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Tecnologia, innovazione e performance: la nuova competitività dell'Ho.Re.Ca. passa dalle attrezzature professionali Arrow Right Top Bg

21 Luglio, 2026

Tecnologia, innovazione e performance: la nuova competitività dell'Ho.Re.Ca. passa dalle attrezzature professionali

  Un mercato da oltre 100 miliardi di euro, più di 324 mila imprese e oltre un quarto delle aziende che investe già nell’ammodernamento delle proprie strutture. Facile Noleggiare porta nel foodservice una nuova filosofia: mettere la migliore tecnologia al servizio delle performance.   L’Ho.Re.Ca italiano continua a rappresentare uno dei motori dell’economia nazionale. Secondo il Rapporto FIPE Ristorazione 2026, nel 2025 il valore dei consumi fuori casa ha raggiunto 100 miliardi di euro, il comparto conta 324.436 imprese e genera un valore aggiunto di 59,3 miliardi di euro. Un settore dinamico che continua a evolversi e che investe sempre più nella qualità dell’offerta, nell’efficienza operativa e nell’innovazione tecnologica. Tra i dati più interessanti emerge anche una crescente attenzione agli investimenti: il 28,4% delle imprese Ho.Re.Ca. ha realizzato interventi di ammodernamento nel corso del 2025, mentre il 25,8% prevede nuovi investimenti nel 2026, segnale di un mercato che considera la tecnologia un fattore sempre più determinante per competere. È proprio in questo scenario che si inserisce Facile Noleggiare, realtà italiana specializzata nel noleggio a lungo termine di macchinari professionali per il settore Ho.Re.Ca., con una visione chiara: aiutare ristoranti, hotel, bar, pasticcerie, panifici e laboratori a lavorare con le migliori tecnologie disponibili, mettendo al centro performance, continuità operativa ed eccellenza del servizio. La tecnologia è diventata un vantaggio competitivo La cucina professionale sta cambiando rapidamente. Forni intelligenti, abbattitori di ultima generazione, sistemi avanzati di refrigerazione, lavastoviglie professionali e attrezzature ad alta efficienza non rappresentano più semplicemente strumenti di lavoro, ma veri e propri acceleratori di produttività. Le tecnologie più evolute consentono di standardizzare i processi, migliorare la qualità del prodotto finale, ottimizzare i tempi di lavorazione, ridurre i consumi energetici e supportare brigate sempre più orientate all’efficienza. Per questo motivo, oggi la scelta delle attrezzature incide direttamente sulla competitività di un’impresa, indipendentemente dalle sue dimensioni. L’eccellenza nasce dall’unione tra tecnologia e servizio Secondo Facile Noleggiare, il valore di un’attrezzatura professionale non si misura soltanto nelle sue caratteristiche tecniche, ma nella capacità di garantire prestazioni elevate ogni giorno. Francesco Profili, fondatore di Facile Noleggiare Oggi un forno professionale, un abbattitore o un sistema di refrigerazione incidono direttamente sulla qualità del servizio, sulla produttività della brigata e sull’organizzazione del lavoro. Il nostro obiettivo è permettere ai professionisti dell’Ho.Re.Ca. di lavorare sempre con le migliori tecnologie disponibili sul mercato, accompagnandole con un servizio costruito per garantire continuità operativa e performance elevate. Performance misurabili e costi sempre sotto controllo Il modello proposto da Facile Noleggiare porta anche nel mondo della ristorazione una filosofia già consolidata in altri settori industriali: permettere alle imprese di concentrarsi esclusivamente sul proprio lavoro, affidando a un partner specializzato la gestione delle attrezzature. L’azienda propone esclusivamente macchinari professionali di fascia alta, selezionati tra i principali produttori internazionali, corredati da assistenza tecnica, garanzia e servizi dedicati per tutta la durata del contratto. Il vero valore non risiede nel semplice utilizzo del macchinario, ma nella possibilità di conoscere fin dall’inizio il costo complessivo della soluzione, comprensivo di attrezzatura e servizi, potendo così pianificare con precisione le proprie performance operative e lavorare senza interruzioni o imprevisti. Innovazione per crescere L’evoluzione del mercato Ho.Re.Ca. racconta un settore che continua a investire nel futuro. Nuovi format, catene in espansione, crescente attenzione all’efficienza energetica, digitalizzazione delle cucine e ricerca di standard qualitativi sempre più elevati stanno ridefinendo il modo di fare ristorazione. In questo contesto, la tecnologia non rappresenta più un semplice supporto operativo, ma uno degli elementi che contribuiscono maggiormente alla crescita e alla competitività delle imprese. Francesco Profili Noi non noleggiamo semplicemente macchinari», conclude . «Mettiamo a disposizione dei professionisti strumenti che permettono di lavorare meglio, produrre di più e offrire un servizio di qualità superiore. Perché oggi la vera differenza non la fa il possesso di una macchina, ma ciò che quella macchina permette di realizzare. NOTE PER I REDATTORI Facile Noleggiare Facile Noleggiare è il portale italiano specializzato nel noleggio a lungo termine di macchinari professionali per il settore Ho.Re.Ca. L’azienda si rivolge a ristoranti, bar e caffetterie, hotel, pasticcerie, panifici, laboratori professionali, catering ed eventi, offrendo soluzioni per forni professionali, abbattitori, frigoriferi e congelatori, lavastoviglie professionali, macchine per gelato e sistemi di refrigerazione e conservazione. La missione di Facile Noleggiare è rendere l’innovazione tecnologica più accessibile alle imprese della ristorazione, attraverso formule di noleggio semplici, flessibili e sostenibili, per garantire performance elevate. Web: https://www.facilenoleggiare.com/ La Redazione
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Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2026

Roma in Bolle: la prima edizione conquista Roma tra caldo, bollicine e lo spirito bohémien della Garbatella

  Il caldo intenso di luglio non ha scoraggiato il pubblico romano. Martedì 14 luglio, negli spazi esterni del ristorante Pulp, nel cuore del Teatro della Garbatella, si è svolta la prima edizione di Roma in Bolle, la manifestazione interamente dedicata alle bollicine italiane nata da un’idea di Roberta Marchese Ragona e realizzata grazie alla collaborazione di Luca della Regina, Marco Sargentini, Adriano Romano e Ivan Vellucci. Un luogo inconsueto per raccontare le bollicine La scelta della Garbatella non è stata casuale. Lontano dai saloni e dalle location più classiche degli eventi enologici romani, il quartiere ha regalato a Roma in Bolle una cornice informale e giovane, capace di restituire alle bollicine italiane un registro meno cerimonioso e più autentico. Tra le architetture liberty e l’anima popolare del Teatro della Garbatella, il vino ha lasciato per una sera i toni della celebrazione formale per indossare quelli della festa di quartiere, complice anche il palcoscenico bohémien del Pulp. La risposta del pubblico ha superato le aspettative: tanta gente, moltissimi giovani, un’atmosfera di festa protratta fino a tarda sera. A un simile risultato hanno contribuito le bollicine eccellenti proposte in degustazione, ma soprattutto una formula snella e diretta, pensata per il piacere di bere bene senza sovrastrutture. Roma in Bolle ha sdoganato le bollicine, dimostrando come un approccio semplice e immediato possa avvicinare al vino un pubblico nuovo, più giovane e curioso. Il riscontro ottenuto racconta da solo la direzione da prendere: per il successo che ha avuto, Roma in Bolle non potrà restare un’edizione isolata. Le voci della serata A dare ritmo alla serata sono stati anche i momenti di interviste e condivisione firmati da Luca della Regina e Ivan Vellucci, che hanno dialogato a lungo con i produttori presenti, raccogliendo storie di territorio, scelte enologiche e aneddoti di cantina. Un filo narrativo che ha accompagnato il pubblico lungo tutta la degustazione, dando alle bollicine in calice un volto e una voce e trasformando ogni assaggio in un piccolo racconto condiviso. Il premio del pubblico Tra i momenti più attesi della serata, la premiazione del pubblico, che ha votato le bollicine preferite attraverso l’app MyVinApp. A conquistare il maggior consenso sono stati il Ribelle di Cantina Messori, Charmat da uve Pignoletto, e Bolle di Borro de Il Borro, Metodo Classico da uve Sangiovese che reinterpreta in chiave contemporanea uno dei vitigni più identitari della Toscana. Professionisti e pubblico, insieme La prima parte della serata è stata dedicata anche al mondo del settore: giornalisti, ristoratori, distributori e addetti ai lavori hanno preso parte a un momento di assaggi riservato, pensato per approfondire con maggiore attenzione tecnica le bollicine in degustazione. Con il passare delle ore, però, ogni distinzione tra pubblico e professionisti si è dissolta: tutti si sono lasciati avvolgere dall’atmosfera glamour e bohémien della Garbatella e del Pulp, in un’unica, grande festa delle bollicine italiane. I partner della serata Un ringraziamento speciale va al Consorzio del Parmigiano Reggiano, che ha deliziato gli ospiti con i suoi prodotti, abbinamento naturale e mai scontato per le bollicine in degustazione. Grazie anche a VoiceWise, che grazie al contributo del pubblico ha potuto proseguire lo sviluppo del proprio alcol test vocale, progetto accolto con grande curiosità e partecipazione. Un grazie particolare va a Brigitta Boccoli, che con la sua presenza ha impreziosito la serata presentando il progetto Brillawear, e allo yoga in vigna che ha aperto la giornata all’insegna del benessere. Un ultimo, sentito ringraziamento va al Pulp, cornice ideale della serata con la sua atmosfera glamour nel cuore del Teatro della Garbatella. Le cantine protagoniste A rendere possibile questa prima, riuscitissima edizione sono state soprattutto le cantine, che Roma in Bolle ringrazia a una a una indicando anche i vino che hanno particolarmente colpito il pubblico. Abrigo Fratelli (Piemonte) – il Sivà Riserva, Metodo Classico da Chardonnay. Albamarina (Campania) — L’Eremita, Metodo Charmat da Fiano del Cilento. Ambasciatori del Gusto (Veneto) – Le Manzane, Glera in versione ancestrale. Blasi (Umbria) – 1742, Metodo Classico da Chardonnay e Trebbiano Spoletino. Bortolin Angelo (Veneto) – il Valdobbiadene DOCG e l’ancestrale Barch. Cantina Messori (Emilia) – lo Spettinato da Lambrusco Grasparossa, il Ribelle da Pignoletto, premiato dal pubblico e il Gasato da Lambrusco Salamino. Colle Uncinano (Umbria) – lo Spoleto DOC da Trebbiano Spoletino. Conca d’Oro (Veneto) – il Prosecco Superiore DOCG. Gozzelino (Piemonte) – il Moscato DOCG e Elena, Metodo Classico da Pinot Nero. Il Borro (Toscana) – Bolle di Borro, premiato dal pubblico, e il raffinato Chiaro di Bolle. Marco Capra (Piemonte) – Sei Tremenda, Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero. Mencaroni (Marche) – il Brut Nature da Verdicchio. Muratori (Franciacorta) – il Brut da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco. Poggio Bonelli Chigi Saracini (Toscana) – il loro Sangiovese in versione extra brut. Quaterluna – Fase 3 e Fase 4, Metodo Classico da Chardonnay e Pinot Nero. Raparelli (Lazio) – il Lallero da Vermentino. Rossi di Madelana (Lazio) – il Ferrino da Bombino. Rotari (Trentino) – la linea Alperegis, Trentodoc di montagna. Silvestri (Lazio) – Brut e Rosé, bollicine dei Castelli Romani dal 1929. Solis Terrae (Lazio) – Bullule, da Bellone e Chardonnay. Vin Viandante (Lazio) – Confine, Cesanese rifermentato. Tenuta Maffone (Liguria) – il Duezerosette da Ormeasco con 100 mesi di affinamento. Valdarno di Sopra (Toscana) – il Sangiovese con 18 e 60 mesi di affinamento Venturini Baldini (Emilia) – il Rubino del Cerro e il Metodo Classico, entrambi da Lambrusco. Vigna Madre (Abruzzo) – il Villa Roscià da Pecorino. Vitematta (Campania) – la Radice Etrusca da Asprinio d’Aversa. Zazzera (Umbria) – Serperosa da Sangiovese e Serpeoro da Grechetto. Zorzon (Friuli) – lo Spumante Brut da Pinot Bianco e Ribolla.   Grazie a tutte le realtà, grandi e piccole, che con le loro bollicine hanno reso possibile questa prima edizione di Roma in Bolle. Appuntamento alla prossima estate, ancora più ricca di energia, di giovani e di Italia nel calice.   La Redazione
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Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Arrow Right Top Bg

