2 Luglio, 2026
Torre Rosazza. Finezza e Tempo
Se c’è chi chiede tutto e subito, è bene conservare il valore dell’attesa. È la lezione di Torre Rosazza, nei Colli Orientali del Friuli, dove Friulano e Pinot Grigio raccontano come il tempo possa diventare un ingrediente invisibile, capace di amplificare finezza, profondità e memoria del territorio.
Locus iste, quem vides, colitur ab hominibus prudentibus, qui norunt quid sibi quisque debeat.
Seneca, Epistulae Morales, VIII
Un nome, un destino
Rosa in latino è la rosa, ma rosaceus è ciò che ha il colore della rosa, il tono del laterizio antico, l’incarnato di un tramonto sui colli di ponente. La torre che dà il nome a questa tenuta non è un simbolo scelto a tavolino per fare marketing: è pietra viva, medievale, riportata alla luce nel 2018 durante un restauro che ha restituito al mondo degli affreschi che nessuno sapeva esistessero. Il merlato è riemerso come un segreto sepolto nel calcare, e questa è già una storia degna di un romanzo.
Amo le aziende che hanno uno strato nascosto. Quelle dove scavi e trovi ancora qualcosa. L’antico complesso, già fortilizio medievale in località Poggiobello, sorge a poca distanza dall’Abbazia di Rosazzo, fondata nel IX secolo dai monaci agostiniani, ai quali si devono le prime attività di coltivazione della vite e dell’ulivo in questa parte della regione. Prima i monaci, poi la pietra merlata, poi il vino. Un filo sottilissimo che lega il Medioevo a una masterclass con Riccardo Cotarella che guida una verticale di Pinot Grigio e Friulano come se stesse dirigendo un quartetto d’archi.
Il Leone Alato e l’imprenditore che scommette
Igor Boccardo non è un uomo che si siede comodamente sui numeri. Quando parla del gruppo Leone Alato del quale è amministratore delegato, sedici mila ettari divisi tra l’anima agricola di Genagricola 1851 e le cinque tenute vitivinicole disseminate in quadro diverse regioni, lo fa con la precisione dell’ingegnere e con qualcosa di più difficile da classificare: una tensione verso il futuro che assomiglia a una scommessa lucida.
Cinque cantine. Torre Rosazza nei Colli Orientali del Friuli, Costa Arente in Valpolicella, Duemani in Toscana, Brico dei Guazzi nel Monferrato, Tenuta Sant’Anna ad Annone Veneto. Un gruppo che presidia con rigore i territori del vino italiano senza mai rinunciare a una visione di qualità assoluta. La cifra vera di questo progetto imprenditoriale non è la grandezza del perimetro. È semmai la consapevolezza che il territorio è il valore non copiabile. Che il suolo non si carica su un camion e non si spedisce.
Boccardo porta convinamente avanti due pilastri di sostenibilità che non sono slogan. Il primo è la decarbonizzazione: il gruppo è stato infatti una tra i primi in Europa a certificare un obiettivo Net Zero al 2040. Il secondo, più sottile e più rivoluzionario, è la biodiversità misurata. Sensori che contano gli insetti, riconoscono i lombrichi nel suolo grazie all’intelligenza artificiale, mappano l’avifauna e i mammiferi delle tenute. Nelle proprietà friulane sono stati avvistati (e hanno persino figliato) gli sciacalli dorati. Un tempo spia di ecosistemi compromessi, oggi indicatore di un habitat che prospera.
Esiste una vecchia idea, cara alle avanguardie del Novecento, che l’arte e la natura si oppongano. Il vino, quando è fatto così, dimostra il contrario. Un suolo sano produce un’uva sana e un’uva sana è la premessa di tutto il resto.
Il territorio: la ponca, i ronchi e il Friuli di frontiera
Il Friuli è una terra di confine e di avamposto, forte e piena di contrasti. Basta guardare una mappa per capirlo: le Alpi Giulie a nord, il golfo di Grado a sud, il Natisone che scende verso la pianura, il Collio che sfuma verso la Slovenia. Torre Rosazza è incastonata esattamente in questo punto di tensione geografica, su quella che Giovanni Casati, direttore tecnico delle Tenute del Leone Alato, definisce come “l’ultima collina prima della pianura”.
