Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Antonio Sanzione. La Guida Bio è lui Arrow Right Top Bg

14 Gennaio, 2026

Antonio Sanzione. La Guida Bio è lui

  Che vino è questo?
Che vuol dire che vino è questo?
Vorrei sapere se è biologico.
Ah no, non è biologico.
Allora cosa è?
È un vino. Non è un dialogo surreale ma esperienza vissuta di chi non frequenta sempre e per forza ristoranti stellati con sommelier a disposizione in grado di sapere di vino. In un normale ristorante così come in enoteca, la scelta di un vino non è cosa semplice. Il livello di complicazione è così elevato che si finisce, quasi sempre, per farsi consigliare. Il che non è sempre una scelta consapevole.  Bollicine, fermo. Bianco, rosso. Fresco, sapido, caldo, sottile, strutturato, legno, acciaio, anfora, cemento, vetro. Macerato, ancestrale, Charmat, Classico, rifermentato, salasso. Uffa. Già non ce la faccio più e nemmeno ho cominciato. Senza ovviamente andare a toccare i vitigni e i loro blend oltre che quel campo minato, spesso materia di scontro apocalittico, rappresentato dalla scelta tra biologico, biodinamico, naturale. Oppure semplicemente tradizionale. Semplicemente no perché poi arriva la lotta integrata, la sostenibilità ambientale, l’eco sostenibile e compagnia cantando. Indipendentemente da come il vino venga realizzato, ciò che manca è un consumo consapevole.  Cosa compra la casalinga di Voghera quando ha bisogno di un vino? Lei, la rappresentante dell’italiano medio, quello borghese che va al supermercato o in enoteca piuttosto che al ristorante, cosa compra? Bel dilemma. Qualunque cosa compri, certamente, non lo fa consapevolmente. Complice forse quel proliferare di sigle, metodi, arzigogoli che rappresentano certamente il meraviglioso panorama vitivinicolo italiano ma, al contempo, il peggior incubo per chi deve scegliere qualcosa. Lo shelf marketing studia il posizionamento dei prodotti sullo scaffale e l’interazione che i clienti hanno con essi. Secondo alcune indagini, quando su uno scaffale sono presenti meno di 100 referenze, una su sei non viene mai toccata; se le referenze sono 200, una su cinque. Sapete quante referenze ci sono su una scaffale di vini di una ipotetica enoteca che contiene tutti i vini italiani: circa 250 mila. Fate un pò voi. Ora, aldilà di qualunque considerazione è sempre bene che il consumatore sia informato e sappia esattamente cosa sta acquistando e soprattutto cosa andrà a consumare. In questo ambito nasce Guida Bio, un progetto prossimo alla ottava edizione che si prefigge di dare volto alle aziende che producono vini derivanti da agricoltura certificata biologica o in conversione.  Mente del progetto è Antonio Stanzione, personaggio eclettico e poliedrico, impegnato su molti fronti. Esperienza di docente nazionale FIS e Assosommelier oggi docente nazionale ONAV. Organizzatore di serate e corsi di avvicinamento al vino, lavora con il Touring Club per Vinibuoni d’Italia curando Veneto, Lombardia e Basilicata. Insieme ad Alessandro Brizi scrive per la rivista L’assaggiatore. Un bel curriculum per uno che era astemio. 13 anni fa era astemio poi ho avuto un incontro, insomma in una situazione poco piacevole con Alessandro Scorsone che è diventato poi da lì un mio amico fraterno.  Una iniziazione vera e propria avvenuta in una stanza di ospedale. Come dico spesso, quando ti trovi in una situazione del genere e a distanza di tempo la puoi raccontare, devi solo ritenerti fortunato. Nel caso di Antonio, il trovarsi nella stessa stanza con una persona del calibro di Alessandro Scorsone non poteva che portarlo ad innamorarsi del vino. Per far capire ai più la scena, mi permetto un paragone entrato nel lessico comune per il quale spero Alessandro mi perdonerà: per Antonio è stato come trovarsi in una stessa stanza con un venditore di Folletto. Non comprare l’aspirapolvere è praticamente impossibile. In questo caso, ovviamente, il merito di Alessandro è stato di far innamorare del mondo del vino una persona che non solo non ne sapeva nulla, ma che era anche astemio! Da allora sostanzialmente non è passato mai un giorno in cui io non abbia pensato e studiato vino. Anche quando sembra che non facciamo niente, quando fai un assaggio con cognizione di causa, stai studiando comunque perché stai studiando un territorio, perché stai studiando un vitigno, perché stai studiando.  Bere consapevole in realtà è anche questo. Sapere come all’interno di un calice siano trasferite tantissime cose. Alcune materiali altre meno. Che Antonio sia nato in Campania è impossibile non accorgersene. Il suo accento, per quanto attenuato da quasi venti anni di vita a Roma, non se ne va via (e meno male dico io). Nasce a Pagani in provincia di Salerno e poi dal 2007 vive a Roma. Si trasferisce da astemio ovviamente.  Dopo il corso della sommelier ritenevo di non aver capito niente così ho continuato il percorso. Durante il corso in realtà è successa una cosa particolare. Vado al Vinitaly e lì mi sento con Alessandro. Vieni a fare un giro con me mi dice. Lui doveva presentare un Prosecco in un sala tutta gremita di gente, televisione, eccetera. Ad un certo punto, prima di fare la descrizione del vino, mi chiama, mi passa il microfono e mi fa: fai la degustazione. Io sono diventato di tutti i colori dell’arcobaleno. Faccio la mia degustazione e alla fine Alessandro dice che in realtà non avrei potuto descrivere meglio questo vino. Quando usciamo da questa sala, lui mi fa: ma ti piacerebbe entrare nei miei panel di degustazione?  È così che, da semplice allievo di un corso da sommelier, Antonio diventa assaggiatore per la guida Vinibuoni d’Italia con la responsabilità di curare le Marche, il Lazio e il metodo classico. Più, ovviamente, le finali nazionali.  Altro che iniziazione.  La Guida Bio nasce per gioco. A bordo piscina, il 14 agosto con degli amici. Dopo qualche calice. Complice il caldo o l’apporto dell’alcol le chiacchiera portano ad evidenziare come non esistesse una guida ai vini biologici.  Perché le aziende dovrebbe crederci? Tiriamo fuori un elenco di aziende biolologiche, mando una mail di richiesta campioni, così, quasi quasi per gioco. 150 aziende mi mandano il vino. Erano poche per una guida ma continuavo a ricevere email che mi chiedevano quando vi sarebbe stata la prossima raccolta campioni. Andiamo avanti e facciamo un altro tentativo. Le 150 diventano 300, poi 450.  Nel 2019, con le 150 aziende individuate, nasce una mini guida. Digitale ma pur sempre la prima Guida Bio. Rimane in digitale per il secondo anno mentre al terzo anno si decide di stamparla. Tutti possono dirmi sempre che di vino non capisco niente ma nessuno mai potrà dirmi che mi sono venduto qualcosa o che un’azienda è stata premiata perché ha pagato. I soldi per stamparla non li potevo prendere dal mutuo e ho chiesto un contributo alle aziende che è lo stesso anche se si viene premiati. Nella prima mail che mandai c’era scritto che laddove la guida non fosse stata stampata, gli sarebbero stati restituiti i soldi. Non ero infatti sicuro di arrivare al numero per poter stampare. E invece ci siamo arrivati.  Una guida che si rispetti deve sempre avere un evento di presentazione prima e di degustazione poi. Così Antonio si lancia anche in questo decidendo di farlo a Salerno. A Salerno l’evento di degustazione si faceva alla Stazione Marittima e quello era assodato. L’evento di premiazione delle aziende con la conferenza stampa doveva tenersi in una sala della provincia di Salerno. Ovviamente faccio gli inviti istituzionali alla Regione Campania, Provincia, Comune: non mi risponde nessuno. Mi risponde invece Lollobrigida che si era appena era appena insediato come Ministro dell’Agricoltura. Dice che non poteva presenziare all’evento ma avrebbe mandato un suo rappresentante. La conferenza stampa era prevista per il 14 gennaio. Mi chiamano dalla Provincia e mi dicono che la sala non era più disponibile. Mi trovo sostanzialmente senza la sala per fare la premiazione tra l’altro con i produttori che sapevano che erano già invitati in quel posto. Riesco a farmi ridate sta benedetta sala però penso che devo cambiare devo cambiare qualcosa. In ogni modo faccio 700 ingressi. Ah la politica. Tutti negheranno tutto anche perché, come dicevano un tempo i democristiani: in politica una cosa detta è vera solo nel momento in cui viene detta. Il 2 dicembre ripetei l’evento alla Stazione Marittima solamente che la conferenza stampa, piuttosto che farla in Provincia la feci in un teatro. Lo pago a parte e nessuno mi può dire nulla. Faccio questo secondo evento e, sempre lì anche l’anno scorso lo rifaccio con l’altra follia che da un giorno di evento ne diventano due. Per il 2026 altro cambiamento perché ho deciso di trasportare tutto da Salerno a Roma.  