Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perché il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma soprattutto Sommelier raccontano con passione e trasporto, territori e produttori d’eccezione.
Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino propone ogni settimana  suggestive esplorazioni e scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.

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Tenuta Friggiali. Davide Peluso e il Brunello con la napoletanitudine Arrow Right Top Bg

27 Febbraio, 2026

Tenuta Friggiali. Davide Peluso e la napolitudine del Brunello

  ‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
‘N’aria serena
Doppo ‘na tempesta
Pe’ l’aria fresca
Pare già ‘na festa
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
Ma n’atu sole
Cchiù bello, oi ne’
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole, ‘o sole mio
Sta ‘nfronte a te
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te Il testo della canzone ‘O sole mio venne scritta nel 1898 dal caporedattore del giornale Roma, Giovanni Capurro; la melodia, da Eduardo Di Capua mentre guardava il sole sul mare di Odessa (all’epoca facente parte dell’Impero Russo). Proprio per questa suggestione, chiacchierando con Davide Peluso, mi sono risuonate in mente le note di ‘O sole mio immaginandomi Davide che, contemplando il golfo di Napoli, sorseggiava un calice di Brunello di Montalcino. Un momento! Direte voi. Ma che c’azzecca il golfo di Napoli con il Brunello di Montalcino? Semmai, guardando il mare di Napoli ci si potrebbe bere una Falanghina, un Greco di Tufo o, volendo proprio il rosso, un Aglianico. Ma un Brunello, non è insolito? Vero. Anche perché, la pur dirompente stravaganza napoletana non arriverebbe mai a contemplare il Golfo con un Brunello. Troppo al nord. In Toscana poi che con Napoli non ha davvero nulla a che vedere.  Quindi il Brunello non ci azzecca proprio. A meno che non lo produci direttamente. Come fa Davide. Ecco, a questo punto occorre citare Felice Sciosciammocca nella celebre commedia di Eduardo Scarpetta ‘O Miedeco d’e pazze (1908)  ‘A verità era meglio che non nce veneva… ccà si stongo n’atu ppoco, esco pazzo pur’io Si in effetti c’è da uscire pazzi. Un napoletano che produce Brunello di Montalcino proprio in quel di Montalcino. Si si, proprio così. Ma mica da ieri. Quando mai! Dal 1983. Ecco, c’è da uscire pazzi. Oltre 40 anni fa mio padre, che era un avvocato di finanza, insomma è stato anche in carica in diversi istituti bancari importanti nazionali, eccetera, era alla ricerca di un buon ritiro. Era un cacciatore pentito nel senso che prima andava a caccia con i cani e poi solo a passeggio con i cani. C’era un’opportunità a Montalcino, un casale antico, con un ettaro e mezzo di vigna. Era di amici napoletani. Lo acquistò nell’82/83. Davide Peluso è avvocato e, soprattutto, è napoletano. Di Napoli Napoli. Della Napoli bene. Persona squisita e forbita. Dotato di quella simpatia innata che i napoletani, quelli veri, sanno esprimere senza eguali. Persona colta e raffinata che fa della eloquenza non solo la professione ma un vero stile di vita. Senza farla pesare a chicchessia anzi, sorridendo. In verità babbo ci chiese: ma che dite compro un’azienda a Montalcino o una barca? Io, mia madre e mia sorella rispondemmo la barca chiaramente. Invece mio padre, testardo, comprò la casa a Montalcino. Col senno di poi è meglio dalla barca. In quegli anni Davide aveva appena finito la scuola militare della Annunziatella (alla quale non dubito lo avesse spedito il padre non per punizione quanto per impostare un certo livello di educazione marziale) e iniziato l’università. Giurisprudenza ovviamente. Seguire le orme del padre sembrava così naturale.  Andavamo spesso a Montalcino e piano piano ci rendemmo conto che la zona era particolarmente vocata. Rivolta a sud ovest della collina di Montalcino. Nel ‘94 babbo prese terreni e diritti per circa 20 ettari di Brunello. Successivamente poi nel ’95 invece facemmo altre acquisizione nell’altro versante, il versante sud-est, quello che è che affaccia più direttamente sul Monte Amiata per altri 23 ettari. Gli attuali 44 ettari vitati tutti a Brunello di Montalcino.  Ditemi voi come non si possa uscire pazzi. Un importante avvocato napoletano, Giovanni Peluso, alla ricerca del buon ritiro, compra un rudere insieme ad una tenuta di un ettaro e mezzo di terreno vitato che, nel giro di pochi anni, diventano 44, Tutti vitati a Sangiovese con i diritti per produrre Brunello di Montalcino.  Senza aver mai fatto vino. Ovviamente.  Ora, è senz’altro vero come nel tempo Montalcino fosse diventato un polo di attrazione per investitori di tutto il mondo attratti dal Dio Brunello ma, potrei sbagliarmi, ma non mi risultano ulteriori napoletani oltre i Peluso.  La Toscana e Montalcino per clima e tipologia di ambiente, non offre nessun punto di contatto con la cultura e il modo di vivere partenopeo. Da un casale a Montalcino, aprendo la finestra al mattino, bene che vada, vedi un bosco o un vigneto. Il mare, forse, solo se hai acceso il televisore… L’estrosità o forse l’inesperienza enologica dei Peluso li porta ad affidare il supporto nella produzione del vino agli enologi della pur blasonata Scuola Enologica di Portici. Non conoscendo nessuno a Montalcino, sembrava la scelta più immediata.  Una scelta che dura poco ovviamente: il Brunello non può che essere fatto con l’esperienza di chi lo produce da secoli. È cosi che più saggiamente decidono di rivolgersi agli enologi del senese. Come Vagaggini.  Iniziammo questa collaborazione e sin da subito avemmo i nostri primi successi. La cantina era all’inizio nella parte di sotto del rudere. Una struttura dell’ottocento trovata lì. Pian piano costruimmo questa cantina dapprima di 1400 metri quadrati per poi ampliarla agli attuali 2700 m².  Quello che Davide chiama rudere era proprio tale. Un vecchio casolare circondato da appena un ettaro e mezzo di terra. Abbandonato poiché non vissuto. Come tante strutture in una Toscana di altri tempi e non certamente quella che oggi siamo abituati a vedere.  Gli anni 90 segnano per Montalcino e il Brunello il vero boom. Il Brunello vede la sua consacrazione nei mercati mondiali, le superfici si ampliano, gli investitori arrivano e con essi il fermento del movimento. Ma sempre di una realtà rurale, chiusa e toscanocentrica si trattava. Ecco che farsi accettare dai locali non fu semplice ma nemmeno impossibile.  Mio padre è stato un uomo molto severo e molto attento ai numeri alla finanza. C’è stata da sempre un’impostazione molto rigorosa e non abbiamo mai fatto un passo più lungo della gamba. Noi siamo una azienda di famiglia perché dietro non c’è un grande gruppo industriale. Siamo sempre attenti a ogni investimento che facciamo ogni iniziativa che facciamo deve esserci deve essere ben ben ponderata. Forse proprio questo aspetto familiare consentì una rapida integrazione in un  panorama montalcinese nel quale le grandi aziende, di vera famiglia avevano ben poco.  Davide continua comunque a lavorare nello studio di famiglia mentre sua sorella Olga, avvocato anche lei (Ça va sans dire) scegli di dedicarsi integralmente all’azienda. Ecco che la Tenuta Friggiali è servita! Nel corso degli anni abbiamo avuto l’intelligenza di accogliere suggerimenti da parte di tutti. All’epoca Montalcino era una una fucina di idee. C’era un sacco di giovani ragazzi che poi sono gli attuali Giacomo Neri, Andrea Costanti, Paola Gloder, Stefano Cinelli. Un gruppo di di ragazzi con i quali facemmo squadra. Ci divertivamo anche. Organizzavamo cene, settimane bianche, teatro. Insomma fu un bel periodo Abbiamo restituito poi al territorio per quello che potevamo. Siamo stati promotori di belle iniziative insieme a tanti altri. Sono ricordi di vita quelli di Davide. Scanzonati ragazzi che oggi hanno preso in mano le aziende di famiglia passando dalle zingarate alle responsabilità, attratti dal canto delle sirene del mondo del vino. Un fascino che brilla negli occhi di Davide al ricordo di come il padre vedesse proprio in lui e in Olga quel luccichio. Una soddisfazione particolare per una cosa viva come il vino, la campagna, la terra. Noi figli lo seguivamo in questa passione che poi, pian piano divenne anche una sfida. Quando tu capisci che Montalcino ha grandi margini di miglioramento e inizi a vendere le tue prime bottiglie, ad avere i primi successi, sei invogliato a migliorare. Quando vide che che Olga ed io eravamo sulla sua stessa lunghezza d’onda, impegnò i suoi risparmi tralasciando di fatto lo studio professionale. Ci lasciò fare e Olga fu molto brava a creare le prime iniziative. Vide questo nostro entusiasmo e lo avallò sempre. Un padre che all’epoca aveva i suoi contatti, le entrature, le relazioni a tutti i livelli era in realtà schivo. Non voleva apparire. Figlio di un’epoca senza social e con la voglia, il dovere, di mantenere la propria rispettabilità guadagnata in anni di onorata professione. Una attitudine, una rettitudine che forse si sarebbe mal sposata proprio con la necessità commerciale di una azienda di Montalcino. Vedere i figli che prendevano, e bene, in mano l’azienda non potè che significare un rasserenamento. Tenuta Friggiali poteva essere il vero buen retiro.  Anche l’ampliamento degli ettari e quindi dell’azienda fu impegnativo perché ovviamente ricorremmo al ceto bancario per avere il finanziamento. Il vedere che in qualche modo l’impresa manteneva un suo equilibrio e anzi si riusciva a crescere, fu per lui grande motivo di soddisfazione. Quando si pensa alla Tenuta Friggiali, tanti ettari, tante bottiglie, Montalcino, si ha l’immagine di ricchezza, sfarzo, grandi capitali. Quello che invece traspare dalle parole ma soprattutto dall’atteggiamento di Davide, è grande posatezza. Rigore direi. Papà Giovanni ha fatto un egregio lavoro. Nessun grillo per la testa, nessun eccesso, tanto buon senso. Non si fanno passi più lunghi della gamba e tutto è ponderato accuratamente.  Olga è sempre stata una donna molto esuberante, una delle prime donne del vino. È sempre stata sul pezzo. Io invece con l’attività della produzione. Ecco, siamo riusciti a conciliare bene tutto.  Conciliare la famiglia. Conciliare Napoli con Montalcino. Un napoletano verace non può privarsi di Napoli. Non ci riesce. Non può essere.  Napoli è rimasta il centro della famiglia. Mia mamma vive a Napoli come me e va avanti e indietro. Mamma è la Centolani e a lei è intestata l’azienda. È del ferrarese. Ha contribuito fortemente all’azienda. È stata per tanti anni l’amministratore unico operativo operativo ma ha dato lei questa impronta familiare.  L’avviato studio a Napoli. I viaggi su e giù per Montalcino. Una moglie, Annarita, anch’essa avvocato e decisamente impegnata nella sua attività ad Avellino. Due figli, Giovanni già laureato in Giurisprudenza e Lorenzo sulla stessa strada. Una azienda, Tenuta Friggiali, con oltre 220.000 bottiglie tra Brunello, Rosso e Rosato. Eppure Davide mantiene il suo sorriso tutto partenopeo. L’aplomb di chi, anche nelle difficoltà e nella frenesia della vita, sa che si sveglierà a Napoli con quel sole e quel mare a ricordargli che Dio esiste. La prima bottiglia è stata un Brunello di Montalcino riserva del 1983. Come etichetta una foto del bosco. Poi nel 90/91 abbiamo cambiato invece l’etichetta con il fregio di origine rinascimentale trovato all’ingresso del casale dell’ottocento. È la parte interna di un frutto di melograno. Il nome Friggiali proviene anche dal latino frigidus, freddo. Come la zona. Poi c’è la zona Fijoli e la Focaia. Il Brunello di Montalcino 2020 Tenuta Friggiali è la carezza austera del Sangiovese Nel calice è rubino intenso, profondo, quasi impenetrabile, eppure sinuoso. Ha quella densità che non opprime, invita. Sembra velluto liquido, pronto ad accogliere lo sguardo prima ancora del sorso. Il naso è un racconto in progressione. La ciliegia domina, dolce ma attraversata da una vena acidula viva, come un frutto colto al punto esatto della maturazione. Poi arancia, prugna, una freschezza che si allunga grazie a una sottile nota vegetale, quasi balsamica, che arieggia il profilo. Le spezie arrivano con garbo: vaniglia, tabacco, noce moscata, pepe. Il cioccolato affiora e si fa quasi “Mon Chéri”, evocazione di marasca e cacao insieme. È un bouquet complesso, già leggibile ma ancora in movimento, come un’orchestra che sta accordando gli strumenti prima del grande concerto. In bocca è ampio, generoso, sorprendentemente godurioso. Si espande con una sapidità vibrante, con una freschezza che sostiene ogni passo. I sensi si raccolgono attorno al centro del palato come spettatori in uno spalto: ognuno trova il proprio posto, nessuno resta escluso. Il tannino è domato, morbido, pur sempre presente. È struttura senza rigidità, è colonna portante che sostiene la persistenza e dà linearità al sorso. C’è un accenno iniziale di amarognolo, quasi una soglia da attraversare, ma subito il vino conquista la scena: la ciliegia ritorna, masticabile, succosa, con quella vena di marasca che impreziosisce il finale e lo rende adulto, mai banale. È un vino setoso, che abbraccia. Mantiene la promessa del naso e vi aggiunge profondità. Ha equilibrio, completezza, una progressione che accompagna e non stanca. La verità di questo Brunello è fatta di misura, energia e identità. Focaia rappresenta una delle espressioni più caratteriali della tenuta. Dalla sua altezza nasce un Brunello per durare nel tempo raccontando da subito la freschezza della sua collocazione. Focaia Brunello di Montalcino 2021 rappresenta poi l’eleganza e la vivacità della materia viva. Nel calice è infatti, nonostante gli anni trascorsi, rosso rubino: giovane, vibrante con quella luminosità che tradisce energia, non irruenza. È un colore che parla di futuro. Il naso è immediato e non semplice. La frutta fresca è protagonista: ribes croccante, mirtilli, more scure, ciliegia piena e succosa. Poi il vino si apre, lentamente, lasciando emergere i risvolti del legno e delle spezie: cannella, noce moscata, un accenno di pellame che ne sottolinea la serietà. La complessità è ancora in divenire, ancorché già evidente. Conquista la balsamicità che attraversa il profilo aromatico come una corrente d’aria pulita, rendendo tutto più teso, più dinamico. In bocca cammina deciso. La freschezza sostiene il sorso e si intreccia con il calore in un equilibrio ancora giovane ma promettente. I tannini sono concreti, presenti, con quella grana che si avverte e si rispetta. Non sono aggressivi, ma chiedono tempo. La sapidità avvolge e avviluppa, dà profondità, allunga il passo. La lunga persistenza aiuta a conservare una rustica eleganza rendendo Focaia autentico, dotato di sostanza e ritmo. Una tensione che entusiasma. Una struttura che promette evoluzione. Oggi è materia viva, scolpita ma ancora in movimento. Domani sarà rotondità, armonia compiuta, ampiezza piena. È un Brunello che guarda lontano. Lunghe, lunghissime prospettive. La nuova etichetta Terra De Fjòli è l’ultimo Brunello, l’ultima iniziativa per introdurre i nostri ragazzi Giovanni e Lorenzo. Deriva dal vigneto vicino al casolare dove i miei figli giocavano fregandosene dell’uva. Mio padre diceva sempre: ragazzi giocate nel piazzale non giocate proprio nella vigna. I figli in ferrarese sono i fiò o i putin. Con i Putin non avrei avuto successo.   Terre de Fijòli 2021 è uno di quei vini che ti guardano negli occhi chiedendoti rispetto. È Brunello di Montalcino nella sua forma più identitaria: austero, fiero, capace di mantenere una tenerezza inattesa. Nel calice è rubino compatto, con un’unghia che già sfiora il granato, come un tramonto che annuncia il tempo senza averne fretta. La materia è viva, pulsante, eppure composta. Al naso si apre con un orizzonte di frutta matura: ciliegia succosa, prugna scura, scorza d’arancia che vibra luminosa. Poi arrivano i fiori: violetta, rosa canina elegante. In filigrana i primi cenni terziari: ceralacca, un ricordo lieve di tabacco trinciato, chiodi di garofano, un soffio di vaniglia. Un velo balsamico sale lento e armonizza tutto, come un respiro profondo tra una parola e l’altra. È un naso ampio, caldo, attraversato dall’alcol che riscalda le narici ma non sovrasta mai. Qui sta la sua finezza: ogni nota emerge con delicatezza, senza voler dominare. È un dialogo, non un monologo. Il sorso è caldo e sapido, fresco e deciso. I tannini mordono, sì, ma con la dolcezza di un cucciolo che gioca: presenti, vivi, mai aggressivi. La bocca è ampia, distesa con la frutta che ritorna con forza (ciliegia, prugna, arancia) espandendosi con naturalezza. C’è una spinta dinamica, una tensione che tiene il vino verticale. C’è soprattutto identità. Sa di storia, di terra, di orgoglio contadino. Questo Brunello 2021 non è solo equilibrio: è carattere. È austero senza essere rigido, elegante senza essere fragile. È un vino che cammina dritto, con lo sguardo rivolto lontano, ma con le radici ben affondate nella sua terra. Non ho bevuto solo un ottimo vino, ma ho ascoltato una voce. La voce di Montalcino. C’è del bianco nell’etichetta di Terre dei Fijoli come a rappresentare qualcosa ancora da scrivere. Non un passaggio di testimone ma un modo per invogliare Giovanni e Lorenzo a scrivere qui a Montalcino un ulteriore pezzo della famiglia Peluso. Un augurio e non certo un obbligo anche se almeno Giovanni è già in azienda. Un approccio umile il suo. Quello di un ragazzo di 26 anni che non vuole essere solo il figlio del titolare ma parte della squadra. Scoprire, imparare, lasciarsi guidare. Perché il mestiere che si è scelto è complicato e complesso. Ha a che fare con la terra e gli uomini, la natura e le persone. Non si impara sui libri ma con il proprio sudore. E una buona dose di umiltà condita con tanti errori.  Adesso le aziende sono addirittura due: Tenuta Friggiali e Pietranera. La prima gestita da Davide, la seconda da Olga. Oltre 220.000 bottiglie per ciascuna azienda che in comune hanno, ovviamente, la cantina ancorché terreni diversi, esposizione diverse.  Abbiamo il vanto secondo me di avere una una qualità del vino mediamente molto buona. Raccolta manuale. Selezione degli acini. Tecnologia. Legno di Slavonia in botti grandi così da essere il meno invasivo possibile. Abbiamo la possibilità di avere due tipologie di vino all’interno dell’azienda. Diverse esposizioni e diverse altitudini. Pietranera con vigne più basse e Friggiali più alte e ventilate. Poi le diversificazioni tra le vigne.  Tante differenze, una unica identità: il Brunello di Montalcino. E pensare che il Brunello è stato messo in discussione nel corso di Benvenuto Brunello 2025. Diatribe circa la necessità o meno di adeguare il Brunello di Montalcino ai tempi attraverso finezza, snellezza. In altre parole, leggerezza.  Non mi unisco a nessuna delle due parti ancora in singolar tenzone ma mi permetto solo due considerazioni. Spicce.  Il Brunello di Montalcino è conosciuto in tutto il mondo per una sua fisionomia ben precisa. È cosi da anni e, a mio modo di vedere, sarebbe bello rimanesse tale al pari di ogni eccellenza italiana. Un segno, un marchio distintivo che si dovrebbe distingue solo per lo stile interpretativo delle diverse aziende.  La seconda considerazione riguarda la stucchevolezza di una simile discussione alimentata dai soliti parrucconi del vino e utile magari a guadagnarsi un attimo di notorietà. Cosa volete importi ad un consumatore e, soprattutto, cosa ne capisce un consumatore? Volete fare un Brunello diverso? Ma fatelo pure. Sarà il mercato e solo il mercato a decretarne il successo o la morte. Tutto il resto, è noia (viva Califano!). La differenza tra Davide e il papà sta forse nel buon ritiro. Giovanni lo ha cercato e voluto proprio a Montalcino.  Lui è stato uno dei dei primi cacciatori in Italia di caccia grossa. Quando era giovane ha girato parecchio il mondo. Poi è venuto a Montalcino e si è pentito nel senso che lui amava girare con i suoi setter nel bosco. Girava senza fucili che regalò in blocco a Roberto, il nostro capo operaio. Ha trovato la serenità a Montalcino. È morto a fine 2018 ed è stato lì sino a marzo. Davide invece il suo buon ritiro non lo ha mai abbandonato. Anche perché Napoli non può essere abbandonata. Si dice che i napoletani abbiano una malattia chiamata napolitudine. Una sorta di malinconia che si manifesta dopo poche ore che si lascia la città e sintetizzata nel famoso detto Vedi Napoli e poi muori. O anche nella canzone Munasterio ‘e Santa Chiara scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis nell’immediato dopoguerra Munasterio ‘e Santa Chiara…
Tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era
penzo a Napule comm’è?!   È forte il richiamo di Napoli, pur contestandone clamorosamente taluni aspetti perché è una città difficile. Sto molto molto bene a Montalcino e ho una grande passione per la campagna. Montalcino è un po’ difficile perché è ancora molto selvaggia. Questo mi pesa per cui se ti dovessi dire che il mio buen retiro, no.  Il buon ritiro di Davide è e rimane Napoli. Un cuore diviso, la voglia e la capacità di portare avanti Tenuta Friggiali per se stesso, per i figli, per onorare il sogno del padre. Un mix di sensazioni che Davide trasmette con tutta la serenità e il buon umore di cui dispone. E, vi assicuro, ne dispone in grande quantità. È per questo che ogni vino di Tenuta Friggiali ha quel qualcosa di profondamente diverso rispetto agli altri Brunello, un Brunello con la napolitudine.      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena Arrow Right Top Bg

