The Voice of Blogger

The Voice of Blogger a cura di  Claudia Riva di SanseverinoStefano Franzoni che ci porteranno nel mondo dei blogger del Vino coinvolgendoli in avvincenti storie da raccontare.

Un viaggio tra i personaggi del web che Claudia e Stefano selezioneranno di volta in volta e che quotidianamente con immagini, stories e reel raccontano con passione e competenza il vino e le sue meravigliose storie.

Insegna della Tenuta Roveglia in Lugana con cielo blu e nuvole sullo sfondo. Arrow Right Top Bg

19 Aprile, 2023

Una storia d’amore in Lugana: Tenuta Roveglia

Una storia d’amore in Lugana Una grande storia d’amore quella tra Federico Zweifel e il Lago di Garda. Partito dalla Svizzera alla ricerca di un lavoro che lo soddisfacesse, il colpo di fulmine fu talmente potente da convincerlo a iniziarvi una nuova vita. Qui Federico comprò terreni e trasformò i campi, spesso abbandonati, in vigneti, rivelatisi nel tempo particolarmente adatti alla coltivazione della Turbiana, un vitigno autoctono. L’amore per questo territorio è poi proseguito attraverso il figlio Giusto, nonno delle attuali proprietarie. All’inizio venne prodotto vino destinato solo ad amici e clienti locali, iniziando solo in seguito un vero e proprio commercio. Con gli anni, l’Azienda ha acquisito altri terreni, fino a contare ad oggi su 100 ettari di proprietà. Per rispetto alla storia di questa tenuta, il nome è stato mantenuto in “Roveglia”, dalla omonima famiglia che nel 1404 acquistò i terreni e le cascine dal monastero di San Salvatore di Brescia (oggi Santa Giulia di Brescia). L’incontro inaspettato Sono stata portata da un amico in visita a quest’azienda il cui nome ovviamente conoscevo, facendo parte del Consorzio Lugana e presente a Wine in Venice, di cui ho curato l’organizzazione. Durante la visita ci siamo imbattuti in Babettli Azzone, a capo dell’azienda di famiglia. Visto il mio entusiasmo, pur dovendo rientrare a casa (non proprio dietro l’angolo) si è prestata a una mini intervista di cui vi voglio riportare alcune parole. “Non sono molte le aziende vinicole che partono dalla Svizzera per arrivare in terra di Lugana, passando per la scienza (mio padre) e portate avanti da una donna. Una fondamentale trasformazione avvenne negli anni ’80 quando, mancato mio nonno, mio padre Giovanni Felice Azzone, Professore ordinario di Patologia Generale all’Università di Padova e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, prese in mano la gestione della Tenuta Roveglia. Oltretutto, cosa del tutto inusuale per un accademico sposato a una accademica. Mio padre trasferì in questa realtà vinicola la sua passione per la ricerca ed il coraggio per l’innovazione tecnologica. La sua esperienza di scienziato, a capo di laboratori riconosciuti a livello internazionale, lo aveva sempre più convinto che i migliori risultati si ottengono soprattutto attraverso l’ascolto e il dialogo tra tutti i collaboratori .
Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo.  Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston).  La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne,  Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri.  “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
Tela in tessuto con marchio aceto balsamico di Spilamberto Arrow Right Top Bg

5 Aprile, 2023

Non solo vino: l'Aceto Balsamico

L’aceto balsamico: dalla storia alla tavola Un po’ di storia La storia dell’aceto si perde nella notte dei tempi con testimonianze di un procedimento simile già nel 2900 A.C. nell’Antico Egitto. Oltre un millennio dopo, sempre presso questa civiltà, si sviluppa la cottura del mosto. Ci sarebbe tantissimo da dire ma, facendo un salto in avanti a tempi più recenti, troviamo gli Estensi che, nel 1598, si trasferirono da Ferrara a Modena, portando i loro aceti. Lì, però,  ne scoprirono un altro, sconosciuto ai più e prodotto nelle soffitte delle famiglie modenesi.  Aveva caratteristiche completamente diverse dagli altri, con un’armonia di sapori e profumi giudicati ineguagliabili e venne quindi considerato qualitativamente superiore rispetto a quelli allora conosciuti. Nel sottotetto di una torre di Palazzo Ducale venne quindi posizionata un’acetaia, alimentata con mosto «purgato e ridotto secondo la pratica», come scrive nel 1803 Latour, subeconomo dei Beni Nazionali del Panaro durante l’occupazione francese. Nel 1747, sui registri delle cantine segrete della Corte Estense questo prodotto fu denominato per la prima volta “aceto balsamico”. Questo stesso aceto era al tempo conosciuto come “aceto del Duca”, una denominazione che incorporava nel nome un importante segno di distinzione ed eccellenza qualitativa. Elisir per tavole raffinate Furono proprio i duchi estensi a fare conoscere l’Aceto Balsamico in molte corti europee del loro tempo. Tra i tanti, due episodi valgono una menzione. Il primo, nel 1764, quando il Gran Cancelliere di Moscovia, Conte Michele Woronzow, inviato dalla Zarina di Russia Caterina la Grande in missione diplomatica presso le capitali europee, giunto a Modena, chiese di spedire a Mosca alcune bottigliette di Balsamico delle acetaie ducali. Il secondo nel 1792 a Francoforte, in occasione dell’incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero dell’Arciduca Francesco II d’Austria, quando il Duca Ercole III d’Este ritenne che il suo secolare aceto fosse degno di essere inviato in dono all’Imperatore, ma nella modesta misura di un flacone. Nel  1796 Napoleone Bonaparte conquista Modena, caccia gli Estensi e ne sequestra i beni, tra cui l’Acetaia Ducale, che viene venduta all’asta. Varie famiglie nobili e borghesi di Modena acquistano quindi le varie batterie, continuando la produzione e diventandone così i custodi della tradizione, nelle proprie soffitte.  Il disciplinare dell’aceto balsamico Oggi esiste un disciplinare molto rigido che regola la produzione di Aceto Balsamico di Modena. Ad esempio, le uve devono essere native, coltivate e cresciute sul territorio di Modena. L’elenco di quelle permesse specifica Lambrusco (tutte le varietà e cloni), Ancellotta, Trebbiano (tutte le varietà e cloni), Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta. Esistono anche vincoli territoriali, che prevedono che l’assemblaggio delle materie prime, l’elaborazione, l’affinamento e l’invecchiamento in recipienti di legno pregiato abbiano luogo obbligatoriamente nelle province di Modena. Il prodotto finito può invece essere confezionato anche al di fuori della zona geografica di origine. L’elaborazione dell’Aceto Balsamico di Modena avviene con il classico metodo di acetificazione tramite impiego di colonie batteriche selezionate, lenta in superficie o lenta “a truciolo”. La fase successiva è quella dell’affinamento, anch’essa svolta come la prima all’interno di barili, botti o tini o  di legno pregiato quali rovere, castagno, quercia, gelso e ginepro. Il periodo minimo di affinamento è di 60 giorni, conteggiati a partire dal momento in cui le materie prime, miscelate tra loro nella giusta proporzione, sono avviate all’elaborazione. Al termine dell’affinamento, il prodotto ottenuto viene sottoposto a un esame, analitico e organolettico, affidato a un gruppo di tecnici e assaggiatori esperti. Questo è lo step da superare affinché il prodotto possa essere certificato come Aceto Balsamico di Modena. Una volta trascorsi 60 giorni di affinamento in tini di legno, l’Aceto Balsamico di Modena può essere sottoposto a un ulteriore periodo di invecchiamento. Se questa fase si dilunga per più di tre anni, il prodotto finito potrà fregiarsi della classificazione “invecchiato”. L’Aceto Balsamico di Modena così ottenuto può essere immesso al consumo diretto. Viene inserito in contenitori in vetro, legno, ceramica o terracotta di varie capacità, da un minimo di un quarto di litro a cinque litri. Sono ammesse anche confezioni monodose di plastica o di materiali composti, di capacità massima di 25 ml. Nel caso in cui il prodotto sia destinato a un utilizzo professionale, la capacità minima dei recipienti in vetro, legno, ceramica o terracotta è di 5 litri, che scendono a 2 nel caso il recipiente sia in plastica. Su ogni confezione è posta la dicitura Aceto Balsamico di Modena, accompagnata dall’Indicazione Geografica Protetta.  Aceto balsamico DOP, IGP, e altre denominazioni Soprattutto negli ultimi anni, l’aceto balsamico è diventato di gran moda e si è molto diffuso, tanto da poterlo trovare al posto dell’aceto classico su tutte le tavole, fast food e pizzerie incluse. E’ bene però sapere che ne esistono numerosi tipi e che per avere un’idea immediata ci si può regolare guardando il costo, tenendo presente che il costo medio di un Aceto Balsamico di Modena IGP al supermercato va dai 2 ai 30 euro circa per una confezione da 500 ml. Il prezzo per un buon aceto balsamico tradizionale di Modena DOP, comunque, si aggira intorno ai 50 euro per 100 ml. Riguardo l’autenticità, il modo più semplice per riconoscere un vero aceto balsamico tradizionale è fare attenzione alla bottiglia, la cui forma tipica richiama quella di una goccia, contiene sempre esattamente 100 millilitri ed è stata disegnata da Giorgetto Giugiaro. Un’eccellenza nell’eccellenza! Tipologie e denominazioni Condimento balsamico / Aceto balsamico /  Mosto aspro / Condimento / Saba e Aceto balsamico Qui tutto è permesso. Il prodotto ha un sapore acidulo ed è stato trattato con acido acetico. Non necessita né dell’indicazione specifica della materia prima utilizzata, né dell’uva, né del processo di produzione. Invece dell’uva, che è la prerogativa di base di un vero aceto balsamico, possono rientrare in queste categorie anche aceti balsamici di mele e altri frutti, come di barbabietole da zucchero, miele, riso, cereali e tutto ciò che può essere fermentato. Occhio alle etichette, quindi, perchè nonostante il termine “aceto balsamico” faccia generalmente riferimento al metodo di preparazione classico dell’aceto come tramandato da generazioni nella tradizione modenese, non si tratta di una denominazione protetta. Aceto Balsamico di Modena IGP, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP (ABTM) e Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP (ABTdiRE) Solamente i tre termini “Aceto balsamico di Modena IGP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP” assicurano che lo standard minimo stabilito nel discpilinare del prodotto sia stato rispettato durante la produzione. Tuttavia, anche nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena IGP si incontrano spesso prodotti industriali che, oltre al mosto d’uva, sono costituiti da aceto di vino e caramello (in etichetta spesso anche come “colorante E150d”), che permette al prodotto di ottenere il tipico colore dell’Aceto Balsamico di Modena IGP . La differenza tra questa denominazione e quella “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” è che quest’ultimo deve sottostare, secondo l’ultima direttiva UE, ai rigidi criteri che stabiliscono le materie prime da utilizzare e le caratteristiche fondamentali al fine dell’imbottigliamento ed etichettatura. In ultima analisi, il mosto cotto e un minimo di 12 anni sono gli unici ingredienti di un aceto balsamico tradizionale originale, questo lungo processo di affinamento ed invecchiamento essendo anche il principale motivo del prezzo elevato. Esiste un bellissimo museo dove potere effettuare una visita guidata molto interessante. Si trova a Spilamberto e raccoglie, in una palazzina, la storia dell’Aceto Balsamico. Qui potrete anche assaggiarlo e vedere con i vostri occhi quante famiglie, personaggi e organizzazioni conosciute (Massimo Bottura, Slow Food e persino una banca locale) tengono in affinamento qui le loro batterie. Una bella idea per una gita fuori porta e per scoprire il vero Aceto Balsamico Tradizionale di Modena. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
That's Cirò Arrow Right Top Bg