Da campano di Pagani, a due passi da Salerno, portare qui un evento del genere non può che essere motivo di orgoglio. Solo che rendersi conto che occorre una città pronta ad ospitare eventi del genere con persone provenienti da ogni parte d’Italia, è questione di poco.  Non c’era neanche un contributo logistico dell’amministrazione. Anzi, laddove ti potevano ostacolarti ostacolavano. E allora giustamente dico vabbè, ma tanto se devo fare tutto da solo piuttosto che sparare in una città da 160.000 abitanti, sparo in una città che fa 6 milioni di abitanti.  Nasce così l’idea di trasportare tutto a Roma nel 2026. Un confronto aperto con il mercato romano e una piazza che non solo merita ma che saprà certamente apprezza un evento del genere. È cosi che Un Mare di Foglie 2026 si terrà all’Hotel Villa Panphili di Roma il 24 gennaio 2026 inserendosi nel nutrito parterre di iniziative dedicate al vino della Capitale. Sarà però l’unica che potrà offrire un focus completo ai vini prodotti con agricoltura biologica.  Non per fare una digressione ma solo per puntualizzare. Il focus della Guida Bio è sui vini derivanti da agricoltura biologica o in conversione. Detto in altri termini non si tratta esclusivamente di vini biologici.  Cerchiamo di capire meglio. Il grosso del lavoro nella produzione di un vino si fa necessariamente in vigna. L’agricoltura biologica deve incoraggiare, secondo l’Unione Europea, ad: usare l’energia e le risorse naturali in modo responsabile conservare la biodiversità conservare gli equilibri ecologici regionali migliorare la fertilità del suolo mantenere la qualità delle acque. Anche e soprattutto evitando l’utilizzo di sostanze derivanti da sintesi chimica.  Perché allora non i vini? Spesso i produttori di vino biologico sono così piccoli che non hanno la possibilità di farsi una cantina per produrre autonomamente. Sono così costretti a vinificare presso terzi.  Si passa dunque dalla formula adottata alla Stazione Marittima di Salerno con la possibilità dei produttori di avere salottini a disposizione per appuntamenti con addetti al settore nelle prime edizioni, ad una piccola are expo dedicata ad una decina di produttori diventati 24 lo scorso anno, fino ad arrivare a Roma con decine di produttori già accreditati. Ovviamente presenti nella Guida Bio 2026 e parte di questi tra i premiati svelati nell’articolo che potrete trovare qui. Nel contenitore ci devono stare soli biologici, ma è un contenitore.  Un contenitore dove ci sono vini che hanno un valore aggiunto poiché derivanti da agricoltura certificata biologica. Ma non per questo meglio di un vino convenzionale.  Il mondo del vino è così vasto e variegato che, se se ne vogliono scoprire tutte le sfaccettature, occorre essere mentalmente aperti e curiosi. Assaggiare diversi stili, diverse filosofie produttive, serve a capire le differenze. E sono proprio le differenze la vera ricchezza. Io non sono mai stato un talebano del vino e mi piace infatti sperimentare. Non c’è mai stato e mai ci sarà un vino che non ho assaggiato perché animato dal sacro fuoco di una ideologia o un pensiero filosofico. Assaggio e valuto. Prima come utente poi come professionista. Spesso le due visioni coincidono. Spesso, non sempre.  Io per esempio non ho mai dato 100 punti ad un vino. Banalmente, perché il vino è una materia organica, è una materia viva, è una materia che vive. Un vino che vale oggi 100 probabilmente tra qualche anno varrà molto di più di oggi. Ma 101 non glieli puoi dare. Noi dobbiamo fare una fotografia del momento.  Una foto che è una emozione legata al momento.  Nella scheda di valutazione tecnica di un vino i punti soggettivi sono davvero pochi (ecco perché spesso mi stupisco dei voti che leggo…) e alcuni di questi sono legati alla Dimensione ovvero alla sensazione vissuta durante l’assaggio. Si da ad esempio il voto pari a 5 (su 100) nel caso sia Distinto. Si tratta di un vino che ha fornito sensazioni così importanti che lo si consiglierebbe ad un amico. Il voto sale a 6 nel caso di un vino Suggestivo ovvero quando si sono vissute sensazioni che non dimenticheremo mai.  Poi è pur vero che l’emozione potrebbe influenzare tutta la valutazione. Ma solo a chi non è avvezzo a questo tipo di valutazione. La parte emozionale e quindi quello che si ritrova all’interno del calice è comunque qualcosa che fa emergere un percorso, un vissuto, una situazione. Magari proprio quella che si sta vivendo in quel momento. Ecco perché assaggiare un vino per comprenderne meglio le caratteristiche non può essere relegato a qualcosa di fugace. Durante un evento assaggio decine di vini. Quello che mi piace fare è parlare con il produttore e capire cosa sta proponendo. Assaggio i suoi vini ma, proprio per rispetto del produttore, posso solo affermare qualcosa di quel prodotto. Non posso esprimere un giudizio più profondo. Ogni vino prodotto con coscienza è un bene da tenersi stretto. Amare la terra, rispettarla, rispettare l’ecosistema nel quale si vive e si produce. Far si che i prodotti rispecchino uno stile di vita rispettoso del presente e del futuro del pianeta. Questo non è solo bio ma qualcosa di più ampio del quale non si potrà non tener conto per lo sviluppo dell’agricoltura.  Fare biologico oggi è sempre più complicato tanto che produttori biologici della prima ora stanno abbandonando le certificazioni. Da un lato i cambiamenti climatici impongono molti trattamenti in vigna con grande dispendio di energie e risorse; dall’altro il mercato, specialmente in un momento di stagnazione, che non riconosce il maggior impatto dell’agricoltura biologica sul prezzo finale. Una tempesta perfetta che provoca non tanto un ritorno all’agricoltura tradizionale quanto un adattamento alle necessità. Non solo la futura Guida Bio ma il movimento tutto dovrà tener conto dei cambiamenti e delle diverse necessità del mercato alle quali i produttori dovranno orientarsi.  Le superfici vitate biologiche stanno diminuendo. Per motivi ambientali ed economici. Chiunque ci può raccontare ciò che vogliamo ma la vera verità è che il mercato non riconosce quel delta costo necessario per sostenere il biologico. In questo ambito l’agricoltore ha dei costi in più con dei ricavi in meno perché il mercato non lo riconosce. Dovendo fare l’imprenditore occorre far quadrare i conti.  Ci sono poi ancora troppe remore circa il vino biologico. Magari, proprio la famosa casalinga di Vogera pensa ancora che un vino biologico puzzi. In realtà ci sono tanti vini biologici e biodinamici di gran lunga superiori ai convenzionali e che certamente non puzzano.  In altri ambiti, il bio è stato abbastanza sdoganato. Più come moda che come reale comprensione di cosa voglia dire. Una moda costosa proprio in virtù di quel delta prezzo necessario ai produttori. Quando sono andato a fare la spesa nei negozi bio tipo NaturaSi, non capivo perché il carrellino fosse piccolo: l’ho scoperto alla cassa per aver pagato quanto il carrello grande del supermercato.  Il vino naturale è dei talebani. Il vino convenzionale è per tutti. Il vino biologico è nel mezzo. Convenzioni da vecchi tromboni del vino, quelli che nemmeno vogliono che i giovani si avvicinino a questo mondo. Eppure ce ne è disperato bisogno. Nuovi consumatori che, scevri da sovrastrutture mentali, vogliano intraprendere una strada diversa da quella di un consumismo di massa. Oggi è anche possibile visto l’attenzione, proprio da parte dei giovani, alla sostenibilità ambientale.  Ecco allora che una Guida Bio serve e servirà. Ai consumatori per avere una bussola di orientamento; alle aziende per non abbandonare il solco e, soprattutto, una riconoscibilità che non deve passare tanto da bollini quanto dalla coscienza. Una roba che ho voluto è che la guida fosse scritta con caratteri leggibili. L’anno prossimo vorrei cercare di aggiungere qualcosa per andare incontro all’esigenza delle aziende di portare le persone in azienda così come, un’altra cosa che mi affascina è uscire fuori dai confini dell’Italia.  Già, perché il mondo non si chiude intorno all’Italia e i giovani, curiosi come mai, sono sempre di più cittadini del mondo. Ho davvero una gran curiosità di andare a scoprire cosa e chi ci sarà quest’anno ad Un Mare di foglie. Per chi verrà, ci vedremo all’Hotel Villa Panphili il 24 gennaio 2026.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Biancopecora. Da MIlano a Montesanpietro Morico Arrow Right Top Bg

