Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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IoVino. Un Club Senza Cancelli Arrow Right Top Bg

1 Aprile, 2026

IoVino. Un Club senza cancelli

  Il filo più robusto non è quello che non si spezza, ma quello che lega senza costringere. Il Filo e la Matassa Le fiere del vino, nella loro grande tradizione, cercano quasi sempre un senso. Lo cercano con accanimento, lo invocano nei comunicati stampa, lo promettono nelle brochure patinate. Un filo conduttore, dicono. Qualcosa che tenga insieme bottiglie, produttori e visitatori in un racconto unitario. Eppure, spesso, quel filo è teso così forte che finisce per spezzarsi. Peggio ancora, per sembrare finto, posticcio, tirato apposta. E parla uno che di capelli ne ha pochi. Poi arrivi a IoVino. E capisci che il filo conduttore non è stato progettato. È nato. Come nascono le cose vere: lentamente, ostinatamente, senza che nessuno se ne accorga fino a quando non è già diventato qualcosa di solido. C’è una differenza tra un evento costruito e un evento che cresce. IoVino appartiene alla seconda categoria. È il tipo di manifestazione che non si spiega con un prospetto, ma si respira appena si varca la soglia.   Marche e Campania: Luce del Nord, Fuoco del Sud Due regioni. Apparentemente lontane per carattere, per storia, per la diversa musica che parla nei loro vini. Le Marche al centro-nord della penisola, con i loro colli che scendono dolcemente verso l’Adriatico, con il Verdicchio che regna incontrastato, principe bianco capace di una profondità che sorprende chi lo incontra per la prima volta e continua a sorprendere chi lo conosce da decenni. La Campania, al contrario, brucia. I suoi suoli vulcanici custodiscono un’ampelografia ancora integra, ancora capace di stupire. Il Fiano, la Falanghina, il Greco: vitigni che sono insieme radici e ali, che portano in sé la memoria di un’Italia che il vino lo faceva prima ancora di sapere che lo stava facendo. Manilo Frattari, con la tenacia affettuosa di chi ha scelto una causa e vi si è dedicato con gioia, ha deciso che queste due regioni avevano qualcosa da dirsi. E ha creato lo spazio perché lo facessero. IoVino non è una fiera tematica nel senso convenzionale. È una conversazione a più voci tra territori che sembrano distanti e che, davanti a un calice, scoprono di avere molto in comune. Il vitigno autoctono come lingua franca, come alfabeto condiviso.   Un Club Senza Cancelli Quando si parla di IoVino, la parola che torna sempre, ossessivamente, tra le labbra di chi vi partecipa è una sola: amicizia. Non nel senso banale di un ambiente piacevole. Quello si trova in qualsiasi evento organizzato bene. Ma nel senso profondo, quasi strutturale, di una comunità che si è formata nel tempo e che ogni anno si ritrova. È come una club house dove i soci arrivano già sapendo di chi è il sorriso che incontreranno, dove si cercano da una parte all’altra della sala, dove si assaggia il vino del vicino non per giudicarlo ma per capirlo, per confrontarsi, per imparare. E cosa rara, cosa stranissima per una club house, si parla bene del presidente del circolo. Perché Manilo parla sempre delle «mie cantine» con una possessività che non è possesso. È appartenenza. È il modo di un uomo che ha costruito un alveo e che vede scorrere al suo interno l’acqua viva di produttori che hanno scelto di esserci, di tornare, di portare ogni anno qualcosa di nuovo accanto a qualcosa di consolidato. Ci sono produttori che sono lì da tante edizioni. Li riconosci da come si muovono: a proprio agio, senza fretta, come chi è tornato a casa. E poi ci sono i nuovi. Quelli che guardano con occhi spalancati e imparano già solo stando in questa stanza. Anche loro, il prossimo anno, avranno quella stessa andatura familiare.   La Manifestazione Orizzontale e Verticale IoVino ha una struttura intellettuale che vale la pena di osservare con attenzione. È una manifestazione che si può attraversare in due direzioni diverse, e ognuna rivela qualcosa di diverso. In senso orizzontale, si va alla ricerca delle espressioni. Quanto può essere diverso il Verdicchio da Jesi rispetto a quello di Matelica? Come cambia il Fiano spostandosi dall’Irpinia al Cilento? Cosa accade alla Falanghina quando cambia il suolo sotto le radici? IoVino offre la mappa di queste variazioni, mette fianco a fianco le interpretazioni, permette di vedere come il terroir scriva la sua firma sui vitigni. In senso verticale, si scende nel tempo. I produttori storici portano annate diverse, permettono di leggere il vitigno nel suo divenire, di capire come il carattere si forma nel corso degli anni, come la mineralità si affina, come l’acidità trova il suo equilibrio. È una degustazione che insegna, che costruisce una cultura. Il consumatore, in questo scenario, ha la sensazione di essere uno spettatore privilegiato di qualcosa che avviene tra i produttori stessi. Non un cliente davanti a uno stand, ma un ospite ammesso a una conversazione che lo precede e che continuerà dopo di lui. Il bianco non è soltanto freschezza. È pensiero, profondità, racconto. Questa intuizione, che Manilo ha inseguito da quel primo calice folgorante di Verdicchio e Fiano, è diventata la filosofia di un’intera manifestazione. Ed è raro, nel mondo del vino, trovare un evento che sia anche una tesi.   Manilo, Romina e l’Arte del Riconoscimento Bisogna spendere una parola su Manilo Frattari. Non sull’organizzatore, che pure è eccellente. Ma sull’uomo. Sulla sua capacità, rara in qualsiasi campo, di creare uno spazio dove le persone si sentono riconosciute. Quella di Manilo non è la leadership rumorosa di chi occupa la scena (anche se quest’anno lo si trovava con un microfono stile Non è la Rai!). È la leadership silenziosa di chi crea le condizioni perché la scena esista. Porta i produttori dentro una logica di comunione, di sviluppo condiviso. Non li espone: li valorizza. Non li presenta: li abbraccia. Con la gentilezza concreta di chi sa che dietro ogni bottiglia c’è una storia che merita rispetto. Al suo fianco, Romina Lombardi, moglie e vera musa ispiratrice nonché spina dorsale dell’organizzazione. È lei, come Manilo stesso ha raccontato, ad aver acceso la scintilla di questa passione. Ed è lei che tiene insieme con grazia e determinazione tutto ciò che Manilo immagina con entusiasmo. IoVino è anche questo: un progetto a due voci che suona come uno. Il tipo di armonia che non si costruisce in fretta, ma che quando arriva diventa il fondamento di tutto. Cosa ho trovato di interessante a Io Vino Partiamo da un vino che dovrebbe essere la fine di un pasto. Ogni tanto, partire dalla fine fa bene al cuore.  I vini di Corte Laureana sono incredibili. Non fosse altro perché si tratta di bollicine che vanno da quelle più semplici e ancestrali a metodi classici sempre prodotti con vitigni campani che solo un personaggio dotato di lucida follia come Paolo Serpico poteva concepire. Però a Io Vino sono rimasto impressionato e colpito dal passito di Fiano La Resilienza. Colpito perché al naso e maggiormente in bocca mi ha fatto immediatamente ritornare a casa dei miei nonni ricordandomi dei fichi secchi che venivano messi al sole a seccare. Poi ce li mangiavamo con la nocciola dentro. E in bocca ho risentito tutto. Con quel tono quasi vegetale e mieloso di castagna. Quando un vino suscita emozioni non può che essere memorabile. Raffaele Barbato Capasso produce metodo classico da Asprinio. E lo fa decisamente bene. Il suo brut millesimato è qualcosa di croccante e incredibile. Prodotto dalle alberate aversane e affinato in grotta. Dal calice si respira freschezza e complessità in grado di appagare il palato. Di lui ho anche scritto un articolo che troverete su WineTales. Alabastra è la mano sarda sui vitigni campani. Lucia Pintore è sarda. Ed è esplosiva. Così come i suoi vini dei quali ho amato particolarmente la Falanghina perché unica e diversa da tutte le altre. Mi ha emozionato per i sentori floreali e della immancabile nocciola tostata ma soprattutto per una spiccata mineralità che in bocca si è trasformata in meraviglia. Morbidamente setosa che contrasta con la sapida e imponente freschezza Un senso di soddisfazione. Questo! Umberto Gagliardi e la figlia Lara mi hanno portato nel loro mondo fatto di tanto Verdicchio di Matelica. Il Maccagnano in particolare mi ha esaltato già per un naso ampio e corposo che sa di frutta calda e minerali intensi. Sapido e con un corpo amaricante che il tempo non scalfisce. Rimane impresso come una lama. Fresco e dotato di quella intensità che non scordi. Viconari è a Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno). Due soli vini ma due vini che si ricordano. In particolar Jone, il rosso da Montepulciano che ha tutto per essere un grande rosso. Ho assaggiato il 2023 e sarei curioso di assaggiarlo tra vent’anni perché sono certo mi stupirebbe ancora di più. Austero, verticale, unico. Masseria Felicia è a Sessa Aurunca, sulla strada per Caserta. Ci passavo sempre da piccolo con i miei genitori. Ricordi, ricordi, tanti ricordi. Vincenzo Mercurio ha tanto da raccontare con l’entusiasmo che lo contraddistingue. Etichetta Bronzo è un rosso da Aglianico e Piedirosso che evidenzia tutto il territorio e la complessità dei suoi abitanti. La frutta al naso è matura grazie anche ad un lieve appassimento. In bocca è avviluppante, setoso, complesso, incredibile. Chapeau! Francesco Campanelli è il titolare della Azienda Agricola Campanelli. La sua idea è recuperare piccoli terreni nel territorio dei Castelli di Jesi per generare veri e propri Cru. Il San Michele è uno di questi. Tanto floreale ed erbaceo che si innestano nella mandorla minerale così che la sapidità in bocca diventa cremosità. Pazzesco Con Carlo Menale siamo ancora in Campania con le alberate dell’Asprinio. Vini che mi hanno riportato indietro nel tempo e con il Metodo Classico da Alberata si riesce a raggiungere un livello incredibile. Profumi intensi di agrumi ed erbe officinali per poi in bocca risultare sapido e persistenza. Una verticalità senza fronzoli che si apprezza e si continua a bere. Wow! Bianchini e Rossetti è a Casale di Carinola, sempre sulla strada per casa di nonna. Qui il Falerno del Massico domina e meno male che ci sono aziende come queste che lo preservano. Il Bianco Mille880 (data di fondazione della azienda) è un blend di Falanghina (Campi Flegrei e Beneventana). Ne risulta un vino che spazia dagli agrumi campani alla frutta esotica per poi, in bocca, esplodere con la fresca sapidità tipica del vulcano. Intensamente buono. La Lepre e la Luna è qualcosa a parte. Due ingegneri che si mettono a fare vino naturale a Montecassiano (Macerata). Una gamma pazzesca di vini realizzati in piccole, piccolissime quantità. Il Condotto è una Malvasia di Candia in anfora. Il colore ambrato lo rende caldo. I profumi di frutta secca avvolta nell’erba ne danno preziosità. Il sorso sapido e profondo lo rendono irresistibilmente intrigante. Intrigante, appunto! Federico Mencaroni è a Corinaldo (Ancona). Un perfezionista della vigna e della cantina. Ho già pubblicato un post sul suo X, Metodo Classico con 10 anni di affinamento sui lieviti. Verdicchio ovviamente. Fantasticamente sapido e cicciotto. Imperdibile Le Divinità è una giovane realtà di Atripalda (AV). Nemesi è il Greco di Tufo DOCG. Un colore che evidenzia grande limpidezza e pulizia quasi adamantina. Al naso emerge la mela verde emana un profumo preciso, teso, senza cedimenti sentimentali. Al palato la sapidità è il filo conduttore, quella mineralità sulfurea che i suoli tufacei irpini cedono lentamente alla radice, anno dopo anno, come un segreto tramandato. Persistente, fresco, asciutto nel finale. Un bianco che non tratta, non convince: si impone. Come Nemesi, appunto. Ciò Che Rimane Quando si esce da IoVino, non si porta via soltanto il ricordo di qualche calice interessante. Si porta via qualcosa di più difficile da nominare. Qualcosa che assomiglia a una fiducia rinnovata nel vino come strumento di incontro tra persone. Le Marche con il loro Verdicchio dalle espressioni pazzesche, la Campania con il suo fuoco bianco fatto di Fiano, Falanghina e Greco, Aglianico, Asprinio: due regioni che ogni anno si siedono a questo tavolo immaginario e parlano. E noi siamo lì, ad ascoltare. Ad imparare. A bere, certo, ma soprattutto a capire che il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato. E per generare incontro. Grazie, Manilo. Grazie, Romina. E grazie a tutti i produttori che ogni anno scelgono di tornare. Ma anche a quelli che per la prima volta hanno scelto di iniziare.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche Arrow Right Top Bg