25 Febbraio, 2026

Costa Arènte. L’elegante finezza dell’Amarone e dei suoi fratelli in Valpantena

  Poco a nord di Verona, è una di quelle valli che si aprono tra i Monti Lessini per poi approdare sulla punta del Lago di Garda. Proprio per l’influenza di quest’ultimo, la valle è stata abitata sin dai tempi del Paleolitico. Fa parte a pieno titolo delle zone della Valpolicella insieme alla Classica e alla DOC. Ovviamente, il Dio Amarone, si produce qui e lo si produce da sempre possiamo dire. Da quando almeno l’Amarone ha avuto vita.  In uno scenario fantastico e proprio nel comune simbolo della Valpante, Grezzano, sorge Costa Arènte, un’azienda oggi facente parte del Gruppo Leone Alato che con i suoi 42 ettari, dei quali 18.5 vitati, produce i veri gioielli della viticultura della Valpolicella: Valpolicella Classico Superiore, Ripasso Superiore, Amarone, Amarone Riserva, Recioto, Lugana.  Occasione per scoprirli è stata la masterclass dello scorso 12 febbraio presenti Giovanni Casati, enologo della cantina, Riccardo Cotarella, consulente enologico, Igor Boccardo Amministratore Delegato del Gruppo Leone Alato. Proprio Igor Boccardo ha tenuto a sottolineare come il 2026 rappresenti l’undicesimo anno di acquisizione di una storia azienda del territorio che trova il suo rispetto nell’attenzione ad esso riservata. Valorizzazione dell’ambiente e l’utilizzo delle giuste tecnologie in vigneto ed in cantina sono gli elementi fondamentali per esaltare ogni componente e garantire longevità ai vini. In questo articolo vogliamo proporre una doppia visione della masterclass. La mia personale e quella di Paola Restelli, firma di Wine Tales Magazine e degustatrice professionale.   Paola, cosa ti è sembrato di questa degustazione? Sarà per il fatto che l’azienda sorge su un promontorio dove lo sguardo si perde lungo due vallate, sarà che si “respira” un evidente rinnovamento stilistico, ma questa esperienza mi ha fatto percepire la freschezza e quel tocco balsamico che tanto ricordano il carattere tipico della Valpantena. Questa valle, cuore della Valpolicella, è influenzata dai venti che scendono dai Monti Lessini ed è caratterizzata da suoli molto profondi, originati da rocce sedimentarie e calcaree, che garantiscono un’acidità fissa elevata. Condizioni favorevoli per la vite che, unite alla notevoli escursioni climatiche, permettono vendemmie più tardive e risultati stilistici di spiccato equilibrio. Ne è comprova il Valpolicella Valpantena Superiore DOC 2023, con la croccantezza del frutto e del fiore rosso, la dominante fresca che sfocia in un finale delicatamente mentolato. Un vino inclusivo e divertente, dal tannino sottile e delicato, dove la rusticità della tipologia si fonde con spensieratezza alla finezza. Ivan Il Valpolicella Valpantena Superiore 2023 appartiene alla specie dei narratori silenziosi, dei vini che non alzano la voce ma la modulano con eleganza, come fa la Valpantena quando si apre tra Verona e i suoi declivi ordinati. Il rubino vino attraversato da una lieve unghia granata è un colore che vibra, che suggerisce movimento, energia, freschezza. Già alla vista si intuisce una discreta finezza, una compostezza naturale che non ha bisogno di ostentazioni. Al naso si muove con passo leggero: frutta rossa croccante, ciliegia fresca appena colta, non sovramatura, non opulenta. È una frutta che “scrocchia”, che conserva la sua tensione. Il fiore è evidente, delicato ma presente, e insieme emerge una trama minerale che attraversa il profilo aromatico come una linea sottile di roccia sotto la terra. Il legno c’è, ma resta sullo sfondo: un sussurro. Non copre, non invade. Lascia che siano il floreale, la freschezza e quella vibrazione balsami e minerale a guidare il racconto. In bocca il vino mantiene la promessa. La freschezza è la sua cifra stilistica. Il tannino è preciso, quasi tagliente, ma al tempo stesso gentile. È come un piccolo taglio superficiale che senti per un istante e poi dimentichi, perché ciò che resta è il piacere della beva. Una tensione che non ferisce, ma definisce. La frutta torna croccante, viva, e accompagna una sensazione di ampiezza che non tradisce mai la finezza. La bocca rimane pulita, netta, pronta al sorso successivo, mentre la persistenza si allunga con discrezione, senza pesantezze. Interpreta davvero la Valpantena nella sua versione più contemporanea: scorrevole, genuino, senza fronzoli, con una capacità di beva che lo rende compagno ideale della tavola, dall’antipasto alle carni bianche, fino ai piatti della tradizione veronese. Non cerca effetti speciali ma che invita a continuare.   Paola Stesso registro anche per il Valpolicella Ripasso Valpantena Superiore DOC 2021 che conquista il palato per la peculiare balsamicità, pur avvolgendo con pienezza e generosità. Un vino che trova finalmente la sua identità, senza sbiadire tra i paragoni. Frutto pieno e voluttuoso, decise ventate floreali, un tocco di cardamomo e mirto. Il tannino è voluminoso, ma si stempera nella freschezza e nel finale di rabarbaro. Ivan Il Costa Arènte Ripasso Valpantena Superiore 2021 appartiene alla dimensione delle profondità, dei chiaroscuri, della materia che si fa più densa senza mai perdere eleganza. Due anni in più rispetto al Superiore si traducono in un colore che vira verso l’aranciato in maniera meno vivace, più raccolto, quasi introspettivo. Un rubino che si fa cupo, ma resta fine, trasparente, mai opaco. Come certe colline della Valpantena al tramonto, quando la luce non abbaglia più ma accarezza. Al naso cambia registro. La frutta si fa più consistente, più matura. È una ciliegia scura, croccante nel cuore, con il succo che sembra già promettere ampiezza. Accanto arrivano le spezie, le tostature, il segno misurato del legno che si avverte senza invadere. C’è una trama balsamica che alleggerisce, che solleva il profilo aromatico e lo rende dinamico. I sentori non esplodono: si stagliano, si rincorrono, si avvicinano e poi si separano, come se il vino respirasse. È qui che si coglie il lavoro di precisione: struttura sì, ma governata. Intensità sì, ma senza eccessi. In bocca si avverte subito il calore, la materia più ampia. Il tannino è presente, lavora con decisione ma non si impone mai con durezza. La struttura è snella, non imponente, e proprio per questo elegante. Si allarga sul palato, fa salivare, costruisce profondità senza appesantire. Rimane fresco, sorprendentemente pulito, con una persistenza lunga che non si adagia nella dolcezza ma continua a vibrare su note di frutta scura e spezia. Non è un Ripasso stucchevole ma un Ripasso che sceglie la via della misura. La rotondità maggiore rispetto al Superiore sempre accompagnata da tensione e nitidezza. Si finisce il calice quasi senza accorgersene, perché la beva è ammaliante, avvolgente, coerente. Un ponte tra freschezza e concentrazione. Tra immediatezza e attesa. Superiore e Ripasso non si sono rivelati affatto banali. Anzi, si è corso il rischio di compromettere la verticale di Amarone. Dal 2020 al 2016 passando per delle Riserve. Cosa mi dici Paola della verticale di Amarone della Valpolicella Valpantena DOCG? Ritorna il concetto dell’evoluzione stilistica di Costa Arènte. Questa verticale, infatti, ci ha permesso di comprendere quanto l’azienda stia investendo per ottenere sempre più coerenza tra territorio di origine, tendenze di consumo e vini proposti. Dal 2018 è operativa la nuova cantina, con fruttaio di proprietà di ultima generazione. Non a caso, la 2020 e la 2019 presentano un carattere distinto rispetto alle annate più vecchie, con residuo zuccherino ridotto e dinamica vibrante, nonostante la struttura. Ho apprezzato la 2020, con il suo naso piccante, l’intreccio tra frutti di bosco, spezie, foglia di mirto e peperone crusco, con squisiti cenni torbati e l’immancabile scia balsamica. Preciso, scuro, cesellato. Interessante anche la 2019, leggermente più “rossa”, dall’intenso bouquet floreale ed il finale di china. Sostanzioso, ma al contempo arioso. La 2017 si presenta scissa, ma nelle ore diventa più composta e si candida ad archetipo della vecchia scuola dell’Amarone. Frutta sotto spirito, marzapane, vaniglia, inchiostro, tannino setoso e intrigante scia sapida. Un vino tattile e figurativo. Veniamo all’anteprima dell’Amarone Valpantena DOCG Riserva 2019 risultato della vinificazione delle migliori selezionate nel fruttaio. Ancora troppo giovane per dichiararsi, ma già foriero di materia e freschezza, doti che lo faranno viaggiare nel tempo. Note di eucalipto, frutta rossa e goloso ribes nero, leggero bosso, alloro e selce. Il sorso scorre dinamico, nonostante il volume alcolico, gradevole la tensione sapida e promettente la cesellatura del tannino. Una menzione anche per il Recioto della Valpolicella Valpantena DOCG, vellutato e scattante, capace di dissolvere i suoi 75 grammi/litro di zucchero in un effluvio di frutta rossa, macchia mediterranea e mandorla tostata. Ancora una volta volume e tannino danzano con la freschezza su un tappeto mentolato, in nitida coerenza con il territorio di origine. Ivan Nella valle che guarda Verona dall’alto, la Valpantena custodisce un’idea di eleganza che non ha bisogno di urlare. Qui l’Amarone non è opulenza fine a sé stessa, ma misura, trasparenza, respiro. 2020. L’adolescenza luminosa Granata trasparente, con un’unghia appena aranciata che già racconta una promessa. Il 2020 è un Amarone che non ha fretta di diventare adulto. I profumi arrivano prima ancora di cercarli: fiori che sfumano, prugna fresca, nocciola, un velo balsamico, spezie educate. In bocca è calore avvolgente ma mai eccessivo, sapidità che sorregge, freschezza che invita. Quel finale leggermente amarognolo non è severità: è carattere. È un vino che sa di prospettiva, di strada lunga, di tempo che sarà alleato. Come un ragazzo alto, già strutturato, ma ancora in divenire. 2019. La maturità che si accende Il colore si fa più granata, l’arancio dell’unghia si espande. La trasparenza resta, e stupisce chi ricorda Amaroni densi e impenetrabili di altri tempi. Qui la frutta si fa più matura: prugna e ciliegia si approfondiscono, il chiodo di garofano e il tabacco emergono con decisione. Tutto si lega. Tutto trova un centro. In bocca la rotondità aumenta rispetto al 2020. Il vino ha ragionato in bottiglia. Il tannino è levigato, elegante, e la chiusura comincia a farsi memorabile. L’amarognolo si trasforma in armonia. Annata più calda, sì, ma governata con misura. È un Amarone che cammina sicuro. 2019 Riserva. La passione e l’abbraccio La densità cromatica è simile al 2019, ma l’energia cambia. La permanenza più lunga in legno si percepisce: tostature, noce moscata, vaniglia, tabacco. L’arancia diventa caramellata, la frutta si avvicina al cotto. È un vino intenso, passionale, irruente. Ancora troppo. In bocca il tannino parte con vigore, poi si distende. Il calore è più celato, ma l’alcol è importante. La prugna cotta si mescola al floreale, l’ampiezza cresce. Se il 2019 è equilibrio, la Riserva è abbraccio avvolgente, imponente, sensuale. Ancora meno lineare, forse, ma di grande presenza scenica. 2018. Lo schiaffo e la carezza Le note aranciate si fanno più evidenti. I sentori sono compressi, amalgamati: ciliegia e prugna cotte, sottobosco, balsamico, arancia. Una compattezza quasi vischiosa al naso. Poi il sorso sorprende: è vivo, croccante, fresco. Uno schiaffo gentile seguito da una carezza. Elegante ma gagliardo, duro ma mai sgarbato. Il tannino è ancora da domare del tutto, e proprio per questo affascina. C’è irruenza, ma è l’irruenza della giovinezza che vuole affermarsi. 2017. L’austerità nobile Il colore si fa ombroso. L’unghia aranciata si allarga. Al naso emergono note eteree, ceralacca, una profondità che rende il vino meno immediato, più austero. Roteando il calice, tutto si ricompone. In bocca è sorprendentemente fresco, con un tannino vivo che punge e un calore che non dimentichi. È un vino impegnato, esigente. Non si concede subito. Va capito. Tra tutti, è quello che porta la nobiltà più severa. È il fratello che studia in silenzio, ma che quando parla lascia il segno. 2016. La memoria e la dolcezza del tempo Qui l’arancione prende il sopravvento. Il vino è ancora nitido, ma più riservato. La frutta è sotto spirito, in confettura. Prugna, ciliegia, mela, arancia. I fiori diventano potpourri. Non c’è esplosione, c’è raccoglimento. Le spezie sono dolci, lo sguardo è nostalgico. In bocca il bilanciamento resta, ma la freschezza non è più protagonista: ora è il calore a guidare, insieme a una dolcezza che non è zucchero, è memoria. Il tannino è vivo ma al tramonto della sua forza giovanile. È un vino che ti fa pensare. Non solo al tempo che ha vissuto lui. Ma al tempo che hai vissuto tu. Infine il Recioto. Una danza sulle punte. Il canto di una sirena che ammalia e ti stringe in un abbraccio mortale. Uno di quei vini che solo provandolo si comprende quanto si è perso nella vita. Ogni sentore, ogni sapore, ogni sensazione di caldo abbraccio c’è nel calice. Può non piacere per via del residuo zuccherino, ma è proprio quello che ammalia. Non è un fine pasto. È un inizio del dopocena fatto di abbracci e baci, di avviluppamenti sensuali. Una folata di vento, un sussurro di mentolato a ridestarsi. Ma solo per un attimo. Per perdersi ancora In questa verticale c’è un’identità chiara: trasparenza, eleganza, freschezza, finezza sempre presente anche negli anni più maturi. I vini di di Costa Arènte non sono mai eccesso. Sono equilibrio dinamico con il tempo che scolpisce, che non consuma. Forse è questa la lezione più grande di questa verticale in Valpantena: l’Amarone e i suoi fratelli non sono solo potenza. Sono attesa, memoria. Prospettiva.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino                      Paola Restelli – Identità in fermento  
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Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale Arrow Right Top Bg

