enrico calvelli
13 Dic 2024
Suggestioni di Vino

Podere Ema. Enrico Calvelli: il vignaiolo filosofo

 

Per chi è abituato a leggere la mitica Settimana Enigmistica così come per chi ha figli in età prescolare, il gioco dei puntini è cosa nota. Avete presente quel giochino nel quale occorre unire, con linee dritte, i puntini numerati? 1 poi 2 poi 3 poi 4 ecc ecc. Unendoli tutti si svela una figura. 

Giochino stupido direbbero gli amanti dei cruciverba di Batterzaghi e Ghilardi. Quelli che una volta presa in mano La Settimana Enigmistica si nutrono solo dei cruciverba difficili lasciando poi il giornaletto ai comuni mortali. Quello di unire i puntini è un gioco semplice. Di quelli che si lasciano fare ai bambini o che si eseguono quando proprio non c’è altro da fare. 

Cosa accadrebbe però se non ci fossero i numeri e occorresse comunque trovare la figura nascosta? Troppo difficile! Non so nemmeno se i punti sarebbero un aiuto o una difficoltà in più rispetto al disegnare a mano libera. A meno che non si abbia la mente di quei geni che riescono a vedere già la figura risultante immaginando le linee di congiunzione. Che meraviglia che è la mente umana. 

Mi sono sempre piaciute le sfide. Non mi sono mai piaciute le omologazioni. Sono attratto dal diverso e dalla strada alternativa. Magari ti porta allo stesso punto ma mi piace. Una filosofia che ho portato nel modo di fare agricoltura.

Enrico Calvelli è il proprietario di Podere Ema. Una azienda di Bagno a Ripoli, paesone a pochi km da Firenze.

Un filosofo più che un agricoltore. Un vignaiolo più che un agricoltore. Insomma, un vignaiolo filosofo. 

Platone diceva che E’ proprio del filosofo essere pieno di meraviglia.

Una frase che si addice perfettamente ad Enrico. Sempre sorridente. Sempre curioso. Sempre con la voglia di scoprire qualcosa. Poiché è proprio questo che da la meraviglia. Scoprire. Riscoprire. Sperimentare. Trasmettere. 

vignaiolo filosofoEcco, un aspetto fondamentale. Trasmettere. Per Seneca la filosofia non respinge nessuno e non fa speciali scelte: splende per tutti.

Come a dire che se scopri, intuisci, qualcosa, non devi tenertela per te ma divulgala. Perché tutti possano comprenderla e trovarne giovamento.

Di cosa parliamo?

Eh, troppo semplice così. Prima occorre capire chi è Enrico. 

Io son Enrico Calvelli e sono uno speranzoso 55 enne. La mia professione è Perito Agrario. Ho sempre avuto la passione di confrontarmi con il mondo agricolo. I miei genitori avevano un’altra attività e quando ero più che ventenne mio padre morì in maniera improvvisa così che per un periodo ho dovuto dar mano, come persona responsabile a mia madre e le mie sorelle con questa attività. Era un piccolo bar. Per un periodo ho fatto quella attività che non mi piaceva. L’ho dovuto fare per necessità. 

Faceva i caffè insomma al bar del paese. Uno di quei bar dove entrano le persone per un caffè, un amaro, un bicchiere di vino. Solo che al bar ci si ferma per ore intere. A volte anche giornate. La televisione. Le partite (una volta solo la domenica oggi tutti i giorni). Le carte. Soprattutto tante chiacchiere. Entrare in un bar è come sentirsi in un mondo sicuro. Una casa, con l’alto significato di casa, dove ognuno con la propria identità e personalità, è degno di stare. 

Ricordate il film Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati? Tanti personaggi, ognuno con la sua storia che si intrecciavano tre di essi. Sempre e comunque tra le mura del bar. Una sorta di palcoscenico della vita sul quale si alternano individui, persone, portando con se un pezzo della propria esistenza. Se non tutta.

vignaiolo filosofo

Il barista è sempre li. Fa parte dell’arredamento del bar. Sempre dietro al bancone. Al Bar Margherita come in altri luoghi, il barista è sempre quello che ascolta, medita, pensa. Poi, alle volte e anche se non richiesti, elargisce spontaneamente consigli, suggerimenti, massime. 