27 Marzo, 2026

Antica Valpolicella. Niccolò Dama: questa è la mia Porsche

  Cosa c’è nel nostro dna? Cosa ci porterà ad essere o a fare nella vita senza che neanche potremmo accorgercene? Non è un ineluttabile destino o il fato a decidere della nostra vita ma, forse, qualcosa che abbiamo già dentro. Un gene che ha il compito di indirizzarci a qualcosa che è già scritto. Solo che non lo sappiamo. O lo sappiamo ma non vogliamo ammetterlo.  DNA come binari di un tram
Quante possibilità
Dove si va, il destino è di la
Se vuoi però tu puoi fare zig zag Il DNA è come un tralcio di vite che scava nelle viscere della terra anche dove trova elementi solidi per far si che le radici trovino il nutrimento necessario. Scavano e continuano a scavare portando nel frutto tutto ciò che sono riuscite a trovare.  La vita è così. È proprio così. Ciò che oggi noi siamo è frutto di quanto nel profondo le radici della famiglia sono andate. Nei nostri ricordi di bambino c’è molto di quella profondità. Solo che quando diventiamo adulti, non sempre ricordiamo tutto. Ma è dentro di noi. È nel DNA. Pronto a ritornare quando meno te lo aspetti. Mio nonno mi fa: visto che tu un po’ di gente la conosci, prova a vedere se trovi qualcuno che possa apprendere in affitto la nostra campagna. Mi sono fatto quattro domande e ho detto: perché no io ? E ho iniziato. L’ho presa io in affitto e lo sono tutt’ora in affitto da mia madre. I ricordi di infanzia, quelli del saltare giù dai muri, l’aiutare il nonno, giocare al nascondino in mezzo alle vigne. Tutti bellissimi ricordi. Ma bastano? Bastano a mandare a rotoli anni di università e un futuro interessante? Niccolò Dama è un ragazzo tranquillo. Parla pacatamente, senza fretta. Non è abituato a raccontarsi, a dedicare del tempo a parlare di se. Non so se sia quasi in imbarazzo o è solo timidezza ma si vede quanto non sia particolarmente a proprio agio. Eppure sorride perché nella sua Fiumane, sta bene. Sta veramente bene. È felice. Con la sua poca terra e le sue appena 5.000 bottiglie annue. Non ha bisogno di nient’altro di questo, di sua moglie e delle sue due bambine, per essere felice.  Sono figlio di un medico e di un’insegnante. Mio nonno materno era un farmacista, sua moglie una casalinga. Il padre di mia nonna ovvero il bisnonno è la radice di tutto questo. Lui veniva dalla campagna, dalle basse veronesi. Erano gli anni 20. Era una persona di umilissime origini, faceva il lustascarpe alla stazione di Isola della Scala. Da Isola della Scala si sposta a Fumane negli anni 30. La nonna nasce e cresce a Fumane. Poi arriva il benessere. Gli affari vanno bene e il tenore di vita cresce cosa questa che allontana tutti gli suoi eredi dall’agricoltura. Fare il contadino non era particolarmente apprezzato dalla società. Non era di appeal. Mia nonna sposa un farmacista che comunque ha origini in campagna. Così acquista un terreno nell’est veronese, con in mezzo una vecchia casa colonica che rimettono in ordine. Nella ristrutturazione creano anche questa piccola cantina. Una piccola cantina nella quale occorre giocare a Tetris per muoversi. Ricordi di domeniche con genitori, zii, cugini passati in campagna a scorrazzare per i campi a raccogliere olive. Un coinvolgimento familiare. Il calore della famiglia. Tre semplici ettari di terra dei quali uno a vigna, poi olivi, alberi da frutto e bosco.  Si faceva tutto in casa. Si prendevano i rami per fare i sostegni delle viti. Si tagliava l’erba e la si dava alle capre. Poi i nonni sono mancati e la proprietà è stata divisa. La parte più strettamente agricola è rimasta a mia madre mentre la casa colonna agli miei zii. Sembra una storia di quelle già sentite. Un nonno, un bisnonno, la terra, l’eredità, ecc. ecc. ecc. Eppure, il modo con il quale Niccolò si esprime è proprio di una persona che ha studiato e tanto. Solo che è come se fosse così, completamente, preso dal suo presente che è come se il passato non esistesse più. È il 2014 quando Niccolò prende in mano le redini di quel terreno lasciato alla mamma. Nel 2015 il primo vino. Appena tre anni dopo essersi laureato in urbanistica. Durante gli studi aiutavo mio nonno e questa cosa mi faceva stare bene. Mi rimaneva. Non c’era l’idea di rendere questa campagna un lavoro vero e proprio perché sapevo non sarebbe stato abbastanza. Ma mi sono un po’ incaponito così che ho iniziato lo stesso fare quello che secondo gli altri non era possibile. Alla fine sono riuscito a tirare fuori qualcosa. Mia moglie è insegnante però viviamo grazie a questo appezzamento.  Non c’era assolutamente la prospettiva di farne un lavoro. Prima la laurea, poi un centro di ricerca a Bolzano infine il ritorno per prendere in mano i terreni di famiglia. Mio nonno mi diceva: guarda, abbiamo bisogno di trovare una soluzione per la campagna. Dobbiamo affidarla a qualcuno. Avevo già una passione per il vino. Giravo le piccole cantine della zona. Ero curioso.  Anche questo, dopo il COVID, sembra la stessa storia di tanti ragazzi annoiati o ispirati dal lockdown: abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi a qualcosa di proprio. Insomma la trasformazione di Niccolò sembra normale ma non nel 2014 quando forse veniva considerato un vero alieno nonostante la sua passione del fare.  Una bottiglia vino che è figlia totalmente tua, del tuo lavoro, della tua idea era comunque una cosa fighissima. A Bolzano una vita quasi monacale. I soldi messi da parte per comprare il primo trattore, le prime bottiglie. Già, anche le bottiglie. Una convinzione. Qualcosa che da dentro lo fa rinunciare ad un futuro. Qualunque esso potesse essere. Qualunque cifra potesse portare.  Mi sono fatto i miei conti perché non è che sono arrivato senza sapere dove sarei andato a finire. La mia forza è stata il lavorare da solo. Se io avessi dei dipendenti da pagare, non riuscirei assolutamente a sostenermi. Un ettaro, poco più di 5000 bottiglie. Il lavoro non manca comunque ma rimane il tempo per la famiglia, alla parte commerciale.  Non è un lavoro asfissiante. Adesso sono rimasto solo con l’apprezzamento storico ma negli anni ho avuto quasi il doppio che adesso. Non ho mai avuto un minimo di affanno a livello lavorativo. Poche pretese. Nessuna velleità di fare la bella vita, di avere agi, di spendere soldi in cose inutili. Non si sceglie altrimenti questo mestiere.  Qui si dice: non è quel che guadagni ma quel che ti spendi. La mia fortuna è stata avere un bisnonno che veniva dal nulla, da una situazione di povertà vera ed è arrivato al benessere. Non bisogna volere qualcosa che è superflua. Non mi comprerò mai la Porsche però quello che ho io adesso, è la mia Porsche. La vera ricchezza è il tempo. Avere a disposizione tempo per le passioni come la montagna dove può andare a camminare e a sciare. Non c’è nulla di meglio che questo. Una passeggiata con gli amici o la moglie. Niente altro. Non serve niente altro. L’essenziale è quello che dona la felicità.  Magari avessi quattro soldi in più, andrei più fuori al ristorante ma non la trovo neanche una cosa necessaria. Come dico sempre a mia figlia che mi chiede perché non possiamo andare tutti i giorni a mangiare il gelato: se tu mangiassi tutti i giorni il gelato, ti stuferebbe. È meglio mangiarlo meno spesso così ti piace tantissimo.  Nessuna esagerazione. Una filosofia che abbraccia lo stare insieme senza superfluo fanno di Niccolò una persona equilibratissima. Ha imparato da zero con la voglia di farlo. Con l’umiltà di chi sa di non sapere.  Sono arrivato in questo mondo, diciamo del vino fatto con l’uva, grazie al mio vicino. Quando sono arrivato qua, avevo la conoscenza limitata a quello che facevo con mio nonno. Ma mio nonno non è che fosse proprio un gran espertone di campagna. Per non sbagliare visto che mio nonno ormai era vecchio, mi sono rivolto al vicino, Antonio. Ho cominciato a chiedere cosa dovessi fare. Passo passo, partendo dalla potatura della vigna, mi ha spiegato tutto. Quando è arrivato il momento della prima vinificazione (prima la vendevamo) lui mi ha detto: prendi l’uva, la schiacci, la metti in una vasca, aspetti che fermenti, poi fai i travasi, ecc. Non mi ha mai parlato di prodotti chimici. Ho iniziato a fare il vino in quel modo lì perché mi ha spiegato che il vino si faceva così. Solo dopo ho scoperto questo movimento, del vino naturale. Il vino naturale, per caso. Perché è questo che fa Niccolò. Per caso, senza volerlo. Solo perché era così che lo faceva Antonio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Antonio non gli avesse dato quei suggerimenti. Lieviti selezionati, solforosa, magari un pò di chimica. Chissà! Quando sono arrivato qui in vigna, la prima cosa che ho pensato era fare biologico. Secondo me, quell’idea lì mi sarebbe arrivata da una parte o dall’altra. Poi sono convinto che quando il destino..Però, insomma, se il mio vicino mi avesse spiegato che il vino si faceva in altro modo, sicuramente lo avrei fatto così. Se chiedi a qualcuno un consiglio, poi lo segui. Per i primi rudimenti c’è stato Antonio, ma poi quando ha capito che occorreva fare sul serio, di fare qualcosa di fatto bene, la scelta di un enologo diventava obbligatoria.  Mi sono rivolto ad un ragazzo poco più grande di me che è un enologo con una certa visione. Quella che interessava a me. Solo che se mi avesse detto di aggiungere qualcosa non gli avrei detto di no. Ma io volevo fare qualcosa senza aggiunte.  Non è tanto la chimica ad infastidire Niccolò quanto il dover rispettare un protocollo ben definito magari per gestire le annate e realizzare un certo tipo vino. Qualcosa di costruito a priori. Per un urbanista, per uno che dovrebbe programmare e pianificare lo sviluppo di un territorio nel futuro, rigettare l’idea di qualcosa di costruito è un vero ossimoro.  Se potessi campare senza soldi, se potessi vendere tutte le bottiglie a un euro, sarei felicissimo. Però, visto che questo è il mio lavoro e se quella vasca lì ha un problema, io non porto a casa i soldi per mantenere me e la mia famiglia. Dunque se il problema è risolvibile con qualcosa, non mi faccio scrupoli. la uso. Ma allo stesso tempo, lo dichiaro. Non è un talebano ma pragmatico. La necessità di dover portare a casa lo stipendio per aggiungerlo a quello della moglie insegnante, è un dovere. Scendere a compromessi non è una scelta, è una necessità. Trovare una persona onesta è complicato al giorno d’oggi ma ho dinanzi una persona che lo è. Senza dubbi e senza scandali.  Al diavolo una connotazione chiara, una filosofia. Chissenefrega. Poche vendemmie (ma non così poche) sulle spalle e tante altre dinanzi per poter affinare tutto. Senza avere fretta e con la voglia di seguire un principio.  La mia idea è proprio quella di produrre il vino nel modo più naturale possibile.  Soprattutto credo che l’onestà nel confronto del consumatore sia la cosa più importante.  Perché buttare tanto vino in fin dei conti? Certo, te lo puoi permettere se hai più ettari o altre attività ma non certamente se devi campare con un ettaro e 5.000 bottiglie. Fortunatamente in oltre dieci vendemmie per Niccolò non ci sono state problematiche. Forse è solo andata bene. La fortuna ha aiutato ma adesso che le vendemmie stanno diventando sempre più difficili sarà più complicato.  La scelta del naturale, quando possibile, non è affatto in discussione. Ciò che deve essere gestito, conseguentemente comunicato, è quando questo non sarà possibile seguire tutti i dettami.    I vini di Niccolò Le Quarette è il vino quotidiano. Quello più semplice. Corvinone, Molinara e Rondinella. Fermentazioni spontanee, travasi, affinamento in grandi botti di rovere. È alla fine un Valpolicella ma non gli si può dare il DOC. Poco male. Tanto i conformismi non ci piacciono. Sandro è il rosato a base Rondinella. Fermentazione a contatto con le bucce che poi vengono eliminate continuando la fermentazione stessa. Spontanea ovviamente. Filtrazione? Perché mai farla se si lavora bene. Ho tutto ciò che mi serve. Ora scrivo la sezione dell’articolo dedicata al vino Sandro, intrecciando le note degustative con il contesto narrativo dello stile di Ivan. Su certi vini, il nome non ha bisogno di spiegazioni. Arriva e si deposita, come una fotografia trovata in un cassetto. Sandro non “Cuvée du Domaine”, non un toponimo latino, non un codice alfanumerico che rimanda a parcelle e coordinate. Sandro. Un nome di persona, netto come una firma su un foglio bianco. E in quella scelta c’è già tutto Niccolò: la volontà di nominare le cose con familiarità, di togliere distanza tra chi fa e chi beve, di ricordare che il vino non nasce da un territorio astratto ma da mani precise, da affetti concreti, da storie che hanno un nome e un volto. Già la Rondinella è un comprimario ma vinificato in rosato in terra di Amarone mostra subito di voler raccontare qualcosa di diverso. Nel calice arriva un colore che ha il nome preciso delle cose belle: rosa antico. Non il rosa fragile di certi petali appena sbocciati, ma quello maturo, leggermente velato, di una rosa che ha vissuto. Un colore che non chiede di essere guardato, ma che trattiene lo sguardo. Al naso è un racconto di piccole cose selvatiche e gentili insieme: la ciliegia appena colta, la mela annurca con la sua dolcezza terrigna, un accenno di pomodoro che sa di orto e di estate, i fiori rossi tenui che somigliano a quelli dei bordi di campo. E poi, quasi nascosta, la rosa canina insieme a quel verde selvatico e lievemente speziato che cresce dove nessuno ha piantato nulla, che appartiene alla terra senza chiedere il permesso. Un profumo dolce e fresco insieme, come una mattina di fine estate quando l’aria porta ancora il ricordo della notte. In bocca è fresco, vivo, leggero nei piedi come chi sa dove andare senza bisogno di correre. Poi arriva qualcosa di inaspettato e meraviglioso come l’arancia amara. Non un’arancia qualunque. No, quella che penetra e riempie la bocca con una sensazione tattile, quasi masticabile, che rinfresca e avvolge lasciandi un senso di piacevolezza lunga, pulita, soddisfatta. Un finale che non smette subito, che rimane lì a ricordare che c’è stato qualcosa di bello. Il Sandro è un vino che fa quello che i vini migliori sanno fare: semplifica il mondo. C’è un’immagine che torna, bevendo il Sandro e non è un’immagine da enologia. È quella di qualcuno che ti dice il proprio nome con la mano tesa e uno sguardo diretto, senza cerimonie, senza titoli, senza pedigree. Solo un nome. Solo il vino che è. Valpo è il Valpolicella Superiore DOC. L’unico DOC in produzione. Tocca avere qualcosa che richiami il territorio in fin dei conti.  Corvina, Corvinone, Rondinella affinate in rovere aspettando e assecondando la natura. I profumi prendon forma lentamente in un calice che si colora di granato dal timbro luminoso a ricordar la pietra bagnata dal sole: prima prugna e ciliegia, mature, vive, sostenute da una freschezza che sorprende; poi il lato intimo con fiori delicati, tabacco trinciato, chiodi di garofano, sottobosco balsamico; infine il legno, leggero, sullo sfondo, come un’eco lontano che regala un accenno di vaniglia, poi, di nuovo il territorio. Il sorso è snello, verticale, elegante. Fresco e sapido, con un tannino presente ma gentile, che asciuga senza ferire a lasciare la bocca pulita, viva. Prugna e ciliegia tornano, non appesantiscono, accompagnano. È un vino che non invade, rimane. 𝘓𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘪𝘵à è 𝘭𝘢 𝘴𝘰𝘧𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘳𝘦𝘮𝘢 Con Valpo, la semplicità è misura di autenticità e verità: sembra quel marmo levigato dall’acqua che non cerca la forza, semmai la durata di freschezza rivolta al futuro. Longevità, equilibrio. Valpo fa lo stesso: scorre leggero lasciando il segno. Nessun muscolo da mostrare. Solo fine delicatezza e complessità senza eccessi. Così che si beve con piacere, chiedendo solo silenzio (o tanta allegria) e un altro sorso Arusnati. Anzi no, Auai Arusnati adesso ha cambiato nome perché un produttore vicino ha fatto un vino che si chiamava così.  Un nome che sa di antico, dell’antico popolo degli Arusnati, una popolazione di origine etrusca il cui nome potrebbe derivare dall’eroe, etrusco Aruns. Come gli entruschi vicino Roma, piantarono l’uva in Valpolicella. Arusnati è un blend di uve a bacca bianca: Cortese, Garganega e Malvasia fermentate spontaneamente sulle bucce senza controllo della temperatura eppoi affina e in barrique di acacia.  Prima che Verona diventasse la città di Romeo e Giulietta, prima che gli Scaligeri costruissero le loro tombe gotiche lungo le strade della città, prima ancora che Roma portasse le sue strade dritte e la sua lingua nei boschi del Veronese c’erano gli Arusnati ad abitare queste colline. La Valpolicella fu una terra abitata dai fieri Arusnati, di origine retico-etrusca, che avevano divinità originali nel loro Pagus rispettato dai Romani. Il territorio romano prese il nome di Pagus Arusnatium e corrisponde grosso modo all’attuale distretto della Valpolicella. Non molto è noto di questo popolo: i nomi di alcune delle loro divinità ci sono stati tramandati attraverso il latino: Cuslano, Imnhagalle, Lualda, Schnagalle, Udisna Augusta. Divinità di cui non sappiamo quasi nulla. Nomi che suonano stranieri anche all’orecchio più allenato. Eppure eccoli qui, incastonati nel calcare veronese come fossili, a ricordarci che questa terra ha ospitato gesti e riti e vendemmie molto prima che qualcuno pensasse di classificarli. Niccolò lo sapeva. E quando ha cercato un nome per il suo bianco macerato, un vino che non assomigliava a nessun altro, un vino che era ostico e magnifico come la terra che lo aveva generato, ha guardato sotto i piedi. Ha scavato. Ha trovato gli Arusnati. Ha chiamato il vino Arusnati. Solo che Arusnati non si può chiamare. Non perché il nome sia sbagliato. È il più giusto che esista, storicamente, geograficamente, poeticamente. Ma perché qualcuno ha già registrato quella parola. Un birrificio, un altro produttore, un marchio. La burocrazia del vino ha le sue ragioni, che la ragione del vino a volte non conosce. Così Niccolò ha dovuto trovare un altro nome. E ha scelto Auai. Una parola che suona come un’eco lontana, come qualcosa udito attraverso i secoli, come il verso di un uccello che nessuno sa più identificare. Una parola che porta dentro di sé quella stessa alterità che ha il vino. Quella strana, scomoda, meravigliosa distanza dalla rassicurante normalità del gusto. Ma il nome originale rimane. Vive sotto, come le iscrizioni nel museo. Come le radici dei viti che scendono in profondità che l’occhio non vede. Garganega, Cortese, Malvasia Istriana e altre varietà a bacca bianca, raccolte insieme, senza separazioni di convenienza. Una vasca di acciaio da dieci ettolitri. Lieviti indigeni, fermentazione spontanea, nessun controllo della temperatura, lasciata oscillare tra i 19 e i 22 gradi come un respiro naturale. Il mosto fermenta in presenza delle bucce. Questo è il punto. Questo è il gesto che trasforma tutto. Poi in barrique di acacia per 16 mesi. Non in rovere. In acacia. Per le sue note gentili, che non vuole dominare, che accompagna senza sopraffare. Nessuna filtrazione. Nessun intervento che non fosse strettamente necessario. Il colore è oro. Non il giallo pallido, non paglierino, oro. Come quello di certi pomeriggi di settembre sulle colline della Valpolicella, quando la luce bassa prende i filari di taglio e li trasforma in qualcosa di antico. Al naso arriva tutto insieme, senza ordine di presentazione: erbaceo, miele di acacia, camomilla. Poi tiglio e menta, quasi medicinali nel senso più nobile. È il senso delle erbe di montagna. La frutta è disidratata, concentrata: mela e pesca che hanno perso acqua e guadagnato profondità, albicocca che sa già di confettura artigianale. Uno zest di arancia a ricordare che il frutto era fresco, una volta. Sentori quasi legnosi, appena accennati. È solo il segno del legno di acacia, presente ma discreto, come un ospite educato. In bocca Auai si apre, non si distende, non si adagia. Si apre, come una porta che girava arrugginita e poi cede. E dentro c’è tutto. C’è freschezza. Ci sono tannini. Veri, concreti, leggermente aspri. Auai non ha paura di essere sé stesso. Torna l’albicocca, come un tema musicale che si ripresenta nel finale. Un vino divisivo. Non nel senso deteriore della parola. Non divisivo come qualcosa che fa litigare, ma divisivo come qualcosa che rivela. Chi lo beve o lo ama o non lo capisce. E in entrambi i casi, ha ragione. Bassa gradazione alcolica bassa, sapido, quasi masticabile. È un vino vero, nel senso in cui certe cose antiche sono vere: non perché siano perfette, ma perché non fingono niente. Nella zona della Valpolicella era comune la coltivazione a bacca bianca e il vino proprio più pregiato che veniva fatto era il Recioto. La Garganega aveva le recie (orecchie) non l’uva rossa. Si faceva l’appassimento e via. Con Arusmati facciamo si fa la macerazione ma non l’appassimento. Con Il Vin del Leo arriva un leggero appassimento.  È fatto come un Amarone ma non mi piacciono i vini con lunghi appassimenti perché sono vini un pò troppo complessi. Ho accorciato l’appassimento a circa un mese, legno per un anno e mezzo, tre anni di affinamento in bottiglia. Leo era mio nonno.  Ha i sentori dell’amarone ma con una maggiore bevibilità.  Forse sono troppi vini per un ettaro, ma Niccolò è curioso e sperimenta. Impara e impara con e attraverso i vini. Sa che è importante anche se da un punto di vista commerciale non l’aiuta certamente. Ma tanto lui è felice così. Sostiene di fare il lavoro più bello del mondo e di comprare una Porsche non gliene frega assolutamente nulla. PS Antica Valpolicella è a Fumane (VR) proprio sopra Sant’Ambrogio in Valpolicella e ad est del Lago di Garda. Una volta arrivati qui capirete senz’altro perché Niccolò abbia deciso di viverci Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica Arrow Right Top Bg

