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Al via la XV edizione del Vittoria Jazz Festival "Music & Wine": tre giorni tra grande musica e grandi vini Arrow Right Top Bg

21 Giugno, 2026

Al via la XV edizione del Vittoria Jazz Festival "Music & Wine": tre giorni tra grande musica e grandi vini

  È stata presentata ufficialmente nella Sala degli Specchi “Ubaldo Balloni” di Palazzo Iacono la XV edizione del Jazz Festival “Music & Wine”. L’appuntamento celebra lo straordinario incontro tra le eccellenze vitivinicole del Sud-Est siciliano e la grande musica jazz. La manifestazione – promossa dall’Enoteca Regionale della Sicilia Sud-Est e dal Comune di Vittoria, con il sostegno della Regione Siciliana (Assessorato dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea) – andrà in scena nei giorni 26, 27 e 28 giugno, confermandosi come uno degli eventi culturali e turistici più attesi del territorio.   Anche per questa edizione la direzione artistica è firmata dal maestro Francesco Cafiso, che ha curato un programma ricco di artisti di prestigio internazionale, nel segno della qualità e della valorizzazione dell’identità locale. Il programma dei concerti   Tutti gli spettacoli sono a ingresso gratuito e si terranno nella splendida cornice di Piazza del Popolo.  L’apertura del festival è affidata all’energia di Max Ionata & Hammond Groovers. Sabato 27 giugno, ci sarà in programma una serata ricchissima che vedrà sul palco il Francesco Cafiso 4et feat. Jeff Ballard, seguiti dalle performance della Conturband e del Giuseppe Asero Trio. Infine, domenica 28 giugno chiusura in grande stile con le sonorità d’oltreoceano dell’Aaron Goldberg Trio. Tutti musicisti che, come sottolineato in conferenza stampa dal direttore artistico, Francesco Cafiso, hanno una visione contemporanea della musica. Franceso Cafiso, direttore artistico del Jazz Festival Sono felicissimo di poter dire che ci saranno alcuni tra i musicisti più importanti al mondo. Il primo concerto sarà affidato a Max Ionata, che è uno dei sassofonisti di riferimento nella scena italiana insieme ad Hammond Groovers. Il secondo concerto invece è una produzione ad hoc per il Vittoria Jazz Festival. Si tratta del mio gruppo con un ospite speciale che è Jeff Ballard, un batterista che ha suonato con tantissimi nomi molto influenti del panorama jazzistico internazionale e non solo, come per esempio Ray Charles. La stessa sera ci sarà una marching band itinerante lungo le vie del centro storico che animerà ovviamente tutto il contesto cittadino, riportandoci in qualche modo in una dimensione che ha molto a che fare sia con la Sicilia e quindi la tradizione bandistica ma anche con New Orleans, che è un elemento fondamentale nella musica jazz. Dopo il mio concerto ci sarà al Chiostro delle Grazie il gruppo di Giuseppe Asero che aprirà le danze in quanto ci saranno poi altri musicisti che arriveranno lì per condividere questo momento di musica: si aprirà la jam session e quindi chiunque ne avesse voglia può arrivare sul palco ed esibirsi insieme a Giuseppe e a tutti noi. L’ultima serata invece è affidata ad Aaron Goldberg, un grandissimo pianista americano, il quale presenterà un progetto speciale per Vittoria in trio con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Non mi rimane che invitarvi, vi aspetto numerosissimi e sarà anche questo un evento molto importante all’insegna della grande musica.
Masterclass all’Enoteca Regionale della Sicilia sede del sud est   Il vino, anima del festival, sarà protagonista di tre imperdibili masterclass di approfondimento guidate da esperti del settore. Gli incontri si terranno presso la sede dell’Enoteca Regionale della Sicilia Sud-Est sita in Via dei Mille, 131 a Vittoria. «Questa nuova edizione del Jazz Festival Music & Wine vede l’immancabile connubio con il vino, valorizzato dall’attesissima apertura dell’Enoteca Regionale – ha dichiarato il presidente dell’Enoteca Regionale, Silvio Balloni – Il taglio del nastro ufficiale della sede del Sud-Est avverrà il pomeriggio del 26 giugno e sarà impreziosito dalla presenza di Nino Aiello del Gambero Rosso. A seguire, grazie alla collaborazione con AIS Sicilia, proporremo dei focus sul Grillo e sul Frappato. Sarà un’opportunità unica per coniugare la scoperta delle eccellenze enologiche del territorio con la grande musica jazz curata dal maestro Francesco Cafiso». Si inizierà venerdì pomeriggio subito dopo il taglio inaugurale dell’Enoteca Regionale con la masterclass sul Cerasuolo di Vittoria DOCG tenuta da Nino Aiello, stimato giornalista del Gambero Rosso. Sabato 27 giugno (ore 18:30) spazio a “Grillo di terra e mare – L’anima bianca del territorio del Cerasuolo di Vittoria”, degustazione guidata da Fabio Gulino, delegato e relatore AIS Ragusa. Domenica 28 giugno (ore 18:30) spazio a “Frappato: il volto autentico del sud-est siciliano”, la masterclass guidata da Gioele Micali, delegato e relatore di AIS Taormina.
Cultura, tra musica e vino, a Vittoria   A curare la veste grafica della manifestazione è il maestro Giovanni Robustelli, che ha voluto imprimere su carta, attraverso linee e colori, la superficie vibrante di una città in continua evoluzione. Un palinsesto visivo su cui scorrono, come graffiti urbani, i nomi dei grandi artisti che animeranno Vittoria. «Le scritte emergono con il tratto deciso di un pennellaccio, quasi a voler lanciare un messaggio genuino d’amore per il territorio, proprio come i messaggi che gli innamorati lasciano sui muri», ha spiegato l’artista vittoriese in conferenza stampa. Il Jazz Festival si conferma dunque come una grande occasione per promuovere e raccontare la cultura ed il patrimonio vitivinicolo del Sud-Est siciliano attraverso il linguaggio universale della musica jazz, creando un connubio unico tra cultura, grande spettacolo e tradizione enogastronomica. «Si tratta di un evento di altissimo profilo culturale nato nel nostro territorio, espressione dell’energia, della forza economica e della passione per la storia della città e della civiltà del vino che caratterizzano la nostra comunità – ha sottolineato il sindaco Francesco Aiello-. Il Jazz Festival diventa il palcoscenico ideale in cui Vittoria celebra la propria identità e la propria tradizione agricola, che spazia dal vino all’eccellenza della serricoltura. Siamo una capitale dell’agricoltura siciliana capace, allo stesso tempo, di esprimere e produrre eventi culturali di grandissimo respiro». La Redazione
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Due importanti riconoscimenti per il nostro Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024 Arrow Right Top Bg