Il barista ne ascolta di storie. Spesso indicibili. Spesso solo sussurrate. Conosce i gusti di tutti i clienti abituali e ha la memoria di un elefante. Che poi mi sono sempre chiesto come facciano i baristi a ricordarsi i diversi tipi di caffè dei clienti mattutini che si accalcano al bancone. Vi siete mai messi ad ascoltare gli ordini dei clienti del bar per la colazione mattutina ripetuti a voce alta dal cameriere?

Caffè semplice. Caffè corto. Corto macchiato. Macchiato caldo. Macchiato freddo. Schiumato. Schiumato con cacao. Decaffeinato. Decaffeinato corto. Lungo macchiato caldo. Lungo macchiato freddo. Tazza calda. Al vetro. A portar via. Decaffeinato con cacao. Corretto. Con panna. Mah! A me piace il caffè. Semplice. Di quelli che non serve aggiungere altro.

Eppure i baristi ascoltano, memorizzano, producono e consegnano al banco al cliente di turno.

Questo nonostante si sveglino alle 5 di mattina e vadano a dormire la sera tardi.

Forse è così che Enrico ha imparato a relazionarsi con le persone. Nonostante il lavoro non gli piacesse, non fosse correlato ai suoi studi e doveva farlo unicamente come senso di responsabilità, cerca di trarre il meglio da quello che ha.

Siamo una famiglia piuttosto sfortunata perché le sorelle non ci sono più e sono rimasto l’unico. Dopo una decina d’anni di caffè e trovando in quello che facevo analogie con tra caffè e mondo del vino per via di una serie di descrittori sensoriali ho capito che non faceva per me e non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mi misi in gioco. Però mi è servito tutto e si cerca sempre di trovare il buono nel poco buono. 

Non è tanto quello che dice Enrico ma come lo dice. Ricordare dieci anni di vita trascorsi lavorando per senso di responsabilità e non per passione con il sorriso sulle labbra e con una meravigliosa pacatezza, non è da tutti ma solo da chi ha trovato in quel che è riuscito a fare il vero senso della propria esistenza. 

Ad un certo punto del caffè, Enrico capisce che potevano andare avanti anche senza di lui. Le sorelle erano giovani. La mamma era più forte. decide di cambiare e seguire il cuore. Verso la terra. Seguendo un principio di Seneca

Non ti chiedere di cosa ha bisogno il mondo. Chiediti cosa ti fa sentire vivo, e fai quello

Entrare nel mondo agrario non è semplice. Un diploma di perito agrario c’è ma anche dieci anni di barista. Lo spedire curricula su curricula gli fa scoprire che serve esperienza. Che non ha. Non si abbatte perché sa attendere. Fino a quando l’attesa paga (ma non è che potesse fare diversamente) e trova una piccola azienda che proprio in quel momento, erano gli anni 90, aveva l’esigenza di cambiare assecondando quel necessario passaggio da quantità a qualità: riconversione dei vigneti, tecniche agronomiche ed enologiche moderne, impianti nuovi, attenzione alla pulizia.

vignaiolo filosofo

Fui estremamente sincero. La mia buona volontà ce la metto tutta ma l’esperienza non la ho. Proviamo, mi risposero. Iniziai a curare l’aspetto pratico come operaio specializzato. Dopo un anno e lo dico con una punta di orgoglio, assunsi la direzione tecnica iniziando la collaborazione con l’enologo. Fabio Signorini. Abbiamo avuto un rapporto stretto di reciproca collaborazione. Per tanti anni. Fino agli anni 2000 quando affrontammo un periodo di riconversione dei vigneti con vigneti più moderni. Bisognava infatti attuare le scelte varietali. 