25 Marzo, 2026

Best Wine Stars. Il vino incontra l’estetica

  Gioielli, arredamento, moda, vino. Cosa hanno davvero in comune?
A pensarci bene non è soltanto una questione di lusso o di estetica. È qualcosa di più antico e, se vogliamo, più semplice. Il desiderio umano di abitare il mondo con grazia.
Potremmo chiamarlo edonismo, ma sarebbe riduttivo. È piuttosto quel sentimento che Oscar Wilde avrebbe definito con eleganza: Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
Un gioiello nasce dal fuoco che fonde l’oro e dalla pazienza di mani che incastonano pietre. Un mobile dal legno di alberi che hanno visto più stagioni di noi. Un abito da fibre vegetali o animali trasformate in tessuto. Il vino da una vite che affonda le radici nella terra e combatte ogni anno la sua piccola battaglia contro il tempo. Tutti nascono da materie primordiali. Tutti sono figli della terra. Eppure, questi mondi raramente si parlano. Si sfiorano, si usano, talvolta si ignorano.
Forse perché alcuni di loro, soprattutto quelli più sedotti dall’industria, hanno dimenticato la loro origine. Il vino, invece, non può permetterselo. Perché il vino è memoria liquida. È paesaggio. È racconto.
E raccontarlo bene significa portarlo nello stesso territorio narrativo dell’arte, del design, della moda. Significa sottrarlo all’idea riduttiva di semplice bevanda e restituirgli la sua dimensione culturale. È esattamente su questa linea di confine che si muove Enzo Carbone, fondatore di Prodes Italia, l’azienda che organizza a Milano uno degli eventi più interessanti del panorama contemporaneo: Best Wine Stars. Un architetto che costruisce relazioni Enzo Carbone è pugliese, di Bari. Ma come molti spiriti curiosi ha seguito la traiettoria che porta verso Milano, la città dove, come scriveva Carlo Emilio Gadda le idee si muovono con la velocità dei tram. Arriva per studiare architettura. Poi la vita, come spesso accade, prende una direzione inattesa. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in alcuni studi di design e architettura. Nel frattempo, avevo creato una community web dedicata al design. Mi sono ritrovato con tantissimi contatti e da lì è nato prima un progetto editoriale e poi l’idea di un evento durante il Fuorisalone. Il design, a Milano, è quasi una religione laica. Durante il Salone del Mobile la città diventa una grande scenografia diffusa, un teatro urbano dove creatività e mercato si incontrano. È in quel contesto che nasce il primo esperimento. Durante il Fuorisalone lanciamo un primo evento. Da lì iniziamo a farlo crescere e ad affiancarne un altro dedicato al mondo del gioiello. Nel 2012 prende forma Artistar Jewels. Non soltanto una esposizione. Un piccolo universo: mostre, laboratori, cene, talk, premiazioni. Un catalogo finale curato come un libro d’arte e una piattaforma e-commerce pensata per i buyer. Un format. E i format, quando funzionano, sono come le buone vigne: prima o poi producono frutti. Poi il vino entra in scena A un certo punto la domanda diventa inevitabile: perché non portare questo modello anche nel vino? Enzo ha quella calma tipica di chi riflette prima di parlare. Come se le sue parole avessero bisogno di un adeguato affinamento. Riflessività certo ma anche grande capacità di guardare al contesto, di comprendere. Questo format era per il settore del design prima e del gioiello poi. Decidiamo di replicarlo in un altro settore e dopo alcune analisi decido di proporlo al settore del vino. Partiamo a fine 2017 a lavorarci su per poi dar vita, a maggio 2018 alla prima edizione di Best Wine Stars La location è il Museo Diocesano, nel suggestivo Chiostro di Sant’Eustorgio. Uno spazio raccolto, quasi contemplativo. Le cantine, abituate alle sale anonime degli hotel o ai grandi padiglioni fieristici, si trovano improvvisamente dentro una cornice che ricorda più un film d’autore che una fiera. Settanta aziende partecipano alla prima edizione. Per un debutto è già un piccolo successo. Eppure, il mondo del vino non è sempre pronto a capire. Sarà perché è come se fosse al paleolitico della comunicazione Se osservato da lontano, il vino sembra un universo luccicante. Etichette blasonate, castelli, vigne secolari. Il cinema lo ama anzi, lo celebra come la letteratura lo ha celebrato infinite volte, da Ernest Hemingway a Mario Soldati. Ma chi vive davvero la vigna sa che la verità è molto più semplice: terra, sole, lavoro. Persone spesso lontane dai riflettori delle città. Per questo la comunicazione, nel vino, rimane spesso un territorio inesplorato. All’inizio le aziende vitivinicole comprendevano un po’ meno il nostro format. Noi però abbiamo insistito. Fotografavamo tutte le bottiglie, curavamo ogni dettaglio. Abbiamo lavorato davvero tanto nelle edizioni 2018 e 2019. La sensazione è che, su questo fronte, il settore non sia cambiato poi così tanto. Molti eventi vinicoli sono ancora legati a un rituale elementare: si apre la bottiglia, si versa il vino, si spera che qualcuno importante passi di lì. Se accade bene. Se non accade, si riproverà alla prossima fiera. Comunicazione? Posizionamento? Storytelling? Spesso rimangono parole sospese. A un certo punto mi sono reso conto che per noi era uno sforzo enorme che non veniva riconosciuto. Così dalla quarta edizione abbiamo eliminato l’e-commerce e il libro e ci siamo concentrati ancora di più sull’esperienza dell’evento. Il Palazzo del Ghiaccio Nel frattempo Best Wine Stars cresce. Si trasferisce al Palazzo del Ghiaccio, uno degli edifici liberty più affascinanti della città. Arrivano aziende estere. Entrano anche spirits e realtà gastronomiche. Dalle 70 cantine iniziali si arriva alle 160 aziende del 2025. Un percorso che si realizza mantenendo una scelta precisa: privilegiare cantine medio-piccole, realtà che spesso non hanno grandi mezzi per comunicare. Quando i visitatori assaggiano questi vini rimangono stupiti. Perché c’è una selezione molto attenta delle aziende. Il punto è proprio questo: selezionare. Non tutto. Ma ciò che merita di essere raccontato. E per raccontarlo occorre prendersi cura dei narratori, di coloro che vivono l’azienda, realizzano i prodotti. Ecco perché Best Wine Star si prende cura degli espositori. Parlando con Enzo è la sua attenzione quasi artigianale per i dettagli organizzativi. Cerchiamo di offrire agli espositori un’esperienza il più possibile leggera. Ci occupiamo noi della logistica, delle spedizioni. Allestiamo i desk. Le bottiglie arrivano in magazzino e se l’azienda ha bisogno di altre referenze basta un messaggio WhatsApp: in due o tre minuti arrivano. Ghiaccio illimitato. Calici illimitati. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Chi ha frequentato fiere del vino sa quanto la logistica possa diventare un incubo. Per continuare a prendersi cura delle aziende, occorrono due elementi fondamentali. In primis la comunicazione. Parlare di vino, ma in modo diverso. Trovare modi nuovi di comunicare utilizzando, ad esempio, le masterclass ed i talk (che a Best Wine Star sono ad ingresso gratuito). Devono essere un ulteriore servizio alle aziende. Un ulteriore palcoscenico. Una scelta dettata dalla volontà di portare giornalisti e coloro che possono raccontare di esperienze particolari. A tenerle sono giornalisti, comunicatori, anche dj. Insomma, un modo diverso per parlare di vino. E qui torna quella contaminazione tra mondi di cui parlavamo all’inizio. Il vino non vive isolato. Respira la stessa aria della musica, del design, dell’arte. Il secondo elemento sono i collegamenti di business che si concretizzano in una piattaforma web che vive prima e dopo l’evento senza fermarsi ai tre giorni della manifestazione.   Abbiamo creato una piattaforma web di nostra proprietà web dove sono caricai tutti gli espositori con le informazioni e la posizione all’interno del Palazzo del Ghiaccio. Tutti i visitatori, buyer inclusi, sono obbligati ad iscriversi alla piattaforma. Il buyer può anche fissare autonomamente appuntamenti tramite i calendari, possono scambiarsi messaggi con le aziende. Nel 2025 ci sono state oltre 70.000 interazioni tra aziende e visitatori. La apriamo circa un mese prima dell’evento e rimane attiva per un mese post evento Il vino continua a parlare non arresta il suo spirito comunicativo. Una sorta di continuità prima, durante e dopo l’evento. Non è solo una piattaforma ma l’universo delle possibilità che ogni azienda può cogliere. Con Enzo Carbone si continua a percepisce la sua calma. Non quella distaccata di chi osserva il mondo dall’alto, ma quella concreta di chi costruisce passo dopo passo. Per strada forse non lo noteresti. Ma quando inizi a parlarci emerge qualcosa di raro: una modestia autentica. Cosa questa che nel mondo degli eventi del vino, dove spesso l’ego viaggia a gradazioni più alte del tasso alcolemico medio, non è cosa comune. Forse è anche per questo che Best Wine Stars ha trovato una sua identità precisa. Non è una fiera come le altre. Da una parte i consumatori, curiosi e appassionati. Dall’altra i professionisti: buyer, ristoratori, distributori. Un equilibrio difficile. Molti eventi puntano quasi esclusivamente sul pubblico pagante. Altri, come Vinitaly, sono fortemente orientati al business. Qui invece le due dimensioni cercano di convivere. La prossima edizione di Best Wine Stars si terrà dal 16 al 18 maggio 2026 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. Ma mentre ne parliamo, Enzo e il suo team stanno già pensando alla successiva. Perché gli eventi, come le vigne, non si costruiscono in un giorno. Serve tempo. Visione. E quella pazienza antica che appartiene a chi lavora con la terra. O con le idee. Ci vediamo a Milano.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Maria Faretra. Il mio brand parla di me Arrow Right Top Bg