19 Giugno, 2026

Due importanti riconoscimenti per il nostro Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024

  Il Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024, prodotto dalla Società Agricola Corbaia di Santa Lucia, Cesena ( FC) ha ottenuto la Medaglia d’oro al 65° Concorso Enologico Nazionale di Pramaggiore 2026   Patrocinato dal Ministero dell’Agricoltura e dall’Associazione enologi italiani, è il concorso enologico nazionale più antico di Italia.  Con una gradazione di 13,5°, l’uvaggio 100% sangiovese e vinificato a chicco intero a temperatura controllata a 25°, questo Sangiovese si è affinato in acciaio per 4 mesi prima dell’imbottigliamento. La consegna della Medaglia d’oro per l’Emilia Romagna è avvenuta il 3 giugno scorso presso il Teatro La Fenice di Venezia. L’ amministratrice della Società Corbaia Questo premio, l’unico a essere assegnato a un vino romagnolo, ci ha riempito di soddisfazione e rappresenta il riconoscimento a un lavoro di squadra. Il riferimento è all’enologo Giovanni Brighi di Rimini che ha sempre creduto nelle potenzialità del terreno e del vino” ha dichiarato Paola Zucconi, che con il marito Pier Paolo Vecchi ha ritirato il prestigioso riconoscimento. A questo si aggiunge un secondo premio, la Medaglia d’Oro al Concorso Enologico Internazionale Città del Vino 2026 la cui premiazione avverrà l’11 luglio prossimo a Roma, in Campidoglio, alla Presenza del Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida. La Società Agricola Corbaia conta 7 ettari coltivati a vigna, oliveto, mandorli e alberi di ciliegio, all’interno di un Sito SIC – Sito di Interesse Comunitario e di Natura 2000, dei quali 1,2 ettari coltivati a Sangiovese e 0,5 a bianco per produrre bollicine. Nel 2024 ha visto la luce la prima annata del Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero, ora pluripremiato, da cui si sono ricavate 1200 bottiglie. La produzione del 2025 ha raggiunto le 1500 bottiglie di Sangiovese e 500 di Brut. Pier Paolo Vecchi e Paola Zucconi La Redazione
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Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2026

Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia

  Album candidum, qui voluit habere vinum
quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che  sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini.   Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Benanti presenta “vino & cultura 2026”: l’ospitalità di Tenuta Monte Serra racconta l’etna Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2026

Benanti presenta “vino & cultura 2026”: l’ospitalità di Tenuta Monte Serra racconta l’etna