In quegli anni la Toscana è stregata dai vitigni internazionali. Il Sangiovese è sempre il protagonista assoluto ma per emergere occorre differenziarsi. Cosa c’è di meglio nell’utilizzare vitigni internazionali? Nulla in generale. Anzi, c’è chi lo faceva già da tempo e con successo. Così che magari poteva essere proprio il modo di avvicinarsi alle DOCG simbolo della Toscana: Carmignano (1990), Suvereto (2011), Val di Cornia (2011) per non parlare dei mitici Supertuscan.  

C’era il trend dei vitigni internazionali che si sposavano bene nel taglio con il Sangiovese e che lo miglioravano. Però di contro era che ci si spostava verso una sorta di omologazione. Addio aspetto varietale. Secondo me da protagonista il Sangiovese diventa comprimario. Magari il vino è buonissimo ma si perde l’identità varietale ed il rapporto con il territorio. 

Filosofia. Dello spazio. Del territorio. Del patrimonio ampelografico italiano unico al mondo. 

Iniziai a guardarmi intorno per capire. Nel contempo ci fu un cambiamento in azienda che portarono questa ad essere affidata in tutti gli aspetti alle mie cure. Era una azienda strana. Troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccoli. Tredici ettari. Maturò così l’idea di trovare vie alternative. Ci furono grandi discussioni e litigate su cosa piantare. Il percorso fu ibrido e piantammo un campo sperimentale con vitigni autoctoni. Ero convinto che si sarebbero espresse nel migliore dei modi sia in purezza sia in blend. 

In uno scasso di tremila metri piantammo 12 varietà di autoctoni minori con 50 barbatelle per ciascuna varietà. C’era un pò di tutto. C’era il Fogliatonda, cloni di Colorino, il Mazzese, il Pollera, la Barsaglina, il Bonamico, il Mammolo. Un pò di tutto. Abbiamo aspettato tre anni. Chiunque lavora in agricoltura deve armarsi di santa pazienza e aspettare.

Enrico. Flemmatico (all’apparenza), sornione, entusiasta. Nel suo modo di vedere le cose, c’è un tempo per tutto e occorre che il tempo faccia il suo corso. Come i cicli della natura che non prevedono straordinarietà. Saper aspettare per ottenere il risultato sperato. 

Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere. Teofrasto.

vignaiolo filosofo

Dopo tre anni entrò in produzione e per il successivo quinquennio abbiamo micro vinificato. Serbatoi da cento litri dove facevamo fermentazione e poi svinavamo in serbatoio da cinquanta litri conservati sotto azoto. Si facevano analisi e sessioni di degustazioni. Ci siamo divertiti a fare questo giochino per i cinque anni successivi. Ci siamo rischiarati le idee per una piantumazione più allargata. La varietà che risultò più adatta fu il Fogliatonda e il Colorino. Si volevano piantare tre ettari e servivano le barbatelle. Correva l’anno 2008 e quando si andava in giro a dire che ci servivano 15000 barbatelle di Fogliatonda ci dicevano che eravamo matti. Dove le troviamo?

Trovare una cosi importante quantità di barbatelle di una varietà italiana poco utilizzata era ed è una impresa. A chi importava piantare il Fogliatonda quando il mercato era fatto di tanto altro?

Con un amico vivaista, i Bianchi Carla di Camaiore specializzati negli autoctoni siamo riusciti ad avere le barbatelle che abbiamo piantumato. Aspettiamo ulteriori tre anni. Nel frattempo è successo che il vecchio proprietario, molto anziano è venuto a mancare. Come responsabile tecnico sono stato interpellato per trovare qualcuno per rilevarla. Avevo contribuito a crearla e mi sentì interlocutore privilegiato e ci trovammo d’Accordo per rilevarla. 

Da assunto a proprietario. Aspettando. Lasciando passare il tempo. 

Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora. Gabriel Garcìa Màrquez.

A tutti gli ospiti che vengono in azienda dico che saremmo tutti un pò più poveri se nessuno si fosse preso la briga di valorizzare le varietà autoctone minori che sono la ricchezza del panorama ampelografico nazionale. La valorizzazione degli autoctoni ci fa apprezzare il viaggio più che la meta. Spesso di dimentica la bellezza del viaggio

Enrico è un filosofo. Non ci sono dubbi. Il suo è un meraviglioso viaggio intrapreso senza avere fretta. Perché il suo animo non glielo consente e perché sa che per realizzare il suo progetto, c’è bisogno di tempo e solo nel tempo le cose succedono. Basta saper aspettare. 