20 Marzo, 2026

Maria Faretra. Il mio brand parla di me

  Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni in un microsecondo, mettiamo caso ad un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: aborigeno, ma io e te cazzo se dovemo dì? Erano gli anni 90. Internet si affacciava nella vita di noi che in quegli anni già c’eravamo. Lo sketch di Corrado Guzzanti sembrava emblematico di quella folle corsa a connettere persone in ogni parte del globo. Internet come elemento di democrazia ed uguaglianza. Utopia. Oggi è rimasta solo la finta socialità: tutti pronti a condividere qualcosa su Instagram o Facebook senza poi nessuna voglia di avere rapporti in prima persona. Prima di Internet dei miei amici conoscevo i numeri di telefono a memoria. Non perché avessi buona memoria ma perché erano pochi. Oggi, se non hai migliaia di amici su Facebook sei uno sfigato. Ma sfido chiunque a dire che li conosce tutti (anche se forse occorrerebbe riformulare bene la definizione di conoscenza e amicizia).  Internet però, quando usato bene, ha aperto la strada a tante cose veramente buone. Mia madre ad esempio, prima di Skype (a proposito, non c’è più, lo sapete? Divorato dalla brevità della vita online attuale) scriveva una lettera al mese a zia Elisa che vive vicino New York. Quando le installai Skype era scettica. Poi la trovavo a fare le videochiamate ogni sera con la zia Elisa. Erano meravigliosamente tenere.  Ecco questa è la bellezza e l’utilità della tecnologia. Quella stessa tecnologia che aiuta Maria Faretra a realizzare il suo sogno di bambina.  Io sono figlia di viticoltore. Il mio papà ha sempre avuto la passione per l’uva. Sono quarant’anni che noi produciamo uve da vino che abbiamo poi sempre venduto. La trasformazione è arrivata dopo, perché per mio papà era proprio una passione, visto che era un business secondario. Ha portato avanti questa cosa ma nel frattempo ha messo su un’azienda commerciale. Con i miei fratelli abbiamo sempre vissuto l’azienda agricola, come la passione del papà. Ho ereditato 15 anni fa, così come i miei fratelli, tutti quanti abbiamo i nostri vigneti con aziende separate. Siamo sei figli. Ognuno ha la sua azienda agricola con suo vigneto e ognuno gestisce in modo indipendente. Tutti producono vino.  Orta Nova Un paesone della Capitanata di Foggia, parte di quella grande pianura che è il Tavoliere delle Puglie. Qui si produce uva, da vino e da tavola, da sempre. Da poco si imbottiglia. Eppure la DOC Orta Nova è del 1984, lo stesso anno di creazione del Chianti. Solo che qui produrre uva in grande quantità per poi rivenderla è sempre stato più conveniente che produrre vino.  Maria Faretra è una donna raffinata e spigliata. La provenienza pugliese emerge solo saltuariamente, forse quando abbassa un pò la guardia. In fondo vive a Londra da subito dopo la laurea. Li ha studiato marketing laureandosi ulteriormente. Li ha incontrato quello che sarebbe diventato suo marito (ancorché italiano pure lui). Li ha dato alla luce una bambina. Li adesso vive. Li gestisce la sua Azienda Maria Faretra Apulia. Posso realizzare il mio sogno. Non mi sono preoccupata della distanza perché per me non ci sono limiti.  Non ci sono limiti grazie alla tecnologia. 15 anni fa infatti, Maria prende in mano le terre ereditate e inizia il progetto di riconversione dei vigneti al biologico così come la scelta dei vitigni. Non certo per trasformare vino, o almeno non subito. Un conto è gestire, a distanza, sei ettari ereditati più altri 9 acquistati, per produrre e vendere l’uva, altro imbarcarsi nella produzione di vino. Eppure, chiunque parli con Maria capisce di trovarsi davanti una donna dinamica, colta, preparata. Non solo sul vino: sul marketing, sulle vendite, sulle relazioni, sulla comunicazione. Una donna che, sono certo, da filo da torcere a chiunque e a qualunque livello. Con queste sue caratteristiche, legate anche ad una sana dose di determinazione, la portano a progettare il suo sogno, nei dovuti tempi, in ogni minimo dettaglio. Anche se poi l’imprevedibile COVID, come in tanti altri casi ci ha messo lo zampino.  Ho dovuto rinunciare ai fondi europei per fare la piccola cantina. Con soldi lì pronti per iniziare. Un enologo che mi parlò dell’esistenza del Malbec nel disciplinare. Io ho un’amore particolare per il Malbec. Decido, soprattutto sulla base del fatto che era presente nella nostra zona dalla metà dell’ottocento, di produrlo. In effetti il Malbec è presente in Puglia da prima della fillossera, probabilmente portato dai francesi nelle operazioni di reimpianto dei vigneti. Sicuramente poco diffuso per via dello strapotere dei vitigni autoctoni pugliesi, la sua adozione da parte di Maria non può che evidenziare il suo acume: perché andare a produrre solo qualcosa che c’è già? A pensarci benei, proporre un rosato (e un rosso) da Malbec in terra di Bombino, Nero di Troia, Primitivo e Negroamaro, potrebbe essere una soluzione vincente.  L’Orta DOC comunque propone anche il Lambrusco Maestri, il Trebbiano Toscano e il Montepulciano. Retaggio delle grandi produzioni che venivano poi portate la dove queste uve vengono utilizzate maggiormente.  Voglio e mantenere viva questo pezzo di storia, anche se meno antica. Decido che farò qualcosa che altri loro hanno fatto: un rosato di Malbec in purezza. Poi un metodo classico da Malbec. Una voglia di fare, un sogno, una identità. Quella di Maria e del suo territorio. Un “suo” che può sembrare fuori luogo per una donna che da anni vive a Londra. Ma non lo è per nulla. Maria torna ad Orta Nova almeno una volta al mese. Suo papà vive ancora li. La sua famiglia, casa, è in Puglia. Quando qualcosa ti scorre dentro, non c’è altro luogo che puoi sentire come casa.  Si chiama Filopatria, dalla crasi delle parole philos (amore in greco) e patria: amore per la patria. Sono definite tali alcune specie animali come le tartarughe marine o i salmoni che tornano nel luogo in cui sono nate per deporre le uova e far nascere la propria progenie. C’è qualcosa di ancestrale nella terra in cui siamo nati. Un legame che ci segna, nel bene e nel male.  Non so bene perché Maria abbia scelto di andar via dalla Puglia ma il sospetto che qualcosa a che fare con la sua determinazione e intraprendenza la abbia, è forte. Ho pensato a questo quando mi ha iniziato a raccontare dei suoi vini. Ha iniziato con Teméria, il rosato da Malbec e il modo con il quale ha pronunciato Teméria, è stato rivelatrice.  La mia prima etichetta, Temeria, è il rosato da Malbec. Raffigura una donna dell’ottocento. Lei parla di me, la temeraria, la donna che non ha paura che, per inseguire i propri desideri, è disposta a rischiare.  Una uva internazionale. La voglia di dare una seconda vita in una identità completamente nuova nell’ambito della Capitanata.  Un invito alle donne di oggi: siate coraggiose. Perché le donne di oggi sono fortunate rispetto alle donne dell’ottocento che non potevano esprimersi. Non avevano la possibilità di avere una posizione nella società. Nella società di oggi si perde la connessione di quanto siamo fortunati rispetto al passato. Non possiamo perderci questa opportunità di gioire, di essere felici e magari alle donne occorre dare lo stimolo ad essere coraggiose e fare quello in cui credono a prescindere a quello che può essere il contesto sociale, dove vivono o quello che il loro passato o la loro situazione. Essere coraggiose. Maria vive in un contesto dove l’emancipazione è realtà. Dove non ci sono differenze tra uomini e donne, tra persone di colore e nazionalità diverse. L’integrazione multiculturale è una realtà. Teméria è l’invito a guardare oltre. Oltre gli occhi di una donna. Occhi che non si vedono per via di uno stappo sull’etichetta. Un gesto di rabbia e determinazione per affermare come dietro gli occhi di Teméria non vi sia solo il contenuto della bottiglia, ma il mondo intero.  Gli occhi sono lo specchio dell’anima e strapparli, non farli vedere, è una forma di protesta contro il patriarcato del passato del presente: non puoi prendere la mia anima. Una etichetta che parla di Maria. Della voglia di un progetto realizzato senza paure. Nemmeno quella di gestire tutto a distanza. Fregandosene di chi pensa non sia possibile. Sia della distanza sia che sia una donna a farlo.  Le tecnologie consentono a Maria di essere completamente dentro la parte agricola ed enologica nonché avere un contatto diretto e giornaliero con le persone che lavorano nell’azienda. Sento costantemente l’agronomo e parliamo del forecast meteorologico. Lui fa sopralluoghi e mi parla della situazione così che insieme decidiamo se fare una scelta piuttosto che un’altra. Stessa cosa con l’enologo. Il rosato ad esempio deve avere una struttura che permetta di invecchiare. Qualcosa che duri. C’è questa cultura italiana, ma solo italiana per la quale il rosato dell’anno precedente è già vecchio. Follia totale. In Svizzera mi chiedono l’annata prima.  Ma chi l’ha detto che il rosato debba essere necessariamente fresco e bevuto giovane? Non è certo un tema di tannini, solforosa o altro, quanto semmai il gusto che da fruttato fresco può virare verso qualcosa di più candito. Ma sono gusti ed è bene che vi siano diversità nel consumo. Nel raccontare i vini di Maria Faretra mi sono accorto che, più che degustarli, li si ascolta. Come quando si poggia l’orecchio su una conchiglia e dentro si sente il mare. Ogni calice sembra custodire una voce diversa: a volte lieve, a volte appassionata, a volte calda come una pietra rimasta tutto il giorno sotto il sole del Sud. E così, uno dopo l’altro, questi vini iniziano a parlare. Teméria. Malbech Rosato Screenshot Teméria ha il colore dei tramonti che non vogliono finire. Quel rosa antico appena aranciato che ricorda certi cieli di fine estate quando il sole scivola lento e lascia dietro di sé una luce gentile, quasi nostalgica. Il profumo non fa cerimonie. Arriva diretto, con la semplicità delle cose vere: fragoline di bosco appena colte, un soffio di basilico e di salvia, piccoli fiori rossi che sembrano sbucare tra le pietre di un sentiero mediterraneo. Nulla di ridondante, nulla di costruito. Solo la sincerità di un rosato che non vuole stupire ma accompagnare. Poi il sorso. Fresco, sapido, luminoso. Entra in bocca con una energia improvvisa, quasi marina, e subito si allarga portando con sé agrumi, frutta rossa e quella nota verde di basilico che accende il palato come una brezza leggera. Non resta a lungo, Temeria. Ma forse è proprio questo il suo segreto: lascia la bocca pulita, limpida, con quella sensazione di sete gentile che invita immediatamente a un altro sorso. È il vino delle conversazioni leggere, delle tavole senza formalità, di quei momenti in cui non serve spiegare nulla. Basta bere. Voglio raggiungere obiettivi di qualità biologica e intervenire, grazie alla tecnologia, il meno possibile. Vogliamo sviluppare il microbiota del terreno per ovviare all’impoverimento del terreno per via delle coltivazioni convenzionali.  L’idea di Maria è avere un pannello di controllo fatto da sensori e telecamere sia in campo che in cantina. Una cantina che ancora non sarebbe sostenibile. Una scelta ponderata ed effettuata all’insegna del pragmatismo.  Un progetto monovarietale Sei etichette nel progetto, al momento cinque con l’ultima arrivata il Nero di Troia. Nel 2026 arriverà il metodo classico. Tutte da monovitigno.  Il mio è un progetto monovarietale. Ognuno di noi è speciale così come il singolo varietale è speciale, unico. Quello che voglio fare è un tipo di trasformazione che dia la possibilità di assaporare la completezza e l’unicità di quella varietà. Sapendo che non c’è perfezione ma c’è identità. Noi abbiamo una personalità fatta di pregi e difetti. Questo ci rende unici. Non vogliamo la perfezione anche perché parliamo di natura:  come possiamo ricercare la perfezione in natura? I blend in fondo nascono per nascondere o aggiustare le caratteristiche dei varietali. Un concetto che ha un fondo di verità. In effetti, i blend nascono per sfruttare le caratteristiche dei singoli vitigni attraverso loro fusione così da realizzare qualcosa di speciale. Lavorare con il singolo vitigno invece fa si che si abbia tra le mani solo certe caratteristiche. Con quelle occorre lavorare e sfruttare al massimo delle possibilità. Due approcci diversi e complementari, entrambe validi e distintivi. La cosa strana, in questo caso è la scelta dell’enologo che è Marco Mascellani che, come scritto in un mio articolo, Marco Mascellani, l’enologo delle permutazioni, è un mago nei blend. Marco è un professionista serio e soprattutto in grado di gestire ottimamente blend e monovarietali così come fa con successo in tante realtà pugliesi e non solo.  Il nero di Troia rosato è Sontuosa. Una immagine eterea, quasi sospesa. Androgina e volutamente androgina. Quando ho pensato alla mia linee di vini, ho pensato di dare un nome ad ogni etichetta che sposasse l’identità di quell’uvaggio. Sontuosa è un vino legato alla bellezza e all’eleganza dell’essere. Un volto androgino reso ancora più misterioso dall’assenza di labbra. Che decida chi prende in mano la bottiglia se l’etichetta raffigura un uomo o una donna. Poco importa cosa sia. L’importante è ciò che vuole essere e rappresentare. Ciò che chi lo beve deciderà che sia. Perché sennò questo mondo è sempre maschio o femmina. Vogliamo essere anche qui inclusivi.  Come per Teméria, a rivelare il contenuto della bottiglia è lo strappo. Un ulteriore invito all’esperienza. Il Nero di Troia ovvero l’Uva di Troia, in barba alle tante leggende che ne attribuivano l’arrivo in Puglia tramite Diomede, è in realtà il risultato di un incrocio tra Bombino Bianco e Uva Rosa. Se la scelta del monovitigno può sembrare, proprio con l’Uva di Troia, una contraddizione in termini, è invece un inno al rispetto della natura e la dimostrazione di cosa essa possa regalare. Sontuosa. Rosato di Nero di Troia Il colore ha qualcosa di aristocratico: un arancio vivo, elegante, quasi luminoso. È il tipo di tonalità che promette grazia ancora prima di avvicinare il bicchiere. Al naso Sontuosa parla piano. Un accenno di pomodoro fresco, un velo di ciliegia, la scorza sottile dell’arancia. Poi la mela croccante, i fiori rossi, non la rosa, ma qualcosa di più penetrante e selvatico, come un mazzo di petali appena sparsi su un tavolo. C’è una delicatezza quasi sensuale in questi odori. Ricordano quei profumi che si percepiscono quando qualcuno passa accanto e l’aria resta sospesa per un attimo. Il sorso è fresco, quasi pungente all’inizio, come una scintilla. Poi si dissolve lentamente lasciando una traccia floreale che rimane sul palato come un pensiero quieto. È un vino che non alza la voce. Preferisce sussurrare. E in quel sussurro c’è una grazia rara, fatta di equilibrio e di calma, come certi pomeriggi in cui il tempo sembra rallentare.   Eloquio. Malbech 2023 Eloquio è il Malbec in purezza. Eloquio, eloquenza, conversazione raffigurata da due immagini che sussurrano. Nel calice Eloquio si presenta con un rosso rubino pieno, vivo, quasi narrativo. Il nome non è casuale: questo vino sembra davvero voler raccontare qualcosa. Il primo racconto è quello della frutta scaldata dal sole. Ciliegia succosa, prugna matura, la scorza luminosa dell’arancia. Ma tutto resta sorprendentemente fresco, come se un soffio balsamico attraversasse il frutteto e ne tenesse intatti i profumi. Tra i sentori affiora anche una sfumatura di sottobosco, discreta, che aggiunge profondità come una frase improvvisa dentro una poesia. Poi arriva il sorso, ampio e pieno. La ciliegia ritorna, vibrante, quasi da mordere. La prugna la accompagna con una dolcezza succosa che riempie la bocca e la rende rotonda, generosa. È uno di quei vini che non chiedono di essere analizzati ma vissuti, quasi masticati, come se il frutto fosse ancora lì, intero. Eloquio ha l’eleganza calda di un drappo rosso mosso dal vento che si solleva per poi ritornare a donare calore. Non è un vino pesante, ma possiede una densità emotiva che resta a lungo. È un vino che parla. E quando lo fa, parla direttamente al cuore. La vera ed autentica non è ampollosa né gonfia. Nasce invece dalla semplicità. Petronio Arbitro Aveva ragione Petronio. Occorre quella semplicità che l’uso del solo acciaio offre a  rappresentare il territorio con il suo equilibrio. Da gustare con calma, rispettando i ritmi blandi del territorio.  Mi piaceva l’idea di una conversazione che potesse essere un momento intimo così come un qualsiasi momento tra amici, in famiglia. Il ricordare che un calice di vino è un momento di condivisione per stare insieme.  Avete mai pensato a come quando due persone parlano fitte fitte, si crei una sorta di dimensione parallela? Sospesi, concentrati, interessati e coinvolti nell’ascoltare prima, parlare poi. Una sorta di necessità di vivere quel momento con unicità.  Ecco allora che un calice di vino deve essere un momento per stare insieme, condividere quel momento con chi si ama o con chi ci fa stare bene.  Una essenza questa che in molti hanno dimenticato. Troppo attratti dai mordi e fuggi della vita, da quella tecnologia che ci portiamo sempre dietro e alla quale prestiamo più attenzione rispetto a chi abbiamo davanti. Pensate al controsenso: stiamo a tavola con qualcuno e ci preoccupiamo dei messaggi che riceviamo. La verità è che non riusciamo a scegliere con chi stare.  Maria è profonda nelle sue osservazioni. C’è si del sano marketing ma di quel marketing che va alla ricerca di sensazioni vere che devono avere un reale fondamento per essere raccontate. Sensazioni che il vino e la convivialità dovrebbero indurre senza pensare a null’altro che questo. Idolatrare il vino mettendolo su un piedistallo, come vedo spesso fare dai parrucconi del vino, vuol dire portarlo fuori dal suo luogo preposto: la tavola. È a tavola che avviene la conversazione conducendo, chi vuole entravi, in quel mondo parallelo che si desidera costantemente. Provate in una tavola ad estraniarvi ed osservare gli altri che dialogano. Vi potreste sentire come spettatori di una commedia. Carpireste sentimenti, idee, progetti. Pezzi di vita.  Gran parte dell’uva di Maria viene ancora venduta. L’azienda è in fondo ancora una start up ancorché impegna Maria tutta la giornata. C’è da curarsi della conduzione della parte agricola ed enologica più quella commerciale, di comunicazione. Questo vuol dire dirigere una azienda e io, che frequento grandi aziende da una vita, non ho visto amministratori delegati uscire tanto spesso dal proprio ufficio. Che stia a migliaia 2082 km di distanza, che importa? Stare dietro a tutto sembra facile ma facile non è. Tutto è follemente impegnativo. Non pensavo davvero. Mi piace molto il mondo del vino. Ci credo tantissimo, nonostante insomma, quello che al momento sembra poco rincuorante. In Inghilterra ho preso la licenza di importazione e distribuzione. Quindi devo sviluppare questo in Inghilterra promuovendo le piccole cantine condotte da donne. L’approccio meraviglioso. Le donne imprenditrici, piccole cantine, dinamicità, voglia di fare, multitasking. Una marcia pazzesca. Le donne e Maria hanno una marcia in più. Le donne rischiano nelle cose in cui credono e il Malbec per Maria costituisce esempio e segnale forte. Lo stemma che noi pugliesi ci portiamo è che in Puglia c’è solo quantità e non qualità. Chi fa la qualità in Puglia deve pretendere il prezzo. Abbiamo bisogno di caricarci e ritornare all’assalto. Le piccole cose che portano ad esporsi in maniera attiva. Ho fatto fiere a Dublino, Ginevra, VinItaly India, Vinitaly, Monaco di Baviera, Napoli. Sono stata molto attiva creando molte relazioni. Maria sta costruendo la sua esperienza passo dopo passo. Il marketing, la comunicazione, lo sviluppo dell’estero. Una mentalità che va oltre quella di una realtà meramente agricola per utilizzare contesti propri di altri settori più evoluti. Per essere un’azienda al secondo anno di trasformazione nella quale c’è un lavoro incredibile, 24 ore al giorno da due anni non stop, le piccole soddisfazioni le ho avute. Ho vinto di premi per il design delle etichette, un premio Falstaff per il Nero di Troia. Al secondo anno va bene. Le aziende arrivano a fare determinate cose dopo 10, 15 anni. È importante il feedback della gente. Io devo fare innamorare il Winelover. Tutti quelli che si affacciano al mio prodotto, per me sono importantissimi. Ecco un altro meraviglioso esempio di diversità di approccio. Quasi tutte le aziende che conosco quando si approcciano ad un evento del vino vogliono solo avere a che fare con distributori snobbando i winelover. Un approccio dettato certamente dalla necessità di trovare sbocchi commerciali ma miope poiché non orientato a far conoscere il brand prima, il prodotto dopo al Cliente, il consumatore. Ogni azienda ha nel brand il valore più grande. Dal brand deriva la reputazione, la considerazione che le persone hanno dei prodotti che esso propone. Ecc. ecc ecc.   Io voglio portare qualità sulla tavola. Ma con un prezzo giusto che tutti possano comprare e bere qualità. Maria non solo è esperta ma anche coinvolgente. Se qualcuno pensa di trovarsi dinanzi una donna sprovveduta, avrà pane per i suoi denti. Azzanna! Io sono soddisfatta, considerando tutto sono molto soddisfatta per quello che stiamo facendo. Immagino quale potrebbe essere il potenziale. Il Primitivo è le Pietre Parlanti. Parla della natura del mio terreno ovvero parte della Capitanata. In passato i terreni avevano delle rocce di natura marina. Non su tutte le aree l’agricoltura era possibile tant’è vero che esisteva la transumanza dall’Abruzzo, un modo per fare soldi affittando i terreni come pascolo. Terreni senza valore. Diceva mia nonna che c’era talmente tanta povertà che anche per un gallo ti regalavano un terreno. Grazie alla tecnologia ovvero a macchinari capaci di rompere la roccia madre, sollevarla e frantumarla (lavorazioni che sui nostri terreni abbiamo dovuto fare) i terreni sono diventati coltivabili. La natura è questa però e i sassi ci sono e ci saranno sempre. Ecco perché l’etichetta parla delle pietre che raccontano storie. Pietre Parlanti. Primitivo 2023 Il nome sembra già suggerire un paesaggio: pietre bianche, sole alto, silenzi lunghi. E infatti questo Primitivo profuma proprio di calore. Ciliegie mature, prugne gonfie di sole, la scorza dell’arancia che porta con sé una luce quasi mediterranea. È una frutta che sembra essersi abbandonata alla maturità, come se avesse respirato per mesi il respiro caldo della terra. Eppure, dentro questo calore, arriva una brezza inattesa: una vena balsamica, quasi marina, che attraversa il vino e lo rende vivo, dinamico. In bocca Pietre Parlanti si apre lentamente. Si espande, si allarga, come certi racconti che prendono tempo prima di arrivare al punto. La frutta ritorna piena, intensa, mentre una leggera nota amarognola sul finale spezza la dolcezza e riporta tutto in equilibrio. Il tannino è morbido, quasi vellutato. La sapidità accompagna il sorso con discrezione, rendendolo scorrevole, naturale. Non è un vino che vuole dimostrare qualcosa. È un vino che invita semplicemente a berlo, a lasciarlo scorrere mentre le parole si fanno più lente e la tavola si riempie di storie. E forse è proprio questo il segreto delle pietre: quando restano abbastanza a lungo sotto il sole, prima o poi iniziano a parlare. Mi sento di essere li. Prima o poi tornerò in Italia. Mio marito è italiano ma è venuto qui quando aveva venti anni. Tutta la sua esperienza lavorativa è anglosassone. Quando vede le cose che devo fare per lavorare in italia mi dice: tu sei pazza. Difficile per un inglese o comunque per un non italiano il lavorare in italia. È tutto troppo diverso. Tutto complicato. Non ce ne rendiamo conto o forse si. Ma questo è. Lo accettiamo.  Maria e il sogno di una piccola masseria, un agriturismo. Un luogo dove poter vivere il proprio sogno e farlo vivere a chi desidera un’esperienza. Per vivere il racconto nel luogo dove nasce. Filopatria. Ritorno in patria. Per Condividere il mondo del vino. Un mondo bello, fatto di gioia che unisce persone in un momento di relax. Persone che si aprono in un momento bello che rifugge tensioni e preoccupazioni. Tutti noi abbiamo la nostra sfera di vita, ma nel momento in cui ci approcciamo ad un vino, mettiamo da parte tutto e approcciamo un modo di gente sorridente. Con una bella energia.  La mia idea è il far conoscere a più persone tutto l’impegno che tutti i giorni, io ci metto per dare a un prodotto di qualità che sia fedele al 100% a quella identità che parla del territorio. E parla anche di questa passione, che poi alla fine, è la passione di mio papà che ha quasi novant’anni, ma tutti i giorni è in campagna ad osservare le sue piante. Secondo me chiama per nome. L’etichetta del Nero di Troia è dedicata a mio papà e mia figlia che camminano tra i filari. Si chiama Lunga attesa, perché è stata una lunga attesa per me. Ma immagina la soddisfazione di mio padre che non ha mai pensato di trasformare e oggi sua figlia fa questo. M piaceva l’idea che lui sia ancora in vita e abbia potuto vedere della mia passione. E quanta continuità daremo a quel suo sogno. Parla di me parla della famiglia.  Etichette piene di anima in grado di comunicare la propria identità. Senza remore. La capacità di essere se stessi. Di raffigurare dentro quel vino, su quell’etichetta, se stessi. Occorre però provare qualcosa. Occorre voler e saper dire qualcosa. Per se come per una figlia. Vorrei che mia figlia avesse il coraggio di fare una scelta a prescindere da quello che è l’amore per me. Mi dice: mamma, sono molto orgogliosa di te. Molto anglosassone. Mi dice un giorno vorrò fare la stessa cosa. Quando parte di dice: ma stai partendo per vendere il vino. Dico sì. Non posso venire? I bambini non sono ammessi. Ma perché hanno fatto questa regola? Deve farlo per se stessa come io lo faccio per me stessa. Deve fare solo ciò che la renderà felice. Io sto trovando un sacco di difficoltà e momenti veramente difficili e se non amassi quello che faccio a questo livello è possibile credimi, sarebbe insostenibile. Se mia figlia non dovesse continuare mi assicurerò di passare l’azienda a chi ha la mia stessa determinazione.  Lo faccio per me stessa. In questa frase c’è tutto il pensiero di Maria Faretra, del suo sogno, della sua azienda. Nella quale crede così tanto da essere lei stessa il brand        Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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18 Marzo, 2026

