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In questa sezione le rubriche che fanno parte della nostra storia

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18 Febbraio, 2023

Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero

Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero In occasione di Nebbiolo nel Cuore, bellissimo evento tenutosi a gennaio scorso a Roma, ho avuto l’occasione di conoscere diverse realtà molto interessanti, una di queste è stata Monpissan. Una storia di famiglia, una piccola cantina con grande qualità ed esperienza alle spalle. Nel lontano 1909 fu Antonio Gallino “Toni Bel” ad iniziare la tradizione e a coltivare le sue vigne in Piemonte, nello specifico a Canale, e forse allora non immaginava che un giorno anche le sue pronipoti ne avrebbero seguito le orme. Forse non tutti conoscono il ROERO: siamo nella provincia di Cuneo, areale delimitato dalla porzione di territorio situata a Nord di Alba, sulla riva sinistra del Tanaro, tra la pianura di Carmagnola e le basse colline dell’Astigiano. I paesaggi vitivinicoli del Roero, insieme a quelli di Langhe e Monferrato, nel giugno 2014 sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale UNESCO. Come in molte altre zone del Piemonte, la viticoltura nel Roero ha una storia millenaria: la produzione viticola si sviluppa, infatti, prima dell’arrivo dei Romani, fin dalla presenza dei Liguri, grazie probabilmente all’influenza degli Etruschi, e si estende con sempre maggiore intensità fino ai giorni nostri. Ma torniamo alla storia della cantina: l’attività di Antonio fu poi portata avanti e incrementata dal figlio Giuseppe, detto Pinutin, che acquisì nuovi vigneti a Cascina Boera, luogo dove tutt’ora sorge Cantina Monpissan. Antonio era il nonno dell’Antonio Gallino di oggi, che con la passione della vite e del vino, anche grazie all’aiuto costante della moglie Margherita, porta a vinificare uve provenienti da 13 ettari di proprie vigne e a coltivare le tipiche nocciole. Antonio oggi è coadiuvato dalla figlia Pinuccia e dal genero Giovanni, coinvolti pienamente nel lavoro di vigna, cantina, agriturismo e marketing aziendale. Abbinando antiche tradizioni e nuove tecnologie, Cantina Monpissan produce i vini tipici del Roero come Arneis, Roero, Nebbiolo e Barbera, ma anche vini come Bonarda e Grignolino, dolci come Armonia e Birbet, Spumante Brut. A nonno Pinutin, è dedicato il “Pinutin Rosè” da uve nebbiolo mentre al bisnonno è dedicata la selezione Roero Arneis docg “Toni Bel” grazie al quale è iniziata la storia della cantina. Uno dei vini più rappresentativi dell’azienda è proprio il Roero DOCG, 100% Nebbiolo, prodotto a sinistra del Fiume Tanaro nell’omonima zona della denominazione. Un vino che denota un colore rubino con trasparenze e sfumature ramate, di grande eleganza e maturità grazie al passaggio in legno, esprime note di ciliegia e mirtillo, cenni di cuoio e liquirizia, mentendosi fresco e vibrante, al palato conferma la sua eleganza e la genuina piacevolezza di beva. Una piacevole scoperta da tenere d’occhio! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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2 Febbraio, 2023

Nittardi ed il suo legame con l’arte

Nittardi ed il suo legame con l’arte Come spesso ho scritto qui nella mia rubrica, il vino è una forma d’arte a tutti gli effetti e rappresenta un concentrato di emozioni per tutti noi appassionati. Per arricchire questo concetto voglio iniziare questo articolo riportando le parole di Léon Femfert, oggi alla guida dell’azienda Nittardi fondata dai genitori Peter Femfert, gallerista d’arte con amore per il vino e per l’Italia, e Stefania Canali, storica e docente universitaria: Léon Femfert «Il vino è più di un prodotto agricolo. Dentro ciascuna bottiglia, nel vino stesso, assapori la terra da cui proviene, percepisci la forza di chi l’ha prodotto e la storia che lo ha plasmato. Per me, il vino è Cultura con la C maiuscola, come l’arte, la musica e la poesia». Nittardi si trova sulle colline tra Firenze e Siena in una posizione privilegiata a 450 metri di altezza, tra le morbide colline di San Donato, Castellina in Chianti e Panzano. La proprietà conta 160 ettari totali di cui 40 ettari vitati suddivisi in due corpi: una parte a Castellina in Chianti e una in Maremma. Nel Chianti Classico si coltivano Sangiovese, altre varietà autoctone e una piccola vigna di Merlot. In Maremma troviamo Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Cabernet Franc, Syrah, Vermentino, Roussanne e alcune varietà sperimentali. La tenuta Nittardi era, originariamente, una torretta utilizzata a scopo difensivo, utilizzata già nel XVI secolo e conosciuta con il nome di “Nectar Dei”. Nel corso dei secoli la struttura è passata in mano a diversi proprietari, tra cui spicca anche il grande Michelangelo Buonarroti, genio insuperabile le cui opere oggi affascinano milioni di persone. Con la loro attività vitivinicola, Peter Femfert e Stefania Canali hanno deciso di conservare in modo concreto il profondo legame tra vino, arte e cultura, che da sempre caratterizza la tenuta. La coppia, anno dopo anno, è riuscita a riportare agli antichi fasti la tenuta, reimpiantando alcuni vigneti nel 1992, aumentando i propri tenimenti espandendosi in Maremma, e chiamando come enologo il celebre Carlo Ferrini. Per mantenere ancora più stretto il legame con l’arte, ogni anno, sin dal 1981, un artista di fama internazionale realizza per il Chianti Classico “Casanuova di Nittardi” l’etichetta e la carta seta che avvolge le bottiglie, aggiungendo un ulteriore valore artistico al loro valore enologico. Per festeggiare il 40° anniversario del loro Chianti Classico “Vigna Doghessa” la famiglia Canali-Femfert ha deciso di indire un concorso artistico internazionale aperto anche ad artisti anche emergenti e di scegliere, per la vendemmia 2020, non uno ma ben sei artisti per vestire questa ricorrenza speciale e un settimo artista per il formato magnum. Il Chianti Classico Casanuova di Nittardi, con le sue etichette d’artista, nasce in prossimità della casa padronale a Castellina in Chianti e dal 2012 è espressione di una vigna particolarmente vocata, “Vigna Doghessa”: un appezzamento situato a 450 metri slm con terreni di media profondità, ricco di galestro ed alberese, che definiscono il carattere di questo Sangiovese. I filari, esposti verso il sud, godono di un microclima ideale per la produzione di vini che anno dopo anno riescono ad esprimere queste antiche terre come delle vere opere d’arte. L’edizione 2020 è frutto di un’annata “classica” che ha permesso la produzione di un Chianti Classico straordinario, complesso e ricco. L’intera produzione di Chianti Classico Casanuova di Nittardi “Vigna Doghessa” 2020 inoltre è stata suddivisa in circa 6000 casse, ciascuna con 6 bottiglie, una diversa dall’altra e tutte fasciate con la propria carta seta: una collezione nella collezione che (per chi non si accontenta di una sola bottiglia) è disponibile nelle migliori enoteche a partire da novembre scorso. La giuria del Premio Nittardi è stata composta da famosi galleristi, personalità di settore, artisti e collezionisti d’arte e tutte le opere vincitrici sono state esposte in una mostra gratuita “40 anni di vino e arte” presso la Galleria Palazzo Coveri a Firenze. L’arte è nel DNA dell’azienda infatti la casa padronale e i vigneti più prossimi sono infatti punteggiati da 45 sculture create da famose personalità e che creano un percorso artistico davvero unico: il Giardino delle Sculture. Nittardi grazie alla sua grande vocazione artistica, alla cultura e al vino riesce a quindi a trasmettere emozioni profonde, personali e uniche, non resta che degustare! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio Leon Femfert
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26 Gennaio, 2023

