10 Gen 2025
Suggestioni di Vino

Azienda Agricola Mazza. Una famiglia

 

La terra. La terra è come l’acqua. Entrambe generano la vita. La terra senza acqua non è nulla e solo in rari casi la vita si genera senza di essa. Cosa sarebbe l’acqua senza la terra? Non si saprebbe neanche ove contenerla. Due elementi indispensabili per la vita. Due elementi che ne racchiudono migliaia di altri. 

Per conquistare la terra o i mari si sono mossi persone e popoli. Migrazioni. Spostamenti. Guerre. Battaglie. La terra o il mare ha attratto persone. Per conoscere nuovi luoghi, nuovi mondi. Piuttosto che per trovare un posto migliore dove vivere. 

In Italia, nell’immediato dopoguerra, flussi di persone si muovevano in cerca di qualcosa che potesse creare vita dalle macerie della guerra. Le ferite della guerra avrebbero potuto rimarginarsi solo con altra vita. Chi coltivava già la terra, lo faceva da mezzadri. Costretti a barattare il frutto del proprio sudore e fatica con il proprietario della terra. Quando nasci povero però, è la normalità.

In quegli anni, c’era così tanta voglia di fare da generare flussi di speranza animati anche dalla confusione e dalle voci che narravano di come fosse finalmente arrivato il momento degli espropri delle grandi proprietà. Così ci si spostava anche per essere pronti a quella eventualità. La riforma agraria del governo De Gasperi, approvata nel 1959 con la legge stralcio, definiva alcune aree nelle quali i grandi appezzamenti venivano in effetti assegnati ai mezzadri. Si parlava però più che altro di zone ancora con problemi legati alla bonifica. Poca roba e forse voluta solo per far parlare di qualcosa che avrebbe fornito consenso popolare.

La storia della Famiglia Mazza è la storia di una di quelle famiglie che decisero di spostarsi in cerca di fortuna. Marchigiani di origine. Contadini. Mezzadri. Persone. La voglia di vivere meglio. Cos c’è di male in questo?

Incontro Massimo Mazza. Con il fratello Roberto e le figlie gestiscono l’azienda. Ci fa compagnia nella chiacchierata anche Noemi, una delle due gemelle di Massimo.

Siamo una famiglia venuta su dalle marche nel 1954. Erano mezzadri e il nonno disse ai suoi sette figli (cinque maschi e due femmine): ragazzi bisogna dare una svolta alla nostra vita perché non possiamo rimanere per sempre mezzadri. Cerchiamo di creare qualcosa di nostro

In quegli anni la terra costava poco ovunque. In Toscana ancor meno. La Toscana di oggi è lontana anni luce da quella del dopoguerra. O anche di prima. Coltivazioni perlopiù cerealicole e terreni destinati all’allevamento del bestiame. Il vino? Cosa per ricchi. Altro che il Chiantishire di oggi con i terreni arrivati a costare un occhio della testa.

Il nonno aveva in ballo questa azienda qui a Montelupo. E già il nome fa capire dove siamo. Effettivamente c’erano e ci sono i lupi.

Poi un’altra azienda vicino ad Asciano che costava più del Chianti perché a quei tempi c’era la ferrovia e la possibilità di produrre grano. Il nonno disse: non voglio più sentire passare treni vicino casa. Da qui la scelta di comprare a Montelupo.

Montelupo. Ai più Montelupo non vorrà dire niente ma forse citando Castellina in Chianti, qualche coscienza si apre. Siamo sempre in provincia di Siena, come Asciano, ma un pò più a nord, nel cuore del Chianti Classico. Gallo Nero per la precisione. Qui i poggi, le colline, sono tenui, poco ripidi. Le fattorie, quelle poche rimaste e non già adibite ad agriturismo, sorgono proprio in cima ai poggi. Da li era facile spostarsi su e giù per coltivare le terre così come erano utili per trovarsi nel punto più alto, ovvero quello maggiormente riparato, in caso di pioggia. 

L’Azienda Mazza sorge proprio su uno di questi poggi. Oggi circondato da vigneti. Non così agli inizi.  

I nonni Domenico e Maria, avevano accumulato soldi risparmiando circa la metà del necessario. Come si usava a quei tempi, se li facevano prestare dai parenti e piano piano restituivano. Non si andava in banca. Comprarono nel 1954, 82 ettari per dieci milioni e mezzo di lire. 