20 Febbraio, 2026

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

  Roma è un museo a cielo aperto. Lo spazio urbano è l’insieme architettonico realizzato per mano dell’uomo e resistito al tempo. Dagli antichi romani ai giorni d’oggi, ogni epoca è rappresentata. Diversi stili. Diversi metodi. Diversa collocazione. Gli antichi romani costruivano sulle rovine. Strato su strato. Tanto che non è possibile scavare senza trovare qualcosa di rilevante. Ogni singola realizzazione è frutto di ingegno, progettazione, utilizzo di materiali. Tecnica consolidata. Protocolli rigorosi. Ci fermiamo a guardare il Colosseo o la Basilica di San Pietro così come le case del quartiere Coppedè e ne rimaniamo affascinati, sbalorditi. Nonostante io abbia visto questi capolavori centinaia di volte, ogni volta che neosservo uno non posso che meravigliarmi e pensare a quanto l’uomo sia dotato di ingegno, creatività, capacità.  Poi ci sono i tramonti. Gli spazi sconfinati del mare. Le montagne. I fiumi. I laghi. Quante volte ci siamo trovati a contemplare la natura, a guardare semplicemente un fiore appena sbocciato, una collina così verde da voler rotolare sull’erba, un lago nel quale correre a gettarsi? La natura incontaminata e selvaggia. Quella che non si ha nemmeno il coraggio di fotografarla perché potrebbe rovinare la catarsi del momento. Cosa è meglio allora? Un luogo reso meraviglioso dalla mano dell’uomo o quello dove l’uomo non è mai intervenuto? Ognuno ha la sua opinione ma, alla fine, sono entrambi incredibili ed entrambi vanno preservati in quanto opere divine. Si, divine, perché comunque parte di un ordine divino. Che ci si creda o meno ovviamente.  Cosa è meglio tra un vino naturale e un vino tradizionale? I vini naturali, o meglio, i vini che scelgono la via meno interventista portano nel bicchiere fermentazioni spontanee, solfiti ridotti al minimo, nessuna scorciatoia chimica. Sono vini che accettano il rischio dell’errore pur di non tradire l’identità. Possono essere irregolari, talvolta spigolosi, ma hanno il battito del luogo. Non chiedono di piacere a tutti ma impongono comunque di essere buoni. Il vino tradizionale, quello figlio di una tecnica consolidata e di protocolli rigorosi, è spesso un palazzo rinascimentale: proporzioni armoniche, equilibrio, affidabilità. È il risultato di secoli di sapere codificato, di controllo, di previsione. È il vino che rassicura, che replica uno stile, che promette coerenza. Esiste poi un vino che oserei chiamare selvaggio, una rovina romantica, una vite che cresce controvento, un grappolo che fermenta con i lieviti dell’aria, un colore che a volte vira, una trama tannica che non sempre si lascia domare. È meno architettura e più paesaggio. Meno progetto, più racconto. Un vino che nasce in quella zona franca tra cultura e natura, dove l’uomo non impone ma accompagna. Dove la vigna non è un giardino geometrico ma un organismo pulsante. Il selvaggio non è l’incolto, è l’originario. È ciò che non è stato ancora levigato fino a perdere memoria. È quel vino che da naturale diventa bohémien per quella mano dell’uomo che da genio costruttore diventa un semplice narratore della natura. Henry David Thoreau scriveva nel 1862
In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo.  Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano.  Vini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo. Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei.  Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!). Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager.  Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute.  Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro. Come dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante.  È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo.  Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing! A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto.  L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti.  Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività. Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia.  L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano.  Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto. Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi.  Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto:  proviamo a farlo noi. Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo.  Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale! La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio.  Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo.  Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi.  San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare.  Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata. Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi.  Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza.  La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione.  L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico.  Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi. Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano! L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono. Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia. Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo.  Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti. Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare. Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Manilo Frattari è IoVino. Marche e Campania: luce, fuoco e una scoperta inattesa Arrow Right Top Bg

13 Febbraio, 2026

Manilo Frattari è IoVino. Marche e Campania: luce, fuoco e una scoperta inattesa

  Andando in giro per l’Italia mi rendo sempre più conto di quale sia l’immenso patrimonio che stratificatosi nel corso dei secoli. Un patrimonio da valorizzare in ogni sua peculiarità. Da ciò che offre a chi lo abita.  Ho incontrato regioni che si attraversano con lo sguardo, altre con il cuore; regioni che per comprenderle occorre scavare a fondo, altre che ti sommergono; regioni che ignori ma che solo quando le scopri comprendi cosa ti sei perso.  Marche e Campania sembrano l’una l’antitesi dell’altra e non solo da un punto di vista territoriale. Le Marche vivono di luce composta. Le colline scendono verso il mare come pensieri ordinati, mai urlati. Tutto sembra suggerire equilibrio e compostezza creando una bellezza che non ha bisogno di spettacolo. I marchigiani sembrano chiusi e riservati tanto che al tempo dello stato pontificio, complice anche la lontananza da Roma (erano in fondo della regione dello Stato Pontificio più distante da Roma), venivano scelti come gabellieri ovvero coloro che riscuotevano le tasse. Meglio un morto in casa che un marchigiano all’uscio si diceva. In realtà lo si diceva anche in altri casi ma per i marchigiani era ancora più vero.  La Campania, al contrario, custodisce una geografia più emotiva. Il Vesuvio, l’Appennino, il Tirreno disegnano un carattere fatto di memoria e tensione. Quel sole che accompagna l’intera giornata con un calore sempre più vivo, rende le persone solari, gentili, cordiali. Vive. Difficile trovare un campano scortese e chiuso. La solarità è nelle piccole cose e nella quasi necessità di “fare ammuina”. Di rendere ogni istante speciale e unico, celebrando e festeggiando senza “scuorno”.  Se le Marche insomma sono una forma di contemplazione, la Campania è una forma di esperienza. Il vino nasce proprio in questo spazio invisibile tra misura e coraggio. Quando queste terre entrano nel calice, smettono di essere paesaggio e diventano voce. Nelle Marche la luce si fa verticale nel Verdicchio, limpido come un orizzonte che respira. Il Pecorino porta con sé il vento delle alture, nervoso e gentile insieme. La Passerina racconta il lato più solare della regione, mentre la Lacrima di Morro d’Alba svela l’intimità, profuma di fiori e di emozioni trattenute. Il Bianchello del Metauro, con il suo tocco salino, raccoglie invece l’anima costiera, sottile e silenziosa. La Campania risponde con un’altra musica. Il Fiano di Avellino è pensiero che si apre lentamente, stratificato come una frase che chiede ascolto. Il Greco di Tufo ha il passo deciso della pietra, una verticalità che scuote. La Falanghina porta il sorriso del Mediterraneo, la Coda di Volpe la carezza antica della campagna. L’Asprinio d’Aversa vibra come elettricità pura, e quando la terra si fa rossa, il Piedirosso sa di mare e cenere, mentre l’Aglianico cammina accanto al tempo con passo profondo. I vitigni non sono varietà. Sono caratteri. Sono modi diversi di stare al mondo. Marche e Campania sembrano l’una l’opposto dell’altra. L’alba contro il tramonto; la riservatezza contro l’estrosità; la verticalità contro l’ampiezza. Eppure, Manilo Frattari, riesce ad unirle in un viaggio che parte, quasi per caso, attraverso un inaspettato assaggio. Un calice che non doveva essere memorabile e che invece accende una luce. Verdicchio e Fiano accendono la luce dello stupore. Vini che non cercano l’effetto immediato, ma scavano piano, lasciando una traccia fatta di piccoli sassolini che aspettano solo di essere seguiti come nella favola di Hansel e Gretel.  Manilo resta folgorato non solo dal gusto, ma dall’idea che quei vini portano con sé: la possibilità che il bianco non sia soltanto freschezza ma pensiero, profondità, racconto. Da quel momento il vino smette di essere semplice degustazione e diventa relazione. Nasce il desiderio di creare uno spazio in cui queste voci possano incontrarsi, parlarsi, riconoscersi. È da quella scintilla che prende forma IoVino: non un evento, ma un luogo simbolico dove i territori smettono di essere lontani e diventano dialogo. Dove Marche e Campania, Adriatico e Tirreno, luce e fuoco, si ritrovano nello stesso gesto: alzare un calice non per bere soltanto, ma per capire. Perché il vino, quando è vero, non nasce per essere collezionato. Nasce per essere incontrato e per generare incontro. Tra persone. Tra anime. Tra luoghi. Dialoghi e impressioni. Strette di mano e sorrisi. Che si ripetono non solo in un evento ma per la vita. Non solo produttori e amanti del vino ma cuori e anime che cercano e trovano quella convivialità spesso relegata chissà dove. Invece IoVino diventa spazio di condivisione che non si limita all’evento ma va oltre. Questo lo dobbiamo alla capacità di Manilo e Romina, sua moglie, vera musa ispiratrice, sostegno iniziatrice, spina dorsale e sorriso. Ma anche iniziatrice delle passioni Ero leggermente appassionato alle grappe grazie a mia moglie che lei poi è il braccio destro e sinistro dell’organizzazione. È lei che mi ha introdotto. Romina è sempre stata una mente molto curiosa di tutto ciò che la circonda.  Un percorso al contrario quello di Manilo. Iniziare dalla grappa per passare ai vini rossi corpulenti tipici della cultura di qualche anno fa. Ricordate quei vini che erano così legnosi da sentirli sui denti? Qualcuno fece approvare la legge europea che consentiva l’uso di trucioli di legno perché il vino ne sapesse ancora di più. Era il Regolamento CE n.1507/2006. Viva l’Europa insomma e lungi da me qualunque considerazione politica. Meno male che al Ministero per le Politiche Agricole dell’epoca, qualcuno sano di mente riuscì a scrivere e far approvare un decreto per vietare i trucioli perlomeno nei vini DOC e DOCG. Ho molti amici che sono molto più bravi di me a degustare. Entrai in un gruppo di amici molto esperti. Uno è anche un responsabile della guida Slow Wine del Lazio. Vari amici degustatori e piano piano mi incuriosì dei bianchi che prima magari sì, bevevo, ma senza aver mai bevuto bianchi di spessore. Faccia allungata, barba folta a seconda delle stagioni, occhialino tondeggiante da intellettuale, un sorriso che ti ricordi, taglio di capelli…beh taglio non direi. Sembra la mia descrizione in effetti ma è Manilo Frattari. Un entusiasta. Una persona che emana fiducia solo alla prima stretta di mano. Persona umile e concreta. Non certo di quelle che si vantano di ogni conoscenza e di conoscere le caratteristiche di ogni vino. Manilo lo si apprezza perché è una persona schietta e alla mano. Pragmaticamente felice,  amato e rispettato da tutti. Ogni volta che ho partecipato a IoVino la percezione, nemmeno tanto velata, che emergeva attraverso il dialogo con i produttori e i partecipanti, era di totale apprezzamento per lui. Ho sempre avuto l’impressione di entrare in una sorta di club house dove i soci chiacchierano, si divertono e, cosa strana per una club house, parlano bene del presidente del circolo. Non una setta bene inteso, ma un club di amici che si ritrovano per stare insieme in allegria. Qualcosa di quasi irreale in un mondo dominato da odi reciproci, rancori ed invidie. Dalle Marche alla Campania, sorrisi, strette di mano e, soprattutto, assaggi reciproci contrassegnati da giudizi sempre onesti e principalmente positivi (ma non potrebbe essere altrimenti vista l’alta qualità dei prodotti presentati). Facevamo sempre delle degustazioni di Barolo, Nebbiolo, Sangiovese. Poi capitò una volta Verdicchio e Fiano. Verdicchio Coronicino che ora non c’è più. C’è il figlio. Vengo folgorato da questo Coroncino. Un amico aveva la bottiglia talmente vecchia che c’era ancora il tappo in silicone. Fermate aspetta: ora te ne porto una io col tappo in sughero. Mi ricordo che già all’epoca si era bevuto avuto il Fiano di Villa Diamante, i Favati, i Marsella del quale ho ancora una 2010 in cantina. Con loro si beveva sempre bene. Io sono la pecora nera del gruppo perché porto vini meno acclamati. Sono sempre più scopritore. Mi piace andare a cercare piccole aziende. Loro mi dicono: ma chi te lo fa fare? Ci stanno già quelle bone.  Che Manilo sia una persona curiosa lo si capisce frequentando IoVino. Cantine poco note, piccole. Prodotti eccellenti e pressoché introvabili. Sarà per questo che mi piace Manilo. Ragiona proprio come me. Il mondo del vino è un mondo tipicamente contadino ovvero persone meravigliose molto più attente alla concretezza che al vendere fungo. Persone poco inclini a vantarsi di qualcosa che sanno essere prodotto secondo la propria coscienza. Poca, anzi, scarsissima propensione a comunicare, sempre troppo attenti al lavoro. Al duro lavoro. Eppure, scavando come si scava per trovare l’acqua, si conoscono persone uniche e meravigliose che hanno dedicato parte o tutta la propria vita alla terra. La voglia di continuare qualcosa o iniziarne altre. Sperimentare o consolidare. Voglia di rispettare la terra, la tradizione, il susseguirsi delle stagioni.  A IoVino abbiamo scoperte molte aziende che poi sono diventati grandi produttori.  Romina e Manilo. Una coppia nella vita e nella organizzazione di IoVino così come di altre degustazioni nelle quali coinvolgono produttori di tutta Italia. Entrambe sommelier FISAR.  Sono diventato anche direttore di corso. Ero in delegazione ma non ben visto, Così, insieme a Romina, siamo andati per conto nostro ed è stato meglio. Strano oggetto le associazioni professionali dei sommelier. Sembrano partiti politici o sindacati che misurano la propria forza in virtù delle tessere paganti. Interessate a conquistare posizioni di potere senza minimamente comprendere quanto potenziale hanno al proprio interno. Manilo sarebbe una risorsa da promuovere e sviluppare così come tante altre (me incluso e chiedo perdono per la presunzione). Blogger, giornalisti, comunicatori, semplici sommelier. Una pletora di persone eccezionali e competenti in grado di far splendere il mondo del vino. Anche solo per passione. Invece sono sempre loro, i vecchi tromboni che si fregiano di essere nei quadri direttivi di una associazione o docenti nei corsi da sommelier per conquistare un ingresso ad un evento o un posto alle trattative con la politica. Loro che parlano con quei termini forbiti per atteggiarsi, smarcarsi o creare una rivincita rispetto a ciò che non hanno mai avuto. Forse sono proprio loro i mali del vino. Persone autoreferenziali che, non guardando oltre il proprio naso, non sono in grado di capire cosa realmente accade nel mondo.  Dopo quella degustazione pensai che i migliori vini bianchi italiani fossero Fiano e Verdicchio. Senza nulla togliere agli altri. Amo molto il Friuli, la Slovenia. A Bracciano facciamo delle verticali con tutti i produttori che conosco dalla Val d’Aosta fino alla Sicilia anzi fino a Pantelleria. Faccio verticali da oltre 13, 14 anni. Se lavori bene gli altri ti contattano.  Lavora bene Manilo e lavora di cuore. Quello del vino non è il suo primo lavoro e forse il vino non è nemmeno un lavoro. La passione la percepisci dalle parole, dagli occhi che si illuminano, dall’enfasi che da ai singoli produttori e alle loro perle. Sarà per questo che tutti lo portano sul palmo di mano. Nelle prime due edizioni di IoVino, ormai oltre dieci anni fa, nemmeno faceva pagare i produttori.  C’erano due carissime amiche produttrici, che purtroppo non ci sono più, una delle Marche e una della Campania, che mi hanno molto sostenuto. Questa mia amica campana mi diceva sempre: Manì ma tu lo devi prendere qualche soldo. Come fai ad affrontare tutte queste spese?. Io le rispondevo che nessuno mi conosceva. Il terzo anno chiedo qualcosa e lei mi dice: ma hai chiesto così poco? Tu sei scemo! Il quarto anno aumento di 25€. E lei sempre: tu sei proprio scemo. L’amica marchigiana mi diceva lo stesso. Mi dispiace che non ci sono più perché non possono vedere dove siamo arrivati. Sono state le prime due che al primo evento mi hanno dato forza. Avevo 25 produttori e loro mi incitavano a continuare. Lo stesso incitamento, la stessa voglia di esserci che leggo negli occhi e ascolto nelle parole dei produttori presenti. Quel club aperto, quella agorà alla quale possono accedere tutti.  Manilo li va a visitare, parla con loro, assaggia i loro vini. Disquisisce. Marche e Campania. Campania e Marche. Un chiodo fisso. Un amore per Verdicchio e Fiano sopra ogni cosa ma senza disdegnare quanto di buono queste due regioni producono.  I primi due anni eravamo al Castello di Ceri. Una location spettacolare. Avevo intenzione di portare il romano fuori porta. Al romano piace fare la gira fuori porta. Il paese diciamo non era molto pronto e ci sono stati un pò di problemi. Poi c’è stato il Castello di Santa Severa. Sul mare perciò bellissimo. C’era in concomitanza un evento con alabarde, mazze chiodate. Se facevano male di brutto. Col sangue. Una situazione troppo caotica che non mi è piaciuta.  Non posso che ridere di gusto quando Manilo mi racconta, con il suo accento romanesco che però non proprio tale, dell’evoluzione di IoVino. Un racconto allegro e scanzonato, proprio di chi fa le cose con passione e rapporto. La ricerca della formula giusta con la solita diatriba tra uno e due giorni di evento. Uno sembra troppo poco; con due si rischia di occupare troppo spazio ai produttori sempre impegnati nei lavori in vigna. Lunedì si o lunedì no. Scelta dettata dal sapere molti ristoranti di Roma chiusi per riposo. Un tempo magari. Adesso, con l’invasione dei turisti, tutto somiglia ad un nastro trasportatore che si muove di continuo e senza sosta.  Poi l’ulteriore scelta di arrivare a Roma dove eventi di questo tipo faticano a trovare location che non siano hotel. Serve parcheggio e, in alcuni casi, è pure a pagamento. Cosa questa che ad uno come Manilo fa venire l’orticaria. Il solo pensiero di far pagare anche il parcheggio ai partecipanti e ai suoi produttori, non lo faceva dormire. C’era da far trovare spazio alle oltre 100 aziende che si erano unite al progetto. Serviva una location grande così che IoVino arrivò prima all’Ergife quindi a Villa Carpegna infine al Courtyard by Marriott Roma Central Park dove si è svolta l’edizione del 2025 e si svolgerà quella del 2026. Una evoluzione continua. Un fermento di vita e di idee. Quest’anno ci sarà una novità con le masterclass dedicate alla Grenache Picena per le Marche e lo Sciascinoso per la Campania. Vini splendidi. Non ce n’è uno sbagliato. Sono tutti a livello altissimo. Vorremmo fare abbinamenti con qualche cibo tipico come le olive a scolane fritte dall’albergo, il caciocavallo occhiato, la pizza. Grenache o Granaccia come la chiamano nelle Marche. Poi la Ribona, la Lacrima, la Vernaccia Nera, il Bianchello, il Pecorino, la Passerina. Quindi lo Sciascinoso e l’Asprinio di Aversa in Campania insieme a Casavecchia, Coda di Volpe, Pallagrello, Biancolella, Piedirosso. Senza poter, e dover, tralasciare i mostri sacri delle due viticolture: Verdicchio, Fiano, Greco di Tufo, Falanghina, Aglianico, Montepulciano e Sangiovese. Due regioni che, da sole, hanno ancora molto da dire e da esprimere. Così come da far conoscere. Ben vengano le Masterclass di IoVino che quest’anno cercheranno anche gli abbinamenti con i cibi tipici delle due regioni rispettando la vera essenza del vino che impone la presenza a tavola.  Ho tante cose per i miei produttori di IoVino in testa. Li chiamo i miei produttori perché ormai siamo una famiglia. Ogni tanto qualcuno in più, qualcuno in meno. Non è solo l’evento. Anche anche noi qui in famiglia siamo produttori con mia figlia che lo è diventata. Siamo legati legati in tutti i modi. Marche e Campania nemmeno confinano. Solo la dorsale appenninica ad unirli come fosse uno scheletro che si propaga verso i mari Adriatico e Tirreno. Una dorsale casuale, come quella capitata a Manilo nel corso di una degustazione. La folgorazione per due vitigni, Fiano e Verdicchio, incredibili come tanti altri dell’immenso capitale ampelografico italiano. Chissà se avesse assaggiato un Timorasso o un Vermentino cosa sarebbe stato IoVino. Al fato che ha deciso per Marche e Campania, dobbiamo solo essere grati perché è così è nato IoVino e il club aperto di produttori che hanno deciso di far parte del progetto. Il rammarico è che per vedere altri eventi così passionali per dar luce ad altre regioni italiane, temo dovremo aspettare la pensione di Manilo. Per adesso, non vedo l’ora arrivi domenica 15 marzo così da rivivere, in quel Courtyard by Marriott Roma Central Park, una nuova edizione di IoVino. Una attesa non solo mia ma, ne sono certo, anche di chi ha imparato ad apprezzare ciò che Manilo e Romina hanno portato a Roma e dei tanti produttori di Marche e Campania che considerano IoVino come un appuntamento fisso già segnato da tempo nelle loro agende. Ci vediamo il 15 marzo!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Migrante. Michele, la terra affidata Arrow Right Top Bg