Non tutto accade per caso. Le persone cambiano e i fatti della vita segnano. Questo rimanere segnato è come un solco scavato nella terra e sta a noi far si che accolga o meno i semi. E sta solo a noi curare quei semi affinché diventino piante. 

vignaiolo filosofo

Mio padre è venuto a mancare in maniera improvvisa. Durante la notte ebbe una emorragia celebrale. Questi eventi ti fanno capire che certezze non ce ne sono e quelle che sembrano certezze non lo sono. Tutto è molto meno sicuro di quello che sembra. Anche cercare e vedere certezze in qualcosa di consolidato non è mai cosi giusto. Sono figlio di questa cosa qui perché vissuta sulla mia pelle e forse in maniera più o meno conscia l’ho portata nell’agricoltura. Questa insegna tantissimo. Non tutto può essere controllabile. Nel mondo moderno siamo consapevoli che possiamo avere il controllo su tutto. L’agricoltura ti riporta con i piedi per terra. 

Non è tutto cosi sicuro, certo, scontato. Il viaggio è il provare a fare qualcosa. Ed è il viaggio che ti da qualcosa. Ma te la da solo se l’animo del viaggiatore è pronto e ricettivo. Se comprende le diverse culture, apprezza ogni singolo istante, trae insegnamento da ciò che incontra.

Da piccolino, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io rispondevo il contadino e nessuno ci credeva. Il mi babbo diceva guarda che la terra è faticosa. Le famiglie in Toscana venivano da esperienze contadine e molte si erano allontanate da queste. Andavo controcorrente. 

Dietro il bancone del bar non volevo fare il caffè ma il contadino. Seppure con il rispetto di chi mi fa il caffè ogni mattina e lo so perché l’ho fatto io. Ma non mi piaceva. Volevo vivere in un contesto di contatto con la natura. 

L’agricoltura è come essere padre e io lo sono. Fortunatamente ho tre figli e ho avuto modo di accudire qualcosa. Questo da soddisfazione. È un ruolo bello il sentirsi custode di qualcosa e farsi carico dell’evoluzione, della crescita, della maturazione di qualcosa. In ambito familiare e in ambito agricolo nella coltivazione di qualcosa. I miei figli non sono in azienda. Sono baldi diciassettenni che stanno terminando il percorso di studi che non è quello che si adatta al percorso del padre. 

Contadino. Essere contadino è quasi una vocazione. O una condanna. Lo si è perché è l’ineluttabile destino a deciderlo. È la necessità di una continuità familiare. Oppure è un ritorno alle origini. Un tornare dove tutto è iniziato. Capita per rigetto della frenetica quotidianità o per hobby. Nel caso di Enrico un desiderio ancestrale. Che racchiude però qualcosa di più profondo. 

A me piace molto l’accudimento in tute le sfaccettature. Il vedere il frutto di qualcosa che te fai. Mi piace molto vederlo sotto l’aspetto pratico. Chi lavora in banca, e ho super rispetto, fai fatica a vedere poi il risultato finale. Magari il frutto del tuo lavoro è un tassello che passi ad un altro che lo passa ad un altro. Ho un carattere per cui mi piace vedere il risultato finale. L’agricoltura incarna questo risultato. Pianti un seme, lo annaffi, la piantina cresce, da il frutto ecc. La dinamica di crescita e accudimento si sposa in maniera perfetta con le mie caratteristiche di interiorità. 

L’agricoltura non si fa ne per business ne per moda. È qualcosa che si fa principalmente per passione, per la voglia di stare immersi nella natura. Occorre sentire dentro la spinta propulsiva per farlo. Perché è duro, terribilmente duro come lavoro. 