Vini Selvaggi. La rivoluzione gentile del vino tra le persone

  In un settore che parla di consumi in calo e giovani distanti dal calice, Vini Selvaggi dimostra il contrario: un evento, quello tenutosi dal 7 al 9 marzo al San Paolo District di Roma, che ha unito, accolto e restituito al vino la sua natura più autentica. Quella del dialogo, della condivisione e della comunità. C’è un’immagine che resterà incollata alla memoria di questa edizione di Vini Selvaggi: un bambino che ride tra giochi in legno mentre sua madre sorseggia un calice di bianco e il padre si perde nel racconto di un vignaiolo. È una scena semplice, quasi inconsueta per un evento del vino. Ma è proprio lì, in quella naturalezza, che si nasconde la verità più luminosa di questa tre giorni romana. Mentre il settore racconta i suoi affanni, dai consumi in calo del 13% per vini e spirits nel primo quadrimestre 2025, alle preoccupazioni di sette cantine su dieci per il continuo arretrare del mercato dovuto al ricambio generazionale e a nuovi modelli salutistici, Vini Selvaggi disegna uno scenario opposto, quasi ribelle.   Un evento che parla la lingua dei giovani Si parla continuamente di come i giovani si stiano allontanando dal vino. Eppure, a Roma, a Vini Selvaggi, erano ovunque.
Coppie, gruppi di amici, curiosi di ogni tipo. Ragazzi che si muovevano sicuri tra gli stand. Ascoltavano, domandavano, ridevano. Lontani dall’immagine di consumatori disinteressati o distratti. E non è un caso. Gli ultimi studi raccontano infatti un quadro ben diverso dalla narrazione comune: gli under 44 italiani e statunitensi stanno sostenendo il mercato premium, considerano il vino uno status symbol e sono disposti a investire in etichette di qualità, super-premium e fuori dagli schemi. A Vini Selvaggi, questa tendenza prende corpo: il vino diventa socialità, esperienza, atmosfera. Tutto fuori dagli schemi.
E i giovani rispondono. Perché apprezzano. Ma apprezzano il dialogo e la socialità prima di ogni altra cosa. La forza di un luogo semplice, vero, respirabile La magia del festival sta nella sua struttura disarmante: una location non altisonante, ma accogliente; produttori veri, felici di parlare, spiegare, raccontarsi; un contorno fatto di street food, musica, sorrisi. È qui che emerge il tratto distintivo dell’evento: il vino non è protagonista da solo. È parte di un ecosistema che mette le persone al centro. I vignaioli sono rilassati, sorridenti, desiderosi di condividere e confrontarsi, senza formalismi, senza la rigidità che spesso accompagna le fiere tradizionali. Le bottiglie, naturali, territoriali, figlie della terra, sono un tramite, non un traguardo. Perfino la presenza di un’intera area dedicata ai bambini, rarità assoluta negli eventi del vino, racconta un’idea diversa, inclusiva, contemporanea. Un vino che non divide, ma unisce.   Il naturale come accesso, non come recinto Parliamo spesso di vino naturale come di una categoria a sé, un mondo a parte.
Ma Vini Selvaggi insegna qualcosa di diverso: il naturale è un modo, non un dogma. È rispetto della terra, sì. È attenzione all’ambiente e alla salute, certamente. Ma è soprattutto relazione. In un mondo dove il consumo si fa più consapevole, meno bottiglie, più qualità, crescente attenzione ai vini leggeri e a bassa gradazione alcolica, questo approccio appare non solo attuale, ma necessario. Relazione e racconto. Quello della terra in simbiosi con le persone. Rinascita, recupero, impegno, volontà, forza, attitudine, orgoglio. Queste le parole che ho sentito dai vignaioli. Ragazzi e un tempo tali che mettono le proprie mani nella terra e nel mosto senza paura di sporcarsi se non con qualcosa che di naturale non ha niente. Non è un bando alla chimica perché ognuno può fare ciò che vuole. No, è una voglia tutta personale di interpretare il mondo per poterlo lasciare a quei bambini che si sono portati dietro. Anche loro, anche i vignaioli e le vignaiole erano li con i loro figli!   Dietro il sipario: Giulia, Lorenzo e una visione che cresce Ho parlato a lungo con Giulia e Lorenzo, gli organizzatori. Con Giulia ho parlato accanto all’area kids, mentre il loro bambino giocava sereno. Mi hanno raccontato delle difficoltà di quest’anno, soprattutto sul fronte sicurezza, superate con determinazione.
Mi hanno parlato del loro impegno a evitare ogni forma di omologazione, a dare spazio continuo a nuove cantine, a coltivare un pubblico curioso, partecipe, vivo. E allora ho condiviso con loro quella che ritengo la sfida più interessante per il futuro: portare a Vini Selvaggi chi, oggi, il vino naturale lo snobba o lo evita. Non per convertirlo ma per mostrargli un’atmosfera che parla da sola. Un clima umano che merita di essere vissuto indipendentemente dal contenuto del calice. I miei assaggi Anche se mi sono perso nell’atmosfera gioiosa, nell’ascoltare e nel guardare quanto di meraviglioso avevo attorno, qualcosa di interessante sono riuscito ad assaggiare. Ed è allora giusto riportarli in questo articolo. Le Terrazze del Canto sono una incantevole simbiosi tra vino e fiori in quel di Mapello (Bergamo). Partiamo dalle etichette: veri capolavori artistici che dalla bottiglia dovrebbero immediatamente spostarsi sulle pareti con tanto di cornice. Incrocio Terzi, Franconia, Marzemino, Rebo, Merlot, Cabernet Sauvignon e Moscato giallo. Vini che respirano la vita e soprattutto sono buoni. L’influsso floreale ancora non c’è ma non vedo l’ora di riassaggiarli quando il progetto di integrazione sarà compiuto. Anche se già così meritano. E tanto. Il Poeta, Il Pirata, La Vena, Anfitea. Ognuno di questi vini merita un elogio, merita un sorso, merita un discorso a parte. Spero di farlo presto. Barbara Avellino è a Rovescala (Pavia). Una donna che emana una classe pulita e gaudente. La stessa che porta nei suoi vini. La bollicina Blanc de noir da Pinot Nero Lupi della luna masticabile e lascia in bocca una sensazione da urlo. Minerale e tanto. Sempre da Pinot Nero, il rifermentato Il Pellegrino è un vero succo di frutta armonico e avvolgente che con la sua mineralità pazzesca non si smette di bere. Infine il macerato da Riesling Italico, Zephyro, è un capolavoro di concretezza e meraviglia con la frutta secca che svetta tra la solita (si fa per dire) mineralità. Colleformica è vicino Velletri (a sua volta vicino Roma). Arancia Atomica da Malvasia di Candia e Trebbiano nella sua semplicità ha quel perché che non si capisce subito ma poi quando si inizia a bere lo capisci eccome. Con lo stesso uvaggio c’è Formica Pazza Gialla, il rifermentato che è giovanile, brioso, semplice. Ma efficace. Infine Primativo, il rosso da Primitivo che mantiene tutto il primitivo ma con l’aggiunta della mineralità vulcanica. La Torretta è a Grottaferrata, poco fuori Roma e nel Parco dei Castelli Romani. Terreni vulcanici che nei vini si rispecchiano appieno. Bolle di Grotta è il Trebbiano che si concede l’anfora cosi da non certo arricchirsi ma da completarsi. Semplice ma raffinato. Torretta ha in se, oltre al Trebbiano anche la Malvasia Puntinata per arricchirsi di un po’ di rotondità tale da renderlo più cicciotto e godibile. Mantenendo tanta tanta mineralità. Infine Rosa, il rosato da Sangiovese. Un nome delicato, un olfatto delicato. Poi, in bocca, esplode Valleris è a San Floriano del Collio (Gorizia). Due cugini, un progetto. Meraviglia. Il loro Sauvignon è qualcosa di talmente minerale e intenso (forse per i tre mesi di macerazione sulle bucce ed il successivo passaggio in rovere) che ti fa dire: io di questi due devo assaggiare anche tanto altro, I Nove Filari sono in piena Maremma, a Campagnatico (Grosseto). Oltre il mare è il Sauvignon marino che non ti aspetti. Va oltre il mare ma mantiene la sapidità. Un Sauvignon andato per mare insomma. Intensamente buono. Brezza di mare: prendi il Sauvignon, aggiungi il Vermentino, metti tutto in anfora e ciò che ne derivi è qualcosa che prima non capisci ma poi, quando afferri, lo tieni con te. Nuvole in Maremma: conservi l’anfora ma arrivano Trebbiano e Malvasia. Cambiano gli attori ma il risultato è sempre sorprendente. Sole di Maremma: l’anfora rimane ma qui c’è il signor Sangiovese con il Syrah e l’Aleatico che arriva per ultimo ma si fa sentire. Il blend è qualcosa di interessantissimo. Morbido ed interessantissimo. In Slovenia ho incontrato Tauzher Emil Tavcar con la sua Valerya 2014 (Malvasia e Vitovska), Vitovska 2018, Vitovska 2015, Malvazya 2015, Malvazya 2018, Malvazya 2020, Malvazya 2019, Vlkovin 2015 per i quali posso solo dire: wow. Capolavori puri. Certo, divisivi: piacciono o non piacciono. Ma se piacciono…. Schnabel è in Austria e i suoi vini sono pazzeschi. Legionär è il Sauvignon macerato che conserva quel tanto di zucchero residuo da renderlo incredibile e dal colore ambrato. Kor è il Blaufränkisch ovvero Franconia: mantiene il frutto, mantiene la freschezza, aggiunge l’eleganza. Che si vuole di più? Infine il Dio Pinot Noir, Hoch. Qui si annusa, si assaggia, si fanno tanti applausi e si dice: chapeau! Domenico Lombardo è a Calatafimi (Trapani), luogo della prima battaglia dei Mille di Garibaldi. Mezzatesta, un piacevolissimo sapido Catarratto che esprime a pieno quel gusto vivo della mandorla siciliana. Iamonte è il Catarratto macerato che assume un colore che è un programma dove le zagare si insinuano a provare di spodestare le mandorle. Scarlatta infine è il Nero d’Avola, fresco, profumato, avvolgente. Perché pure da queste parti un po’ di calore serve. Tenute Nynfà è a Santa Ninfa (Trapani). Caricato non può che essere da Catarratto che sa di spezie e miele mantenendo una fresca sapidità che conquista nella sua semplicità. Droide è lo Zibibbo secco. Non ha un marcato sentore di Moscato cosi che quando arriva in bocca, piace per la sua speziatura floreale. Sempre sapido ovviamente. Eppoi, eppoi il Driope che è quel Frappato che tanto mi piace per la sua capacità di essere fresco, fruttato il giusto, giovanile e che può anche essere bevuto leggermente fresco! Con Fabio Ferracane ci siamo abbracciati a lungo e intensamente. L’anno scorso non ero riuscito ad assaggiare il Vermouth dedicato al papà Nino, Ninù. Meno male che quest’anno l’ho fatto. Di questo Vermouth ho solo detto una cosa a Fabio: non vendere mai questa meraviglia a chi aggiunge ghiaccio o lo usa per i cocktail! Iacopo Paulucci è a Todi. Il Ponziano è il Trebbiano fresco e sapido che identifica a pieno l’Umbria e le capacità di questo vitigno di essere tenue ma gustoso se ben trattato. Jacopone (da Todi!) è il Grechetto. Sempre di Todi ovviamente. Qui si sale molto di complessità e intensità come tipico del Grechetto. Un vino ben fatto e che si gusta benissimo. Sempre sulla scia della sapidità. Ho assaggiato anche lo stesso vino in selezione Vigna Vecchia e devo dire che qui si capisce benissimo come le piante abbiano una importanza decisiva nel prodotto finale. Il Rimacerato da Trebbiano con passaggio in anfora è un inno alle piante selvatiche della zona (e non solo). Si gusta con tanta piacevolezza e accompagna pranzi e cene come se niente fosse. Baciafemmine è il rosato da Sangiovese e Aleatico: sapido, fresco, piacevolmente di frutta fresca senza essere invadente ma mantenendo comunque la vigoria umbra. Il Bascialesco unisce un vitigno internazionale come il Cabernet Sauvignon, ad uno omnipresente come il Sangiovese, ad un tipico e quasi perso vitigno umbro come il Grero (o Nero di Todi). Il risultato, dopo un passaggio in tonneaux, è di un vino leggero e speziato che non avvolge ma conquista per una pacata morbida freschezza. Infine il Nero Jacopone che fa tutto suo il Grero riuscendo a far capire in pieno come questo vitigno abbia delle potenzialità tutte da sfruttare: elegante, fine, per niente rustico. Vini Leoni è a Roncofreddo (Forlì e Cesena). Se ci si aspetta espressioni goderecci di una terra godereccia, non è così. I vini sono eleganti e determinati ma anche soavi e fini. Come il Leoni Bianco da Bianchello: non serve essere muscolosi con i bianchi. Basta saperli fare. Il Leoni Arancione è l’Albana macerato per 30 giorni. Che dire? Semplice, gustoso, bevuto, piaciuto! Poi a chiudere il Leoni Rosso da Sangiovese di Rubicone. Fresco, godibile, da mettere nel bicchiere a tavola e goderselo senza stare a pensare molto (ma sapendo che è fatto bene e quando dico bene, è bene!). Infine, Filarole. Siamo a Pianello Val Tidone (Piacenza). Statale 412 (in onore della strada che da Milano passa di li) è un macerato di uve Ortrugo, Verdea e Malvasia di Candia aromatica. Si sente il velo di tannino. Si sente l’aroma della Malvasia. Si sente tutto e rimane tutto in bocca. Piacevolmente con quel tocco di rusticità che intriga e te lo fa ribere. Fatto coi piedi potrebbe essere una brutta cosa ma non in questo caso. Rispetto al precedente si sostituisce la Verdea con il Trebbiano, si mette più Malvasia e si allunga la macerazione. Il risultato non è fatto con i piedi ma con intelligenza e sapienza poiché l’aromaticità si sposa con la sapidità per un vino che va bevuto per accompagnare (io lo userei per una Cacio e pepe). Onda d’urto è il rosato da Croatina. Tannico si ma anche fresco ed elegante. Quasi un rosso per cui non vi azzardate a berlo freddo! Rosso Filarole per chiudere, da Barbera e Croatina è il vino fresco e sincero che non va aspettato (anche se reggerebbe qualche anno). Sentori giusti e freschi, gusto giusto e fresco. Cosa si vuole di più? Il vino non è in crisi, è in metamorfosi I numeri ci dicono che i consumi scendono, che il mercato fatica, che le aziende temono il futuro.
Vini Selvaggi ci ricorda però una verità fondamentale: il vino non è solo un prodotto economico, è un gesto culturale. E in un luogo dove le persone ridono, parlano, si avvicinano, dove i produttori si raccontano senza filtri e i bambini giocano accanto ai calici, il vino torna alla sua essenza più antica: fare comunità. Perché la vera rivoluzione non è nel bicchiere. È tra le persone che quel bicchiere lo condividono.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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13 Marzo, 2026