Botte vecchia fa buon design

A San Patrignano, botte vecchia fa buon design. Barrique, la nuova vita del legno, è un progetto di recupero a 360 gradi: di persone, materiali, saperi. Tutto inizia dieci anni fa dalla collaborazione tra Riva1920, azienda brianzola del mobile con il binomio legno&design nel dna, e la più grande comunità di recupero dalle dipendenze in Europa. Dal legno delle botti esauste della cantina di San Patrignano, e dal suo laboratorio di falegnameria, nasce una collezione di oggetti d’arredo, firmati da noti nomi del design, dell’architettura, dell’arte e della moda. Oggi il progetto prosegue con nuovo slancio, sempre sposando creatività e sostenibilità. Ma andiamo con ordine. La comunità di San Patrignano ha sviluppato negli anni un’importante attività vitivinicola. I suoi ospiti si prendono cura (e viceversa) dei 105 ettari vitati sulle colline di Rimini. Qui, a un’altitudine di 200 metri, sono coltivati sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc, pinot noir, chardonnay e sauvignon blanc. Il microclima favorevole determinato dalle brezze marine dell’Adriatico e dalla presenza del monte Titano e la recente direzione tecnica dell’enologo Luca D’Attoma (succeduto a Riccardo Cotarella) parlano di qualità. Alcuni rossi della cantina affinano in barrique e tonneau in legno di rovere francese stagionato all’aria aperta almeno per tre anni. Dopo tre vendemmie questi contenitori esauriscono la loro vita utile, ma il loro legno acquisisce una bellezza intrinseca, ricca di sfumature color vinaccia. Materiale da esaltare in nuove funzioni. Ogni singola doga da scarto si trasforma così in risorsa creativa per i designer chiamati da Riva1920. Come nell’ultimo modello entrato in collezione, il Wine Table di Carlo Colombo: più che da un designer sembra creato da un maestro d’ascia, vista la struttura che evoca uno scafo navale. La doga, nell’omonimo tavolo disegnato da Michele de Lucchi, ripetuta e accostata diventa un piano dal suggestivo pattern grafico. Bottea di Mario Botta non è un gioco di parole ma una panca che l’architetto ticinese rende in grado di trasformarsi in libreria grazie a ingegnosi incastri; poco importa che i piani siano concavi. La sedia Goffo di Alessandro Mendini è un oggetto tra il rustico e lo spiritoso che bene interpreta la personalità colta e irriverente del designer.La chaise longue DOC creata da Marc Sadler è sinuosa come una colonna vertebrale. Nel paravento Plié dell’archi-designer Matteo Thun le doghe si liberano dalle cerchiature metalliche e si distendono in inedite geometrie lineari. La concreta leggerezza tipica del design di Alberto Meda si esplica nel progetto Cinquedoghe: un’altalena per regalare un senso di euforia e di ebbrezza, come fa il vino. Il pop-designer Karim Rashid nello sgabello Inverso rovescia letteralmente la botte, portando all’esterno la parte interna, color del vino. Non possono che esprimere eleganza due progetti legati a nomi della moda. Virgola di Anna Zegna è una variante chic della classica poltrona sdraio, la poltroncina Draghessa di Chiara Ferragamo e Davide Rocchi punta sull’alternanza quasi optical tra gli elementi in tinta vinaccia e rovere. Questi sono solo alcuni esempi della versatilità d’arredo della collezione Barrique, ma soprattutto dell’insospettabile capacità di metamorfosi di una botte. A dimostrazione che, a San Patrignano, una botte non fa solo buon vino, ma anche buon design. Mi è sempre piaciuta l’espressione “botte esausta”. Dà l’idea di qualcuno che ha svolto fino in fondo il proprio compito, senza risparmiarsi. Ha senso dunque che da scarto si trasformi in materiale nobile di progetto, capace di generare, dopo gioia per il palato, bellezza per gli occhi. Tra sostenibilità ambientale e sensibilità sociale. Postilla Leggi&Bevi Vino consigliato per accompagnare la lettura di questo articolo: Colli di Rimini Rosso Noi. È l’etichetta di SanPatrignano che già nel nome celebra la coralità, il carattere collettivo della missione della Comunità e del progetto di cui ho scritto sopra. Per questo non può che essere un blend. Di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot, assemblati prima di andare in bottiglia (6 mesi di riposo), dopo un affinamento di 12 mesi in barrique di secondo passaggio. Note di marasca, mora matura e ribes e un a bella trama tannica per un vino per tutte le occasioni. Noi è un’etichetta storica di SanPatrignano e l’annata 2020 è la prima firmata Luca D’Attoma.   A cura di Katrin Cosseta 
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23 Gennaio, 2023

Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine

Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine Cari amici, questa mia prima pubblicazione del 2023 mi riporta su uno degli argomenti che ho più a cuore: la sostenibilità nel mondo del vino. Vi racconto di Quota 101, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare immersa nei Colli Euganei, nelle vicinanze di Padova, area D.O.C. di origine vulcanica. Il suo nome deriva proprio dall’altitudine, perché è situata a 101 m.s.l.m. sulla cima di una collina, incastonata nel mezzo del Parco Regionale dei Colli Euganei, lontano da strade trafficate e con una vista mozzafiato che arriva fino a Venezia. I Colli Euganei, per chi non ne avesse mai sentito parlare, sono l’incredibile risultato geologico di fenomeni vulcanici risalenti a oltre 40 milioni di anni fa dove le colline hanno un cuore vulcanico ma non assomigliano ad una tipica catena montuosa. Ciascun colle è il risultato di uno specifico spostamento della crosta terrestre e di conseguenza possiede una forma unica e una particolare composizione del suolo e minerale. L’azienda segue una filosofia ben definita: i vini sono certificati biologici e prodotti nel rispetto dell’ambiente, e sebbene produrre abbia sempre un impatto, la sfida che si pone l’azienda è quella di ridurlo al minimo, migliorando continuamente la sostenibilità delle proprie azioni. L’idea parte dopo il restauro della vecchia cantina che oggi è la barricaia per l’affinamento dei vini. Nell’autunno del 2019 è stato dato il via alla costruzione di una nuova cantina in uno spazio in precedenza destinato alla stalla in disuso, e per farla è stata fatta la scelta di essere più rispettosi possibili nei confronti del bene più prezioso, la natura in cui l’attività aziendale si immerge. Questo percorso ha portato a dicembre 2022 questa realtà ad essere la nona cantina (sono effettivamente poche!) a certificare secondo il protocollo CasaClima Wine la propria struttura di produzione. La progettazione della nuova cantina, oltre ad aver posto una particolare attenzione all’aspetto della progettazione architettonica, ha scelto di rispettare i parametri e i criteri stabiliti da CasaClima Wine in termini di efficienza energetica e consumo di risorse. Con un impianto fotovoltaico da 50 KW, la scelta di un innovativo sistema costruttivo in legno X-Lam (pannelli di legno massiccio a strati incrociati, composti da più strati di lamelle o tavole, sovrapposti e incollati uno sull’altro a 90°) e una gestione idrica particolarmente attenta che ha permesso che si potesse mantenere le stesse condizioni idriche esistenti prima della costruzione grazie ad un sistema di vasche di raccolta che consente il recupero dell’acqua piovana. Tutta la scelta progettuale, oltre a seguire canoni di estetica o operativi, è stata fatta nel modo più rispettoso possibile nei confronti della natura: si è scelto infatti di rivestire le pareti esterne con delle tavole di larice naturale creando così una parete ventilata che, sfruttando le naturali caratteristiche del legno, permette di mantenere nel tempo un dialogo con l’ambiente circostante. Una quinta di alberi preesistente è stata mantenuta e salvaguardata durante la costruzione per fare da filtro tra il manufatto moderno e l’ambiente esterno alla proprietà, inoltre, l’edificio al piano superiore, è dotato di uno spazio che ha come prima funzione quella di essere luogo di appassimento delle uve, mentre nel resto dei mesi è lo spazio destinato agli eventi e alle degustazioni dotato di grandi vetrate per dare alla natura intorno la possibilità di mostrarsi nel suo splendido panorama. In questo spazio le pareti sono rivestite da uno speciale pannello fono assorbente che elimina il riverbero acustico, rendendo confortevole la conversazione. Scelte che, nel rispetto dei parametri della certificazione, non riguardano solo l’efficienza energetica, ma considerano anche altri aspetti, come il riciclo dell’acqua, il comfort degli ambienti, la qualità dell’aria, oltre a focalizzarsi anche su requisiti specifici come il packaging, l’impronta di CO2 delle bottiglie, abbattuta adottando delle bottiglie più leggere, o la valorizzazione degli scarti di lavorazione. Quota 101 si è preoccupata di curare ogni aspetto, dall’isolamento termico agli aspetti di fono-assorbimento nel locale di accoglienza all’utilizzo fonti rinnovabili attraverso un impianto fotovoltaico, preferendo illuminazione ad alta efficienza. La sostenibilità è fatta di tante scelte e Quota 101 ha scelto andare nella direzione giusta ponendo attenzione alle generazioni future e all’ambiente, perché il pianeta è un prestito ricevuto dai nostri figli che dobbiamo restituire nel miglior modo possibile, ed ognuno deve fare la propria parte! A cura di Giuseppe Petronio 
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19 Gennaio, 2023