15 Luglio, 2026

Sul Ponte della Musica il Tevere ascolta il vino

  Le Notti del Vino, Roma, Ponte della Musica Armando Trovajoli Un ponte, di notte, è sempre una promessa. È come se dichiarasse che le due sponde, in fondo, non sono mai state davvero separate. Per questo, qualcuno prima di noi, ha semplicemente reso visibile un legame che già esisteva. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli si allunga sul Tevere con le sue arcate bianche, sospese come una partitura, e per tre serate di giugno ha smesso di essere un semplice attraversamento per diventare un luogo. Un luogo che teneva insieme il quartiere Flaminio e la sponda del Foro Italico e dello Stadio Olimpico, certo, ma che teneva insieme soprattutto le persone e il vino, in quella maniera diretta, senza troppe cerimonie, che Roma d’estate riserva a chi ha voglia di scendere in strada . O, questa volta, su un ponte. Una degustazione all’aperto, in una città che di spazi belli all’aperto ne ha in abbondanza e di sale eleganti al chiuso ne offre invece pochissime, è già di per sé un piccolo privilegio. Se poi lo spazio in questione è un’architettura contemporanea che si specchia nel fiume, con il tramonto che si allunga sull’acqua e la temperatura calda ma non opprimente delle sere romane, il privilegio si fa quasi incanto. Calice alla mano, tra sorrisi scambiati e mani strette, si camminava avanti e indietro lungo la campata centrale, e ogni pochi passi un banco d’assaggio apriva una porta su un pezzo d’Italia diverso. Le Notti del Vino 2026: un ponte tra le due rive di Roma diVino sotto le Stelle è il nome che Roma ha scelto per la propria tappa de Le Notti del Vino, il circuito estivo promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e affidato, nella Capitale, alla cura organizzativa di Decanter Wine Academy. Per la seconda edizione consecutiva è stata ancora Roma ad aprire il calendario nazionale. Un calendario che da giugno a settembre attraverserà borghi e città del vino di tutta Italia. Per la seconda volta la scelta è caduta sullo stesso luogo: il Ponte della Musica Armando Trovajoli, tra il quartiere Flaminio e l’area dello Stadio Olimpico e del Foro Italico. Confermare una location significa anche dichiarare che ha funzionato, che il pubblico l’ha riconosciuta come propria. Per tre serate nel primo fine settimana di giugno, dal venerdì alla domenica, dalle diciannove a mezzanotte, il ponte si è trasformato in un percorso di degustazione con etichette provenienti da tutta Italia, raccontate direttamente da chi le produce. Non un’astrazione, non un catalogo: cantine vere, con le mani vere di chi la terra la lavora, disposte lungo la campata come tanti piccoli avamposti del proprio territorio. Al vino si sono intrecciati altri linguaggi. La masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” curata dalle Donne del Vino Lazio il venerdì, una degustazione alla cieca il sabato pensata per stanare “l’intruso” tra quattro vini laziali e uno straniero, un percorso guidato di abbinamento cibo-vino la domenica, insieme a musica dal vivo, un flash mob di tango e un’area food truck pensata per accompagnare i calici. Il vino, insomma, non veniva servito come un oggetto da analizzare al microscopio, ma come parte di una serata che aveva altre stelle altrettanto luminose: la musica, il fiume, la gente. Vini snelli per una serata leggera Quello che si respirava tra un banco e l’altro era soprattutto freschezza. Non solo quella delle bottiglie tenute in ghiaccio, ma quella di uno stile. I vini in degustazione raccontavano, quasi tutti, una stessa direzione di gusto: snella, poco ingombrante, distante dagli orpelli e dalle grandi architetture di legno e struttura che per anni hanno definito l’idea di “vino serio”. Bottiglie pensate per essere bevute con piacere immediato, senza troppi complimenti, capaci di accompagnare una conversazione senza mai pretendere di sovrastarla. «Assaggia questo, viene da un vitigno che qui non si arrende facilmente» si sentiva dire poco più in là, tra una risata e un calice riempito a metà. La sintesi perfetta di una serata in cui il vino sceglieva di restare un passo indietro rispetto alle persone, senza per questo perdere nulla della propria voce. Ed è forse questa la lezione più preziosa che il Ponte della Musica ha restituito quest’anno: il vino funziona meglio quando non recita la parte del protagonista assoluto, ma quella dell’eccedenza che rende migliore tutto il resto. Il cibo, la tavola, gli amici, il divertimento. Un’eccedenza che, tra le tante cantine incontrate, ha trovato alcune interpretazioni particolarmente convincenti. Cantina Cellinese e il Negroamaro che si toglie l’abito rosso: il Frata del Salento Nel cuore del Salento, a Cellino San Marco, la Cantina Cellinese porta avanti da oltre cinquant’anni una storia cooperativa che oggi riunisce più di trecento famiglie di viticoltori, custodi di quella terra rossa e ventosa che i Messapi conoscevano già come vocata al vino. È una cantina che negli ultimi anni ha scelto di affidare le proprie decisioni enologiche a Fabio Mecca, lo stesso enologo lucano di cui questa rubrica ha già raccontato il percorso e il talento, e che qui applica la medesima cura sartoriale a un vitigno che si spoglia della propria identità più nota per indossarne una inedita. Il Frata nasce infatti da uve Negroamaro vinificate in bianco: un’operazione che richiede mani sicure, perché la buccia scura di questo vitigno pugliese, se lasciata macerare anche solo per poco, tradisce colore e struttura. Nel bicchiere, Frata si presenta invece con un giallo paglierino luminoso, quasi a smentire la propria origine, e apre un profumo delicato di fiori bianchi e agrumi, con un fondo di frutta a polpa chiara che ricorda la pesca acerba. La bocca è tesa, sapida, capace di quella freschezza che di solito si attribuisce a vitigni ben più settentrionali. La dimostrazione che il Negroamaro, interrogato con la giusta pazienza, sa rispondere con una voce completamente diversa da quella per cui è conosciuto. Tenute Agricole Santojanni: la Scintilla nata sul Vulture, tra Aglianico e Malvasia A Forenza, tra le montagne e i boschi dell’entroterra lucano, la famiglia Santojanni coltiva da tre generazioni una terra che porta ancora nel proprio nome la memoria delle antiche eruzioni del Vulture: cenere e lapilli trasformati, nei secoli, in humus fertile per la vite. Le due contrade storiche dell’azienda, Malandrino e San Zaccaria, custodiscono vigneti che per quasi cinquant’anni hanno cresciuto separatamente Aglianico del Vulture e Malvasia di Basilicata, come due voci che si conoscevano ma non si erano ancora incontrate davvero. È da quell’incontro che nasce Scintilla, uno spumante rosé extra dry millesimato ottenuto per il settanta per cento da Aglianico e per il restante trenta da Malvasia, che porta con sé la struttura del primo e i profumi aromatici della seconda. Il nome racconta la scintilla d’amore che nella storia della famiglia ha unito due giovani cresciuti in quello stesso vigneto, e che oggi si ritrova, quasi per gioco, anche nell’incontro fra le due uve. Nel calice, Scintilla si mostra rosa buccia di cipolla, con un perlage fine e persistente; il naso si apre su note floreali e di piccola frutta rossa, mentre il sorso resta secco e intenso fino a una chiusura che lascia intravedere un accenno dolce, quasi un ultimo sorriso prima del brindisi successivo. Cantina dei Colli Ripani: La Jella, il Mercantino e la nuova Chioccia d’Oro delle Marche Sulle colline marchigiane che scendono dolcemente verso l’Adriatico, a poco più di cinquecento metri d’altitudine eppure incredibilmente vicine alla costa, la Cantina dei Colli Ripani riunisce da oltre trecentotrenta produttori di Ripatransone e dei comuni limitrofi. È una realtà cooperativa che ha fatto della propria altitudine quasi un manifesto: la linea 508, dedicata al punto più alto del Colle San Nicolò, raccoglie le etichette che meglio rappresentano l’ambizione del territorio. Tra queste, La Jella interpreta la Passerina in versione Offida DOCG con un’eleganza che smentisce la fama minore di questo vitigno, regalando un bianco fresco e diretto, capace di raccontare gli agrumi e i fiori di campo senza mai appesantirsi. Il Mercantino, Pecorino della stessa denominazione, porta invece il nome di Luigi Mercantini, il poeta risorgimentale nato a Ripatransone: un omaggio che restituisce al calice un profumo intenso di melone e mango, sorretto da un palato sapido e persistente, quasi a voler onorare, sorso dopo sorso, la voce di chi in quelle terre è nato e ha cantato. Accanto a questi due nomi già noti agli appassionati, la cantina ha da poco presentato La Chioccia d’Oro, un nuovo Verdicchio Superiore pensato per posizionarsi su una fascia più ambiziosa: la prova che anche una cooperativa radicata nella tradizione può continuare a scrivere nuovi capitoli, senza tradire la propria storia. Tenuta Viglione e la Murgia in quota: il Metodo Classico 514 e il Maidomo mai domato A Gioia del Colle, nel cuore della Murgia pugliese, la famiglia Viglione coltiva la vite dal 1937 e arriva oggi alla terza generazione con centocinquanta ettari condotti in regime biologico certificato dal 2005. È una terra calcarea, ventilata, che vive di un’altitudine (circa quattrocentocinquanta metri) inusuale per la Puglia, e che regala ai vini una freschezza e una precisione difficili da raggiungere altrove, a quote più basse. Proprio a quell’altitudine è dedicata la linea 514 Altitude, un Metodo Classico Extra Brut che nelle sue due versioni, bianco e rosé, racconta due tempi diversi della stessa attesa: il bianco affina quarantotto mesi sui lieviti e si presenta affilato, verticale, con note di fiori bianchi, mela verde e agrumi accompagnate da una leggera crosta di pane; il rosé, ottenuto da un raffinato incontro tra Primitivo e Racemi di Primitivo, riposa addirittura sessanta mesi e si offre rosa salmone con riflessi ramati, un perlage fine e persistente, un naso di fragoline di bosco, lampone e ciliegia. Diversa e più giocosa è la storia del Maidomo, un bianco ottenuto da un’uva a bacca rossa, il Negroamaro, che il nome stesso dichiara “mai domato”: un vino che non si lascia ottenere facilmente, ma che ripaga con un giallo paglierino dai riflessi dorati, profumi di cedro, bergamotto e frutta tropicale, e un sorso fresco, teso, quasi balsamico, che invita irresistibilmente al secondo calice. Cantina Belardi: il racconto etrusco di Cerveteri tra Radiante, Incanto, Sinuoso e Rapito A pochi chilometri da Roma, un territorio conosce il vino da tremila anni prima che diventasse una moda: Cerveteri, l’antica Caere etrusca, dove la necropoli della Banditaccia, patrimonio dell’umanità, ricorda che qui si beveva e si commerciava vino già quando Roma era poco più di un villaggio sul Palatino. È in questo paesaggio, tra uliveti e vigne che si affacciano sul Tirreno, che la famiglia Belardi coltiva le proprie etichette, ognuna delle quali porta con sé un frammento di leggenda. Radiante, il Vermentino dell’azienda, nasce nei terreni vicino al Monte Abatone, proprio di fronte al bosco sacro dedicato al dio Silvano: narra la tradizione custodita dalla cantina che fu qui, secondo Virgilio, che Enea, attraversate le acque gelide del fiume con le sue schiere, si fermò all’ombra di quegli alberi per far riposare uomini e cavalli, scoprendo dalla vetta del monte gli accampamenti etruschi di Tarconte, giunto in suo soccorso contro Turno e i Rutuli. Un vino che porta nel nome, Radiante, la luce di quella costa e di quel sole, con profumi di mela e pesca bianca e una sapidità minerale che richiama direttamente il mare vicino. Sinuoso, il Verdicchio della cantina, racconta invece una storia più intima e recente: quella di un capostipite di famiglia originario delle colline di Fabriano, patria del vitigno, che portò con sé fino a Cerveteri il ricordo di quel vino di casa, tanto che nel 2018 la famiglia scelse di piantarne il primo vigneto proprio in suo omaggio. Incanto, lo Chardonnay, cresce invece su un piccolo appezzamento detto “la collina dell’incanto”, circondato da ulivi, da cui si scorge l’azzurro del mare voltandosi appena verso nord. E infine Rapito, il Moscato giallo dai grappoli dorati così belli, sotto il sole della maturazione, che chi li raccoglie confessa quasi di non avere il coraggio di staccarli dalla vite: da qui il nome, un vino che profuma di tiglio, salvia, ginestra e fiori d’acacia, e che chiude con un accenno mandorlato capace di risvegliare il palato. Fontana Candida: Vigneto Santa Teresa e Luna Mater, l’anima di Frascati Poche etichette raccontano i Castelli Romani come quelle di Fontana Candida, storica cantina di Monte Porzio Catone che da decenni interpreta il Frascati attraverso i suoli vulcanici (le cosiddette “terrinelle”)  che caratterizzano l’intera denominazione. Qui il vino non è mai stato una scoperta recente, ma una consuetudine antica affinata bottiglia dopo bottiglia, annata dopo annata. Il Vigneto Santa Teresa, Frascati Superiore DOCG, nasce da un singolo cru selezionato per la sua posizione e le sue condizioni ideali: la Malvasia del Lazio (la Puntinata ovviamente), si accompagna al Trebbiano Toscano in un vino che l’affinamento in barrique e la successiva maturazione in bottiglia rendono complesso ed elegante, senza perdere la freschezza tipica dei migliori bianchi della zona. Ma è il Luna Mater Riserva a rappresentare il vertice della produzione, un vino che porta nel nome un richiamo alla genesi e alla procreazione, e insieme un legame con la luna, da sempre custode silenziosa delle pratiche agricole e delle fasi di imbottigliamento. Nasce da vigne che hanno superato il mezzo secolo di vita, un uvaggio di Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio, Greco e Bombino che matura per dodici mesi (almeno quattro dei quali in bottiglia) nelle antiche grotte di tufo scavate sotto le colline di Frascati, dove umidità e temperatura restano costanti come in un abbraccio. Nel calice, Luna Mater si mostra di un giallo dorato brillante, con un bouquet ampio di pesca bianca, pera, miele e una nota di vaniglia che ricorda l’affinamento nel legno; il palato è strutturato, equilibrato tra acidità e morbidezza, con un finale lungo che intreccia mandorla tostata, erbe aromatiche e una sottile mineralità. Tenuta Lungarella: Jvlivs, il vino degli imperatori tra i Monti Prenestini Poli è un piccolo comune romano incastonato tra i Monti Lucretili e i Monti Prenestini, un luogo che gli antichi imperatori romani scelsero come rifugio quando cercavano pace, silenzio e serenità lontano dalla città. È a loro che la famiglia Lulli (con il padre Marino, che ebbe l’idea dopo la pensione, e i figli Luigi e Alexander, che oggi la portano avanti) ha voluto dedicare l’intera linea di etichette dell’azienda, tutte firmate JVLIVS, in un omaggio che si lascia illuminare anche dalla vicinanza al Santuario della Fortuna Primigenia, visibile dalle pendici della tenuta. Solo due ettari, strappati al bosco e coltivati a quattrocentocinquanta metri d’altitudine, bastano a raccontare un territorio che non appartiene a nessuna denominazione codificata e che per questo si concede il lusso della sperimentazione. Jvlivs Vermentino nasce da una scelta precisa della famiglia, che ha preferito questo vitigno, più vicino nello stile a certe interpretazioni toscane, alla Malvasia più diffusa nella zona dei Castelli: nel bicchiere restituisce riflessi chiari e verdolini, sentori di pesca gialla, susina e mimosa, un’acidità discreta che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Jvlivs Rosato, ottenuto da uve Cesanese, si mostra invece con un rosa pesca delicato ed elegante, quasi una versione mediterranea di certi rosé provenzali: litchi, pompelmo rosa e lampone accompagnano una beva fresca e persistente, capace di conversare a lungo con chi lo assaggia. A completare l’esperienza, tra gli assaggi finali della cantina, un Vermouth di produzione artigianale che chiude la serata con la stessa cura silenziosa con cui, tra le colline di Poli, si custodiscono i muretti a secco e il paesaggio disegnato dalla famiglia negli anni. Il vino resta un’eccedenza, la vera stella era la serata Alla fine di tre serate come queste, quello che resta non è tanto la somma dei calici assaggiati, quanto la sensazione, rara e per questo preziosa, che il vino avesse davvero fatto il proprio lavoro nel modo più giusto: aggiungendosi alla serata invece di occuparla, accompagnando la musica e il tango invece di competere con essi, aprendo conversazioni invece di chiuderle in una scheda tecnica. Ogni cantina incontrata sul Ponte della Musica, dal Salento alla Murgia, dal Vulture alle Marche, dall’Etruria di Cerveteri ai Castelli Romani fino ai Monti Prenestini, ha portato con sé non solo un’etichetta, ma un pezzo di terra e di famiglia, restituito attraverso un calice che chiedeva solo di essere ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un racconto. Il merito di aver saputo, per il secondo anno consecutivo, trasformare un ponte in un luogo di incontro va riconosciuto a Le Notti del Vino e a Decanter Wine Academy, capaci di intuire che la cultura del vino cresce meglio quando si toglie la cravatta e si mette a proprio agio tra la gente, il fiume, le luci della città. Il Ponte della Musica, intanto, resta lì, sospeso sul Tevere, pronto a diventare di nuovo, alla prossima occasione, quella promessa silenziosa che unisce le due rive.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri Arrow Right Top Bg

