Cantina NiMa. Michele e Pasquale: al diavolo il posto fisso
Ci riuscirò! Avremo una casa anche se dovrò sudarmela!
Charlie Chaplin nel film Tempi moderni era un operaio che lavorava in una catena di montaggio. Aveva il compito di avvitare bulloni. Un lavoro ripetitivo ed usurante che lo porta ad avere un esaurimento nervoso così che viene ricoverato in un ospedale. Quando ne esce il medico gli dice:
Prenda le cose come vengono ed eviti le emozioni
Ogni lavoro può essere duro e complesso. A volte alienante, stressante. Emozioni davvero poche. Soddisfazioni ancor meno.
Se non avete mai provato o comunque visto una catena di montaggio, pensate di dover eseguire per 6 ore e 40 (8 ore con pausa pranzo e pause necessarie) sempre le stesse operazioni. Ogni giorno per cinque giorni alla settimana. Un ritmo incessante. Che logora. Stressa. Uccide perfino.
In una catena di montaggio di uno stabilimento che produce auto occorre poi effettuare le operazioni letteralmente inseguendo la scocca della vettura che transita appoggiata a dei supporti così da rispettare un tempo ciclo. Mediamente in tre minuti bisogna eseguire tutte le operazioni.
Quando ero in Fiat, nello stabilimento di Cassino, si producevano la Brava e la Bravo. 1200 vetture al giorno da produrre in due turni. Il primo dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22. Mi occupavo di coordinare oltre 150 operai. Persone splendide, sempre con il sorriso nonostante il durissimo lavoro. Coordinarli era la cosa più semplice perché gestire i tempi, la qualità, la produttività, i problemi, il rapporto con le altre unità produttive, l’arrivo dei materiali, gli impianti, la manutenzione, ecc. ecc. ecc. quello era la vera complicazione. Ogni tanto mi mettevo i guantini e sostituivo un operaio che non c’era. Tanto stress. Tanta fatica. Ma sapevo che era a termine perché il mio percorso manageriale prevedeva solo due anni in quell’inferno.
Capisco dunque Michele quando mi dice che aveva bisogno di uno sfogo, qualcosa di diverso fuori dai capannoni dello stabilimento di Melfi. Quando c’ero io l’azienda si chiamava Fiat, mamma Fiat. Oggi è Stellantis e Melfi è uno dei pochi stabilimenti produttivi rimasti in Italia. Con la crisi che sta attraversando il mondo dell’auto, non so quanto durerà ancora.

Michele Maddalena, non ha ancora quaranta anni. Sposato e con due figlie piccole. Di Melfi, paesone di circa 17.000 abitanti in provincia di Potenza. Per evadere alla stressante monotonia della catena di montaggio decide che vuole darsi un futuro diverso. Altro che posto fisso alla Checco Zalone
Bambina: La veterinaria.
Bambino: Lo scienziato.
Maestro: E tu Checco, che vuoi fare da grande?
Checco: Io voglio fare il posto fisso
Era una idea folle. Nata dalla inconsapevolezza del sapere cosa voglia dire gestire una azienda vinicola. Mi ero avvicinato al mondo del vino passione. Trasmessa da mio fratello che ha qualche anno più di me. Avevo intenzione di aprire una vineria. In un paese come il mio che conta 17000 abitanti non ce ne era nemmeno una. Dunque poteva essere una buona idea a livello commerciale.
Una vineria. Una bella idea in una grande città. Ma a Melfi, con pochi abitanti molti dei quali impiegati alla Fiat, pardon, Stellantis, come poteva funzionare?
Comincio a guardarmi intorno specialmente nel cercare piccoli produttori perché la mia idea era offrire prodotti del territorio. Avevo trovare il locale e quando sono arrivato a contattare degli arredatori che erano della provincia di Benevento, fortuna o sfortuna, il proprietario che era di Melfi mi disse: ma lo sai che tra un paio di mesi apre una vineria al tuo paese? Non lo sapevo. Il proprietario della vineria era anche un mio amico ritornato dagli studi a Bologna. Era inutile entrare in conflitto. Oltre ad essere amici, due vinerie a poca distanza erano inutili. Lasciamo perdere.