Federico D’Alessio. Il Bottino della vita

  Abbiamo due vite. La seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una. Confucio Non ho mai capito quando si realizza la consapevolezza cui Confucio fa riferimento. Magari non si realizza proprio. Si percorre la propria esistenza senza rendersi conto che non è quello il binario giusto. Alle volte capita di accorgersene troppo tardi. Però, se veramente capita e si ha ancora il tempo per cambiare strada valorizzando quella che si ha, l’unica che davvero si ha, allora il premio è davvero incredibile. Un premio o magari un bottino. Chi lo sa. Per renderci conto della nostra vita, di quanto sia sul binario giusto, forse dovremmo guardare a quella degli altri. Anche se, una cosa che ho imparato nella vita è come non ci siano due vite uguali. Ognuno ha la sua storia. Magari somiglia a quella di qualche altro per qualche elemento, qualche tratto. In realtà, è unica. Non ve ne è un’altra uguale nella sua totalità. Nessun copia e incolla nonostante tanti tentativi di chi desidera tanto essere nei panni di qualcun altro. Ogni vita presenta aspetti così particolari da renderla perfettamente distinguibile dalle altre. Aspetti che meritano perlomeno di essere ascoltati, in pochi casi raccontati. Tutte le vite possono essere oggetto di spunti, idee e riflessioni. Anche insegnamenti. Insegnamento. Ciò che viene insegnato (indipendentemente dalla capacità o volontà di apprendere), anche in modo occasionale Quella di Federico D’Alessio, ragazzo nato e cresciuto a Lanuvio, in provincia di Roma, sembra una storia come tante altre. Normale si direbbe. Spesso però si guardano le storie delle persone dal buco della serratura, dai social, da chissà dove senza mai interrogarci sul cosa quella persona stia provando. Alle volte mi capita di guardare qualcuno per strada, una persona a caso e chiedermi cosa stia provando, dove sta andando, chi lo aspetta, cosa ha fatto ieri. Domande che rimarranno senza alcuna risposta. Ognuno di noi entra in contatto con migliaia di persone durante la vita ma solo di poche, spesso di nessuna, ne sa veramente tanto. Lanuvio è uno dei 16 paesi dell’universo dei Castelli Romani. Tranquillo, a tratti troppo tranquillo. Fuori dalle rotte degli avventori delle tipiche fraschette, rimane un pò in disparte nonostante il suo importante passato. Venne infatti scelto come residenza da imperatori romani come Augusto e Marco Aurelio e diede i natali a Commodo e Antonio Pio. Da sempre a vocazione agricola per la coltivazione di kiwi, grano, uva. Tanta uva, tanta quantità ottenuta dalle classiche coltivazioni a tendone.  Negli anni 60 e 70 sì sono piantate uve atte a produrrei vini di buon grado alcolico, facili da bere. Vigneti che rendessero tanto con tanta Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Merlot, Sangiovese. Si piantava Merlot è Sangiovese per dargli un pò di spinta acida. Non c’è stato mai stata un’evoluzione vera e propria nell’agricoltura e nel modo di fare vino. A Lanuvio il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa. Con i pregi e i difetti di una simile circostanza. Con le tradizioni e i valori tanto forti da rappresentare una calamita per gli abitanti. Solo dopo una sorta di maturità e non certo per i ragazzi per i quali c’è, purtroppo, poco. Sia come attività sia come futuro.  Sono di quella generazione nella quale i padri e le madri hanno detto: studia, vattene diventa avvocato, dottore, trova di un lavoro migliore di quello che abbiamo avuto noi. Papà è stato operaio è stato operaio per 43 anni in fabbrica, in una catena di montaggio; mamma, maestra elementare.  Una vita normale, in un paese normale, con una famiglia normale. Eppure, nei modi di fare di Federico, nella dialettica, nei gesti, si intuisce come sia una persona che, ancorché giovane, abbia tanto da raccontare e al contempo da vivere. Padroneggia il linguaggio, usa riferimenti storici e culturali appropriati, è posato. Cosa diavolo c’entra con il vino? Sta proprio qui la magia della vita delle persone. Quella che può sembrare qualcosa di normale, ad un certo punto rischia di virare completamente. O parzialmente. Ci si trova a capire come la normalità tanto sbandierata abbia sempre e comunque piccoli o grandi elementi dirompenti.  Le scuole superiori vissute con i problemi che può avere qualunque ragazzo anche grazie a docenti in grado di creare passioni o odi per le materie. Non è sempre colpa dei ragazzi se qualcosa va storto.  Andavo a scuola contro voglia. Fortunatamente in quarta mi sono appassionato alla chimica. Mi facevo i fuochi d’artificio da solo. Volevo capire come funzionavano dall’interno. La chimica degli esplosivi. Feci una tesina molto particolare entrando in classe con un fornello bunsen facendo cambiare colore la fiamma bruciando vari tipi di elementi così da spiegare il fenomeno molecolare che avveniva, ovvero la transizione elettronica sugli orbitali atomici di questi atomi. Da lì mi sono agganciato a tutta la fisica quantistica che c’è dietro l’atomo, i fuochi San Giovanni quindi Cesare Pavese e il contesto agreste.  Ferma ferma. Fornello bunsen, atomo, fisica quantistica?  Non sono certo discorsi di un ragazzo di sedici anni. Semmai di qualcuno che queste materie le ha studiate davvero. In ogni modo Federico è l’esempio di come i ragazzi stimolati e compresi nelle loro attitudini possano fornire contributi pazzeschi. Occorrerebbero docenti capaci, non svogliati, attenti e dotati di grande spirito di autocritica. È cosi comunque che dal fornello bunsen Federico si iscrive all’Università con due ammissioni in tasca: Chimica e Biotecnologie Agro Industriali.  Ho capito che la chimica mi sarebbe piaciuta ma sarebbe poi diventata ad un certo punto estremamente teorica, mentre le biotecnologie mi davano la possibilità di applicare i miei interessi nella chimica nella biologia. Potevo in qualche modo innovare o provare a portare innovazione in un settore così tradizionale come quello che c’era in questo territorio. Il territorio è quello di Latina e dalle grandi pianure pontine ricche di tante realtà agricole sviluppatesi grazie ad un’agricoltura prettamente di tipo convenzionale e volta a produrre grandi quantità di prodotti alimentari per la grande distribuzione o per i mercati rionali.  Il ragazzo di Lariano, dopo la laurea inizia il dottorato in biochimica per spostarsi all’Università di Bologna per proseguire il percorso accademico.  Il percorso formativo offerto a Bologna aveva un approccio maggiormente pratico rispetto a quello di Roma dove era un po’ un minestrone. La tesina la feci con un professore che assecondò la mia passione per l’enzimologia ovvero l’utilizzo degli enzimi come catalizzatori di reazioni non necessariamente naturali, facilitatori. Delle figure microscopiche, anzi nanoscopiche di quello che poi vogliamo fare noi nella vita. Io faccio l’ottimizzazione dei processi, quindi facilito la vita a degli industriali. Gli enzimi fanno questo nella natura: facilitare. Lui lavorava appunto nell’enzimologia e mi poteva dare la possibilità di esplorare l’enzimologia dei batteri. Aveva dei dei progetti molto particolari perché lavorava prevalentemente su due molecole: uno era una polimerasi cui stavano modificando alcuni attivi per vedere come si comportava, perché le polimerasi umane per poter fare il loro lavoro, hanno bisogno di uno stampo a doppia elica di DNA. Aveva trovato il modo di modificare questa polimerasi affinché non avesse bisogno più del doppio stampo. Lo so, non ci state capendo nulla. In un articolo che dovrebbe parlare di vino ci si imbatte in enzimi, polimerasi, DNA, stampi di reazione. Aiutoooooooo. Se non capite, non importa. Non è detto lo capisca bene anche io e non serve comprendere nel dettaglio il significato di termini tanto astrusi. Importante è comprendere come la vita di un ragazzo di Lanuvio, bocciato in quarto superiore e presentatosi in classe con un fornello bunsen, si sia evoluta così incredibilmente da portarlo fare il ricercatore, lo scienziato. Non proprio l’ultimo dei mestieri ne tantomeno il più semplice. Laboratori in giro per il mondo, analisi dalla mattina alla sera, attività, progetti.  A Cipro usavo le alghe e l’acqua di mare per produrre bio gas, bio metano. Ero partito da dei fanghi attivati, quindi dal rifiuto dei depuratori. Ho prodotto una miscela composta per l’87% da metano e per il 13% da azoto. Un prodotto che in realtà era vendibile già in Olanda.  Uno guarda Federico dietro il banco di degustazione di un evento del vino e vede un ragazzo sorridente, semplice, allegro, disponibile. Ti parla dei suoi vini, di Lanuvio, della vigna del padre. Nessuno e dico nessuno immaginerebbe di avere davanti una persona che ha nella mente enzimi e polimerasi qualunque cosa vogliano dire.  Ad un certo punto ho sentito il bisogno di ritornare in Italia così che vengo a fare il dottorato a La Sapienza. Per tre anni mi formo e allo stesso tempo capisco che l’Università e la vita accademica, non fanno per me.  Uno dei tanti. Uno dei tanti ragazzi fagocitati dal sistema universitario della ricerca, basato su concorsi, contratti temporanei, progetti e tutte le precarietà possibili. Giochi di potere, nepotismo, amichettismo. Nulla sembra avere un senso se non per chi continua ad essere parte del sistema. Chi non digerisce più, va via. Proprio come Federico.  C’è un meccanismo sporco e che soprattutto funziona tanto più quanto è grande il tuo network. Se sei in gruppi già grandi, è facile che tu emerga se stai in gruppi piccoli, non emergerai mai. Io ero in un gruppo piccolo che, tra l’altro, faceva ricerca .  La ricerca sembra essere interessante solo per vive per la ricerca. Non per chi deve finanziarla. Finanziare qualcosa che ha a che fare con il cancro può anche essere mediaticamente vendibile ma se l’oggetto è il il metabolismo della vitamina B, non gliene frega niente a nessuno. Questo il dramma della ricerca in Italia dove ogni cosa è governata dalla politica che, non sapendo di cosa si tratti, si fa tirare la giacchetta dall’amico di turno. Ho capito che non avrei avuto un futuro lì. Nel frattempo avevo ripreso in mano i vigneti di di famiglia. Quelli che mio padre aveva sempre avuto. Erano gli anni in cui le cooperative fallivano e lui voleva estirpare tutto. Io gli dissi: facciamo una cosa diversa e cominciamo a vendere ai privati le uve mentre una parte ce la vinifichiamo noi. La biochimica dei metabolismi dei lieviti è la stessa usata in laboratorio. Tanti vivono di vino, perché non possiamo farlo noi e dare un senso a questo territorio.  Aldilà di qualunque poesia che il vino può offrire o suscitare, la crescita delle piante è un fatto scientifico. Il trattamento in vigna è un fatto tecnico. La fermentazione è un fatto scientifico. L’affinamento, le filtrazioni, i batonnage, e ogni piccolo pezzo del processo di produzione del vino è un fatto scientifico. Chiaro che Federico senta di avere le competenze. Non solo per produrre vino ma anche per cambiare qualcosa da sempre realizzato allo stesso modo.  Nel 2017 ho cominciato a gestire la produzione in vigna. Un ettaro. Un solo ettaro al quale Federico applica le proprie conoscenze scientifiche aiutato dal papà che, come si usa da queste parti e in qualunque cultura contadina, ha ricevuto il testimone dal proprio padre e così via fino alla notte dei tempi.  Il nonno ha insegnato a papà quello che era il suo modo di potare e papà lo ha insegnato a me. In inverno gli do una mano così per la potatura verde. Io porto quelle conoscenze di fisiologia vegetali così che laddove mio padre usa un modello per tutte le varietà riesco a fargli fare cose diverse. La prima bottiglia nel 2020 con l’Avvio. Un vino vecchio stile seguito nel 2021 con la sperimentazione dell’Orange.  Avvio  Il colore è un giallo che non sa decidersi se essere paglierino o dorato, proprio come il sole sui Castelli Romani nel tardo pomeriggio, quando la luce è ancora alta ma l’aria ha già smesso di bruciare. Al naso arriva prima la pesca, matura ed estiva. Poi la ginestra, il tiglio, una brezza di camomilla e salvia. Le scorze di mandarino aprono uno spiraglio agrumato subito ammorbidito dalla Malvasia. E poi ci sono loro, mandorla nocciola, discrete ma persistenti, che crescono mentre il vino si apre e si intrecciano con fiori e frutti costruendo qualcosa di coerente e bellissimo. È il profumo degli alberi di mandorlo in fiore. È l’ombra fresca sotto cui ci si siede d’estate senza dirsi niente, perché non c’è niente da dire. Trebbiano Toscano e Malvasia di Candia: due anime, un solo vino. La Malvasia porta la sua dolcezza avvolgente, quella carezza che ti fa stare bene senza sapere perché. Il Trebbiano risponde con la sua spinta acida, precisa e onesta, ristabilisce l’equilibrio e rimette il mondo in ordine. Il sorso è ampio, fresco, con una sapidità che insiste e torna come il mare che risale sulla riva e non si stanca mai. E quel finale di mandorla. Lungo, gentile, quasi affettuoso. Come il finale di una bella conversazione, quando ci si saluta ma la voce dell’altro ti resta ancora nelle orecchie. La bottiglia si svuota e non sai come. Non perché sia banale, tutt’altro. Perché è vero. Ti lascia stare, ti lascia ridere con chi hai accanto, spezzare il pane, guardare il tramonto. Uno di quei vini che non fanno finta di essere qualcosa che non sono. E questa, nel mondo del vino di oggi, non è una virtù minore. È una virtù rara. Avvio. Il nome non mente. È un inizio di un pasto, di una serata, di un’estate. Prima ancora di produrlo, il vino l’ho bevuto. Ho cominciato a bere il vino a sei anni con mia nonna paterna, nonna Rosa. Era molisana e mi dava un dito di vino rosso e diceva: bevi che sei pallido. Era il vino rosso che facevamo noi in casa a partire da Sangiovese mischiato con Malvasia e Trebbiano. Un vinaccio che era buono per sei mesi, poi prendeva l’aceto.  Nelle zone di Lanuvio così come in tutta l’area dei Castelli Romani, bere vino sfuso era ed è la normalità. Berlo in bottiglia, qualcosa di poco usuale fatto un pò per cercare di evolversi, per darsi un tono, per sperimentare. Si beve di tutto con le poche risorse che si hanno a disposizione. I miei anni a Bologna da questo punto di vista sono statiti formativi. Ho trovato delle compagnie che mi portavano a bere nelle enotechine giuste. Con il professor Hochkoeppler facevamo le nottate in laboratorio e poi andavamo a cena fuori nelle piccole trattorie della Bologna non turistica così da bere delle produzioni molto particolari di vari vitigni emiliano/romagnoli. Cominciai a sperimentare i vini non convenzionali dei piccoli produttori. Sono tornato, ho continuato a bere meno e meglio fino a che poi non ho cominciato a produrre vino facendo anche il corso da sommelier.  Un modo magari per istituzionalizzare il vino evolvendosi da semplice appassionato a produttore consapevole. Gli eventi, il confronto con gli altri produttori, il mercato. Tanto da imparare per chi proviene da un mondo così profondamente diverso e arriva invece in un altro dove la competizione è tanta al pari dell’ignoranza.  Dopo averli prodotti ho cominciato ad andare in giro per i ristoranti facendo il classico porta a porta. Tanto nella mia vita ho fatto di tutto. Ho cominciato a lavorare a 15 anni con mio zio che aveva un negozio di elettrodomestici facendo assistenza dei frigoriferi e lavatrici a casa delle persone. Con la transizione dall’analogico al digitale terrestre eravamo come i gatti e stavamo sui tetti del paese a montare le antenne. Ho fatto il pizzaiolo e consegnato pizze. A Bologna facevo il barista.  Nel 2020 la prima etichetta, nel 2021 l’Orange sempre vinificate conto terzi. Troppo poco un ettaro per permettersi una cantina. Adesso di etichette ce ne sono tre. Ma sempre troppo poche le bottiglie prodotte.  Ho trovato questo vinificatore che mi ha detto: senti, vieni, porta l’uva da me che ho un serbatoietto da 2000 litri. Feci 2214 bottiglie il primo anno (2020). Dopo il lavoro andavo in giro per i ristoranti bussavo: ciao senti, sono un piccolo produttore dei Castelli Romani, vuoi provare il mio prodotto? Ti va? Lasciavo la bottiglia da assaggiare spiegando il progetto. Poi capisci che era meglio aprire le bottiglie insieme a loro per farle assaggiare. Il primo anno vendo i tre quarti della produzione. Il resto mi rimase sul groppone.  Per un piccolo produttore iniziare a vendere dopo il covid, con tutti i medio grandi produttori con i magazzini pieni e la possibilità di fare sconti, non deve essere stato per nulla semplice. Federico come tanti. Tanta buona volontà, tanta voglia di fare bene, tante bottiglie rimaste nei magazzini. Anche fino a tutto il 2024. Avevo prodotto l’Orange perché avevo assaggiato i vini di Gravner e mi erano piaciuti. Feci 300 litri per gioco e ho venduto praticamente solo quello. Nel 2022 lo rifaccio e ha ancora un gran successo. Mille e una Vite è l’orange wine. Una di quelle etichette che già nel nome promette complessità e racconto. E lo fa davvero. Divisivo come non mai. Lo potreste trovare meraviglioso come orrendo. Ma ciò che conta è che la sua nascita che è arte e l’arte nasce sempre dall’unione di cose che sembrano distinte. Come Mille e una Vite, costruito sull’unione in parti uguali di cinque uve autoctone: Trebbiano Toscano, Trebbiano Giallo, Malvasia di Candia, Malvasia Puntinata e Bellone. Cinque voci diverse che Federico ha scelto di far cantare insieme, macerandole sulle bucce, lasciando che il tempo facesse il suo lavoro. Perché è questo, in fondo, ciò che distingue un orange wine da tutto il resto: la pazienza ovvero il coraggio di aspettare. Quando il vino entra nel calice, il primo pensiero è il colore: un oro caldo e profondo. È il colore del miele d’estate, dell’ambra antica, della luce che filtra attraverso le veneziane di una casa di campagna nel tardo pomeriggio. È già una promessa. Il naso è generoso senza essere stancante. Arrivano profumi di albicocca e pesca gialla disidratata, come se la frutta avesse attraversato un processo di concentrazione, di essenzializzazione. Poi la papaya, esotica e la frutta secca, mandorle, noci che richiamano quella mineralità tostata propria dei terreni vulcanici. C’è anche zenzero, una nota piccante e fresca che sorprende e, sullo sfondo, delle erbe di campo quasi secche, come l’odore di un prato d’agosto, quando l’estate ha già tolto l’umidità all’erba e ne rimane solo la memoria aromatica. Nel sorso, questo vino si apre come si apre una conversazione tra persone che si conoscono bene: con calma, senza forzare. C’è un ingresso sapido che prepara la strada, poi una progressione onesta, lineare, che porta a un ricordo di cedro e frutta secca nel finale. Non è un vino che cerca di essere quello che non è. È rustico, sì ma di quella rusticità che ha dignità, che non si scusa, che sorride di se stessa. Il tipo di carattere che si incontra raramente e che, quando si incontra, non si dimentica. È un orange wine di approccio. Non costruisce labirinti né esige decifrazione. Si siede accanto a te, ti accompagna durante un pasto o in un aperitivo, e lo fa con una naturalezza che è, essa stessa, una forma di eleganza. Mille e una vite non è un vino da meditazione. È un vino da compagnia ma come tutte le compagnie, occorre scegliersele.  Anche per quelle che sembrano poche bottiglie, Federico si impegna. Ognuno ha una molla che lo spinge a fare le cose. Per Federico è quel senso di precarietà latente che lo pervade. Lasciata l’università, entra prima in una azienda di ricerca poi inizia a fare il consulente. Etica, insofferenza per ciò che non gli va giù, idealismo, capacità di analisi del contesto. Tutto genera malumore, precarietà. Un ragazzo di poco più di trent’anni, con un figlio e una moglie avrebbe bisogno di maggiore stabilità. Forse è la vigna, il vino, quella stabilità ricercata. Non a titolo esclusivo ma, un supporto. Un elemento di stabilità in tanta instabilità. Un solo ettaro può bastare per iniziare un progetto. Magari per poi espandersi, per crescere, per credere che qualcosa di diverso, sia possibile. In fondo, i vini arrivano anche a Copenaghen. Quasi per caso, dopo aver letto un commento di un importatore su Facebook, Federico gli invia del vino. Piace subito. L’importatore gli dice di andarlo a trovare quando passerà per Copenaghen. Già, ma non è che uno ci passa così per caso. Mi chiama un mio amico e mi fa: senti, voglio andare a vedere il concerto di Placebo. Dove lo fanno? A Copenaghen. Così ho risentito l’importatore e gli ho detto: senti io sto venendo a Copenaghen per un concerto. Se vuoi, vengo un giorno prima, ci sediamo attorno a tavolo, assaggiamo i vini e facciamo due chiacchiere. Da lì è nata questa piccola collaborazione.  Cinque enoteche in giro per Copenaghen, distributore per alcuni ristoranti italiani e di cucina contemporanea a Copenaghen.  A Copenaghen si aggiungono altri clienti di Roma. Le cose iniziano a girare. 3800 bottiglie. 2200 di Avvio, 1300 di Mille e una vite, 500 di Cesanese, poi 300 rifermentato in bottiglia. Origine 2024 è il Cesanese che nel calice arriva con quel suo rubino semplice, sbarazzino, senza fronzoli, vivace e luminoso. Non cerca di impressionare. Non ha quella densità opaca di chi vuole fare a tutti i costi la figura del grande vino. È trasparente, quasi sincero. Si lascia guardare attraverso, come si lascia guardare attraverso la luce del pomeriggio di aprile sui Castelli. Poi al naso arriva la freschezza che non ti aspetti, o forse sì. Ma solo se conosci queste terre. Frutta rossa croccante, quella che ti viene voglia di mordere direttamente dalla pianta. Sentori balsamici vinosi, un verde vegetale che non è stanchezza ma vitalità. Un profumo che sa di vigna ancora addosso, di uva appena pigiata, di estate che finisce. C’è qualcosa di scrocchiarello in tutto questo, qualcosa di vivo e immediato, come mordere un grappolo direttamente dalla vite al tramonto. In bocca, Origine si rivela senza sovrastrutture. La sapidità è la prima cosa che parla,  decisa, vera. Una sapidità minerale che ti dice chiaramente da dove viene, su quale suolo si sono formate le radici. Poi la freschezza, che abbraccia tutto e un calore gentile che non brucia ma accompagna. I tannini? Ci sono, ma non fanno i prepotenti. Stanno al loro posto come gli ospiti educati di una cena semplice e buona. Origine non ha l’ambizione di essere il vino della vita. Ha qualcosa di meglio: la generosità di chi non ha nulla da nascondere. È il vino del tavolo apparecchiato in fretta in giardino, quello della bottiglia stappata senza cerimonie, di quell’ora tra il lavoro e la sera in cui hai voglia di qualcosa di vero. Lo apri, lo bevi, lo finisci. E se ne avanza, lo richiudi. Poi lo riapri. E ancora via. Poche, dannatamente poche le bottiglie, ma utili per ricavarne, lavorando in totale economia e senza grilli per la testa, un piccolo reddito. Per alleviare quel senso di precarietà. Di grilli per la testa Federico non ne ha. Non è tipo. Non è da lui.  Comprare un trattore costerebbe come una vettura ma io non c’ho mai avuto una macchina nuova. Ho cominciato girando con la vecchia Panda di mio nonno. Poi ho preso la macchina di mia madre. Adesso mi sono comprato l’Opel Corsa usata di una signora che mi ha fatto un prezzo d’occasione. Mi serve la macchina che mi porta un posto all’altro. Non ho bisogno di una macchina costosa. Il grosso delle riparazioni me le faccio da solo. Il tagliando me lo faccio da solo; il cambio come me faccio da solo. Io non rifiuto l’intervento sui vini quando c’è bisogno, perché chiaramente tu devi dare prima di tutto una bevanda potabile alle persone. Tutto quello che non è necessario non viene dato per non influenzare l’espressione. Le fermentazioni sono spontanee ma possono essere innestati lieviti se c’è bisogno di terminare la fermentazione per evitare il residuo zuccherino. Sul bianco, per esempio, innestiamo un lievito che abbiamo selezionato anni fa e che riportiamo avanti negli anni. La spumantizzazione è fatta con un lievito selezionato per realizzare uno stile di vino che piace a me. Federico è uno scienziato e la sua mente non può che ragiona in un maniera razionale. Parla di vigna e di vino estraniandosi dai fronzoli di una narrazione poetica priva di concretezza e riscontro scientifico.  Gli impianti hanno settant’anni e cominciano ad avere i loro anni. Per quanto sia bella la poesia di avere un impianto di settant’anni è un impianto che comunque prima o poi dovrò cambiare. La generazione di mio padre era la generazione del primo dopoguerra, che vive unicamente sulla tradizione e che accetta malgrado la raccolta meccanizzata.  Ma la raccolta meccanizzata, in un’epoca in cui non ci sono più i braccianti agricoli, diventa fondamentale. In questo scenario va preso in considerazione anche l’idea di impostare i filari in maniera da poter, nel giorno in cui non la possibilità di raccoglierla a mano farlo a macchina senza rovinare il prodotto.  Zero fronzoli e solo scienza. Magari poca poesia ma ineccepibile dal punto di vista razionale. Senza braccia di supporto, raccogliere a mano vorrebbe dire portare l’uva in cantina a temperature poco consone ad un processo qualitativamente corretto. Cosa che Federico non transige: i suoi vini devono essere qualitativamente ineccepibili.  I miei vini sono identitari perché da vitigni autoctoni. Lavoro quasi esclusivamente in blend. Con il Cesanese in purezza, solo per motivi commerciali per assecondare la tradizione vitivinicola di zona. Ecco dunque Federico D’Alessio, un ragazzo di Lanuvio diventato scienziato che per sopperire parzialmente alla sua precarietà si è messo a fare vino sulle terre della famiglia. Vini che gli vengono anche piuttosto bene e che evidenziano come non serva sempre essere arsi da qualche sacro fuoco per produrre qualcosa di notevolmente interessante. Un insegnamento che dovrebbe far riflettere molto coloro che si inventano storielle per promuovere qualche realtà vitivinicola. Non serve. Non serve davvero. Certo, continuo a pensare a cosa ci siamo persi nel non avere Federico unicamente come scienziato o nel non averlo nel produrre vino in maniera ancora più dedicata. Credo rimarrà una di quelle cose che non scoprirò mai nella vita. PS Federico non me l’ha detto ma credo che il nome Il Bottino rappresenti una sorta di guadagno meritato, di quella soddisfazione che arriva solo dopo il lavoro duro, dopo la pazienza, dopo l’attesa. Non la vincita improvvisa, ma il raccolto, quello che si ottiene perché lo si è seminato.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni Arrow Right Top Bg

