata nel 2022 da un’intuizione dell’assessore all’Agricoltura Claudio Cerroni e fortemente voluta dall’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Francesca Sbardella, è cresciuta negli anni grazie anche al fattivo apporto del ricercatore e divulgatore Jacopo Manni fino a varcare i confini dei Castelli Romani per abbracciare la coralità delle produzioni vinicole laziali.       La Menade Tuscolana e le sale del MUSEO TUSCOLANO – SCUDERIE ALDOBRANDINI hanno dunque accolto un gran numero di appassionati, esperti e semplici curiosi che, ficcando il naso tra i banchi d’assaggio e partecipando alle numerose masterclass tematiche, hanno potuto verificare come il vino, oltre che un prodotto di eccellenza, possa essere un legame profondo tra Territorio, Comunità e Tradizione. 103 le Aziende presenti e otre 500 le etichette in degustazione per un evento che quest’anno aveva scelto come tema conduttore le “GEOGRAFIE DEI VINI DEL LAZIO”, scelto proprio per mettere in evidenza come il vino abbia la capacità di raccontare l’Uomo e il Territorio. Regione che producendo vino da sei ambienti differenti rappresenta davvero un unicum a livello nazionale I VINALIA PRIORA Prima del vino nuovo, c’è sempre un gesto antico. Aprire una bottiglia affinata significa interrompere un lungo silenzio.
Non è consumo, è accesso. Dentro quel vetro c’è un tempo compresso: giorni di luce, notti fredde, mani, scelte, attesa. I Vinalia Priora raccontano proprio questo passaggio.
Il vino dell’annata precedente viene liberato, condiviso, offerto; non come semplice bevanda, ma come materia viva che ha attraversato il tempo. Ogni sorso conserva una memoria: frutto, tensione, evoluzione. Bere, in questo contesto, non è mai un gesto neutro, è un atto culturale, un modo per riconoscere valore alla trasformazione lenta. Prima della promessa della nuova vendemmia si celebra ciò che è già diventato linguaggio. Il vino maturo non cerca di impressionare, chiede attenzione. E forse è questo il senso più profondo dei Vinalia Priora: riconoscere che alcune cose hanno bisogno di tempo per diventare pienamente leggibili. “NELLE ALTIMETRIE LE DIFFERENZE” (LA MASTERCLASS) Se lo scorso anno ci si era concentrati su come i versanti del Vulcano Laziale influenzino le caratteristiche dei vini, quest’anno si è scelto di parlare di quota. Dai circa 110m/slm ai circa 550m/slm, questa la forbice verticale all’interno della quale si trovano i vigneti su un Vulcano dove si può parlare di un vero e proprio “gradiente termico”: 100m = 1 °C. Guidati in una immaginaria scalata lungo le pendici del Vulcano è toccato a Filippo Bartolotta e Jacopo Manni farci da guida e raccontarci come l’altezza influenzi il risultato nel calice. 8 vini per un romanzo narrato più dalla bocca che dal naso; la sostanza prima che il profumo, questo potrebbe essere il riassunto delle caratteristiche organolettiche delle produzioni enoiche dei Castelli Romani. Potrebbe esserlo se non fosse che nel bicchiere ci sono anche luoghi, uomini e Storia e allora…le cose si complicano.       – FRASCATI SUPERIORE DOCG “QUARTO MARCHESE” 2024, CASALE MARCHESE: dai vigneti più bassi della denominazione un vino che sprizza energia da tutti i pori. Si, forse quell’incipit in cui la papaya tende a seppellire la mela verde e a sfocare lo sfondo giallo di mimosa e ginestra è un po’ troppo esotico, ma la progressione aromatica ce ne fa presto dimenticare. Ecco dunque farsi largo le note calde del fieno, quelle aromatiche del finocchietto selvatico e del timo, impressioni nitide che conducono a un intenso finale minerale di pietra bagnata. In bocca convince per la freschezza agrumata e una salinità quasi marina mentre lascia che si ripercorra quanto apprezzato all’olfatto sottolineando note balsamico-mentolate tra nebbie iodate e fumé. 87++/88 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “DANAE” 2025, TENUTA PIETRA PORZIA: caldo, moto caldo, puntigliosamente centrato sul frutto maturo. Pera, mela, pesca…succose e agghindate di tenerezze di fiori di campo e camomilla a sovrastare una mineralità che pare venire da lontano e stenta a farsi spazio. Sorso caldo e morbido in cui la freschezza è aiutata da ingressioni agrumate e la sapidità minerale risulta essere preda dei richiami fruttati che governano un allungo non propriamente “lungo”. 