Avere la stessa idea di qualcun altro può essere un segnale. Averla contemporaneamente ad un amico è una conferma. Quella della vineria non è una strada percorribile.
Non volendo perdere quell’entusiasmo, sono andato in cerca di un vigneto. Mio cognato, che è mio socio, Pasquale, aveva acquistato due anni prima una masseria con un vigneto di un ettaro e mezzo con certificazione Aglianico DOC ma che non riusciva a gestire. Faceva un pò di uva che vendeva. Parlando con lui che è un imprenditore agricolo, mi disse: guarda Miché, io ho un vigneto di un ettaro e mezzo, ti può interessare come estensione? Io metto la vigna e tu il lavoro. Cerchiamo di costruire qualcosa. Per me significava non investire e lavorare nella vigna.
Pasquale Nigro. Oltre ad essere il cognato di Michele è un imprenditore. Sua la Masseria Spinale Wine Resort. Una struttura inserita proprio nelle vigne che fanno capo alla loro azienda Cantina NiMa. Semplicemente le iniziali dei cognomi di Pasquale e Michele.

Nella masseria Pasquale ha fatto un resort, un Wine resort. Aveva già il progetto ma non trovava nessuno per la vigna. Nessuno aveva esperienza a livello di produzione.
Michele fa il Capo UTE in Stellantis. UTE sta per Unità Tecnologica Elementare. Una sorta di cellula produttiva responsabile di un pezzo del ciclo produttivo di realizzazione di una vettura. Tutte le UTE sono una sorta di alveare e gli operai le api. Vedendo dall’alto una linea di montaggio si ha proprio la sensazioni di api al lavoro. In maniera organica e strutturata. Ognuna con i suoi compiti e rispettando rigorosamente un ciclo produttivo.
Digressione a parte, Michele non ha minimamente idea di cosa voglia dire condurre la vigna. Ma è un Capo UTE e in Fiat, pardon Stellantis, i processi sono la vita. Processi fisici e mentali che conducono le persone a ragionare con schemi mentali ben determinati e orientati a produrre in maniera efficace ed efficiente. Michele non improvvisa. Non è nel suo modo di pensare.
Ho fatto corsi da sommelier e poi dei corsi per la conduzione della vigna. Dopo queste specializzazioni ho cominciato a prendere in mano il vigneto che ancora oggi stiamo cercando di convertire come sistema di potatura. In vigna e in cantina facciamo tutto insieme senza supporto di nessuno. Manodopera solo per la vendemmia. Per la cantina abbiamo fatto tutto da soli. All’inizio abbiamo preso contatti con enologi che però avevano idee diverse dalle nostre. Volevamo vini semplici e legati alla tradizioni. Loro ci portavano verso la via di un Aglianico standardizzato. Noi volevamo qualcosa di artigianale.
Alle volte mi chiedo se sia solo il fascino del vino dato dal romanticismo interiore per un prodotto ancestralmente nelle nostre menti quasi a divenire parte del DNA oppure la semplice voglia di elevarsi con qualcosa di riconoscibile a condurre le persone ad intraprendere una strada così impervia. Iniziare da zero a produrre vino può essere relativamente semplice. Basta la terra (che si trova, magari in affitto) e delle barbatelle. Piantarle e gestirle non è poi così difficile visto la tenacia delle viti. Poi, trasformare l’uva in vino, si può fare. Ci si appoggia ad una cantina e magari si sfrutta il medesimo enologo. Poi si imbottiglia, si improvvisano delle etichette, si fa un sito internet ed voilà la magia è fatta. Venderlo? Sì, complicato se i volumi sono elevati e se la zona non è tra le più appetibili. Altrimenti, con i margini a disposizione, i compratori si trovano.

Tutto vero. A meno che, quello che si vuole è qualcosa di più. Qualcosa di vero, volto a realizzare il sogno del futuro. In questo caso, ci vogliono principi sani e barra saldamente ferma.