11 Marzo, 2026

La Romiglia. L'Universo Femminile, tra Preziosi e Sovrapposizioni

    Nella cornice senza tempo di Via Margutta, da sempre cuore pulsante dell’arte romana, venerdì 27 febbraio ha avuto luogo un vernissage di straordinaria intensità. Presso La Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ombelico di quella Roma che vuole risorgere dalle sue ceneri culturali, abbiamo partecipato ad una serata che ha intrecciato sensibilità, ricerca estetica e celebrazione del talento contemporaneo, culminata nell’assegnazione del prestigioso Premio Internazionale Artemisia Gentileschi. Protagonisti dell’evento, sono stati percorsi capaci di dialogare tra loro in un raffinato gioco di rimandi espressivi. Un invito a riconoscere nell’arte uno spazio di espressione privilegiato per raccontare la complessità e la ricchezza dell’espressione umana. “L’arte è Donna – Universo Femminile” che ha celebrato la forza generatrice e simbolica dell’identità femminile, restituendone sfumature intime e universali. Le opere hanno raccontato emozioni, resilienza e visioni interiori, rendendo omaggio a una creatività che si fa linguaggio di emancipazione e bellezza. “Preziosi” di Adonella Scopigno ha offerto un percorso artistico dove materia e luce si fondono in un racconto vibrante. Le sue creazioni evocano gioielli dell’anima, frammenti di memoria e suggestioni preziose che trascendono l’oggetto per trasformarsi in simbolo. La sua ricerca si distingue per una raffinata sensibilità cromatica e una cura minuziosa dei dettagli, elementi che rendono ogni opera unica e profondamente evocativa. Ultima ma non ultima “Sovrapposizioni” di Matteo Polenghi ha esplorato il tema della stratificazione visiva e concettuale. Le sue opere si sviluppano attraverso livelli di segni e colori che si intrecciano, creando dinamiche prospettiche e tensioni narrative. Un lavoro che invita l’osservatore a superare la superficie per cogliere la complessità del reale, tra memoria, percezione e trasformazione. Tra le scoperte della serata Paolo Caputo alias Young Signorino; la cui evoluzione culturale, rappresenta uno dei percorsi più singolari e controversi della scena creativa italiana contemporanea: da fenomeno virale della trap a figura che sperimenta linguaggi visivi e performativi, spostando l’attenzione dalla musica all’arte concettuale. Ad accompagnare i presenti, una degustazione di alcuni vini dell’Azienda La Romiglia, che hanno impreziosito l’esperienza sensoriale degli ospiti. I calici hanno suggellato un momento di condivisione e dialogo, in perfetta sintonia con l’atmosfera elegante e conviviale della galleria. In particolare, le bollicine Atena ottenute da Pinot Grigio hanno rappresentato appieno l’universo femminile superando ogni tipo di luogo comune. Gli effluvi suadenti di fiori e frutta, ritrovati perfettamente in bocca, contrastano con le forti e vigorose bollicine agrumate nonché in un finale piacevolmente amarognolo per concedere un senso di totale appagamento. Un abbandonarsi agli elementi primordiali. Un guardarsi nel profondo per dare risalto a ogni piccola contrapposizione che diventa forza e spinta verso il futuro. Un vino, una bollicina che nel calice diventa bellezza emancipata, voglia di affermazione, determinazione, forza. Preziosità e stratificazione si ritrovano invece nell’eleganza balsamica del Valpolicella, un vino che La Romiglia celebra con l’eleganza discreta di sentori mai opulenti, con la croccantezza de frutti, con la freschezza mai spenta. Un vino che avvolge i sensi senza rinunciare alla giocosità dinamica delle prospettive comunicative, di quel dialogo base dello stare insieme. Tutto si rincorre senza mai sovrapporsi. La stratificazione è negli odori e nei sapori che arrivano indicando la via al successivo. La preziosità di una bocca che rimane appagata da sapidi frutti rossi e da un corpo sinuoso che non concede tempo. Un vino che si afferma discretamente, fornendo quel calore gioioso che appare per poi scomparire. Così da richiedere un nuovo sorso. Il vernissage si è confermato così un appuntamento di rilievo nel panorama culturale romano: un incontro tra artisti, critici e appassionati, un tributo alla creatività e alla forza espressiva dell’arte contemporanea, nel segno dell’eccellenza e della valorizzazione del talento. La serata ha ribadito il ruolo della Galleria Internazionale Area Contesa ArteDEsign come luogo di incontro, valorizzazione e dialogo artistico, celebrando la creatività come forma di bellezza e consapevolezza condivisa.   Ivan Vellucci                     Marco Sargentini    
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Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo Arrow Right Top Bg