84+ – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2024, FERRI VINI: al naso, sostanza fruttata e vitalità minerale fanno a sportellate. Un po’ troppotroppo di tropici e il giusto di bergamotto rivaleggiano con la pioggia che bagna la pietra ritmando gli inserti di spezie sottili ed erbe aromatiche. In bocca la freschezza cede un po’ il passo alle dolcezze gliceriche lasciando ampio spazio a smancerie d’acacia di cui rimane preda la sapidità. Se solo fosse stato più lungo… 86++/7– – FRASCATI SUPERIORE DOCG “PRIMO” 2022 RISERVA, MERUMALIA: dal centro della Terra un Frascati che del Vulcano Laziale propone il fumo e la mineralità, subito, senza por tempo in mezzo! Poi si lascia un po’ andare e allora ecco arrivare la frutta gialla, la ginestra, le amaritudini di timo e sambuco, la mandorla e un sale che sa di sudore e che gli dona un tocco di rustica concretezza. In bocca la sapidità alza la voce ma la freschezza non “abbozza” e, con la complicità di un’astringenza agrumata, scioglie misura, para i colpi dell’alcolica glicericità, aumenta la distanza dai richiami delle sirene della frutta dolce, e allunga il sorso ricordando che la mandorla è firma autografa della Malvasia Puntinata. 88++/9- Punti – FRASCATI SUPERIORE DOCG “HEREDIO” 2025, CASALE VALLECHIESA: ci tiene a puntualizzare le erbe di campo, quelle aromatiche e la mandorla ben prima di ricordarsi del suo robusto corredo fruttato che, pur calcando la mano su quell’ananas che tanto non ci voleva, non si dimentica della mela renetta e della pesca. La gessosa mineralità che pervade l’olfatto introduce anche il sorso accompagnata da acuti sapidi che ritmano l’assaggio insieme con una freschezza davvero piacevole. Rispetto all’annata precedente risorge in parte dalle proprie ceneri dimostrando che si può assecondare il gusto del mercato internazionale senza perdere la propria identità. 86++ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2023 RISERVA, FONTANA CANDIDA: l’incipit olfattivo racconta erbe aromatiche di norcineria e frutta tropicale. Una strana commistione che sa di gioventù scapestrata e che l’incedere di piccantezze speziate e l’atmosfera minerale e intrigantemente fumé non contribuiscono a dirimere. Il sorso mette tutti d’accordo. Fresco, morbido, materico, sapido… Struttura e scorrevolezza per un sostanziale equilibrio minato appena da una sorta di voglia di apparire delle grassezze che, in chiusura, schiaccia appena la salinità e mette in secondo piano il bel finale che sottolinea frutta secca e agrume 88/+ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2021, VILLA SIMONE: la frutta trova una precisa definizione aromatica all’interno di un quadro olfattivo di chiara matrice mediterranea: gelsomino, timo e salvia disegnano contorni nitidi, accompagnati da richiami boschivi e da una sottile impronta minerale che ricorda il salgemma. Quest’ultima asciuga con decisione le suggestioni più morbide di miele e zucchero di canna, mentre un corredo speziato dai toni dolci e orientaleggianti si intreccia a sfumature fumé e lievemente cinerine. Al sorso emerge con immediatezza una freschezza dinamica e slanciata che intende in tutti i modi primeggiare sulla trama sapida. Ma è proprio la sapidità a rivelarsi l’asse portante del vino, profonda, continua, scandita da un ritmo vulcanico che richiama con forza il territorio d’origine. La progressione è tesa, incalzante, e culmina in un finale lungo, energico e di grande persistenza. Un Frascati dal carattere irrequieto e autentico, poco incline ai formalismi, più interessato a esprimere senza filtri la propria identità che a rincorrere compostezze di maniera. Da un’annata quasi perfetta un vino quasi perfetto. Un Frascati che invita a riflettere su quello che potrebbe essere il Frascati. 