11 Luglio, 2026

Champagne. L'ultimo calice di Peppino di Capri

Champagne
per brindare a un incontro
con te
che già eri di un altro
ricordi
c’era stato un invito
stasera si va tutti a casa mia Un pianoforte ancora acceso a fine serata. I tavoli quasi vuoti. Un calice di champagne lasciato da qualcuno che se n’è andato senza finirlo. Poi una voce appena nasale, capace di attraversare il tintinnio dei bicchieri senza mai alzarsi di tono. Un sorriso composto che pareva promettere sempre qualcosa di più di quanto concedesse. L’uomo del piano bar che l’Italia ha sognato per sessant’anni Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, non è stato soltanto un cantante. È stato l’uomo che ogni italiano avrebbe voluto incontrare, ad un’ora tarda, al pianoforte di un piano bar. Ha fatto ballare intere generazioni con il twist e le ha fatte innamorare l’istante dopo, senza mai alzare la voce. Come se il segreto della sua arte fosse proprio dominare una sala restando quasi in disparte, dietro un paio di occhiali che funzionavano anche da distanza di sicurezza. Il suo genio non stava nell’esibizione, ma nella confidenza: cantava come si parla a una sola persona, anche negli stadi. Champagne, l’architettura di un addio Se Peppino di Capri ha un monumento, è una canzone che non racconta una festa ma il momento subito dopo. Champagne non è la storia di un amore che finisce con uno strappo: è la fotografia del gesto che resta quando tutto il resto è già sparito, il brindisi alzato per abitudine, per qualcuno che non risponderà più a quel gesto. Nel vino, la stessa bollicina che sale a raccontare la gioia porta già scritta nella propria fisica la sua sparizione: nasce per salire e per sparire. In questa doppia natura la canzone trova la sua verità più elegante. Aprire una bottiglia significa avviare un conto alla rovescia luminoso: ogni sorso che segue il primo è già un passo verso il bicchiere vuoto. Champagne non canta la rottura: ne canta l’eco. Proprio per questo generazioni diverse hanno continuato a riconoscersi in un pezzo che parla, in fondo, della fine di ogni cosa bella mentre è ancora bella. Il sorriso che schermava Ogni grande intrattenitore porta con sé una domanda mai del tutto risolta: quanto di quel sorriso appartiene davvero a chi lo indossa? Peppino di Capri ha attraversato sessant’anni di palchi con un’eleganza che sembrava naturale. La voce sempre calma colma di una malinconia che il pubblico non ha mai visto per intero e che forse lui stesso ha coltivato in silenzio. Soprattutto negli ultimi anni. Forse non è un caso se il suo brano più amato sia diventato, con il tempo, anche il più autobiografico: chi canta la fine di un amore con quella grazia composta, forse, ne conosce il peso più di chiunque altro. Il calice di un intero paese Da mezzo secolo l’Italia porta con sé Champagne come colonna sonora involontaria delle proprie estati, dei matrimoni, delle radio accese in macchina nelle notti di ritorno. Oggi quella stessa canzone è di un intero paese che vive, nei confronti del suo interprete, esattamente ciò che il brano racconta da cinquant’anni. Non un grido, non uno strappo, ma il gesto sommesso di alzare un calice per un amore che non risponderà più. È lo stesso brindisi solitario della canzone, moltiplicato per milioni di persone che lo hanno canticchiato senza sapere che, un giorno, l’avrebbero cantato per lui. Resta, come l’ultima bollicina in un bicchiere lasciato sul tavolo, quel sorriso, quella voce appena nasale che ha insegnato all’Italia come si può essere eleganti anche mentre si soffre.  Lo so
mi guardate lo so
mi sembra una pazzia
brindare solo senza compagnia
ma, ma io, io devo festeggiare
la fine di un amore
cameriere, champagne… Ciao Peppino. Mi hai fatto cantare. Mi hai fatto sognare. Mi hai fatto innamorare. Continuerò a cantare le tue canzoni e quando verserò un calice di Champagne, non potrò fare a meno di pensare a te e a quelle note struggenti. Ma, meravigliose. Canta anche lassù.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il Müller Thurgau di Cantina Valle Isarco tra i 5 Migliori d’Italia Arrow Right Top Bg