6 Febbraio, 2026

Migrante. Michele, la terra affidata

  Affidare. Consegnare, attribuire o rimettere fidando nell’altrui capacità. Un verbo meraviglioso, incredibile che sottende alla generosità di qualcuno verso qualcun altro. Si può affidare un oggetto, un pensiero, una persona. Qualunque cosa faccia intimamente parte di una persona che per amore e generosità pura, la affida a qualcun’altra. Magari generando una catena di generosità. Come nel caso della terra. Pensateci un attimo. La terra. Un pezzo di terra. Coltivato o da coltivare. Impossibile non andare con il pensiero al concetto di proprietà. La terra appartiene a qualcuno. C’è il catasto. C’è il notaio. C’è un atto. Di proprietà appunto. Eppure, pur avendo quel pezzo di carta che ne attesta il possesso dunque l’utilizzo, chi può dire di poter disporre del bene a proprio piacimento?  La proprietà di un bene ci autorizza a farne ciò che vogliamo. Possiamo alienarlo, finanche distruggerlo. Per la terra invece, la distruzione è impossibile poiché parte integrante di un bene più grande: il pianeta. È così che la terra può essere solo alienata o tramandata di padre in figlio. Interessante che come modo di dire esclude la prole di sesso femminile. Ma questa è altra storia.  Se dunque si decide di non vendere, la terra, è perché si considera questa come bene fondamentale. Magari necessario al sostentamento della famiglia. Un motivo assolutamente valido per averne cura, per trattarla con tutto l’amore e il rispetto che merita. Un amore che non può essere limitato o egoista. Non si è eterni e trattarla bene vuol dire tramandarla nelle migliori condizioni possibili alle generazioni future. Più che tramandando la, affidandola. Lorenzo e Luciana scelsero di dedicarsi alla terra. Lorenzo non poteva più continuare il suo lavoro per via di una malattia. La cura delle terre della famiglia di Luciana ad Olevano Romano, divenne una terapia prima, ragione di vita dopo.  La vendemmia del 2003 nasce per un problema di salute di mio marito. Ci voleva uno stimolo ad andare avanti. Un qualcosa che gli desse voglia di guarire. Ed è così che ci siamo inventati questa situazione. Inventati proprio no perché comunque veniamo da una cultura contadina. La mia famiglia ha sempre coltivato la vigna e sempre prodotto vino tranne la parentesi della cantina sociale. Anche se negli anni 60 è stata una gran fortuna averci la cantina sociale, perché altrimenti c’erano i mediatori che stabilivano il prezzo. La cantina sociale è stata una bella parentesi fino a che è stata gestita esclusivamente dai soci ovvero dai coltivatori e dai produttori. L’incontro con la famiglia Fanfarillo è qualcosa che riporta senza fronzoli alla cultura contadina e familiare. Quella di un tempo. quella vera.. Chiacchieriamo con Luciana e il figlio Michele in attesa che Lorenzo torni dai trattamenti sui campi. Il clima che si respira sa di calore familiare, di schiettezza, di semplicità. Gli occhi di Luciana guardano il figlio Michele colmi di amore e orgoglio per colui al quale hanno deciso di affidare la propria vita, la terra. Ho fatto il liceo scientifico anche se sono nato e cresciuto in mezzo alla vigna. Dopo la triennale in economia avevo di fronte la scelta tra fare il vino oppure andare a cercare lavori in banca, ufficio o cose del genere. Continuare e farla diventare un lavoro perché mi sono immaginato io proiettato tra 10 anni e stavo meglio in mezzo alla vigna che dentro a un ufficio.  Immaginarsi nel futuro, la routine, le ore trascorse chiusi dentro l’ufficio mentre fuori c’è il sole. Fuori, non dentro. Uno choc dal quale non ci si riprende sapendo che a casa il sole lo hai fuori. Non ci si riprende a meno che non si scelga di cambiare vita prima che sia la vita a cambiare noi.  Paura per la strada da percorrere? Semmai la felicità di una strada diversa. La voglia di una vita all’aria aperta.  Le vigne, in fondo, c’erano già. Così come c’era l’azienda creata da Lorenzo e Luciana nella quale Michele vi inizia a lavorare nel 2019. Non fa neanche in tempo ad iniziare che arriva il covid. Olevano Romano è un piccolo paesino di circa 6.000 anime posto giusto al centro del cono delle autostrade che da Roma portano a L’Aquila e a Napoli. Sorge su una collina della Valle del Sacco, alle pendici dei Monti Simbruini. Nelle campagne circostanti è facilissimo ai giorni d’oggi imbattersi nelle meravigliose vigne parte della DOC Cesanese di Olevano Romano. Ai giorni d’oggi appunto. Come direbbero a Roma, facile ‘a fa gli splendidi ora con il Cesanese, vino pazzesco che è diventato emblema del Lazio anche grazie alla DOCG di Piglio con il contributo di Affile e Olevano stessa. Prima però le cose non erano affatto così.  La gente ad Olevano scappava per il posto fisso così, chi rimaneva, non poteva che puntare a produrre qualcosa di qualità. Altrimenti era meglio essere quelli che facevano il vino per famiglia e amici. Un mestiere diverso.  Qualità invece che qualità. Un percorso inverso rispetto a quello del dopoguerra.  Olevano non fu particolarmente colpito dal conflitto ma la miseria e lo spopolamento si abbatté qui come in tanti altri paesini italiani. Di vigna e di vino non si parlava proprio, troppo impegnati a produrre qualcosa per sfamare la famiglia.  Nei primi anni 50, mio padre piantò la vigna con filari larghissimi perché in mezzo, tra un filare e l’altro, una fila era dedicata al grano, una a fave, una piselli. Ci doveva essere spazio anche per il sostentamento della famiglia, non solo per il vino. Spazio sprecato. Terra sprecata. Altro che vino. Occorreva trovare il cibo per sfamare la famiglia. Si piantava ciò che si trovava. Altro che cultivar, vitigni particolari. Altro che Cesanese in purezza. Nelle vigne italiane, così come ad Olevano Romano, c’era di tutto un po’. Quello che si riusciva a rimediare chiedendo in giro. Un altro mondo. Un’altra vita. Niente era come adesso e il vino era solo un alimento, sostentamento della famiglia. Diciamo che siamo passati dal vino come alimento al vino come esperienza. Ad OIevano c’era vino e olio. Non è come adesso che bisogna mettere i soldi da parte per l’iPhone piuttosto che per la macchina nuova. Si doveva mangiare tutti i giorni. Stabilità era anche era anche piantare i fagioli, il grano per farsi la propria farina. Luciana, seduta su una sedia, guarda Michele sorridendo. Terzo figlio, il più piccolino anche se è alla soglia dei 30 anni. Quello che è andato all’università ma ha scelto di rimanere a prendersi cura della terra. Una scelta spontanea, indipendente, sentita. Per nulla facile. Davvero per nulla facile.  Gli altri due fratelli, uno 50 e l’altro 43 hanno un altro lavoro ma non fanno mai mancare la loro presenza quando serve.  Serviva uno che portasse avanti tutto. Già perché non è semplice portare avanti una azienda di tre ettari e quasi 18.000 bottiglie. Tante, troppe cose da fare senza che si finisca mai. Con, in più, anche la necessità di vendere. In più. Come se vendere non debba essere una delle attività primarie per una azienda. Non proprio quello che voleva Michele: l’aria aperta, la libertà, il ciclo della natura. Invece, in un mondo complesso come quello che è l’oggi, vendere diventa ancora più importante della terra.  Quando Michele ha iniziato l’università ero contraria a che si trovasse un lavoretto come tanti. Possiamo mantenerlo noi dicevo a mio marito. Al limite da una mano nel nostro lavoro altrimenti quando studia? Non studia. Con noi invece, insomma, è libero di aiutarci o meno a seconda del momento. Cuore di mamma. Sacrifici per i figli con la speranza che abbiano un futuro migliore. Una laurea, un futuro.  Io invece ho finito di innamorarmi del frattempo. L’ho scoperto molto prima di lui che era portato. Quando mi veniva ad aiutare durante il liceo per ottenere la paghetta. Imparava facilmente. Faceva i lavori manuali della vigna con velocità. Aveva occhio. L’ho scoperto prima di te che ti piaceva. L’occhio della mamma è sempre l’occhio della mamma. Ricordo la mia. Bastava mi guardasse un istante per capire cosa avessi. Riusciva, anche al telefono e dopo un semplice ciao, a percepire il mio mal di testa. Non potevo nasconderle nulla.  Mi colpisce la frase di Michele: ho finito di innamorarmi.  Migrante Vini non è una azienda grande, non è in un territorio particolarmente rinomato (ancorché meraviglioso e con eccellenti potenzialità), non è in una zona facile (Roma non è mai facile). Michele aveva tutte le potenzialità e gli appoggi familiari per fare altro. Invece sceglie, consapevolmente, di occuparsi della azienda continuando il lavoro dei genitori. Sì per rispetto e senso di responsabilità ma soprattutto per amore. Che forse è un tutt’uno. Se lui non ci si fosse dedicato, l’avremmo probabilmente lasciata morire piano piano. Alla nostra età non era possibile. Noi ci abbiamo vissuto. Non ci siamo arricchiti. Abbiamo fatto un lavoro che ci piaceva. Soddisfazioni infinite per i premi avuti dalle guide cose, per le degustazioni. Quando uno ha l’interlocutore davanti che apprezza il tuo lavoro, vale molto di più che lo stipendio a fine mese. Mio marito lievitava. Quando ho conosciuto ad un evento organizzato dai Vignaioli Indipendenti Lorenzo e Michele mi hanno subito fatto simpatia. Papà Lorenzo con il suo faccione sorridente gongolava sotto i baffi ogni volta facevo un apprezzamento (sentito) per un loro vino o quando Michele interloquiva con me con grande enfasi e proprietà di linguaggio. I miei erano complimenti sinceri perché quando si assaggia un vino di Migrante è come fare un tuffo nel loro mondo. Un mondo nel quale vieni accolto sentendoti a tuo agio. Sensazione meravigliosa.  Sigillum Cesanese di Olevano 2014 è uno di quei vini dedicato solo a chi crede che l’essenza non è nel superfluo. Elegante che non grida, concreto che afferma ogni sua caratteristica già dal fine e trasparente color granato.
Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù. Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non  si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore. L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo. Equo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese. Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò. Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma. Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”.  Facile ricordare Seneca: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato. Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni. Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti. Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare. Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano. Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso.  La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro. Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso, Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male. Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo. Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni.  Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo. Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita.  Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco. Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole. Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza. Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so. Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani. Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo.. Michele è pronto? Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro. Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80. Una bella famiglia. Semplice ed unita. Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito Arrow Right Top Bg

