Venissa. Il tempo della Dorona
Mazzorbo è una Venezia diversa, silenziosa e ancora legata al ritmo dell’acqua, dell’agricoltura e delle stagioni. È qui che io e Roberta scegliamo di trascorrere il nostro anniversario, soggiornando al Wine Resort di Venissa per conoscere da vicino uno dei progetti vitivinicoli più originali della laguna.
Dalla camera lo sguardo si apre sul canale e, poco distante, si intravede la Vigna Murata, che visiteremo la mattina successiva. Durante il soggiorno è Roberta a seguire con fotografie e video i diversi momenti del racconto, dalla visita alla Vigna Murata alla degustazione.
Dedichiamo il pomeriggio a Murano. Alla fornace Mian assistiamo alle diverse fasi della lavorazione del vetro, per poi proseguire con il Museo del Vetro, testimonianza di un’arte che da secoli identifica Venezia nel mondo. Un sapere artigianale che ritroveremo più avanti, nella particolare etichetta di Venissa.
Rientriamo a Venissa nel tardo pomeriggio. Prima di cena attraversiamo il giardino che conduce alla Vigna Murata. La luce sta cambiando e il vigneto è immerso in un silenzio quasi assoluto. Per il momento lo osserviamo da fuori: il giorno successivo entreremo tra i filari per conoscere la storia della Dorona.

La serata prosegue all’Osteria Contemporanea, in un ambiente elegante ma informale, con un servizio attento e discreto.
Il percorso si apre con i Cicchetti della Laguna e dell’Orto, accompagnati da Dilì – Moscato Giallo IGT Veneto – Vino Frizzante Col Fondo. La vivace freschezza, la leggera velatura e il carattere aromatico del Moscato Giallo dialogano con naturalezza con le preparazioni dedicate ai prodotti dell’orto e della laguna.
Lo Spaghettone con alalunga cruda ed erbe spontanee viene servito con Oltre la Pipa “Bucce” di Matteo Bisol. La Glera fermentata spontaneamente e macerata sulle bucce aggiunge struttura e una delicata trama tannica, sostenendo il piatto senza alterarne l’equilibrio.
Con la Volpina arriva il primo calice di Venissa 2020. È l’anticipazione del vino che sarà protagonista della verticale del giorno successivo. Mi limito a registrarne le sensazioni principali: marcata sapidità, consistenza del sorso e una freschezza capace di sostenere una materia importante.
Il secondo piatto è ben eseguito e valorizza le verdure dell’orto, pur risultando meno incisivo rispetto alle portate precedenti. Più debole la conclusione dolce: l’alternativa proposta a causa dell’intolleranza al mascarpone appare improvvisata e il Vermouth Venusa, interessante e piacevole da solo, non trova un abbinamento altrettanto convincente con il dessert.
Rientrando in camera attraversiamo nuovamente il giardino. La Vigna Murata è ormai completamente immersa nel buio. L’appuntamento con Chiara è fissato per la mattina successiva.
La Vigna Murata e la rinascita della Dorona
La mattina incontriamo Chiara, Wine Ambassador di Venissa, che ci accompagnerà nella visita alla Vigna Murata e nella degustazione. Prima di entrare tra i filari le chiedo di raccontarmi la storia della Dorona. È impossibile comprendere questi vini senza conoscere il percorso che ha riportato il vitigno al centro della viticoltura veneziana.
Dopo l’acqua alta del 1966 e il progressivo abbandono dell’agricoltura nelle isole, la Dorona era praticamente scomparsa. Considerata estinta, era stata cancellata dal Registro nazionale delle varietà di vite.
La svolta arriva nel 2002. Gianluca Bisol nota alcune vecchie piante nel giardino della casa di Nicoletta Emmer a Torcello, proprio di fronte alla Basilica di Santa Maria Assunta. Non riconoscendo il vitigno dalla forma delle foglie, avvia una ricerca storica e ampelografica che conduce a una scoperta inattesa: quelle viti appartengono alla Dorona di Venezia, l’antica uva dorata della laguna che tutti ritenevano ormai perduta.
La ricerca prosegue nelle diverse isole e consente di individuare ottantotto ceppi superstiti. Da quel patrimonio genetico prende avvio il progetto di recupero. Le nuove barbatelle vengono messe a dimora nella Vigna Murata di Mazzorbo, restituendo alla Dorona uno dei luoghi nei quali era stata coltivata per secoli.
Da quel momento non si è trattato soltanto di salvare il vitigno, ma di imparare nuovamente a conoscerlo, osservandone il comportamento in un ambiente condizionato dall’acqua salmastra, dalle maree e dalla particolare composizione dei terreni.
Entriamo nel vigneto e dopo pochi minuti ci fermiamo davanti a due parcelle che, a prima vista, sembrano identiche. Chiara ci fa notare che tra le due esiste circa un metro di dislivello. Una differenza minima, ma sufficiente a modificare il drenaggio, il rapporto con l’acqua della laguna e il comportamento della vite.