Ci pensate? Rivalutandoli oggi (fonte Il Sole 24 Ore) sarebbero 168.144 euro. Che per 82 ettari di terreno e un casolare sarebbero un nulla.

C’era solamente un casolare vecchio e un fienile. Piano piano ristrutturarono il casale portando l’acqua e la corrente. Che a quei tempi non c’era. Sì misero ad allevare polli.

Si viveva duramente. Altroché. Altro che tenute con piscina e tutti i comfort in stanza. Non c’era neanche l’acqua per lavarsi. La corrente? Eh magari. Era per quello che si andava a dormire presto. Oltre che per la stanchezza e la necessità di essere pronti all’alba per le lavorazioni in campo e il cibo agli animali.

Nel ’58 decisero di impiantare i primi vigneti. Anche se la prima bottiglia era del ’54, imbottigliata anche se a quei tempi si vendeva sfuso. 

Impiantare i vigneti in quegli anni voleva dire provare qualcosa di diverso rispetto ai cereali e all’allevamento (dei polli). Solo che non è che il vino si vendesse in bottiglia con tanto di etichetta e a margini interessanti. Prima le uve si vendevano a chi il vino lo produceva già. Le spese per la coltivazione erano alte e comunque sempre a rischio per via delle stagioni, figuriamoci avere una cantina. Da soli non ce la si poteva fare. Ecco perché nascevano le cantine sociali. 

Intorno al ‘66 fu fatta la Cantina Sociale di Gaiole, poi fallita e rilevata poi da Piccini. I Mazza furono soci fondatori. Producevano uva e la vendevano alla cantina. Sì accorsero però che gli agricoltori erano quelli che ci rimettevano di più. Fu cosi che investirono per fare una cantina in azienda con 26 cisterne da 200 ettolitri per la vinificazione del bianco, rosso e rosato. Perché si è sempre fatto il rosato. Tutte vasche di cemento vetrificato. Avevano organizzato in questo capannone lungo 40 metri lungo per dieci di larghezza con un sistema per portare le vinacce in maniera meccanizzata. 

Da mezzadri, ai polli, al vino. Un percorso. Un modo per cercare di mettere a frutto e diversificare 82 ettari. Per niente facile come mai è facile la vita di un contadino. Ma c’era una famiglia da portare avanti. Gino, Mariano, Giovanni, Adino, Adriano. I figli di Domenico e Maria. Oltre alle sorelle Agnese e Luisa liquidate ovvero fuori dall’azienda come si usava a quei tempi.

Può sembrare una pratica arcaica e immorale vista con gli occhi di oggi. Ma al tempo non era così. Già avere cinque figli maschi avrebbe voluto dire dividere l’azienda in cinque. Però almeno i cinque maschi (sempre con la mentalità di quegli anni) fungevano da parte attiva nei lavori dell’azienda stessa. Le figlie potevano sposarsi e avere la propria attività in quella del marito. Perché dare loro la terra?

Lo zio Mariano era un autodidatta. Non era sposato e non aveva figli. Aveva fatto la terza elementare e gli piaceva molto leggere. Trattati di agraria, enologia. Mi diceva: guarda che il Guyot è meglio del cordone speronato perché….era una enciclopedia. Quando venne fuori la lotta guidata (o integrata) c’erano degli agronomi che giravano le aziende per consulenza. Io ero fuori perché la nostra è una famiglia grande e io ero il più piccolo di tutti i figli. Quando finì il militare mio padre mi disse, vai a lavorà fuori tanto l’azienda è tua, non te la leva nessuno e più avanti tornerai. Così ho fatto dieci anni alla concorrenza nel vero senso della parola, alla Castellina (dall’89 al 99). Lì c’era questo ragazzo che seguiva anche la Mazza. Mi disse un giorno: Massimo, di a Mariano che c’è da fare un trattamento perché c’è un attacco improvviso di tignola. Veniva monitorata con le trappole. Ora vò anche giù a casa vostra. Dopo tre giorni ritorna e mi dice: il tu zio è incredibile, aveva bell’e che fatto il trattamento. Così iniziò a chiedere consigli a zio Mariano anche se era laureato in enologia. Zio mariano ha insegnato a tanti.