4 Febbraio, 2026

Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito

  Entusiasmo
Sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale Definire con una semplice parola un anno intero di lavoro potrebbe essere riduttivo e magari poco gratificante per chi ha lungamente faticato per arrivare alla fine di un percorso. Eppure, è l’esatta parola che mi è venuta in mente riflettendo sulla giornata Un Mare di Foglie dedicata alla consacrazione dei vini biologici e della Guida Bio organizzata da Antonio Stanzione. Entusiasmo che ho respirato nel corso delle due ore intense di discussioni attorno al mondo del biologico in Italia. Entusiasmo durante le premiazioni delle Foglie d’oro, dei vini e delle aziende. Entusiasmo di chi ha partecipato al successivo pomeriggio degustativo. Entusiasmo tra tutti i produttori presenti. Entusiasmo nello staff di Antonio. Entusiasmo in Antonio stesso che credo non abbia mancato neanche una stretta di mano o un sorriso. Un entusiasmo contagioso e diffuso che evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, come il vino prodotto secondo criteri di rispetto per l’ecosistema debba necessariamente essere parte integrante del nostro futuro. Ciò, nonostante vi siano produttori che stanno abbandonando il proprio orientamento al biologico.  Occorre parlare chiaro e dire una volta per tutti che il biologico non è per tutti e non si può utilizzare ovunque. A meno di riduzioni delle quantità raccolte. C’è poco da fare. Ci sono infatti luoghi con condizioni pedoclimatiche piuttosto che annate particolari che necessitano numeri consistenti di trattamenti in vigna in assenza dei quali la produzione non può che risentirne. Delle due, l’una: o meno interventi e meno raccolto o più interventi e più raccolto. Tutto ciò si traduce in sostenibilità economica, margini, prezzi e compagnia cantando. L’entusiasmo di un intero movimento che celebra il biologico come ragione dell’essere, va oltre. Va oltre la fatica, le energie, il tempo. Persino i profitti. L’importante è realizzare vini di assoluto livello. Sani. Ecco allora cosa ho scelto nel corso della degustazione pomeridiana. Cà du Ferrà Che dire? Ho riassaggiato i loro vini delle Cinque Terre prodotti a Bonassola (SP): identitari, sapidi, stratificati, vivi. Non posso che rimanerne sempre affascinato. Bonzolae (Vermentino, Albrarola, Bosco), Luccicante (Vermentino) e il mitico Ruzzese Zero tolleranza per il silenzio con l’etichetta che Davide mi ha strappato in diretta. Si strappato! Perché il nome emerge solo tirando un lembo con il movimento di strappare l’etichetta. Sono vini che meritano non solo l’assaggio ma la poesia di essere vissuti ascoltando lo sciabordio delle ombre. Un crescendo di sensazioni senza che l’uno prevalga sull’altro. Un gioco di emozioni che si sussegue, compensando l’altro quel tanto da renderlo diverso e unico. Giusto difronte ho trovato un’altra Cà, Cà Rugate In Veneto, a Montecchia di Crosara (VR) si fanno incontri interessanti, come Michele Tessari con il quale, ridendo e scherzando, ho avuto il grande piacere di assaggiare due vini ed un Vermouth. Già, un Vermouth, oltretutto prodotto con l’Amarone. Da pazzi sì ma il risultato è, appunto, pazzesco, folle. Uno di quei prodotti per i quali la bottiglia da 0.75 non è sufficiente. Ovviamente, se qualcuno pensasse di utilizzare questo Vermouth come base per cocktail, peste lo colga.
Amedeo, il Durello con ben nove anni di affinamento sui lieviti, dimostra ancora una volta come questo vitigno sia del tutto sottovalutato. 
Non poteva mancare il Dio Amarone che, in questo caso, arriva dalle zone collinari adiacenti alla Cima Caponiera. Nomen Omen. L’opulenza non appartiene a questo Amarone che fa invece della fresca croccantezza la sua vera forza.  Con Rabottini si fa tappa in Abruzzo. A Chieti. Una tappa per la quale occorre prendersi del tempo. Non certo quello che Carlo lascia riposare i suoi vini visto che è molto lungo. I vini di Carlo sono come una di quelle belle donne che amano farsi aspettare e anche quando arrivano, non si concedono subito. Tocca mettercela tutta.
Per iniziare si parte proprio con Per Iniziare. Altro nomen omen della serata. Un Trebbiano del 2017 che quando assaggi ti fa dire solo una cosa: wow. Oltre a dire però la voglia di provare altro è molto ma molto alta. Come le aspettative. 
A Salire non può mancare il Cerasuolo. 2019 e 2022. Chi l’ha detto che il Cerasuolo va bevuto giovane? Non certo Carlo. Lui aspetta pure questo. E fa bene perché ciò che emerge sono due evoluzioni che possono far parlare di se. Dopo essersi inebriati di sentori che sanno di attesa. Due espressioni di Cerasuolo da Montepulciano che continuano a farti dire: wow.
Poi per finire c’è Ed in Fine, il Montepulciano 2018 che, con il suo solo acciaio, ha dalla sua una sapidità ed una freschezza così intensa che ne berresti una bottiglia intera. 
Ed in Fine è un nome sbagliato perché avrei voluto altri vini. Sempre in Abruzzo, Tenuta Pescarina è a Spoltore (PE). Il Cerasuolo non può mancare e infatti Radusa lo rappresenta appieno. Semplice, sapido, diretto. Non si può volere altro da un Cerasuolo. L’importanza arriva con il Montepulciano Fra Lucerta. Affinato in tino di legno e a fermentazione spontanea spinge e spinge tanto. Ricco e forte grazie ad un tannino che non perdona.  La Sicilia è tante cose. L’Etna però, Idda, è qualcosa di più. Il vulcano è vita. Complicata, ma vita. Tenuta Boccarossa di Passopisciaro (CT) è anzitutto Claudia e Michele con il loro sorriso e la loro storia fatta non solo di Italia. I vini sono espressione diretta del terreno vulcanico tanto che l’Etna Bianco Sciara 1911 prende il nome proprio dalla colata lavica (sciara) dello stesso anno. Un Carricante che fa della sapidità minerale delle zagare il suo punto di forza. Poi l’Etna Rosato da Nerello Mascalese che fa sognare i tramonti sul mare di Sicilia. Non può mancare l’Etna Rosso sempre da Nerello Mascalese. Forte come la sciara e caldo come il sole della Sicilia. Tannico, avvolgente. Poi però la chicca vera e propria, il DiRampante, Nerello Mascalese dalle vigne antiche di oltre 130 anni poste in quota. Con una vigna che resiste così tanto, ciò che ne deriva è qualcosa che varrebbe la pena di preservare per sempre.  In Trentino Alto Adige, a Lavis (TN) c’è Maso Furli che sfrutta a pieno le montagne e di queste le tradizioni. È così che il Sauvignon transita per parte della massa in legno senza risentirne più di tanto. Anzi, offre qualcosa di più al Sauvignon. L’Incrocio Manzoni,  semplice ma particolarmente efficace è giusto preludio al Gewurztraminer. Entrambe non sono assolutamente stucchevoli e la minerale sapidità ne fanno due gioiellini da non mancare. Ho trovato dei vini che meritano di essere raccontati con calma, senza clamore. Così come Marco, timido e riservato ma che nasconde qualcosa di interessante da raccontare. La mia amica Barbara Fracassi ha insistito tanto per portarmi nel foyer per farmi provare Il Borro de Il Borro ovviamente. Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah. Un blend al quale non si può e non si deve dire nulla. Si applaude. Mentalmente e in silenzio. Altrimenti ci si disturba nella degustazione contemplativa. Torniamo alle regioni e via in Friuli Venezia Giulia con Tenuta Stella. Delegna del Collio (GO) dice tutto del dove siamo e cosa si può trovare qui. Il Tocai Friulano ovviamente. Peccato aver perso la diatriba sul nome. Comunque, lieviti indigeni e solo acciaio per ritrovare una mandorla minerale e tanti agrumi di pasticceria che quasi mi dispiace portare il calice in bocca. Meno male che l’ho fatto perché la meraviglia si presente. Chapeau. Anche la Malvasia non sfigura per nulla. Parte della massa passata in botte che all’inizio mi aveva spaventato ma poi in bocca stupisce per la sua struttura senza alcuna stratificazione particolare. Intensamente meraviglioso. Infine Sdencina Rosso che è un ricco blend di tutte le uve a bacca rossa del territorio: Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino. Per domarle ed amalgamarle un doppio passaggio in barrique e botte grande. Il risultato è un vino che ancora non è domato ma ringrazio per questo perché mantiene una intensa freschezza tagliente tipico dei vini di queste zone.  Un ritorno in Alto Adige ma più su di prima. Glassierhof è a Neumarkt ovvero Egna. Stefan Vaja con i suoi capelli bianchi, quando ti guarda, sembra metterti in soggezione. Poi però si scopre simpaticissimo. I vini sono una sua propagazione. A partire dal Sauvignon che è semplice, diretto, schietto. Minerale, sapido, fresco. Top.
Vernach è la Schiava che qui coltivano solo chi ama non distaccarsi dalla tradizione senza lasciarsi influenzare dalle sirene dei vitigni che in queste zone la fanno da padrona. Vero, incredibilmente vero. Fresco, incredibilmente fresco. Territoriale. Stop.
Il Pinot Nero Riserva Himalaya 2021 è la esaltazione di questo territorio grazie ai vigneti in altezza, alla fermentazione in barrique e all’affinamento in botti di quercia. Un vino che merita una carne di accompagnamento. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Merlot Riserva 2018. Incredibilmente meraviglioso tanto che non saprei quale scegliere tra i due per una serata dinanzi al camino.  El Citera è in Veneto, a Peschiera del Garda. Un nome che andrebbe raccontato con maggiore calma e non è detto non lo faccia a breve. L’esaltazione del Turbiana si fa con due vini: il Lugana DOC, semplice e diretto; l’Artigianale, che invecchiando 24 mesi in cemento (come si faceva una volta!) aumentano la complessità non lasciando andar via la freschezza. Incredibili. Sempre sul Garda, ma a Lonato ovvero in Lombardia, c’è Perla del Garda. Sempre Turbiana, sempre Lugana, stavolta bollicine. E che bollicine. Uno Charmat che fa dell’esaltazione della Turbiana una ragione di vita. Essenzialmente buono!
Poi il Valténesi, Groppello, Marzemino, Sangiovese, Barbera per un rosato Charmat che si berrebbe dall’aperitivo al contorno del secondo senza sosta. Slurp. Podere 109 è in Toscana è a Grosseto Il punto di forza è senza dubbio Peppe Esposito che ha trovato qui il suo buon ritiro producendo vini di una tale schiettezza che mi hanno fatto ricordare quelli campani. In fondo, il nome non tradisce la sua provenienza (di Peppe ovviamente). Il Trebbiano si concede un breve passaggio in legno così da renderlo, oltre che fresco e sapido, anche con un po’ di quella struttura che non guasta. Pur rimanendo schietto! 
Il Ciliegiolo segue la stessa strada del Trebbiano dando vita ad un vino sincerissimo comunque dotato di struttura caparbia e ammaliante.
Infine il Sangiovese con passaggio in barrique e tonneaux: ecco un vino che sa di Toscana marittima. Insomma, vini che se si stappano con Peppe, si finiscono chiacchierando della vita! In Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Hic et Nunc. Un nome importante per una giovanissima cantina che produce vini del territorio. Monolite è il Cortese, antico vitigno che se ne sta quasi in disparte ma quando è come questo, meriterebbe la prima fila. Sarà stato il passaggio in legno che l’ha reso più complesso o il Cortese che si esprime benissimo ma i sentori di indrocarburi mi hanno stregato. Alla beve poi, pure!
Altromondo è il Grignolino, altro vitigno tipico della zona. Semplice e di beva semplice. Ma di quella beva che la bottiglia finisce in un nulla. Basta una fetta di salame.
Monumento infine è la Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Il passaggio in legno è d’obbligo così che il risultato è un vino pazzesco. Fresco e tannico. Complesso e super sinuoso. Buono ma buono. Essendoci Villa Bucci non potevo non riassaggiare il Classico dei Classici: il Verdicchio 2024. Un vino che non si smentisce. Certo, magari in alcuni contesti, è sopravvalutato ma secondo me di Verdicchio come questo ce ne vorrebbero e tanti. Senza dimenticare che altri produttori hanno brevettato una bottiglia ma Villa Bucci ha reso grande il Verdicchio. Ecchettelodicoafa!   Tenimenti Leoni mi porta nel Lazio, sui terreni vulcanici di Lanuvio. Vulc Num è il Bellone che qui si esalta davvero con la sua fresca sapidità che sa di minerale. Caliga è il blend Vermentino, Bellone e Chardonnay che mantiene la beva del Bellone ma con un bouquet che si arricchisce e tanto. Elegantissimo! L’azienda poi merita una visita per salire fin su la torre che sta li da tempo immemore e dalla cui sommità si può vedere tranquillamente il mare. Il che capita anche nelle giornate nuvolose purché dopo la degustazione. Tornando in Liguria ma molto più a nord, la fermata da Tenuta Maffone è d’obbligo. Il Metodo Classico Duezerosette da Ormeasco con 84 mesi sui lieviti è qualcosa che va necessariamente e assolutamente assaggiato. Così come l’Ormeasco di Pornassio Superiore 2022 Il Meneghin. Provare per credere (e rimanere stupiti). In ogni modo, onore al merito di Eliana e Bruno che con tanta fatica e altrettanta passione hanno recuperato terreni non consentendo loro l’oblio. Stessa cosa per l’Ormeasco di Pornassio che in queste versioni, senza dimenticare lo Sciacchetrà, sono dei vini dal potenziale incredibile. In Veneto ancora, a Brognoligo di Monteforte d’Alpone (VR), c’è Portinari Maria Portinari, una donna di una dolcezza infinita. Soave i suoi modi, Soave i suoi i vini. Vere perle nascoste tra le dolci colline venete. Il Ronchetto è il Soave Classico DOCG, un cru che sa di freschezza e spensieratezza composta. Un vino che quando il sorso va giù non puoi che guardare il calice e sussurrare: però, però!
Il Soave Vigne Le Albare proviene invece da un vigneto posto in pianura. Qui la Garganega si esprime in maniera totalmente diversa dalla collina e la tecnica della Doppia Maturazione Ragionata che consiste nel recidere il tralcio di parte dei grappoli in pianta e lasciarli maturare solo con il sole, dona a questo vino una maggiore rotondità. Al naso la frutta secca fa capolino e al sorso si apprezza una versione di Soave decisamente complessa e avvolgente.  Sempre in Veneto a Farra di Soligo (TV) c’è Perlage. Ovviamente bollicine, ça va sans dire. Animae è il Prosecco Superiore DOCG da Glera senza solfiti. Ecco, finalmente qualcosa di diverso da un Prosecco che continua a sapere di Prosecco ma con una meravigliosa sensazione di freschezza. Tanto per continuare a stupire e dimostrare che anche il Prosecco può essere speciale, ecco Col di Manza, Prosecco DOCG Millesimato Extra Dry proveniente da agricoltura biodinamica. Oltre che speciale questo Prosecco è unico e intenso. Da non sprecare! Ecco qui. Questo è stato il mio Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo l’ho ritrovato nei vini che ho assaggiato e in tutti i produttori che ho incontrato.  Questo è lo spirito giusto. Questo il futuro sostenibile da lasciare alle nuove generazioni. Solo che, così come ho avuto modo di motivare nel mio personale intervento in plenaria, occorre uscire fuori dal mero ambito agricolo e comprendere che se tutto ciò, se questo incredibile movimento e gli altrettanto incredibili prodotti ha la pretesa di essere di esempio gridando al mondo che un modo diverso di fare vino è possibile, occorre comunicare. Occorre prendersi del tempo per comunicare le proprie storie, quelle di cui la gente si nutre lasciando stare i punteggi e le dissertazioni enfatiche dei vecchi tromboni del vino. Le persone oltre che nutrirsi di cibo e vino, si nutrono di storie. Sono queste che fanno la differenza e creano un ricordo. Quello che poi fa scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra.  Comunicare non vuol dire necessariamente utilizzare denaro ma, sicuramente tempo. Tempo per guardarsi dentro e capire cosa si ha da raccontare: la propria anima. In tutti i produttori che ho incontrato qui da raccontare c’è tanto. Sarà perché hanno una grande anima. Buon racconto allora.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Memory Box. La forma dell’acqua Arrow Right Top Bg