Il Progetto ZEI - Zero Environmental Impact

  Si fa presto a dire sostenibilità ma è molto più difficile trovare soluzioni concrete. Come molti di noi sanno, il fil rouge dello scorso Merano Wine Festival è stato il problema dell’acqua in quanto risorsa primaria e fondamentale per la vita, sviluppato all’interno di importanti temi come l’innovazione, la sicurezza alimentare e la sostenibilità. E’ stata in questa occasione che ho avuto l’opportunità di assistere a una masterclass durante la quale è stato presentato un progetto che mi ha decisamente affascinato e convinto, il Progetto ZEI. Facciamo un passo indietro e diamo per scontato che la fertilità del suolo e la salubrità della pianta siano fondamentali per la produzione di vino. Da qualche anno, ormai, ci si è accorti di come l’utilizzo di componenti chimici da sempre ritenuti innocui per l’uomo e indispensabili alla vigna, non sia esattamente una passeggiata per la salute. Un esempio su tutti, l’utilizzo del rame, vaporizzato da decenni a difesa della produttività. Come lo zolfo, però, anche il rame è un metallo pesante che, dopo aver eliminato i funghi nocivi, penetra nel terreno e vi si deposita, legandosi chimicamente ad altri minerali e svolgendo un effetto inibitore della capacità della vite di assimilare altri microorganismi utili al suo sviluppo. Questa conclusione è stata scientificamente verificata da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia, guidato dal Prof. Marco Esti e dall’agronomo Dott. Alessandro Leoni. Ed è qui che hanno vacillato le mie certezze sui dogmi che sostengono le certificazioni bio. Se infatti, da una parte, “biologico” significa fare agricoltura senza prodotti di sintesi, dall’altra tale protocollo permette l’utilizzo di sostanze come questa. Gli effetti del rame come fattore di alterazione La ricerca ha evidenziato come il rame elimini i microorganismi che incontra durante la sua penetrazione nel terreno, impoverisca la fillosfera (la parte visibile della pianta della vite), e distrugga la rizosfera, ovvero la capacità biotica del terreno. Anno dopo anno, i trattamenti con il rame provocano un accumulo di questo elemento nel suolo, rendendo sempre più difficoltosa l’assimilazione da parte delle viti di altre sostanze nutritive essenziali per lo sviluppo e la resistenza della pianta, arrivando addirittura a comprometterne la stessa sopravvivenza. Nei terreni viticoli in cui è presente un’elevata concentrazione di rame accumulato emergono, inoltre, problematiche di vinificazione dovute all’effetto inibitore del rame sulla trasformazione del mosto e la fermentazione del vino. Un ulteriore effetto della presenza di questo metallo nel terreno è che esso, legandosi alle foglie e al frutto, altera i profumi del vino, oltre al rischio di tossicità per via dell’accumulo nel fegato umano qualora finisca nella bottiglia. Ovviamente, nessun produttore vorrebbe mai sentire alterato il profumo e il sapore del proprio vino. Ciò nonostante, questo è ciò che accade ad oggi in moltissimi casi. La natura ritrovata: il progetto ZEI Una volta accertata l’influenza negativa del rame sulla qualità biologica della vite e sulle proprietà organolettiche del vino, il Prof. Esti e i ricercatori dell’Università Della Tuscia hanno dato il via a sperimentazioni su possibili sostituti biologici. Perché infatti non pensare di trattare la vite con estratti di origine naturale, senza residui e senza rischi tossicologici per gli operatori e che hanno anche il vantaggio di migliorare sensibilmente la qualità delle uve? Tre anni fa è quindi partita la sperimentazione nei terreni della Cantina Feudi Spada, proprietà umbra del noto enologo Alessandro Leoni, dove erano presenti vigneti antichi, alcuni originari della Francia. La cura e il ripristino di quei vigneti è stato un test ideale per lo sviluppo di nuovi prodotti e metodologie in grado di rinvigorire i processi naturali coinvolti nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Proprio da qui ha preso vita il progetto ZEI, acronimo di Zero Environmental Impact (Impatto Ambientale Zero), coordinato dal Dott. Alessandro Leoni, allargatosi ad altri piccoli appezzamenti e a porzioni di filare, in modo da poter controllarne l’efficacia in modo immediato. I campi sperimentali sono nel tempo passati a oltre 70 ettari divisi tra Oltrepò Pavese, Toscana, Lazio, Umbria, Campania, Piemonte e Puglia, sia su varietà autoctone che internazionali, allo scopo di avere ampie possibilità di verifica dei risultati. I prodotti di biosintesi e gli estratti essenziali Una delle sfide più importanti di oggi è la capacità di bilanciare l’applicazione delle tecnologie e delle conoscenze con il rispetto degli equilibri e dei processi naturali. Nel caso del progetto ZEI, l’idea del gruppo di ricerca è stata quella di testare alcuni estratti vegetali provenienti da altre piante, come l’acido salicilico e l’etilene, che migliorano il metabolismo-della vite, arrivando alla sintesi di miscele bilanciate, completamente prive di elementi chimici tossici e in grado di proteggere la pianta e arricchirne le qualità organolettiche a partire dalle bucce delle uve. Una piccola rivoluzione Dopo il periodo di sperimentazione in vigna e in cantina, la trasformazione delle miscele in composti microbiologici standardizzati e prodotti in serie è stata affidata all’azienda Prime Evolution, un’azienda giovane, dinamica e innovativa, nata per volontà degli imprenditori Valeria Bombelli e Francesco Civati, impegnati dal 2005 nel settore della ricerca in biotecnologie. Decisi ad operare una piccola rivoluzione nel settore, hanno portato realtà e concretezza al progetto iniziando ufficialmente la produzione e la commercializzazione di prodotti biostimolanti, bioattivanti e di estratti vegetali. Quando le ho telefonato per avere maggiori informazioni, Valeria si è mostrata ben felice di condividere con me alcuni dettagli in più rispetto a quanto era stato trattato durante la masterclass. Durante la nostra conversazione, ricordo un suo pensiero che condivido appieno, secondo cui “siamo sempre in evoluzione (da qui il nome dell’azienda, Prime Evolution) perché crediamo che tutto derivi da lì, dalla natura, che occorre solamente osservare e che ci mette a disposizione tutto ciò che necessitiamo. I nostri prodotti infatti sono tutti di origine vegetale”. Prosegue Valeria: “in Azienda ci si occupa di studiare e ricercare, con tecniche sempre più precise, le esigenze di difesa, stimolazione e nutrizione in tutte le colture agricole, dalla viticoltura alle colture da reddito e ornamentali, al fine di progettare e formulare nuovi bio-fertilizzanti e stimolanti tecnologicamente avanzati per risolvere i problemi legati allo sviluppo vegeto-produttivo nel suo complesso”. Personalmente, sono rimasta affascinata da questo progetto e dall’entusiasmo con cui viene portato avanti. Prime Evolution, in collaborazione col Prof. Marco Esti e l’enologo Alessandro Leoni, ha quindi sviluppato una gamma di prodotti pronti all’uso per ogni fase della produzione, con protocolli di utilizzo per la soluzione di problemi specifici. Con il rilascio dei nuovi prodotti sul mercato, è stato possibile anche definire un protocollo ZEI per certificare l’assenza di sostanze chimiche e metalli pesanti nelle uve, permettendo ai viticoltori di guadagnare in qualità e proporre una rivalutazione del prezzo di vendita delle proprie bottiglie. Il progetto prevede di raggiungere buoni risultati economici a partire da una produzione di 5.000 bottiglie l’anno, risultando quindi adatto e conveniente anche a cantine medio-piccole. Tra le domande della platea non poteva mancare quella sui costi. L’ho girata a Valeria, che mi ha risposto che “il Progetto ZEI ha un’incidenza di investimento tra i 15 e i 20 centesimi/bottiglia, un costo di poco maggiore di un metodo convenzionale, in alcuni casi attestandosi allo stesso livello”. Quindi, nessuna scusa! La possibilità di migliorare c’è ed è affrontabile, considerando i vantaggi. La masterclass Tornando alla masterclass, dopo il benestare degli esperti, il vino è stato versato nei calici, contribuendo a un’atmosfera più rilassata e fluida, permettendoci di assaggiare i vini con un diverso stato d’animo, oltre che con molta curiosità. Gli assaggi proposti, in un carosello di profumi, aromi e sapori, sono stati: –          Vesali, 2021 100% Fiano, Tredaniele –          Madonna 2020, 100% Chardonnay, Feudi Spada –          Cerbero 2018,  90% Croatina – 10% Merlot, Mantovani –          Il Privilegiato 2021, 100% Nero di Troia, Planisium Per dovere di cronaca, su sette vini prodotti dai vitigni antichi della cantina Feudi Spada con il metodo ZEI, ben tre hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti da persone molto più esperte di chi scrive. Al di là dei premi, credo che la soddisfazione maggiore per questi viticoltori, in una certa misura visionari e decisamente pionieri, sia sapere di avere prodotto un vino di ottima qualità senza cedere alle lusinghe della chimica o ai dogmi “poveri” della biodinamica, coerentemente con quello spirito di adattamento imprenditoriale che vede la tecnologia e la ricerca al servizio della natura e non vice versa.   Claudia Riva di Sanseverino  
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IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI Arrow Right Top Bg