Il termine frontier in inglese porta con sé una doppia valenza: confine, ma anche frontiera aperta, territorio da esplorare. Il Friuli dei Colli Orientali è entrambe le cose. Qui i vitigni si sono incrociati per secoli. Da una parte gli autoctoni come la Ribolla Gialla, il Friulano, lo Schioppettino, il Picolit. Dall’altra, gli internazionali arrivati con i Francesi a metà Ottocento. Non c’era nessuno che potesse tracciare una linea netta tra ciò che è “di qui” e ciò che “viene da fuori”. Il Friulano stesso, considerato il vitigno emblema della regione, è arrivato insieme al Pinot Grigio nell’Ottocento. Ha trovato però questo suolo e non l’ha più lasciato.
Il suolo. La ponca. Una stratificazione di marna argillosa alternata a strati di arenaria, ricca di minerali e povera di sostanza organica. Un terreno che si sgretola facilmente, che costringe l’uomo a inventare i terrazzamenti, i ronchi, per tenerlo fermo. Sono proprio i ronchi il paesaggio di Torre Rosazza: colline pettinate come spartiti musicali, dove ogni filare è una nota tenuta a fatica sul pendio. Solo che non è una decorazione. È necessità fisica che è diventata identità culturale.
Le radici che penetrano nella ponca alla ricerca dell’acqua trattenuta dall’argilla, le brezze del mare Adriatico che arrivano da sud, le Alpi Giulie che fermano i venti freddi da nord: tutto in questo angolo di Friuli converge verso un equilibrio che non puoi progettare a tavolino. Puoi solo riconoscerlo, rispettarlo, tradurlo in bottiglia.
Finezza e tempo. La masterclass
Il titolo scelto da Giovanni Casati per la degustazione, “Torre Rosazza: verticali di finezza e tempo”, è di quelli che non si dimenticano subito. Cotarella lo ha citato più volte, compiaciuto. Ha ragione: è un titolo che porta dentro di sé l’intera filosofia di Torre Rosazza.
La finezza come vocazione stilistica. Il tempo come argomento da dimostrare, non da dichiarare.
La struttura della degustazione era volutamente capovolta: le Riserve prima dei vini classici, le annate più giovani prima delle più vecchie. Un percorso non cronologico ma pedagogico, costruito per mostrare cosa succede quando si dà al vino ciò che il vino chiede. Tempo.
Pinot Grigio. Il più famoso, il meno compreso.
Cotarella lo ha detto senza giri di parole: il Pinot Grigio è probabilmente il vitigno bianco più frainteso al mondo. Secondo vino più venduto negli Stati Uniti dopo il Prosecco, replicato in ogni latitudine d’Italia con risultati che vanno dall’ottimo al banalissimo, è diventato nei decenni una parola svuotata di contenuto.
Torre Rosazza ha scelto un’altra strada. Niente ramato, niente macerazioni lunghe, niente estremismi di nessun tipo. Una vinificazione che rispetta il carattere dell’uva. La buccia colorata porta con sé un tannino impercettibile, una certa corazza olfattiva, una tendenza a manifestarsi lentamente. Oltre che una resa in vigna che punta alla qualità invece che alla quantità.
Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023
Al naso è ancora giovane, espansivo, fresco. Non grida. Ha una profondità che richiede attenzione. Un senso di floreale che sa di frutta non ancora sbocciata. Sono le erbette quelle che dominano. La salvia, la menta, il sambuco. In bocca domina la piacevolezza tipica del vitigno, con quel leggero retrogusto di mandorla che è la firma della Ponca friulana. Quasi cicciotto ma meno prezioso mancando l’idrocarburo. È un vino ancora in costruzione, muscoloso, a cui il tempo darà l’equilibrio che già promette. Mi è venuta in mente la canzone di Francesco De Gregori “La leva calcistica della classe ’68”
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette
Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2022
L’annata ha portato le sue difficoltà: un’estate torrida, poi le piogge di fine agosto. È logico che il vino le porti nel corpo. Più sottile del 2023, con un’acidità più espressa, note balsamiche che percorrono il profilo olfattivo aprendo ai frutti tropicali, alla mineralità, al pompelmo e alla mandorla. Poi in bocca è tagliente, vegetale, con il limone che spicca sapidamente. Eleganza nervosa, da attendere o da bere subito. Dipende. Dipende da cosa si cerca in un vino. In questo io ho amato particolarmente la verticale pulizia, la non lunghissima persistenza, la capacità di farti dire “porca miseria”!
Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2021
Qui il tempo ha fatto il suo lavoro. Cotarella lo ha descritto con un’immagine perfetta: un quadro in cui non si identifica nulla di separato, ma tutto parla insieme. La pesca, la pera, il biancospino, il gelsomino: nessuno domina, ma domina tutto. Armonia olfattiva e gustativa, dolcezza che non è dolcezza ma equilibrio tra acidità e sostanza. Resterà impresso.