10 Luglio, 2026

Il Müller Thurgau di Cantina Valle Isarco tra i 5 Migliori d’Italia

  Un prestigioso riconoscimento premia l’impegno e la dedizione della Cantina Produttori Valle Isarco.   Nell’ambito della 23ª edizione del Concorso Internazionale Vini Müller Thurgau, la storica realtà altoatesina ha ottenuto una delle 5 Medaglie d’Oro assegnate con il suo DOC Alto Adige Valle Isarco Müller Thurgau 2025, vino straordinario dal rapporto qualità prezzo eccezionale (12 euro). Il premio è stato ufficializzato nella serata di giovedì 2 luglio, durante la cerimonia inaugurale della 39ª edizione della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”. Il concorso, che quest’anno ha visto la partecipazione di 64 etichette, ha confermato l’elevatissimo standard qualitativo dei vini di montagna, premiando solo le eccellenze che hanno saputo distinguersi per carattere aromatico, freschezza e tipicità. La medaglia ottenuta da Cantina Valle Isarco si inserisce in un medagliere d’eccellenza, confermando ancora una volta il ruolo di primo piano della cantina nella valorizzazione di uno dei vitigni più rappresentativi dell’arco alpino. Il Müller Thurgau 2025 premiato dalla giuria è espressione diretta del terroir unico della Valle Isarco: un vino che incarna perfettamente il profilo ricercato dai consumatori moderni, caratterizzato da una piacevole bevibilità, eleganza olfattiva e una moderata gradazione alcolica. Armin Gratl, direttore generale di Cantina Valle Isarco. Siamo estremamente orgogliosi di questo risultato. Ricevere una Medaglia d’Oro in un contesto di così alto profilo tecnico ci gratifica e ci stimola a proseguire nel nostro percorso di valorizzazione del territorio. Questo vino rappresenta la sintesi del duro lavoro nei nostri vigneti di montagna e della passione che ogni giorno i nostri soci conferitori dedicano alla cura della vigna. La Cantina invita tutti gli appassionati a scoprire questo vino pluripremiato e a celebrare questo importante traguardo nel corso delle giornate della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”, che proseguirà in Val di Cembra con un ricco programma di degustazioni, masterclass ed eventi dedicati alla cultura del vino di montagna. Müller Thurgau Alto Adige Valle Isarco DOC https://www.kellerei-eisacktal.it/it/mountainwines/3/mueller-thurgau-25/ A PROPOSITO DI CANTINA SOCIALE VALLE ISARCO Fondata nel 1961 da 24 famiglie, Cantina Valle Isarco è la più giovane cooperativa vinicola dell’Alto Adige, oggi i soci sono 135 che coltivano 150 ettari di vigneti in 11 Comuni, da Bolzano fino a sud di Bressanone (Varna, Bressanone, Funes/Tiso, Velturno, Chiusa, Laion, Castelrotto, Villandro, Barbiano, Fié e Renon). Ogni anno vengono prodotte 950mila bottiglie che rappresentano 14 varietà (10 bianche, 4 rosse), per un totale di 31 etichette dove la punta di diamante è rappresentata dalla selezione Aristos, dalla cuvée Adamantis e dalle edizioni limitate Sabiona di Kerner e Sylvaner, appena 3mila bottiglie all’anno per vitigno. Il 98% della produzione di Cantina Valle Isarco è dedicata ai vini bianchi, dove primeggia il Kerner affiancato da Sylvaner, Grüner Veltliner, Gewürztraminer e Müller Thurgau. Il fatturato è di 7,8 milioni di euro, conquistato nel canale Ho.re.ca per l’85% in Italia (di cui la metà in Alto Adige) e per il 15% all’estero. A guidare Cantina Valle Isarco ci sono il presidente, in carica dal 2010, Peter Baumgartner, e il direttore generale Armin Gratl, che ricopre questo ruolo dal 2013. Negli ultimi 5 anni la cantina ha investito oltre 2 milioni di euro per migliorare la propria struttura e le proprie tecnologie. La Redazione
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Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova Arrow Right Top Bg