Nel 2020 abbiamo aperto la partita IVA. Prima vendemmia con 600 bottiglie di Aglianico poi diventato DOC. Adesso produciamo 12000 bottiglie tra Aglianico, bianco e rosato. Abbiamo un altro vigneto di 7000 mq poco distante dove facciamo il bianco e il macerato.
Tredicesima. Se il tuo cuore non conosce questa gioia, allora taci, perché le idee ti hanno condannato alla partita IVA.
Anfore, lieviti indigeni, tonneau. Ecco la barra completamente ferma per Michele e Pasquale. Non accettano ne intraprendono scorciatoie. Ragionano sui prodotti e non li realizzano in maniera istintiva. Dietro ogni prodotto c’è un metodo, una modalità di approccio. Ritrovo proprio quella mentalità vissuta nei miei anni in Fiat.
Una pazzia nella pazzia. Dopo le tante degustazioni fatte anche con mio fratello che è coinvolto nella società anche se in minia parte, mi piacevano di più quei vini che uscivano dal convenzionale. Più veri e più legati al territorio. Con differenze tra le varie annate. Abbiamo colto le potenzialità del mercato che chiedeva una alternativa al vino che viene bevuto ed utilizzato in queste zone. Fuori dalla regione la scelta ci ripaga. Non qui dove si beve vino Aglianico delle grosse cantine.
Abbiamo colto le potenzialità del mercato. Una frase che identifica Michele non come chi gioca con la vigna. Tutt’altro. Tanto pensiero e tanto metodo per creare ogni singolo prodotto. Scelte produttive con un preciso business plan metodologico.

All’inizio vinificavamo presso terzi in una cantina Lavello. Era un mio amico che ci ha dato una mano con le sue attrezzature. Adesso abbiamo comprato tutto noi. Un investimento fatto in maniera graduale. Non ci sono vinificazioni particolari e questo ci ha consentito di limitare l’investimento. I lieviti indigeni sono una paraculata oltre che un rischio. Utilizzare i lieviti selezionati voleva dire doversi affidare ad un enologo per gestire il tutto. Il rischio calcolato però mettendo sulla bilancia ci conveniva più questo tipo di produzione. Partiti con 600 bottiglie poi abbiamo comprato l’anfora e siamo usciti l’anno successivo. Man mano che producevamo, vendevamo e questo ci ha dato vantaggi.
Cogliete il processo mentale che poi si riversa in quello fisico? Nulla è lasciato al caso. Tutto è un mettere una circostanza dietro l’altra. Proprio come occorre montare prima un pezzo dell’altro e non viceversa.
Mi serve tanto l’esperienza in Stellantis per i tempi, ritmi, le scadenze. Per programmarmi i lavori. Questa attività mi aiuta più per Stellantis perché lo stress è esagerato e questa è una valvola di sfogo.
Uno sfogo che comporta sacrifici. Mica è semplice lavorare in un turno e poi, invece di tornare a casa, dedicarsi alla vigna.
Oggi vado a casa dopo la mattinata in vigna, mangio un panino al volo e vado a fare il turno.
Sorride Michele. Sorride comunque. Sa che la sua scelta, fatta insieme alla moglie perché poi, giocoforza, ricade sulla famiglia, richiede sacrificio e ritmi elevati. Solo con la passione e la condivisione con la famiglia si può portare avanti tutto ciò.
Con Pasquale si dividono i compiti in maniera ragionata. Pasquale guarda la parte di fatturazione, rapporto con i clienti, commercialisti. Michele la vigna, dove si usa solo rame e zolfo.

Per la vendemmia ci ritroviamo insieme aiutati dai nostri fratelli o altri. In cantina faccio quasi tutto io. Per le scadenze, mi viene a dare una mano.
Due ettari o poco più con sei tipologie di vino. Possono sembrare troppe etichette ma anche questo è frutto di una scelta ragionata.