Poi c’era Giovanni. Io lo chiamavo il cervellone. Sì metteva lì, disegnava, faceva due calcoli e costruiva. Smontava i trattori, cambiava le frizioni. L’impianto elettrico della cantina lo aveva fatto tutto da solo. Chi ti ha insegnato? C’è una Logica a tutto rispondeva.

Il terzo era papà Adino. Ora non c’è più però.

Adriano, l’ultimo, venne mandato a studiare. Come si usava con il figlio più piccolo. Diventò un funzionario del Monte dei Paschi. O semplicemente “Il Monte” come si dice da queste parti. 

Massimo dipinge con semplicità e chiarezza ogni personaggio di questa saga. Non servono tante parole anche se starei a chiedergli di tutto. So, ne sono certo, che ci sono tanti e tanti aneddoti da raccontare. Tempo fa lessi i libri di Antonio Pennacchi, un gigante della mia terra. Narravano delle famiglie venute dal ferrarese per bonificare la palude pontina. I personaggi si muovevano tra i canali e la malaria, tra le guerre e le difficoltà, tra le disgrazie e i piccoli successi. Ognuno di loro rappresentava un pezzo di vita che, nella famiglia, provava a riunirsi come pezzi di un puzzle.

Poiché ciò che distrugge l’uomo non è la disgrazia in sé, ma l’incertezza e soprattutto l’attesa della disgrazia. Alla disgrazia fai pure fronte, e dopo in qualche modo ti rialzi. Ma se quella non si compie – e resta sempre appesa – quando più potrai rialzarti? (A. Pennacchi)

Sembrerà strano ma sono le difficoltà ad unire le persone. Quando si è in difficoltà, ci si aiuta, ci si sostiene l’un l’altro. Un piatto di minestra lo dividi perché ti rendi conto che è per tutti e si è tutti nella stessa barca. Sono i successi a dividere. Sono i soldi a creare i malumori. Quei malesseri infingardi che prima o poi emergono per esplodere fragorosamente.

Con i quattro fratelli si crea un bel lavoro fino al 95/96. L’azienda volava facendo bellissimi utili. Siamo arrivati a 45 ettari di vigna. Sicché lo zio Giovanni entrò in lite con i suoi fratelli. Divise l’azienda in quattro parti e fece di tutto per non farla comprare dagli altri tre. Fu cosi che l’azienda dello zio Giovanni fu acquisita da Rocca delle Macie di Sergio Zingarelli con il quale andiamo d’amore e d’accordo.

Pretese la parte della cantina con i vigneti. I fratelli gli dissero: prendi il terreno ma non la cantina tanto non continuerai. Lui pretese cantina e vigneti. Gli altri tre fratelli continuarono insieme. Fino al 98 quando ci fu la legge per i giovani imprenditori e il mio datore di lavoro Tommaso Bojola mi disse: te lo dico a malincuore, io vorrei tu rimanessi qui fino alla pensione ma passa questo treno, prendilo. Tanto tu prima o poi tornerai alla tua azienda ma fallo ora. Dettero la possibilità di fare fino a 8 ettari di Chianti Classico. Tanta roba. Non avevamo tutta quella terra. Cosi divisero la terra intestandola parte a mio padre, parte allo zio Gino e la parte dello zio Mariano fu intestata a me. Ci dettero 12 ettari di vigneto di Chianti Classico. In pratica ripristinammo quello che lo zio Giovanni ci aveva tolto ritornando a circa 35 ettari vitati. Con la bellezza di 26 ettari di Chianti Classico. Si vendeva 1450 quintali all’anno di Chianti Classico sfuso. Non avendo la bottiglia vendevamo ai grandi imbottigliatori. Vogliono la roba buona e si fidano di noi. Ci fanno una corte. Io gli dico che non li sposo ma ci manca poco.

Massimo non è di quei toscanacci che dicono le cose con quel fare burbero. Il suo tono è di quelli a tratti divertenti intervallati da malinconia, che ricordano una storia di famiglia e hanno voglia che la si capisca per benino. Pensieroso ma sempre con il piglio giusto. Ogni tanto i ricordi prendono il largo come quando una folata di vento gonfia la vela della barca. Così si lascia andare ad aneddoti e ricordi che cerca di respingere in fretta. Come se gli facessero male. Come se riaprissero ferite aperte.

La sua è la storia della famiglia Mazza. Forse una come tante, ma sua. Viverla sulla propria pelle è ben diversa.