12 Gennaio, 2023

IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA

IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI TARQUINIA 2022 Come nasce un buon vino? Dalle mani sapienti di chi lavora la terra oppure dal rispetto dell’espressione della terra stessa? Quella che vi raccontiamo in questo articolo è la storia d’amore, di rivoluzione, di rinascita di un’Azienda che ha posto le sue redini nella tradizione e nel valore primario del rispetto per il suo territorio. Devozione che viene mostrata osservando i bisogni della terra e del vigneto, ogni anno diversi e specifici. Un grande rispetto portato avanti da tutte le persone che, attualmente, ne fanno parte. Noi, Partners in Wine, in una giornata uggiosa, siamo andate alla scoperta di questa piccola ma sorprendente ed unica realtà: l’Azienda di Marco Muscari Tomajoli situata a Tarquinia, un piccolo gioiello incastonato su un colle nel Nord del Lazio, Patrimonio UNESCO Etrusco. Con calorosa accoglienza, incontriamo Marco ed il suo fedele amico e collega Pietro Mosci, il quale, con grande gentilezza e disponibilità, ci racconta la storia di questa realtà camminando in mezzo ai filari e accompagnandoci nella visita alla cantina. Come sempre, siamo attratte dai vigneti che, nonostante in questo periodo dell’anno sono a riposo dopo un lungo e faticoso lavoro, ci emozionano. Il vento tra i capelli, il profumo della terra fresca e il tocco della pianta ci fanno sentire vicine alla natura, regalandoci un senso di libertà, di leggerezza e respirando la “vita” che si percepisce in questo luogo. Pietro inizia a raccontarci che l’azienda di Marco è molto piccola e a livello familiare ed è per questo che lui non ha un ruolo ben specifico. “Il mio lavoro dipende dal periodo nel quale ci troviamo: in quello della raccolta sono in cantina con le varie lavorazioni e le ultime sfecciature; durante il Natale mi occupo un po’ anche della parte commerciale con gli ordini dei clienti e nel resto dell’anno sono immerso tra i filari a lavorare la terra. Mi occupo a 360° dell’azienda e sono 5 anni che ne faccio parte. Io e Marco siamo amici da quando eravamo bambini ed è, oltre che un piacere, anche molto facile lavorare insieme a lui per il bene che ci lega. Ho molta esperienza sul campo e faccio continui affiancamenti con l’enologo seguendo molto le sue direttive. Amo molto la terra, soprattutto questa. “ AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI  TARQUINIA 2022   (In alto vitigni a bacca rossa, in basso vitigni a bacca bianca ) Se guardiamo dall’alto i filari di Marco, possiamo notare una forma ad elle, da una parte abbiamo i rossi e dall’altra i bianchi, in totale 2 ettari di vigna: il Montepulciano ad inizio filare, il Petit Verdot spostato più verso il mare, due piccoli appezzamenti di Barbera ed Alicante inizialmente sperimentali ed infine il suo meraviglioso Vermentino. Il Montepulciano viene utilizzato sia per la riserva “Pantaleone”, per la quale fanno una selezione scrupolosa dei filari durante l’annata con una raccolta tardiva a metà di ottobre, sia per il rosato “ Velca” raccolto un mese prima. Fanno tutte micro vendemmie, iniziando dal Vermentino per mantenere l’acidità alta, poi il Montepulciano per il rosato, il Petit Verdot e così via. Il lavoro in vigna viene svolto da Marco, Pietro e all’occorrenza da Stefano, un altro loro collaboratore. Gli impianti sono stati tutti innestati nel 2007 dal padre di Marco, Sergio Muscari Tomajoli, toscano di nascita, andato in pensione dopo una grandiosa carriera da ufficiale di Marina. Da sempre è stato un grande appassionato di vino che lo ha portato a vivere un’esperienza anche in Francia con i primi corsi di avvicinamento e da sommelier. Nel 2007 Sergio si ritrova un piccolo appezzamento di terreno lasciatogli dal bisnonno di Marco da parte della madre che, a suo tempo, veniva utilizzato solo per il bestiame. Riprende in mano la situazione facendo varie ristrutturazioni come la cantina, il casale, gli impianti e innestando le nuove viti. Ci fu una prima fase iniziale di sperimentazione anche con il supporto dell’enologo Gabriele Gadenz, il quale sposò subito il progetto di Sergio. L’importanza della Terra Inizialmente dalle prime analisi del terreno è emerso che quella terra era vergine e per questo le viti non avevano bisogno di lavorazioni particolari. Gli esperimenti furono molteplici prima di arrivare alla prima produzione del Nethun, il loro Vermentino, e del Pantaleone. Quest’ultimo in origine era un blend, Petit Verdot, in percentuale maggiore, insieme a piccole partite di Barbera e Montepulciano. Con l’entrata in azienda di Marco, nel 2017, succeduto al padre purtroppo venuto a mancare, insieme allo storico enologo si scelse di vinificare in purezza il Petit Verdot, questo grande vitigno che più si adattava al clima, sempre molto rigoglioso e mai con una malattia. A tal proposito, Pietro prosegue nella sua spiegazione: “Noi lavoriamo con inerbimento permanente, non facciamo irrigazione, non concimiamo, lasciamo fare tutto quanto alla natura. Anche come filosofia aziendale, è una nostra scelta far soffrire le piante e condurle a trovare, da sole, i vari nutrienti. Usiamo solo zolfo e rame ovviamente quando serve. Non siamo certificati biologici, perché al momento non ne sentiamo la necessità, ma ovviamente lavoriamo in maniera biologica e naturale e nel completo rispetto delle volontà della pianta. La cosa bella di una realtà piccola come questa è che puoi lavorare artigianalmente. Per quei pochi prodotti che diamo, usiamo ancora la pompa a mano; stessa cosa per la raccolta, scrupolosamente a mano, dalle potature allo sfalcio del verde. Facciamo molta attenzione ai tempi di raccolta, calcolando anche il clima dell’annata. Infatti, quest’anno, abbiamo dovuto anticiparla poiché è stata un’annata molto calda. Rispettiamo i tempi delle piante e siamo sempre in vigna per intervenire nel momento del bisogno”. Due sono i valori principali di questa azienda: la sostenibilità e la qualità. Quest’ultima si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale. C’è purezza e semplicità nel loro lavoro, c’è tanto rispetto e amore per quella che considerano una terra unica e naturale. Tutto questo porta l’azienda ha rese per ettaro bassissime e ad una qualità del vino eccellente. Siamo a 170 metri slm ed i terreni sono argilloso-calcarei, a pochissimi chilometri dal mare e a pochi metri dal bosco circostante. Le viti che si trovano a ridosso del bosco sono protette dai venti freddi e proprio per questa barriera crescono meno in altezza rispetto a quelle a fondo valle. Nonostante la vicinanza al mare, non ci sono terreni sabbiosi, ma in profondità c’è questa pietra particolare, chiamata Pietraforte (come da foto). E’ una pietra calcarea, una marna argillosa che solo loro hanno in questa zona, dovuta alla compattazione di argilla, creatasi in milioni di anni, con cemento carbonatico. E’ possibile infatti notare sopra questa pietra delle striature bianche ovvero il calcare rimasto compresso in essa. Questa composizione la ritroviamo in superficie con alte tracce di calcare attivo ovvero il calcio che dona tantissimi nutrienti alle piante. Ad oggi, questa pietra è ancora in fase di studio analitico per le sue componenti che con ogni probabilità influenzano il vino, come per esempio la grande spalla acida percepita degustandolo che potrebbe essere, secondo Marco, una delle caratteristiche ereditate. All’improvviso un retaggio dal passato Camminando tra i filari, in lontananza, notiamo alcune piccole viti. Cosicché Pietro ci racconta che disboscando una parte del terreno, hanno da poco ritrovato una vigna impianta dal bisnonno di Marco. Le piante hanno sicuramente dai 60 ai 70 anni e sono tutti vitigni misti poiché una volta si mescolavano per ottenere uve diverse e alcuni sono addirittura a piede franco. Al momento, stanno approfondendo l’analisi e l’identificazione genetica per capire se in futuro sarà possibile tenerle in considerazione per qualche progetto interessante. Una piccola ma fruttuosa cantina Entusiaste arriviamo in cantina dove Pietro ci fa strada: “Inizialmente era un annesso agricolo dove il nonno di Marco teneva tutti i suoi attrezzi, poi è stata trasformata in una vera e propria cantina. Facciamo tutto da soli con pochi macchinari e attualmente produciamo circa 7.000 bottiglie l’anno. Un terzo di queste le vendiamo in America, tramite un importatore conosciuto da Marco, il quale, lavora con aziende piccole nella zona del Massachusetts e di New York, e le restanti bottiglie qui in Italia. Tutte le etichette sono state rielaborate dall’artista Guido Sileoni di Tarquinia. Sono disegni meticolosi e precisi. Guido ha seguito varie scuole d’arte ma ha avuto un forte legame, fin da piccolo, con il lavoro del padre che faceva l’architetto. Questo, ad oggi, lo riscontriamo nella sua arte, nelle forme geometriche dei suoi disegni, nella sua precisione e nei tratti spigolosi. Ha creato a