6 Marzo, 2026

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

  Accoglienza. L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie Se ne parla in continuazione. Specialmente in Italia dove, con l’annoso problema della gestione dei flussi migratori, l’accoglienza, che sia prima o seconda o terza o chissà quale livello, è l’elemento essenziale da gestire. C’è chi accoglie spontaneamente, chi lo fa per business, chi per mantenere posizioni di potere o politiche. Sembra proprio che l’accoglienza, quella che la definizione imporrebbe, sia ormai un lontano ricordo. Eppure proprio in quella regione italiana, da sempre in prima linea nell’accoglienza, il rapporto con i diversi popoli del Mediterraneo e non, è parte integrante della cultura.
La Sicilia ovviamente. Assabbinidica. Che Dio ti benedica. È questa la formula arcaica usata dai siciliani per salutare le persone anziane o dotate di una certa autorità. Un modo per onorare l’ospite nella maniera più alta. Una abitudine frutto di oltre 3000 anni di accoglienza: Fenici, Greci, Romani, Barbari, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borboni. Popoli, persone, italiani inclusi (arrivati con lo sbarco dei Mille a Marsala), portatori della propria cultura sull’isola più affascinante del Mediterraneo. La Sicilia è un’isola meravigliosa della quale non si può non rimanerne incantati. Qui tutto fa storia a se e ogni cosa è qualcosa che sembra una contraddizione ma contraddizione non è. Spesso, troppo spesso, ci si perde nei luoghi comuni, come quello narrato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’incredibile e sempre attuale romanzo Il Gattopardo I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…la loro vanità è più forte della loro miseria… Luoghi comuni e falsità, proprie di chi non ha messo piede in questa meravigliosa terra oppure si è limitato a vedere quello che fanno vedere ai turisti. Addentrandosi invece nella Sicilia delle terre, delle interminabili e arse colline, dei pascoli e del silenzio che porta con se solo saggezza qualcosa si può iniziare a capire
I grandi latifondi, i nobili con i loro privilegi, la povera gente che lavorava per un tozzo di pane. Un immobilismo che non accettava cambiamenti. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”
Don Fabrizio, principe di Salina parlava della volontà dei nobili siciliani di non cambiare, del voler restare ancorati al passato, agli antichi privilegi. Così che per non cambiare nulla il nipote Tancredi suggeriva Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi La Sicilia del Gattopardo era ancora governata da nobili parrucconi dei grandi possedimenti fatti di latifondi, case, palazzi. Financo persone.
Possedimenti transitati indenni nei secoli e arrivati fino ai giorni d’oggi. Non tutti. Alcuni smembrati in tante particelle altri ceduti in toto, magari per ragioni economiche. Altri con alterne vicende.
Il Feudo Disisa, oltre 400 ettari nei pressi di Monreale, venne ceduto, insieme ad altri sei feudi, da Guglielmo II detto il buono, intorno al 1172, all’Arcivescovado di Monreale per finanziare la costruzione della stupenda Cattedrale. Guglielmo era un Altavilla, un Normanno e in quello stile fece erigere la Cattedrale. I normanni conquistarono la Sicilia nel 1060 dagli arabi, gli stessi che, insieme alle tante altre cose lasciate in Sicilia, diedero il nome al Feudo di Sisa. Sisa, zisa, cosa preziosa. Deriva dall’arabo aziz: caro, prezioso, splendido. Quando si dice ad una donna siciliana che si è azzizzata vuol dire che se ne riconosce la capacità di essersi sistemata meravigliosamente. Feudo di Sisa diventa di proprietà della famiglia Di Lorenzo a fine ‘800 e arriva ai giorni d’oggi con Mario a gestire l’azienda. Mario Di Lorenzo, un ingegnere prestato alla agricoltura e alla Sicilia intera. Quando ho finito la scuola in azienda c’era il nonno, ma soprattutto l’azienda era un’azienda agricola senza trasformazione di nulla. Vendevano le uve. Mio padre aveva in mano la situazione e io sono stato lasciato libero. Ho fatto i miei studi da ingegnere. Durante il periodo di dottorato, mio padre aveva sempre avuto l’idea di tornare fare vino, perché noi facevamo vino. Mio nonno ha fatto vino fino alla fine degli anni 70. Un vino da taglio, vino sfuso, quindi non imbottigliato. Con le cantine sociali si è cominciato a conferire l’uva. Mario è una persona calma e posata. Forse una dei pochi siciliani che non si scompone rimanendo nel suo aplomb fatto di gentilezza e cordialità. Il dialogo con lui è incredibilmente rilassato. Anche se gestisce una azienda grandissima, si ferma per abbandonarsi ai ricordi di un passato che non si può che ascoltare a bocca aperta. Feudo Dsisa non è solo un’azienda storica ma un riferimento nel territorio. Di quelli che diventano famiglia all’interno di un tessuto sociale nel quale è importante potersi riunione intorno ad un focolare e sentirsi parte di qualcosa. È cosi che qui a Disisa sia facile imbattersi in giovani lavoratori figli o nipoti di chi già lavorava qui. Una famiglia che, come nelle vecchie tradizioni contadine di un tempo, vive all’interno di un medesimo casolare. Siamo nelle campagne del comune di Monreale, completamente lontani dalle rotte turistiche. Le distanze in Sicilia non sono mai quelle che sembrano e, in questo caso, nonostante Feudo Disisa sia nel comune di Monreale, per arrivare in paese servono non meno di 40 minuti percorrendo strade non certo agevoli. L’abitato più prossimo è Grisi che conta quasi 1000 abitanti. Tutto intorno c’è solo il nulla delle dolci colline spesso non coltivate e dei silenzi rotti dal ronzio delle grandi pale eoliche che cercano di raccogliere un po’ di energia dal vento senza che nessuno sappia dove andrà a finire. Mio padre ha la soddisfazione che io abbia preso in mano tutto questo. Lui per tanti anni, da bambino, ha vissuto a Disisa. Era il periodo della guerra e Palermo era pericolosa per via dei bombardamenti così che tutta la famiglia si è trasferì qui. È veramente cresciuto in azienda. Andava a scuola a Grisi. È cresciuto qui e ha avuto un legame molto più forte di quello che ha avuto io. La passione che l’ha mosso è qualcosa io dico di invidiabile. Il fatto che io ci sia arrivato dopo, a lui ha fatto sempre piacere per dare continuità al lavoro fatto. Da abitazione principale per sfuggire alla guerra a casa di campagna con l’arrivo del benessere. Un luogo dove passare le estati e staccare la spina dalla quella caotica Palermo. Palermo, casa, la città della famiglia Di Lorenzo, degli studi di Mario in ingegneria. Sono stato lasciato libero, anche perché mio padre aveva fatto a sua volta anche altri studi. Studiò legge e lavorò alla Regione Siciliana per tanti anni. Anche lui si divideva le due cose. Dopo l’università ho fatto anche tre anni di dottorato all’Università e contemporaneamente avevo cominciato a fare libera professione in uno studio professionale a Palermo. Una visione abbastanza larga e poi, a poco a poco, ho abbandonato il tutto. È proprio vero che spesso, quando una famiglia di città possiede una terra, per i figli questa diventa come una sorta di soprammobile, un elemento decorativo che sembra non servire. Ci si occupa di altro perché la terra, ciò che serve per lavorarla, cosa produce, ecc. è di pertinenza del padre che deve aiutare il nonno. Si certo, ci si va ogni tanto, ci sono ricordi, i momenti belli, ma non ce ne si occupa in prima persona. È capitato anche a me con le terre di mio padre per poi ritrovarmi a non saper letteralmente cosa fare quando morì improvvisamente. Poi arrivano quei momenti quando le cose cambiano o iniziano a cambiare. Senza un perché. Nel 2004 abbiamo ricominciato a fare vino in azienda con la nuova cantina. Ho cominciato veramente ad entrare attivamente in azienda quando costruimmo la cantina seguendone la parte ingegneristica. Mi sono seguito tutti i lavori, ho progettato gli impianti elettrici e poi ci siamo ritrovati con questa cantina bella, grande e pronta per lavorare. È stato quasi naturale, giorno dopo giorno. Sempre più coinvolto. Fino al 2009/2010 ho fatto entrambe le cose. C’era ovviamente e c’è tutt’ora mio padre che in quel periodo era sicuramente molto più attivo di adesso. Mi sono permesso di potere fare due cose contemporaneamente. Poi sempre meno l’ingegnere e sempre più coinvolto in azienda. Mese dopo mese, anno dopo anno, il coinvolgimento è stato totale. Per le sue dimensioni, per le quantità di prodotti raccolti e, soprattutto, per il non occuparsi a tempo pieno dell’azienda, Feudo Disisa non trasformava nulla. Conferiva le proprie uve. Almeno fino a quando la voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso fa capolino. Da una professione in qualche modo a un imprenditore, il passo è importante. Andavo dal commercialista con mio padre e me ne andavo come come fossi stato bocciato ad un esame. Frastornato completamente. Ingegnere, dottorato all’università, libera professione. Palermo. La città. Gli amici. La vita. Tutto lontano anni luce da Monreale, dalla azienda, dal Feudo, dalla terra. Dal vino. Niente, non c’era nulla in comune con una vita dalla quale Mario non voleva staccarsi. Però le cose avvengono naturalmente, senza accorgersene. Perché si è invischiati negli affari di famiglia o perché si capisce che senza quella linfa, non si è nulla. Ciò che però Mario capì è che ad una azienda così grande come Feudo Disisa, serviva un approccio diverso, meno romantico e più impegnato, fatto di testa e managerialità. Oggi per portare avanti un’azienda, ci vuole tanto altro. Non basta più solo il vino. C’è tutto l’aspetto di comunicazione e marketing, organizzazione commerciale, ecc. Che se non sei pronto, rischi di fare un flop e di perderci i soldi. Ancora oggi noi facciamo degli investimenti per cercare di portare l’azienda ad avere dei dei degli utili. Abbiamo 120 ettari di vigneti ma parte di questi sono piante di 35/40 anni: un bassissimo livello produttivo e costi di gestione molto alti. Vitigni magari non di grande interesse. Banalmente abbiamo sette ettari di Merlot che, per quanto possa essere qualcosa di buono, alla fine non è un il vitigno siciliano e non è la Syrah che in Sicilia ha trovato condizioni pedocmatiche ideali. Un cambio di rotta voluto fortemente dalla famiglia per passare dal vendere il 100% delle uve ancora nel 2004 all’anno successivo dove ne venivano lavorate il 50%. Oggi, quella cantina progettata e realizzata da Mario ha un potenziale produttivo di oltre 700.000 bottiglie così che Feudo Disisa produce per se e per altri produttori italiani. Se io guardo al passato, tra quello che si faceva ai tempi di mio nonno e oggi, c’è un abisso di differenza. Questo abisso è stato costruito nel tempo. Se guardo a come si faceva il vino da noi 10 anni fa, diciamo che tendenzialmente era la stessa cosa, ma ora ci sono quei tanti piccoli accorgimenti. Siamo migliorati tanto in tanti aspetti sia da un punto di vista agricolo, sia da un punto di vista di tecnologie e know how. Tanti piccoli miglioramenti tecnologici che una azienda come Feudo Disisa non poteva non abbracciare per arrivare a produrre, in regime biologico da sempre, vini che sanno di Sicilia anche non provenendo sempre da vitigni autoctoni siciliani.
Nello stranissimo mondo del vino italiano accade che se un grande e famoso produttore crea meravigliosi vini con vitigni internazionali viene identificato come un innovatore ma se la stessa cosa capita ad un piccolo, lo si taccia di scarsa attenzione al territorio.
Feudo Disisa ha in se la doppia anima dei vitigni autoctoni siciliani e degli internazionali frutto questo di qualcosa che molti dimenticano. Nell’83 mio padre impiantò un vigneto sperimentale in collaborazione con l’Irpos Istituto regionale della vite dell’olio che a suo tempo era della vite e del vino. In quel tempo il presidente era Diego Planeta, amico di papà che lo coinvolse in questa sperimentazione. Si fecero cinque campi sperimentali in diverse zone della Sicilia proprio per vedere questi vitigni internazionali che risultati potevano avere. In quegli anni il vino siciliano era considerato vino di massa e non di qualità. Le uve venivano vendute ai grandi produttori del nord per produrre vini di maggior grado alcolico. Poi arrivò anche il metanolo e serviva una soluzione per rendere il vino siciliano più adeguato ai tempo. Più internazionale magari e con lo scopo di mettere in secondo piano i vitigni autoctoni considerati (sbagliando) non di qualità. L’intuizione fu dunque il ricercare la qualità attraverso vitigni che nel mondo sono sinonimi di qualità. Il ragionamento quindi nasceva dal falso di considerare i vitigni siciliani di secondo piano. Però dico alla fine tutto questo è servito per farci prendere consapevolezza. Quando facemmo l’esperimento in questo vigneto sperimentale, c’erano filari di Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon così come varietà che non hanno avuto successo: Riesling, Glera, Müller Turgau, Pinot Bianco. Adottando i vitigni internazionali e capendo come questi potevano ben figurare in Sicilia, si compresero a pieno gli errori del passato.
Forse un paradosso ma i grandi investimenti contribuirono ad un maggior innamoramento del territorio, di quella terra meravigliosa transitata nei secoli delle dominazioni. L’amore per la propria terra torna nei discorsi di Mario. Torna sovente. Il punto di riferimento per un territorio che trova in Feudo Disisa molto di più di un semplice datore di lavoro. Noi avevamo vigneti di Catarratto e Trebbiano che producevano 300 q per ettaro. Poca qualità quindi. Facevamo la raccolta di questi vigneti in maniera separata e portavano le uva a Marsala, dove c’era la cantina sperimentale della Regione. Dopo i primi risultati, ricordo mio padre che veniva invitato dalla Regione nel mese di maggio a fare i confronti fra i risultati dei vari campi sperimentali e dal vigneto di Disisa c’era sempre la Syrah e lo Chardonnay che risultavano migliori rispetto agli altri campi sperimentali. Da un punto di vista vitivinicolo siamo stati sempre sul pezzo. In quegli anni mio padre aveva come consulente il professore Pastena che era forse uno degli ultimi ad aver fatto un trattato sulla viticoltura italiana. Era un’azienda grande che aveva sempre investito nella nella parte agricola. René. Metodo Classico Chardonnay 2017, Sboccatura 2023, Pas Dosé Il vino è la risposta. Qual era la domanda? Non importa. — W.C. Fields Uno Chardonnay in Sicilia, e non in qualunque Sicilia: a Monreale. Già questo è un atto di coraggio, quasi un paradosso che diventa poesia. Come un attore nordico che recita Shakespeare sotto il sole di agosto. E lo fa meravigliosamente. Nel calice arriva vestito di un giallo paglierino brillante, vivo come l’oro antico dei mosaici del Duomo. Le bollicine salgono disciplinate, sottili, quasi timide come a non voler disturbare, a voler far assaporare un profumo tenero, senza arroganza: crosta di pane appena sfornata, pesca gialla, susina dolce. Poi quella sapidità marina che ricorda che il Mediterraneo non è lontano. Non si è mai davvero nell’entroterra, a Monreale. È se il mare sussurrasse sempre nell’orecchio. In bocca è una rivelazione. I tanti mesi sui lieviti sono quel silenzioso miracolo che solo il tempo concede: una pienezza avvolgente, una fragranza croccante che il sole siciliano è riuscito solo ad accarezzare. Il pas dosé lascia nuda tutta la verità di questo terroir. E quella verità è bella, pulita, memorabile. Da bere guardando un tramonto o con un piatto di pesce bianco al sale. Soprattutto, bevetelo lentamente, con rispetto. Terra delle Fate. Fiano 2022. Il profumo è la forma più intensa di memoria. — Jean-Paul Guerlain Esistono vini che, quando li apri, ti fanno venire voglia di aprire anche la finestra, di uscire fuori, di alzare il viso verso il cielo e di respirare fino in fondo. Il giallo paglierino con riflessi dorati è già una promessa mantenuta. Ma è il naso che cattura subito, senza bussare: foglie di cedro, zest di limone, biancospino, nocciola. E poi, meraviglia, la zagara, i fiori d’arancio della Sicilia con quell’aroma che sa di Conca d’Oro, di orti arabi, di sere tiepide a maggio. Uno iodio minerale che arriva dal mare come una lettera di saluti. Respirare questo calice è un gesto necessario, quasi terapeutico. In bocca il Fiano di Monreale si trasforma in qualcosa di difficile da dimenticare. È ampio, è sapido, è ciccioso nella sua verticalità. Sembra masticabile così da lasciare in bocca la sensazione fresca e pungente di aver appena addentato un limone siciliano. Uno di quelli veri, gialli come il sole, con la buccia profumata, la parte citrina così presente, così intensa da pulire la bocca ad ogni sorso facendone desiderare immediatamente un altro. È un vino che non vorresti mai finire. E questa, credetemi, non è una frase fatta: è la verità nuda di ciò che senti nel calice. Dopo 5/6 anni di questo vigneto sperimentale, mio padre piantò subito 8/10 ettari fra Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Da quel periodo tutte le cantine siciliane che già in quegli anni vendevano il proprio vino in bottiglia, chiamavano perché volevano questi vitigni. Mi ricordo quello è stato gli anni in cui prima della vendemmia mio padre riceveva telefonata da un pò tutta l’isola per cercare di accaparrarsi queste uve. Chardonnay e il Cabernet Sauvignon venivano pagate qualcosa come 2700 lire. Che significa oggi sarebbe 1,30 €. Ovviamente con costi di manodopera di gasolio di gestione che erano un’altra cosa. All’inizio papà si rivolse ad un enologo di fuori. Dal 2009 la scelta mia è stata di tornare su un enologo siciliano che conoscesse di più il territorio, le tempistiche, il vitigno. C’è stato un miglioramento qualitativo. La moda, la necessità di smarcarsi con vitigni internazionali porta dietro anche quella di enologi ed esperti in genere non indigeni. Una trasmigrazione di menti che ha provocato un livellamento dei prodotti in barba al territorio. Poi, la consapevolezza che diventa forza conduce a guardarsi in casa e capire come si abbia per le mani non solo un territorio fantastico ma anche di persone che a questo territorio sono legate con un filo nemmeno poi così tanto sottile. In quegli anni c’è stato il boom dei vitigni internazionali togliendo quelli autoctoni. Autoctoni o meno perché per dire, da noi il Trebbiano era molto presente. Una tendenza durata fino ai primi anni 2000 quando poi cominciammo a lavorare i vitigni siciliani alla stessa maniera in cui si lavoravano i vitigni internazionali (non più tendone ma soltanto spalliera e con una produzione per ettaro che difficilmente superava i 100 q per ettaro): Cataratto, Grillo, il Nero d’Avola. Vini che potevano assolutamente essere confrontabili con i vini da vitigni internazionali con la differenza che un Grillo, un Catarratto o un Perricone lo fai solo in Sicilia e non c’è in tutte le parti del mondo. Abbiamo fatto una sperimentazione sui vitigni internazionali e siamo stati fra i primi a vivere in pieno quel quel passaggio. Dal vitigno autoctono al vitigno internazionale. Chara. Catarratto e Insolia. La semplicità è la massima forma di eleganza. — Coco Chanel Certi vini non cercano di impressionare. Si siedono accanto guardandoti negli occhi solo per significare che sono li. Questo è il Chara. Un giallo paglierino scarico, quasi timido nella sua luminosità, ma con la vivacità che tradisce la propria l’energia. Al naso arriva il profumo di un pomeriggio di primavera in Sicilia: la pera Smith croccante, la mela, il lime fresco, il pompelmo. E poi i fiori di mandorlo e di camomilla che galleggiano come petali su una fontana araba. In bocca è una danza di semplicità e carattere. Fresco, secco, sapido con quella mineralità marcata che viene dritta dal terroir di Monreale. La pera ritorna, questa volta morbida, quasi cremosa. Il finale è lungo, impreziosito da un tocco di pompelmo e mandorla che ti convince a versarne un altro dito nel bicchiere. La sua duttilità è il suo talento più sottile: con il pesce al sale sta da Dio. Ma starebbe bene anche con un’antipasto di mare, con una pasta al branzino, con una conversazione importante sotto le stelle. Granmassenti. Perricone 2021 Il vino rosso è il sangue della terra che ritorna a sé stessa. — Pablo Neruda Il Perricone è un vitigno siciliano di quelli antichi che la globalizzazione vinicola ha quasi fatto dimenticare. Granmassenti, è il grande tesoro che, secondo la leggenda locale, è nascosto nelle grotte del feudo (Lu Bancu di Disisa) e chi lo trova non riesce più a riportare fuori. Una promessa di profondità insomma. Nel calice si presenta con quel rubino vivace che cattura la luce rimandandola indietro trasformata in riflessi che sembrano braci. Al naso è fresco, quasi selvatico: arancia tarocco, prugna rossa, ciliegie, una nota erbacea e di sottobosco che parla di vigne non domate. C’è il ribes, il mirtillo, e sullo sfondo una speziatura discreta di pepe. Niente di ostentato, solo un cenno, come un musicista jazz che cita un tema classico prima di riprendere il proprio. In bocca la croccantezza. I tannini non aggrediscono, accompagnano, sostengono. Una sapidità diffusa, una consistenza che riempie la bocca senza appesantirla. E poi quel finale amarognolo, appena percettibile, quasi un’ombra, che invece di disturbare, intriga, stuzzica, invita a tornare. Quel velo amaro finale è la firma del Perricone, il suo modo di ricordarti che non è un vino da salotto ma un vino da tavola vera, da cibo vero, da compagnia vera. Magari rustico, ma finemente rustico. Come un contadino che conosce Virgilio a memoria. Come queste terre che sotto la semplicità nascondono secoli di bellezza. Mentre Mario lavora le figlie giocano felici a Disisa. Un po’ come faceva lui quando era bambino. Poi c’è Palermo con la vita di tutti i giorni, la scuola, gli amici. Le guarda con quell’amore con il quale si guardano i figli e la speranza di far si che Feudo Disisa continui ad essere un’oasi di felicità. In fondo però, lo è da sempre e non c’è motivo perché qualcosa cambi. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù

  Capita difficilmente, forse mai, di arrivare ad un evento che riguarda il vino e provare una sensazione strana. Non voglio dire di disagio ma quasi di essere fuori posto. Un fuori posto stranamente piacevole. È successo proprio lunedì 2 marzi quando sono andato all’evento di presentazione dei vignaioli della D’Alesio Distribuzione, in quel di Qvinto, pizzeria ristorante molto glamour di Roma Nord. Appena arrivato in questo fantastico luogo dove il verde la fa da padrona tanto da aver portato mia figlia a giocare nell’antistante parco con tanto di laghetto, c’erano solo esclusivamente giovani ragazzi e ragazze. Molto sotto i trent’anni. una sensazione decisamente nuova per me, abituato a frequentare manifestazioni del vino dove si sente troppo spesso sostenere quanto i giovani si siano allontanati da questo meraviglioso ed ancestrale mondo. In genere, le degustazioni del vino sono sempre frequentate da persone di età certamente superiore ai 40. Facciamo anche ai 50. Ecco allora che con D’Alesio mi sono trovato nel piacevole imbarazzo di salire la scala necessaria per arrivare alla sala di degustazione facendo a zig zag tra ragazzi e ragazze. Sorrisi, sigarette, calici alzati. Sembrava di essere nella vicina zona di Ponte Milvio all’ora del dell’aperitivo. Un’atmosfera frizzante, allegra, intensa, meravigliosamente carica di energia con questi ragazzi e ragazze che non parlavano di vino ma di vita. Poche parole spese per i vini, tante altre per stare insieme.  Senza termini altisonanti, senza dissertazioni astruse riguardo il vino, il vitigno, la zona. Semplicemente si respirava, si vedeva, si toccava con mano, gioia, edonismo, voglia di stare insieme. Con il vino a rappresentare unicamente qualcosa per stare insieme, per facilitare la conversazione, per sorridere, per baciarsi, per abbracciarsi. All’interno della grande sala al primo piano ho trovato vignaioli giovani e meno giovani che si confrontavano parlando dei loro vini naturali. Vini fatti bene e con la spensieratezza necessaria. Sono i vini che D’Alesio propone nella sua distribuzione: vini naturali, vini biodinamici, vini biologici, vini che hanno come matrice comune il minor intervento possibile in vigna ed in cantina. Vini che raccontano storie di persone vere e poco importa da quale parte del mondo provengano. L’importante è che abbiano in sé qualcosa di speciale. Ho incontrato persone dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, arrivate a Roma per promuovere l’universalità di un prodotto che oggi i giovani percepiscono, gioco forza, solo così. Non c’è solo il territorio. C’è il prodotto, c’è il produttore, c’è la bontà del vino, c’è la sua capacità di aggregare.   Cosa ho assaggiato di particolare Matteo Cacciagrano di Alchimia, Cantina Urbana di San Giovanni Teatino vicino Chieti, è un’entusiasta timido. Una persona a modo che non si vanta, sbagliando, dei suoi prodotti. Nemmeno delle etichette che sono dei piccoli quadri capolavoro così che quando prendi in mano una bottiglia rimani ad osservarli con grande stupore. Stupore che continua quando li assaggi: freschi e croccanti, con la voglia di essere discreti come il loro creatore ma che poi restituiscono tanto. Sempre come il loro creatore. Vitigni del territorio come il Trebbiano o il Montepulciano ma anche internazionali che diventano semplici spremute d’uva concedendosi al massimo delle macerazioni senza nemmeno vedere la solforosa. Vini croccanti, succhi di frutta, per niente stucchevoli e che si bevono godendo. Bravo Matteo!!   Cal Teixidor, dalla Catalogna con tanta allegria e spirito di divertimento. Xarel·lo, Macabeu, Garnacha Peluda vi dicono qualcosa. Difficile, se non a pochi intimi. Quando però arrivano nel calice e soprattutto in bocca, questi vini sanno di schietto equilibrio. Si bevono senza remore. Pure il rosso (Garnacha) fresco! Dei vini da flamenco rock che sembrano eterei ancorché ragionati visto le vigne vecchie di oltre 50 anni. Mi hanno affascinato oltre che mi sono piaciuti molto. Domaine Amirault. Nella valle della Loira tra Le Mans e Nantes per una azienda a caratura familiare che produce vini naturali da Chenin Blanc e Cabernet Franc. Divertente il Petnat, pazzeschi i due Chenin con particolare attenzione al Le Quarterons affinato in anfora. Due Cabernet Franc con affinamento in acciaio e legno che dimostrano come questo vitigno, conservando la sua vegetalità possa far emergere tanto ma tanto e dare tanto ma tanto. Weingut am Schlipf-Schneider. Poco sopra Basilea, in quel preciso punto dove Svizzera, Francia e Germania si contendono la giurisdizione (anche se siamo ufficialmente in Germania), questa famiglia tratta solo il Pinot in tutte le sue sfaccettature.  Anche con lo Chardonnay che ne è comunque derivazione. Vini minimalisti anche con l’uso del legno. Scrocchiano in bocca e grazie alla marcata sapidità si bevono con tutto. Il Pinot Nero merita l’applauso. Michele Simoni ha preso le redini dell’azienda Trentina tutta vocata al territorio che rispetta con rigore. È Michele a far nascere il Metodo Classico Ferro dedicato a papà Ferruccio così come a dare nuovo lustro alla Schiava e al Pinot Nero. Vini che sono freschi e sapidi con la Schiava che si fa quasi ruffiana ma bevendola fredda ricorda quel vino che si direbbe “traditore”. Nel senso che lo bevi ma te ne accorgi dopo. Bravo Michele. Continua così. Ecco questa è stata la mia personale degustazione e quello che mi porto con me è un senso di felicità data dalla certezza che grazie a questi vini, a tanti incredibili produttori e a distributori come D’Alesio, c’è ancora tanta speranza per il futuro.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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