30 Marzo, 2023

That’s Cirò: conoscere la più antica D.O.C della Calabria.

Lunedì 20 marzo presso il Rome Cavalieri A Waldorf Astoria Hotel, si è tenuto un evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.C. Cirò e Melissa in collaborazione con Fondazione Italiana Sommelier, per raccontare Cirò, la più antica D.O.C della Calabria, e per la valorizzazione dei vini del territorio Calabrese e del vitigno principe della zona, il Gaglioppo. L’evento ha visto coinvolte 15 aziende del territorio, che, grazie ai banchi di assaggio organizzati nella Sala Michelangelo, hanno potuto far conoscere ad appassionati, operatori e stampa, quello che da sempre è considerato il vino più antico ancora in produzione. A seguire, i banchi di assaggio, la masterclass “il Gaglioppo: tra identità e longevità” guidata da Paolo Lauciani, docente Fondazione Italiana Sommelier e Paolo Ippolito, responsabile della commissione comunicazione del Consorzio.  “Se il nostro soprannome storico è Enotria, cioè terra del vino, è per merito della Calabria.” – comincia così Paolo Lauciani – proprio per sottolineare l’importanza della viticultura calabrese, e del gaglioppo, vitigno che risale ai tempi della Magna Grecia, quando Cirò Marina era chiamata Cremissa, e il vino Krimisa, era il premio per i vincitori delle olimpiadi.   “Il problema della Calabria è un problema di forma non di sostanza”, dichiara Paolo Ippolito, abbiamo un territorio unico, fortemente vocato per la viticultura per le condizioni pedoclimatiche ottimali, basti pensare che Cirò Marina, trovandosi alla punta estrema del golfo di Taranto, è sempre battuta dai venti di tramontana che assicurano la sanità delle uve, inoltre la piovosità è bassissima e il sole è presente tutto l’anno. Cirò: la più antica D.O.C della Calabria È importante anche ricordare che la zona di Cirò vanta 2500 ettari vitati di cui 400 ettari rivendicati come Cirò Doc Classico. I vitigni per la produzione di bianchi e rosati si trovano prevalentemente in pianura, in modo da garantire mineralità e sapidità, mentre i vitigni per la produzione dei rossi si trovano in collina tra i 250-450 metri s.l.m. Gli allevamenti non sono intensivi e nella zona è ancora molto diffuso l’alberello con rese di produzione molto basse.   Negli ultimi dieci anni, dichiara ancora Paolo Ippolito, si sta vivendo una primavera enoica, grazie al cambio generazionale si sta dando una grandissima spinta al territorio di Cirò.  Attualmente la produzione supera i 4 milioni di bottiglie e l’export il 35%. Il vitigno principe di questa zona è il Gaglioppo, un vitigno austero, con un tannino che si adatta bene ai lunghi invecchiamenti.  Il bouquet del Gaglioppo è molto ampio, fruttato e maturo, ma mai surmaturo o grondante di marmellata. Dal frutto si passa a profumi erbacei, tracce terrose, liquirizia e note balsamiche. Il sottobosco è presente e aggiunge spessore al vino. In bocca il Gaglioppo è un vino strutturato, molto tannico, che richiede lunghi affinamenti o l’utilizzo di barriques.   Di seguito i sette vini presentati nella degustazione condotta, appunto, da Paolo Lauciani. Ciro’ Doc Rosso Classico Superiore – Casamatta 2020 – Cantina Campana  Prodotto con le uve Gaglioppo coltivate in antichi vigneti a ridosso delle coste, ove si scorgono appunto le “casematte”, originarie opere difensive utilizzate in periodo di guerra come protezione delle coste, ed oggi emblema di un’identità da tutelare. La vendemmia è manuale, la fermentazione è in acciaio con delestage giornalieri, e l’affinamento in legno per 12 mesi. Nel calice un rosso rubino scarico ma luminoso. Al naso spiccano le note floreali di rosa canina seguite da note fruttate di fragoline di bosco e arancia rossa, leggere note speziate, erbe aromatiche e liquirizia. In bocca il sorso è elegante, con un tannino setoso, una buona acidità e una buona sapidità. Chiude con un finale pulito e persistente con un ritorno balsamico. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Volvito 2019 – Caparra e Siciliani  Prodotto con gaglioppo in purezza vinifica in serbatoi di acciaio termocondizionati e affina 18 mesi tra piccole botti di legno di Alier e bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia matura, mora, ribes, seguite da note floreali di viola, sottobosco, polvere di cacao, caffè e liquirizia. In bocca la forza tannica è più evidente, ma perfettamente equilibrata da freschezza e sapidità. Chiude con un finale, corposo, avvolgente e speziato. Ciro’ Doc Classico Superiore – Il Pagano 2018 – Cantine Greco  Prodotto esclusivamente con le uve delle vigne più storiche, fa una macerazione prefermentativa a 10°C per 48 ore poi, viene lasciato fermentare sulle bucce fino a metà fermentazione alcolica, termina la   fermentazione in assenza di bucce. Affina tre mesi in barriques di II passaggio. La fermentazione malolattica viene svolta completamente in barriques di II passaggio Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto con riflessi granati molto luminosi. Al naso spiccano le note di legno di sandalo, tabacco, grafite, seguite dalle note fruttate di frutti neri, prugna, more, gelso nero, arancia rossa, sottobosco, china. In bocca fresco, sapido, con un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale balsamico. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Pian delle Fate 2018 – Cantina Enotria  Vino di grande tradizione, espressione massima della Riserva della Doc Cirotana, è prodotto con la selezione delle migliori uve. Macerazione con cappello di bucce e rimontaggi a temperatura controllata per 15 giorni in serbatoi d’acciaio, poi affina 18 mesi in serbatoi di acciaio e 6 mesi in barrique. Nel calice si presenta di un granato luminoso. Al naso spiccano le note di frutta rossa, fragoline, ciliegie, ribes, seguite da note speziate, cardamomo, pepe, tabacco, nota balsamica di liquirizia e menta. In bocca il sorso è fresco, sapido, con un tannino leggermente pungente. Chiude con un finale molto persistente di frutta rossa.  Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Arcano 2017 – Senatore Vini   Prodotto con uve coltivate con ridotta produzione per ceppo nel vigneto al “Corfu Vecchiu” di Cirò. La selezione e la raccolta avvengono rigorosamente a mano. La Vinificazione è tradizionale con macerazione a temperatura controllata in acciaio. Affina prima in acciaio, poi in barriques, poi in botti di legno di rovere francese da 25 hl per 24 mesi, e infine in bottiglia per 4 mesi prima della messa in commercio. Nel calice si presenta di un rubino trasparente. Al naso prevalgono le note di frutta , prugna, more, gelatina di ribes, seguite da note di viola leggermente appassita, sottobosco, cacao e china. In bocca il sorso è pieno, con un tannino importante, una buona freschezza e una buona sapidità. Chiude con una buona persistenza e un ritorno balsamico. La 2017 essendo un’annata molto calda si porta dietro una leggera pungenza alcolica. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Dalla Terra 2015 – Tenuta del Conte  Le uve prodotte secondo regime dell’agricoltura biologica, nella zona di Vigna Salico a 150 metri s.l.m., vengono fatte fermentare con lieviti spontanei. Affina 24 mesi in acciaio e 36 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un granato trasparente ancora molto luminoso. Al naso prevalgono sensazioni più terrose, corteccia, foglie secche seguite da note fruttate di fragoline di bosco, agrumi, tamarindo, rabarbaro, scorza di arancia amara. In bocca è fresco, sapido, con un tannino vibrante ma elegante, anche qui abbiamo in chiusura una nota leggermente alcolica. Un vino con uno stile differente dagli altri ma che mantiene sempre lo stile identitario del Gaglioppo.  Cirò Classico Superiore Riserva – Ripe del Falco 2014 – Ippolito 1845  Prodotto con le uve provenienti dal Cru Colli del Mancuso, situati ad un’altezza di 350 metri s.l.m. le vigne sono ad alberello di fine anni ’60, e sono coltivate in regime biologico. Fermenta in cemento e affina 9 anni tra botte grande, acciaio, e bottiglia.    Nel calice si presenta di un rosso rubino scarico, con una perfetta tenuta cromatica. Al naso spiccano le note di frutta rossa a polpa fragrante, amarena, ciliegia, mora, marasca, seguite da note floreali, cacao, spezie, legno di sandalo, incenso, lavanda disidratata. In bocca il sorso è pieno, con una buona freschezza, una buona sapidità e un tannino ancora importante.  È considerato il vino iconico dell’azienda, nato nel 1956 da una scommessa del nonno Vincenzo Ippolito con i produttori del Barolo.  Claudia Maremonti
Leggi
Veduta del vigneto Fabriseria dall'azienda Tedeschi in Valpolicella Arrow Right Top Bg