Tarquinia un murales raffigurante molte divinità etrusche, sua grande passione”. Entrando, notiamo subito disegnate sui muri varie raffigurazioni di queste particolari e bellissime etichette, una stanza che ospita barrique T5, le protagoniste dedicate soltanto alla Riserva, e in un’altra pochi ma essenziali macchinari. Il modello T5 è una barrique molto particolare, in rovere francese, proveniente dalla foresta di Tronçais, in Francia, stagionata per 5 anni all’aria aperta. Rappresenta il top di gamma della Tonnellerie Taransaud. La loro Riserva, l’Aita, affina qui per 18 mesi prima dell’imbottigliamento per poi riposare almeno altri 9 mesi in bottiglia. Attualmente l’Azienda produce tutto in purezza: per il Pantaleone quasi 2000 bt, per il Nethun altre 2000, per il rosato Velca 1800 bt e infine per la Riserva circa 500 bt annue. AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI  TARQUINIA 2022 La cantina di vinificazione e la barricaia Un piccolo casale accogliente: in alto i calici! Terminato il nostro giro nei vigneti e nella cantina, Marco ci ospita nel suo piccolo ma accogliente Casale, risalente ai primi anni del ‘900, ristrutturato completamente dal padre che, ad oggi, funge da sala di degustazione e da base operativa. Iniziamo qui la degustazione insieme a Pietro e Marco, il quale, ci racconta di più sul progetto delle nuove etichette. “Questo progetto è frutto di una bellissima collaborazione con il pittore Guido Sileoni, Italo-argentino, nato a Buenos Aires, da mamma argentina e padre italiano. Si sono trasferiti a Tarquinia quando lui aveva 5 anni poiché a quei tempi la situazione in patria era molto difficile e la famiglia decise di tornare in Italia. Legato da sempre al mondo dell’arte e dopo aver svolto lavori di altro genere, ha deciso di seguire la sua più grande passione. Anche lui ha perso suo padre molto giovane e credo che, proprio dopo questo evento, ha deciso di intraprendere la carriera artistica. Su questo siamo molto simili”. Marco continua a spiegarci che l’inizio della collaborazione con Guido avvenne nel 2012, in seguito alla sua visita ad una mostra da lui creata molto particolare e importante che organizzò nella chiesa sconsacrata di Tarquinia. Un luogo molto evocativo. “In quell’occasione, secondo me Guido, ha definito e concretizzato chi voleva essere, le sue linee, i suoi tratti, i suoi colori ed il suo meraviglioso stile. Io per caso andai a quella mostra e ne rimasi folgorato, da lì in poi gli proposi una collaborazione. Tra bozze, sperimentazioni e prove varie siamo usciti ufficialmente con le prime due etichette nel 2014, il Nethun e il Pantaleone”. L’idea di prendere in considerazione le tombe etrusche per le etichette dei vini fu di Guido. Marco desiderava che rappresentassero un elemento del loro territorio in maniera fedele e autentica e avessero una loro storia. Dovevano essere identitarie e così è stato. “Questa cura che Guido ha dei dettagli, quasi maniacale, mi ha fin da subito colpito perché volevo che trasmettesse all’osservatore tutto il lavoro che si nasconde all’interno della bottiglia”.    VINO, ARTE O STORIA?  Il primo calice che degustiamo è il loro Velca  2021, un Rosato da uve Montepulciano in purezza. Al naso strabilianti note floreali di garofani e note fruttate di ciliegia. Al palato freschi sentori di frutti rossi, banana, arancia e un pizzico di erba fresca. Avvolgente e con un bel finale sapido e minerale. Un vino di un’eleganza straordinaria. Per questa etichetta, Sileoni ha scelto la Tomba dell’Orco che rappresenta una donna etrusca che cinge un uovo, fanciulla realmente esistita che si chiamava Velia Spurinna, considerata un po’ la Monna Lisa della civiltà Etrusca, di una bellezza incredibile. Gli Spurinna, a quei tempi, erano una delle famiglie più importanti della storia di Tarquinia. Il dettaglio dell’uovo invece è stato preso dalla Tomba degli Scudi, raffigurante moglie e marito che si stanno scambiando un uovo, simbolo di vita, di fertilità e di rinascita per le coppie di quei tempi. Il secondo calice che degustiamo è il Nethun 2021, Vermentino in purezza. Il clone è il Corso, proveniente da Sartène, nel sud della Corsica. Qui avvertiamo proprio la salsedine del mare e capiamo fin da subito che il grande potere d’invecchiamento di questo vino è dato proprio dal terreno. Il naso respira intense note di gelsomino, susina e camomilla, toni erbacei e avvolgenti nuance balsamiche. Al palato si avverte una nota netta di pera Williams e agrumi, una sferzante sapidità che lo contraddistingue portandoci con l’immaginazione tra le onde del mare. Lo troviamo molto equilibrato e le note di cedro, mandarino ed anice ci fanno pensare ad un abbinamento ai crudi di mare. Per l’etichetta di questo vino, l’Artista si è ispirato di nuovo alla Tomba dell’Orco sulla quale in un angolo si intravedono dei tralci di vite con delle foglie stilizzate. L’idea è stata quella di voler richiamare il legame del Vermentino con il mare rappresentando la fusione tra i tralci di vite e i pesci stilizzati. Il nome è di origine etrusca come la divinità del mare, Nethuns, per i Romani il Dio Nettuno. Il terzo calice in degustazione è il Pantaleone 2019, Petit Verdot in purezza. All’olfatto avvertiamo immediatamente la sua parte erbacea e balsamica, mentre al palato un insieme di frutti rossi, prugna, cannella, chiodi di garofano e liquirizia legano armoniosamente fra di loro. Una morbidezza eccezionale, un’acidità e una freschezza ben integrate. Un connubio perfetto che ci emoziona. Per l’etichetta, Guido ha preso in considerazione la Tomba dei Baccanti, la quale nella parte più alta è raffigurata la scena di due leoni che stanno cacciando due gazzelle. Il messaggio che vuole essere trasmesso è quello della forza del leone possente e lineare ovviamente nel suo stile artistico.   Per l’ultimo vino in degustazione, Marco ci sorprende con la sua meravigliosa Aita 2020, 100% Montepulciano. Un grande vino che, impenetrabile come il suo colore rubino violaceo, al naso ci regala note di ciliegia nera, mirtillo, mora e prugna in un connubio perfetto assieme a sentori di cioccolato e tabacco. Sul finale leggere note balsamiche e speziate, di cannella e liquirizia. Un tannino davvero molto equilibrato ed elegante. Qui ci lasciamo per un attimo andare degustando le sue dolci note boisé. Etichetta nuovamente ispirata alla Tomba dell’Orco, nella quale, da una parte, viene raffigurata l’Aita, divinità etrusca dell’oltretomba, corrispondente all’Ade Greco. In molti la scambiano per una donna poiché il suo viso tende ad avere dei lineamenti molto femminili, ma in realtà è una divinità maschile con un copricapo raffigurante la testa di un lupo. <<Marco, qual è l’etichetta che più ti rappresenta?>> Con una bellissima risata, Marco risponde: “Ho un legame unico e profondo con ognuna delle mie etichette. Un legame unico ma diverso. Nethun sicuramente è quella più rappresentativa che si è espressa sempre in maniera più nitida ed è quella che ci ha fatto conoscere di più nel commercio.  Il Velca, nel suo piccolo, è stata l’etichetta che ha ottenuto più riconoscimenti importanti”. Come obiettivi futuri, Marco ci confida che vorrebbe ampliare il vigneto e con un po’ di Vermentino in più a disposizione concepire un bianco riserva tra qualche anno. In più continuerà a studiare quelle viti molto antiche ritrovate da poco per capire se possono essere utilizzate per produrre un altro eccellente vino. Marco Muscari Tomajoli  “E’ iniziato tutto da mio padre. Mio nonno è morto nel 2000 ed era quello che si occupava della terra e degli animali. Mio padre invece ha ricostruito tutta la struttura, tutto il casale e impiantato le prime viti nel 2007, ma ha iniziato tutto questo con la visione di un hobby di fine lavoro, di uno sfizio personale. Poi ha conosciuto il nostro attuale enologo, Gabriele Gadenz e insieme hanno iniziato a sperimentare. Io sono subentrato quando mio padre è venuto purtroppo a mancare e mi sono reso conto che è una grande macchina, un ciclo continuo che non si ferma e che ha bisogno costantemente di investimenti”.   Ringraziamo di cuore Marco Muscari Tomajoli e Pietro Mosci per la bellissima visita e accoglienza a noi riservata. Conoscere la storia, la filosofia ed il pensiero di ogni azienda che visitiamo è per noi fondamentale. Ed il rispetto, l’amore, la determinazione e caparbietà che ogni giorno i  produttori mettono per far bene il loro lavoro, può soltanto essere per noi motivo di ispirazione e grande stima. Vi lasciamo come sempre con una frase a noi cara: “Credo che avere la Terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”. Andy Warhol                 Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine Ci trovate su Instagram: Kris_lifes_somm Cristina Santini Winefood_and_therapy Ilaria Castagna                 https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E            
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29 Dicembre, 2022