30 Gennaio, 2026

Memory Box. La forma dell’acqua

  Il tratto più aristocratico della bottiglia di champagne è che non consente che le si rimetta il tappo.
Ramón Gómez De La Serna (1888–1963) Stappiamo una bottiglia per accompagnare il cibo così come semplicemente per bere qualcosa con amici (spero mai da soli). In alcune, rare, occasioni per celebrare qualcosa, festeggiare qualcuno. Scegliamo la bottiglia con cura. Dobbiamo far scena ma anche rendere quel momento, memorabile. Pensiamo al capodanno: certo che è da festeggiare e certo che dobbiamo stappare qualcosa di importante. Ma c’è il compleanno, il matrimonio, la laurea, la comunione, il battesimo,. E via così per ricordare ogni momento importante della nostra vita.  Stappiamo e il tappo vola via. Quel pezzo di sughero (ma oggi non è detto sia così visto il proliferare di materiali diversi) che ha contenuto per anni il liquido della bottiglia, finirà con tutta probabilità nella spazzatura.  Cosa rimane di quel momento? Un semplice ricordo che prima o poi svanirà (a meno di non legarlo a qualcosa di memorabile) piuttosto che delle foto digitali. Vi rendete conto che nessuno ha più degli album di foto? Tutta la nostra memoria è in un server chissà dove nel mondo. Con un semplice click le possiamo rivedere tutte ma a nessuno viene in mente che, con la medesima semplicità, tutte le nostre foto e con esse i ricordi di una vita, potrebbero svanire per sempre. Per sempre capite? Avete idea di cosa voglia dire per sempre?  I miei genitori hanno lasciato a noi figli album interi di foto, i ricordi di una vita. Sono li e ogni tanto li sfoglio. Sento la carta oleosa di un tempo sotto le dita così che quelle immagini diventano vive.  Ma ritorniamo al tappo. Si, proprio al tappo. Perché non conservare proprio il tappo come ricordo di quel momento? Conserviamo la bottiglia potrebbe dire qualcuno. Già, ma le bottiglie occupano spazio. Il tappo no. Certo, ma se si fa come faccio io che ho scatole piene dei tappi delle bottiglie degustate, come posso renderne speciale qualcuno? Ho incontrato una persona speciale come Paolo Buffadini grazie alla quale ho capito come il genio italico non ammetta confini. Si è inventato la Memory Box. Io sono semplice, un semplice artigiano. Ho studiato per geometri per fare il geometra, però poi ho abbandonato subito l’impresa perché non faceva per me. Però purtroppo o per fortuna, feci un concorso e entrai all’Istituto Geografico Militare. Disegnavo carte geografiche.  Più che toscano, Paolo è fiorentino. L’aria scanzonata di chi vive la vita senza pensarci su più di tanto. Un po’ testa dura a contenere tante idee che gli frullano ma che poi vien noia a realizzarle tutte. C’è da viverla la vita, mannaggia a te.  Sapete che è strano il cervello? Appena l’ho visto Paolo non ho associato immediatamente ma poi, parlandoci, mi è scattato il click. Avete mai visto il film Amore, bugie & calcetto? In quel film Emanuele, alias di Filippo Nigro, marito di Silvia, ovvero Claudia Pandolfi, faceva il padre di due figli. Come Paolo. Ma ci somiglia proprio a Paolo.  Divagazioni a parte, di fare il geometra non gli garbava. Il lavoro part time statale se lo era preso. O che si fa adesso? Apriamo una falegnameria. Mica si bighelloneggia in giro da questa parti. Si, magari anche quello, però a Paolo piace lavorare perché si diverte.  Facevo due lavori: la mattina andavo all’Istituto, a mezzogiorno smettevo e andavo a questa falegnameria che avevamo aperto con un socio. Mi incuriosiva il mondo dell’artigianato. Lavori di legno, di marmo, qualsiasi cosa fatta con le mani. La falegnameria produceva e produce arredamento. Su misura ovviamente. Solo che il socio di Paolo era uno a cui piacevano i mobili diciamo, non moderni. Mal si conciliava con la voglia di far qualcosa di innovativo e diverso, di usare Autocad per disegnare i mobili, di sperimentare materiali particolari. È cosi che dopo quattro anni la società si scioglie e ognuno per la sua strada. Nel mentre Paolo trova tempo e modo per fare due figli e licenziarsi dall’Istituto. Poi ditemi se non è meravigliosamente folle uno così. Folle ma con quella curiosità propria dei bambini (le sceneggiature dei film sono pazzesche)! Per due anni ho avuto la fortuna di collaborare con una falegnameria che faceva ristoranti. Ne abbiamo fatti una decina in centro qui a Firenze. Si andava di notte a montare perché loro sono macchine da guerra e non possono perdere nemmeno una giornata. C’era il proprietario di una catena di ristoranti che andava sempre a cercare idee, ma in tutta Europa, per portarle al ristorante e tutte le volte ci diceva: bisognerebbe fare qualcosa di diverso, qualcosa di diverso. Una sera non mi ricordo, ero a casa e c’avevo come ci abbiamo tutti a casa una serie di tappi: uno quando era nato il mio figliolo, quell’altro della mia figliola. Sicché guardavo e dicevo vabbè, ma ora gli fò un quadro. Comunque gli ho fatto una teca e ad avercela sotto gli occhi tutti i giorni e lavorando per il ristorante ho detto: però sarebbe carino riuscire, da parte dei ristoratore, lasciare come ricordo il tappo della bottiglia. Qualcosa che richiamasse il posto dove sta stappata questa bottiglia. Le idee sono come pezzi di pongo colorate. Mia figlia ne ha tanti di tanti colori e ci gioca in continuazione: stimola la fantasia.  Con un pezzo informe di pongo in mano si possono realizzare tante cose oppure nessuna. Dipende da che forma vogliamo dare alla nostra idea e che tipo di manualità abbiamo. Per ovviare a questa ultima, ci sono anche delle formine così che nessuno si possa sentire inabile. Il risultato sarà una forma comune e convenzionale oppure no. Dipende sempre dall’idea.  Ciò che Paolo ha nella testa ha uno scopo ben preciso ma non ancora una forma. Almeno non una forma ben chiara. Come l’acqua che non ha una forma ben precisa ma può assumerne tante. Qual è la forma dell’acqua?
Ma l’acqua non ha forma! Piglia la forma del recipiente che lo contiene
A. Camilleri. La forma dell’acqua Doveva essere un oggettino carino da tenere su una mensola di casa. Ci ho messo un anno e mezzo a svilupparla perché ci perdi la testa dietro. Quando la gente viene da me e mi dice: mi fai una cucina? 50 domande manco te bastano per capire. Allo stesso modo per creare la scatola.  Paolo, che è un artigiano e per sua natura, precisino, si butta anima e corpo per realizzare la sua idea. Business plan? Piano dei costi? Budget? Niente di tutto questo. La sua è una idea che gli piace e la vuole realizzare. Cura tutto personalmente nei minimi particolari usando materiali e tecniche a lui poco note. Tutto per dare forma alla sua idea e creare il contenitore della memoria. La forma dell’acqua sta tutta qui. Ciò che Paolo crea è un vero contenitore per dare forma all’acqua. Cos’altro non è un ricordo in fondo? Qualcosa di personale, intimo, unico. La scatola è solo la forma ma il contenuto è tutt’altra cosa.  Questa è la Memory Box che di per se è una di quelle idee geniali che una volta vista cominci a dire: carina. Ma che idea carina. Perché non l’ho mai vista? Ma sai che è carina? È proprio una bella idea? Ma che carina! Perché nessuno me l’ha mai regalata una cosa così carina? Un cubo realizzato in plexiglas con una semplice vite posta sul basamento inclinato sulla quale poter avvitare un tappo in sughero. Poi, con un pennarello dorato (oggetto di attento studio perché mica si può prendere un pennarello qualsiasi per scrivere di un ricordo) si incide sul bordo del basamento una frase con la data alla quale quel tappo fa riferimento. La box è dotata anche di una luce per renderla ancora più oggetto di arredo. Se non si ha voglia di fare una dedica, ci sono delle box con dei messaggi pre impostati.  Ma perché diavolo nessuno ci ha mai pensato prima? Forse perché occorre pensare in modo analogico e non digitale. Usando le mani oltre che la testa. Provando e riprovando fino a veder realizzata la propria idea. Le prove mi sono costate veramente quattrini, ma veramente tanti soldi e sinceramente ne avrei fatto anche a meno ma purtroppo non vedo nessuno quando parti con un progettino che ti aiuti. C’è però quell’entusiasmo che spinge ad arrivare fino in fondo. A perseguire la propria idea. A non lasciarsi abbattere dalle difficoltà.  Quando si è arrivati in fondo ero contento e molto positivo. Comunque è una cosa difficilissima lanciare un prodotto nuovo. Per quanto secondo me è carina come idea sto facendo veramente una gran fatica a riuscire a far conoscere questa cosa.  L’entusiasmo da un lato, l’inesperienza dall’altra, l’illusione infine.  Ne ho visti di prodotti incredibili finiti su un binario morto perché bruciati appena nati. Mancanza di una strategia chiara, di budget dedicati. Scelte inopportune e poca attenzione al brand. Già, il brand. Non si capisce quanto sia importante nel processo di vendita parlare prima di brand e poi di prodotti. Altro che sedicenti influencer che promettono faville per il semplice fatto di mostrare il prodotto accanto alla propria faccia. Non si vende così. Non si promuove un brand così. No, assolutamente no. Non è mai riuscito a nessuno e sfido chiunque a dimostrare il contrario.  Eppure la Memory Box è un prodotto semplice e carino, prodotto con tanta cura maniacale e in maniera artigianale. Ha una utilità ben delineata, una sua ragione di esistenza per tornare al valore che davamo un tempo alle cose. Si, proprio agli oggetti a quei ciaffi che prendevano polvere sulle mensole della nonna.  In un mondo così dematerializzato dove le foto sono delle sequenze di zero e di uno, dove le amicizie sono solo virtuali, dove si regalano i buoni (digitali) di Amazon per non perdere tempo, in un mondo così, serve qualcosa di fisico.  Intendo qualcosa che quando lo prendi in mano, quando lo guardi dal vivo e non attraverso lo schermo di uno smartphone, ti suscita emozioni. Si, qualcosa di concreto che ti guarda mentre passi per il salone dalla libreria dove lo hai appoggiato e ti dice: ti ricordi di quella sera?  Non una sveglia sul telefono, non un ricordo nelle foto dell’Iphone ma un fottuto oggetto che sta li, fermo, immobile a rappresenta qualcosa che non deve perdersi. Non basta spegnere il telefono o fare slide per toglierlo dinanzi gli occhi. Sta li e dovrai buttarlo via se non lo vuoi più. Un gesto concreto, una scelta. Ecco, una scelta.  In un mondo fatto di niente, serve qualcosa che ci ricordi che siamo esseri umani. La fede che portiamo al dito o il tappo della bottiglia stappata per il matrimonio; il vestitino del battesimo o il tappo della bottiglia stappata per l’occasione; il tomo con la tesi di laurea o il tappo della bottiglia stappata per festeggiare. Qualcosa che rimanga e non vada via.  Il 27 gennaio mia moglie Claudia ha compiuto 45 anni e nello stesso giorno nostra figlia Azzurra, 3. Sono nate per caso lo stesso giorno. Povero (ma felice) me!. Abbiamo festeggiato ed aperto una bottiglia di Champagne Dom Caudron Cornalyne (meraviglioso). Il tappo l’ho avvitato alla Memory Box che Paolo mi ha regalato. Mi ha inciso una frase che avevo pensato per il giorno: 45+3 = amore puro. Eccola qui. Claudia ha apprezzato tantissimo e spero che Azzurra la ritrovi un giorno per ricordarsi di questo giorno. Grazie Paolo. Grazie per aver pensato e realizzato quella che qualche stolto chiamerà bischerata ma che invece vale più di qualunque oggetto digitale al mondo.    Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio Arrow Right Top Bg

