Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere
22 Nov 2025
Wine Hunter Stories

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

 

Prima che i social trasformassero ogni calice in un contenuto e ogni abito in una caption, i grandi nomi della moda già brindavano con naturalezza. Non era posing, era rituale.

Karl Lagerfeld, direttore creativo visionario e maestro dell’estetica assoluta, nel 2006 “firmò” l’identità visiva del Dom Pérignon Vintage 1998, trasformando la bottiglia in un’icona da passerella: bollicine prêt-à-boire ma anche intramontabili, oggi ambite dai collezionisti.
Yves Saint Laurent, invece, trovava rifugio creativo a Marrakech, nel suo Giardino Majorelle, tra fiori e silenzi profumati. Non produsse mai vino, ma nel 2019 una cantina della Napa Valley gli ha dedicato un’etichetta chiamata Saint Laurent “Majorelle”: tributo liquido a una mente capace di trasformare la luce nordafricana in haute couture.

E poi ci sono gli italiani.

Quelli che dal tessuto alla terra non hanno perso l’eleganza, ma l’hanno solo trapiantata tra i filari.

Salvatore Ferragamo, erede di un altro impero e di un certo stile fiorentino, ha trasformato Il Borro in una delle più affascinanti tenute d’Italia: un borgo rinato, tra vigne biologiche e ospitalità da rivista patinata. Vini dal grande fascino, capaci di sorprendere e stupire, come all’ultima edizione del Merano Wine Festival dove il Syrah in purezza Alessandro Dal Borro 2019 è stato insignito del miglior vino rosso tra i Platinum.

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

Roberto Cavalli, ha lasciato in eredità un immaginario fatto di eccesso, sensualità e visione. Un immaginario che oggi il figlio Tommaso Cavalli continua a coltivare alla Tenuta degli Dei, nel cuore della Toscana, dove si producono rossi potenti e sartoriali. E proprio nella parole di Tommaso tutta la forza di questa famiglia nella moda e nel vino:

I due mondi sono spesso accostati come beni di lusso, in termini di consumo ed esclusività. Credo che la vera analogia sia da ricercare nell’ossessione per qualità che è alla base del lavoro dei grandi marchi di entrambi i comparti.

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

Penso che a questo si debba la grande capacità di comunicare uno stile di vita unico come quello italiano.

La fama del brand di famiglia ha amplificato l’interesse intorno alla mia azienda e, certamente, agevolato la comunicazione  mediatica del mio vino. Allo stesso tempo, gran parte del mondo tradizionale di questo settore potrebbe averlo accolto con una certa diffidenza per lo stesso motivo.

Per affermare una nuova etichetta e un progetto ambizioso in una fase matura di mercato, non si può prescindere da un grande prodotto e dalla coerenza strategica dei propri obiettivi.

La mia prima sfida è sempre stata, perciò, riuscire a comunicare il grande impegno e la passione da cui prendono vita i miei vini e il loro legame al territorio, augurandomi di conquistare il meritato rispetto in virtù della loro indiscutibile qualità.

Insomma, moda e vino sono couture e cuvée, sono estetica e fermentazione.
Due mondi dove il dettaglio fa la differenza, il tempo detta legge e la personalità è imprescindibile.

E oggi, a raccontarcelo senza passerelle ma con bicchieri veri, sono due imprenditori che hanno fatto della visione il loro biglietto da visita.
Due che hanno cucito sogni e ora li imbottigliano: Renzo Rosso e Massimo Berloni.

 

RENZO ROSSO – DALLA TERRA AL BRAND (E RITORNO)

Non è stato un avvicinamento, dice.

Io sono nato in una fattoria,

racconta con un tono che non ammette romanticismi di maniera.

Sono figlio di contadini, ho la cultura della terra, di come si faceva il vino una volta. Un vino diverso, più istintivo, più fisico. Quello che oggi facciamo è un’altra cosa, ma nasce da lì.

Aveva 35 anni quando tutto nella moda gli stava andando bene, quando Diesel era già diventato sinonimo di ribellione e stile.

Mi sono potuto permettere di comprarmi la Diesel Farm, e lì è successo qualcosa di magico. Mi ricordava mio padre. Quando ha visto la tenuta, si è messo a piangere. Era come chiudere un cerchio: riportare avanti la cultura che lui mi aveva insegnato.

Da lì l’incontro con Roberto Cipresso, e la scoperta che quel terreno non era un campo qualsiasi:

È un suolo roccioso, difficile, impossibile per certe coltivazioni. Ma perfetto per il vino. Cipresso mi disse: qui c’è una piccola Borgogna nascosta.

E così nacquero i Pinot Nero e gli Chardonnay di Diesel Farm, vini con anima minerale e carattere, come lui li definisce, “duri ma veri”.

Oggi, trent’anni dopo, il progetto si è evoluto in una holding vinicola: la Brave Wine, un nome che dice già tutto.

Mi piace pensare che il vino sia un’estensione del mio modo di lavorare. Puntiamo alla qualità, non alla quantità. Quello che conta è la bellezza del prodotto, l’identità.