9 Gennaio, 2026

Biancopecora. Da MIlano a Monsampietro Morico

  Lo dichiaro subito così siete più tranquilli nel leggere l’articolo, Monsampietro Morico è nelle Marche. Dista da Milano cinque ore e cinquecento km. Secondo il sito idealista.it il prezzo delle case in vendita a Milano negli ultimi nove anni è salito mediamente del 69%. Per acquistare una casa nel centro storico, da sempre inavvicinabile, occorre sborsare almeno 10.776€ al metro quadro contro i 5.164€ della media. Gli affitti sono cresciuti, nello stesso periodo, del 51%.  È così che per una casa in centro si spende 34,2€ al metro quadro mentre. Per prezzi meno onerosi (ma sempre poco abbordabili) occorre spostarsi in area Baggio pagando 17.4€ al metro quadro. È così che per un monolocale in periferia si arriva a spendere circa 700€ più spese al mese. Invivibile sia per i prezzi sia per la tipologia di alloggi offerti. Poi però, nel regno dei controsensi, paesini come Gangi, Mussomeli, Patrica (sapete dove sono?) offrono case al prezzo simbolico di 1€ (certo, occorre una fideiussione di 5000€ ma sempre pochi sono).  Business, élite, radical chic, sembra che a Milano ci vogliano stare tutti mentre solo in pochi possono veramente permettersela. Anzi, chi se la può permettere ha una disponibilità economica così elevata che non si preoccupa di spendere centinaia di migliaia di euro in locali notturni con escort, droga e champagne (il cibo non è importante). Eppure ci sono tantissime persone che lavorano “normalmente” nelle fabbriche, negli uffici, nei negozi. Ingabbiati in un ritmo forsennato, elettrico, eccessivo che li fa sembrare delle biglie impazzite di un flipper. Tutti con la speranza di accendere qualche special prima o poi.  Infine la delinquenza con extracomunitari di seconda generazione mossi dalla voglia di riscatto sociale e incuranti delle regole civili che si uniscono alla delinquenza locale rendendo di fatto Milano una delle città meno sicure d’Italia. Non perché lo sia in generale ma perché, semplicemente andando in giro (specialmente tra ragazzi) si può incappare in qualcuno che ti chiede di levarti le scarpe o dargli il giubbotto semplicemente perché gli piace.  Sì fottano tutti. Morte agli sbirri. Viva i maranza.  Chissà in quante canzoni ci saranno questi e altre frasi del genere. Ora, se abitaste a Milano, ve la fareste la domanda: perché rimanere? Chi ce lo fa fare? Magari si, magari no. Dipende sempre dal tenore di vita, dal quartiere dove si abita, dal tessuto sociale. Dipende. Massimo Ciscato era un fotografo freelance prima, Direttore della fotografia poi.  Ero quella figura che illumina le scene. Lavoravo soprattutto nel mondo del game con come clienti Nintendo, Mattel, Hasbro, però anche Heineken. Tanti clienti importanti interessanti. Dopo circa una decina d’anni mi sono reso conto che se continuavo con quella vita lì non facevo nient’altro che. Pochissimo tempo libero. Lavorando poi soprattutto con l’America, lavoravo di giorno, lavoravo di sera e non smettevo.  Michela, la moglie, è ragioniera. Un lavoro semplice e dignitoso. Un figlio, Davide, di poco più di dieci anni. Una di quelle famiglie “normali”. Senza eccessi. Borghesi si sarebbe detto un tempo. Nel 2011 decidiamo di iniziare a cercare qualcosa per cambiare vita. All’inizio era una idea di trovare qualcosa per una fuga poi in realtà è diventato quello che è diventato nel senso che nel 2011 abbiamo comprato questa proprietà che non era ancora un’azienda agricola ai tempi. Era un terreno che abbiamo rimesso apposto. Nel 2014 abbiamo impiantato la vigna.  Un senso latente di insoddisfazione per i ritmi da pallina da flipper impazzita. Nessuno special acceso. Una città che inizia a cambiare sotto i propri occhi, piano piano, senza sosta. Colpa della crisi economica di quegli anni. Da li in poi il divario tra ricchi e poveri diventa incolmabile e la classe media che letteralmente si disintegra. Qualcuno come Michela e Massimo guardano avanti, con quella loro positiva leggerezza che li contraddistingue. Si lanciano in una avventura. Sì, il verbo lanciarsi è proprio quello più opportuno. Non c’era all’idea di venire delle Marche, non la conoscevo neanche. Non c’ero mai stato. Mia moglie c’era stata da bambina, nelle zone di mare. Quindi l’idea era quella di cambiare nel centro Italia. Trovare una bella proprietà alla nostra portata. Abbiamo iniziato a girare un pò. La Toscana l’abbiamo tralasciata per i costi. L’Umbria non ci piaceva tanto perché troppo centrale e distante dal mare. Mi dava un pò l’dea che fosse molto cupa d’inverno. Magari non è vero. Poi siamo arrivati nelle Marche e ci sono piaciute molto. Abbiamo iniziato dal nord delle Marche arrivando qua nel sud in provincia di Fermo. Ci è piaciuta molto questa zona per il paesaggio. Dopo un anno circa di ricerca, abbiamo acquistato una casa. Pensavamo di fare 2/3 appartamenti per arrotondare. Poi, in realtà l’idea è andata avanti nel senso che abbiamo deciso di lasciare di lasciare Milano.  Tra Michela e Massimo, era Michela a pressare maggiormente per il cambiamento. Un salto nel vuoto magari ma era quello che ci voleva per dare un senso al tutto. Massimo non poteva non amare il suo lavoro. Dinamico, di livello, visibilità, volti noti, aziende importanti. Tutto era figo. Stress a parte.  Ogni volta che venivamo qua e tornavamo a casa, ci mancava qualcosa. Non vedevamo l’ora di tornare la volta dopo. Cercavamo sempre di stare più giorni, cosa che per me era quasi impossibile. Avevamo poco poco più di quarant’anni ai tempi e ci siamo detti: dai facciamolo.  Guardarsi negli occhi e dirsi: facciamolo.  Quanto è meravigliosa la coppia. Due persone che si guardano e decidono, insieme, di intraprendere qualcosa. Insieme. Quell’unione che consente di attraversare i mari o di spostare la vita della famiglia da Milano a Monsampietro Morico, provincia di Fermo. È qui che nasce Cantina Biancopecora. Nasce è proprio il termine giusto. Si nasce quando c’è un piccolo embrione e nient’altro. Quello che acquistano Michela e Massimo e un vero embrione. Michela, Massimo, Davide. Anche Simone però. Quando ci siamo trasferiti nel 2014, Davide aveva 10 anni. Simone è figlio del progetto nel senso che se non fosse nato il progetto, non sarebbe arrivato. A Milano non avremmo potuto permettercelo in termini di tempo da dedicargli.  Massimo è un tipo decisamente tranquillo. La provenienza milanese non la può certo nascondere ma nemmeno servirebbe. La sua tranquillità è invece nel modo di porsi e di parlare. Lo stress probabilmente ora non sa nemmeno dove sia di casa. Di certo, gli è rimasta quella sana incoscienza, quella positiva leggerezza che contraddistingue l’avventura della sua famiglia.  Avventura e famiglia sono proprio i due capisaldi dell’essere di Massimo. Anzi, l’una unisce l’altra. Proprio per avere una famiglia unita sotto un unico tetto, senza stress e patemi d’animo, senza preoccupazioni per i figli e per il loro futuro, nasce l’avventura di Biancopecora. Siamo partiti con due appartamentini e ha iniziato a andare subito bene. Abbiamo ricostruito una vecchia porcilaia per il terzo appartamento con la cantina sotto. Di fatto, Michela e Massimo acquistano un rudere con due ettari e mezzo di terreno coltivati da terzisti. Un po’ incolti, un pò con degli ulivi.  Mi ricordo una scena bellissima di questi nostri amici che sono venuti a trovarci per l’estate. Non qui, perché non ci si poteva vivere. Avevamo preso una casa insieme vicino. Quando siamo venuti a vedere la casa, io e Michela eravamo entusiasti mentre la nostra amica non ha voluto neanche scendere dalla macchina perché aveva paura ci fossero serpenti e animali strani. Per anni lei ha detto: ora veniamo a trovare in cantiere. Dopo tanti anni ci ha detto: cavolo avete fatto proprio una bella cosa, avevate una visione.  Il sogno di una casa in campagna, magari con una piccola vigna per fare un pò dì vino. Niente di più, niente di meno. Un posto dove vivere. Un nido per una famiglia che vuole fortemente stare insieme.  Nel 2014 abbiamo impiantato un ettaro di vigna non avendo bene idea di cosa da fare. Sapevamo le varietà, avevamo fatto una bella ricerca sulle varietà da mettere, però poi l’idea era quella di trovare qualcuno che vinificasse per noi. Massimo un pò di passione per il vino l’aveva. Passione importante ma pratica, ovviamente men che zero Avevo fatto un lavoro per un amico che aveva una cantina in Piemonte. Ero sempre lì a rompergli le scatole per capire come fare, le attrezzature consigli, eccetera, Quando sono venuto qui, ho collaborato con un’altra cantina per qualche anno per avere un po” dì know how. La prima bottiglia l’abbiamo l’abbiamo fatta nel 2017 però era un mosto, macerazione, poco bevibile. Siamo operativi ufficialmente dal 2022. Nel 2023 abbiamo fatto anche la richiesta di entrare nel FIVI e ci hanno accettato. Un ettaro di vigna. Poca per fare qualcosa di rilevante a meno di farlo con intelligenza. È così che Massimo scegli di impiantare qualcosa di locale come il Pecorino. Già il nome dell’agriturismo è bianco pecora quindi il Pecorino è stata una scelta naturale. Anche se non lo conoscevamo. Poi la la scelta del Gaglioppo è stata un pò particolare. Non volevamo il Rosso Conero perché lo fanno in tanti e lo fanno bene.  È inutile copiare. Volevamo percorre una strada alternativa. Parlando con il nostro vicino di casa, ci parla di questa pianta che lui ha nel suo piccolo vigneto vicino a casa. Quattro piante di questa vecchia pianta che l’Università di Ancona, qualche anno prima, aveva controllato. Avevano poi preso delle campionature. Cerco di capire di più e parlo con un tecnico della VCR per le barbatelle che mi dice: come no certo che conosco il Gaglioppo, una pianta che è stata scoperta riscoperta in zona da te e abbiamo iniziato a riprodurla. L’aveva piantata un tedesco vicino a Monte Rinaldo.  Magari qualche calabrese all’inizio del secolo scorso avrà portato con se le barbatelle di Gaglioppo perché pensare di trovarlo nelle Marche è già di suo abbastanza strano. Poi l’abbandono.  Abbiamo messo questi 10 filari di Gaglioppo. È quindi un pó il vino che poi ci contraddistingue. Non è facile da vinificare però genera tanta curiosità.  