  Un programma di esperienze dedicate ai visitatori, tra itinerari nei luoghi storici, degustazioni guidate, percorsi culturali e gastronomici.
Da quest’anno anche cooking class, formule di abbinamento in residenze private e yacht e giornate in piscina negli spazi della Tenuta, per una dimensione di ospitalità sempre più esclusiva   Ai piedi dell’Etna, tra vigneti storici, architetture rurali e percorsi dedicati alla cultura del vino, Benanti presenta “Vino & Cultura 2026”, il progetto di ospitalità di Tenuta Monte Serra, a Viagrande, pensato per accogliere i visitatori. Da oltre trent’anni riferimento della viticoltura etnea, Benanti ha costruito un modello di accoglienza che interpreta il vino come espressione del territorio e strumento di conoscenza. Tenuta Monte Serra, situata sul versante sud-orientale del vulcano, ospita infatti ogni giorno esperienze guidate dedicate alla scoperta delle Contrade dell’Etna DOC, dei vitigni autoctoni e della cultura produttiva che caratterizza il comprensorio etneo. Salvino Benanti A nostro avviso il vino deve essere considerato come una tessera cruciale di un mosaico più ampio che comprende anche il buon cibo, l’arte, la cultura, la natura, la convivialità, l’emozione. A Monte Serra cerchiamo di proporre tutto questo, offrendo un’esperienza multisensoriale memorabile. Vogliamo creare Ambasciatori, spontanei ed entusiasti, dei vini dell’Etna, che si facciano portavoce nel mondo della bellezza di questi luoghi e della eleganza dei nostri vini. Il progetto “Vino & Cultura” propone percorsi di visita e degustazione articolati in differenti formule, quattro proposte pensate per offrire un’immersione completa nel terroir etneo, nella storia e nella filosofia produttiva della cantina. Giunti a Tenuta Monte Serra gli ospiti vengono accolti dal team di sommelier della cantina, professionisti del territorio con formazione internazionale maturata presso realtà come WSET, AIS e FIS, e accompagnati alla scoperta dei luoghi di origine dei vini, partendo dal vigneto di Monte Serra, disteso sulle pendici dell’antico cono vulcanico da cui prende il nome, dove sopravvivono ancora preziose viti centenarie a piede franco, a testimonianza della storicità della viticoltura etnea in casa Benanti. La visita continua all’interno dello scenografico Palmento settecentesco, tra i più imponenti e meglio preservati dell’Etna, oggi reinterpretato come spazio dedicato alla memoria e alla cultura della produzione vinicola del territorio. L’itinerario prosegue nella Sala dei Quadri, ambiente restaurato con grande attenzione estetica, in cui elementi di design made in Italy dialogano con opere a olio appartenenti alla collezione privata della famiglia Benanti. L’esperienza conduce infine nella Bottaia, con il racconto delle fasi di affinamento dei pregiati vini rossi della cantina. A completare il percorso sono le degustazioni guidate, ospitate nelle sale storiche della tenuta o negli spazi esterni affacciati sui vigneti, con abbinamenti gastronomici ispirati alla cucina del territorio e firmati dagli chef residenti dell’azienda, professionisti con esperienze in prestigiosi ristoranti stellati. Le experience, condivise con altri ospiti oppure, su richiesta, in formula esclusiva, si articolano in: Selezione Benanti, con visita della tenuta e degustazione di quattro vini delle linee “Tradizionali” e “Selezione Contrade”, in abbinamento ad una selezione di assaggi di specialità gastronomiche; Selezione Benanti “Contrade”, un percorso di approfondimento dedicato ai diversi versanti della DOC Etna, con degustazione di cinque vini della “Selezione Contrade” e pranzo contemporaneo in abbinamento; Selezione Benanti “Premium”, un’experience completa con degustazione di cinque etichette – tra cui l’Etna Bianco Superiore Pietra Marina, autentica icona del territorio – seguita dal pranzo (aperitivo, selezione antipasti, primo, dessert); Selezione Benanti “Iconic”, un itinerario enogastronomico dedicato ai vini storici e più rappresentativi dell’azienda, con degustazione di cinque etichette iconiche e pranzo con cinque portate. Elemento centrale dell’offerta è l’attenzione alla personalizzazione dell’esperienza, con la possibilità di programmare esperienze esclusive per eventi privati, meeting aziendali e incentive, e di vivere la Tenuta Monte Serra in forma riservata, con servizi costruiti su misura e un supporto dedicato nell’organizzazione degli allestimenti, della ristorazione e delle degustazioni. Le esperienze “Vino & Cultura”, prenotabili su www.visit.benanti.it, sono disponibili in italiano e in inglese (altre lingue su richiesta), si svolgono ogni giorno – escluso il lunedì – solo su prenotazione E ancora, accanto alle esperienze in cantina, Benanti ha formulato altre proposte pensate per ampliare il concetto di ospitalità. “Benanti Wine & Cook” nasce con l’obiettivo di unire il racconto del territorio etneo alla cucina siciliana attraverso un’esperienza immersiva che coinvolge direttamente gli ospiti. Il percorso prende avvio con la formula “Selezione Benanti Contrade”; a seguire, gli ospiti partecipano a una cooking class o a una dimostrazione dedicata allo street food siciliano, guidata dagli chef residenti della tenuta. L’esperienza consente di entrare in contatto con ingredienti, preparazioni e ricette legate alla cultura gastronomica locale, in un dialogo continuo con i vini Benanti. Le pietanze preparate durante l’attività vengono infatti successivamente integrate nel percorso di degustazione, con abbinamenti studiati per valorizzare le caratteristiche aromatiche e strutturali dei vini in assaggio. Con “SOMM-at-HOME & SOMM-on-BOARD”, Benanti trasferisce invece l’esperienza della degustazione fuori dalla Tenuta Monte Serra, portandola direttamente in residenze private, yacht e luoghi selezionati dagli ospiti. Il format è pensato per un pubblico che ricerca un servizio altamente esclusivo e completamente personalizzabile, costruito attorno alle preferenze dei partecipanti. Le degustazioni vengono condotte da un sommelier della cantina, che accompagna gli ospiti in un percorso dedicato alle etichette Benanti, dalle selezioni più rappresentative fino alle annate rare. La cantina si occupa inoltre della fornitura dei calici professionali e dell’intera organizzazione tecnica dell’esperienza, con la possibilità di includere un servizio di personal chef e percorsi gastronomici studiati ad hoc. Ogni dettaglio viene definito su misura, dalla selezione dei vini alla costruzione degli abbinamenti, trasformando ogni appuntamento in un’esperienza privata di alto profilo. A completare l’offerta dedicata all’ospitalità leisure, Benanti propone “Benanti Day”, che consente di vivere gli spazi della Tenuta Monte Serra in una dimensione rilassata e riservata. Gli ospiti possono accedere all’area piscina e ai servizi dedicati, inclusi spogliatoi, lounge, sdraio e teli, trascorrendo l’intera giornata immersi nel paesaggio vitato dell’Etna. L’esperienza include un vino di benvenuto, snack e una proposta gastronomica informale servita a pranzo, con piatti freddi ispirati alla cucina mediterranea. Durante la giornata è inoltre possibile ordinare vini e beverage direttamente a bordo piscina, mantenendo al centro dell’esperienza il legame con l’identità enologica della cantina. Pensato per piccoli gruppi o per l’utilizzo esclusivo della struttura, “Benanti Day” rappresenta una nuova interpretazione dell’ospitalità in cantina, orientata al benessere, alla privacy e alla qualità del tempo trascorso in tenuta. Con questo variegato programma di esperienze, Benanti riafferma la propria visione dell’Ospitalità come veicolo di racconto e condivisione, trasformando ogni visita in un viaggio ideale, in grado di trasmettere lo stile e l’essenza di questa preziosa realtà.   BENANTI Considerata una delle cantine più prestigiose dell’Etna, e partecipata dalla holding Brave Wine fondata dall’imprenditore Renzo Rosso, Benanti è riconosciuta come pioniere della viticoltura etnea di eccellenza. È stata fra le primissime realtà a intuire l’importanza della zonazione ed è l’unica che, selezionando le diverse uve dalle aree storicamente più vocate alla loro coltivazione, produce vini provenienti da vigneti propri ubicati sui quattro versanti del vulcano (Contrada Calderara Sottana e Contrada Dafara Galluzzo a Nord, Contrada Rinazzo ad Est, Contrada Monte Serra a Sud-Est e Contrada Cavaliere a Sud-Ovest). La filosofia aziendale mette al centro il rispetto della tradizione e l’identità dei luoghi, con una produzione che racconta la complessità e l’eleganza dei vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese, il Carricante e il Nerello Cappuccio. La Redazione
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I Crémant de Bourgogne di Levert Frères Arrow Right Top Bg