Se la fai come hobby è un altro paio di maniche. Devi sentire dentro. O ce l’hai o non ce l’hai

Siamo una azienda che fa agricoltura integrata e lo dico a denti stretti ma mi piace dirlo. Non sono contro l’agricoltura biologica e biodinamica e ci mancherebbe altro. Però dico che ci sono certe dinamiche che bisogna conoscere. Prima dell’avvento delle chimica, le aziende erano tutte biologiche. La discriminante per piantare qualcosa in qualche posto era solo l’ubicazione. C’erano dei luoghi dove si poteva piantare e dove no. Con l’avvento della chimica e dello sviluppo demografico c’è stata la necessità di piantare tutto dappertutto. Questo è stato possibile farlo perché c’era la chimica. La chimica va gestita nella maniera giusta, come quella con la quale ci si confronta tutti i giorni tipo il dentifricio e il sapone. Se hai una azienda a fondo valle e la converti in biologica per moda o perché prendi contributi, non fai favore all’ambiente. Se sei costretto a fare trattamenti rameici, che non è una molecola che può essere scomposta, non fai un piacere all’ambiente ed era meglio che non passavi al biologico.

Bello questo pragmatismo che è fondamento della filosofia. Occorre confrontarsi con la realtà.

Soffriamo più spesso nell’immaginazione che nella realtà. Seneca

Se ci pensiamo un attimo, oggi è un demonizzare tutto ciò che non è biologico, naturale, biodinamico. Come se la chimica fosse un demone da combattere. Eppure ammettiamo la chimica in molteplici occasioni quotidiane senza protestare più di tanto. Dal citato dentifricio, ai detersivi, dai saponi alle medicine: se prendiamo una medicina per stare bene, perché non curare le piante quando queste sono malate?

L’agricoltura integrata dice che devi utilizzare dei composti quando servono e si devono integrare con composti organici meno impattanti. Non bisogna usare in maniera impropria questi strumenti. Usiamo le cartucce In maniera intelligente. 

La scelta enologica di Enrico è l’anfora. In un territorio dove di botti ce ne sono per coprire centinai di campi di calcio, Enrico si differenzia anche in questo. 

Una volta che arrivammo alla nostra prima vendemmia di Fogliatonda, non c’era alcuna notizia in letteratura su come vinificare. Facemmo un pò di prove. Fermentazioni in acciaio e poi il vino in diversi contenitori. Legno, acciaio, botti grandi di cemento e piccole anfore da 150 litri comprate in una fornace di Impruneta, vicino a noi. Il risultato non migliore ma più interessante era dato dai contenitori con una permeabilità all’ossigeno maggiore. Legno e anfora. Dovemmo decidere tra questi due. Forse a livello di complessità e di importanza di vino il risultato migliore lo avrebbe dato il legno. Ma questo tendeva a coprire l’aspetto varietale. Volevo riuscire a fare apprezzare la varietà per quello che fa. Quando vado ad assaggiare un autoctono io quello voglio sentire. Se è simile ad un’altra roba tanto vale andare sui vitigni internazionali. La scelta venne da sola virando anche sulla Fermentazione in terracotta. Fermentazione, svinatura lavavamo il contenitore e lo riutilizzavamo per l’affinamento.

Una scelta di perfetta coerenza con le sue idee. Senza compromessi e con la voglia, direi necessità, di affermare, divulgare, le sue idee. 

Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere; poi fa’ ogni cosa di conseguenza. Epiteto

Oggi si fanno circa trentamila bottiglie con un potenziale più che doppio. Il nostro è un percorso di crescita lento e graduale. Per crescere serve tempo. Facciamo le bottiglie e il resto della produzione le vendiamo sfuso o in bag in box. Attraverso il percorso di crescita volgiamo traslare dallo sfuso alla bottiglia. 

È un percorso quello di Enrico. Un percorso che a guardarlo bene è dettato e scandito da avvenimenti verso i quali si è fatto trovare pronto. La vita ti offre delle possibilità ma poi sta a te prenderle o meno. Se lo fai, ti carichi sulle spalle la responsabilità delle tue azioni per compiere le quali c’è bisogno di capacità, coerenza, tempo.

L’azienda, Podere Ema, Enrico la prende in mano nel 2013 iniziando il suo più impegnativo percorso personale. Affrontato con i suoi ritmi, i suoi tempi, il suo sorriso. Lo guardi e sembra che stia andando lento. Ma è semplice pragmatismo.