Non ci sono colpe per qualcuno. Non si punta il dito contro nessuno. È la vita. È una famiglia che ad un certo punto subisce quello che sarebbe magari comunque successo in caso di spartizione ereditaria. Certo, uniti sarebbe stato meglio ma le cose non vanno sempre per il verso che si immagina. Ricominciare è sempre complicato ma, per una famiglia abituata a lavorare, è qualcosa che si fa. Che si deve fare. E la si fa con voglia e orgoglio. È il 1999 quando Massimo entra in azienda anzi, nelle tre aziende. Ognuna intestata a ciascuno dei fratelli. 

C’erano tre aziende. Non c’era la cantina. C’erano serbatoi un pò sparsi. Inimmaginabile. 

Qui o si fa la cantina o si chiude dissi. Si chiamò l’architetto per fare il progetto. Dopo quattro progetti presentati in comune otteniamo le autorizzazione a seguito del sopralluogo di 13 persone. La cantina in fondo è grossa con tutti gli ettari. E già si pensava alla crescita. Anche se poi ci siamo sciolti e adesso ci possono giocare anche i bambini. Nel 2003 abbiamo iniziato i lavori di sbancamento della cantina. Zio Gino disse che la cantina bisogna farla versante nord perché il vino non vuol sentire il caldo. Mi fecero sbancare tutto e meno male che avevamo gli scavatori con mio cugino. La platea di 45 cm fu gettata in un giorno solo con tante betoniere. Nel settembre 2006 si riesce a mettere le prime vasche vinificando tutta la produzione della cantina. Siamo rinati con tutta la migliore attrezzature per essere autosufficienti. 

Una cantina per tre aziende. Almeno fino a quando delle tre azienda se ne fece una, la Mazza.

Nel 2011 lo zio Gino ci ha lasciato. Lui aveva un figlio, Stefano, che lavorava fuori. Questo ci disse: ho la mia attività e non voglio esservi di intralcio. Io e le mie sorelle (erano in tre) usciamo e voi ci liquidate. Per me e mio fratello Roberto è stato un passo grande anche perché non tutte le annate sono state buone. Ringrazio mia moglie che lavora in banca. 

Un affitto insomma. Le terre che lo zio Gino lascia al proprio figlio cedute in affitto. Come si faceva e si fa spesso. Solo che prima non si scriveva nulla. C’era la parola. Che in genere bastava.

Due anni dopo tornai a casa e mio fratello mi fa: tuo cugino vuole il prossimo anno le terre. Ma gli accordi erano diversi! Lui non si ricorda degli accordi. Diamogliele subito dissi chiudendo il discorso. 

Un tempo c’era il diritto di maggiorasco. Era solo il primo figlio maschio ad ereditare tutto. Una pratica crudele. Incivile forse. Ma era l’unico modo per non dividere il patrimonio. La terra. 

Prima i figli si facevano. Servivano per coltivare, per mandare avanti la famiglia. Bocche da sfamare certo ma anche braccia che lavoravano. Con cinque, sei, sette figli, dividere tutto in parti uguali come avviene, giustamente, oggi, avrebbe voluto dire iniziare a dissolvere le terre. Iniziare si perché il processo di discendenza prevede solo questo fino a polverizzare l’intero patrimonio. 

Lei fa i figli perché le servono, e più è povero e più gliene servono; è quando è ricco che gliene bastano pochi

Canale Mussolini. Antonio Pennacchi

Nel 2019 è morto lo zio Mariano che non aveva moglie e figli e ha lasciato 14 eredi. Come Mazza Società Agricola abbiamo un contratto di affitto fino al 2036. Lo zio Mariano disse: faccio un contratto lungo poi se sono ancora vivo, me la comprate. Altrimenti la pagherete agli altri. 14 eredi sono tanti e dissi a mio fratello andiamo a finire male. Abbiamo fatto proposte di acquisto ai cugini. Alcuni ci hanno riso in faccia. Altri hanno detto va bene perché l’azienda la gestiamo noi. Roberto in primis perché lui lavora li da quando aveva 14 anni. Andare fino al 2036 sarà dura.

Non è passato poi così tanto tempo da quando nonno Domenico acquistò l’azienda con gli 82 ettari di terra. Guardarsi indietro e vedere cosa si era è un pugno nello stomaco. Non solo un patrimonio scioltosi in pochi anni ma soprattutto una famiglia che da grande e numerosa che era si ritrova oggi con Massimo e Roberto uniti solo con le rispettive ali familiari. Loro, se non altro, ancora uniti. 