90+/1 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2023, VILLA ALDOBRANDINI: la frutta gialla si presenta per prima, quasi con educazione: pesca bianca, susina ancora soda, scorza di cedro. Ma dura poco. Viene presto raggiunta e circondata da una trama più verde e mediterranea, fatta di salvia, timo, e foglia schiacciata tra le dita, quasi Vermouth e sotto…una mineralità di tufo bagnato che porta il vino altrove, lontano dal semplice racconto fruttato. Dopo un ingresso composto, il sorso cambia espressione, la freschezza allunga il passo, prende velocità, e la sapidità lascia il segno: continua, ritmata, quasi martellante, come se il terreno vulcanico volesse ricordaVi a ogni sorso da dove arriva questo vino. Concede poco alle rotondità, preferisce giocare su tensione e sottrazione regalando un finale in progressione continua che richiama la pietra focaia. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE agli Organizzatori di questo Evento che di anno in anno cresce e coinvolge sempre più; GRAZIE al FRASCATI per la sua capacità di riempire i calici di Storia, bellezza, archeologia, Territorio, Uomo e lavoro e per la sua volontà di volare alto per cingersi nuovamente degli allori di un tempo (occhio però a non perdere di vista il Territorio inseguendo il canto delle sirene d’oltreoceano); GRAZIE all’Azienda MERUMALIA per la splendida accoglienza e GRAZIE a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino qui. E ora…quale sarà il tema conduttore della prossima Edizione? Lo sapremo soltanto partecipandovi. Appuntamento al 2027 Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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BAROLO, BARBARESCO & ROERO 2026. GoWine porta a Roma il Piemonte. Arrow Right Top Bg

14 Maggio, 2026

BAROLO, BARBARESCO & ROERO 2026. GoWine porta a Roma il Piemonte.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 21 Aprile, nelle ormai consuete sale dello STARHOTELS METROPOLE di Roma, l’instancabile GoWine ha organizzato l’Edizione 2026 di BAROLO, BARBARESCO & ROERO. Un Evento dedicato al Nebbiolo, un viaggio sensoriale attraverso Denominazioni e Territori di uno dei vitigni più iconici del patrimonio ampelografico italiano che ha consentito ai numerosi winelovers intervenuti di comprenderne più a fondo caratteristiche e peculiarità.     GLI ASSAGGI Circa quaranta le Aziende presenti, in parte personalmente in parte come “semplice” selezione al banco enoteca, tante etichette in cui ficcare il naso dribblando per quanto possibile le vecchie conoscenze e concentrandomi invece sulle novità. Alla fine una quarantina di assaggi che mii hanno regalato una bella panoramica del Territorio e tra i quali ho selezionato la “TOP ELEVEN” che Vi propongo. Undici vini che Vi invito a provare personalmente criticando le mie scelte e/o suggerendomi qualcosa da tenere a mente per il futuro. QUELLI DA NOVANTA – LANGHE DOC NEBBIOLO “CLARÉ J. C.” 2025, G. D. VAJRA: dal Piemonte sabaudo e tradizionalista arriva il vino che non ti aspetti, il “coup de theatre” che scuote alla base i preconcetti sul Nebbiolo e che in una serata in cui ti interroghi su quell’impressione che, come il Brunello dia l’impressione oggi di voler assomigliare sempre più a quel suo “cugino povero” che si chiama semplicemente Rosso, il Barolo pare essersi lanciato sulla strada in discesa della beva rinunciando all’erta della pensosa complessità. Figlio di carteggi ritrovati, di opinioni presidenziali d’oltre Oceano, di appunti canonici, di pratiche enologiche spesso degne di un druido e dei gusti di un tempo passato spazza via la noia con un olfatto dal varietale detonante. Violette, frutti di bosco neri e croccanti, arancia rossa, pepe, erbe aromatiche, liquirizia… Il sorso è un sorriso a trentadue denti stampato in faccia, una corsa agilissima giù dalle colline langarole, ha il rapido e preciso riproporsi delle sensazioni