Uno straniero nelle Marche che pianta anche un vitigno straniero. Quando ho conosciuto Massimo ad un evento a Roma, venni attratto dalla definizione che si dava: micro cantina. In effetti pochi ettari e poche bottiglie prodotte (4000), nome accattivante, etichette che catturano l’attenzione. Poi l’assaggio del Pecorino che ti aspetti visto che siamo nelle Marche mentre, quando pensi che adesso ti faranno assaggiare il Rosso Conero, arriva il Gaglioppo. L’effetto wow è servito. Quasi, senza quasi, una strategia che conquista. Se non altro te la ricordi. Così come ricordi i vini. Il Gaglioppo sta alle Marche come il Verdicchio sta alla Calabria. Ovvero non ci sta proprio. Però è una bellissima sfida quella di Rossoforte 22 che parte con un colore rubino molto trasparente ed una piccola venatura granata. Sentori vinosi, semplici e croccanti. Come la frutta che esprime. Poi tanto erbaceo e floreale e quello speziato che sa di chiodi di garofano, di liquirizia (ma non si diceva che il Gaglipppo sapesse di liquirizia perché questa si coltiva in Calabria?), quasi di incenso e di rosmarino. Infine bacche di ginepro e vaniglia. I 18 mesi di botte di rovere hanno fatto il loro lavoro. Senza invadere il campo più di tanto ma conferendo quel non so che di antico e conservando il balsamico. Che emerge. In bocca è prima di tutto godurioso poi secco e fresco con i tannini aggressivi che, ammorbidendosi facilmente, non disturbano più di tanto. La frutta dimostra la sua ampiezza che è schiettezza, vivacità, determinazione. Manco il legno riesce a domare il Gaglioppo per via di una struttura intensamente tannica. Bella ampiezza, bella pulizia di bocca e persistenza sicuramente non lunga. Un vino semplice, non non banale, leggermente impreziosito dal legno e che forse meriterebbe un tappo di maggiore caratura. Facciamo un bianco Pecorino quasi in purezza con una parte di trebbiano. Poi un altro vino che è di una vigna vecchia, entry level. Si chiama piccolo Pecora Pop. Malvasia di Candia, Trebbiano, Verdicchio, Passerina. Poi il Gaglioppo e il rosato del Gaglioppo. Quattro tipologie di vino. Vitalbero è il blend di Pecorino e Trebbiano rende omaggio alla memoria del luogo dal quale nasce. Al naso la dolcezza della frutta matura, in bocca la freschezza che disseta come ombra d’estate, la mineralità che è roccia e radice. È un sorso che ha la grazia di un tramonto, la memoria di un fiume, l’eco delle colline che profumano di vento, la verticale morbidezza di un fiore che nasce sotto un albero. Un sorso vero, non edulcorato, non artefatto. È uno di quei pochi vini che si beve in maniera spensierata pensando di bere qualcosa di semplice ma che, invece, restituisce molto di più di tanti altri blasonati. Per questo, bevendolo mi è venuta in mente una frase di Mario Soldati Il vino è la poesia della terra Come a dire che in questa piccola bottiglia di una piccola azienda marchigiana c’è tutta la voce discreta di una campagna che non grida, ma sussurra. Poi metteremo Grenache e Malvasia di Candia. La Grenache è stata riscoperta da Oasi degli Angeli una decina di anni fa. Quindi sì sta un pò diffondendo. È anche un vino che già a parte con un prezzo un pochettino più interessante. Una bella sfida. Una sfida che parte dalle etichette. Fatte tutte da Massimo ovviamente. Macchie di colore. Disegni che si fanno guardare. Nomi che destano interesse. In queste non si può non riconoscere una professione che sembra solo un lontano ricordo. Che alle volte però serve. Io ho la fissa del Gaglioppo. Vorrei fare un rosso perfetto. Ci stiamo lavorando anno dopo anno. Vorrei tendenzialmente abbassare ancora di più la gradazione per quanto è possibile. Siamo partiti dai 16° e siamo arrivati con l’ultima annata a 14°. Mi piacerebbe che diventasse un punto di riferimento. Ho fatto principalmente da solo e ho un enologo ovviamente. Mi sta molto dietro, è molto appassionato, gli piaceva molto il progetto, gli piaceva lavorare anche con una cantina più piccola. La caratteristica di questa azienda è la famiglia che si ritrova insieme a fare le cose quando sarebbe stata destinata a vedersi solo, se andava bene, per cena. Che poi se vogliamo è quanto accade a tutti noi.  Per stare veramente insieme quando sei in una città e il lavoro porta necessariamente a rientrare a casa proprio poco prima di cena, è scappare. Prendere armi e bagagli e trasferirsi in un posto dove poter fare le cose li ma proprio li senza muoversi. Non c’è altro che la terra. La terra di impone di lavorare insieme. Chini sulle zolle piuttosto che intenti a curar le foglie o a raccogliere i grappoli. Ma insieme.  Sembra semplice. Un pò come tuffarsi il mare da uno scoglio altissimo. Sì rimane li a guardare l’acqua, fermi, indecisi. Fino a quando non si vince la paura o non la si vince e si torna indietro. Solo che alle volte tornare indietro è ancora più complicato che andare avanti.  Poi il tuffo. Attimi interminabili che sembrano durare minuti. Fino allo splash, l’acqua che ti ingoia fino a che riemergi e ti dici: beh? Tutto qui? Facciamone un altro. Tante persone che magari vogliono iniziare a fare questo tipo di scelta ci chiedono: avete fatto un business plan? E io guarda: non lo fare. Se lo fai non non cambierai mai vita. Non lo avevamo fatto però ci eravamo dati dei piccoli obiettivi che abbiamo superato brillantemente. Non pensare. Non occorre pensare quando la motivazione principale è cambiare vita. Sì vende casa. Sì fanno due conti con i risparmi. Nient’altro. Altrimenti non ci si tufferà mai.  Poteva essere un gran buco nell’acqua. Un non ritorno. Il rischio è stato grosso per quello che dico a chi lo vuole fare, pensateci bene.  Ci vuole alla base una fortissima motivazione. Ma veramente forte perché devi farltelo andare bene a tutti i costi. Razionalizzi che devi vendere casa. Che ti compri un rudere, che ti ci devi impegnare, che devi in qualche modo utilizzare i soldi per ristrutturare e per vivere pure. Nel momento che non si sa quando diventerà operativo. Un rudere che si trasforma in farfalla. Ci vuole tempo e le cose che possono da storte sono tantissime L’anno in cui eravamo finalmente pronti e già programmavamo l’estate c’è stato il terremoto. Panico veramente totale. Abbiamo aperto l’estate del 2017 che è stata una buona estate poi è andata sempre crescendo per fortuna. Tre anni sono lunghi e possono essere bui. Per nulla facili.  No, non credo che nessuno di voi abbia fatto questa esperienza. Da Milano a Montesanpietro Morico. 1.4 milioni di abitanti contro 645. Si, avete letto bene, 645. Da due lavori con due stipendi a zero. Da un appartamento ad un rudere. Dal lavorare dietro lo schermo o di una macchina fotografica al trattore, vanga, zappa e compagnia cantando.  No, non avete proprio idea.  Mi ricordo che ero a casa di mia madre a Milano ed è arrivata una prenotazione. Non sapevamo come gestirla. Era tipo a dicembre per agosto. Eravamo a fare una gita a Pasqua ed è arrivata una un’altra prenotazione per due giorni dopo ma mancavano ancora le scale per arrivare a questa casa. Ci siamo organizzati di corsa, abbiamo fatto arrivare della ghiaia, abbiamo lavorato tutto il giorno dopo. Quando sono arrivati primi ospiti olandesi ci hanno fatto un sacco di complimenti. Li abbiamo trovati con solo il forno aperto si scaldavano. Hanno capito anche che era proprio l’inizio. Una famiglia che lavora insieme deve necessariamente dividersi i lavori. È cosi che Michela e Davide sono in vigna, Massimo sul trattore e in cantina. Simone è ancora in quella fase dove sta pensando al suo futuro. Davide si era iscritto a Biologia. Ha fatto il primo esame in matematica prendendo 30. Dopo quello ha deciso che non era per lui. Se vuoi farlo seriamente lo facciamo seriamente e da circa un anno collabora con noi. A Milano ne avrebbe avuto la possibilità. C’è ancora con la mia nonna. Ha deciso così e allora poi abbiamo ampliato l’uliveto ecc. Simone ha 14 anni ma ha una mentalità più artistica. Mi sa che ce lo perdiamo. Qui si produce anche olio. Circa una trentina di piante più altre venti secolari recuperate con tanto lavoro e che, finalmente, solo dopo anni iniziano a produrre. Da un terreno limitrofo, altre 150 piante completamente abbandonate e ora in fase di recupero.  Poi abbiamo acquistato un pezzettino di uliveto di un signore che aveva una particella dentro il nostro terreno con 50 piante. Quindi abbiamo trecento piante in questo momento.  Sei ettari in totale. Quattro appartamenti sempre affittati. Una micro cantina vera, nel senso che sono 43 m quadri. Molto difficile da gestire ma per fortuna c’è il progetto per una nuova e legata all’ampliamento del vigneto per arrivare a due ettari e mezzo rispetto all’ettaro attuale. Abbiamo fatto un impianto stretto, perché anche lì non non abbiamo fatto una ricerca. Facevamo quello che faceva figo. C’è l’impianto alla francese con 5500 piante per ettaro. Peccato che poi noi abbiamo una grossissima pendenza, quindi te la devi decespugliare a mano. Abbiamo investito tantissimo sulla tecnologia, nel senso che la cantina è piccola, ma abbiamo i tini raffreddati, utilizziamo la micro ossigenazione durante la fermentazione, utilizziamo i gas inerti, azoto, ghiaccio. Abbiano legni molto buoni. Michela da ragioniera oltre ad aver fortemente voluto questo cambiamento, non solo si è riconvertita a vignaiola convinta ma si è innamorata anche della antica arte della panificazione. Anche questa è una storia divertente perché lei non sapeva fare il pane. Poi sono venuti a trovarci questi nostri amici di Milano. Lui è un art director della stampa che, stressatissimo, si è preso un anno sabbatico e la moglie gli ha regalato un corso di panificazione. Ha fatto un suo corso con la pasta madre, poi uno stage a Roma, poi a Torino ed è venuto qua. Ha insegnato a Michela e le è presa la passione.  Quindi anche il pane arriva da Milano in realtà. Gli ospiti la mattina gli ordinano il pane. Fa lei ora i corsi di panificazione a persone entusiaste.  Meraviglioso. Non posso che continuare a pensare e dire meraviglioso. Un vero cambiamento di vita. Radicale. Un taglio netto con tutto ciò che era incluso in una vita passata. Una positiva leggerezza di fondo, quella che non ti porta a fare i piani ma a vivere con la serenità che deriva dalla leggerezza. O magari è la leggerezza che deriva dalla serenità. Non so bene. Però è comunque bello perché le cose, quando le prendi con leggerezza e sorriso, vengono anche più facili, senza angoscia. Anche con un figlio per il quale si pensa che la città possa offrire di più, possa dare più possibilità, più certezze.  Ne siete certi? Siete certi di voler far vivere vostro figlio o vostra figlia in mezzo al caos,, al pericolo, alla folla, al traffico, allo smog, alla sporcizia, ai ritmi forsennati di una città? Non credete che Massimo e Michela abbiano offerto ai loro figli il regolo più bella del mondo? Si, io ne sono convinto. Cosi come sono altrettanto convinto che noi che rimaniamo in città, lo facciamo più per egoismo che altruismo.  Ma come fai a non capire,
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La Masterclass di Piazzo Comm. Armando ad Aspettando ViniAmo Arrow Right Top Bg