I percorsi di crescita passano attraverso due dinamiche. O hai molta disponibilità finanziaria o molto tempo. Io non la disponibilità finanziaria non ce l’ho dunque mi faccio andar bene il fatto di avere molto tempo.

Ride di gusto Enrico. Di quelle risate che solo le persone consapevoli della dimensione del tempo possono avere. Così scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio

Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro.

Calza a pennello per Enrico che non ha timore di vivere il presente. Anzi, lo fa con una invidiabile forza, forte di una felicità che lo aiuta a vivere bene. Così sa attendere. Attende i cicli della natura come la crescita delle barbatelle. Attende che il tempo scorra perché i suoi vini maturino nella maniera giusta. 

Cerchiamo di fare un affinamento in cantina mediamente di un anno e affinamenti più lunghi in bottiglie. È una immobilizzazione che però ci consente di vendere bottiglie pronte da bere. 

L’idea di proporre vini che si possono immediatamente apprezzare. Come a dire che è il presente che va vissuto. Il presente. Quello che Enrico ha imparato a vivere probabilmente segnato dalla improvvisa morte del padre. Mi viene in mente una frase, sempre di Seneca.

La vita è breve: evitiamo, dunque, programmi troppo estesi: ogni giorno, ogni ora ci mostra la nostra nullità e ricorda a noi smemorati, con qualche nuovo argomento, la nostra fragile natura. Allora noi, che facciamo programmi come se la nostra vita fosse eterna, siamo costretti a pensare alla morte. Si volge, infatti, ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente.

La gamma dei vini di Podere Ema è ampia si ma nemmeno tanto. 

Io ho avuto modo di assaggiarne alcuni e il risultato mi ha sempre sbalordito. A partire dal Fogliatonda.

Il Fogliatonda di Enrico, annata 2020 ha in se la bevibilità di un Sangiovese e la finezza/potenza del Cabernet Franc. Al naso sembra una foglia caduta nel sottobosco che avvolge una manciata di frutti di bosco, more e mirtilli intrisi di fiori di viola, pepe e pellame. Il tutto amplificato da un ammaliante balsamico. Sensazioni dolci e fresche che si miscelano come le eliche di un dna sconosciuto.
In bocca dimostra una inaspettata eleganza a partire dai tannini, poi dalla freschezza, infine dalla sapidità. L’avvolgenza stupisce, il calore ammalia, il finale, con la sua frutta acerba ma dolce, esalta.

Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi fantastici angoli nascosti.

Nocchino è invece il blend di Sangiovese, Colorino, Fogliatonda. Tre vinificazioni differenti (Sangiovese in botte grande, Colorino in acciaio e Fogliatonda in anfora) per un vino che mi è piaciuto e tanto. Uno dei migliori vini che abbia bevuto quest’anno. Mi ha davvero esaltato per la sua grande bevibilità e soprattutto per essere vero con una indiscutibile riconducibilità alla Toscana di altri tempi. Quella dove i vini non erano edulcorati per l’eccessivo legno che in alcuni casi risulta essere una trave diritta sui denti.
Un colore impenetrabile annuncia un vino che al naso fa spiccare il vegetale e il floreale con la violetta del Sangiovese. Poi intensi frutti neri non ancora maturi e un lievissimo pepe che si lega ai chiodi di garofano.
Denso e con sensazioni di freschezza a donare grande intensità ed importanza.
Un’importanza che in bocca si sente con la poderosa presenza dei tannini che sanno comunque stare al loro posto e per la sensazione di frutta che si amplifica per via del caldo e del sapido. La persistenza è lunga come quella dei vini di un tempo. Riempie, infonde profondità ed ampiezza. A tratti godurioso ha un finale che vorrebbe, senza riuscirci ma risultando intrigante, andare verso l’amarognolo. Nocchino si continua a bere, stregato, innamorato dal suo essere delicatamente poderoso. Avvolge , scalda, ammalia ma senza assolutamente essere civettuolo.
Ricordate quando da piccoli ci accoccolavamo tra le braccia del nonno che aveva fumato un mezzo toscano? Magari quell’odore in quel momento non ci apparteneva ma lo collegavamo direttamente al nonno così che ora lo ricordiamo con nostalgia e tanta, tanta voglia di riviverlo.

Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi vini fantastici come questo. Perché mai?

Siamo ben forniti perché la gamma è ampia. Vorrei farne di meno ma ci sono delle dinamiche di natura commerciale. Siamo un pò costretti anche se costretti non è il termine giusto. Non è semplice gestirla al meglio. Le annate non aiutano. Le bizzarrie climatiche complicano tantissimo il modo di fare vino. Prima era relativamente semplice vendere il vino e più facile farlo, oggigiorno è diventato complicato pure farlo. 

Enrico ha un obiettivo chiaro per la sua azienda. Una sorta di volontà nel portare orgogliosamente la bandiera dei vitigni autoctoni. 

Il mio obiettivo è quello di contribuire a fare apprezzare gli autoctoni. Il mio piccolo contributo. L’appagamento più grosso, che in parte lo è già, è intraprendere una strada che anche altri hanno intrapreso e il vedere che quella strada non era poi cosi sbagliata. Quella visione avuta venti anni fa non era poi cosi pazzesca ed assurda. Oggi la vedo più condivisa e adatta ad un pubblico sempre più vasto. Prima chi apprezzava gli autoctoni erano pochi e gli autoctoni venivamo emarginati, oggi c’è più apprezzamento e c’è cultura del diverso e della autenticità. 

Forse la voglia di scoprire e di non omologarsi si sta facendo largo. Uscire dalla massa. Non accontentarsi di ciò che viene proposto con la consapevolezza che altro c’è. Non necessariamente migliore ma diverso. La rivalutazione del territorio e di quanto di buono la storia ha portato con se. Un arricchimento che passa per la riscoperta di antiche tradizioni. 

C’è stato un momento nel quale tutto ciò che era antico sapeva di vecchio e stantio. Poi si è capito che senza radici profonde, non si può parlare di evoluzione. Forse il Covid ha operato come uno spartiacque. La necessità di rimanere a casa, la propria casa, le origini, ha determinato un accorgersi di quanta meraviglia ci sia sul nostro territorio. Quanta unicità che il mondo ci invidia e noi non sappiamo apprezzare. 

Enrico adesso deve far scoprire quello che lui stesso ha scoperto anche ai tre figli. Perché, magari, continuino la sua opera quando sarà il momento.

Mia figlia ha 19 anni e sto cercando di insegnarle i dettami della degustazione. Come si tiene in mano un calice e cosi via. Ogni persona che produce una qualche forma di bevanda alcolica ha la responsabilità di produrlo e di insegnarlo a degustare in maniera responsabile. Vado in giro in centro e vedo turisti americani che bevono il vino a bottiglia. Mi verrebbe in mente di spaccargliela ni capo. Non si può vedere. Dobbiamo erudire gli utenti a farne un uso responsabile e apprezzarlo in tute le sue sfaccettature. Lo sto facendo con i miei figli e spero che seguiranno la strada d’i padre o comunque in qualche modo porteranno avanti la mia attività. Ci spero ma non voglio forzarli perché ognuno deve trovare il suo percorso. Io ne sarei felicissimo. Altrimenti me ne farò una ragione. Io dico sempre quando si parla con gli amici quando si parla di pensione: io morirò in vigna con la zappa in mano. So già il mio percorso quale sarà.

Già il percorso. Quello di Enrico è stato ed è di piccoli passi. Lontano dai clamori e dalle luci della ribalta. Introspettivo, evocativo, divulgativo. Anche attraverso iniziative volte a far conoscere la sua realtà in maniera discreta ancorché innovativa. 

Sempre con piccoli passi. Quelli che le sue gambe gli hanno e gli consentono. 

Ecco allora che non può che venirmi in mente una frase di Pitagora che si addice perfettamente al percorso di Enrico

Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri

Grazie Enrico per avermi reso partecipe del tuo viaggio.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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