olfattive e un’anima succosa che Vi fa avvicinare più volte il calice alla bocca celando la gola dietro la più consona immagine di chi sembra volerci capire qualcosa in più. Verticale, godurioso, dissetante, saporito, appagante, godurioso. Pétillant ma affatto pétulant. Quasi non ci posso credere ma…per lui mi tocca scomodare uno dei miei tiratissimi 90 Punti (con un +). Cercatelo e fatene scorta, ché la vita è tanto amara. – BAROLO DOCG “BRICCO DELLE VIOLE” 2022, G. D. VAJRA: pensando all’annata si rimane sorpresi della freschezza olfattiva viva e luminosa, quasi che il vino voglia dirVi che può farsi beffe del tempo. La viola è lì, nitida e carnosa, presenza immediatamente riconoscibile, mentre i piccoli frutti rossi conservano succo, polpa e una piacevole croccantezza. L’anice e l’incenso accompagnano il profilo con discrezione, amplificandone il respiro balsamico; gli agrumi aggiungono tensione e slancio, quasi a far socchiudere gli occhi, mentre le spezie si adagiano su una nota terrosa di sana matericità. Sorso aristocratico ma privo di distanza o compiacimento. Profondo e misurato, affascina con la sua semplicità solo apparente e quella trama tannica finemente ricamata che accompagna la progressione con naturalezza verso una persistenza lunga, avvolgente, quasi totalizzante. Inevitabilmente giovane, conserva qualcosa di appena irrisolto: una lieve indisciplina, quasi una sfrontatezza elegante, che oggi ne alimenta il fascino e lascia intuire molto del suo potenziale. Da seguire con attenzione, ma senza cedere alla tentazione di rimandarne il piacere, ché già ora ha molto da raccontare. 90 Punti. GLI ALTRI – DIANO D’ALBA DOC DOLCETTO “SÖRÌ DEL RICCHINO” 2022, CASAVECCHIA: fresco! Davvero fresco, di anice e liquirizia, appena terroso, boschivo di fragoline e mirtilli maturi, felce e ciclamini, pensieroso di rabarbaro e spezie sottili… E in bocca freschezza e dinamica non fallano e danno la mano a ruvide piccantezze di cemento che danno una mano ai tannini nel mantenere vivo un sorso che in chiusura, gioca con sapidità e ricordi d’arancia. 88 Punti (con forse un -) – ALTA LANGA DOCG “DOSAGGIO ZERO” 2018 RISERVA, SAN BIAGIO: si accende nel calice come una luce d’inverno: chiara, nitida, senza orpelli. Il perlage sale lento e continuo, come un pensiero ostinato, riportando al naso un racconto essenziale, fatto di dettagli sottili. L’agrume arriva per primo, vivo, quasi tagliente come l’aria fresca del mattino, la scorza di limone, il cedro. Poi, con naturalezza, si fanno strada note più profonde, la crosta di pane, il lievito, un ricordo di nocciola, la pudicizia della camomilla e infine quella traccia minerale, asciutta, che sa di pietra e silenzio. Nulla è in eccesso, nulla fuori posto. Il sorso è un gesto preciso. Non accarezza: disegna. L’assenza di dosaggio lo rende diretto, quasi spoglio ma mai vuoto. La freschezza lo attraversa come una corrente viva, mentre la bolla si fa carezza sottile accompagnando il vino in un equilibrio fatto di tensione e misura. È una verticalità che non impone ma guida. E poi il finale…lungo, netto come una linea tracciata con mano sicura. Rimangono agrumi e sale a rimandare un’eco pulita che invita al silenzio e subito dopo a un nuovo sorso. È un’Alta Langa che impressiona ma non vuole piacere a tutti e a tutti i costi, preferisce essere compreso da chi sa ascoltare i vini che parlano piano. È essenzialità, un vino che toglie invece di aggiungere e, forse proprio per questo, lascia una traccia più profonda. 89 Punti portati con distinta leggerezza. – VERDUNO PELAVERGA DOC 2024, SAN BIAGIO: la cannella e il pepe sono l’incipit di un olfatto monello, sgambetti speziati al passo ritmato delle rose e delle ciliegie. E poi origano, salvia, erbe amare, pilastri di una progressione aromatica che non si perde in inutili giri di parole e va diretto al punto; brusco (ma efficace) ecco che mette sul piatto della bilancia il ferro e l’arancia lasciando che immaginiate quant’altro serva, oltre alle roselline selvatiche, per bilanciarne la rustica, tangibile presenza. E in bocca scorre leggero, con disarmante semplicità. Un fluire di freschezze e tannini che ci tengono a far sapere che ci sono anche loro, così come quei rovi inscindibili dalle bacche, più che solo un appena di gesso, un pepe sempre in agguato e il rumore delle sedie che spostate con poca grazia quando Vi alzate a versarne ancora. Un vino per quelli che “solo certi vini”, un vino di cui c’è bisogno. 