È Noemi, la figlia di Massimo, che mi spiazza quando dice 

Eravamo una grande famiglia. I Mazza

Una considerazione amara che Massimo vive con tristezza e profonda amarezza. Non c’è voglia di rivalsa ma solo nostalgia per qualcosa che i nonni erano riusciti a creare. Forse senza la capacità di gestire. Perlomeno la parte di azienda vera. Di quelle che sanno che per rimanere grandi, occorre rimanere uniti.

roberto e massimo mazza

Con Roberto, soci al 50%, stiamo cercando di mettere dentro i figli. Roberto ha due figlie una della quale lavora in azienda. L’altra fa la maestra d’asilo e ha altro da fare. Poi c’è mia figlia Noemi che gestisce il software dei sistemi per la gestione della cantina. Ha fatto agraria e ora sta facendo enologia. L’altra figlia Gaia insieme a Noemi sono state assunte da Tommaso per la stagione turistica. Sono gemelle Gaia e Noemi. 

Massimo e Roberto. Gli ultimi rimasti dei Mazza, prima che il testimone passi alla successiva generazione, si dividono equamente i compiti. Roberto in campo per trattamenti e lavorazioni; Massimo in cantina. 

Il boss in cantina sarei io. Poi ho Alessandro che lavora con me. Un ragazzo bravo e preciso. Avevamo Carlo Travagli come enologo e adesso c’è Filippo Mazzorana della scuola di Carlo.

Il martedì e venerdì con Roberto siamo insieme a consegnare su Siena facendo la distribuzione. Abbiamo anche clienti a Firenze.

Ce li vedete Roberto e Massimo, i fratelli Mazza, sul furgoncino a consegnare vino per la Toscana? Pagherei per essere a bordo con loro a sentire le storie della famiglia Mazza. Storia vera che fa riflettere sul mondo contadino e la voglia di emergere così come sulla necessità di dotarsi di una struttura seria che i più bravi chiamerebbero “governance”. 

Prima del covid facevamo 35 mila bottiglie tra bianchi rosso e rosato. Due Chianti Classici: Gaia e Ser Gino (che era vecchia ricetta). Con il covid abbiamo avuto un fermo pazzesco riuscendo a far fatturato consegnando in giro. Sì cominciò a girare tutta la toscana con il furgone. 

La damigiana sta morendo. I clienti che vengono qui a caricare lo sfuso prima erano tanti. Ora no. È cambiato il modo di bere. Oggi vanno le bag in box facendo morire la damigiana. 

La chiacchierata con Massimo è di quelle vive e scorre veloce. I suoi racconti sono quelli di una persona che parla di ciò che vive sulla propria pelle. Ma anche tanta personalità e visione. Calma, pazienza, conoscenza. Un modo di fare che è come se fosse registrato opportunamente per trasmetterlo alle figlie. In modo che la storia non si ripeta. Che la famiglia resti unita. 

Oggi l’Azienda Mazza gestisce 40 ettari dei quali 24 ettari di vigne Chianti Classico e IGT più ulteriori 8 per un’altra azienda restituendo la bottiglia finita con la tanto di etichetta. Un impegno non da poco. Qualcosa che solo una famiglia unita può continuare a gestire.

11 etichette in gamma. Tante? Poche? Giuste forse per le dimensioni dell’azienda. Di certo impegnative. Anche se la necessità è quella di aumentare la produzione per sfruttare le potenzialità della cantina nata per ben altre esigenze. Sempre con la spada di Damocle del 2036…

È stata una scelta di mercato perché inizialmente il mio ex enologo Carlo mi diceva che quando hai un 4/5 vini andava bene. Due Chianti Classico base uno dei quali è per gli amanti del Sangiovese mentre l’altro con uno stile più internazionale presentato al Prowine del 2017. A Shangai. 

Ogni vino è un omaggio alla famiglia tranne il Montelupo che parla ovviamente del luogo. Gino, il capofamiglia, ha due vini a lui dedicati. Mariano che ha fatto il vino per la prima volta non ha un vino importante. 