29 Marzo, 2023

Il vino è come l'arcobaleno - Vini Tedeschi in Valpolicella

“Il vino è come l’arcobaleno. Deve essere in equilibrio, come in una grande musica. Non ci si può permettere che alcun strumento stoni.” Questo è stato il messaggio di benvenuto di Lorenzo Tedeschi, produttore di eccellenza di vini della Valpolicella, prima di congedarsi da noi, e in un attimo mi è stata chiara la filosofia dell’azienda. Adesso sono i tre figli ad averne preso in mano le redini. Antonietta si occupa di amministrazione e del mercato Italia, Sabrina del marketing e Riccardo, enologo, è responsabile dell’export. Lorenzo è rimasto comunque nell’organico ed è molto attivo nella supervisione delle varie attività aziendali. Durante la visita, sono rimasta affascinata dall’intervento del Prof. Maurizio Ugliano. A lui, la famiglia Tedeschi ha commissionato nel 2017 uno studio scientifico sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti, esteso ai principali fattori coinvolti nella loro espressione. Una complessa e affascinante analisi aromatica dei vini della Valpolicella L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa. In estrema sintesi, l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix costituito da diverse centinaia di sostanze, di cui però solo un numero contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che partecipano alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e le Università di Bordeaux e Federico II di Napoli. Se volete approfondire, ne potrete trovare una spiegazione più dettagliata sul sito dell’azienda. Al di là di questo, gli assaggi (di cui ovviamente vi racconterò) e l’atmosfera che si è creata mi hanno trasmesso un’energia che, istintivamente, ho collegato a una realtà di grande coesione familiare.  Situazioni e storie come queste non sono così facili a trovare, soprattutto in famiglie numerose. Curiosa come sono, ho fatto ad Antonietta alcune domande le cui risposte non si trovano nel sito ma che meritano di essere raccontate. Ho voluto approfondire la figura di Lorenzo, chiedendole quali sono i loro ricordi dell’infanzia. “Il ricordo che accomuna tutti noi fratelli è sicuramente il gioco. Non al parco ma in mezzo alle botti. Le nostre corse tra i graticci, quando la famiglia era impegnata a stenderci sopra i grappoli d’uva, il profumo del mosto in autunno, che arrivava fino in casa, una casa sempre aperta ad accogliere clienti ed appassionati. Ho tanti ricordi di pranzi e cene preparate in famiglia, dei miei viaggi ad incontrare con papà l’importatore americano a Milano. I suoi racconti degli Stati Uniti facevano brillare i miei occhi. Sognavo di poter viaggiare, una volta cresciuta, e così è stato. Il nostro vino ci ha portato a visitare città e paesi di tutto il mondo. Tra i vari ricordi anche le giornate di lavoro di papà a Milano, per noi la piazza principale negli anni ’70 e ’80, e il suo rientro a casa, a volte desolato dalla richiesta dei clienti di togliere il nome della denominazione mantenendo solo il nome del vigneto o il nome fantasia. Il prodotto piaceva, ma la denominazione dei vini della Valpolicella non godeva del rispetto che ha finalmente raggiunto oggi. Lui si è sempre opposto a queste richieste, tenendo fede al suo territorio, credendoci e portando avanti il suo stile di vino anche quando non era di moda. Oggi la Valpolicella è riconosciuta e apprezzata, grazie a tutti quelli che, compreso papà Renzo, si sono adoperati per esprimere l’eccellenza e la tipicità del luogo.” Dato che“dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” non è solo un modo di dire, ho voluto chiedere della loro mamma.  “Mamma Bruna è sempre stata una donna molto forte, ma anche riservata, che ha sempre appoggiato e consigliato papà Renzo pur amando rimanere in disparte. Sicuramente la parte più severa nell’educazione dei figli, spingendoci a dare il meglio durante il nostro percorso di studi, lei ci ha trasmesso il senso del dovere e l’essere generosi, tra di noi e con gli altri.” Quando e perché vi è sembrato naturale continuare quello che aveva iniziato vostro padre come produttore di vini in Valpolicella? “Il mentore di noi tre fratelli è stato sicuramente nostro padre, che ci ha trasmesso entusiasmo, curiosità e dedizione, oltre che la passione per la vitivinicoltura. Io ho iniziato a collaborare con papà prima dei miei fratelli. A metà anni ’80 lui aveva deciso di acquistare le quote dello zio, che essendo più anziano aveva deciso di ritirarsi. Il lavoro non è stato semplice e l’impegno tanto. Arrivare in azienda e iniziare con questo carico di responsabilità, appena terminata la maturità in ragioneria, mi ha formato più di ogni scuola o università. Poi è arrivato mio fratello Riccardo che, essendo enologo, ha iniziato a lavorare nella produzione per poi dedicarsi anche all’esportazione sui mercati esteri. Infine, si è unita a noi anche mia sorella Sabrina, dopo la laurea in tecnologie alimentari e un’esperienza nel campo dell’enologia presso l’Istituto di San Michele all’Adige. Abbiamo avuto la fortuna di ereditare la stessa passione di famiglia e di aver un padre che ci ha lasciato lo spazio per crescere anno dopo anno in azienda. Negli anni, abbiamo fatto nuovi investimenti, in cantina e nei vigneti, e per conoscere al meglio la nostra terra, ne abbiamo effettuato la zonazione e la caratterizzazione per poter intervenire in maniera mirata. Oggi, invece, stiamo svolgendo una ricerca molto particolare di geotipizzazione degli aromi delle nostre varietà, provenienti dai vari vigneti di proprietà, che sono localizzati in differenti vallate e a diverse altitudini.” Una famiglia unita, la loro. Potrebbe sembrare magia ma io, nel bicchiere, armonia e coesione le ho sentite.  E le nuove generazioni? Un’ultima domanda per Antonella.  La nuova generazione è cosmopolita. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi abbiamo cercato di trasmettere la giusta educazione, il rispetto, la responsabilità e il senso del dovere. Non sappiamo chi vorrà proseguire con l’attività di famiglia, ma qualcuno sembra appassionato. Quattro di loro stanno ancora studiando e chi ha già terminato gli studi sta svolgendo esperienze in aziende importanti ed internazionali in diversi ambiti, secondo la rispettiva formazione. Questo è importante per apportare esperienza e professionalità in azienda, quando decideranno di tornare. Le schede tecniche degli assaggi – Il terroir raccontato in cinque annate MATERNIGO VALPOLICELLA DOC SUPERIORE 2012 (40% Corvina, 40% Corvinone, 20% Rondinella) Da un punto di vista geologico, l’area poggia in parte sia su calcari marnosi grigi e rosei sia su marne bianche e rosa del Cretacico. Le uve provengono da un vigneto posto ad un’altitudine di 350 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL. Gradazione alcolica: 14% vol.    LA FABRISERIA VALPOLICELLA DOC CLASSICO SUPERIORE 2006 (40% Corvina, 40% Corvinone, 15% Rondinella, 5% Oseleta) Geologicamente, l’area poggia su calcari marnosi rosei, calcareniti e scisti argillosi grigio/giallastri del Cretacico. Il terreno, poco profondo e ricchissimo in scheletro, è caratterizzato da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro, che regalano vini di grande struttura e di buon equilibrio. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL  Gradazione alcolica: 14% vol.  AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 2006 (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Per l’Amarone sono stati selezionati vari vigneti ad un’altitudine di 250-350 metri con esposizioni a est e sud-ovest. I terreni sono terreni ricchi di argilla e di scheletro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 30 mesi in botte di rovere di Slavonia 30/50 HL. Gradazione alcolica: 16% vol.    LA FABRISERIA AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1995  (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo costituito da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 36 mesi in botti di rovere di Slavonia 20 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Un assaggio speciale, questo, dato che in Valpolicella (in particolare per l’Amarone) il 1995 è stata un’annata straordinaria, tanto da essere considerata dagli anziani del luogo e definita poi da Veronelli “la vendemmia del secolo”.   CAPITEL MONTE OLMI AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1990 (CRU) (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo di natura calcareo marnoso. Appassimento: in fruttaio tradizionale. Affinamento: 24 mesi in botti di rovere di Slavonia 30 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Potete trovare queste e altre informazioni nella sezione ‘Vini’ del loro sito. La mattinata si è conclusa al Ristorante Famiglia Rana, dove è stato dimostrato empiricamente che il vino rosso, ed in particolare la selezione Tedeschi, si sposa benissimo ai piatti di pesce. Ma questa è un’altra storia. Se siete curiosi la trovate qui. E voi, cosa avete assaggiato della Valpolicella?  Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
Cantine Contucci ritratto Arrow Right Top Bg