Volevamo fare solo rossi. Tre declinazioni per l’Aglianico. Uno che si potesse bere tutti i giorni fatto in acciaio. Siamo partiti con quello, il Camarda. Poi ne volevamo uno, che poi è stato il primo, legato alla tradizione ovvero con affinamento in legno. Ci siamo cercati un legno che potesse dare sensazioni dolci che si sposano bene con le durezze dell’Aglianico. Infine l’anfora che è un mio progetto perché rende pronto il vino più rapidamente rispetto al legno ma che non viene contaminato dallo stesso legno. Corpo e struttura senza contaminazione. A livello commerciale richiedevano bianco e rosato. In estate se hai solo rosso non vendi una bottiglia.
Rosato e bianco nascono per motivi commerciali. Entrando con i bianchi vendiamo i rossi.

Legandoci alla tradizione nasce il macerato. Una volta era sempre un macerato. Peccato che durava solo poche settimane. Noi abbiamo cercato di migliorare. Poi abbiamo un metodo classico ancora in affinamento.
Idee chiare con un piano vero. Michele è un imprenditore. Lo è diventato con una mentalità acquisita sulle linee di montaggio dove il Credo è essere proprio l’imprenditore della piccola Unità Tecnologica Elementare. Li tutto dipende da lui. Qui tutto dipende da lui e da Pasquale. In ogni caso, serve un progetto e questi due ragazzi, ce l’hanno!
12.000 bottiglie con sei quantità vuol dire piccole quantità per ogni etichetta. Un possibile problema che Michele risolve con il suo contagioso positivo pragmatismo.
Mi piacerebbe averlo come problema perché vuol dire che vendiamo tutte le bottiglie. Al momento non ho il tempo di conservare l’annata perché vendiamo tutto. Se ci saranno altre richieste ci adegueremo con la quantità.
In quattro vendemmie la forza e la capacità, ma soprattutto la consapevolezza acquisita è davvero tanta. Michele è cresciuto e in fretta. Sperimentando. Senza paura.
Assaggiando i loro vini si capisce che di paura ne hanno davvero poca. Come dice Michele la fortuna ti può capitare la prima volta. Poi ci vuole altro.
I loro non sono vini banali. Li senti veri in ogni istante. Hanno sempre quel qualcosa in più che ti fa dire: ah però però questi ragazzi.
Anzitutto il Camarda, l’Aglianico che fermenta senza lieviti aggiunti che sa subito di vino. Quello vero e di un tempo. Sa di campagna per la sua vinosità accentuata e la semplicità di fiori e frutti ancora non maturi che solo la balsamicità riesce ad esaltare maggiormente. Fragoline di bosco e ribes tanto per essere chiari. In bocca il tannino non è particolarmente aggressivo cosi che non sembra un Aglianico. Siamo ai piedi del Vulture e il minerale fa il suo lavoro al naso come in bocca. La persistenza non particolarmente lunga, la profondità che non è particolarmente impegnativa nonché la decisa freschezza, ne fanno un vino adatto al tutti i giorni. Bevendo di gran lunga meglio. È così che lo accompagni ad una pasta al sugo di carne come ad un salame. Senza peccare anzi, godendo della sua non particolare spigolosità propria del vitigno. Passato solo in acciaio poi!
Poi c’è lo Spinale che rispetto al precedente si pregia della malolattica e di 18 mesi di tonneau. Un vino in perfetta continuità con il Camarda poiché è come se vi fosse stata una ulteriore maturazione degli aromi e dei sapori. La base vinosa, la balsamicitià, il floreale ci sono sempre ma i frutti diventano maturi arricchendosi di note speziate. Mai invasive ne tantomeno preponderanti. Non ci si lascia sedurre da note speziate e tostate. Sì rimane con i piedi ben piantati nella terra lucana. Solo la ciliegia tende a venire fuori prepotente sia al naso sia in bocca. È questa infatti che si sente appena dal calice il vino arriva ad essere gustato esplodendo in tutta la sua fragranza e immediatezza. Il tannino è quasi più importante del Camarda come se il dormire in botte gli abbia fatto prendere vigore. Mantiene la mineralità e la grande freschezza, stavolta con un accenno di rotondità. Certo, se si vuole qualcosa di più mansueto, rivolgersi altrove perché l’Aglianico è così.