A quei tempi li noi facevamo un Chianti Classico e un IGT senza avere una bottiglia. Così creammo la prima etichetta. Si fece fare delle etichette da un grafico di Siena, Alessandro Grazi che ha dipinto anche un Palio. Fu fatta una serigrafia con l’oro in pasta. Gli dissi: come si fa a farla? C’è solo una etichettifricio e tocca andare ad Alessandria. Sì spese un botto di grafica e di etichetta. Si fece Ser Gino, il Mariano rosso e l’IGT bianco Adino. Nacquero cosi. Magari Mariano avrebbe avuto merito per una riserva. 

Il Ser Gino Riserva. Un Chianti Classico Riserva DOCG con 95% di Sangiovese poi Canaiolo e Ciliegiolo per un 2.5% e un affinamento di 24 mesi in tonneaux.
Che dire? Un meraviglioso Chianti Classico. Al naso un tripudio di sentori caldi, freschi, avvolgenti. C’è la marasca, l’arancia sanguinella, poi la violetta, il sottobosco e le spezie, erbe aromatiche e tostature a profusione: vaniglia, cioccolato, chiodi di garofano, cannelle, noce moscata, tabacco trinciato, pellame, alloro. Insomma, wow, wow, wow!
In bocca è una vera e coinvolgente esplosione di sensi. Fresco ma non pungente con i tannini maturi al limite del raffinato. Alla deglutizione si sente il calore adrenalinico che sale per via di una inaspettata freschezza e una giusta persistenza. Viene voglia di abbinarci una bistecca che risulta perfetta per la morbidezza del vino. La finisci e finisci il vino. Di slancio. Perfetto anche abbinato a dei mezzi rigatoni con pomodoro e crema di peperoni. 

Il Montelupo è il Chianti Classico Gran Selezione da solo Sangiovese. Ho provato il 2020 che mi ha restituito una bellissima esperienza degustativa. Da Chianti di una volta. I 36 mesi di botte da 16 hl hanno ammorbidito questo Chianti rendendolo anzitutto buono, poi suadente, infine avvolgente.
Rubino con una piccola unghia granata e immediati sentori di violetta. Il Sangiovese è servito. Poi il restante quasi complesso corredo olfattivo fatto di frutta cotta al limite del sotto spirito, vaniglia, tabacco, pellame, chiodi di garofano, pepe. Un po’ di sottobosco a creare una vera armonia. Anzi, una sinfonia con i frutti che emergono e si alternano con spezie e tostature mentre i fiori di violetta stanno a guardare entrando ogni tanto a reclamare un ruolo da prima donna.
In bocca dimostra tutta la sua ampiezza e gentilezza. I tannini sono gentili e la freschezza diventa avvolgente. I sentori si trasformano in sapori ancorché meno cotti così da rendere il sorso non stucchevole. Ampiezza e calore a dare robustezza, forza, tenacia. Ma anche grande fascino e seduzione. La marasca arriva alla fine così da rendere il finale non solo indimenticabile ma voglioso di un nuovo sorso. Un vino che ti prende per mano e ti porta in territori bui, sconosciuti ma intriganti e piacevoli. Non banale ma complesso; determinato e gentile. Così che con una bella Fiorentina ci sta un gran bene. Questo si!

Poi si fece il vin santo, la grappa, la grappa riserva. 

Due fratelli, Massimo e Roberto. Con le loro famiglie. C’è una bellissima foto sul loro sito che li ritrae insieme. È a colori. Sopra di questa ve ne è invece una in bianco e nero. Due epoche diverse. Due gruppi diversi nonostante la famiglia sia la stessa. Lo si capisce dai sorrisi che hanno la stessa fisionomia, gli stessi lineamenti, forse la stessa inconsapevolezza. Del futuro intendo. Del non sapere cosa sarà il futuro. Del non volerlo sapere perché potrebbe spaventare. 

Se Roberto e Massimo, i Mazza, avranno ben seminato, sarà solo il futuro a dircelo. Oggi possiamo e dobbiamo accontentarci di una serie di eccellenti e schietti prodotti che la loro passione ci offre. Non è poco e non è abbastanza. Aziende come queste vorremmo che continuassero nel tempo e che i loro vini ci accompagnassero per tanti e tanti anni ma, soprattutto, che la famiglia rimanga tale.

L’augurio, che è una speranza, è quello di vedere la foto di copertina che anno dopo anno veda sempre più persone sorridente. Sarà il segnale che la Famiglia Mazza sarà tornata ad essere una grande, numerosa famiglia. Unita.

Il sito Internet https://www.mazza-wine.com/

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Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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