23 Marzo, 2023

Cantine Contucci: alle origini del Vino Nobile di Montepulciano.

Dopo un lungo viaggio dalla Calabria alla Toscana eccomi arrivata proprio nel cuore di Montepulciano, nell’incantevole piazza Grande. Proprio qui, difronte al Duomo, sul portone di un meraviglioso palazzo storico, trovo ad aspettarmi Andrea che, con il suo sorriso, mi guida da perfetto cicerone alla scoperta delle Cantine Contucci e alle origini del Vino Nobile di Montepulciano. La visita parte dal salone delle feste del Palazzo Contucci: qui Andrea mi racconta che l’edificio, edificato nel XVI sec. da Antonio da Sangallo il Vecchio ed affrescato interamente da Andrea Pozzo, fu anche dimora di Papa Giulio III e del Granduca Ferdinando I.  Mi racconta che la sua famiglia è una delle più antiche di Montepulciano, dove risiede ininterrottamente dal XI sec., e che già prima del Rinascimento si dedicò alla coltivazione della vite, contribuendo a rendere famoso nel mondo “un vino ottenuto con le uve nobili destinato alle mense dei nobili”.  La famiglia Contucci è, infatti, annoverata tra i “padri putativi” del Vino Nobile di Montepulciano. Per questo si parla delle Cantine Contucci come delle origini del Vino Nobile di Montepulciano. Lasciamo il palazzo e costeggiamo la strada del Teatro per continuare la nostra visita nelle cantine, edificate nel XIII secolo sulla cinta muraria della città. Le cantine si diramano nei sotterranei del palazzo, sono interamente scavate nella roccia e comunicanti tra loro. All’interno troviamo cento botti di rovere francese e Slavonia tutte prodotte in Italia che contengono preziosamente i vini prodotti dalla cantina. Mentre passeggiamo tra i cunicoli della cantina Andrea mi racconta che l’azienda agricola si estende su 170 ettari, 21 dei quali coltivati a vigneto, e che i vigneti sono ubicati in una delle migliori zone di produzione, ad un’altitudine che varia dai 280 ai 450 metri sul livello del mare. Le uve prodotte sono esclusivamente autoctone: Prugnolo Gentile, Canaiolo nero, Mammolo, Colorino, Trebbiano Toscano, Malvasìa del Chianti e Grechetto. La produzione della cantina si aggira sulle 100mila bottiglie. Finito il giro della Cantina ci dirigiamo all’ingresso del palazzo dove è situata l’enoteca e la sala degustazioni per assaggiare insieme alcuni dei loro vini. Rosso di Montepulciano D.O.C 2020 Blend di Prugnolo Gentile (80%), Canaiolo nero (15%) e Colorino (5%) provenienti dal vigneto Salarco.   Affina 8 mesi in botti di rovere francese da 20HL e 2/3 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino luminoso. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia, lampone e marasca, seguite da note floreali di rosa. In bocca il sorso è fresco, beverino, con un tannino ben bilanciato. Chiude con un finale abbastanza persistente. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), provenienti dal vigneto Mulinvecchio basso.   Affina 24 mesi in botti di rovere da 20 HL e 6/8 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso si sprigionano le note di frutta rossa matura, quasi confetturata, seguita da note di pelle, sottobosco, leggere note balsamiche. In bocca il sorso è pieno, fresco, con una buona struttura e un tannino ben integrato. Chiude con un finale fruttato abbastanza persistente. Vino nobile di Montepulciano D.O.C.G. Pietra Rossa 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), prodotto esclusivamente con le uve provenienti dai due ettari di terreno, situati verso Cortona, denominati proprio Pietra Rossa.  Affina in legno, botti di rovere da 10/15 HL, per 30 mesi e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione  Nel calice di presenta di un rosso rubino luminoso con leggeri riflessi granati. Al naso è intenso e complesso, spiccano le note fruttate di frutta rossa confetturata, le note floreali di petali di rosa leggermente appassita e le note di macchia mediterranea. Seguono poi le note più complesse di tabacco, caffè e cuoio. In bocca il sorso è pieno, avvolgente, con una buona acidità e un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale persistente e con piacevoli ritorni di note balsamiche e speziate. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. Palazzo Contucci 2017  Ultimo nato nella Cantina Contucci in occasione dei 500 anni del Palazzo. È l’unica etichetta ad avere impressa l’immagine del palazzo, che viene sostituita ogni anno con una dei 70 dipinti del palazzo. Di questo vino ne sono state prodotte 3200 bottiglie numerate. Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) Colorino e Mammolo (10%), accuratamente scelte dalle due vigne più importanti, Pietrarossa e Mulinvecchio. Affina in botti di rovere da 15/20HL per 30 mesi (6 travasi) e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso spiccano le note di frutti neri, more, gelsi, seguite da note di viola, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano e cannella. In bocca il sorso è ampio, strutturato, con un tannino presente e un finale lungo e persistente.  Vin Santo di Montepulciano D.O.C. 2009 Blend Malvasia del Chianti (40%), Grechetto (20%) e Trebbiano Toscano (20%) provenienti dalle uve migliori di tutti i vigneti.  Affina in caratelli di legno da 70L per un minimo di 6 anni. Produzione annua di circa mille bottiglie. Nel calice si presenta di un colore ambrato intenso. Al naso spiccano le note fruttate di frutta disidratata, uva passa, fichi secchi, dattero, miele. In bocca il sorso è dolce, avvolgente, con una lunga persistenza.   Claudia Maremonti @claudia_sommelier per The Voice of Blogger  
Leggi
Arrow Right Top Bg