17 Giugno, 2026

I Crémant de Bourgogne di Levert Frères

  Il Crémant de Bourgogne rappresenta l’eccellenza della spumantistica francese al di fuori della Champagne. Sebbene la Borgogna sia celebre per i suoi grandi vini fermi, la produzione di bollicine Metodo Classico ha una storia antica (risalente all’inizio del XIX secolo) e oggi vive un momento di straordinario successo.   In Italia – dove lo Champagne domina l’immaginario delle bollicine di prestigio e il Prosecco occupa la fascia più ampia del consumo quotidiano – il Crémant si inserisce con naturalezza in uno spazio intermedio ancora tutto da valorizzare: quello degli spumanti di metodo classico accessibili, territoriali e gastronomici. È un vino che parla il linguaggio della gastronomia contemporanea, perfettamente in linea con la ristorazione italiana di fascia medio-alta, sempre più orientata a carta vini dinamiche e a spumanti versatili al calice e con la voglia di costruire una proposta spumantistica ricca posizionata tra Metodo Classico italiani e Champagne. Levert Frères Nel comune di Mercurey, nella Côte Chalonnaise, Levert Frères è una delle realtà storiche della Borgogna, con origini che risalgono al 1595. Oggi l’azienda, che conta su 9 ettari di vigneto di proprietà, è specializzata nella produzione di Crémant de Bourgogne e fa parte della Compagnie Vinicole de Bourgogne con sede a Chagny, sotto la direzione di Gabriel Picard e con la firma dell’enologo David Fernez. Levert Frères oggi arriva in Italia grazie a Compagnia del Vino srl, azienda leader nella distribuzione vini in Italia. Due le referenze ora disponibili: il Crémant de Bourgogne Blancs de Blanc, 100% Chardonnay, e il Crémant de Bourgogne Blanc de Noirs, 100% Pinot Noir. Levert Frères Crémant de Bourgogne Blanc de Blancs Nel cuore della Borgogna, dove il calcare sposa la vite da secoli, nasce una bollicina che è pura celebrazione di luce e precisione: il Crémant de Bourgogne Blanc de Blancs di Levert Frères. Un vino che non si limita a scivolare nel calice, ma lo illumina, raccontando una storia di freschezza verticale e rigore artigianale. Tutto ha inizio con un gesto antico e rispettoso: la vendemmia manuale. È il primo atto di una vinificazione che segue il metodo tradizionale, dove la magia della seconda fermentazione avviene nel silenzio della bottiglia. Il vino riposa in affinamento sui lieviti per diversi mesi, un tempo sospeso che trasforma il carattere irruente del mosto in una complessa sinfonia aromatica, donando al perlage quella cremosità che accarezza il palato con eleganza sartoriale. Al naso è un soffio di primavera borgognona. Emergono subito le note croccanti della mela verde e della pesca bianca, intrecciate a un bouquet di fiori bianchi e vivaci agrumi. Ma è nel finale olfattivo che il tempo regala i suoi frutti: ecco comparire le sfumature di crosta di pane, lievito e mandorla dolce, eredità preziosa del lungo contatto con i lieviti che aggiunge profondità alla spensieratezza del frutto. Al palato, il sorso è un’esperienza di purezza assoluta. È teso e verticale, una lama di freschezza sostenuta da una spiccata sapidità minerale, firma inconfondibile dei suoli calcarei della regione. L’equilibrio è perfetto, capace di chiudere in un finale lungo, agrumato e incredibilmente pulito, che invita immediatamente al secondo sorso. Questo Crémant è il compagno ideale dei momenti di convivialità più raffinati. La sua naturale tensione minerale lo rende perfetto con gli antipasti e le portate di pesce fredde, esaltando la dolcezza delle insalate di crostacei e la purezza dei crudi di mare. Per chi cerca un abbinamento capace di stupire ed emozionare, la tradizione suggerisce una via territoriale e golosa: provatelo con i bigné al formaggio (i celebri gougetes borgognoni). La sapidità del vino e la sua bollicina cremosa puliranno il palato dalla grassezza del formaggio, in un gioco di contrasti che è, semplicemente, la quintessenza del piacere enogastronomico. Prezzo consigliato in enoteca 25 euro   Levert Frères Crémant de Bourgogne Blanc de Noirs La nascita di questo vino è un atto di pazienza e precisione artigianale. Tutto comincia con la vendemmia manuale, un passaggio imprescindibile per garantire l’integrità del frutto ed evitare che le bucce scure tingano il mosto. La vinificazione segue fedelmente il metodo tradizionale: dopo la creazione della cuvée, la seconda fermentazione avviene in bottiglia, dando inizio a un lungo riposo. L’affinamento sui lieviti per diversi mesi è il segreto della sua complessità; è in questo silenzio che il vino si trasforma, sviluppando quel corredo aromatico evoluto e quella cremosità del perlage che lo distinguono nettamente dalle versioni più giovani e verticali. Alla vista, il Crémant de Bourgogne Blanc de Blanc Levert Frères svela subito la sua natura: il colore è un giallo dorato più intenso rispetto a un Blanc de Blancs, arricchito da riflessi caldi che anticipano una beva di carattere. Il perlage, fine e incessante, appare qui più materico, quasi tangibile. Il bouquet è un’esplosione di ricchezza e vinosità: è il trionfo dei piccoli frutti rossi, con note croccanti di ciliegia, lampone e ribes che si fondono con sfumature più mature di frutta secca e spezie dolci. Con l’evoluzione, il naso si scalda verso sentori di miele, tipici dei grandi Crémant da uve nere. Al palato, la differenza di corpo è evidente. Rispetto alla leggerezza citrina dello Chardonnay, qui troviamo un sorso ampio e strutturato, con una rotondità avvolgente e una texture quasi burrosa, cremosa. L’acidità, pur restando la spina dorsale del vino, è perfettamente integrata, sostenendo una persistenza lunga e profonda, che chiude su ritorni fruttati e una sottile scia speziata. Un vino che sa essere al contempo tecnico, per la perfezione della sua esecuzione, ed emozionale, per la capacità di raccontare la potenza del territorio borgognone in ogni singola bollicina, che si sposa alla perfezione con: Carni bianche e pollame: dove la sua cremosità accompagna la fibra della carne. Salumi delicati: per un contrasto raffinato tra sapidità e frutto. Sapori autunnali: eccelle accanto ai funghi e alle preparazioni al forno. Cucina speziata: la sua vinosità è in grado di reggere piatti dalla personalità aromatica decisa, senza mai esserne sopraffatta. Prezzo consigliato in enoteca 25 euro   A proposito della Borgogna e la produzione di Crémant La Borgogna, nella Francia orientale, è senza dubbio una delle prime due o tre regioni vinicole più famose e leggendarie al mondo. La sua storia enologica risale all’epoca romana; le dimensioni relativamente ridotte e la reputazione d’eccellenza fanno sì che i suoi prodotti migliori siano generalmente tra i più pregiati — e costosi — del pianeta. Con circa 44.500 ettari vitati, la Borgogna è grande solo il 40% rispetto all’area di Bordeaux. Il suo sistema di suddivisione dei vigneti in piccole parcelle a conduzione familiare rende la comprensione dei suoi vini una ricerca che impegna gli appassionati per tutta la vita. I tre vitigni principali della Borgogna sono il Pinot Nero, lo Chardonnay e il Gamay. La regione si sviluppa in modo stretto e lungo da nord a sud ed è composta da cinque aree principali: Chablis a nord, la Côte d’Or, la Côte Chalonnaise, il Mâconnais e il Beaujolais, situato appena sopra la Valle del Rodano. Mentre Pinot Nero e Chardonnay sono coltivati in quasi tutta la regione, il Gamay è diffuso principalmente nel Beaujolais. Il sistema delle denominazioni e le regole di etichettatura possono risultare complessi, poiché classificano regioni, villaggi e persino singoli vigneti. La categoria più prestigiosa è quella dei Grand Cru, seguita dai Premier Cru e dalle numerose denominazioni comunali (villages) e regionali. Il Crémant de Bourgogne DOC (denominazione nata ufficialmente nel 1975) può essere prodotto in tutta la regione, dallo Chablis a nord fino al Beaujolais a sud. La forza di questo vino risiede nell’utilizzo dei vitigni nobili della Borgogna: Vitigni principali (almeno il 30%): Pinot Noir e Chardonnay. Vitigni accessori: Gamay (massimo 20%), Aligoté, Melon e Sacy. Dal 2016, per valorizzare le produzioni più prestigiose e distinguersi dalle bollicine “entry-level”, la denominazione ha introdotto una classificazione gerarchica basata sul tempo di affinamento: Crémant de Bourgogne (Base): minimo 9 mesi di affinamento sui lieviti. Eminent: minimo 24 mesi di affinamento sui lieviti. Grand Eminent: la punta della piramide. Richiede: almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti; solo Pinot Noir e Chardonnay (il Gamay è ammesso solo per i rosé, max 20%); un dosaggio “Brut” (zucchero inferiore a 12 g/l); almeno 3 mesi di ulteriore riposo in bottiglia dopo la sboccatura prima della vendita. La Redazione
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VinoVip Cortina 2026. Le grandi voci dell'enologia si incontrano ad alta quota Arrow Right Top Bg