7 Gennaio, 2026

La Masterclass di Piazzo Comm. Armando ad Aspettando ViniAmo

  Presentare una Masterclass riguardante le Langhe è senza dubbio un’esperienza meravigliosa non fosse altro perché le aspettative sui vini sono decisamente alte. Parlare di Barolo e Barbaresco è allettante sia per chi ne parla sia per chi ascolta: sono di vini indubbiamente al top della produzione italiana. Il mio modo di interpretare una master class è sempre orientato non solo a disquisire dell’azienda, delle persone, del contesto ma soprattutto a disquisire con l’azienda. Poi, ovviamente, anche dei vini. Alla base, la semplice idea che senza un contesto territoriale e umano non si possa, mai, parlare di grandi vini ma solamente di importanti prodotti. La storia della famiglia Piazzo narra della evoluzione delle Langhe stesse e di come questo territorio si sia evoluto vendemmia dopo vendemmia. Le meravigliose Langhe che oggi conosciamo, quelle dove i filari sono instagrammabili e le cascine sono glamour, un tempo non erano nemmeno lontanamente così. I Piazzo non sono nati nelle Langhe ma in Alta Langa dove la vite non era al primo posto delle colture né tantomeno dei pensieri degli abitanti. C’erano i boschi e i Piazzo erano boscaioli. Utilizzavano la legna non solo come combustibile, ma come merce di sostentamento. Il capofamiglia di allora, Luigi, metteva la legna sul carretto trainato da buoi (mica cavalli che costavano e non davano latte) e li portava giù ad Alba, il mercato di riferimento della zona. Qui almeno la soddisfaceva la necessità di scaldare le tante (si fa per dire) abitazioni. Proprio il carretto ispira il titolo della Masterclass Nebbiolo a mucchietti. Luigi, infatti, raccontava sempre che i suoi clienti di Alba lo fermavano per chiedergli della legna. Lui, furbo e vero esempio di markettaro, soleva rispondere: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto. Mucchietto di legna e mucchietto di Nebbiolo. Perché è da lì che parte la storia di una famiglia, dalla terra, dalla legna, dai mucchietti. Vendendo la legna i Piazzo racimolano quel tanto che basta per spostarsi più a valle, dove la vita era dura ma meno dura che in Alta Langa. San Rocco Seno d’Elvio è il luogo, proprio vicino Alba, dove i Piazzo trovano una cascina. L’inizio del percorso degustativo vuole celebrare l’Alta Langa con un Ritorno, questo il nome del primo vino che beviamo. Un Alta Langa DOCG metodo classico brut millesimato, 60 mesi di affinamento Pinot nero e Chardonnay. Bollicina estremamente sottile, una morbidezza accennata per via del passaggio in legno del liqueur d’expédition da Chardonnay, la freschezza fine ed elegante della frutta a pasta bianca con un velo di crosta di pane. Assolutamente convincente per aromi non particolarmente complessi ma freschi e ancora vivi con l’agrume che non spicca ma si integra. In bocca è fresco, sapido, a tratti tagliente con le bollicine che puliscono senza aggredire il palato. Persistenza bella lunga che non stanca anzi, grazie all’agrume, creano dipendenza. Uno spumante a tutto pasto da utilizzare nelle maniere più disparate. Meno dura ma sempre dura la vita nelle Langhe del secolo scorso.  Le Langhe che forse abbiamo in mente sono un territorio meraviglioso con terre baciate da Dio, con vino e cibo fantastici, resort Bed & Breakfast, vigneti incredibili, vini pazzeschi. Insomma, benessere. Ecco, quel tipo di Langa non rispecchia quello a cavallo della Seconda Guerra Mondiale quando le Langhe erano un territorio di miseria con il vino e la ricchezza, ad appannaggio di pochi. Le terre non è che fossero poi così estremamente fertili. Terreni con parecchi sassi, boschi, pendii. Tutto così difficile che coltivarla era complicato. Chi aveva un pezzo di terra se la teneva stretta come unico elemento di sostentamento della famiglia. Non poteva che coltivarla fino a quando poteva e lasciarla poi ai figli che non erano poi così contenti. Beppe Fenoglio nel suo romanzo, Malora, usava proprio con questo termine per parlare della sensazione di disagio che diventava quasi una malattia per coloro che restavano. La desolazione, la povertà, la sofferenza. Financo la paura di non farcela. Un territorio dove, proprio perché si viveva male, iniziò a spopolarsi quando il boom economico degli anni 50 e 60 portò, con l’apertura delle fabbriche, la necessità di manodopera. A basso costo ovviamente. Quale territorio limitrofo a Torino per la Fiat e ad Alba per la Ferrero poteva rappresentare un ideale bacino di pesca? La Fiat con tutto il suo indotto e la Ferrero mandavano funzionari proprio nelle terre a reclutare contadini, braccia che dalla terra si spostavano sulle catene di montaggio. Stipendio, lavoro e cibo. Lavoro e cibo sicuro con, soprattutto, un ambiente dove non c’era malora. O magari ce ne era di meno. Armando, figlio di Luigi era una persona dotata di grande acume. Animo generoso e grande visione unite insieme. Andava controcorrente rispetto alle Langhe. In un territorio che si svuotava perché nessuno credeva in un futuro diverso, lui iniziò ad acquistare, anche indebitandosi dunque rischiando, le terre lasciate dai contadini che si muovevano verso le fabbriche. Voleva coltivare le vigne per produrre poi vino. Da Nebbiolo. Anche in questo caso, parlare di Nebbiolo nelle Langhe è qualcosa di scontato. Un binomio che sembra inscindibile. Eppure, in quegli anni e fino a nemmeno tanti anni fa, nelle Langhe si vendeva Dolcetto: facile e di pronta beva mentre il Nebbiolo duro, difficile e anche costoso per la necessità dell’affinamento in botte. Proprio per celebrare questa visione assaggiamo un’altra visione: MasSim, un Metodo Classico da Nebbiolo. La crasi tra i nomi, Marco e Simone, figli di Marina e nipoti di Armando. Uno spumante interessantissimo ancorché divisivo. Divisivo perché quando si è di fronte ad un metodo classico con sentori tipici di un Nebbiolo fresco quindi, con frutta croccante e crosta di pane tale da far immaginare una fetta di pane sulla quale è spalmata della marmellata di mirtillo e una spremuta di arancia tarocco si può rimanerne stregati oppure infastiditi. Non ci sono vie di mezzo. In bocca poi assume una fisionomia completamente diversa rispetto ad un metodo classico tipico del Piemonte come l’Alta Langa. Sorso ampio, frutta nel sottofondo, grande capacità di pulizia della bollicina e, ciò che stravolge maggiormente, un finale che, certamente accompagnato da intensa sapidità e giusto bilanciamento, offre un contrasto tra dolce amaro. È come se il palato si trovasse in una situazione di incertezza e stupore, del non sapere cosa si stia bevendo. Il colore offre l’illusione di un rosato. Ma è solo un attimo, una luce che muta. L’ho trovato così inconsueto che me ne sono innamorato. È il 1969 quando nasce l’Azienda Piazzo. Solo tre anni dopo dall’ingresso di Barolo e Barbaresco nel novero dei vini DOC. Il vino i Piazzo lo vendevano sfuso. La maggior parte della produzione andava a chi era già avvezzo all’imbottigliamento. La prima bottiglia di Barbaresco solo nel 1979, proveniente da una delle vigne che componevano l’azienda. Vigne sparse in vari comuni limitrofi ad Alba. 72 ettari di vigneti su una superficie totale di 100. Un caleidoscopio di terreni, esposizioni, altitudini così da generare una diversità intrinseca nella stessa azienda. In onore alla prima bottiglia di Barbaresco, degustiamo il Barbaresco Rizzi Fratin. È una 2021, 12 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia più tanti altri in bottiglia. Il nome deriva dalla collina, esposta a sud e posta proprio difronte la cantina, antica proprietà di un convento di frati. Sostenere che il Barbaresco sia qualcosa di meno del Barolo è quasi una bestemmia. È un modo diverso di trattare il Dio Nebbiolo. Basta che provenga dalle giuste vigne. Non da tutte le vigne ma da quelle giuste perché solo da alcune si può fare il Barbaresco così come da altre si può fare il Barolo. Vigna Fratin offre finezza ed intensità già dal colore che da rubino vira verso il granato. Sentori complessi dove la frutta è secca e le spezie si alternano ai fiori ad ogni rotazione del calice. Netti, precisi, senza esitazioni. Non si nascondono e sono sinceri. Come le parole di un frate. Allo stesso modo il sorso: caldo, dai tannini duri, forte struttura, lunga persistenza. Un vino che necessita un abbinamento, che non riesce a rimanere da solo. Ma non è meglio così? Con l’immediato assaggio di un Barolo è possibile coglierne le differenze del Barbaresco. Barolo Valente 2020 arriva da due vigne vendute ad Armando da tale Valente ancor prima che il Barolo diventasse DOCG. Spesso si cancella tutto quanto possa rappresentare il vecchio proprietario. Si cerca di cancellare il pregresso per imprimere il proprio marchio. Armando invece era uomo che non aveva bisogno di cancellare nulla. Semmai di valorizzare l’anima contadina di chi c’era prima di lui, chi aveva sputato sangue sulle terre per anni. È per questo che scegli di dedicargli un Barolo. Il Barolo Valente segue la giovane età del Barbaresco già dal colore rubino con riflessi granata. La frutta è sempre secca con la ciliegia sotto spirito che fornisce un tocco diverso. Spezie, erbe aromatiche, sottobosco, vaniglia e quel catrame che asfalta le strade che i più bravi chiamano goudron. Ma sempre catrame è. Pochi mesi in più in grandi botti di rovere (a contrasto con quanti affinano il Barolo in barrique) creano un inizio di addomesticamento dei tannini. È ancora presto. Così Valente è vigoroso e tannico ancorché assolutamente bevibile qualora accompagnato da una carne o una pasta molto strutturata. Un Barolo quasi di ingresso, un benvenuto nel mondo del Nebbiolo che si alterna tra Barolo e Barbaresco. Si può preferire l’uno o l’altro poiché validi entrambe. In continuità allora ecco il Barolo Sottocastello di Novello 2020, una delle 181 MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) del Barolo. Una delle vigne più scenografiche delle Langhe a generare un capolavoro assoluto. Forse al naso si differenzia poco dal Valente anche se ad una più attenta olfazione, la maggior eleganza è evidente. Un profilo olfattivo più preciso e netto con gli odori che portano con sé balsamicità accattivante. In bocca la potenza non può mancare mentre l’eleganza prosegue in tutta la sua spigolosa sinuosità. È come se i tannini danzassero sulle punte volteggiando in bocca. Occorre capirlo poiché complesso. Occorre resistere perché persistente. E se in una normale Masterclass dedicata alle Langhe si sarebbe chiuso con un Barolo, magari riserva, la voglia di stupire ci porta a proporre il Barbaresco Vigna Giaia Riserva 2017. Proveniente da una delle 66 MGA del Barbaresco Vigna Giaia è chiamata così perché gialla, come il colore delle foglie al tramonto. Il sole illumina la vigna creando un effetto incredibile. L’ampiezza del bouquet è incredibile così come la complessità. Le spezie sono ora dolci e si accompagnano ad un floreale tenue e delicato mentre la frutta è secca e appassita. In bocca conquista, ammalia e non già per note suadenti e delicate quanto per una dolcezza che è forza e potenza. Le mani di un’amante che stringono, che sanno di calore e forza, tenerezza e impeto. Così è questo Barbaresco che non teme il confronto con un Barolo perché lo vince, anzi no, lo gestisce. Perché, in fondo, è poco consono parlare di sfida tra due vini che sono complementari e non alternativi. Vini che possono alternarsi a dimostrare come Barolo e Barbaresco siano due espressioni simili ma diverse del Dio Nebbiolo. Una sorta di Giano bifronte che cambia in funzione non tanto del processo produttivo quanto della diversità delle vigne. La Masterclass volge al termine. Vedo tante facce contente. Le domande arrivano e rispondiamo con grande gioia. Rispondiamo, perché non si dovrebbe essere mai da soli nel condurre qualcosa che non si è vissuto mai abbastanza. Mio compagno di viaggio è stata una persona straordinaria sia per l’animo quanto per l’esperienza nel mondo del vino: Giampiero Sappa, Direttore Commerciale della Piazzo Comm. Armando. A lui e alla Piazzo va il mio ringraziamento semplicemente per esserci e per aver donato, a me prima e a chi avrà il piacere di visitare l’azienda o assaggiare i vini, una storia. Vera.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Roberta Valletti. Ti sorridono i monti Arrow Right Top Bg

2 Gennaio, 2026

Roberta Valletti. Ti sorridono i monti

  Heidi (Heidi)
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più. Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi. Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore.  Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti. Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali.  Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto. Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta. Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne. Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa.  Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale.  Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle. Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino. Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata.  Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica. Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento. Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei. Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie. Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme.  Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che  fa scuola pasticceria. Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più. Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno.  Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle.  E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello.  I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio. Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico. L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla.  Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io. Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar.  Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia. Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita? Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse.  Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere. Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta.  𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte. Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo. Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita. Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre.  Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva.  Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione.  Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità.  Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione.  Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici.  Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente.  Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così? Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile.   Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già. Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione. Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo. I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme. Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza. Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto.  Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla.  Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta). Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza.  Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza.  Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro. Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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30 Dicembre, 2025