15 Marzo, 2023

Il Carso: fascino di una terra di confine

Mini tour dei vini del Carso. Bastano poche ore nei posti giusti. A me e ai miei compagni di viaggio dell’Amber Press Tour sono bastate meno di 24 ore per avere un’idea della potenza di questo territorio. Al nostro arrivo, siamo stati accolti calorosamente da Igor Gabrovec e Giorgio Rossi, rispettivamente Sindaco di Duino Aurisina e Assessore al Comune di Trieste, che ci hanno parlato di come le istituzioni vogliano dare visibilità e voce a questo territorio, ancora sconosciuto e poco valorizzato. Fazzoletto di terra sospeso tra mare e Carso, area di confine martoriata dalla storia e dalla Grande Guerra, questo territorio deve la sua forza proprio alla mescolanza di tanti tipi di diversità. Lingue, culture, storie, popoli che fortemente sentono di appartenere a un’unica regione. Regione che secondo le carte geopolitiche non esiste. I vini del Carso, però, sono decisamente una realtà. Il ‘carsismo’. Amico o nemico del vino? Il Carso è nei fatti un altopiano roccioso, di origine calcarea, che comprende le province di Trieste e Gorizia e si estende fino al territorio sloveno. Qui troviamo l’omonimo fenomeno detto “carsismo”, determinato dalle rocce calcaree che, permeabili all’acqua, vengono da essa col tempo modellate, creando così cavità e grotte. Questa conformazione del suolo fa sì che, per poter piantare i vigneti, la roccia calcarea vada abbattuta in modo da creare micro-terrazzamenti. Questi devono poi essere ricoperti con la terra rossa carsica, ricca di ferro, che si trova nelle cosìddette doline, cavità naturali della roccia formatesi, appunto, a seguito dell’erosione dell’acqua. Altro elemento imprescindibile in questo particolarissimo contesto è l’esposizione ai quasi costanti venti di bora, fortunatamente assenti durante la nostra visita.  La roccia carsica si trova sotto il terreno, ma fa parte al tempo stesso del DNA di chi questo suolo lo calpesta tutti i giorni. Lo si percepisce subito, quando si incontrano le persone del luogo. Personalmente, mi sono fatta un’idea del perchè siano, almeno in apparenza, persone dotate di una certa durezza e diffidenza nei confonti di chi in questo territorio si avventura. Credo che ciò dipenda dal lungo e duro adattamento alle numerose asprezze e difficoltà di questo particolare contesto. Nel tempo, gli abitanti del Carso hanno dovuto imparare a sfruttare al meglio un materiale duro per antonomasia, la pietra. Col tempo e con fatica se la sono fatta amica, utilizzandola a loro favore e ideando metodi per assecondarla, sfruttandola ad esempio nella realizzazione delle loro cantine. La roccia protegge bottiglie e botti senza bisogno di condizionatori. Posso quindi affermare senza tema di smentita che qui la sostenibilità è presente da molto tempo. Le cantine all’arrivo Il primo produttore che ci ha accolto, Benjamin Zidarich, ci ha orgogliosamente spiegato che la sua cantina è naturale perchè si trova dentro una grotta con 5 piani a circa 23 metri sotto il suolo. Ci ha anche informato che altri due piani sono attualmente in costruzione, insieme a un pantheon dalle cui vetrate si potranno ammirare il sole e la luna. Tutto il materiale che troviamo dentro è completamente naturale. Le pietre, lavorate interamente a mano da artigiani locali, mantengono la temperatura tra i 12 e i 14 gradi e l’umidità è costante al 70%. Qui, tutto il vino viene lavorato e imbottigliato per gravità. I vini del Carso si confermano all’insegna della #sostenibilità. Pochi metri più in basso, siamo poi arrivati alla cantina di Sandi Skerk il quale ci ha mostrato fieramente gli scavi nuovi che sono attualmente in opera per allargare la sua cantina. Qui abbiamo ammirato il tramonto, sorseggiando Vitovska, Malvasia, Terrano e Ograde (quest’ultimo un blend in quattro parti uguali di Vitovska, Malvasia, Sauvignon e Pinot Grigio).  La sorpresa è stata l’assaggio di una bollicina, a base Glera, che riposa un anno in legno e viene poi imbottigliata e fatta rifermentare con il mosto ottenuto dalla successiva vendemmia. Riposerà poi in bottiglia per quattro anni. Scordatevi però la Glera a cui siamo abituati. Questa è Glera carsica! Tra Italia e Slovenia Il giorno dopo siamo partiti alla volta della cantina seguente, dove Uroš  Rojac ci ha raccontato della sua filosofia di produzione dei vini del Carso. Secondo questo approccio, per riassumere in un sol motto, “il vino si crea in vigna”. Lo sforzo inizia quindi dalla maniacale cura durante il processo di coltivazione, unitamente alla selezione dei vigneti e dei terreni su cui essi crescono. Abbiamo iniziato la degustazione con Royaz, una “bolla” ancestrale naturale, molto piacevole. Siamo passati poi alla sua interpretazione del Renero, un Refosco autoctono prodotto da uve selezionatissime e soltanto in annate eccezionali, sottoposto a lunga macerazione e poi tenuto in botte per molti anni. Un vino “esplosivo” come il suo produttore! Abbiamo concluso il tour in Slovenia, nella cantina di Uroš Klabjan, il quale ci ha accolto raccontandoci che già il nonno lavorava quelle viti, tra le quali ve ne sono ben 13 storiche. A queste è riservata l’etichetta nera, mentre per i vini da vigne che hanno “solo” dai 20 ai 30 anni il colore è il bianco. Uroš è tra i fondatori dell’Associazione Vinnatur, che applica un rigidissimo protocollo di controllo non solo sulle viti e i prodotti utilizzati nella coltivazione, ma anche sui terreni, per garantire la qualità dei suoi vini. Qui non esistono ricette prestabilite e i vini vengono realizzati in maniera diversa a seconda dell’annata, i produttori guidati dal un solo obiettivo: non essere invasivi e impattanti né sull’uva né sul vino. Falsi miti  A questo punto, io e i miei compagni di viaggio ci siamo presi l’impegno di raccontare quello che abbiamo imparato per “smontare”, per così dire, i falsi miti che circolano sui vini amber, presenza importante tra i vini del Carso. Ad esempio, si pensa che questa tecnica nasconda il varietale e che si tratti di vini bianchi ossidati. Nulla di più falso. Abbiamo riconosciuto chiaramente le Malvasie, i Terrano e i Moscati, lavorati in stili diversi pur provenendo da vigne confinanti!  Gli assaggi si sono concentrati principalmente su vitigni autoctoni che non avevo mai assaggiato, come la Vitovska, una Malvasia istriana la cui origine pare risalire all’antica Grecia (diffusasi poi in Istria grazie ai fiorenti commerci della Serenissima) e il Terrano che, come dice il nome, è legato alla terra rossa del Carso, ma è fatto con uva Refosco dal peduncolo verde, che qui esprime grande acidità e poco alcool. Impressioni ed emozioni da questo tour dei vini del Carso Sono molte le emozioni e impressioni che questo tour mi ha regalato.  Primo, coltivare la vite in una zona così difficile e selvaggia non è per tutti e, anche se non è praticamente mai nominata, per me questa è viticoltura eroica tanto quanto quelle in Liguria o in Val d’Aosta. Secondo, c’è un assoluto impegno nel mantenere la qualità senza scendere a compromessi per assecondare esigenze legate alle mode o al gusto. Terzo, una ricerca costante e continua sperimentazione. Ultimo ma non ultimo, una grandissima passione e un forte rispetto della tradizione. Dei produttori incontrati, tutti avevano un nonno che si dedicava alla viticoltura, anche solo per uso casalingo. Turismo enologico ma non solo Se non conosci questa zona oppure vuoi approfondire quanto già sai, segnati queste date: il 21 e 22 Maggio 2023, nella storica sede del Castello di San Giusto a Trieste ci sarà l’Amber Wine Festival.  Un’occasione unica per visitare (se ancora non ci sei riuscito) anche la città di Trieste, con la sua magnifica Piazza Unità d’Italia affacciata sul mare. Nei dintorni, meta obbligatoria è il Castello di Duino che racchiude i ricordi di quando fu centro culturale ed umanistico e dove soggiornarono ospiti di prestigio come Elisabetta d’Austria (la principessa Sissi, poi imperatrice d’Austria), l’Arciduca Francesco Ferdinando, il cui assassinio innescò la Prima Guerra Mondiale, i compositori Johann Strauss e Franz Liszt e il poeta Gabriele d’Annunzio, tanto per citarne alcuni. Imperdibile poi il Castello di Miramare, fatto costruire dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Un edificio imponente, con stanze che si susseguono complete degli arredi originali e circondato da un magnifico parco di circa 22 ettari. Io qualche spunto te l’ho dato…    Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2023