9 Luglio, 2026

Vini d’Abbazia. Il vino che si fa preghiera tra i chiostri di Fossanova

Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt.
(Non tutte le terre possono produrre ogni cosa)
Virgilio, Georgiche, II   Da Latina, prima di arrivare a Priverno, la strada attraversa quelle che furono paludi e che oggi sono distese ordinate, segnate ancora dalla geometria delle bonifiche. Piccole frazioni, nate per dare riparo ai braccianti, scandiscono il percorso come stazioni di un pellegrinaggio laico. Poi, all’improvviso, il bosco si chiude attorno a un catino verde, e in fondo, quasi sospesa, appare l’abbazia. Fossanova sembra non annunciarsi. È quasi una rivelazione. Come qualcosa di non immediatamente spiegabile. Non certo un miracolo perché fu costruita dalla mano dell’uomo. È uno dei più alti esempi di gotico cistercense in Italia, consacrata nel 1208, con un rosone che pare disegnato per lasciar passare soltanto la luce necessaria a pensare. Qui, per la quinta volta, si è tornati a celebrare Vini d’Abbazia, la manifestazione che intreccia la storia della viticoltura monastica con il presente, spesso inquieto, del vino italiano.   Vini d’Abbazia: il monastero diventa racconto del vino Ogni abbazia porta con sé un’aura doppia: quella della sacralità e quella, più sottile, del mistero. Le grandi architetture gotiche, i chiostri, i borghi che sorsero intorno per accogliere viandanti e pellegrini in cerca di un pasto e di un riparo, raccontano una civiltà che ha saputo conservare, nel tempo, anche la memoria della vite. Furono i monaci, custodi degli orti e delle vigne dei monasteri, a tramandare nei secoli vitigni che altrimenti si sarebbero perduti. L’iniziativa, promossa da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare, ha saputo nel tempo costruire un seguito sempre più ampio: la quinta edizione, andata in scena dal 12 al 14 giugno, ha attirato oltre cinquemila presenze, con più di duemila calici versati nella sola giornata d’apertura. Masterclass esaurite ogni sera, dal racconto dei grandi rossi firmato da Roberto Cipresso al viaggio nei monasteri condotto da Vincenzo Mercurio, fino all’itinerario tra grandi bianchi e bollicine guidato da Chiara Giovoni: un programma capace di tenere insieme cultura, ricerca e convivialità, con incursioni persino nell’arte contemporanea grazie alla mostra di Silvia Iorio dedicata al vino osservato al microscopio. Il chiostro e il refettorio: degustare dentro la pietra Entrare nelle viscere di Fossanova, scendere nel refettorio dove si tengono le masterclass, attraversare il chiostro dove si allineano i banchi d’assaggio, è qualcosa che sfiora il misticismo. Le cantine che partecipano sono in buona parte sempre le stesse, un circuito che si va consolidando edizione dopo edizione, ma la loro capacità di sorprendere, tra continuità e new entry, resta intatta. Bere un calice sotto quelle volte è un gesto che si carica di un peso diverso: non è solo degustazione, è una sosta dentro la storia.   Il Lazio che si racconta attraverso le abbazie È evidente, a uno sguardo attento, come la manifestazione sia anche un formidabile strumento di promozione per il territorio laziale. Fossanova è parte di un Lazio enologico che ha ancora bisogno di visibilità e Vini d’Abbazia la offre con intelligenza: attraverso le masterclass dedicate, attraverso i press tour che nelle ultime edizioni hanno coinvolto realtà come Casale del Giglio e Cantina Carpineti, due eccellenze che portano il nome della regione oltre i suoi confini. I vini del Lazio occupano oggi una parte sostanziale dell’esposizione, affiancando le etichette propriamente abbaziali con le denominazioni del basso Lazio, dal Cesanese del Piglio alle altre strade del vino regionale. Ecco allora che le associazioni quali La Strada del Vino di Latina, Strada del Vino Cesanese, Consorzio Vini DOC di Cori, Consorzio Vignaioli del Lazio, Consorzio Cesanese del Piglio, Consorzio Cabernet Atina DOP, diventano, tra le colonne del chiostro, ambasciatrici di fantastici territori. È un escamotage, certo, perché i vini laziali con le abbazie non hanno sempre un legame diretto. Ma è un escamotage onesto, che funziona e che merita di essere raccontato per quello che è: un modo intelligente di dare voce a un territorio che, a ben vedere, meriterebbe comunque una propria identità, indipendente da ogni sotterfugio. Resta, in ogni caso, un’iniziativa che nobilita il Lazio anche fuori dai suoi confini e che si è ormai conquistata lo status di appuntamento fisso.   I vini assaggiati a Fossanova: un viaggio tra Francia, Lazio e oltre   Dominique Gruhier. Abbaye du Petit Quincy, Épineuil, Borgogna Dal 1212, quando i monaci dell’Abbazia di Quincy piantarono i loro filari nelle terre di Épineuil a dieci minuti a nordest di Chablis, su quelle stesse marne kimmeridgiane che hanno fatto grande la Borgogna, la storia non si è mai interrotta. Dominique Gruhier ha ereditato queste vigne e, con pazienza da converso, le ha riportate all’essenziale: agricoltura biologica, fermenti indigeni, solforosa al minimo. I suoi vini hanno quella luminosità propria di chi lavora senza mascherare. Crémant de Bourgogne Extra Brut
Il perlage è fine come polvere di gesso. Alla vista, un giallo paglierino che trattiene la luce senza esibirla. Al naso emerge prima il territorio con l’immancabile calcare, il lievito, la scorza di agrume. Poi il frutto, discreto: mela cotogna e pera. Al palato è tagliente nella sua onestà: nessuna concessione alla morbidezza, solo una freschezza calcarea che pulisce e invita. Un crémant che non cerca di sembrare Champagne, e proprio per questo vale di più. Chablis
Il Chablis di Gruhier porta nel bicchiere tutta la mineralità delle marne oxfordiane. Bianco dai riflessi verdi, con un naso che apre su agrumi, pietra bagnata e un sottile accenno iodato che ricorda la distanza, non così grande, dal mare. In bocca l’acidità è una spina dorsale precisa: non aggressiva, ma strutturale. Il finale è lungo, quasi salino, come acqua filtrata tra le rocce. Un bianco che non si offre, si guadagna. Bourgogne Épineuil Cuvée Juliette. Pinot Noir
Dai migliori appezzamenti della Côte de Grisey, vigne piantate nel 1978, vendemmia in grappoli interi al cento per cento: la Cuvée Juliette è il vertice silenzioso di Gruhier. Rosso rubino di media intensità, con riflessi violetti che tradiscono la gioventù. Al naso si stratificano ciliegia, ribes, fiori di campo e un lieve tocco selvatico. La firma di sottobosco che pochi Pinot di Côte d’Or sanno replicare. In bocca è fresco, nervoso, con tannini vellutati che avvolgono senza stringere. Il finale è lungo, speziato, con un’eco minerale che resta. Un rosso da abbazia nel senso più vero: fatto per durare, non per stupire subito.   Abbazia di Praglia. Metodo Classico Extra Brut, Colli Euganei L’Abbazia di Praglia è l’unico luogo al mondo dove i monaci benedettini producono ancora il metodo classico secondo la tradizione di Dom Pérignon. A Praglia la chiamano ancora col suo nome originale: metodo benedettino. La cantina è scavata nella cisterna sotterranea del chiostro pensile; il remuage avviene a mano, come ha sempre fatto. La sosta sui lieviti raggiunge i trenta mesi. L’uvaggio di Domnus Abbas mescola in parti uguali Garganega, Chardonnay e Raboso.  Insolito, quasi ecumenico: il vitigno bianco dei Colli Euganei, quello internazionale e il ribelle rosso del Piave vinificato in bianco. Il risultato è un Extra Brut dal colore ambrato caldo, con un perlage cremoso e paziente. Al naso si apre su note di pasta frolla, agrumi canditi, erbe aromatiche e una tenue mineralità che ricorda le pietre vulcaniche dei Colli. In bocca è setoso ma non cedevole, sapido, con una persistenza aromatica che non finisce mai del tutto. Bevuto nel chiostro di Fossanova acquista una solennità che non appartiene alla sola chimica del vino. Bellavista. Curtefranca DOC Convento Santissima Annunciata, Monte Orfano, Franciacorta Sul Monte Orfano, nel margine sud-occidentale della Franciacorta, il Convento della Santissima Annunciata esiste dal 1449, quando l’ordine dei Servi di Maria ottenne il permesso di costruire un luogo di preghiera tra gli ulivi e le querce di quella collina. Dentro, un affresco di Girolamo Romanino — l’Annunciazione — custodisce ancora la luce del Cinquecento. Fuori, 5,45 ettari di vigna che i frati coltivano ininterrottamente da secoli, fino a quando fra Sebastiano, sentendo avvicinarsi la fine, nel 1984 non affidò quella terra all’amico Vittorio Moretti: perché non andasse perduta. La prima vendemmia firmata Bellavista è del 1991, il primo studio italiano di valorizzazione di un cru, ante litteram. La vigna è divisa in due parcelle da un albero di fico. Due suoli diversi e complementari. Quello superiore più calcareo e fresco, quello inferiore più argilloso e profondo. Così, danno vita a vendemmie separate, fermentazioni distinte in piccole botti di rovere bianco di tre-quattro anni e, solo alla fine, si fondono in un’unica cuvée. Il vino riposa poi almeno un anno in bottiglia prima di uscire. Questo Monte Orfano, diverso per microclima e composizione geologica dal resto della Franciacorta, riceve il sole con un’intensità quasi mediterranea: gli ulivi che lo costeggiano non sono un’anomalia, sono una dichiarazione. Nel calice, il Curtefranca si veste di un giallo paglierino carico, quasi dorato. Al naso è un vino che non si apre tutto subito: chiede pazienza, come ogni luogo sacro. Poi arrivano, uno dopo l’altro, l’albicocca matura, l’ananas, il melone bianco, la pesca gialla e sotto,  persistente ed elegante, il geranio, la rosa antica, un tocco di vaniglia che il rovere ha depositato senza sovrascrivere. La mineralità è la nota più vera: gessosa, quasi iodica, inaspettata a questa latitudine. Al palato è armonioso e preciso, con una freschezza che percorre tutto il sorso tenendo a freno la morbidezza senza mai negarla. Il finale è lungo, sapido, con un ritorno floreale che chiude il cerchio.   Castello di Magione. Ordine di Malta, Colli del Trasimeno, Umbria Il Castello di Magione nasce nel 1170 come hospitium per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena verso Roma e Gerusalemme. Oggi appartiene ancora all’Ordine Sovrano Militare di Malta, che custodisce anche il segreto di una produzione vinicola iniziata nel Medioevo. I vigneti si distendono tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare, sui suoli argillo-calcarei delle colline che cingono il Lago Trasimeno. Il Grechetto, vitigno autoctono umbro, coltivato in due cloni, è l’anima bianca di questa tenuta. Grechetto
Paglierino luminoso, quasi dorato in controluce. Il naso è diretto e nitido: fiori di ginestra, pesca bianca, mandorla fresca, con un tocco erbaceo che rinfresca senza distrarre. Al palato la struttura è più pronunciata di quanto ci si aspetti visto che la tradizione umbra vuole Grechetti capaci di tenere il templ’acidità è vivace, calibrata, mai spigolosa. Finale fruttato con una nota di mandorla amara che chiude elegantemente. Un bianco che porta nel bicchiere la luce del Trasimeno. Morcinaia. Merlot, Cabernet Sauvignon, Sangiovese
Il nome viene dal dialetto umbro e designa il cumulo di pietre ammassate ai bordi dei campi durante la bonifica: sassi tolti dalla terra per farla lavorare. Anche nel vino si sente quella fatica, quell’identità guadagnata. Rubino profondo con riflessi granati, affina dodici mesi in barrique. Al naso: frutto scuro e maturo — mora, prugna, amarena — con un balsamo sottile e una speziatura che ricorda la polvere di cacao e la cannella. Al palato è pieno, rotondo, con una progressione erbacea-balsamica che rivela la presenza del Sangiovese di clone Montalcino. Tannini levigati, persistenza lunga. Un rosso da cavalieri, nel senso più letterale del termine. Nero Cavalieri. Pinot Nero
Il Pinot Nero a Magione è un atto di coraggio: un vitigno che chiede terreni freschi e altitudini generose, coltivato sulle colline del Trasimeno con una precisione quasi liturgica. Nel bicchiere è rosso rubino limpido, trasparente, quasi timido. Al naso si fa trovare con profumi di ciliegia, lampone e una leggera nota floreale di viola; sotto, un sottofondo terroso che ricorda il fungo porcino fresco. In bocca è agile, con tannini fini e un’acidità che vivifica ogni sorso. Non ha la profondità di un Borgogna, ma ha qualcosa di altrettanto prezioso: la sincerità del luogo.   Zlati Grič. Slovenske Konjice, Stiria Slovena Zlati Grič, letteralmente “colle d’oro”, sorge sopra la città storica di Slovenske Konjice, a metà strada tra Lubiana e Maribor, in quella Stiria slovena che profuma di Riesling, Pinot Grigio e vigne vecchie sulle terrazze loessose. La cantina porta nel nome una promessa di luce. Nei vini, la mantiene. Carthusiana White
Un assemblaggio bianco che nasce nel segno della certosina cura: vendemmia tardiva, lavorazione lenta, perlage fine e persistente. Giallo paglierino vivace con riflessi dorati. Al naso è aromatico e complesso. Fiori di tiglio, pesca gialla, agrumi canditi. Una freschezza floreale che non stanca. Al palato è morbido e avvolgente, con una sapidità finale che riequilibra la struttura. Un metodo classico che porta il nome dei certosini con tutta la calma che quella parola impone. Carthusiana Rosé