Cantina Messori a via Margutta. La notte si accende di arte e gusto

  19 e 20 dicembre 2025: via Margutta si accende di arte e gusto   Roma ha vissuto una due giorni di grande fermento creativo il 19 e 20 dicembre 2025, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, nel cuore di via Margutta, ha ospitato una kermesse che ha intrecciato arte contemporanea e cultura del vino in un’esperienza immersiva e multisensoriale. Protagonisti assoluti dell’evento sono stati i Vernissage di “Artisticamente Rosso” e “Fine Pop Art” di Ilian Rachov, due percorsi espositivi che dialogano tra loro attraverso il colore, il segno e l’energia espressiva tipica dell’artista. Rachov propone una visione intensa e contemporanea, capace di fondere suggestioni pop, ricerca estetica e una forte carica emotiva, trasformando lo spazio espositivo in un racconto visivo coinvolgente e dinamico. La galleria, da sempre punto di riferimento internazionale per l’arte contemporanea, diventa così il palcoscenico ideale per una manifestazione che ha celebrato la creatività in tutte le sue forme. Via Margutta, storica strada degli artisti, conferma ancora una volta il suo ruolo di crocevia culturale, capace di attrarre appassionati, collezionisti e curiosi. Ad arricchire l’esperienza, una degustazione enologica della Cantina Messori, che ha accompagnato i numerosi presenti tra un’opera e l’altra. Una cantina giovane, gestita dalla dinamica Elena che tornata dall’Inghilterra nella natia Correggio (RE) per far evolvere l’azienda di famiglia. I suoi vini sono come lei: freschi e dinamici, decisi e identitari. Ne abbiamo proposti due: Spettinato e Ribelle, vini che raccontano una filosofia autentica e non convenzionale, perfettamente in sintonia con lo spirito dell’evento. I calici diventano così un ulteriore linguaggio narrativo, capace di dialogare con l’arte e amplificarne le suggestioni. Ribelle, nomen omen di anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Un Pignoletto dal color giallo dorato che vira verso l’ambra richiamando il dipinto di Rachov con il tramonto romano. Le bollicine sono dolci e decise onde che avvolgono il Colosseo. Al naso Ribelle è la coccola di un croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano irresistibili lasciando la bocca  dannatamente pulita e fresca. Spettinato è ancora più ribelle per via della fermentazione sui lieviti in bottiglia. Un vero ancestrale da Lambrusco Grasparossa, mutevole, adattativo. Una coccola che diventa abbraccio e che poi si tramuta in contrasto. Si trova a suo agio tra le opere d’arte di Ilian. Avvicinandolo al naso è come se si venisse avvolti in effluvi di prugna, fiori di viola e quel tocco di mandorla che lo rende vivo e sprezzante delle mode. In bocca è godurioso e deciso per via di tannini mai domi a ricordare il carattere emiliano. Rinfresca, ammalia, avvolge e lascia un senso di piccantezza, come una punta di peperoncino sulle labbra che è urlo. Questa due giorni di kermesse è stata un appuntamento imperdibile per chi desiderava vivere Roma attraverso un’esperienza raffinata ma informale, dove arte e gusto si sono fuse in un’unica celebrazione della creatività contemporanea. Un’occasione per incontrarsi, condividere emozioni e brindare alla bellezza, nel cuore pulsante della Capitale. Un grazie ad Elena Messori per aver desiderato accostare i suoi vini a opere ribelli e non convenzionali. Un connubio perfetto di creazioni!   Marco Sargentini             Ivan Vellucci Suggestioni di Vino
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Lire of Wine. Meno male che c’è Arrow Right Top Bg

24 Dicembre, 2025

Lire of Wine. Meno male che c’è

  Life of Wine si conferma essere uno degli eventi del vino maggiormente apprezzati e apprezzabili. A Roma come in Italia. Sarà per la suggestione dei vini di annata e per la possibilità di far scoprire ai partecipanti le mirabolanti evoluzioni dei vini nel corso del tempo; sarà per la qualità dei produttori presenti, fatto sta che Life of Wine difficilmente delude Il vino è materia viva. Si evolve costantemente anno dopo anno e poterne apprezzare le differenze, cogliere le sfumature, arrivare a degustare anche annate molto remote è una esperienza che merita il prezzo del biglietto.  In questa edizione ho trovato una grande, forse invadente, presenza della Toscana ma, d’altronde, chi meglio della Toscana ha la capacità in termini di produzione, dunque volumi, dunque risorse, per lasciare le proprie bottiglie a maturare nel tempo? Una simile presenza mi ha invogliato spintaneamente a concentrarmi proprio su questa regione. Con qualche incursioni in altre zone d’Italia. Poche ma ne ho avute. Interessanti le espressioni del Brunello di Montalcino e del Nobile di Montepulciano incontrate. Ne avessi trovate di simili. Che spettacolo! Alla Tenuta Friggiali le espressioni di Brunello sanno di informale spensieratezza. Ciò che sembra un ossimoro in realtà si realizza con vini di due annate: la 2015, superba e austera nella sua magnificenza; la 2019 giovane e vivace dalle future grandi prospettive. Poi un terzo, un cru, Focaia 2017, convincente e soprattutto con grandi prospettive! Devo essere sincero: mi sono fermato a lungo a parlare con Davide Peluso e sua moglie perché affascinato dal mistero di una famiglia napoletana che si sposta in Toscana. Una storia tutta da raccontare e chissà che non lo farò. La seconda è la Cantina Dei con espressioni di Nobile di Montepulciano che correvano letteralmente dal 2011 al 2013 al 2015. Una corsa per via della snellezza di questi vini che ancorché Nobili sono vivi e complessi, avvolgenti e intriganti, affabili e fini. Sono vini che raccontano la Toscana riuscendo a suscitare racconti. Incredibili. Sempre in Toscana, Badia di Morrona dimostra come anche a Pisa il Sangiovese dia espressioni che possono far parlar di se. È il caso di Vigna Alta 2019. Più che interessante è intensamente vivo. Con Taneto l’esperimento, che poi non è manco tanto esperimento, di raffinato e intenso blend tra Syrah e Merlot indica come necessiti di anni di affinamento per raggiungere un livello eccellente. Infine con N’Antia il taglio bordolese si arricchisce dell’erba del Cabernet Franc (con Sangiovese e Merlot) per una espressione super interessante.  Di Gagiablu, azienda maremmana dove Laura ha trovato il suo rifugio, ho apprezzato il convincente metodo classico XVIII da Sangiovese (Blanc de noir), il Vermentino che sa di Vermentino sapido mediterraneo e il Ciliegiolo che senza alcun passaggio in legno dimostra le sue grandi potenzialità. Onore al merito di Laura se ha scelto il tappo Stelvin: poche ciancie e tanta concretezza.  Alla Corte dei Venti è il Brunello, quello di un tempo, quello vero e schietto. Il Brunello di Montalcino che va preservato come bene dell’umanità. Pulito e senza fronzoli, rispettante della tradizione che fa fatto grande questo vino. Due annate DOCG, 2017 e 2018 più la Riserva 2019. Posso solo dire: chapeau. Ogni altra considerazione lascerebbe il tempo che trova. Stessa identica considerazione per Poggio Lucina. Qui la marcia diversa la da la simpatia di Evelise Di Donato. Le annate 2013, 2016, 2019, profondamente diverse, hanno la matrice comune della storicità e della tradizione. Senza inventarsi nulla, il Brunello di Montalcino è questo e questo deve rimanere. La Toscana ha una penultima tappa a Bolgheri per una verticale principalmente di bianchi. Da Vermentino ovviamente. Siamo a Poggio al Tesoro ovvero la trasposizione di una esperienza pregressa in Valpolicella per approdare in riva al mare. Solo Solo nelle annate 2014, 2018, 2021 e 2024. Il rewind mi dice che il 2024 è pronto e schietto ma andando all’indietro nel tempo si scoprono le  incredibili e affascinanti metamorfosi sapide di un vino che, anche per la 2014 può ancora dare grandi soddisfazioni. Il problema sarà trovare le bottiglie. Gli assaggi del Sondraia Superiore, Supertuscan da Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot nelle annate 2016, 2018, 2020 sono state da applauso. Elegante, raffinato e intenso. La 2020? Deve rimanere un pò in bottiglia. Per finire in bellezza mi sono lasciato le vecchie annate del Chianti Classico di Carpineto. Avevo già assaggiato molto di questa incredibile azienda ma non il 1993 che ho trovato incredibilmente vellutato e intenso. Un vino per il quale vale la pena di recarsi in Toscana (o magari in enoteca). Le incursioni in altre regioni meritano di essere citate in tre casi. Il primo nelle Marche per espressioni di Verdicchio di annata decisamente convincenti di Stefano Antonucci di Cantina Santa Barbara. Due linee con una, Le Vaglie, molto sofisticata elegante e complessa, l’altra gastronomica immediata e alla portata di tutti. In entrambi i casi però stiamo parlando di vere eccellenze del territorio. Altra incursione in Abruzzo con Faraone Santa Maria dell’Arco dove Cerasuolo e Trebbiano vanno da un lato a confermare dall’altro a dare valore ad un vitigno, il Trebbiano, troppo spesso relegato a ruolo di comprimario. Terza incursione sui terreni vulcanici del soave con viti pre fillossera di Gini dimostrano come, in barba al fastidioso, insetto si possano creare vini di un livello estremamente importante e certamente non banali come molti del Soave.  Per ultimo, impossibile, davvero impossibile non citare La Stradina di Gattinara.  Cinque ragazzi dei quali ho già scritto un articolo la cui lettura può farvi capire come si possano realizzare vini da 100 punti (veri) solo giocando tra amici. Anche perché come diceva il Marchese del Grillo: quando si scherza, occorre essere seri. I loro vini sono oltre che seri, spaziali, unici, incredibili. Se imboccate la stradina è un non ritorno.  Life of Wine si inserisce in un panorama romano che, specialmente nel corso di questo ultimo weekend è stato troppo pieno di iniziative. Troppe e impossibile da gestire sia per chi, come detto al settore, deve fare notizia o creare notizia sia per gli appassionati che non sanno dove sbattere la testa sia per chi deve scrivere degli stessi. È veramente del tutto inadeguato e inopportuno e non lasciatemi dire cos’altro, organizzare nove eventi in un solo fine settimana. Peccato perché sono eventi che meriterebbero la giusta attenzione e solo una attenta e condivisa programmazione potrebbe condurre a massimizzare gli sforzi. Ricordiamoci sempre che i produttori vanno rispettati. Life Wine ha sicuramente la capacità di attirare persone e produttori, ma anche per questa stupenda, meravigliosa iniziativa un confronto con altre organizzazioni sarebbe assolutamente auspicabile. In ogni modo, Life of Wine, meno male che c’è!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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19 Dicembre, 2025

Fabio Ferracane. Ah l’amore l’amore

  lo voglio ancora il cuore
non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore.  L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia. L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate.  Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita.  Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi.  In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo.  Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita.  La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala.  Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio. Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina.  Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana.  Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte. C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite.  Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose? C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero.  Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda. Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre.  Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood. Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa? Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna. Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000.  Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello.  Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce.  Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti. In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino. Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva,  semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito.  Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia.  Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata. Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura. Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla.  Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto! Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più. Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa.  In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare. Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia.  Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna.  Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare.  Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala.  C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi. Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc.  Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più.  Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti.  Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato. Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo. Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti.  Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto. Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo.  Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta. Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace.  Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa.  Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato. Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno. In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti. Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi  ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita. In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale. Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole.  Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si. La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra. Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni.  Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo? Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente.  Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire. L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette.  Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi.  Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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17 Dicembre, 2025