Le Langhe non si perdono

La mia prima volta a MeranoWineFestival  è stata densa di scoperte ed esperienze. Tra queste sicuramente la stimolante Masterclass della Cantina Borgogno brillantemente condotta da Andrea Farinetti, mattatore indiscusso della serata.  Il titolo del mio pezzo nonchè filo conduttore della serata  fa riferimento a uno dei centodue versi della poesia “I mari del sud” di Cesare Pavese, ricca di note autobiografiche. “Tu che abiti a Torino… “ mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.   Pavese, nato in campagna e portavoce della realtà popolare e contadina, racconta di come le persone che si trasferiscono nella grande città abbiano nostalgia per le loro origini. Il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e diventa parte del proprio essere le nostre radici. Le Langhe non si dimenticano, nemmeno cambiando vita, perché è attraverso di loro che Pavese ha imparato a conoscere il mondo. Andrea Farinetti prende spunto da diverse considerazioni per lanciare un nuovo manifesto, un nuovo modo di intendere le Langhe, anime diverse di un unico territorio.  Ecco un estratto dalla Masterclass tramite le sue parole, riportate quasi integralmente.  “Abbiamo la fortuna di vivere nella regione più importante per il vino italiano, senza in realtà particolari meriti, perché non abbiamo deciso di nascerci, ma ci è capitato così. Dobbiamo quindi farci perdonare, avendone cura e rispettando questa terra. Ma è importante rispettare anche chi ci vive. E il modo migliore è cercare di dare pari opportunità a tutti. Dare la stessa importanza e considerazione anche alle zone meno fortunate, a chi vive ai margini. Perché nessuno sceglie dove nascere e perché abbiamo un’eccezionale qualità di terroir in tutto il nostro territorio. Tante peculiarità che vanno valorizzate, in modo univoco e sinergico. Pensiamo però che il modello attuale ci impedisca di dare il giusto valore al nostro territorio e ai nostri produttori. Per analizzare al meglio la situazione immaginate di essere un marziano e di vedere per la prima volta la nostra regione. Oggi abbiamo 28 DOC e 6 DOCG. Un marziano non ci capirebbe nulla o quasi. Troppa confusione, troppe denominazioni. Solo nelle Langhe, 34 denominazioni, che diventerebbero più di 500 se guardassimo all’Italia nella sua interezza. Non è troppo? Non pensiamo di essere troppo complicati? Chi ci guarda, non capisce. C’è da perdersi.  La proposta è un nuovo territorio che raggruppa tutto, le Langhe con le sue DOCG Barolo, Barbaresco e Roero. Vorremmo un modello diverso, più semplice, immediato e che innalzi il valore di ogni singolo vino. Un progetto ambizioso, che si chiama “Langhe”. Questo nome rappresenta tutti noi contadini e comprende tutte le nostre terre, dalle più fortunate a quelle meno blasonate. “Langa” è oggi il nome più iconico, popolare e sinonimo di qualità che rappresenta i vini del basso Piemonte. Serve però una nuova prospettiva. Serve una taratura mentale diversa, un cambio di paradigma che ci faccia approcciare in modo diverso a questo territorio ed ai suoi vini. Ci piacerebbe che rimanessero solo i vitigni tipici che meglio si esprimono sui nostri territori. Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Nascetta e Arneis, potranno essere riportati in fronte sotto la denominazione “Langhe”. Tutti gli altri solo in retro, nel testo. Ci piacerebbe censire tutti i comuni per inserirne le menzioni e fare lo stesso anche per i nomi storici delle vigne, così da innalzare il valore di “Langhe” e dare la medesima forza a tutti. Ovviamente i Comuni e le vigne del Barolo, Barbaresco e Roero, saranno escluse dalla menzione. Il nome “Langhe” gode di grande e meritata fortuna, frutto secolare di caparbi contadini che hanno speso e continuano a spendere energie in vigna, in cantina e sui mercati nazionali ed internazionali. Ad oggi “Langhe” ha infatti acquisito un valore importante, una certezza che evoca un determinato territorio ed è legato a sua volta ad un concetto di grande prestigio, in tutto il mondo”. Andrea ha poi invitato ad intervenire sul palco Walter Massa (per chi non lo sapesse anche chiamato il Re del Timorasso perchè è stato lui a recuperare quest’uva dimenticata negli anni Ottanta e da allora ha portato a nuova fama questo vitigno e il suo territorio). Walter prosegue il discorso così: “penso di essere l’uomo più fortunato al mondo per essere in un territorio con tanti anni di storia che un tempo non si filava nessuno, perché l’obiettivo era quello di vendere le uve e non fregava a nessuno del territorio. Negli anni ’70 la scuola enologica indicava nelle Langhe il Dolcetto come vino simbolo ed il Barolo non si avevano la potenza e pazienza di farlo rimanere 3 anni in cantina. Era il tempo della “malora”, dell’abbandono dei terreni per andare a lavorare in città nelle grandi industrie. Il momento storico del rilancio del Barolo fu a metà degli anni ’80”.  Importanti considerazioni che fanno riflettere. Al termine, è stato dato il via alla degustazione di: Scaldapulce Colli Tortonesi Timorasso Derthona Doc 2019 100% Timorasso. Di colore giallo intenso, al naso è complesso, fruttato, ci si trovano la pera, sensazioni floreali di acacia e biancospino, miele e i classici sentori di idrocarburo. Equilibrato e persistente. Ancum Dolcetto Langhe Doc 2021 100% Dolcetto. Colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso arrivano intense note di frutti rossi croccanti, ciliegia e fragola, e leggere sensazioni speziate balsamiche. Armonico ed equilibrato. Bartomè Langhe Doc Nebbiolo Doc 2020 100% Nebbiolo. Colore rosso rubino con riflessi violacei e di leggero granato, è al naso intenso, con note floreali di viola e frutti rossi, lamponi e ribes, e qualche spezia. Con un tannino elegante, ha una bella persistenza nel palato. Bompè Langhe Doc 2020 100% Barbera. Rosso rubino. Al naso, intense note fruttate di frutta a bacca rossa e frutti di bosco. Un accenno di affumicato, equilibrato e persistente. Barolo Cannubi Docg 2017 100% Nebbiolo. Di colore rosso rubino intenso con riflessi granato, arriva al naso complesso, con sentori di frutti rossi e leggere note floreali e speziate. Al palato, ha una bella struttura, equilibrata e armonica. L’ambizioso progetto prevede di ridurre le denominazioni a 4 principali (Langhe, Barolo, Barbaresco, Roero), senza tuttavia dimenticare le vigne, le indicazioni comunali e le M.G.A., che potranno essere riportate in etichetta per un giusto riconoscimento.  Cosa ne pensate?    Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
Arrow Right Top Bg