Anni di osservazioni e microvinificazioni hanno evidenziato caratteristiche differenti nelle uve provenienti dalle diverse zone della Vigna Murata. Da questa consapevolezza è nata la decisione di destinare a Venissa le uve delle parcelle più basse, mentre quelle della parte superiore trovano una diversa interpretazione in Venusa.
Lo studio si è poi esteso agli altri vigneti della laguna. Venusa sta assumendo il ruolo di una mappa della Dorona nelle diverse isole. Il progetto dei cru insulari nasce dalla volontà di rendere riconoscibili nel calice differenze di suolo, quota, drenaggio e rapporto con l’acqua che, in un territorio apparentemente uniforme, possono incidere in modo significativo sul carattere delle uve.
Parliamo anche della macerazione sulle bucce, elemento che ha sempre caratterizzato Venissa. Nelle prime annate si arrivava a circa trenta giorni; successivamente il periodo è stato leggermente ridotto, cercando maggiore precisione ed equilibrio senza rinunciare alla struttura e alla personalità del vino.
La visita nel vigneto dura circa mezz’ora, ma il confronto prosegue durante tutta la degustazione. È sufficiente per comprendere che Venissa non nasce da un’intuizione isolata, bensì da oltre vent’anni di osservazione, sperimentazione e conoscenza progressiva di un ambiente che continua ancora oggi a suggerire nuove direzioni.
L’etichetta: oro, vetro e memoria veneziana
Una volta riportata la Dorona a Mazzorbo e ottenuto nuovamente il vino, la famiglia Bisol si trova davanti a un’altra sfida: comunicare visivamente la rarità del progetto e il suo legame con la storia artigianale di Venezia.
La risposta non è una tradizionale etichetta di carta, ma un’opera applicata direttamente sulla bottiglia. Un progetto che mette in relazione tre luoghi e tre saperi della laguna: l’antica arte del battiloro veneziano, le fornaci di Murano e la viticoltura insulare di Mazzorbo.
Il primo passaggio avviene nella bottega di Marino Berta, ultimo battiloro artigianale rimasto a Venezia. Qui un lingotto d’oro zecchino viene lavorato attraverso una lunga battitura manuale, fino a essere ridotto in foglie sottilissime. L’oro non svolge soltanto una funzione decorativa: richiama quello dei mosaici bizantini della Basilica di San Marco e inserisce la bottiglia nella tradizione materiale della città.
Le foglie vengono poi trasferite nelle fornaci di Murano. Durante la lavorazione, i maestri vetrai applicano la lamina d’oro sulla bottiglia sottoposta a temperature prossime ai mille gradi. Il calore permette all’oro di aderire e fondersi visivamente con il vetro, trasformando la superficie della bottiglia in una parte integrante del racconto.
Ogni bottiglia presenta quindi un disegno irripetibile, completato dall’incisione manuale a punta di diamante dell’annata e della numerazione.
La verticale: quattro annate, quattro interpretazioni della Dorona
Terminata la visita rientriamo nella sala degustazione, dove Chiara ha già predisposto i quattro calici della verticale. Sul tavolo ci attendono Venissa 2020, 2019, 2016 e 2010: un percorso che permette di osservare come la Dorona reagisca al tempo senza perdere la propria identità.
Non si tratta di cercare il vino migliore. Ogni annata conserva una fisionomia precisa e restituisce le caratteristiche di una stagione diversa. Il filo comune non è la ripetizione di uno stile, ma la capacità della Dorona di interpretare ogni vendemmia mantenendo riconoscibile la propria origine.
Nel primo calice troviamo Venissa 2020, l’annata più giovane della verticale. Il colore è luminoso, attraversato da riflessi dorati che anticipano un vino ancora pieno di energia. Al naso emergono iodio, salgemma, camomilla, albicocca e susina gialla, seguiti da cedro e da una mineralità che richiama immediatamente la laguna.
Al palato colpiscono la tensione e la precisione del sorso. La freschezza sostiene una materia importante senza appesantirla, mentre la lunga persistenza salina lascia intuire un potenziale evolutivo ancora in gran parte da esprimere. È un vino dinamico, costruito sul contrasto tra consistenza e verticalità.
Il passaggio al 2019 cambia completamente il registro. Il colore acquista maggiore intensità e il profilo aromatico diventa più profondo. I richiami iodati si intrecciano a cenere, cotognata, agrume amaro, radici officinali, mallo di noce, miele di castagno e leggere sfumature di tabacco.
In bocca il vino appare austero, quasi severo, con una trama tannica evidente e una sapidità che accompagna il sorso fino alla chiusura. È un’annata compatta, che non concede molto nell’immediato e richiede attenzione, ma proprio questa sua compostezza la rende particolarmente affascinante.
Con il 2016 la degustazione raggiunge un equilibrio diverso. Dopo l’energia del 2020 e il rigore del 2019, questa annata appare pienamente armonizzata. Il bouquet alterna brezza lagunare, camomilla, nespola, pesca gialla, cedro, miele, zafferano e una delicata nota di noce.
In bocca è pieno, profondo e dinamico. La materia è importante, ma non manca mai la freschezza; ogni elemento sembra aver trovato il proprio spazio, restituendo un sorso che unisce intensità, eleganza e precisione.