Rosa tenue, quasi ramato, con bollicine fini che risalgono lente. Al naso: fragola selvatica, melograno, rosa canina. Al palato è secco, vivace, con una freschezza che colpisce prima del frutto. Il finale è breve ma netto, pulito, con quel carattere da Extra Brut che non lascia residui. Un rosato sparkling da abbinare alla leggerezza di una sera d’estate, dentro un chiostro. Sauvignon
La Stiria slovena offre al Sauvignon un clima continentale che ne esalta la parte aromatica senza appiattire la mineralità. Questo bianco ha un naso caratteristico e preciso: foglia di pomodoro, ribes bianco, pompelmo, con una traccia minerale quasi gessosa. In bocca è secco, teso, con un’acidità tagliente che porta lontano. Un Sauvignon da meditazione, non da aperitivo. Sivi Pinot. Pinot Grigio
“Sivi” in sloveno significa grigio, ma questo Pinot Grigio non ha nulla di anonimo. Bianco dai riflessi ramati, con un naso che apre su pera williams, mandorla fresca e una leggera nota speziata. Al palato è strutturato, quasi oleoso nella texture, con una freschezza che bilancia la rotondità. Finale lungo, con un accenno di zafferano che sorprende. Più simile a un Alsaziano che a un Pinot Grigio triveneto. Renski Rizling. Riesling Renano
Nella Stiria slovena il Riesling renano trova una casa di elezione. Questo bianco ha la verticalità propria del vitigno: colore paglierino con riflessi verdolini, naso di pesca bianca, limone candito, pietra focaia e un leggero accenno di idrocarburo che già preannuncia come invecchierà. Al palato è austero, preciso, con un’acidità che percorre tutto il sorso come una freccia. Finale lunghissimo, quasi salino. Un vino che chiede rispetto e lo restituisce.   Abbazia di Propezzano. Morro d’Oro, Colline Teramane, Abruzzo L’Abbazia di Propezzano nasce nell’VIII secolo come rifugio per i pellegrini e i crociati diretti ai porti dell’Adriatico verso la Terra Santa. Oggi, sulla stessa collina teramana che domina il versante più nobile del Montepulciano d’Abruzzo DOCG, la famiglia Savini De Strasser ha riportato in vita le cantine abbaziali a partire dal 2011. I vigneti sorgono di fronte alla facciata della chiesa, lungo la vecchia via lastricata. PEC, Pecorino
Il Pecorino dell’abbazia porta nel calice il profilo delle colline teramane: fresco, teso, dotato di una bella mineralità. Fiori di campo, agrumi, erbe aromatiche: un naso semplice e onesto. In bocca è vibrante, con quella sapidità adriatica che caratterizza i bianchi d’Abruzzo più autentici. Un vino senza pretese, che proprio per questo sa di verità. CAb. Cerasuolo d’Abruzzo Superiore 2024
Rosso ciliegia luminoso, quasi rubino. Il Montepulciano d’Abruzzo diventa altro, quando incontra la breve macerazione del Cerasuolo. Una quint’essenza di frutto e roccia. Al naso emerge il melograno maturo, poi l’amarena, il lampone, i fiori di campo, con una nota balsamica appena accennata che arriva dai suoli argillosi delle Colline Teramane. Al palato è asciutto, non generoso di morbidezza: la freschezza comanda, la sapidità chiude, e il finale, lungo e persistente, rimanda dritti alla ciliegia matura. Un rosato da invecchiamento, come ricordano i produttori abruzzesi più capaci: non “si invecchia una bottiglia di rosé, ma si può invecchiare un Cerasuolo”.   Crypta 2024. Vignaioli in Grottaferrata (Gabriele Magno, Emanuele Ranchetta, La Torretta) “Crypta Ferrata”: è il nome originale di Grottaferrata, dal latino che descrive le inferriate ritrovate sulla grotta dove nel 1004 San Nilo fondò l’abbazia greco-ortodossa che ancora oggi celebra il rito italo-bizantino. Su quel tufo vulcanico dei Castelli Romani, tra anfore interrate e fermentazioni spontanee, cinque cantine dell’associazione Vignaioli in Grottaferrata hanno dato vita a Crypta, un progetto collettivo che unisce Malvasie, Trebbiano e uve autoctone in una cuvée che è dichiarazione di territorio. I due bianchi Crypta di Garbiele Magno ed Emanuele Ranchetta si somigliano nel calice per il giallo oro con riflessi ambrati. Al naso sono complessi e quieti allo stesso tempo: erbe di macchia, scorza d’arancia, pietra calda al sole, e un sottofondo di miele d’acacia che emerge solo dopo qualche minuto. Al palato, morbidi, non flaccidi. La minerale freschezza del vulcano si fa sentire in una vena acida che percorre tutto il sorso. Il finale è lungo, lievemente amaricante, come certi bianchi vinificati sui lieviti che sanno trattenere la profondità del territorio. Un vino che ha nel nome la sua storia migliore. Cosa li differenzia? Tutto. La stratificazione olfattiva, il livello di freschezza, il finale. Meraviglioso però constatare come dallo stesso territorio possano nascere vini così identitari pur con le medesime radici. Diversi cosi come il rosato de La Torretta. Uno di quei vini che meritano per la sua immediatezza che non è semplicità. Si tratta di una beva semplice ma decisa, determinata, avvolgente e di impatto. Emotivo prima di tutto ma poi beverino e versatile. Non banale, non scontato. Interessante   Cremisan 1885. Beit Jala, Betlemme, Palestina Il nome viene dall’arabo Kerem Zan (vigna delle uve Zan) e designa le pendici di Beit Jala, a cinque chilometri da Betlemme e dodici da Gerusalemme. Dal 1885 i Salesiani producono vino su quella collina, e dal 2007 lo fanno con la guida tecnica di Riccardo Cotarella. Il capo enologo Fadi Batarseh ha studiato 64 diverse varietà di vite palestinese e ne ha identificato 21 genotipi unici: tra questi, ha scelto i quattro da vinificare in purezza. Cristiani, musulmani ed ebrei lavorano qui fianco a fianco. Il vino come grammatica condivisa in una terra segnata da ogni conflitto possibile. Dabouki
Vitigno autoctono palestinese dalle bacche dorate, vendemmiato a mano a metà settembre e fermentato a freddo in acciaio. Paglierino tenue, quasi trasparente. Al naso: melone bianco, limone e sale del Mar Morto. Un naso marino e minerale insieme. Al palato è fresco, acido, con una sapidità insolita per un bianco mediterraneo. Breve affinamento sui lieviti che aggiunge un accenno cremoso al finale. Un bianco che sembra venire da un altro tempo, da una viticoltura che precedeva tutto. Hamdani Jandali
Un assemblaggio di due vitigni bianchi autoctoni, Hamdani e Jandali, che crescono su terrazze di argilla rossa sotto il cielo della Giudea. Al naso è più aromatico del Dabouki: frutta tropicale, albicocca matura, fiori di sambuco, una nota speziata quasi esotica. Al palato è più strutturato, con una rotondità che la Hamdani apporta e una freschezza che la Jandali garantisce. Finale lungo, con un ritorno fruttato che sorprende. Un bianco che porta nel bicchiere secoli di memoria agricola mai interrotta. Baladi Aswad
L’unico rosso di Cremisan, da uve Baladi Aswad. Letteralmente “il rosso locale”. Vendemmiato all’inizio di settembre e affinato quattordici mesi in botte. Rubino di media intensità, con riflessi granati. Al naso è un rosso aromatico e profumato: ciliegie nere, spezie orientali, un accenno di rosa essiccata e cuoio. Al palato i tannini sono presenti ma non aggressivi, e l’acidità bilancia bene la struttura. Il finale è persistente, speziato, con quella particolare asciuttezza che appartiene ai vini nati su suoli calcarei e pietrosi. Bere un sorso di Baladi a Fossanova è un gesto che porta insieme due mondi di culto e contemplazione che forse si assomigliano più di quanto si pensi.   Casa Esposito. Scala, Costiera Amalfitana, Campania Scala è il borgo più antico della Costiera Amalfitana. Casa Esposito è Nicola e con lui una piccola realtà nata dall’eredità del nonno Mario, viticoltore tra le montagne della costa, che coltiva vigne terrazzate a 500 metri sul calcare piroclastico del 79 d.C., lì dove il Vesuvio ha lasciato la sua firma più duratura. Produzioni minuscole, metodi artigianali, vitigni autoctoni: Falanghina, Biancolella, Pepella, Ginestra, San Nicola, Piedirosso, Aglianico, Tintore. Scalese. Spumante Bianco Pas Dosé
Falanghina e Biancolella all’ottanta per cento, con saldo di Pepella, Ginestra e San Nicola: un assemblaggio di Costiera che è omaggio al nonno Mario. Giallo paglierino vivace, con riflessi verdolini e un perlage persistente e numeroso. Al naso è un bouquet di Costiera: limoni sfusati, pompelmo, pesca bianca, ananas, fiori bianchi e un tocco di erba salmastra che ricorda la brezza marina. In bocca è fresco, tagliente, con un’acidità cristallina che porta lontano. Pas Dosé, senza zucchero aggiunto: purissimo, onesto, quasi severo nella sua franchezza. Un vino da scogliera. Macerine. Vino Frizzante Rosato
“Macere” è il nome dei muri a secco che reggono i terrazzamenti della Costiera: pietre estratte dalla terra e rimesse a mano, dalle più grandi in basso alle più piccole in cima. Un’architettura della tenacia. Il vino porta quel nome e quella struttura. Piedirosso, Aglianico e Tintore fermentano quattro mesi in acciaio, poi rifermentano in bottiglia per altri quattro. Frizzante vero, non spumante: pressione sotto i tre bar. Rosa cerasuolo carico, con bollicine vivaci e numerose. Al naso: fragola matura, lampone, amarena, rosa canina, un tocco di ribes. Al palato è fresco, sapido, con un’acidità in primo piano che illumina il finale fruttato e persistente. Un rosato che assomiglia al territorio che lo ha generato: aspro e bellissimo. Rudus. Falanghina
Il nome evoca i “ruderi delle Ferriere”, quella valle impervia tra le montagne di Scala e Amalfi dove un tempo si arrivava solo a dorso di mulo. Nicola Esposito dedica la sua Falanghina a quel luogo e al nonno che lo amava. Paglierino luminoso, con riflessi dorati. Al naso è fruttato e aromatico: melone bianco, pesca bianca, agrumi, con una nota erbacea che ricorda l’erba appena tagliata in montagna. Al palato è sapido, fresco, con una nota minerale che arriva dal calcare piroclastico e non lascia. Finale persistente, fruttato e lungo. Una Falanghina che profuma di storia.   La Matina. San Marco Argentano, Calabria Su una collina che domina la valle del fiume Follone, nel cuore della Calabria settentrionale, l’Azienda Agricola La Matina coltiva circa due ettari di vigneto su un’altura storicamente detta “u muntu”. Il vitigno è il Magliocco dolce, principe della DOP cosentina, lavorato in biologico e vinificato con tecniche artigianali. Due soli vini: il Muntu rosso e la Mádam rosata. Una realtà piccola, quasi segreta, che porta nei calici profumi di una Calabria lontana dai circuiti. Mádam. Rosato DOP Terre di Cosenza
Rosa intenso con riflessi cerasuolo: un rosato che non ha paura del colore. Al naso si apre un bouquet avvolgente fatto di ciliegia, mirtillo, fiori di rosa, un tocco di melograno maturo. Un’eleganza quasi nobile, da nobildonna appunto, consapevole del proprio rango. Al palato è morbido, ricco di materia, con una freschezza calibrata che bilancia il peso del Magliocco. Il finale è lungo, fruttato, con un persistente ritorno floreale. Un rosato che non sussurra: parla a voce piena, con misura.   Trama (M di Trama). Cori, Provincia di Latina, Lazio Cori è uno dei borghi più antichi del Lazio, su quelle colline lepine che guardano le pianure pontine. L’Azienda Trama ha radici profonde in quel territorio e una filosofia chiara: rispetto della terra, lieviti indigeni, tempi lunghi in acciaio sulle fecce fini. I suoi due vini bianchi, Capofitto e Piedefermo, sono espressioni di un Lazio che merita di guadagnare, sul campo, sorso dopo sorso, il posto che merita. Capofitto. Bianco Lazio DOC
Il nome è un’immagine: buttarsi capofitto, senza esitazione. Paglierino luminoso con riflessi verdolini. Al naso è aromatico e fresco per via della mela verde, del gelsomino, degli agrumi e di un tocco di frutta esotica che tradisce il sole laziale. La mineralità, sottile e persistente, arriva dal suolo di Cori. Al palato è vivace, con un’acidità pulita e un finale lungo che porta con sé quella nota floreale inalterata. Affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio: nessun trucco, solo il tempo che lavora. Un bianco onesto, senza paura di sé. Piedefermo. Bianco Lazio IGT
Fermenti indigeni, nessuna chimica in vigna né in cantina, recupero dei metodi di vinificazione della tradizione territoriale: Piedefermo è la scelta più radicale di Trama. “Piede fermo” è la postura di chi non cede, di chi rimane ancorato alla propria identità. Nel calice è un bianco più concentrato, più complesso del Capofitto: naso di fiori gialli, miele d’acacia, pesca matura, con una vena sapida che percorre il sorso dall’attacco al finale. In bocca è pieno, con una struttura inaspettata per un bianco laziale, e un finale persistente che non finisce senza aver lasciato traccia. Un vino che ha deciso chi essere, e non ha cambiato idea.   Un’abbazia, un calice, una memoria che resta Quando si lascia Fossanova, il bosco si richiude dietro le spalle come si era aperto. Il rosone resta lì, immobile, a custodire un’eredità che attraversa i secoli passando per la vite. Non possiamo ascrivere Vini d’Abbazia ad un semplice evento di degustazione se pur arricchito con tante iniziative, convegni, masterclass e il buon cibo dei presidi Slow Food del territorio. È qualcosa che assomiglia più ad un esercizio di memoria collettiva, capace di restituire al pubblico, sempre più giovane, il senso profondo di un gesto antico quanto la civiltà stessa. La consacrazione di uno, cento, mille territori primo tra tutti quello che ospita Vini d’Abbazia che potrebbe anche diventare un vero e proprio circuito itinerante. Ma sempre con la sua vera casa a Fossanova. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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9 Luglio, 2026