A Natale puoi...

A Natale Puoi, non è solo una storica pubblicità ma è proprio un modo di vivere delle ultime settimane di Dicembre e degli inizi di Gennaio aspettando il giorno della Befana del nuovo anno. Regole da rispettare: A Natale Puoi Riprendere le vecchie tradizioni insieme ai più saggi o a chi ricorda i tempi passati, stare insieme a familiari e amici per riempire le case di calore e colori. Le cucine si trasformano in vere orchestre che compongono opere di ogni tipo per soddisfare pomposità di adulti e bambini, inondando le tavole di colori, bicchieri e piatti di ogni tipo. A Natale Puoi Bere, ma bere bene, noi di Winetales Magazine, proviamo a sorprendere noi stessi per poi cercare di trasmettere le stesse emozioni e sensazioni ed è per questo che vi parlerò di alcune delle cantine scelte. La vera fonte di ispirazione e conoscenza di quest’anno ci riporta ad una delle mie avventure che mi ha visto protagonista, in una giornata di Ottobre, dedicata, alla presentazione della “36esima guida Vini d’Italia del Gambero Rosso” che si è svolta a Roma, al Palazzo dei Congressi, tra convegni, premiazioni e degustazioni. Geniale la scelta della location, Il Palazzo dei Congressi,  oltre alla sua imperiale posizione dispone di un terrazzo che al tramonto si trasforma in una vera festa di ispirazione per le foto di blogger e giornalisti che agitano i bicchieri affinché sia lui, il “Vino”, protagonista premiato di quest’evento e che vuole raccontare di se. Una giornata dedicata al riconoscimento delle eccellenze italiane, provenienti da tutte le parti d’Italia, accompagnate dalla presenza dei produttori felici di poter raccontare delle loro eccellenze. Tante le cantine presenti e premiate ma selezionate in numero ridotto rispetto ai precedenti anni, “Abbiamo ritenuto di alzare leggermente l’asticella per tutelare il valore del riconoscimento, che continua ad avere un peso importante sul mercato”, concetto ribadito da  Giuseppe Carrus, Gianni Fabrizio e Marco Sabellico che trovate qui . Beh, non mi resta che elencare alcune delle etichette scelte per il mio Natale: TITOLO di Elena Fucci, il cui vino prende il nome dall’omonima contrada e dalla cantina chiamata Torre Titolo nel nord della Basilicata, immersa fra vigneti ed uliveti che custodisce gelosamente da quattro generazioni la storia della famiglia. Elena Fucci, nel 2000 ha deciso di far riemergere la cantina continuando e migliorando l’attività di famiglia iniziata negli anni ’60. Lettera C, di Pasini San Giovanni, la cui azienda è stata fondata nel 1958, oggi alla terza generazione di vignaioli, un’altra bellissima e unica realtà che porta questa azienda ad essere premiata per passione e costanza con la creazione di un vino  il cui colore è il “rosè di Valtènesi” che fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, determinando il suo carattere. Il Valtènesi può nascere solo sul Lago di Garda, grazie all’armonia sostenuta dal microclima unico delle colline affacciate al sorgere del sole. Madonna della Scoperta, azienda Perla del Garda, un Lugana Superiore Doc. Un’altra eccellenza in cantina con una filosofia unica: “Il Vino Nasce in Vigna”, dove saggezza e tradizione contadina sono i fondamentale di produzione. Anteprima Tonda, azienda  Antonelli San Marco, di cui abbiamo avuto il piacere di parlare in altre occasioni su Winetales. Il Trebbiano Spoletino è una varietà tipica del territorio che si estende tra Montefalco, Trevi e Spoleto. Ritroviamo un prodotto unico nella sua completezza, l’uso di anfore di terracotta e ceramica per una fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura, la conduzione biologica della vigna e la lunga macerazione sulle bucce fanno del Trebbiano Spoletino Anteprima Tonda un vino che esprime il territorio in modo naturale. Mi fermo qui per il momento, e voi??? Quali chicche avete aperto in questi giorni di festa?!? Buone Feste da Winetales e mi raccomando, Bevete Bene! A cura di Elisa Pesco   https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Dicembre, 2022