Uva Fiera. La spensieratezza è servita

  Spensieratezza. Libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e di sensazioni che offre la vita. Ritmo di impulsi. Sensazioni. Questa è la vita. Va presa per quello che accade provando a far accadere qualcos’altro. Ma senza dannarsi se non accade. Provare a pensare quanto intorno a noi sia meraviglioso e unico. Basta saperlo apprezzare. Non è che ci debba piacere tutto e nemmeno accettare che sia qualcun altro a dirci cosa è bello. Giudichiamo noi. Senza pregiudizi, orpelli, ermellini addosso. Viva la vita! È questa la sensazione che ho avuto a Uva Fiera, l’evento organizzato da Pasquale Livieri e Pecora Nera Editore andato in scena lo scorso 30 novembre e primo dicembre al Monk di Roma.  Già la location avrà determinato una discreta selezione all’ingresso di chi gira con la puzza sotto al naso. Saranno stati i solidi tromboni del vino che se un evento non si svolge in un classico hotel o location di spessore nemmeno si appalesano. Meglio così. Io ho trovato il Monk meravigliosamente meraviglioso. Inserito in un contesto urbano eccentrico e interessantissimo come il quartiere di Casal Bertone a Roma: vero spazio culturale dove la sostanza conta più della forma.  Dentro la grande sala completamente nera illuminata da faretti in genere usati durante i concerti, ho trovato proprio tanta concretezza insieme a tanta ma tanta allegria e voglia non di un particolare genere di vino ma di vita. Ecco, si, vita. Quella che scorre nei giovani che di vita da vivere ne hanno senz’altro più dei vecchi tromboni. Dunque vini non con connotazioni particolari ma semplicemente realizzati con coscienza.  Al bando termini astrusi come naturale, biologico, biodinamico ecc ecc. Evviva la spensieratezza di chi produce vino con un occhio sempre attento alla natura, al proprio essere e, soprattutto, alla salute di chi lo consuma. Certo, il vino non è più, come si diceva prima, un alimento e va dunque bevuto con moderazione, ma meglio bere un vino fatto con rettitudine piuttosto che con l’aiuto di qualcos’altro.  Quando qualcosa mi affascina, sembro un bambino in un parco giochi ma qui era come stare in una discoteca anni 90 con tanta gente da conoscere ballando al ritmo di musica intramontabile.  Scusandomi con coloro che non sono riuscito ad entrare in contatto, vorrei qui pubblicare l’elenco di chi ho avuto il piacere, la fortuna e l’onore di conoscere prima, degustare poi. Perché vedete, la differenza rispetto a tanti altri eventi dove al banco di degustazione si trovano spesso dei sommelier, è che qui ci ho trovato i produttori. Ragazzi e più o meno ragazzi che amano il proprio lavoro e soprattutto amano parlarne. Questo mi accomuna straordinariamente a loro! Root Winery. Maxim e Elena. Me li sono trovati li quando avevo appena pubblicato un articolo su di loro e sulla loro incredibile storia di convinto esodo da Mosca a Maiolati Spontini (Ancona). Avevo assaggiato le bolle di Anti Celebration, mai i loro Verdicchio. Che dire? Semplici, puliti, minerali, identitari. C’è anche il Metodo Classico da Verdicchio appena sboccato: intenso ma lo lascerei ancora a riposo. Comunque sia, meno male averli in Italia! Cantina 837. A Forni di Sotto (UD) trovano spazio e meritatamente vitigni PIWI come il Solaris dal quale prende vita Vicus, un bianco snellissimo nonostante il passaggio di sei mesi in barrique. Sempre da Solaris ma di Roberto Baldovin con sette mesi di barrique c’è PriMo. Le differenze? Poche ma sensibilmente visibili. Incredibili per la loro ampiezza, carattere e capacità di avvolgere. Sempre di Baldovin, ArtEmis, un blend delle sue uve PIWI per un vino quasi sperimentale ma che si manifesta magnificamente per un olfatto complesso e un sorso quasi salmastro. Incredibile Corte Zecchina. A Pieve di Sacco, proprio a ridosso della laguna veneta per coltivare vitigni PIWI come Soreli e Merlot Kanthus dai quale nasce Orfeo, un rosato tutto da bere senza chiedersi il perché visto che è così buono da finire la bottiglia. Poi il rosso Madama1 che non fa sconti a nessuno lasciando il segno. Da bere mangiando un cicchetto nei vicoli di Venezia. E non solo. Grande! Cantonieri Tenuta della Dainara. Sul versante nord dell’Etna, li dove il freddo è più intenso, i vitigni veri del Vulcano, Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio danno vita a due vini (bianco e rosso ovviamente) che meritano solo di essere vissuti. C’è anche un Orange che proviene da un mix di uve siciliane (Carricante e Catarratto) e continentali aromatiche. Belle le contaminazioni e come la Sicilia ne è la dimostrazione, anche questo vino può far parlare di se. Legàmiwine. Campania, Sannio beneventano. Una realtà quasi volutamente indecifrabile. Piccolissima produzione e che vini (e che nomi)! Bohemian Grapesody è il mix di Malvasia e Falanghina con passaggio in barrique e acciaio. Meglio non berlo se non si vuol finire la bottiglia. Stand by Me, Lambrusco Maestri, Merlot e qualcos’altro: se avevate una idea del Lambrusco, buttatela via. Burning Love, Aglianico 100% con 12 mesi di barrique: il territorio si sente e tutto; l’Aglianico pure. Poesia, ma di quelle forti, in bottiglia.  Federico Mencaroni. Il maniaco del vino. Un artista puro. Uno a cui non gliene frega niente di niente se non di fare le cose per bene. Non so come tenga i calzini a casa ma i suoi vini sono precisi, curati, pazzeschi. Il Pas Dose da Verdicchio invecchiato 10 anni (se non è folle uno così) è una lama che entra nel burro (io sono il burro) e ci sta pure bene. Isola è il Verdicchio nudo e crudo: cosa gli si può dire se non berlo? Urbano infine è il blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon dal passaggio in barrique di un anno: intenso e vero proprio come le Marche (e Federico). Piubello Andrea. Val d’Illasi in Valpolicella per rendere giovanile, fresco e dinamico un territorio alle volte troppo avviluppato su se stesso. Già un metodo classico sarebbe una novità e il Cuveé n.7 da Garganega e Trebbiano dice tutto sulla voglia di sperimentare: fresco come un giovincello e con tanta voglia di poter far meglio tenendolo sui lieviti ancora un pò (osare!!). Il Valpolicella DOC ottenuto dalle classiche uve Corvina, Corvinone, Rondinella è fresco e incredibilmente bevibile. Ma ciò che è ancora più meraviglioso e convincente è di come lo sia anche l’Amarone! Bravo Andrea. L’Armagia. Ecco, qui c’è da aprire una parentesi su Ignazio perché quando lo si conosce si inizia a ridere, non perché si è brilli, ma grazie ad un modo tutto suo di non prendersi mai sul serio. Eppure i suoi vini sono seri e parecchio. Da Canelli a Roma lui mentre io farei volentieri il percorso inverso per andare a trovarlo. LorenzoMariaSole è l’AltaLanga metodo classico. Solo che, tanto per distinguersi, è pas dosè e si sente tutto. Anche nella sua unicità. Come Uva Tantum che non c’è nemmeno sul suo sito. Ma tanto non lo fa sempre dunque per provarlo e godere come ho fatto io ci vorrà tempo. I due rossi Nizza DOCG, Titon e Vignali sono così incredibili che pur fatti allo stesso modo solo perché provenienti da vigne diverse, sono profondamente diversi. Infine la chicca, il Moscato d’Asti Canelli: è un 2017 ovvero uno schiaffo a chi dice che il Moscato va bevuto giovane. È si dolce ma non stucchevole e meravigliosamente armonico. Prendiamolo sul serio! Donna Vittori. Non ho incontrato Maria, la titolare, ma la mamma e mai incontro poteva essere più incredibile. Sia per la persona sia per i vini in salsa Cesanese (in fondo siamo a Paliano, vicino Frosinone). Lettera, Cesanese del Piglio DOCG a fermentazione spontanea con la necessaria permanenza in barrique rimane comunque fresco e bevibile (tanto bevibile). Lettera in Anfora, come il precedente ma senza legno e con l’anfora (altrimenti da che deriverebbe il nome?) è strutturalmente simile acquisendo una eleganza incredibile. Love is a choice è un blend dei vitigni della vigna: che importa cosa sono se il vino viene bene? Infine Clea, il rosso da Sangiovese. Frutta e freschezza, poi il resto non conta (ma se contasse andrebbe di gran lunga bene). Le etichette? Opere d’arte! PS non assaggiate il Vermouth perché poi diventa droga. Peccato sia finito!!! Lorieri Podere Scurtarola. Conosco i loro vini. Conosco Michelangelo. Conosco quel folle di Pierpaolo Lorieri. Conosco il Vernero da Vermentino Nero. Avevo assaggiato la 2017 che era francamente un pò giovane. Qui ho assaggiato la 2012 in versione Magnum e quella giovinezza, certamente arrotondata dagli anni, ha reso il Vernero un capolavoro assoluto. Un vino che se lo trovi in un ristorante stellato sa il fatto suo ma io lo berrei sempre tra amici visto che le cose buone si aprono con chi amiamo. Ora però, visto che il mio giudizio su Scurtarola era già eccellente, dopo questo assaggio sono in difficoltà poiché non saprei come posizionarlo ulteriormente verso l’alto. Visionario. Mandirola 1913. Quando si dice Timorasso ai giorni d’oggi in tanti dicono di averlo scoperto e conosciuto. Sì riempiono la bocca di tante frasi ad effetto. Enrico però è figlio di chi il Timorasso lo coltivava ancor prima che molti di noi nascessero. Era il vino di chi non sapeva rinunciare ai gusti autentici e si trovava solo in damigiana. Non è una riscoperta ma solo una continuazione in varie forme. Il Mon Cavarrè, metodo classico con 24 mesi di affinamento dice che il Timorasso è duttile. Piccolo Derthona ne dimostra la semplice potenza verticale. Il Timorasso Derthona offre ai curiosi l’armoniosa potenza. Il Tantéi infine illustra come il legno possa servire a nobilitare, senza stravolgere, un incredibile vitigno quando affidato solo mani sapienti che l’abbiano già trattato. Incredibile. Agostinetto. In Maremma ci si può aspettare due rossi: Morellino di Scansano e Ciliegiolo. Perché andare a cercare cose strane quando già questi bastano e avanzano? Non sono rimasto deluso. Anzi, entusiasta di entrambe. Veri, intensi, ricchi, croccanti. Con La Madonnina (Cabernet Sauvignon e Sangiovese riposto almeno 8 mesi di botte) si riceve quella sorta di ruvida carezza che da un Morellino ci si aspetta e si vuole. Anzi, un bel pò di più. Il Ciliegiolo? Ho apprezzato nel Pozze Rosse il solo cemento che lo ha reso indiscutibilmente identitario e incredibilmente croccante. Anche perché la ciliegia moscia non paga. Avanti tutta! Monte Solaio è sempre in Maremma, a Campiglia Marittima. Due i vini. Il Sacrestano è un nomen omen visto che il Cabernet Franc lo rende vegetalmente austero. Ma evviva il Franc che almeno è più insolito rispetto al Sauvignon ormai troppo inflazionato. Poi il Sassinoro che è uno di quei vini ricchi e corposi dei quali magari saranno inflazionati ma se ne trovi uno come questo, non ne puoi più fare a meno. Perché non è che dobbiamo sempre essere rustici e alla mano: ogni tanto è bene pure darsi un tono. Bravi. Ritter de Zahony. In Friuli, ad Acquilea. Guido è nobile e lo dimostra con tutto il suo savoir faire ma soprattutto con i suoi vini mai banali e con sempre qualcosa che ti fa dire: però però. Il Prosecco Brut è il primo che non vorresti bere perché Prosecco ma quando lo assaggi il “però però” arriva spontaneo. Mavì è il rosato da Rebo, vitigno Trentino nato dall’incrocio tra Merlot e Teroldego, così insolito che il però però c’è per default. Edda Cristina è la Palava. So che non è un vitigno noto arrivando direttamente da oltre confine e più precisamente dalla Moravia, pure lui incrocio, stavolta tra Gewürztraminer e Müller Thurgau, ma qui siamo proprio al confine. Meno male che è arrivato perché quel suo incredibile bilanciamento e il sapiente mix di lime ed albicocca mi hanno fatto esclamare qualcosa di più colorito che un però però. Theodor, Pinot Nero. Tutti fanno il Pinot Nero ma questo è quel però però che non ti aspetti. Proprio perché lo fanno tutti e questo ha qualcosa di diverso. Hektor, il Cabernet nonché Elvine, Chardonnay seguono la stessa linea di Theodor dove tutti lo fanno ma poi assaggi questi e dici: però però. Ecco, alla fine me ne sono andato dal Monk con la voglia del prossimo Uva Fiera. Tanta allegria, tante facce sorridenti, tanti giovani e, soprattutto, tanto interesse.  Viva la spensieratezza. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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12 Dicembre, 2025