Masottina celebra 80 anni di storia a New York

  La famiglia Dal Bianco sceglie Felice 83, primo R.D.O. Ambassador estero, per portare oltreoceano R.D.O. Multivintage Brut Heritage Collection, l’avvio di un progetto che unisce memoria, ricerca e visione e che festeggia 80 anni di azienda   Masottina, storica cantina veneta situata tra le colline di Conegliano Valdobbiadene e guidata dal 1946 dalla famiglia Dal Bianco, celebra nel 2026 un traguardo importante: 80 anni di storia. Un anniversario che segna non solo la continuità di una tradizione familiare, ma anche l’inizio di una nuova fase progettuale per la cantina. Le celebrazioni approdano anche a New York, da Felice 83, celebre indirizzo dell’Upper East Side, che dal 2024 fa parte del programma di R.D.O. Ambassador, il progetto ideato dalla famiglia Dal Bianco per valorizzare la longevità delle vecchie annate di R.D.O. e il loro straordinario potenziale gastronomico. Una collaborazione fondata su valori comuni, che oggi diventa il contesto ideale per celebrare un anniversario che non è un punto di arrivo, bensì nuova energia da trasformare. Per festeggiare questo percorso lungo otto decenni, Masottina presenta a New York Heritage Collection, una nuova collezione che guarda al futuro partendo dall’eredità tecnica e culturale costruita nel tempo. La collezione va oltre il concetto tradizionale di terroir: non è soltanto interpretazione del luogo, ma anche espressione di una visione lungimirante. La collezione abbraccerà spumanti che, partendo da una profonda consapevolezza tecnica ed enologica, esplorano nuove strade anche al di fuori degli schemi convenzionali, mantenendo sempre salda l’identità stilistica di Masottina. Il primo capitolo di questo progetto è R.D.O. Multivintage Brut, un progetto enologico di precisione che rappresenta un ponte ideale tra l’identità storica di R.D.O. – collezione dedicata al terroir d’elezione per la famiglia Dal Bianco – e una prospettiva più ampia, capace di superare i confini del singolo terroir per radicarsi nell’eredità viva e in continua evoluzione della famiglia Dal Bianco. R.D.O. Multivintage nasce dall’assemblaggio di cinque annate – 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024 – provenienti dai migliori vigneti di famiglia. Ogni vendemmia è manuale, con raccolta in cassetta e doppia selezione, prima in pianta e poi in cantina, all’inizio di settembre. La vinificazione avviene per singola annata, a grappolo integro e sfruttando la gravità. Dopo la spremitura soffice, il mosto fiore fermenta a temperatura controllata (15–18 °C) per 8–10 giorni. Il vino base matura quindi sui lieviti per circa 60 giorni. Seguono la presa di spuma e una fermentazione lenta in autoclave per circa un mese a 13 °C, con un successivo affinamento di circa 100 giorni. Ogni annata viene filtrata e preservata nella propria tipicità in autoclave, fino a 60 mesi per la più evoluta. L’assemblaggio finale riflette la sensibilità enologica maturata nel tempo dalla famiglia Dal Bianco: un lavoro di equilibrio e armonia che restituisce l’essenza più autentica dell’arte spumantistica di Masottina. Con un dosaggio di 9 g/l, questa referenza esprime tensione, profondità e una complessità stratificata. È imbottigliata in edizione limitata, nel rispetto della natura e dei suoi cicli: una scelta produttiva che custodisce la qualità nel tempo e sottolinea il valore progettuale del vino. Federico Dal Bianco, Vicepresidente di Masottina. Siamo orgogliosi di proseguire le celebrazioni per gli 80 anni di Masottina anche a New York, una città simbolo dell’internazionalità e dell’incontro tra culture, insieme a Felice 83, il nostro primo R.D.O. Ambassador estero. Dopo i festeggiamenti avviati in Italia, ci sembrava naturale portare questo importante traguardo anche oltreoceano, condividendo con il pubblico americano un progetto che racconta la nostra storia, la nostra visione e il nostro modo di interpretare il tempo. Heritage Collection nasce proprio da questo percorso: un omaggio agli ottant’anni della nostra famiglia e della nostra azienda, ma anche una dichiarazione di intenti per il futuro. Con R.D.O. Multivintage Brut confermiamo la volontà di continuare a innovare nel rispetto della nostra identità, unendo ricerca, precisione tecnica e profondo legame con il territorio. Masottina La storia di Masottina fonda le sue radici nei 5 ettari di vigna acquisiti nel 1946 da Epifanio Dal Bianco. Grazie a un restauro della casa padronale che domina il vigneto, viene riportata alla luce un’antica scritta: Casa Masottina. Da qui il nome dello storico marchio controllato della famiglia Dal Bianco da tre generazioni. Oggi i vini di Masottina sono il risultato di oltre 370 ettari, che si estendono nelle colline della Conegliano Valdobbiadene, patrimonio Unesco e nelle terre veneziane. Un parco vitato, costruito nel tempo, fatto di vigne sapientemente scelte e coltivate dalla famiglia, secondo le regole SQNPI. È però nelle colline di Ogliano, che Masottina esprime il meglio della propria filosofia produttiva e qualitativa, grazie ai cru espressione di un terroir unico: R.D.O. Ponente e R.D.O. Levante, che grazie a Wine Spectator ha portato le Rive di Ogliano per la prima volta nella famosa TOP 100 dei vini più importanti del mondo. La Redazione
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Canelli Città del Vino: il territorio si racconta tra grandi denominazioni ed esperienze immersive Arrow Right Top Bg

8 Luglio, 2026

Canelli Città del Vino: il territorio si racconta tra grandi denominazioni ed esperienze immersive