L’ultimo calice è il 2010, la prima annata prodotta da Venissa. Prima ancora di avvicinarlo al naso colpisce il colore, ancora vivo e sorprendentemente brillante dopo quindici anni.
Il profilo olfattivo è ampio e stratificato. Ritornano le note iodate, accompagnate da alghe, miele, zafferano, tabacco e richiami balsamici che si susseguono conservando nitidezza.
L’assaggio rappresenta il momento più emozionante della verticale. La freschezza è ancora protagonista, l’alcol perfettamente integrato e la sapidità sostiene un vino che non mostra cedimenti. È uno di quei calici che invitano a rallentare e a tornare più volte sul bicchiere per seguirne l’evoluzione.
Il tempo non ha uniformato le quattro annate, ma ne ha esaltato le differenze. Il 2020 si esprime attraverso energia e tensione, il 2019 con materia e austerità, il 2016 attraverso equilibrio e armonia, il 2010 con profondità ed evoluzione.
È probabilmente questo l’aspetto più convincente di Venissa: la volontà di non costringere la Dorona dentro uno stile immutabile, lasciando che ogni vendemmia racconti il proprio carattere.
La degustazione prosegue con Venusa, che interpreta la Dorona attraverso parcelle e provenienze differenti rispetto a quelle destinate a Venissa. Il progetto dei cru delle isole trova qui la propria applicazione più concreta: non un secondo vino, ma una lettura più ampia della viticoltura lagunare, capace di distinguere e valorizzare le identità dei singoli vigneti.
Venissa e Venusa diventano così due letture complementari della Dorona. Il primo punta su profondità, struttura e longevità; il secondo amplia il racconto del vitigno, mettendone in evidenza il rapporto con le diverse isole.
Il percorso si completa con due rossi provenienti da Santa Cristina, entrambi ottenuti da 82% Merlot e 18% Cabernet Sauvignon, ma costruiti secondo impostazioni molto diverse.
Venusa Rosso 2023, vinificato e affinato in acciaio, mostra il volto più giovane e immediato. Violetta fresca, fiori di barena ed erbe spontanee introducono un frutto fragrante di marasca, fragolina, mora, mirtillo e ribes rosso. Il sorso è vivace, succoso e scattante, sostenuto da una freschezza vibrante, da un tannino fine e da una sapidità che accompagna la chiusura balsamica.
Venissa Rosso 2016 racconta invece il tempo e l’evoluzione. La maturazione in piccoli fusti di legno e il lungo riposo in bottiglia hanno costruito un profilo più profondo, nel quale il frutto nero si intreccia a tabacco da pipa, cuoio, cacao, liquirizia e spezie.
Al palato è pieno, compatto e strutturato. La trama tannica, fitta ma ormai levigata, trova equilibrio in una freschezza ancora viva e in una marcata componente sapida. Il finale è lungo, salmastro e balsamico.
Il confronto chiarisce il ruolo delle scelte di cantina e del tempo. Venusa privilegia fragranza, freschezza e immediatezza; Venissa cerca struttura, complessità e capacità evolutiva. In entrambi rimane riconoscibile una vena salina che riconduce il vino al suo ambiente di origine, dimostrando come la laguna riesca a lasciare la propria impronta anche su varietà internazionali.
Il tempo come ingrediente
Terminata la degustazione restiamo nella stessa sala, dove si trova anche il Wine Shop, e continuiamo a confrontarci con Chiara e Filippo sulle potenzialità evolutive della Dorona. La domanda nasce spontanea: quale bottiglia portare a casa?
La scelta ricade sul Venissa 2020.
È l’annata che, più delle altre, restituisce l’idea di un vino ancora in costruzione. Ha energia, profondità e una freschezza che lascia immaginare un’evoluzione importante nei prossimi anni.
Chiara mi suggerisce di riaprirla tra dieci anni. Non è una previsione costruita per stupire, ma la convinzione di chi segue quel vino dalla vigna alla bottiglia e considera il tempo uno dei suoi ingredienti fondamentali.
La bottiglia entra così nel bagaglio con un obiettivo preciso: non essere aperta presto, ma diventare un ricordo da ritrovare nel momento giusto.
Lasciando Mazzorbo porto con me la consapevolezza che il recupero di un vitigno non si esaurisce nella sua conservazione. Richiede studio, pazienza e la capacità di modificare le proprie scelte quando il vigneto indica una direzione diversa.
La separazione delle parcelle, l’evoluzione della macerazione, il progetto dei cru insulari e la stessa bottiglia, nata dall’incontro tra oro veneziano e vetro di Murano, dimostrano che Venissa non considera la Dorona un reperto da proteggere, ma una varietà ancora capace di rivelare nuove identità.
Anche l’ospitalità ha un ruolo preciso. Dalla reception a Chiara, fino a Filippo nel Wine Shop, ogni persona incontrata accompagna la visita con competenza e disponibilità, senza trasformarla in una rappresentazione costruita per il visitatore.
Venissa non ha soltanto riportato in vita un vitigno ritenuto estinto.
Gli ha restituito un territorio e, soprattutto, un futuro.
Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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