22 Febbraio, 2023

Chi trova un amico...trova Marco Capitoni

“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio. E a quanto pare un tesoro porta ad un altro, quando gli amici con cui condividi quella bellissima passione che è il vino hanno il desiderio di farti conoscere le loro cantine preferite, come spesso accade. Eccomi così un sabato mattina sfrecciare in treno direzione Arezzo. Da lì, io e Benedetta ci siamo dirette verso la Val D’Orcia, luogo che non necessita di tante presentazioni essendo tra le altre cose riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2004. Già nell’antichità la Val d’Orcia era famosissima, attraversata longitudinalmente dalla Via Francigena che a sua volta incrociava molte importanti antiche vie di comunicazione. Oggi, tra molti suoi pregi, i prodotti alimentari tipici del territorio fanno di questa valle una regione conosciuta in tutta la penisola. Uno tra tutti, il suo rinomato formaggio, nato pare dall’insediamento nel passato di una comunità di pastori sardi che si dice abbia trovato qui il luogo ideale dove stabilirsi con le proprie greggi. Ma anche tartufo, olio extravergine e, naturalmente, i suoi vini sono prodotti altrettanto identitari di questa zona. E’ una bella giornata di sole. “Siamo fortunate”, ci diciamo mentre attraversiamo i tipici paesaggi della campagna toscana, dove filari di cipressi si intervallano con dolci colline disseminate di vigneti. E poi boschi, oliveti e campi a perdita d’occhio, intervallati da paesini le cui case sono per la maggior parte state costruite con mattoni  a vista e i cui attuali abitanti testimoniano l’identità del luogo e la profonda appartenenza alla propria terra. Qui, infatti e contrariamente alle più rinomate zone vicine, gli abitanti hanno scelto di non vendere le proprie case e terreni, rimanendo custodi della propria identità culturale. La Val D’Orcia Eccoci arrivate alla nostra meta finale, l’Azienda Capitoni. Marco, il titolare, ci accoglie sorridente insieme a sua moglie fuori dalla casa-cantina. L’edificio è a due piani, completamente in pietra e caratterizzato da una una ripida scala per arrivare all’appartamento, mentre sotto di essa, a livello del terreno, riposano le botti. Ci perdiamo nel panorama, con Pienza che si può vedere in lontananza e il Monte Amiata lì, maestoso, che sovrasta il cielo terso e azzurro. Il vitigno dominante in questa zona è il Sangiovese, ma troviamo anche molti vitigni autoctoni, tra cui il Foglia Tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare: l’Orcia Doc, che prevede almeno il 60% di Sangiovese, e l’Orcia Doc Sangiovese, dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Nonostante qui il vino sia cosa seria da secoli, la prima è una Doc molto giovane che ha visto la luce il 14 febbraio 2000 grazie agli sforzi di un tenace gruppo di produttori. Al momento, le cantine sono circa sessanta, sparse nei tredici comuni entro i quali il disciplinare ne ammette la produzione. L’Orcia, ci racconta Marco, è una giovane denominazione “schiacciata” tra due giganti, Montepulciano e Montalcino, ma non da meno per quanto riguarda la qualità. Il terreno ha comunque distinte e specifiche caratteristiche e siccome il suolo non è “riproducibile”, tramite esso si creano riconoscibilità e identità. Siamo a 460 metri sul livello del mare, in un crinale tra la Val di Chiana e la Val D’Ordine caratterizzato da un terreno marino che regala al vino una sapidità che non ti aspetteresti. Un territorio vasto con una produzione contenuta (300.000 bottiglie la produzione globale) che porta di conseguenza a una denominazione di nicchia. Da emiliana apprezzo molto l’ospitalità in cantina e il fatto che ai Capitoni si coniughi l’arte al vino. Ammiriamo le opere di Camilla Perinetti Casoni in esposizione in questo periodo, che dipinge utilizzando mosti e vino ritratti di donne molto belli. Sembrano dei carboncini se li osservi da lontano, I colori cambiano come cambia il colore del vino a contatto con l’ossigeno… è tutto in evoluzione. Le etichette dell’Azienda I Capitoni riportano tutte la Cariatide della Pieve di Corsignano dell’VIII secolo che si trova tra le piccole arcate della Pieve di Corsignano. Questo vuol essere un omaggio alla dea della fertilità ma anche alla donna colonna portante della famiglia e della società. Gli assaggi Passando agli assaggi, Marco ci racconta di “aver immaginato di andare indietro nel tempo e di partire dalle basi” mentre ci spilla direttamente dall’anfora un Sangiovese in purezza, Il Troccolone, unico suo vino prodotto in anfora. L’anfora non è una qualsiasi, ma prodotta a Impruneta con una lavorazione tra le più antiche, che richiede grandi abilità manuali e tecniche e l’utilizzo della pregiata terra di Galestro. Nella pratica, questa tecnica consiste nell’applicare filoni di argilla attorno ad una matrice che serve da sostegno, facendo aderire una parte dell’argilla alla parte finale del giro precedente. Finito il guscio, esso viene stuccato, steccato e lisciato. Infine, vengono eseguite le rifiniture a completamento, come bordi e festoni. L’anfora viene prima essiccata al sole. Tecnica, questa, che impedisce la vetrificazione che si avrebbe altrimenti in cottura, rendendola in questo molto più traspirante. L’obiettivo è arrivare alla maturità del vino, esaltando le caratteristiche del frutto con la sua croccantezza e i suoi profumi, mettendoci al tempo stesso in condizione di goderne in tempi brevi con una beva che risulti scorrevole. Una curiosità; il nome Troccolone deriva dal modo in cui, in dialetto, veniva chiamato il commerciante, sia esso a piedi, in calesse o a cavallo, che andava per paesi barattare con i contadini polli, uova, conigli e vino. Nome, oggi, di un vino che comunica il rispetto della tipologia che si beveva a quel tempo nei poderi. Assaggiamo Capitoni come prova di botte, vendemmie separate e vinificazioni separate. Un blend diverso sangiovese e  merlot in percentuale variabile. Passiamo al Frasi 2019 (Sangiovese, Candiolo, Colorino) un “unicum” entusiasmante perchè è prodotto da un’unica vigna (classe ’74 vigne miste) e se ne ricava solo una botte di vino. Marco lo produce solo se le vendemmie sono equilibrate per qualità e quantità. Perchè Frasi? Chiedo curiosa. Marco mi fa notare che nel retro dell’etichetta è riportata appunto una frase. Ci spiega che sceglie le frasi, diverse per ogni annata, basandosi su un pensiero un particolare che identifica l’annata: può essere un’andamento stagionale, un fatto accaduto oppure un aspetto fantasioso. Ad esempio il Frasi 2007 riporta “la soddisfazione della fatica, le speranze e i risultati: Orgoglio”. Affascinante. Continuiamo la carrellata con Capitoni 2019, fermentazione spontanea un blend di  85% sangiovese 15% merlot, Capitoni 2005 e con Ventennale 2017 (100% Sangiovese) uscito nel 2021 per il 20 anni di vita dell’azienda, In etichetta altre alla cariatide onnipresente è riportata la frase significativa: «Vent’anni di vita-vent’anni di vite». Passiamo ad assaggiare una novità, solo 300 bottiglie per ora prodotte. Sangiovese 2021, macerazione su bucce e raspi fino a giugno. Il suo nome sarà EsSenza. Un vino senza solfiti dove i raspi servono per aumentare le proprietà antiossidanti e per bilanciare l’assenza della solforosa. Una sperimentazione che seguirò con curiosità per vedere come andrà a finire! Finiamo poi con le gambe sotto il tavolo un un tipico locale a Pienza (Ristorante Il Falco). Si capisce che qui l’accoglienza viene vissuta con piacere e intesa come arricchimento. Una Toscana un po’ diversa da altre zone; forse più autentica? Non lo so ma di sicuro qui mi sono sentita in famiglia, come se conoscessi Marco e Antonella da una vita. Concludiamo sontuosamente con il Vinsanto 2016 di uve bianche: grechetto (qui chiamato pulcinculo) malvasia e trebbiano appassite in fruttaio. Il suo nome è “Ta” che è il nomignolo con cui Marco chiama la moglie a cui ha dedicato il vino. Un amore che abbraccia a 360° territorio, famiglia, tradizioni. E tu sei mai stato in Val D’Orcia per cantine? Ora non hai più scuse Claudia Riva di Sanseverino
Leggi
Arrow Right Top Bg