88++ Punti. – BARBARESCO DOCG “MONTERSINO” 2019, SAN BIAGIO (PIEMONTE): entra nel calice come una storia di quelle che non hanno fretta di svelarsi. All’inizio si concede poco, quasi a voler misurare chi ha di fronte. Poi, lentamente, si apre: la ciliegia croccante, il lampone appena colto, petali di rosa e viola che sembrano portati da un vento leggero. Un inizio diretto cui seguono sfumature più intime: un’ombra di liquirizia, spezie sottili, una traccia minerale che sa di terra e radici, come se il vino volesse ricordarti da dove viene prima ancora di dirti dove può arrivare. Il sorso è un passo deciso su un sentiero di collina. Non cede, non indulge. La freschezza lo attraversa come una linea tesa, precisa, mentre la gioventù dei tannini ne disegna i contorni con mano ferma. Non sono lì per compiacere, ma per costruire: danno ritmo, profondità, prospettiva. E poi il finale, lungo, essenziale, quasi meditativo. Rimane una scia floreale e balsamica, un’eco asciutta che invita al silenzio più che al commento. È un Barbaresco che non cerca applausi immediati. Preferisce essere compreso, un sorso alla volta. Qui non c’è esuberanza ma equilibrio in divenire, è una promessa più che una dichiarazione, di quelle che si mantengono solo col tempo. 88++ Punti. – BAROLO DOCG “RAVERA” 2022, G. D. VAJRA: al naso il quadro è subito leggibile e di bella profondità. I frutti rossi maturi guidano l’apertura, con una traccia di amarena che richiama quasi la confettura, densa e scura. Poi arrivano spezie pepose, caffè in polvere e un respiro balsamico che alleggerisce e dà slancio, mentre sullo sfondo affiora una violetta discreta, mai invadente. Ma il punto sembra stare altrove. Perché a tenere insieme tutto è soprattutto quella firma di mineralità terrosa che attraversa il vino e lo ancora a una dimensione quasi contadina, concreta, profondamente umana. In bocca mantiene la promessa. Pieno, equilibrato, di potenza controllata, si muove con sicurezza senza mai eccedere. I tannini, incisi con cura, danno ritmo e vibrazione al sorso, accompagnandone lo sviluppo come un riff ben costruito, nel quale la sapidità sembra davvero essere plettro. Un vino che non punta tanto sull’effetto, quanto sulla capacità di restare coerente e riconoscibile dal primo all’ultimo sorso. 89 Punti. – LANGHE DOC NEBBIOLO “CAINASSA” 2024, ADRIANO MARCO E VITTORIO: è il classico vino che appena arriva in tavola sembra già parte della compagnia. Nessun ingresso teatrale: si stappa, si versa e in pochi minuti c’è già qualcuno che dice “versane ancora un dito”. Al naso è diretto e invitante, con quei piccoli frutti rossi, la rosa appassita, un po’ di spezie e quella nota balsamica che mantiene il registro teso e ben sveglio. In bocca ha il passo giusto: fresco, scorrevole, con tannini presenti ma educati abbastanza da non interrompere conversazioni, risate e discussioni sul campionato. Ha carattere, ma non gli piace essere preso troppo sul serio. Non è il nebbiolo che pretende contemplazione e sopracciglio corrugato; è più quello che accompagna piatti generosi, pacche sulle spalle, qualche pugno sul tavolo per sottolineare un concetto fondamentale e bottiglie che si svuotano con sospetta rapidità. Insomma, un nebbiolo sincero e godereccio, di quelli che fanno venire voglia di tagliare ancora una fetta spessa di salame e fare un altro giro. 87++ – BARBARESCO DOCG “BASARIN” 2020 RISERVA, ADRIANO MARCO E VITTORIO: c’è un momento, appena versato nel calice, in cui questo Barbaresco sembra quasi trattenere il