Anche per lo Spinale, non c’è particolare ampiezza e profondità così che lo si apprezza per la sua immediatezza e non certo per la raffinatezza. Ma che bello che sia così. Come è bello, buono e distintivo, il gusto di ribes, ciliegia, fragola e arancia che rimane in bocca. Intrigante. Ovviamente se non volete un degno accompagno, rivolgersi sempre altrove.
Lo Spinale presenta anche la versione anfora. Michele ci ha tenuto tanto che lo assaggiassi. È senz’altro da porre tra acciaio e tonneau. Sempre lieviti spontanei e solo tre mesi di fermentazione in anfora. Sempre sentori vinosi e sempre balsamicitià. La frutta è ovviamente croccante e il vegetale (sottobosco) impreziosisce e rende il naso fresco.
Il sorso mi sa di freschezza pura. Ricorda davvero il bere ad una fontanella. Secco, non particolarmente caldo e parecchio minerale, lascia la bocca in un piacevole stato di grazia. Sarà la ciliegia che non manca mai, sarà una sorta di quasi sensazione amarognola. Sarà quel che sarà ma mi piace e tanto.
Podere 28, Come una volta, è il blend di Malvasia e Moscato con macerazione separata di 5 giorni per il Moscato e 15 per la Malvasia, malolattica spontanea. Lieviti, manco a dirlo, spontanei. Un colore, quasi aranciato che sa di miele di castagno, brilla nel calice. Bello e intenso. Si vede che la macerazione ha fatto il suo dovere. I sentori sono immediatamente vinosi e balsamici con il miele che viene fuori ancorché mitigato da una interessante vegetalità. Una foglia di basilico, un pò di mentuccia, poi pesca gialla, albicocca e melone giallo. Quindi fiori di camomilla e semi di girasole. La pesca è quasi percoca e l’albicocca è quasi disidratata. Quando pensi che sia un vino “quasi”, in bocca sorprende subito per la freschezza e i tannini che fanno il loro effetto. La pesca fornisce ampiezza come se fosse stata a macerare nel vino per giorni. Freschezza vivida e persistenza decisamente lunga con un retro olfatto interessantissimo e non stucchevole. I due vitigni sono stati decisamente complementari e nessuno prevalente sull’altro.
Podere 28 è il blend di Moscato e Fiano. Stessa percentuale per un bilanciamento che, al naso come in bocca, è risultato sorprendente. Al naso, la frutta appassita del moscato viene fuori insieme alla vaniglia solo roteando il calice. La nota floreale, minerale e di frutta fresca del Fiano emerge ma non sovrasta anche se è il Moscato a prevalere se pur di poco.
In bocca è però il Fiano che si prende la sua rivincita riuscendo a domare il Moscato con la solida spalla seppur lasciando il ricordo di aromaticità. Un incantevole bilanciamento che è un gioco a nascondino tra Moscato e Fiano: la frutta del moscato vorrebbe emergere ma il Fiano la tiene giù in una sorta di saliscendi. Persistenza lunga e un finale quasi amarognolo. Per un aperitivo ma anche con la frittura di pesce, l’ho trovato incredibile.
Ho lasciato per ultimo il Canto del gallo, rosato da Aglianico ottenuto con una lenta fermentazione in acciaio.
È il vino della Cantina NiMa risultato più enigmatico e al contempo immediato: non si lascia scoprire facilmente e seduce senza possibilità di resistergli.
Il colore è di quegli aranciati che in genere si trovano nei grandi bicchieri da distillato. Brandy per intenderci.
Il naso regala intriganti incertezze. Una nota di caramello nel sottofondo, un senso di arancia candita, poi dell’agrume fresco. Freschezza che appare e scompare. La frutta che prima era candita diventa poi fresca come le fragoline di bosco. Bosco che si presenta con un non so che di sottobosco. Poi floreale, quasi in appassimento. Una dinamica che spiazza e meraviglia rendendo gli effluvi, ammalianti.