16 Giugno, 2026

VinoVip Cortina 2026. Le grandi voci dell'enologia si incontrano ad alta quota

    La 15ª edizione del summit biennale di Civiltà del bere torna il 12 e 13 luglio. Apre la manifestazione il dibattito tra Piero Antinori, Sandro Boscaini e Fausto Maculan, seguito da una degustazione firmata dalla Docg Conegliano Valdobbiadene. In programma un inedito focus-tasting dedicato ai tre Pinot e il Grand Tasting finale allo Chalet Tofane.   Il Gotha del vino italiano si dà appuntamento tra le cime più belle d’Europa. Domenica 12 e lunedì 13 luglio, Cortina d’Ampezzo tornerà a fare da scenario alla quindicesima edizione di VinoVip Cortina, il summit biennale firmato dalla storica rivista Civiltà del bere. Il direttore di Civiltà del bere, Alessandro Torcoli. Ci aspettiamo come sempre due giorni di confronti di alto livello, con focus e degustazioni tematiche: si parlerà delle lezioni più importanti apprese dalla storia contemporanea, di viticoltura eroica, dello straordinario Pinot nelle sue tre varianti. E come gran finale il leggendario Grand Tasting al rifugio (quest’anno Chalet Tofane) che vedrà protagoniste 54 Cantine leader del panorama nazionale.   Veniamo al dettaglio. Il sipario si alzerà domenica 12 luglio alle ore 15 all’Alexander Girardi Hall con il talk show intitolato “I tenori del vino italiano”, dialogo con alcune delle più autorevoli voci dell’enologia nazionale, tra cui il presidente onorario di Marchesi Antinori Piero Antinori, il presidente e AD di Masi Sandro Boscaini e Fausto Maculan, vulcanico fondatore dell’omonima azienda di Breganze. Una riflessione che, partendo dalle radici della storia del vigneto nazionale, traccerà le sfide del futuro. A seguire, la consegna del Premio Khail 2026, il riconoscimento intitolato al fondatore di Civiltà del bere, destinato a chi si è distinto nella valorizzazione del vino italiano nel mondo e che da tradizione sarà rivelato quel giorno. La giornata proseguirà nel foyer dell’Alexander Hall con una degustazione dedicata al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, anticipata dall’intervista a Diego Tomasi, direttore del Consorzio di tutela. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero con prenotazione su Eventbrite. La mattina di lunedì 13 luglio appuntamento alle 9.30 nel centralissimo Hotel De La Poste con il focus “I tre volti del Pinot e le loro espressioni”: un viaggio tecnico tra Pinot bianco, Pinot grigio e Pinot nero, raccontati attraverso territori e interpretazioni stilistiche. Dopo un’introduzione al tema nell’area Lounge dell’hotel, si prosegue con il walk-around tasting in sala Dolomieu: sarà possibile assaggiare alcune rinomate o innovative versioni dei tre vitigni. L’evento è aperto anche al pubblico, con biglietto d’ingresso in prevendita. Nel pomeriggio il momento più atteso della manifestazione: il Grand Tasting di VinoVip che si trasferisce allo Chalet Tofane, una dei luoghi più panoramici di Cortina. Dalle ore 16 alle 20, appassionati e operatori potranno assaggiare le etichette più iconiche del nostro Paese, raccontate direttamente dai produttori che ne hanno firmato il successo. Anche questo famoso evento di degustazione ad alta quota è aperto al pubblico previo acquisto del ticket d’ingresso. VinoVip 2026: i Protagonisti Marilisa Allegrini • Andreola • Marchesi Antinori • Argiolas • Banfi • Bellavista • Berlucchi Franciacorta • Bortolomiol • Le Caniette • Castello di Querceto • Cesarini Sforza • Cleto Chiarli • Colli Ripani • Il Colombaio di Santa Chiara • Costa Arènte • Marco Felluga – Russiz Superiore • Fèlsina • Tenute Folonari • Fontanafredda • Fonzone • Nino Franco • Gabe Tenute • Isole e Olena • Kettmeir • Lamole di Lamole • Cantine Lvnae • Maculan • Le Manzane • Masciarelli • Masi Agricola • Mezzacorona • Monte Zovo • Pasqua Vini • Pio Cesare • Planeta • PuntoZero • Rottensteiner • Ruggeri • Tenuta San Guido • Tenuta Sant’Antonio • Sartori di Verona • Tedeschi • Cantina Terlano • Tinazzi • Tommasi • Cantina Tramin • Umani Ronchi • Varvaglione 1921 • Velenosi • Villa Bogdano 1880 • Villa Sandi • Vite Colte • Zorzettig • spirits: Castagner Info e biglietti: vinovipcortina.it   La Redazione
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Formaggi DOP e IGP: export record a oltre 3,3 miliardi di euro, ma pesano le tariffe USA Arrow Right Top Bg