  Masterclass, degustazioni, mixology e visite nelle Cattedrali Sotterranee UNESCO per un week-end dedicato all’eccellenza enologica   Canelli si prepara ad accogliere un fine settimana interamente dedicato alla cultura del vino. Venerdì 10 e sabato 11 luglio torna Canelli Città del Vino: Sparkling Canelli – Bollicine a Canelli, manifestazione che celebra le grandi denominazioni del territorio attraverso degustazioni, masterclass, incontri, musica ed esperienze diffuse nel centro storico e nelle Cattedrali Sotterranee, parte del sito Patrimonio Mondiale UNESCO “Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato”. L’iniziativa, promossa dal Comune di Canelli in collaborazione con i Consorzi di tutela e le associazioni dei produttori, propone un percorso che unisce approfondimento, degustazione e intrattenimento, valorizzando il patrimonio vitivinicolo e culturale che rende Canelli una delle capitali del vino italiano. Ad anticipare il programma sarà il tradizionale Concerto d’Estate dell’Orchestra Fiati Città di Canelli, ospitato presso le Cantine Bosca il 9 luglio alle 21. L’inaugurazione ufficiale della manifestazione si terrà venerdì 10 luglio alle 18 con un momento istituzionale presso le Cantine Gancia. In questa occasione avverrà la presentazione al territorio della mappa “I Cru di Enogea: Canelli DOCG”, realizzata dal cartografo e giornalista Alessandro Masnaghetti. Sempre alle 18 partirà il Canelli Tour, una passeggiata guidata della città di circa un’ora e mezza con partenza da Piazza Cavour, alla scoperta del centro storico e dei percorsi panoramici della Sternìa, oltre agli itinerari nelle cantine dismesse inserite nel progetto di valorizzazione del patrimonio Canelli Ipogea. Il tour verrà riproposto anche sabato 11 alla stessa ora. A partire dalle 19, il centro storico si animerà con l’apertura dei banchi d’assaggio dell’Enoteca Regionale di Canelli e dell’Astesana in Piazza Cavour e Via G.B. Giuliani, insieme alle proposte gastronomiche degli stand di cucine di strada lungo il percorso cittadino. Contestualmente sarà attivo il Cortile delle Bollicine presso il Cortile Ex Contratto Vermouth, in via G.B. Giuliani 27, con degustazioni dedicate alle denominazioni del territorio: Alta Langa DOCG, Asti DOCG, Brachetto d’Acqui DOCG, Canelli DOCG, Moscato d’Asti DOCG e Vermouth di Torino IGP. Dalle 20 la Chiesa di San Rocco in cima alla Sternìa ospiterà Mixology e degustazioni in purezza, con cocktail d’autore realizzati da bartender professionisti e ispirati ai grandi vini del territorio, affiancati da degustazioni in purezza degli stessi vini. L’intera serata sarà accompagnata da musica live e dj set diffusi nel centro cittadino. Sabato 11 luglio si svolgeranno tre masterclass nelle storiche Cattedrali Sotterranee, guidate dai sommelier AIS Asti. Si partirà alle 10.30 con “Alta Langa in quattro calici”, presso la Cantina Contratto, dedicata alle diverse espressioni del Metodo Classico piemontese. Alle 15 sarà la volta di “Canelli DOCG: identità e vocazione”, ospitata alla Cantina Coppo, con degustazioni guidate e approfondimento sulla nuova mappa del Canelli DOCG firmata da Alessandro Masnaghetti. Alle 17.30 la giornata si chiuderà con “L’aroma prima del gusto. Moscato d’Asti, Asti Spumante e Brachetto d’Acqui: emozioni nel calice. Ospite d’eccezione: Asti Rosé”, nella Cantina Gancia, dedicata ai grandi vini aromatici piemontesi. Durante entrambe le serate, il centro cittadino sarà animato dal programma musicale diffuso “Le note di Canelli Città del Vino”, con dj set e live performance in diversi punti della città. Si inizierà alle 19 con gli aperitime in musica, per proseguire sino a notte. A partire dalle 22, Piazza San Leonardo sarà protagonista delle notti in musica, venerdì con i Tutta Fuffa e sabato con il dj set di Abba Dj, Daniele Bertaina e Dj Ro-gârd. Sarà attivo un servizio navetta dedicato per collegare le principali aree dell’evento. Dalle 18 saranno attivi i banchi d’assaggio dell’Enoteca Regionale e il Cortile delle Bollicine che oltre al banco dei Consorzi sarà arricchito della presenza di 18 produttori: Araldica Castelvero, Bosca, Bocchino, Ca’ de Lion, Cantina La Maranzana, Cascina Cerutti, Colombo, Coppo, Diego Pressenda, Ca’ Bianca, Daffara & Grasso, La Canellese, La Torre di Castel Rocchero, L’Armangia, Pianbello, Tenuta Carretta, Tosti1820, Tre Secoli. A seguire apriranno gli stand delle cucine di strada. Il sistema di accesso prevede diverse formule di degustazione pensate per il pubblico: dal ticket “POP” al percorso assaggi “Sparkling Wine Lovers” dedicato al Cortile delle Bollicine, fino alle consumazioni dedicate alla mixology. L’intero calendario nasce con l’obiettivo di raccontare la storicità, la ricchezza e la varietà del patrimonio vitivinicolo canellese, offrendo ad appassionati e visitatori un’esperienza immersiva tra storia, paesaggio, cultura e innovazione, nel cuore dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, Patrimonio Mondiale UNESCO. Sindaca di Canelli Roberta Giovine Canelli Città del Vino è la festa del nostro essere parte della civiltà italiana, mediterranea e mondiale del vino, all’interno della quale Canelli si identifica con la storia dello spumante italiano e del Moscato bianco. La collaborazione con i consorzi dell’Alta Langa, dell’Asti, del Brachetto e con l’Associazione Produttori Moscato Canelli è l’inizio di una rivalutazione del potenziale dei nostri territori Unesco. Per l’Enoteca Regionale di Canelli spiega il Vicepresidente reggente Franco Penna: «L’Enoteca Regionale di Canelli si è molto impegnata per organizzare al meglio questo evento. Le idee ci sono, il vino di qualità non manca: sarà una bellissima festa. Il Direttivo ci ha molto creduto e, con i giovani, abbiamo lavorato per creare un evento per chi ama il vino senza eccessi. Sarà una gran bella festa». Queste le parole di Gianmario Cerutti, Presidente dell’Associazione Produttori Moscato Canelli: «Nella seconda edizione estiva di Canelli Città del Vino celebriamo le bollicine, la “Sparkling Canelli”, identità tutta canellese legata al Metodo Classico e al Metodo Martinotti, al punto di trovare una storica e indiscutibile linea di bollicine che unisce più di una denominazione in modo indissolubile a questa città e alle colline che la circondano. Parlo di vini come Alta Langa DOCG, Asti DOCG e Canelli DOCG. Quest’anno poi per il Canelli è un anno molto importante perché a 15 anni dall’ottenimento della sottozona e tre anni dalla nascita del Canelli DOCG Moscato ci apprestiamo alla quarta vendemmia come denominazione autonoma. In particolare, ricordo che quest’anno abbiamo realizzato la mappa ufficiale del nostro territorio, grazie ad Alessandro Masnaghetti di Enogea. Ora ciascuno di noi può puntare il dito e far vedere le vigne da dove arriva il proprio Canelli. Quindi il 10-11 luglio vi aspettiamo per raccontare tutto questo attraverso degustazioni, specifiche masterclass e alla voce degli stessi produttori che vi accoglieranno nel Cortile delle Bollicine, al centro della città». Dice Giovanni Minetti, Presidente del Consorzio Alta Langa: «Rimettere Canelli al centro, riconoscere alla città una genitorialità nella storia del metodo classico e più in generale dello spumante italiano: questo è l’obiettivo del Consorzio Alta Langa. Una strada non semplice e non breve, che richiederà tempo, investimenti e l’indispensabile supporto di altri partner istituzionali. In questo contesto, la nostra partecipazione a “Canelli Città del Vino” è una tappa di avvicinamento e allo stesso tempo il modo di esprimere gratitudine a un territorio in cui ci si ri-conosce. L’obiettivo è quello di far apprezzare l’Alta Langa in questa parte dell’ampia area di origine, che coinvolge ben 149 comuni distribuiti nelle Province di Cuneo, Asti e Alessandria, attraverso workshop, degustazioni e masterclass. Un momento di proposta del nostro vino al mondo dei consumatori e di incontro con alcune delle sue interpretazioni più autentiche». Stefano Ricagno, Presidente del Consorzio per la Tutela dell’Asti: «Il binomio tra la città di Canelli e l’Asti Spumante rappresenta uno tra gli elementi chiave che hanno contribuito al riconoscimento UNESCO del territorio vitivinicolo piemontese. Anche per questo è forte l’attenzione che il nostro Consorzio riserva alle attività di promozione territoriale, testimoniando la centralità di questo patrimonio nel contesto delle politiche di valorizzazione locale». Il Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Acqui Paolo Ricagno Siamo felici di essere presenti a Canelli Città del Vino con il Brachetto d’Acqui DOCG, la bollicina aromatica rossa, unica nel suo genere, che incarna lo spirito della convivialità. Con i suoi profumi intensi di rosa, la sua leggerezza e la sua straordinaria versatilità, è un vino che sa accompagnare ogni momento: dall’aperitivo tra amici al brindisi più speciale, alle serate estive più informali. Canelli e il suo straordinario territorio rappresentano per noi una vetrina preziosa, non solo per far conoscere la denominazione, ma per raccontare un’identità unica che, in questa stagione, attira turisti e appassionati da tutto il mondo. La Redazione
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Tutto pronto per la quindicesima edizione di VinoVip Cortina Arrow Right Top Bg

7 Luglio, 2026

Tutto pronto per la quindicesima edizione di VinoVip Cortina

  Conto alla rovescia per il 12 e 13 luglio. Il programma completo della due giorni di Civiltà del bere tra talk show, incontri e 54 top Cantine al Grand Tasting.    Mancano ormai pochi giorni al ritorno di VinoVip Cortina, il summit biennale ideato e organizzato da Civiltà del bere, che, domenica 12 e lunedì 13 luglio riporterà sulle Dolomiti alcuni dei protagonisti più autorevoli del vino italiano. La quindicesima edizione conferma una formula che negli anni ha saputo coniugare contenuti, occasioni di networking e degustazioni di alto livello, offrendo uno sguardo sulle tendenze e sulle prospettive del settore, coinvolgendo produttori, operatori, appassionati e giornalisti provenienti da mercati chiave come Repubblica Ceca, Svezia, Finlandia, Lituania, Polonia, oltre che da Brasile, Giappone, Corea del Sud e Singapore. Il programma della due giorni si annuncia denso di appuntamenti, pensato per alternare momenti di riflessione strategica a grandi occasioni di assaggio. La manifestazione si aprirà domenica alle ore 15.00 presso l’Alexander Girardi Hall con il talk show “I tenori del vino italiano”. Condotto da Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del bere, l’incontro metterà a confronto quattro figure che hanno segnato la storia del comparto: Piero Antinori, Sandro Boscaini, Angelo Gaja e Fausto Maculan. Sarà un’occasione per fare il punto sull’evoluzione dei mercati globali, distinguendo tra i trend passeggeri e i reali punti fermi della qualità. Durante l’evento verrà inoltre consegnato il Premio Khail 2026, intitolato al fondatore di Civiltà del bere e destinato a chi si è distinto nella valorizzazione del vino italiano nel mondo. Subito dopo, dalle 17.00 alle 19.00, i riflettori si sposteranno sul Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg. Sul palco dell’Alexander Hall, Alessandro Torcoli e il direttore del Consorzio di Tutela Diego Tomasi analizzeranno le ultime novità della denominazione. L’approfondimento proseguirà nel foyer con una degustazione mirata che vedrà protagoniste le etichette di 23 Cantine di riferimento del territorio: Andreola, Bellenda, Bisol1542, Bortolin Angelo, Bortolomiol, Sorelle Bronca, Carpenè Malvolti, Colle Regina, Fasol Menin, Nino Franco, Gabe Tenute, Le Manzane, Sara Meneguz, Cantina Progettidivini, Ruggeri, Sanfeletto, Santa Margherita, Tenuta degli Ultimi, Valdo, La Vigna di Sarah, Le Vigne di Alice, Villa Sandi e Le Zitelle. La giornata di lunedì si aprirà alle 9.30 all’Hotel de la Poste con la sessione “I tre volti del Pinot e le loro espressioni“. Un walk-around tasting esplorerà le diverse anime stilistiche di Pinot bianco, grigio e nero, con un’attenzione speciale per il Pinot bianco, vitigno che intercetta l’attuale richiesta del mercato orientata verso eleganza, delicatezza e mineralità. Ad arricchire il focus sul Pinot grigio, invece, ci sarà una collettiva del Consorzio Tutela Vini Collio, che porterà a Cortina le produzioni di 21 aziende del territorio. Il culmine del summit è previsto per il pomeriggio, dalle 16 alle 20, con il tanto atteso Grand Tasting presso lo Chalet Tofane. In una cornice panoramica mozzafiato, 54 aziende leader selezionate da Civiltà del bere presenteranno i loro vini più identitari. Un banco d’assaggio d’alto livello che offrirà ad appassionati e operatori l’opportunità di un confronto diretto con i produttori, confermando VinoVip Cortina come un osservatorio privilegiato sullo stato dell’arte dell’enologia nazionale. VinoVip 2026: i 54 Protagonisti Marilisa Allegrini • Andreola • Marchesi Antinori • Argiolas • Banfi • Bellavista • Berlucchi Franciacorta • Bortolomiol • Le Caniette • Castello di Querceto • Cesarini Sforza • Cleto Chiarli • Cantina dei Colli Ripani • Il Colombaio di Santa Chiara • Costa Arènte • Marco Felluga – Russiz Superiore • Fèlsina • Tenute Folonari • Fontanafredda • Fonzone • Nino Franco • Gabe Tenute • Isole e Olena • Kettmeir • Lamole di Lamole • Cantine Lvnae • Maculan • Le Manzane • Masciarelli • Masi Agricola • Mezzacorona • Monte Zovo • Pasqua Vini • Pio Cesare • Planeta • PuntoZero • Rottensteiner • Ruggeri • Tenuta San Guido • Tenuta Sant’Antonio – Famiglia Castagnedi • Sartori di Verona • Tedeschi • Cantina Terlano • Tinazzi • Tommasi • Cantina Tramin • Umani Ronchi • Varvaglione 1921 • Velenosi • Villa Bogdano 1880 • Villa Sandi • Vite Colte • Zorzettig • Spirits: Castagner Info e biglietti: vinovipcortina.it La Redazione
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