Il Maturano di Cesidio di Ciacca

  Una leggenda irlandese narra che il Leprecauno, il folletto con il tradizionale cappello verde fosse il ciabattino delle fate, custode del loro immenso tesoro conservato alla fine dell’arcobaleno. Arrivare a quel tesoro vuol dire percorrere tutti i colori dell’arcobaleno, i suoi gradienti, le sfaccettature, le tonalità. Un pò come percorrere la propria esistenza in una vita ricca si sfumature.  Non so se Picinisco sia posto alla fine dell’arcobaleno, però li ho trovato un vitigno e dei vini che sono incredibilmente, e lo dico senza timore di essere smentito, una pentola l’oro. Picinisco è un piccolo sperduto paese della Valle di Comino, in provincia di Frosinone. Poco più di un borgo con poco più di mille abitanti. Alle spalle del Monte Meta è incastonato nella parte ciociara del Parco Nazionale d’Abruzzo.  Non ci si capita per caso, occorre andarci per qualche motivo valido. Occorre cioè una ragione specifica. Magari quella di perdersi nel silenzio della natura e della vera, rara genuinità scomparsa. Genuino come il Maturano, un vitigno che si trova solo ed esclusivamente in queste zone e che, grazie a persone come Cesidio Di Ciacca, non è finito nel dimenticatoio. Devo, dobbiamo proprio dire grazie a Cesidio e alla sua voglia di ritornare alle origini dopo una vita in Scozia se possiamo godere dei vini derivati dal Maturano, particolari, intensi, unici tanto che penso a quante meraviglie abbiamo dimenticato nel passato. A Picinisco il tempo scorre lento. La piazza centrale, quella dove si erige la chiesa che da sulla Valle di Comino è frequentata solo la domenica per la messa. Nel bar anche i ragazzi giocano a carte visto che non c’è tanto altro da fare. Sotto un arco della piazza si apre il vicolo che entra nelle viscere del paesino. Scale in pietra, vicoli stretti, piccole costruzioni di un paesino silenzioso. È qui che sorge Sotto le Stelle, l’albergo diffuso che Cesidio ha creato ristrutturando case ormai disabitate. Stanze bellissime, dotate di tutti i comfort compreso quello della vista della Valle, un paesaggio sospeso nel tempo.  Dalle finestre e dai piccoli balconcini le poche vigne rimaste, specialmente in autunno per via delle foglie ingiallite, offrono una visione ancora più suggestiva.  Arrivare dal paese alla cantina di Cesidio vuol dire percorrere una piccola strada in mezzo ai boschi del Parco. La pace di questi luoghi è qualcosa di inusuale. Non spettrale perché sa di quel gusto dimenticato seppur presente nell’animo. Non fa paura. È come un dolce ricordo che scalda il cuore.  Il borgo che Cesidio sta cercando di ultimare mantiene inalterato il fascino di un tempo. Mobili antichi, ricordi di infanzia, pezzi di famiglia che sono li a rappresentare un passato contadino. Da una libreria Cesidio estrae dei libri antichi nei quali si parla di Picinisco. Per uno arrivato dalla Scozia questo posto, ricco di storia antica che si intreccia con quella della sua famiglia, ha un fascino particolare. Le piccole finestre sono squarci di pace e tranquillità. Le vigne che circondano la grande casa in pietra, sono un caleidoscopio di sensazioni colorate. Il sole del pomeriggio che cala, le foglie che si tingono di arancione, poi di amaranto, poi piombano nel buio. Quel buio che fa paura solo a chi ne ha di se stesso. In una piccola costruzione esterna ci sono filari di uva in appassimento. Una magia che si compie, al naturale, solo quando lo spessore della buccia degli acini lo consente. Sembra una stanza segreta eppure è aperta. Dentro l’odore di appassimento è acre, dolce, penetrante. Gli acini stanno diminuendo la loro dimensione e tra poco saranno pronti per ricavarne il Passito. Il grande tavolo di legno della sala delle degustazioni sembra essere il tronco di un albero caduto recuperato da mani sapienti. L’immensa vetrata offre la sensazione di una immersione nel bosco poco distante. Cesidio sistema i calici sulle tovagliette. Siamo qui anche per parlare dei sui vini prodotti con il Maturano. Ogni bottiglia sembra un figlio. Prima di aprirla la guarda con quegli occhi carichi di stupore come un bambino che guarda la meraviglia. Il primo calice è il Maturano Nostalgia, anno 2022. Un quasi senso di macerazione per via della permanenza nel cemento per 22 mesi. Grande balsamicità, grande rotondità in bocca. È cicciotto, masticabile con un finale di bocca memorabile. Tendenzialmente fruttato con buona coerenza tra olfatto e gusto. Bello ampio, sapido. Elegante, strutturato. Potrei andare oltre ma è uno di quei vini che va scoperto sorso dopo sorso. Capisco gli occhi di Cesidio. Il secondo è il 2019. Sempre Nostalgia. Stessa identità del 2022: fine, elegante, meno cicciotto. Finale leggermente amarognolo, mandorlato, prezioso. Le uve sono state raccolte un pò prima del precedente e solo questo lo fa cambiare in maniera significativa. Centrato, suggestivo. C’è bisogno si apra un pò. Ma basta roteare il calice perché la magia si realizzi. Se Nostalgia è un nome che da senso ad un passato che fu, io ho già nostalgia del calice che ho terminato. Il terzo è il 2017. Ancora qualcosa di diverso. Raccolto il 4 ottobre, uva più matura, si sente tutta. Aristocratico, ampio, veramente ampio. Sia al naso sia in bocca. Completamente diverso rispetto agli altri. Acidità bassa e ampiezza pazzesca. Come se continuasse però a maturare nel tempo. Senza fretta.  La matrice comune del Maturano si sente. Poi però ti spiazza in funzione dell’anno e della settimana di raccolta. Una ecclettismo che è impensabile non già per le differenze quanto per le totali differenze. L’unica cosa che si percepisce è una sorta di non piena coerenza tra olfatto e gusto. Ma è un pò come le persone di questi luoghi che all’apparenza sembrano chiuse ma poi diventano ospitali, aperte, magnifiche. Cesidio apre due bottiglie di Orange. Sotto le Stelle 2018 con tre giorni di macerazione con bucce e raspi, tre mesi in vasca, 24 in bottiglia; poi Filosofia 2019, dieci mesi di macerazione con bucce e raspi, .12 mesi di vasca di cemento e successivi tre anni di bottiglia. Differenti, entrambi capolavori. Il 2018, Sotto le Stelle, ha un colore incredibile. Sa di erba, di miele di eucalipto. Un naso meraviglioso che offre, senza limitarsi, l’intero bosco. In bocca è rotondo, godereccio. Sembra di addentare un candito di albicocca salato. Sapido e tannico eppoi, il finale: semplicemente fantastico. Il secondo, Filosofia 2019. Necessita di ancora tempo per aprirsi. Come se si vergognasse di presentarsi già ora. Il colore non cambia ed è sempre bellissimo. La complessità dei sentori è sempre pazzesca e si risentono le erbe, la mentuccia, l’eucalipto. In maniera meno immediata, meno complicata così da renderlo più gastronomico. In bocca si comporta egregiamente bene. C’è sempre sapidità. C’è sempre sottigliezza, finezza. Pulizia. Quel sensazionale senso di arancia sospesa tra il dolce e il salato. Conquista lasciano una bocca pulitissima. Per ultimo assaggiamo un Ancestrale 2024. Deve ancora maturare ma decidiamo comunque di provarlo. Bollicine dense e roboanti. Un naso che sa di frutta ancora matura, poco acida. In bocca è grasso, intenso, gustoso. Non per tutti ma chissenefrega. È un vino le cui bollicine danno quel senso di pienezza e convivialità che alle volte penso si sia perso. Mi finirei la bottiglia ma, a pensarci bene, mi finirei tutte le bottiglie. Con questi capolavori, l’obiettivo di Cesidio è realizzare veri e propri cru. Lavorando ci si è infatti resi conto di come i terreni, per quanto limitrofi, siano profondamente diversi. Come diverso è il Maturano da qualunque altro vitigno si possa immaginare. Purtroppo o per fortuna, ha trovato vita solo nel Lazio, in un luogo dove per arrivare devi proprio voler andare. Questi vini, in fondo, vivono il territorio. Ne acquisiscono il carattere. Come i Sanniti che non essendo guerrieri ma contadini e pastori, risultavano gentili fino a quando qualcuno non decise di attaccarli. Allo stesso modo, i vini di Cesidio sembrano rustici, mansueti fino a quando sono nel calice. Poi, in bocca, stupiscono, meravigliano, conquistano. Ogni calice risulta una sorpresa. Ogni bottiglia riesce a fornire sensazioni diverse, uniche, appaganti. Sensazioni che non sono ancora riuscito a trovare in altri vini. Riesci persino ad abbinarli a cibi che richiederebbero vini rossi. Ma in fondo qui siamo in Ciociaria e di pesce, ne arriva poco. C’è carne, di pecora e tanti formaggi. Di pecora. Vuoi un altro bicchiere? Si assolutamente si   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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