Mi ha intrigato la fine citrosità, l’idrocarburo interessante, la mineralità quasi salata che persiste a lungo. La nota di mandorla nel finale che qui diventa preziosa piuttosto che appuntita. Un vino che suggerisce giornate ventose, limoni acerbo, il sale che arriva sul palato. Dopo. Un vino verticale ma con la capacità di pulire la bocca in maniera incredibile.
Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2018
Il vino che ha convinto l’azienda a fare le Riserve. Otto anni, niente legno, niente macerazione. Il colore è un giallo dorato con riflessi ancora vivi. Il naso è esattamente quello che ti aspetti dai grandi bianchi invecchiati: profondità, armonia, qualcosa di antico che non è stanchezza. È il modello ideale di longevità non costruita ma guadagnata sul campo.
Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2022
Paradossalmente più aperto e più espressivo della sua Riserva coetanea: al naso è ricco, pieno, immediato, con un carattere varietale che si manifesta senza reticenze. In bocca ha peso e presenza, una certa rotondità che lo rende soddisfacente nell’istante. È un vino realizzato per dare tutto e subito: vigneto diverso, nessuna criomacerazione, produzione pensata per la beva nel breve termine. Devo dire che lo fa con onestà. Non sognerà mai la longevità di una Riserva, ma non è questo che gli si chiede. Nella sua immediatezza dichiarata, c’è una forma di coerenza che vale.
Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2024
Il più giovane della batteria. Si sente ma va bene così perché non cerca la complessità ne la simula. Ha un carattere preciso e definito, una finezza molto spinta che si traduce in un’acidità vivace, quasi provocatoria: in bocca fa salivare con una generosità che è già un invito al sorso successivo. Non è un vino esplosivo e non vuole esserlo. È solo (e non è poco) fragranza, pulizia, piacevolezza immediata. Un bianco che non impegna ma non delude, pensato per essere bevuto, ora, nel fiore dei suoi anni.
Friulano. Il vitigno che non perdona e non dimentica.
Se il Pinot Grigio è il cosmopolita della famiglia, il Friulano è il friulano. Radicato. Esigente. Sensibilissimo al territorio. Molto più sensibile ai cambiamenti di esposizione e di suolo rispetto a qualsiasi altro vitigno della tenuta. Cotarella è categorico: il Friulano è uno dei vitigni più influenzati dal territorio che conosce, in qualunque zona d’Italia.
Il cru Masiero, alle spalle del Colle di Santa Caterina, è prodotto da un vigneto composto da quattro cloni, frutto di una selezione massale delle migliori vigne di tutta l’azienda. Ponca pura, esposizione nord-est, altitudine superiore rispetto ai vigneti del Pinot Grigio. Un vigneto che chiede sole e lo riceve dalla parte giusta.
Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023
Giovane, quasi infantile nel vocabolario di Cotarella: “tre o quattro anni, una vita davanti”. Il profilo è suadente, più rotondo del Pinot Grigio nonostante la sua totale verticalità. Sarà la giovane età che vi devo dire. Le note sono di mela verde e fiori di sambuco; di erba tagliata e di agrume. In bocca si percepisce appena quella sensazione idrocarburica-vegetale che è la firma evolutiva del Friulano: ancora larvale, ancora nascosta, ma già presente.
Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2022
L’annata sottile si fa sentire anche qui, ma con minor intensità rispetto al Pinot Grigio. La varietà copre le debolezze stagionali anche se rimane un certo grado di leggerezza, di forza sommessa. Come se non si avesse voglia, o forse ancora la forza, di spingere. Le note balsamiche e minerali sono in evidenza quel carattere nervoso di un ragazzo che deve ancora farsi tanto che il finale, amarognolo, dichiara al mondo di dover aspettare. Forse arriverà. Anzi, sicuramente arriverà. Solo che occorre del tempo.
Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2021
La meraviglia. Un’onda che avanza senza fare schiuma, senza rivoluzioni. Morbidezza e freschezza in perfetto equilibrio, velluto in bocca, naso e palato saturi di qualcosa che non sai nominare ma che riconosci. Il 2021 in Friuli è stato un’annata straordinaria e la complessità di questo vino la evidenzia a pieno. La mandorla salata, il limone antico, la mineralità che fa pensare al mare vicino. Un vino che si espande e si assottiglia allo stesso tempo e che alla temperatura giusta diventa pastoso e ammaliante. Ha la qualità dei grandi bianchi di Borgogna senza volerla imitare: è semplicemente se stesso.
Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2018
Il colore è un giallo paglierino che ha perso ogni sfumatura verdognola e si è orientato verso il dorato, ancora luminoso, ancora vivo. Un’evoluzione cromatica che anticipa ciò che il naso confermerà.
Il 2018 è un vino che ha trovato la sua strada senza fretta. Gli idrocarburi vegetali sono presenti facendo registrare quella nota che nei grandi bianchi invecchiati diventa firma. La componente balsamica dosata e la spiccata mineralità attraversano l’intero profilo olfattivo. La mela verde c’è, ma resta sullo sfondo, scalzata da sentori che guardano verso la frutta tropicale matura. Il bouquet è ampio, più che complesso: fine, elegante, costruito su una coerenza interna che non cerca l’effetto ma lo ottiene.
In bocca è fresco, secco, verticale. Gli agrumi e i minerali dominano il sorso. La bocca resta pulita in modo quasi insolito per un vino di questa età: nessuna stanchezza ossidativa, nessun cedimento. La persistenza è lunga. Abbastanza da richiedere abbinamenti pensati, perché il vino non lascia spazio all’approssimazione. Un bianco che a sette anni dall’annata ha ancora molto da dire.
Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2019
Un anno di differenza, un vino completamente diverso. Stesso vitigno, stessa Ponca, altra storia. Se il 2018 è rimasto fedele a se stesso: elegante, verticale, minerale; il 2019 ha imboccato una direzione che sorprende e affascina in egual misura.
Il naso è denso, burroso, quasi opulento. Vaniglia, burro, arachidi, rosmarino: una famiglia di sentori che non ti aspetti da un Friulano, eppure qui non risulta forzata. La noce moscata compare e scompare. Sotto tutto c’è qualcosa che ricorda un caramel cremoso, dolce non per zucchero ma per texture olfattiva. Un bouquet molto intenso, costruito su strati che si sovrappongono invece di allinearsi.
In bocca la differenza si fa ancora più netta. Dove il 2018 tagliava verticalmente, il 2019 si espande, si apre, riempie la bocca con una pastosità cremosa che porta con sé spezie e frutto. Meno fresco del precedente, con un finale mandorlato che si fa lentamente spazio. La mineralità c’è, ma è la base strutturale di un edificio che ha alzato molto le pareti. La persistenza è lunga anche qui, ma diversa. Più avvolgente, meno tagliente.
Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2023
Un colore più carico della coetanea Riserva. Al naso sorprende. Più aperto, più ricco, più immediato della sua Riserva gemella. Un paradosso solo apparente, perché senza la protezione della criomacerazione e della struttura superiore della Riserva, il Friulano si manifesta prima e senza filtri. Il risultato è un profilo olfattivo generoso, varietalmente esplicito, che non lascia dubbi su cosa stai bevendo.
In bocca è un’irruzione. Il carattere del Friulano si esprime con una forza quasi provocatoria: frutto, mineralità, quella vena agrumata che è il filo conduttore di tutta la gamma. Non c’è la mediazione che il tempo e la struttura della Riserva ancora devono compiere. Con tempo nel bicchiere, si ammorbidisce, diventa più armonioso, meno spigoloso: un segnale preciso di potenziale evolutivo. Un vino che dà molto adesso e promette di dare ancora, a chi ha la pazienza di aspettarlo.
Dallo stesso vitigno, sullo stesso suolo, tre annate hanno prodotto tre vini che si riconoscono come fratelli solo da lontano. Il 2018 ha custodito la finezza. Il 2019 ha scelto la ricchezza. Il 2023 l’armoniosità. Dimostrano che il Friulano, quando invecchia su Ponca, non si ripete mai.
Cosa rimane
Alla fine di una verticale come questa, con sei vini di Pinot Grigio e sei di Friulano che si confrontano attraverso le annate, rimane qualcosa di difficile da sistematizzare. Rimane l’evidenza che il tempo non è un nemico dei bianchi friulani. Rimane la certezza che la Ponca è un suolo che non perdona le approssimazioni ma premia la pazienza. Rimane la figura di Cotarella che porta un bicchiere alla luce, lo osserva, e dice: “Vorrei durare io quanto dura questo vino.”
Torre Rosazza è un luogo che custodisce cose emerse dall’oblio: affreschi medievali, vitigni antichi, terrazzamenti che gli uomini hanno costruito per tenere fermo un suolo fragile. Ha la qualità dei posti che sanno aspettare.
Come i suoi vini migliori.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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