19 Gennaio, 2023

Il Progetto ZEI - Zero Environmental Impact

  Si fa presto a dire sostenibilità ma è molto più difficile trovare soluzioni concrete. Come molti di noi sanno, il fil rouge dello scorso Merano Wine Festival è stato il problema dell’acqua in quanto risorsa primaria e fondamentale per la vita, sviluppato all’interno di importanti temi come l’innovazione, la sicurezza alimentare e la sostenibilità. E’ stata in questa occasione che ho avuto l’opportunità di assistere a una masterclass durante la quale è stato presentato un progetto che mi ha decisamente affascinato e convinto, il Progetto ZEI. Facciamo un passo indietro e diamo per scontato che la fertilità del suolo e la salubrità della pianta siano fondamentali per la produzione di vino. Da qualche anno, ormai, ci si è accorti di come l’utilizzo di componenti chimici da sempre ritenuti innocui per l’uomo e indispensabili alla vigna, non sia esattamente una passeggiata per la salute. Un esempio su tutti, l’utilizzo del rame, vaporizzato da decenni a difesa della produttività. Come lo zolfo, però, anche il rame è un metallo pesante che, dopo aver eliminato i funghi nocivi, penetra nel terreno e vi si deposita, legandosi chimicamente ad altri minerali e svolgendo un effetto inibitore della capacità della vite di assimilare altri microorganismi utili al suo sviluppo. Questa conclusione è stata scientificamente verificata da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia, guidato dal Prof. Marco Esti e dall’agronomo Dott. Alessandro Leoni. Ed è qui che hanno vacillato le mie certezze sui dogmi che sostengono le certificazioni bio. Se infatti, da una parte, “biologico” significa fare agricoltura senza prodotti di sintesi, dall’altra tale protocollo permette l’utilizzo di sostanze come questa. Gli effetti del rame come fattore di alterazione La ricerca ha evidenziato come il rame elimini i microorganismi che incontra durante la sua penetrazione nel terreno, impoverisca la fillosfera (la parte visibile della pianta della vite), e distrugga la rizosfera, ovvero la capacità biotica del terreno. Anno dopo anno, i trattamenti con il rame provocano un accumulo di questo elemento nel suolo, rendendo sempre più difficoltosa l’assimilazione da parte delle viti di altre sostanze nutritive essenziali per lo sviluppo e la resistenza della pianta, arrivando addirittura a comprometterne la stessa sopravvivenza. Nei terreni viticoli in cui è presente un’elevata concentrazione di rame accumulato emergono, inoltre, problematiche di vinificazione dovute all’effetto inibitore del rame sulla trasformazione del mosto e la fermentazione del vino. Un ulteriore effetto della presenza di questo metallo nel terreno è che esso, legandosi alle foglie e al frutto, altera i profumi del vino, oltre al rischio di tossicità per via dell’accumulo nel fegato umano qualora finisca nella bottiglia. Ovviamente, nessun produttore vorrebbe mai sentire alterato il profumo e il sapore del proprio vino. Ciò nonostante, questo è ciò che accade ad oggi in moltissimi casi. La natura ritrovata: il progetto ZEI Una volta accertata l’influenza negativa del rame sulla qualità biologica della vite e sulle proprietà organolettiche del vino, il Prof. Esti e i ricercatori dell’Università Della Tuscia hanno dato il via a sperimentazioni su possibili sostituti biologici. Perché infatti non pensare di trattare la vite con estratti di origine naturale, senza residui e senza rischi tossicologici per gli operatori e che hanno anche il vantaggio di migliorare sensibilmente la qualità delle uve? Tre anni fa è quindi partita la sperimentazione nei terreni della Cantina Feudi Spada, proprietà umbra del noto enologo Alessandro Leoni, dove erano presenti vigneti antichi, alcuni originari della Francia. La cura e il ripristino di quei vigneti è stato un test ideale per lo sviluppo di nuovi prodotti e metodologie in grado di rinvigorire i processi naturali coinvolti nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Proprio da qui ha preso vita il progetto ZEI, acronimo di Zero Environmental Impact (Impatto Ambientale Zero), coordinato dal Dott. Alessandro Leoni, allargatosi ad altri piccoli appezzamenti e a porzioni di filare, in modo da poter controllarne l’efficacia in modo immediato. I campi sperimentali sono nel tempo passati a oltre 70 ettari divisi tra Oltrepò Pavese, Toscana, Lazio, Umbria, Campania, Piemonte e Puglia, sia su varietà autoctone che internazionali, allo scopo di avere ampie possibilità di verifica dei risultati. I prodotti di biosintesi e gli estratti essenziali Una delle sfide più importanti di oggi è la capacità di bilanciare l’applicazione delle tecnologie e delle conoscenze con il rispetto degli equilibri e dei processi naturali. Nel caso del progetto ZEI, l’idea del gruppo di ricerca è stata quella di testare alcuni estratti vegetali provenienti da altre piante, come l’acido salicilico e l’etilene, che migliorano il metabolismo-della vite, arrivando alla sintesi di miscele bilanciate, completamente prive di elementi chimici tossici e in grado di proteggere la pianta e arricchirne le qualità organolettiche a partire dalle bucce delle uve. Una piccola rivoluzione Dopo il periodo di sperimentazione in vigna e in cantina, la trasformazione delle miscele in composti microbiologici standardizzati e prodotti in serie è stata affidata all’azienda Prime Evolution, un’azienda giovane, dinamica e innovativa, nata per volontà degli imprenditori Valeria Bombelli e Francesco Civati, impegnati dal 2005 nel settore della ricerca in biotecnologie. Decisi ad operare una piccola rivoluzione nel settore, hanno portato realtà e concretezza al progetto iniziando ufficialmente la produzione e la commercializzazione di prodotti biostimolanti, bioattivanti e di estratti vegetali. Quando le ho telefonato per avere maggiori informazioni, Valeria si è mostrata ben felice di condividere con me alcuni dettagli in più rispetto a quanto era stato trattato durante la masterclass. Durante la nostra conversazione, ricordo un suo pensiero che condivido appieno, secondo cui “siamo sempre in evoluzione (da qui il nome dell’azienda, Prime Evolution) perché crediamo che tutto derivi da lì, dalla natura, che occorre solamente osservare e che ci mette a disposizione tutto ciò che necessitiamo. I nostri prodotti infatti sono tutti di origine vegetale”. Prosegue Valeria: “in Azienda ci si occupa di studiare e ricercare, con tecniche sempre più precise, le esigenze di difesa, stimolazione e nutrizione in tutte le colture agricole, dalla viticoltura alle colture da reddito e ornamentali, al fine di progettare e formulare nuovi bio-fertilizzanti e stimolanti tecnologicamente avanzati per risolvere i problemi legati allo sviluppo vegeto-produttivo nel suo complesso”. Personalmente, sono rimasta affascinata da questo progetto e dall’entusiasmo con cui viene portato avanti. Prime Evolution, in collaborazione col Prof. Marco Esti e l’enologo Alessandro Leoni, ha quindi sviluppato una gamma di prodotti pronti all’uso per ogni fase della produzione, con protocolli di utilizzo per la soluzione di problemi specifici. Con il rilascio dei nuovi prodotti sul mercato, è stato possibile anche definire un protocollo ZEI per certificare l’assenza di sostanze chimiche e metalli pesanti nelle uve, permettendo ai viticoltori di guadagnare in qualità e proporre una rivalutazione del prezzo di vendita delle proprie bottiglie. Il progetto prevede di raggiungere buoni risultati economici a partire da una produzione di 5.000 bottiglie l’anno, risultando quindi adatto e conveniente anche a cantine medio-piccole. Tra le domande della platea non poteva mancare quella sui costi. L’ho girata a Valeria, che mi ha risposto che “il Progetto ZEI ha un’incidenza di investimento tra i 15 e i 20 centesimi/bottiglia, un costo di poco maggiore di un metodo convenzionale, in alcuni casi attestandosi allo stesso livello”. Quindi, nessuna scusa! La possibilità di migliorare c’è ed è affrontabile, considerando i vantaggi. La masterclass Tornando alla masterclass, dopo il benestare degli esperti, il vino è stato versato nei calici, contribuendo a un’atmosfera più rilassata e fluida, permettendoci di assaggiare i vini con un diverso stato d’animo, oltre che con molta curiosità. Gli assaggi proposti, in un carosello di profumi, aromi e sapori, sono stati: –          Vesali, 2021 100% Fiano, Tredaniele –          Madonna 2020, 100% Chardonnay, Feudi Spada –          Cerbero 2018,  90% Croatina – 10% Merlot, Mantovani –          Il Privilegiato 2021, 100% Nero di Troia, Planisium Per dovere di cronaca, su sette vini prodotti dai vitigni antichi della cantina Feudi Spada con il metodo ZEI, ben tre hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti da persone molto più esperte di chi scrive. Al di là dei premi, credo che la soddisfazione maggiore per questi viticoltori, in una certa misura visionari e decisamente pionieri, sia sapere di avere prodotto un vino di ottima qualità senza cedere alle lusinghe della chimica o ai dogmi “poveri” della biodinamica, coerentemente con quello spirito di adattamento imprenditoriale che vede la tecnologia e la ricerca al servizio della natura e non vice versa.   Claudia Riva di Sanseverino  
Leggi