La Brave Wine Holding oggi unisce tre realtà italiane: la Diesel Farm sui Colli Vicentini, una partecipazione con Saffirio nelle Langhe, “terra nobile dove il Barolo parla con voce antica”, e infine Benanti, sull’Etna, che Rosso definisce “la Rolls Royce del vulcano”.

Mi piace lavorare sulle cose belle. Non penso ai soldi, non ci ho mai lavorato per quelli. Se fai cose belle, i soldi arrivano lo stesso.

È la stessa filosofia che lo ha portato a investire non solo nel vino, ma anche nell’hotellerie e persino nelle cliniche del beauty, dove il concetto di benessere si fonde con quello di design e tecnologia.

Che sia moda, vino o ospitalità, è sempre lo stesso fil rouge: fare cose belle, con anima, passione e creatività. Le cose belle creano armonia, e l’armonia fa la differenza. È così da sempre, anche nella mia vita.

E quando gli chiedo con quale bottiglia chiuderebbe la conversazione, sorride.

Dipende dal momento. Ogni attimo ha il suo vino giusto. Magari un Celebreting 55, Metodo Classico della Diesel Farm per iniziare, o un Merlot in purezza se c’è pollo nel piatto. Se invece la serata prende forma…una costata e un Icon, un blend Cabernet Franc–Merlot, come si deve. Perché alla fine, il vino è come la vita: serve solo scegliere il momento giusto per stapparla.

 

MASSIMO BERLONI – LA SFIDA NELLA SFIDA

Non sono uno stilista,

dice sorridendo.

Sono, come dice mia moglie, un animale d’impresa.

E in quella definizione – affettuosa, ironica e terribilmente vera – c’è tutta la sua natura: istinto, fiuto, energia e curiosità continua.

Moda e vino. Quando lo stile si versa nel bicchiere

Da Dondup alla Collina delle Fate, il passaggio sembra un cambio di scena.
In realtà è solo un cambio di ritmo.
Berloni non ha smesso di creare, ha solo spostato la sua idea di bellezza dalla sartoria alla vigna.

Il vino non è una fuga, è un linguaggio nuovo. È il modo più vero che ho trovato per continuare a raccontare storie.

Siamo a Fossombrone, nel cuore delle Marche. Un luogo in cui le vigne respirano un’aria particolare: tra montagne, colline, mare, sole e vento. Una posizione geografica che sembra inventata apposta per chi ama l’imperfezione armonica delle cose autentiche.

È un territorio che ti insegna a osservare, a capire quando è il momento di agire e quando invece devi solo aspettare. È un po’ come nella moda, ma con un tempo più lungo, più umano.

La sua Collina delle Fate produce Chardonnay, Pinot Nero e Sauvignon Blanc: vitigni internazionali in una regione dominata dai bianchi autoctoni, un atto di coraggio che diventa dichiarazione d’identità.

Ho scelto varietà non tradizionali per il territorio perché volevo esprimere un’idea diversa. È una sfida nella sfida: rispettare la terra, ma con una visione mia, personale.

Ogni bottiglia, da M’ARTE ad ADAGIO, è pensata come un abito su misura: dettagli, proporzioni, coerenza.

Nel vino come nella moda, la differenza la fanno le piccole cose. Un millimetro in più o in meno cambia tutto. E il vino, come un capo, deve emozionarti quando lo indossi…o quando lo versi.

Nelle sue parole si sente il rispetto per la terra e la curiosità di chi non ha smesso di cercare.

Lavorare nel vino ti riporta alla realtà. Ti costringe a rallentare. È un esercizio di umiltà e di ascolto. Ma quando assaggi il risultato, capisci che quella lentezza ha un valore che la moda, a volte, dimentica.

Proprio nella lentezza si racchiude la volontà della cantina, con il M’ARTE L’Attesa, un extra brut che si è fatto “attendere”. E dietro questa visione, ci sono anche le sue origini. Un’infanzia passata accanto al padre, tra aziende agricole, giri nei campi e odore di terra.

Vengo da una famiglia immersa in quel mondo. Mio padre era fattore, e io con lui ho respirato la campagna fin da bambino. Forse non me ne sono mai staccato davvero.

Così, tra una vigna e un ricordo, la Collina delle Fate diventa un ritorno alle origini. Un sogno razionale solo all’apparenza, ma profondamente emotivo nel cuore.

 

CHIUDE IL CERCHIO

Rosso e Berloni. Due mondi diversi, due visioni parallele.
Il primo ha costruito imperi partendo da una fattoria, il secondo ha vestito il mondo e poi ha scelto di spogliarlo di tutto, lasciando solo il vino e la terra.

Entrambi parlano la stessa lingua: quella della bellezza utile, della visione che resiste al tempo. Perché la moda passa, ma lo stile — come il vino — resta. E tra una sfilata di annate e un tappo che salta, capisci che il vero lusso non è possedere — è creare qualcosa che resti, anche dopo che hai smesso di firmarlo.

 

Luca della Regina. Wine Hunter Stories

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