Ti aspetto da Arunda

“Ti aspetto da Arunda”. Così è iniziato il mio primo Merano Wine Festival. Un appuntamento con una cara amica, Franca Bertani, è stato il punto di incontro che mi avrebbe poi fatto scoprire un mondo nuovo e non solo, permettendomi di trascorrere una serata che rimarrà tra i miei più bei ricordi. Dopo essere state invitate da Joseph Reiterer a visitare la sua cantina, alla chiusura del festival siamo partite alla volta di Meltina, un piccolo paese immerso in uno scenario idilliaco ancora incontaminato tra montagna e boschi. Siamo a 1200 metri sul livello del mare e a una manciata di chilometri a nord del noto centro vinicolo di Terlano. Qui, abbiamo potuto girare liberamente tra le pupitre piene di bottiglie dormienti nella penombra e nell’aria limpida e pura, condizioni ideali per la maturazione ottimale dei vini. La serata è proseguita con l’apertura di bottiglie talmente speciali da lasciarmi estasiata. Ciò che mi ha particolarmente colpita è stata la freschezza delle bolle. Intatte e precise, questo è stato il denominatore comune di tutti gli assaggi, insieme a una grande armonia  che ha regnato su tutte le tipologie. Nell’ordine, abbiamo avuto l’onore di assaggiare: Chardonnay del 1985, Petit Verdot in purezza del 2000, sensazionale e dal colore dorato e brillante, Chardonnay del 2000 e Phineas V del 2015, un blend di Pinot Bianco e Riesling maturato in anfora. E così, tra risate, confronti, foto di rito e scoperte sublimi accompagnate da assaggi di un irresistibile Prosciutto di Parma dei F.lli Pelizziari (alla fine l’Emilia si ritrova sempre), siamo andati a cena nella bellissima baita Lanzenschuster, una delle meravigliose osterie storiche d’Italia. Ed è stato lì che, a 1700 metri d’altezza, abbiamo trovato la prima neve dell’anno, capace di emozionarmi ogni volta come fossi una bambina. Inutile dire che la cena è stata magnifica. Vini, anche di altri produttori, perfettamente abbinati a piatti della tradizione anch’essi eccellentemente eseguiti. Per dovere di cronaca, questi i vini serviti al tavolo: Lagrein aus Gries 2018, Kellerei Bozen, Weissburgunder Riserva 2019, Kellerei Saint Paul, Tradition Weissburgunder 2021, Kellerei Terlan e, per terminare magnificamente l’esperienza, Arunda Phineas, un blend di Pinot Bianco, Riesling e Kerner con affinamento al 100% in anfora, circa 60 mesi sui lieviti e assemblaggio di sei annate con metodo solera modificato per lo spumante. Un assoluto fuoriclasse! Per chi, come me fino a quella memorabile giornata, non conoscesse questa cantina, Arunda è dal 1979 pioniera della spumantizzazione nella provincia di Bolzano e vanta il primato di spumantificio più “alto” d’Europa. Non possiede vigneti, ma Josef Reiterer, in stretto contatto con i viticoltori conferitori e i capi cantina, segue personalmente passo passo tutti i passaggi di coltivazione e selezione delle uve, scegliendo come uno chef la materia prima per trasformarla con esperienza, intuizione e creatività in seducenti vini, uniti così da un’unica firma e prodotti in ben 12 tipologie. Alla domanda “Perché questo numero?”, Josef mi ha risposto di volere andare incontro alla più vasta varietà di pubblico possibile, senza escludere alcun gusto. Ogni anno Arunda produce 130.000 bottiglie di finissimo perlage in brillanti toni di giallo e rosa, mentre circa 400.000 riposano dormienti in attesa che venga il loro momento, una volta raggiunta la qualità ottimale, per essere commercializzate. Significativa la storia del nome al quale, quando iniziò la sua attività nel 1978, Joseph Reiterer pensò a lungo, per trovare qualcosa che si adattasse bene sia alla lingua tedesca che a quella italiana. Una sfida non facile, vinta scegliendo il nome in lingua ladina di una valle, Arunda appunto, che si trova tra il sud Tirolo e l’Engadina, associandola così a vini eccellenti, alle sue scelte imprenditoriali e produttive e a una certa magia che non manca di stupire all’assaggio. E voi, le avete mai assaggiate le magiche bolle di Arunda?   Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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24 Dicembre, 2022

Vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese

Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Domanda semplice solo in apparenza: per rendere la cosa ancor più interessante, l’abbiamo chiesta a chi non te l’aspetti. Il risultato: un nuovo caso di Degustazione Artificiale. Del resto, con Guccini, una bolognese me la lasciate fare, no? Intro Secondo Eraclito, non si fa mai il bagno due volte nello stesso fiume. Bravo, sembra ovvio ma fa riflettere: cosa cambia? Cosa resta eguale? E, come il fiume, non ci sono due bottiglie di vino uguali (forse imbottigliate dalla stessa vasca, lo concedo, ma poi si evolvono differentemente nel vetro – un po’ come per due gemelli omozigoti) e nemmeno due teglie di lasagne vengono mai proprio uguali uguali uguali. Pensavo, in un mondo di sedicenti oracoli, perché non farsi umili pizie e chiedere all’intelligenza artificiale (ormai di modissima: il BOT ChatGPT è il non plus ultra cui rivolgersi) “quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese?” Sette volte la stessa domanda, sette risposte dal BOT, sospese tra l’ovvio e l’epifenomeno di mascettica supercazzola: roba da far invidia al sommelierino qualunque insomma. Il commento aggiunto dopo ogni risposta è quindi al limite del pleonastico. LASAGNE ALLA BOLOGNESE, VINO ROSSO 0. chi si somiglia, si piglia. Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Per le lasagne alla bolognese, un vino rosso corposo e strutturato come un Sangiovese di Romagna o una Barbera d'Asti sarebbe un ottimo abbinamento. Entrambi questi vini hanno tannini robusti e un buon livello di acidità che si abbinano bene alla ricca e saporita salsa di carne bolognese delle lasagne. Altre opzioni potrebbero essere un Nero d'Avola o un Merlot. In generale, è importante cercare di abbinare il vino al piatto in modo che il vino non sovrasti il gusto del cibo, ma che si equilibri e si completi a vicenda. Abbinamento per consonanza: le cause materiali della lasagna si somigliano a quelle del vino. Emerge però subito quello che in seguito sarà tormentone: la storia dell’equilibrio. VINO ROSSO, BICCHIERE 1. un problema di statica degustativa Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto saporito, quindi potrebbero essere abbinate a un vino rosso corposo e strutturato, come ad esempio un Sangiovese o un Merlot. Tuttavia, ci sono anche altre opzioni da considerare, come ad esempio il Pinot Nero o il Cabernet Sauvignon. In generale, è importante scegliere un vino che possa reggere il confronto con il gusto robusto delle lasagne alla bolognese, ma che allo stesso tempo non sia troppo intenso al punto da sovrastare il piatto. Inoltre, potrebbe essere una buona idea scegliere un vino che abbia una buona acidità, poiché questo aiuterà a contrastare il grasso presente nel piatto. In questo caso, l’enfasi è su forze (forti, nel caso) che, contrapponendosi, si sostengano a vicenda, alla ricerca dell’equilibrio, appunto. DETTAGLIO DI LASAGNA 2. c’è speranza per il vino bianco, oltre al rosso Altra risposta dell’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto gustoso e saporito, quindi è consigliabile abbinare un vino che sappia tenerne testa. Un vino rosso robusto e strutturato come un Chianti Classico o un Brunello di Montalcino sarebbero ottimi scelti per questo piatto. Oppure, se preferisci un vino bianco, un verdicchio o un Pinot Grigio potrebbero essere buone opzioni. In ogni caso, è importante scegliere un vino che abbia un buon equilibrio tra acidità e tannini, in modo da esaltare il sapore delle lasagne senza coprirlo. Spero di esserti stato d'aiuto! Unica volta nella quale si azzarda un abbinamento con del bianco: ah, quanto consenso raccoglie il sommelierinismo conservatore! E non ci si dimentichi dell’equilibrio, mi raccomando. ROSSO DEL LUPO 3. Genius Loci Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto tradizionale della cucina italiana a base di pasta, salsa di carne e besciamella. In genere, si consiglia di abbinare un vino rosso corposo e strutturato per contrastare la ricchezza del piatto. Un vino rosso della regione Emilia-Romagna, come il Lambrusco di Sorbara, sarebbe un'ottima scelta per accompagnare le lasagne alla bolognese. Questo vino ha una struttura leggera ma una buona acidità e un profilo di frutta matura che lo rende perfetto per equilibrare il gusto delle lasagne. In alternativa, un vino rosso delle regioni del Nord Italia, come il Barolo o il Brunello di Montalcino, sarebbe anche un'ottima scelta per accompagnare questo piatto. Le lasagne sono tipiche emiliane (in Romagna sarebbero più per le tagliatélle, ma non rifiuterebbero la lasagna, giammai): ecco quindi una proposta di abbinamento regionalissima – il Lambrusco di Sorbara, adattissimo per… equilibrare, e tè dai (cit. sempre Guccini)! Piuttosto che menzionare nello stesso suggerimento anche il Sangiovese, si preferisce buttarla in caciara evocando il Barolo o… ma sì, alla fine vai con il Sangiovese – attento però, senza chiamarlo tale. SI AVANZI CON LA FORCHETTA 4. La lasagna, un po’ come un certo colore, va con tutto. Altra risposta dell’oracolo, questa volta l’equilibrio è divenuto reggere il confronto: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto saporito e gustoso, quindi per l'abbinamento del vino si consiglia di scegliere un vino rosso robusto e strutturato, in grado di reggere il confronto con il sapore intenso della carne e del sugo di pomodoro. Un buon vino da abbinare alle lasagne alla bolognese può essere un Sangiovese di Romagna, un Morellino di Scansano o un Montepulciano d'Abruzzo. Anche un Cabernet Sauvignon o un Merlot possono essere ottime scelte per accompagnare questo piatto. In ogni caso, è importante assaggiare il vino prima di servirlo per assicurarsi che l'abbinamento sia adeguato. Praticamente restano fuori il Bonarda o il Barbera (ma non temiate, lo recupera dopo): consiglio o semplice dimenticanza? Ma comunque, prima di servirlo… assaggiatelo (Catalano, è lei?). IL ROSSO NEL BICCHIERE 5. Didascalico Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto saporito e gustoso a base di pasta al forno farcita con un ragù di carne e besciamella. Un buon abbinamento per questo piatto può essere un vino rosso corposo e strutturato, come ad esempio un sangiovese di Romagna o un chianti classico. Sangiovese di Romagna: si tratta di un vino rosso prodotto con uve sangiovese nella regione Emilia-Romagna. Ha un colore rosso rubino intenso e un profumo intenso e speziato, con note di frutti di bosco maturi e sentori di vaniglia e spezie. In bocca è strutturato, tannico e persistente, con un buon equilibrio tra acidità e dolcezza. Chianti Classico: è un vino rosso prodotto nella zona di produzione del Chianti, nella regione Toscana. Ha un colore rosso rubino intenso e un profumo intenso e speziato, con note di frutti di bosco maturi e sentori di vaniglia e spezie. In bocca è strutturato, tannico e persistente, con un buon equilibrio tra acidità e dolcezza. In entrambi i casi, si tratta di vini che si abbinano bene alle lasagne alla bolognese per il loro carattere deciso e strutturato, in grado di contrastare la ricchezza del ragù di carne e della besciamella. Approfittiamo per fare un po’ di ripasso (qui l’equilibrio viene gabolato come la capacità di reggere il contrasto). O per sciorinare altre pillole di pseudosapienza sommelierinica, vedete voi. PRIMA DELL’ASSAGGIO 6. Tannino sì, tannino no. Il vizio della fuga nel truismo. Altra risposta dell’oracolo: Per abbinare il vino alle lasagne alla bolognese, si può scegliere un vino rosso corposo e strutturato, come un Chianti Classico, un Brunello di Montalcino o un Barbera d'Asti. Questi vini hanno tannini ben strutturati e un buon corpo che si sposano bene con la ricca salsa di carne alla bolognese delle lasagne. Un'altra opzione potrebbe essere un vino rosso leggero e fruttato, come un Valpolicella, che può essere un'ottima scelta per accompagnare le lasagne in un pasto leggero. In generale, è importante scegliere un vino che abbia un buon equilibrio tra acidità e tannini per bilanciare il gusto delle lasagne alla bolognese. Si diceva già sopra, la lasagna alla bolognese (ricca, gustosa e saporita: se non avete aggettivi migliori, usate questi) va con tutto (meglio se strutturato, con tannini robusti e buona acidità, anche qui se non avete aggettivi migliori, con questi non si sbaglia). In fondo anche la vita (pare l’abbia detto anche il Buddha, figuriamoci se non mi ci posso appecorare anch’io nella citazione) é una questione d’equilibrio – qui divenuto anche “sposarsi bene”. E vabbé, ad abundantiam. PROSIT Outro Si ringrazia la Trattoria San Biagio, in Parzano di Orsenigo (Alta Brianza) per la lasagna, Tosca Vini Bio, in Riviera di Pontida (tra Lecco e Bergamo) per il Valcalepio Rosso etichetta “Rosso del Lupo” che ci siamo bevuti con soddisfazione. Qualche punto in più per il lettore che, arrivato alla fine, abbia riconosciuto in questo pezzullo un omaggio agli scolastici medioevali, autori di più o meno fortunati Commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo.
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