fiato, come se il tempo non avesse fretta di raccontarsi. Poi il vino si apre, piano, come una finestra su una collina di Langa al tramonto. Arrivano profumi di rosa appassita e viola, sottili ma persistenti, seguiti da piccoli frutti rossi maturi che ricordano mani macchiate di vendemmia. Ed ecco affacciarsi la liquirizia e il tabacco biondo, in un ben più che solo accenno balsamico che rinfresca il quadro olfattivo rendendolo vivo, pulsante. In bocca è un racconto sussurrato, non un proclama. L’ingresso è morbido, avvolgente, con i tannini a tessere trama e ordito, elegantemente presenti, mai ruvidi. La freschezza guida il sorso con eleganza, tenendo insieme ogni elemento, mentre il vino si allunga con naturalezza, lasciando dietro di sé una scia sottile di fiori e terra, come il ricordo dei passi su un sentiero. È un Barbaresco che non cerca di impressionare con la forza, ma di sedurre con l’armonia. Più che raccontare il “BASARIN” evoca: una collina, il silenzio, il tempo che scorre lento. E tu, nel frattempo, resti lì ad ascoltare, sorso dopo sorso. 88 Punti. – LANGHE DOC NEBBIOLO “FUSCHÌA” 2023, CORDERO GABRIELE: il naso rivela un Nebbiolo nato per stare a tavola, meglio ancora in compagnia, con quella leggerezza di spirito che non coincide mai con la banalità. Diretto e invitante, giocato su piccoli frutti rossi, sulla fragolina, la melagrana, la rosa appena sbocciata, con una sottile vena speziata che aggiunge ritmo senza complicare il quadro. Il sorso è l’asso nella manica: scorrevole, fresco, il tannino c’è, cortese, aiuto, mai ostacolo alla beva. È succoso, energico, fresco, con una chiusura asciutta quanto serve a pulire il palato e rendere naturale il versarsene ancora. “FUSCHÌA” interpreta il Nebbiolo in chiave agile e quotidiana, senza rincorrere concentrazione o muscoli. Un rosso che mette al centro il piacere del gesto, del bicchiere condiviso, della bottiglia che finisce troppo in fretta. Più che un vino da contemplare, è un vino da vivere: sincero, dinamico, motivo per allungare una conversazione oltre il previsto. 88++ – BAROLO DOCG BUSSIA “DARDI LE ROSE” 2020, PODERI COLLA: c’è una lentezza naturale in questo vino, una calma quasi meditativa che sembra appartenere più al paesaggio che al tempo. Si apre con gradualità, come fanno le cose che non hanno fretta di rivelarsi e trovano nella misura la propria forma più autentica. Al naso il primo impatto è delicato, quasi sussurrato: rose e viole appassite, ciliegia rossa, melagrana, scorza d’arancia. Poi, lasciando emergere foglie secche e terragna ferrosità, tabacco biondo e tè nero, spezie scure, liquirizia e una sottile vena mentolata. Il sorso è deciso, materico, raccolto, scandito da tannini giovani e ben disegnati, che ne accompagnano lo sviluppo con energia e tensione. Il frutto resta nitido e succoso, sostenuto da una freschezza vibrante e da una sapidità che dona ritmo e profondità. Un sorso la cui naturale prosecuzione è un finale che è una scia lunga e pulita di erbe officinali, terra umida, liquirizia, spezie fini e ritorni di piccoli frutti rossi. Un vino di dettaglio e progressione, costruito su equilibrio, definizione aromatica e profondità gustativa. Ha ancora molto da raccontare e lo fa intuire con quella compostezza che appartiene ai vini destinati a crescere nel tempo. 89+ Punti. E QUINDI? E quindi grazie a GoWine per avermi voluto ospitare ancora una volta e per il grande lavoro che da anni fa per promuovere le piccole Aziende, il Territorio, le storie di uomini che lavorano duro per produrre quel vino che soddisfa il nostro edonismo. Grazie ovviamente anche a tutte le Aziende presenti, ai Produttori che hanno avuto il buon cuore e la pazienza di sopportare la mia curiosità e grazie a Voi che avete avuto la cortesia di leggermi fino qui.     Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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MYÒ by ZORZETTIG. L'imperfezione perfetta. Arrow Right Top Bg

7 Maggio, 2026