15 Giugno, 2026

Formaggi DOP e IGP: export record a oltre 3,3 miliardi di euro, ma pesano le tariffe USA

  Venerdì 29 maggio ad Altamura si è svolta la 36ª Assemblea AFIDOP: nel 2025 la produzione ha superato le 625 mila tonnellate (+4%), ma sul primo trimestre 2026 pesano le tariffe USA che rischiano di alimentare i falsi oltreoceano. L’Associazione schiera la scienza per smontare il cibo artificiale.   Il Presidente Auricchio Serve fare sistema a livello globale. Un comparto in salute, capace di spingere l’acceleratore sull’export, ma costretto a navigare nella tempesta delle tensioni geopolitiche e delle barriere tariffarie. È questa la fotografia scattata da AFIDOP (Associazione Formaggi Italiani DOP e IGP) in occasione della sua 36ª Assemblea Annuale, svoltasi venerdì 29 maggio presso la Masseria San Giovanni, presso I Luoghi di Pitti ad Altamura. L’Associazione, che raggruppa 21 Consorzi di tutela e rappresenta oltre il 99% della produzione casearia certificata nazionale, ha messo a fuoco i dati economici del 2025 e le principali linee strategiche per difendere i gioielli agroalimentari italiani sui mercati globali. I NUMERI DEL SUCCESSO: TRAINO EXPORT E PRODUZIONE AL TOP Nel 2025, i formaggi italiani a Indicazione Geografica hanno registrato una crescita della produzione del 4% rispetto all’anno precedente, superando le 625 mila tonnellate. A fare la parte del leone è stato il commercio estero, rivelatosi vitale a fronte di un mercato interno che non offriva più le medesime soddisfazioni. Le esportazioni hanno raggiunto quota 260 mila tonnellate, generando un valore economico superiore ai 3,3 miliardi di euro, con una crescita vicina al 10% in valore e del 2,2% in volume. I formaggi DOP e IGP hanno così rappresentato il 40% dei volumi e il 55% del valore dell’intero export caseario italiano. Obiettivo di AFIDOP è fare aggregazione, fare fronte unito e dare forza anche ai Consorzi più piccoli, rafforzando la capacità del comparto di affrontare le sfide dei mercati internazionali. L’ALLARME TARIFFE USA E L’OMBRA DELL’ITALIAN SOUNDING Nonostante i numeri da record, a preoccupare seriamente i produttori resta lo scenario oltreoceano. Gli Stati Uniti si sono confermati il primo mercato extra-UE con circa 40.900 tonnellate importate, per un valore di 485 milioni di euro, di cui il 95% rappresentato dalla triade dei grandi formaggi duri: Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino Romano. Tuttavia, le politiche tariffarie dell’Amministrazione Trump e l’iniziale caotica applicazione dei “doppi dazi” nei porti di New York e New Jersey, che hanno fatto lievitare i costi reali vicino al 30% del valore del prodotto, hanno frenato la crescita. Se l’effetto scorte degli importatori ha parzialmente mascherato le perdite a fine 2025, i dati del primo trimestre 2026 hanno già mostrato flessioni. Il pericolo maggiore, denuncia l’Associazione, non è solo economico ma identitario: l’impennata dei prezzi al consumo spinge inevitabilmente il consumatore americano verso le imitazioni locali, come il parmesan o il finto romano, alimentando il fenomeno dell’Italian Sounding. Il Presidente di AFIDOP, Antonio Auricchio I formaggi DOP e IGP italiani hanno dimostrato una straordinaria capacità di crescita anche in uno scenario internazionale complesso e instabile. Oggi più che mai è fondamentale fare sistema per difendere le nostre denominazioni, contrastare l’Italian Sounding e rafforzare la presenza delle eccellenze casearie nei mercati strategici. La risposta di lungo periodo resta quella di puntare sulla qualità, muoverci compatti e diversificare le destinazioni. SCAMBI COMMERCIALI E REGOLE: LA SPINTA DEL MERCOSUR E I NODI DELLE ETICHETTE Nel corso dell’Assemblea è stata espressa una valutazione positiva dell’applicazione provvisoria dell’accordo di libero scambio UE-Mercosur, entrata in vigore il 1° maggio scorso. L’intesa rappresenta uno strumento importante per contrastare i tentativi portati avanti da organizzazioni statunitensi, come il Consortium for Common Food Names (CCFN), di liberalizzare l’utilizzo generico di nomi storici quali Fontina, Gorgonzola e Grana nei mercati sudamericani. «A livello nazionale ed europeo, AFIDOP è rimasta in prima linea sui tavoli normativi relativi al nuovo Regolamento UE 2024/1143», ha spiegato il Presidente Antonio Auricchio. «L’Associazione ha proseguito il confronto e la collaborazione con il MASAF e con le istituzioni europee per garantire un sistema di tutela efficace e adeguato alle esigenze del comparto lattiero-caseario». Nel corso dell’Assemblea è stato affrontato anche il tema dell’indicazione obbligatoria dell’operatore in etichetta. RISTORAZIONE E PROMOZIONE INTERNAZIONALE L’Assemblea ha analizzato i risultati della ricerca AFIDOP 2025 curata da GriffeShield, che ha evidenziato un miglioramento nella ristorazione italiana: la presenza di formaggi DOP e IGP nei menù digitali è cresciuta del 20%, pur restando alta l’attenzione sulle abbreviazioni improprie delle denominazioni che ne penalizzano il valore distintivo. Sul fronte della promozione internazionale, dopo il successo dell’evento Fuori Salone ad Anuga, svoltosi a Colonia lo scorso ottobre, AFIDOP guarda ora al SIAL di Parigi, in programma dal 17 al 21 ottobre 2026. In Francia, primo mercato europeo di destinazione per i formaggi italiani certificati, l’Associazione ha programmato uno stand di 164 metri quadrati che ospiterà sette grandi Consorzi di tutela, accompagnato da un evento a Montmartre dedicato a rafforzare il legame tra il consumatore estero e l’autentico formaggio certificato italiano. La Redazione
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Le Grazie. La serenità delle cose semplici Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Le Grazie. La serenità delle cose semplici