Così al naso così in bocca. Se ha ammaliato al naso, ammalia ancor di più al sorso per via di una fresca rotondità piena di gustosa sapidità. Lo si beve anzitutto perché è buono. Buono davvero. Secco, fresco, sapido, non particolarmente caldo. Corposo per le note candite e quasi caramellate. Sfizioso per le tenui fragoline di bosco che si rincorrono nel calice. Fresco per gli agrumi che sprizzano energia. Non un vino verticale poiché si amplia alla fine come una damigiana spanciata. Grande, grandissimo equilibrio per uno tra i migliori rosati assaggiati.
Non ho paura di sbagliare perché non abbiamo la pressione addosso degli investimenti fatti. Con i primi incassi ci siamo comprati l’anfora. Poi i serbatoi in acciaio. Poi il resto. Gli investimenti ce li stiamo ripagando con le vendite. I soldi che ci rimangono sul conto li lasciamo li perché vogliamo continuare a sperimentare. Come con il metodo classico. Sbagliare non mi costa nulla. Mi sono fissato che voglio fare un affinamento di cinque anni. Non lo sto assaggiando e se quando lo assaggerò non sarà buono, non lo commercializzo. Così non faccio brutte figure.
Sperimentazione, divertimento. Non è un gioco. C’è sacrificio e voglia di fare. Tutto è preso, anche se con la tranquillità di un progetto a lungo termine, molto seriamente. Per se stesso e per la famiglia. Offrire alle figlie un futuro in queste terre è possibile e ora si intravede qualcosa che va oltre la catena di montaggio.
Forse siamo stati anche fortunati perché il nostro prodotto è piaciuto subito. I produttori con i quali ci siamo confrontati ci hanno fatto i complimenti. Se la prima annata pensi sia uscita di culo, la seconda no. Abbiamo centrato l’obiettivo. Questo ci da la forza per andare avanti. Mi da il sorriso e la leggerezza con i quali ne parlo.

Io voglio cercare di aumentare di qualità. Farci conoscere il più possibile e nel futuro mi vedo a fare solo questo. Nel momento in cui sono nella possibilità di lasciare il primo lavoro che ora mi fa pagare il mutuo e mantenere la famiglia, lo farò. Abbiamo in mente di aumentare la produzione. Sempre di pari passo con il cliente.
Michele Maddalena e Pasquale Nigro. Questi sono i meravigliosi ragazzi del sud. A loro, nessuno regala niente. Non cercano il posto fisso e anche se lo hanno, non è quello che anelano. Qui si nasce da famiglie legate al territorio che hanno vissuto la vera sofferenza. Così crudele e dura da spingere, nel tempo, i propri figli ad emigrare per cercare un lavoro nelle fabbriche del nord. Così che quando queste sono arrivate al sud, non dovevano nemmeno spostarsi. Ma la terra, quella meravigliosa terra che qui sa di vulcano spento. Il clima che offre le giuste escursioni termiche. Il paesaggio che è semplicemente meraviglioso o meraviglioso nella sua semplicità. Le tradizioni antiche. L’amore per le cose buone. La genuinità di tutto ciò che circonda. Tutto questo è quello che i giovani stanno imparando non solo a tenersi stretto ma a valorizzare. Con tanta creatività e spirito di sacrificio. Perché anche qui un futuro è possibile e, con i vini che ho assaggiato, devono solo avere la forza per continuare.
Allora, al diavolo il posto fisso. Al diavolo la voglia di sprecare la propria vita dietro una scrivania o una scocca che transita su una catena di montaggio. La vita vera è quella che Michele e Pasquale hanno deciso di intraprendere. Richiederà tempo e tanto duro lavoro che, se non altro, far à sì che potranno lasciare una vera impronta per i propri figli.
Quello che auguro in particolar modo a Michele, è di trovarsi proprio come Checco Zalone alla fine del film Quo vado e firmare le proprie dimissioni dinanzi alla funzionaria della Pubblica Amministrazione (la bravissima Sonia Bergamasco). Vorrà dire che i sacrifici saranno valsi a qualcosa!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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