MYÒ by ZORZETTIG. L'imperfezione perfetta.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 31 Marzo, il Ristorante DA ETTA  nel cuore di Trastevere a Roma ha ospitato un pranzo stampa organizzato ZORZETTIG per presentare il restiling della linea “MYÒ” (ad opera di Antonio Doro dello STUDIO IDEE MATERIA), vertice di una produzione aziendale che racconta non solo una Famiglia ma un intero Territorio. Sei vini per quattro portate, il vino al centro del racconto, il vino riportato sulla tavola e non semplicemente elevato a piacere edonistico, la terra che nel bicchiere diventa emozione.   ZORZETTIG, UNA VITA IN ASCOLTO Nel racconto di Annalisa Zorzettig la storia di un’Azienda con trenta lustri sulle spalle diventa un racconto che attraversa il tempo e narra di modestia e ricerca, di persone, di rispetto, di lavoro duro e nessuna scorciatoia, di voglia di esserci, di custodire e di tramandare. I numeri dicono di 120ha di vigneto suddivisi in quattro zone, 120ha di Colli Orientali del Friuli, 120ha di Italia che dà quasi la mano alla Slovenia e che porta in dote geologie di mari sepolti, che le Alpi Giulie proteggono dai venti del Nord e che l’Adriatico accarezza con le proprie brezze. Friulano, Ribolla gialla, Malvasia istriana, Picolit, Schioppettino e Pignolo, un occhio più attento alla tradizione bianchista e una produzione ben centrata sui vitigni autoctoni ma non dimentica dell’eleganza internazionale del Pinot Bianco e del Sauvignon. Ebbene, di tutto questo la linea “MYÒ” è davvero un esempio, a partire dal packaging, essenziale, diretto, materico, imperfetto. “Imperfetto” è una parola che Annalisa sottolinea più volte e che significa ricerca continua, voglia di migliorare, di seguire una vigna che, dopo almeno cinquant’anni (novanta nel caso del Friulano che partecipa all’uvaggio de “I FIORI DI LEONIE”) sa da sola quello che deve fare e che ha solo bisogno di essere ascoltata, accompagnata, con il rispetto che le è dovuto, senza cercare scorciatoie, consapevoli che quanto si è ricevuto va custodito e tramandato.   I VINI E… – FRIULI DOC FRIULANO “TENACI” 2025: un Friulano tuttifrutti, ricco di mela, pera, pesca… Delicato di camomilla, gentile di fiori di campo, appena duro di timo, dolce di acacia e agrume maturo, forse pudico nelle tipicità di mandorla meno in quelle minerali. Decisamente fresco, il sorso mostra una sapidità inaspettatamente un po’ in affanno e una ottima coerenza varietale oltreché un finale di buona persistenza in cui la mandorla rialza un po’ la testa accompagnata. 84 Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC BIANCO “MYÒ – I FIORI DI LEONÍE” 2022: Tocai, Pinot Bianco e Sauvignon, storia, presente e futuro dell’Azienda raccontati dal suo unico uvaggio, materico e “imperfetto” come l’etichetta che lo veste. Gialle delicatezze di camomilla e frutta esotica precedono grassezze di burro, creme pasticcere e nocciole prima che sia di nuovo la frutta ad alzare la testa; quella pesca che il Sauvignon porta in dote e che qui, presa per mano da un timido anice, si fa pian piano coraggio emergendo dalle nebbie fumé e dai misteri dell’Oriente speziato. In bocca calore glicerico e freschezza sono pilastri di una struttura solida e priva di cedimenti che affondano nelle fondamenta minerali di un mare ormai solido ma ugualmente profondo e che regalano un sorso che, tra piccantezze salate, dolcezze di frutto e testarde amaritudini mantengono alta la tensione comunicativa raccontando Uomo e Territorio. Troppo elegante per uno di strada come me ma 91 Punti non glieli toglie nessuno. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC PINOT BIANCO “MYÒ” 2024: se c’è una cosa che colpisce è la pulizia con la quale si propone al naso. La pera Abate è netta, il gesso presenza reale. E poi, sullo sfondo, un appena di confusione boschiva fatta di intrichi di biancospino e roselline selvatiche sulla quale si stagliano freschezze di lime ed erbe officinali. In bocca è snello, agile, di quasi disegnato equilibrio fresco-sapido e…lungo, lungo a sufficienza da lasciarVi il tempo di focalizzare, tra i ricordi fruttati, gli accenti di mandorla e le misteriose note fumé. 87++ Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC MALVASIA “MYÒ” 2024: ah…la Malvasia! Scrigno di profumi! E quella Istriana non si sottrae alla regola, magari non riesce a sottrarsi a quella sua indole d’inciampo e si ostina a mettersi un po’ di traverso ma alla fine si lascia accarezzare e, nella sua ostinata reticenza olfattive concede dolcezze di pesca e pruriti di fieno maturo, freschi e amaricanti ricordi di salvia e menta, tropici di ananas, orienti speziati di pepe e noce moscata e mineralità più gessosa che calcarea. In bocca colpisce per corpo, intensità ed equilibrio tra la freschezza e il morbido abbraccio glicerico mentre lascia che si sviluppi la completezza di una sapidità minerale che accompagna e contrasta la chiusura dedicata ai ritorni fruttati. 88 Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SCHIOPPETTINO “MYÒ” 2020: lo Schioppettino è vino “femmina”, al massimo femminista, certo non femminile. Ha modo, eleganza, ammicca, forse adesca, travia… Qui strizza l’occhio ai piccoli frutti di un bosco che nel calice è scura presenza, brezza che racconta e intimorisce, sirena d’Ulisse, buco nero in cui la luce precipita lasciando al suo posto tenebre di pepe nero, liquirizia, grafite, una fresca vena balsamica e una scia di ricordi portati dal fumo del tabacco trinciato forte. Il sorso è morbido e vivo, un gioco di ruolo tra le dolcezze del frutto maturo e la verve peposa nel quale la fitta trama tannica lancia i dadi e la minerale sapidità del territorio non rinuncia ad avere l’ultima parola. Se solo avesse avuto un po’ più di coraggio… 88- Punti. – FRIULI COLLI ORIENTALI DOC PICOLIT “MYÒ” 2020: un vitigno “imperfetto”, contrario alla natura stessa della vite, che fa dell’imperfezione la propria forza e prende possesso del naso con note di fichi e datteri caramellati, albicocca sciroppata, frutta tropicale candita, torta di mele, spezie dolci, un appena di scorza di mandarino candita, tabacco… Il sorso è materico prima che aromatico, certamente dolce (ma privo di qualsiasi accenno di stucchevolezza) principalmente fresco (MOLTO fresco), e con un lodevole allungo carico di fumosi misteri. 89– Punti. In totale sei calici, sei racconti dei Colli Orientali narrati a due voci, quella del Territorio e quella di Alan Gaddi(sommelier ed Export Manager dell’Azienda). Sei personaggi che hanno un autore e che cercano nel piatto il palcoscenico più adatto alla propria interpretazione. Una chorus line dalla quale si stacca netto lo Schioppettino che, astuto, lavora di cesello e porta in palmo di mano i Tentacoli di Polpo Glassati al Mosto con Patata al Cartoccio. Un matrimonio d’amore fatto di reciproche, mantenute promesse, di baruffe, carezze, occhi negli occhi e vita da prendere a morsi. Sorvegliato speciale il Picolit abbinato a un dolce “davverodavvero”! VISCIOL’ETTA è uno scrigno croccante di cioccolato bianco che racchiude mousse di ricotta di bufala, vaniglia e composta di visciole adagiato su un disco di crumble alle mandorle e limone. Un ricamo di petali, spuma di visciola e la perla di una visciola intera ne sono il decoro e il Picolit ne è paggio. È un vino che generalmente fatico ad accostare a i dolci ma qui accompagna e sottolinea senza banalità e non è affatto poco. E QUINDI? E quindi GRAZIE a ZORZETTIG per avermi regalato una splendida mattinata che, tra conferme e sorprese, ha evidenziato quanto la linea “MYÒ” sia aderente alla filosofia produttiva di un’Azienda che fa delle proprie radici un vanto e del futuro un obiettivo, ferma nei principi ma in continuo movimento, attenta al mercato, consapevole del proprio ruolo, di quanto debba trasmettere, di quanto sia importante alzare ogni giorno l’asticella e quanto lo sia il sapersi “imperfetti”.     Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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