  Infandum, regina, iubes renovare dolore. Quando il dolore è quello dolce di una vacanza finita troppo in fretta, raccontarlo diventa quasi un piacere. Palinuro, il fido nocchiero di Enea, cadde in mare proprio su queste coste. Da allora il Cilento porta addosso il segno di quel naufragio fondativo: un territorio che è insieme arrivo e partenza, terra che accoglie chi è stufo di navigare. Duemila e qualcosa di anni dopo, ci siamo arrivati anche noi, in famiglia, per un weekend che doveva essere solo una pausa e che invece è diventato uno di quei racconti che meritano una rubrica. Si, perché il Cilento è uno di quei luoghi che non cercano il clamore mediatico piuttosto che la notorietà facile. Vive di una sobrietà viscerale data da persone che nella loro semplicità amano vivere in tranquillità. Una terra che finisce nel mare e un mare che sa di terra. Fusione di elementi e di significativa voglia di vivere in una tranquillità che solo quando la vivi ne capisci la radicale motivazione. Montecorice e Baia Arena: il Cilento che non ha bisogno di pubblicità Montecorice è uno di quei nomi che, se non sei del posto, fai fatica a piazzare su una mappa. Eppure basta arrivarci una volta per capire perché chi se ne va, prima o poi, ci pensa sempre. Le collinette che scendono verso il mare, gli ulivi che sembrano scolpiti dal vento. Poche case, poche persone ma quello che basta per essere in pace con se stessi, per non sentirsi oppressi da niente. Poi Baia Arena: una spiaggia che non ha la prepotenza delle località blasonate, ma che si fa amare con calma, con quella luce che nel tardo pomeriggio diventa quasi liquida sull’acqua. Ci siamo seduti lì prendendo un ombrellone da un signore che li affittava e li piantava proprio dove si voleva. Azzurra con la sabbia tra i piedini e l’immediato tutto in acqua. Le persone attorno a godere di un sole non troppo caldo di inizio giugno. Ho pensato che certe cartoline non hanno bisogno di filtri. Pollica e Castellabate: il Cilento che è già leggenda A pochi minuti di macchina, Pollica porta ancora il peso e l’eredità di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore che il Cilento non ha mai smesso di onorare. Come di Carlo Petrini, che proprio da queste parti ha trovato uno dei luoghi simbolo della filosofia Slow Food. Camminare tra le sue stradine significa muoversi in un territorio che ha fatto della lentezza una scelta di vita prima che diventasse uno slogan. La spiaggia poi è qualcosa che non si dimentica. Per la sabbia bianca, per l’acqua cristallina. Finanche per la pizza servita al lido Giù Giò che, nella sua verace semplicità, l’ho trovata ottima. E poi Castellabate, che per chi come me è cresciuto con il cinema italiano resta indissolubilmente legata a Benvenuti al Sud. Ne avevo già scritto, raccontando la storia di Bernardino, ma rivederla, con il borgo che si arrampica sopra il mare e il blu che si confonde con il cielo, fa un altro effetto. Il tramonto, dal belvedere immediatamente fuori dalle mura, non ha prezzo. Il sole che cala sul mare non solo fornisce una sensazione di beatitudine ma libera completamente qualunque peso della giornata. Non quando si è in vacanza ovviamente.  Bisio, da buon settentrionale, alla fine non voleva più andarsene. Capisco sempre di più, il perché. Le Grazie: Bernardino e Silvia, i padroni di casa che non ti aspetti Il cuore del weekend è stato Le Grazie, l’agriturismo e azienda vinicola di Bernardino Cera, di cui avevo già raccontato il percorso umano e professionale in un articolo precedente. Tornarci con la famiglia, è stata un’esperienza diversa e forse più completa. Bernardino e Silvia sono stati padroni di casa nel senso più pieno e antico del termine. Quell’accoglienza che non si insegna nei corsi di hospitality, che nasce da un’idea di casa aperta, di tavola condivisa, di tempo regalato senza calcolo. Si respira, in ogni gesto, quella generosità cilentana di cui tanto si parla e che raramente si trova così autentica. Le camere sono veri e propri appartamenti dotati di cucina e veranda. Una grande camera da letto e un bagno di tutto rispetto. Ogni cosa è al suo posto. Ogni cosa è studiata alla perfezione. All’insegna della semplicità e di quella finezza della quale oggigiorno si è un pò persa la bussola. Forse il Cilento ammetterebbe anche qualcosa in meno, ma Bernardino è uno preciso e il livello che vuole mantenere a Le Grazie, non ammette sbavature. Un vero nordico approdato qui. Una piscina sul mare del Cilento, le vigne eroiche L’agriturismo si affaccia sul mare del Cilento con una vista che lascia senza parole: la piscina sembra galleggiare sopra il blu e da lì lo sguardo arriva fino all’orizzonte senza ostacoli. Azzurra non ha fatto che correrci intorno mentre mia moglie ed io sorseggiavamo il Fiano Vincenzì di Bernardino. Siamo stati qualche minuto in più del previsto, complice quel panorama che rende difficile alzarsi. Sopra, le vigne. Quelle che Bernardino ha piantato su un terreno completamente roccioso, dove nessuno avrebbe scommesso un euro. Vigne eroiche nel senso più letterale: ottenute litigando con la pietra, accarezzate dal vento di mare che le tiene pulite e sane. Vederle, salire tra i filari con la brezza che arriva dal golfo, restituisce un senso di pienezza e appagamento. Quando sono arrivato sulla sommità, vedendo il panorama, respirando a pieni polmoni la brezza del mare, ho capito perché Bernardino è tornato. Così come scendendo e letteralmente scivolando sul ripidissimo pendio, ho pensato a tutti quelli che dovrebbero venire qui per capire cosa vuol dire curare queste piante. La chiesetta dove mi sposerei un’altra volta E poi c’è la chiesetta. Piccola, semplice, immersa nel verde con il mare sullo sfondo. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di marmi o di decorazioni barocche per essere solenni: basta la luce che entra dalle finestre e il silenzio che la circonda. L’ho guardata e ho pensato, senza nessuna ironia, che se dovessi rifare la promessa che ho fatto tanti anni fa, sempre a Claudia, la donna che amo, la la rifarei lì. Non so se sia il Cilento, il vino o la stanchezza buona di un weekend in famiglia, ma certi luoghi ti fanno venire voglia di ricominciare le cose belle. O di non abbandonarle mai. Ti fanno venire voglia di mollare tutto, la città, il caos, la vita fintamente patinata, per rifugiarsi in posti come questo dove l’essenza della vita è quella della semplicità e della coesione tra le persone.  I vini de Le Grazie: il sigillo di un territorio E infine i vini, che restano sempre il punto in cui tutto il racconto si chiude e si riapre. Il Vincenzì, il Fiano in purezza affinato in acciaio, conferma quella sapidità marina e quella mineralità che lo rendono riconoscibile. Il Sarto, l’Aglianico dedicato al nonno sarto di Montecorice è un piccolo manifesto di coerenza. Un Aglianico che su questi pendii assume il carattere affabile, mai ostico, del cilentano. Don Ciccio è invece l’Aglianico più austero, quello dedicato all’altro nonno. Uno di quei vini da assaporare lentamente. Anche d’estate perché su queste colline, la copertina serve. A questi si aggiungono i Colli Montecoricesi, blend di Fiano e Falanghina nonché Ripe in Rosa, lo Charmat lungo da Aglianico. Bernardino ha in serbo altre sorprese. Perché questi luoghi si prestano anche a sperimentazioni inedite. Assaggiare questi vini, lì, con il mare davanti e il sole che cala dietro le vigne, ha un sapore diverso. Più vero, forse. O forse sono solo io che, dopo un weekend così, faccio fatica a essere obiettivo. Squasaria. Il ristorante con il panorama più bello del mondo La terza sera con Bernardino e Silvia, abbiamo cenato da Squasaria. Poco distante dall’agriturismo, ci si arriva attraverso una piccola strada sterrata. Una piccola costruzione. Pochi tavoli all’aperto. Il mare che appare tra le montagne. Una suggestione che si unisce alla pace, al buon cibo, alla maestria di Gianlorenzo che quando cucina lo fa con amore. Un panorama, gli amici, del vino, il cibo, una musica accennata di sottofondo. Tutto il resto è veramente superfluo. In fondo, di questo si tratta. Di luoghi che entrano nel bicchiere prima ancora che il vino venga versato. Di persone che rendono i soggiorni non solo piacevoli ma appaganti. Così che non hai bisogno di altro. Grazie Bernardino, grazie Silvia. Al Cilento, come ad Enea, si torna sempre. Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella

  La Garbatella è uno di quei luoghi di Roma che sembrano fatti apposta per accogliere le persone. Nata nei primi anni Venti del Novecento come borgata-giardino in una sorta di esperimento urbanistico e sociale pensato per restituire dignità e comunità alle famiglie operaie della capitale, conserva ancora oggi quella vocazione originaria nei suoi cortili alberati, nei palazzi bassi che si aprono su piazzette silenziose, in una misura umana che il resto della città ha quasi ovunque perduto. È un quartiere che sa stare insieme, che ha sempre saputo farlo, e che porta scritto nell’architettura stessa il senso di una socialità autentica. Non poteva esserci cornice più giusta, allora, per Roma in Bolle. L’evento, in programma per il 14 luglio presso il Pulp di Piazza Giovanni da Triora 15, nasce con un’idea precisa: raccontare l’Italia attraverso le sue bollicine, che non sono mai soltanto vino, ma paesaggio, stagione, scelta umana, pazienza. Ogni metodo, ogni territorio, ogni produttore porta con sé una storia che merita di essere ascoltata con la stessa attenzione con cui si porta il calice alle labbra. E le bollicine, tra tutti i vini, sono forse quelle che meglio incarnano lo spirito della condivisione: nascono da un processo lento e complesso, e arrivano a tavola con la leggerezza di chi ha già fatto il lavoro difficile. L’evento nasce da una idea di Roberta Marchese Ragona costruito insieme a Adriano Romano, Luca della Regina, Marco Sargentini e Ivan Vellucci si articola in due momenti distinti. MASTERCLASS B to B — su invito Ore 16.00 – 19.00 Accreditati HoReCa, giornalisti, comunicatori del vino APERTURA AL PUBBLICO Ore 19.30 – 23.30   Nel pomeriggio, dalle 16 alle 19, una sessione riservata agli operatori HoReCa, ai giornalisti e ai comunicatori del vino: un approfondimento tecnico e culturale su tecniche di spumantizzazione, terroir e identità produttive. Solo su invito. Dalle 19.30 e fino alle 23.30 l’evento apre al pubblico degli appassionati, con ingresso a 20€, trasformando la Garbatella in un piccolo atlante vivente delle eccellenze spumantistiche italiane e internazionali. Dietro ogni prodotto c’è una terra da scoprire è il filo che tiene insieme questa prima edizione. Una promessa semplice, ma esigente: che ogni calice alzato quella sera non sia solo un gesto conviviale, ma un atto di conoscenza. La Garbatella, con la sua storia di comunità e accoglienza, non potrebbe fare da sfondo migliore.   PULP Piazza Giovanni da Triora, 15 – Garbatella – Roma UN’INIZIATIVA DI CON IL CONTRIBUTO DI La Redazione
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