23 Gennaio, 2026

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

  Cosa è la paura?
Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso. Per avere paura ci vuole un pericolo, anche immaginario. Qualcosa o qualcuno che ci può far male, quel male che può procurarci ansia, dolore, sofferenza. Sant’Agostino diceva: O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura Già, spesso è la paura stessa ad essere il male.
La casa al paese di mia mamma, Camigliano, era grande e con una corte dove tutti i nipoti potevamo giocare. Facevamo tanto di quel frastuono durante i pomeriggi d’estate che nonno Antonio saliva fin su in soffitta senza che noi ce ne accorgessimo e iniziava a lanciare giù scarpe vecchie. La nonna, Mimma per tutti i nipoti, scappava dicendo che il Gatto Stivalone si era arrabbiato per via del nostro rumore. Nessuno lo aveva mai visto ma avevamo così paura di questo essere da esserne terrorizzati. Bastava nominarlo che subito ci andavamo a rintanare da qualche parte osservando un rigoroso silenzi.
Paura di un essere immaginario. Abbiamo scoperto che non esisteva trovando il coraggio di andare in soffitta in esplorazione. Una paura vinta solo con la consapevolezza e l’affrontare le cose. Di cosa abbiamo paura oggi? Se pensassimo a quante cose odiamo o che altri ci inducono ad odiare, la lista sarebbe lunga. Odio sì, poiché sovente la paura ha come contro altare proprio l’odio. Ho paura dei ladri dunque li odio. Gli immigrati delinquono dunque li odio. I ricchi e i padroni sfruttano dunque li odio. Si potrebbe andar avanti per molto fino ad arrivare agli atteggiamenti personali frutto di arretratezza culturale piuttosto che di una paura recondita per la quale occorrerebbero fiori di psichiatri per arrivarne alle origini. Pensiamo all’omofobia ad esempio. Omofobia Paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità. Qualunque persona sana di mente o non affetta da leonite da tastiera, non potrebbe essere omofoba. Nel mio piccolo ho sempre pensato che le persone in quanto esseri umani vadano rispettate indipendentemente dalle loro idee politiche, fedi religiose, sesso, età, razza, orientamenti sessuali e quant’altro vi possa venire in mente. Davide e Giuseppe stanno insieme da venti anni. Sono sposati e, sempre insieme, sono Cà du Ferrà, una meravigliosa e dinamica azienda vitivinicola in quel di Bonassola, parte integrante delle Cinque Terre. Cà du Ferrà è un’azienda di affezione. È stato proprio un riportare alla luce l’amore per questa terra. Davide Zuppi è originario di queste terre che per un turista possono sembrare meravigliose (e lo sono davvero) ma viverci e pensare ad un proprio sviluppo, è un pò più complicato. Specialmente se sei brillante, hai ottenuto una laurea in Giurisprudenza e Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano e sogni di fare il magistrato. Avevo un’idea di andare fuori, di girare. Poi ho conosciuto l’attuale mio marito. 20 anni fa. Giuseppe Aieta è ingegnere gestionale con master in finanza. Quella che mia nonna avrebbe definito una bella testa. Ognuno di noi aveva fatto delle attività e abbiamo poi deciso di tornare. Tornare. Tornare a Bonassola dove i genitori di Davide avevano una azienda agricola per produrre uve da conferire e dove si erano spostati per amore di un territorio. Bonassola è uno dei quattro comuni della DOC Colline di Levanto: Albarola, Vermentino per i vitigni a bacca bianca; Bosco, Ciliegiolo, Sangiovese per la bacca nera. Una DOC così piccola che non arriva a produrre neanche 100.000 bottiglie annue. Sarà che le vigne sono veramente strappate ai pendii che degradano rapidamente verso il mare così che per coltivarle occorre tanta motivazione e passione. Di certo, se ne ricava poco. Anche se c’è molto da raccontare in questi borghi racchiusi tra cielo, terra e mare. Volevamo mettere del nostro in un’azienda che voleva essere raccontata ma nessuno l’aveva ancora fatto. Quando abbiamo preso in mano praticamente tutto, ormai nove anni fa, l’idea era di rivoluzionare ogni cosa a partire proprio dall’implementazione agronomica ed enologica, al packaging, al marketing, al posizionamento. Un lavoro lunghissimo. Un grande puzzle di visione. Una visione che, in qualche modo, inizia già qualche anno prima della folgorazione avuta nel chiostro del Bramante alla Cattolica di Milano quando Davide si chiede: ma chi me lo fa fare? Perché mi devo rinchiudere in un ufficio con il neon?
Nel 2013 spinge infatti il padre a chiedere alla Cooperativa di Levanto di disporre di un paio di vasche per vinificare qualcosa per loro. Sono partito dalla terra, dal fondo, dalla trasformazione. Avere l’uva in cantina e iniziare a lavorarla. Mi sono dovuto interessare anche alla parte agronomica pur avendo collaborazione con il nostro Agronomo, Gabriele Cesolini, il nostro responsabile di campo col quale ci aggiorniamo tutti i giorni. Ho dovuto comunque imparare a capire quali sono le malattie della vite, i patogeni, gli insetti e via discorrendo. Adesso le bottiglie prodotte sono 30.000 (e all’inizio erano solo 3600!) grazie ad un mosaico di 11 lembi di terra che dai 50 metri sul mare si inerpicano fino ai 400. Un grande puzzle, un gioco ad incastro cresciuto nel tempo fino ad arrivare ai cinque ettari attuali. Produrre qui è dannatamente complicato. Non solo le pendenze sono quelle che sono ma i lembi di terra strappati alla montagna sono sparsi un pò dovunque. Solo il costo di logistica è devastante. Ci sono vigne che devono essere vendemmiate in giorni diversi per quanto abbiano diversa altitudine. Mi sono avvicinato poi tardi al vino. È stata una scoperta. Oggi sono io in cantina con la collaborazione di Graziana Grassini. L’idea è stata proprio quella di fare qualcosa di totalmente nostro, di metterci un un grande impegno, una grande voglia di di rivalsa. Se vuoi di rinascita. La rinascita del territorio come rinascita personale. Smarcare la Liguria da quella vecchia idea di lembo di terra racchiuso tra montagna e mare utile solo per far svernare gli anziani e condurla verso qualcosa di giovane, dinamico, moderno. Un racconto che è un viaggio, quello di Giuseppe e Davide, fatto non da soli ma insieme ai ragazzi incontrati lungo il loro percorso così come quelli locali. Abbracciare un progetto è abbracciare un modo di affermarsi che va aldilà di qualunque schema precostituito. Non avrei mai fatto il vignaiolo o l’imprenditore agricolo se non avessimo avuto la voglia di lasciare un pezzo di storia nella storia, di raccontare anche un pezzettino di noi attraverso i vini. È quello secondo me che è la figura del vignaiolo. Dietro questa idea c’è il rispetto per tutti i prodotti agroalimentari, la visione del mondo di chi lo produce. Una sensibilità diversa e particolare. Un pezzo di storia nella storia. La voglia, la necessità, il bisogno di gridare al mondo la propria esistenza come individui, come coppia, come persone che si amano senza voler cedere a nessun compromesso. Davide ha quella finezza ed eleganza nei modi che quasi non ci credi possa esistere una persona così. Allo stesso tempo però è determinato, preciso e capace di una visione condivisa totalmente con Giuseppe. Eleganza, distintività, presenza. Questo ho ritrovato a pieno nei vini di Cà du Ferrà. Il primo che ho assaggiato è stato Luccicante, un Vermentino che è il raggio di sole liquido che cattura l’essenza della terra della Riviera ligure del Levante. Giallo paglierino che quasi accarezza il verde, timido all’apparenza, ma che poi brilla di luce inaspettata, proprio come la vita stessa.
Un profumo che avvolge per le sue note agrumate di lime e ananas acerba intrecciate ad un soffio di menta e alla sabbia salmastra, ricordo potente della macchia mediterranea che si posa sull’anima. E poi il biancospino, un tocco di eleganza discreta che anticipa la sua sorprendente profondità.
All’assaggio, ciò che sembrava semplice verticalità si trasforma nella incredibile polposità della pesca bianca da addentare, piena, succosa, vibrante. La sua sapidità maestosa e la pienezza riempiono la bocca: secco, eppure così profondamente appagante. Un’esplosione di eleganza e finezza, con quel accenno di menta che accarezza il palato.
Il Luccicante luccica nell’anima lasciando ricordi di bellezza e armonia che dalla terra arrivano al cuore. E un brindisi alla natura generosa, alla freschezza che rigenera e alla magia di un istante che diventa eterno. Io non nego che Luccicante non vuole essere soltanto un grande Vermentino ma stiamo lavorando perché sia un grande vino italiano. Con il lavoro che stiamo facendo con Graziana Grassini, raggiungeremo questo obiettivo. Dobbiamo far conoscere questo territorio straordinario. Poi Magia di Rosa, un rosato da Sangiovese, Vermentino Nero e Syrah che nel calice si illumina dello stesso colore del calar del sole. Poi i profumi di pesca e petali di rosa, il respiro di mentuccia e alloro sono profumi che conducono alla memoria dei tramonti estivi.
In bocca è teso, verticale, come l’orizzonte che si allunga, sapido come l’onda che sfiora la riva, delicato come un ricordo che non svanisce.
Un rosato che sussurra la Provenza ma che resta unico, armonico, infinito…
come questo tramonto sul mare.
Il resto, lasciamolo al silenzio. O al ritmo dell’estate. Da bere sì in estate ma anche aspettando la stagione del mare. Bonazolae infine è il bianco che porta con se i vitigni della Liguria: Vermentino, Bosco, Albarola a formare un verdognolo di buona luminosità. Svetta il vermentino con le note salmastre di paglia, cedro, mandorla e pesca bianca. Tanti fiori che si incontrano nella pineta in riva al mare a sussurrarsi ricordi di balle di fieno, aghi di pino ed erbette di campo.  Il sorso emo ampio e allo stesso tempo tagliente; fresco, estremamente sapido, di una sapidità che deposita sulla lingua il sale del mare. La freschezza si espande senza che la sensazione salmastra abbandoni la bocca così da lasciarla fresca e goduriosa di cedro e melone bianco. Un finale scoppiettante che intravede l’amaro della mandorla. Ampio, dinamico, stratificato per meravigliare e continuare a meravigliare.  In tutti i vini c’è una grande stratificazione gustativa, una sapidità che diventa potenza elegante. Si vede, si sente, si percepisce che il lavoro è assolutamente maniacale. La scelta delle vigne, la scelta dei tempi di vendemmia, l’utilizzo della catena del freddo ad acino intero. Tutto per ottenere qualcosa di assolutamente studiato e voluto. I nostri sono assolutamente vini tecnologici, se vuoi tecnici che nascono, però da un’idea assolutamente territoriale. Una stilistica di grande purezza e nessuna deroga alla qualità. Tecnica, testa, attenzione, determinazione. Tutto sembra andare nella direzione di un progetto di vita e di azienda che non accetta deroghe e compromessi. Eppure una Davide e Giuseppe l’hanno avuta e concessa con il Ruzzese arrivando probabilmente a portare questo vino ad essere un manifesto del loro intero progetto. Si è scritto molto recentemente di questo vitigno grazie proprio all’attività di recupero di Cà du Ferrà. Uno storico vitigno a bacca bianca presente nel volume di Sante Lancerio dei vini d’Italia che sceglieva per Papa Paolo III Farnese. Si racconta di forme di allevamento per le quali era quasi praticamente steso a terra su questi muretti delle cinque terre; della capacità anche di evolvere; che veniva spedito sulla piazza di Roma tramite piccoli caratelli spediti via mare. C’era la narrazione che il mare perfezionava. Una narrazione anche poetica di di questo vino che era tradizionale della nostra zona e si è perso poi con l’arrivo della fillossera. Anche lì, una storia. 10 anni di collaborazione partendo con due filari e 77 barbatelle per arrivare a produrre (su più piante ovviamente) 635 bottiglie in una prima vinificazione del Ruzzese in purezza fermentato e affinato in tonneaux. Un vino straordinario perché ha questa freschezza anche con vendemmia tardiva. Grande spessore, grande pienezza di bocca. Timbrica di cedro, molto fresco, molto accattivante con una parte di erbe e resine boschive, resine di vino, salvia. Veramente particolare, molto molto intrigante. Poi l’abbiamo voluto confezionare in particolare etichetta che si chiama zero tolleranza per il silenzio. Una doppia etichetta accoppiata con una carta di tessuto di cotone che si strappa in modo tale che ogni strappo sia totalmente diverso dall’altro. Non ci sarà una bottiglia uguale all’altra. Il nome è Zero tolleranza per il silenzio. Un messaggio al mondo di non avere mai paura della vita. Di non avere omertà ma di vivere una vita a testa alta e di parlare quando c’è da parlare. Durante le degustazioni ognuno l’ha interpretato un pò a suo modo. Persone che avevano zero tolleranza per il silenzio contro il genocidio di Gaza, contro l’omofobia, contro i femminicidi. Zero tolleranza per il silenzio secondo me si declina anche nel proprio personale o nel nel proprio vissuto nella propria sensibilità. Un messaggio forte. Non uno schiaffo perché la gentilezza di Davide non lo consentirebbe, ma la determinazione di chi nella vita non si arrende ne se ne vuole restare in silenzio. E perché dovrebbe poi? Ciò che più mi rallegra è l’esser certo che Giuseppe continuerà ad occuparsi delle camere dell’agriturismo, della gestione del personale e dei mercati esteri; Davide della parte agronomica ed enologica oltre che del mercato Italia così che Cà du Ferrà possa crescere nel meraviglioso territorio di Bonazzola anche tramite l’inserimento di sempre nuovi pezzi del puzzle delle vigne. L’elemento importante però di tutto questo è che Davide e Giuseppe continueranno a stare insieme, mano nella mano, andando avanti grazie al loro amore, alle persone che amano e che li supportano (io tra quelli) così che il loro progetto dunque la produzione di vini eccellenti valorizzando il territorio ligure, non abbia fine. Senza che si spenga mai la voglia di avere zero tolleranza per il silenzio.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso Arrow Right Top Bg

16 Gennaio, 2026

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso

  Chissà perché a mia figlia di due anni e mezzo, piace il lupo. Oltre a chiedere spessissimo di vedere i cartoni animati dove il lupo è protagonista, allo zoo ha sorvolato su tutti gli animali per poi fermarsi, a lungo, al recinto dei lupi. Incredibile davvero quanto i bambini possano stupire. Cosa c’entra il lupo? C’entra, c’entra. Dove c’è un lupo ci sono i tre porcellini. Un binomio perfetto per le favole. È proprio in una di queste che narra di come i tre porcellini si cimentino nella costruzione delle proprie case. Il primo porcellino viene descritto come colui che non ha voglia di affaticarsi più di tanto essendo interessato solo al gioco. Costruisce allora, in breve tempo, una casa di paglia che gli altri due porcellini giudicano poco sicura. Il secondo porcellino, più posato del precedente, costruisce la propria casa con il legno. Più laboriosa certo e sicuramente più efficace per la difesa dal lupo. Anche se il terzo porcellino non ne è che ne sia proprio convinto. L’ultimo porcellino si arma di tanta pazienza e forza di volontà per costruire una bella e solida casa in mattoni. Impiega tantissimo tempo così che gli altri lo prendono in giro per essersi tanto sbattuto. Quando il lupo si palesa, la casa di paglia viene spazzata via dal suo poderoso soffio in un battibaleno. Stessa sorte, con leggero sbattimento per il lupo, spetta alla seconda, quella di legno. Dove il lupo non riesce a far nulla è per la casa in mattoni. Indispettito cerca di entrarvi attraverso il camino ma ad aspettarlo c’è un bel catino pieno di acqua calda che si scalda ulteriormente grazie alla legna che arde. Vi lascio immaginare il finale e i sorrisi di mia figlia. Devo essere sincero: la favola è indubbiamente ben comprensibile ai bambini poiché insegna come una casa di mattoni sia maggiormente stabile e duratura di una in paglia (o di legno). Non sarebbe però meglio che i bambini si ponessero qualche domanda in più? Per esempio: è sempre utile avere una casa stabile? È possibile avere una casa di paglia stabile? Perché scegliere paglia o legno? Quale delle tre case è più ecosostenibile? Sarebbe bello insomma se i bambini si (e ci) facessero domande in genere. Vorrebbe dire avere una coscienza critica. Speriamo almeno si sviluppi con il crescere. Chi studia antropologia ed etnologia sa benissimo come le case di paglia, piuttosto che quelle di fango, siano tipiche di tante popolazioni. C’è chi le realizza con sassi, chi con foglie, chi persino con il ghiaccio. Senza divagare, a guardar bene quel cartone animato, l’impressione è che possa essere stato commissionato da imprenditori edili.  Suvvia, sto scherzando ovviamente. Eppure, i bambini cresceranno con il pensiero anzi, con la certezza, che una casa di paglia sia poco sicura. Meglio dunque non farla. Però, oggigiorno, con l’attenzione alla sostenibilità ambientale e il diffondersi della bio edilizia, le case di paglia non sono più ne un tabù ne ad appannaggio di porcellini scansafatica. Certo, non è che siano realizzate completamente in paglia ma con l’uso di legno e di terra cruda, la casa è presto (si fa per dire) fatta. Isolamento termico e acustico, protezione dall’umidità, i principali vantaggi.  Cosa diavolo c’entrano ora i tre porcellini e la casa di paglia con il vino? Eh, lo so, complicato a capirsi. Almeno all’apparenza però. Il vino da sempre matura e affina in contenitori. Dalle qvevri georgiane al cemento, dal legno all’acciaio, dal vetroresina al coccio. Sempre e comunque, nelle bottiglie di vetro. Ognuno di questi contenitori ha un suo grado di “neutralità” intendendo per questo la capacità di creare interazione tra il contenitore stesso, l’ambiente circostante dunque il vino.  Partiamo da qui. Perché proprio disquisendo di contenitori di ceramica a forma di uovo mi sono imbattuto in Giorgio Migliasso e la sua Azienda Vinicola Bricco Visconti Tutto nasce dall’azienda di famiglia che ora non c’è più, ma diciamo che fino ai miei 28 anni c’era un’azienda di famiglia a Ferreira nell’astigiano. Io nasco proprio in questa azienda e come unico maschio ero destinato ad entrare in tutte le botti nelle quali non entrava più nessuno e pulirle. Mamma si metteva a fare la maglia e io dentro queste botti a quattro anni. Non capivo cosa ci facesse sempre davanti al bocchettone. Poi ho capito… Insomma nel vino da sempre, si può dire. Poi gli studi a Torino in Scienze Politiche con i classici ritorni a casa nel fine settimana. Studi mai finiti purtroppo anche se di esami ne mancavano davvero pochi. Sarà per via della vita da fuorisede che, ovviamente, piaceva, del militare come intermezzo, di altri interessi. Bighellonando, non è che gli esami si facessero da soli. Quando parlo con Giorgio, intuisco la sua propensione al divertimento tra amici. Sobria, per via del suo essere piemontese, ma comunque sia, cazzeggio. Anni particolari quelli. A Torino specialmente. Potevi finire bene o male in un attimo. Gli amici di Giorgio, come li definisce lui stesso, illuminati e appassionati di bioedilizia, iniziano a costruire case in paglia e a coinvolgerlo. All’età di 28 anni si ritrova in Svizzera a studiare e lavorare proprio nel campo della bioedilizia. Un mondo strano, particolare, unico, che diventa vera professione apparentemente lontana dal mondo del vino. Apparentemente.  Paglia, coccio pesto, terre crude. Materiali con capacità di adattarsi a qualunque tipo di utilizzo. Ero sempre insieme a questi due amici. Uno di questi nel frattempo, anche lui  appassionato di vini, inizia a farsi anche lui il suo vino con il suo percorso. Iniziamo quindi, insieme, a fare un vino con contenitori differenti, che non fossero contaminanti.  Le vigne di famiglia racchiuse in un singolo ettaro. Giorgio, solo per passione, il vino continuava a farlo, in maniera artigianale e con l’aiuto di mamma e papà. Un vino di casa, fatto anche un po’ controvoglia. Metodi tradizionali e poca propensione a quel tipo di attività. Per uno, quasi scappato da quelle terre e in cerca di qualcosa di più attrattivo, l’interesse per la terra ed il vino erano legati unicamente alla famiglia. Non certo a se stesso. Almeno fino a quando quella cultura, quasi filosofia, legata al mondo della bioedilizia fa breccia penetrando fortemente li dove meno te lo aspetti.  I contenitori che utilizzavo come cemento e vetroresina piuttosto che il metallo mi venivano un po’ stretti. Imparavo che i nuovi materiali avevano un PH diverso, una traspirabilità diversa, una contaminazione quasi inesistente anche a livello chimico. Imparando un po’ questi materiali siamo arrivati alla porcellana con il passeggio precedente con il grès.  Un po’ nella cantina di Giorgio, un po’ nella cantina dell’amico. A Barbaresco. Piccoli alchimisti che sperimentano non tanto il vino quanto i contenitori e i materiali. Scegliere contenitori che non potessero subire alcun tipo di contaminazione esterna o intrinseca del materiale stesso. Per intenderci, quando si parla di contaminazione, non dobbiamo pensare solo al legno che rilascia tannini o sostanze in grado di conferire note particolari al vino, ma anche a quei materiali che lasciano permeare umidità, temperatura, cariche elettrostatiche. Qualunque cosa che possa, in un modo o nell’altro, influenzare la maturazione del vino. Oltre l’ossigeno ovviamente. Perché se è vero che l’ossigenazione delle masse rende vivo il vino stesso, una eccessiva esposizione rende il vino ossidato; una scarsa esposizione, ridotto.  Il vino aveva la caratteristica di essere molto ridotto, per cui non non di pronta beva come un vino normale. Essendo ridotto, doveva stare più tempo in bottiglia e abbiamo capito che in bottiglia aveva poi il suo sviluppo maggiore. Un vino ridotto nel peggiore dei casi saprà di uova marce. Non proprio qualcosa di cui vantarsi. Complicato correggerlo e non sempre la decantazione (o una soluzione cuprica) fornisce risultati apprezzabili. Strano dunque immaginare come la permanenza in bottiglia possa aver corretto la riduzione generata da contenitori ermetici.  C’è però una differenza sostanziale rispetto a tutte le altre situazioni: le case di paglia al cui interno non è praticamente presente umidità. Era in questi ambienti che i contenitori venivano stivati. Un connubio che poteva indurre a pensare come qualcosa di diverso si stesse realizzando. Quel secco si è sposato perfettamente coi nostri contenitori tant’è che ho iniziato all’interno del salone di casa mia i primi esperimenti su queste uova a temperature costante. Nessuna traspirazione dei contenitori. Nessuno scambio con l’esterno. Nessuna influenza del contenitore con ciò che c’è intorno. Un materiale che fa e non fa la differenza nella trasformazione del vino.  Un concetto che ha radici nell’antichità con i georgiani che l’avevano già capito migliaia di anni fa (anche se in quel caso invece del ridotto c’era l’ossidazione). Loro usavano le grandi qvevri di terracotta interrate, Giorgio e i suoi amici dei contenitori ceramici a forma di uovo. L’uovo, una forma ancora più particolare di una sfera. Qualcosa che rasenta il divino o meglio, rappresenta l’imperfezione umana della perfezione divina della sfera.  Uno degli amici si era appassionato di ceramica. Lui si faceva i suoi corsi ceramica in Cina e si era addirittura comprato un vigneto proprio in Cina. Tra Nepal e Cina. Un pazzo scatenato. Ha trovato questi mastri ceramici che realizzano capolavori. Pezzi comunque costosi. Ha seguito in questa bottega la costruzione delle uova. L’idea della forma è stata di avere un contenitore privo di angoli morti all’interno. L’esperienza di vita che il vino ha nei contenitori include sempre angoli morti dove il vino è fermo. Nelle uova c’è sempre un leggero movimento. Il vino può muoversi. Siamo andati all’estremo. Magari erano pippe mentali, però ci piaceva. Micro movimenti. Pressioni. Non saprei dire se questo fisicamente si realizzi e se possa o meno avere una certa influenza nella maturazione del vino. Ciò che ho imparato negli anni di frequentazioni legate a questo mondo è solo ed esclusivamente conferma di quello che dall’antichità ci viene trasmesso: il vino è materia viva.  Un concetto non banale e di altissimo valore filosofico che implica come non vi sia mai una soluzione giusta o una sbagliata quando si trasforma l’uva in vino. Ci sono modalità diverse che permettono di sognare, vivere, morire. Ogni modalità diventa flusso energetico per consentire alla materia viva di esprimere ciò che ritiene possibile. Ogni elemento diverso funge da abilitatore a qualcos’altro. Ogni piccolo, magari insignificante, particolare, anche emotivamente personale, diventa fondamentale elemento. Che cosa sia, cosa produce, occorre solo scoprirlo.  Volevamo una sfera, una superficie sferica. Ma il vetro non andava bene perché faceva penetrare la luce. Adesso i francesi hanno creato delle damigiane da 250 litri, costose come il fuoco e rifrangenti, cioè non entra più la luce. Anzi, la riflette all’esterno. Però a fronte di 6000€ di contenitore, non so chi ha questi soldi. Quando il vino è rispetto per la natura, per i materiali che si trovano spontaneamente, per case tirate su nella totale simbiosi con il Creato, il transito verso l’agricoltura biodinamica diventa un passo che, oltre che essere breve, è quasi scontato. Se non obbligato. Ormai compio 10 anni da quando non metto più solforosa nei miei vini. Ma zero. Vuol dire rischiare tantissimo. Siamo sbarcati anche sul propoli. Dipende dall’annata. Il 2023 è stato un anno molto solare. Ha piovuto pochissimo e in vigna sono entrato, pensa, due volte. Abbiamo raccolto tantissimo ed è stato bellissimo. Nel 2024, 50 giorni di pioggia. Alcuni alcuni dei miei conoscenti che sono andati in vigna tipo 27 volte biologici. È morto soltanto il Nebbiolo e l’Alba rossa. Sono riuscito a raccogliere tranquillamente il Grignolino e la Freisa. Fermatevi un attimo a questo punto e riflettete sul potere delle amicizie e delle frequentazioni. Come possa cambiare la mente alle persone il frequentare alcune persone rispetto ad altre. Nessun giudizio di nessun tipo ma ciò che Giorgio ha oggi in se, ciò che oggi è, lo deve all’incontro con quelli che ancora oggi sono gli amici più cari. Poco importa aver finito gli studi. Ciò che conta è quello che la vita gli ha insegnato. Un incrocio di destini che porta a percorrere determinati binari della vita. Magari, in un altro luogo della vita, Giorgio avrebbe comunque incontrato quei binari, chi lo sa. Ciò che conta è che oggi li stia percorrendo in un solco di qualcosa ove si sente felice e a proprio agio. Meraviglia pura! Oggi siamo ancora qui a sperimentare. Ho avuto pienamente i permessi, perché finalmente costruirò la la prima cantina in paglia dove queste uova staranno al meglio. Siamo riusciti a stoccare il metano per cui io d’estate produco 6/7 m³ al giorno di metano. Ho delle padelle sul fuoco che continuano a bollire. Quando riesco, la maggior parte cibo, sennò acqua perché non posso stoccarlo. Ne stocco 24 m³ con dei palloni cinesi nel sotto. La mia compagna dice prima o poi scoppiamo tutti quanti. Sperimentiamo tutto nelle nostre case. Siamo sempre tre amici che ci troviamo. Quando uno ha una idea ci troviamo. Tre più un quarto che gira il mondo. Due producono vino e un altro è un architetto che ha comprato delle case ad un euro e lo sta rimettendo a posto. La decisione di lasciare il lavoro con la bioedilizia e dedicarsi unicamente alle vigne, diventate di circa due ettari e mezzo per via di un lascito parentale, manco a dirlo, dopo il covid. Nessuna voglia di produrre tanto, di arricchirsi, di avere successo. Al contrario, l’unico vero obiettivo è quello di non superare le 7000 bottiglie. Insomma, non un numero utile per sbarcare il lunario. In questi 25 anni di lavoro ho costruito abbastanza. Ho anche diciamo i piedi in più scarpe, nel senso che ho delle case in affitto. Tra queste cose e la sperimentazione sono le fonti di reddito. Ma certo non vivo nell’oro.  Non vive nello sfarzo, anche perché non gli piacerebbe. La vigna si potrebbe anche sostenere ma lui non ne ha voglia.  Ho deciso di avere questa politica di non dare bottiglie ai distributori, perché quando mi avvicinano, le vogliono comprare al 45% in meno. Ne faccio sinceramente a meno e le lascio ai miei figli. La mia politica è incontrare enoteche e ristoranti. È meraviglioso parlare con Giorgio. Scanzonato, flemmatico, sembra quasi un guascone. Invece è una persona splendida. Di quelle con la quale dialogheresti per ore di qualunque cosa. La natura certo. Le cose belle della vita. L’amicizia. Il vino. Si anche anche il vino. Che sia un po’ un mezzo, un po’ un fine. Un mezzo per fare altre cose; un fine per realizzarlo e usarlo con gli amici. Lo sforzo è tantissimo perché comunque lavorare in vigna, terreno c’è tantissimo lavoro e sei sempre in balia appunto di questo clima. Però quello che faccio io alla fine, non so nemmeno se faccio il 5% del totale. Il resto lo fa la natura.  Una sorta di consacrazione di quanto la natura è in grado di fare e non fare ma, soprattutto, una filosofia che non prevede interventi particolari in vigna e nessuno in cantina. Il fatto di essere tornato a fare il vino dopo gli anni che ho lasciato l’azienda di famiglia, mi dà molta come dire, soddisfazione. Carica anche. Che in fondo non lo so ho cercato di eliminare il fatto dì essere un agricoltore per fare il borghese. Invece sono contento di essere ritornato qua. Con una mentalità molto differente. Un approccio completamente nuovo. In fondo è quello che hanno fatto in tanti oltre a Giorgio. Scappare dalle campagne perché attratti da una vita diversa. Borghese, come la definisce lui. La città, i locali, la vita diversa immaginata come meno difficile per poi scoprirla alienante, uguale, ossessiva, compulsiva, priva dei ritmi naturali e del calore del sole. Oltre che della gente. Tornare ai lavori basici mi dà sempre una sensazione di avere i piedi per terra. Gli studi portano lontano dalle origini. Solo i principi sani riportano invece alle radici di noi stessi. I valori che consentono di costruire qualcosa di solido e duraturo nel tempo.  Ho un figlio che sta studiando in Svizzera e non sa bene se vuole tornare o no. I figli della mia compagna vivono a Torino e li vediamo nel fine settimana.   Io sono sempre un po’ sognatore. Non so neanch’io sé rimarrò ancora tanto qui. Sono da sempre innamorato della Grecia e volevo prendermi un grande barcone. In un bel porto che abbiamo trovato sarebbe fare il vino sulla barca. Questo rollio che culla il vino… Non è un underwater wine ma un pensare al rollio che possa agevolare il rimescolamento e far sì che tutte la massa e tutte le componenti all’interno di siano sempre in continuo movimento. In fondo ci sono delle macchine che fanno questo mestiere. Farlo fare alla natura, perché no? Io immagino il vino come noi. Se stiamo fermi ci si irrigidisce, se ti muovi c’è più dinamismo.  L’idea anche di cambiare idea. L’idea di cambiare perché uno invecchia. Vivere dove i confini tra cielo e mare non ci sono più. Silvia, la compagna ama la Grecia e lo ha sempre portato in Grecia. Nella luoghi non turistici. Specialmente nel Peloponneso dove c’è l’anfiteatro greco pazzesco di Epidauro. È bellissimo. È ancora tutto intero ed è emozionante cioè stare lì è veramente. Credo nelle cose che sto facendo e vorrei solo esprimere quello. Non devo insegnare niente. I miei vini non è che devono piacere. Non piacciono neanche a tutti, per cui non ho nessun problema. I vini? Eh parlare di vini con Giorgio è come parlare di un singolo pezzo della sua vita. Importante certamente, non fondamentale. Tanto che non produce sempre gli stessi. Dipende. Dipende dalla annata ma anche da come gli va quell’anno. Ne produce poche (440 per anno), davvero poche bottiglie e tutti con i vitigni tipici del territorio.  Posso solo giusto spostare il vino da parte all’altra della cantina. Posso fare un assemblaggio. Posso fare una fermentazione in base al clima. In questi ultimi due anni mi è capitato che si facesse tutto in quattro giorni per cui non sono riuscito a fare alcuni vini. Per esempio, ti parlo di un vino che per me è uno dei migliori vini, come capacità di modificarsi e essere buono: il Grignolino. Puoi fare il base, il secco, l’ancestrale o il rifermentato in base al clima. Io guardo anche molto alla stagionalità per quello che mi arriva. Dipende da cosa mi trovo e poi dipende da cosa mi lascia la natura. L’altro anno il Nebbiolo neanche me lo fatto assaggiare. Però questo ti dà possibilità di giocare sulle tue cose, nel senso perché di assecondare più che altro.   Miass, il Dolcetto (bottiglia 44 di 440, anno 2021), è un vino che non nasconde le sue spigolosità, la sua struttura rustica e schietta. Non è un addomesticato per piacere a tutti. Almeno subito. È austerità iniziale che diventa accoglienza. L’effluvio balsamico di frutta secca, di scorza di arancia, di sottobosco, si fa casa. La sua profondità intrigante non è un mistero per soli iniziati, ma un dono per chi si ferma ad ascoltare. È un vino libero che non aggiusta il carattere con solfiti, non ammorbidisce le sue idee per compiacere. I tannini vibrano, ma si addolciscono come pietre levigate dall’acqua. La fresca sapidità irrora la bocca e lascia una scia luminosa, come la promessa di un ritorno. Affinato in un uovo di ceramica, si è evoluto protetto ma libero, seguendo solo la sua natura. È la prova che la vera bellezza, a volte, ha un accesso spigoloso. Ma è proprio lì, nel suo cuore autentico e per tutti, che si trova l’appagamento più vero. Dalla sua austera complessità trae la ragione di essere condivisa. Sofi è il rosso da Grignolino. Bottiglia 49 di 440 anno 2023. Un vino che respira e aiuta a respirare. Il rubino che da spazio al granato avvolge il naso con tanta frutta fresca che il balsamico agevola non poco. Nel sottofondo c’è quel velo di sottobosco che lo rende intrigante. I fiori concedono un po’ di finezza ad un Grignolino che già come è al naso, berrei tutto.  In bocca la voglia di finire la bottiglia aumenta esponenzialmente. Fresco e godurioso con i tannini che decisamente affievoliti. La ciliegia si spande in bocca tanto che sembra amabile ma amabile non è proprio. Secco e sapido arriva in bocca che sembra caldo ma caldo non è visto che i gradi sono solo 12.5. Ciò che alla fine rimane in bocca è solo il desiderio di un altro calice. Peccato la bottiglia sia solo 0.75l. Luis, bottiglia 327 di 440, anno 2021 è la Freisa. Così se ci si aspetta un vino semplice, poco impegnato e magari popolare, la delusione è dietro l’angolo. Oppure lo stupore per un vino che mantiene quel marchio di fabbrica di Giorgio: freschezza, frutta e sottobosco in sottofondo. Stavolta però il sottobosco è bagnato. Emerge, a poco a poco, il floreale così da farlo diventare elegante, altro che popolare.  In bocca c’è un qualcosa che mi fa ricordare che la Freisa rimane comunque rustica. Ma chissenefrega perché Luis si beve e si beve bene grazie al suo essere decisamente fresco e sapido con un calore poco percepibile. Il tannino c’è ancora ma la snellezza non ne viene compromessa. Fine e delicato con una frutta che rimane in bocca delicatamente, senza eccessi. Sarà veramente diventato elegante? Poteva mancare il Dio Nebbiolo? Non scherziamo. Fatto alla maniera di Giorgio però. Pit è dunque il Nebbiolo 2020, bottiglia 142 di 440. Elegante e granata come i nebbiolo che si rispettino con qualche anno sulle spalle. Eppure gli anni non bastano a far maturare la frutta al naso. Un velo di balsamico e tante erbette di campo contribuiscono a dare un senso di aspra freschezza bagnata.  Così, mentre ti prepari a ricevere in bocca qualcosa di aspro, eccolo li che Pit ti sorprende per la piacevolezza di tannini ben addomesticati (miracolo dell’uovo di ceramica) che si sono avviluppati alla frutta. Sa di vino genuino (e vorrei vedere visto il Credo di Giorgio) con un senso di affumicato. Sapidità interessante così come la inaspettata rotondità. Insomma, un vino che non ha dimenticato di essere un Nebbiolo così da essere a tratti spigoloso ma al tempo stesso garbato. Come se la potenza del Nebbiolo incontrando le rotondità dell’uovo di ceramica abbia deciso di smussarsi.  Sofi ha il suo rosato: è la bottiglia 94 di 440 anno 2023. E che rosato! Sembra proprio qualcosa di diverso rispetto al rosso. Sentori di pesca e albicocca con un tocco di alloro, basilico e menta. Poi fiori di camomilla e di zagara. La sensazione? Non sa di vino. Tutto è così tenue ed elegante, delicato e fresco che ti penetra tutto dentro senza che te ne accorgi. Una coccola con i suoi 11 gradi.  Il sorso, con la sua freschezza e un grado alcolico basso lo rendono una chicca. Si, magari non ha un corredo aromatico pazzesco ma è proprio questo il bello: lo si beve senza pretese ed è così buono e fresco che la bottiglia si finisce.  Anche Pit ha il suo rosato. La bottiglia 155 di 440 2023 nel calice sa immediatamente di frutta croccante e di qualche erbetta di orto. Insomma freschezza che poi in bocca si ritrova totalmente: è un Nebbiolo e non è che si spenga così facilmente. Dimostra un suo calore intrinseco così da renderlo particolarmente avvolgente. Se è un vino estivo non lo da particolarmente a vedere ma secondo me è un po’ per tutte le stagioni regolandosi con la temperatura di servizio. Sul rosato di Pit a 8 gradi in estate si finisce la bottiglia. In inverno a 10/12 la sorte diventa la stessa.  Tutti i vini che ho assaggiato hanno la particolarità che si finiscono. Non c’è stata una bottiglia che non avrei finito e in alcuni casi, non da solo, ciò è accaduto. Rosso o rosato che sia, un sorso tira l’altro.  Poi c’è anche da dire che uno fa una cosa diversa, la sbaglia e magari ti viene fuori un vino migliore dell’altro. Però devo dirti che la cosa più incredibile di tutti i miei vini è che ogni volta che imbottiglio dico questo è proprio il peggiore. Mi capita con quasi con tutti i vini tranne forse quelli rosati. Con rossi lo prendo, lo metto in cantina, perché hanno questo problema di riduzione, va nell’angolo più buio della cantina. Lo metto in castigo, perché pensavo venisse meglio. Assaggiando un anno, secondo anno, magari diventa il migliore. Hanno una evoluzione che è sempre una sorpresa. Questa la meraviglia di un uomo, della sua filosofia, della sua vita, dei suoi vini. Affascinante meraviglia si ma ingestibile da un punto di vista di impresa. Non sapere se e come produrrà un vino. Non sapere se e come si evolverà un vino. Far in modo che la natura faccia sempre e comunque il suo corso. Non aggiungere nemmeno un microgrammo di solforosa. Tutto, tutto, dannatamente tutto va contro corrente. Di certo, quando si beve un vino di Giorgio Migliasso, si ha la certezza di un vino non omologato, che non è sempre lo stesso. Qualcosa che non si sa se si potrà più ritrovare simile. Ma nemmeno importa, perché le emozioni vanno provate quando ci sono. È per questo che l’unicità è nel momento. Come la vita. Che c’è ora, adesso e dopo non si sa. Occorre viverla. Rispettando la preziosa unicità che rappresenta. Sei tu che porterai il tuo amore per cento e mille strade
Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
Figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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