Palazzo Lodron. Olivia e Pipo, il sogno. Il loro sogno
Che cosa intende con sogni di felicità? Non mi offende il riferimento ai sogni, perché non c’è mortale sulla faccia della terra che qualche volta non sogni. Ma sogni di felicità! Sogni pacifici, rasserenanti, dolci sogni! Ecco quello che sono: sogni che si avvereranno, mi renderanno la vita, oggi più triste che non allegra, più tollerabile. (W. A. Mozart)
Cosa insegnano i sogni? Cosa sono i sogni? Cosa ci portano a fare i sogni? Cosa ci resta dei sogni?
Sì sogna mentre si dorme. In quella fase del sonno detta REM, il nostro cervello (ogni circa novanta minuti) genera immagini. Tutti noi sogniamo tanto che, scientificamente parlando, facciamo circa cinque sogni a notte. Solo che non li ricordiamo. Ricordiamo maggiormente qualcosa quando ci svegliamo durante il sonno REM. Che strano, che affascinante è il corpo e la mente.
Sogniamo anche da svegli quando la nostra immaginazione è in grado di andare in avanti nel tempo. Ci prefiguriamo qualcosa che non è neanche nella fase embrionale. La vediamo già realizzata. Tutti sogniamo anche ad occhi aperti. Solo che continuiamo a dormire anche da svegli. I sogni rimangono nel cassetto e non si realizzano. Realizzarli vorrebbe dire crederci, impegnarsi, coinvolgere le persone che sono intorno a noi e a noi cari. Spesso è tutto troppo, troppo difficile. Così, lasciamo stare.
Sono grata a mio marito che ha questi sogni e io ammiro quel carattere in grado di sognare qualcosa di grande. Anche di rischioso. Ma si prova a realizzare i sogni. Questa è una bellissima cosa.
Una donna che dice una cosa del genere per me ha già vinto. Per la sua intelligenza e il pragmatismo. Un pragmatismo che ha poco a che fare con la mentalità italica.

Olivia è nata a Vienna. Olivia von Thurm und Taxis per la precisione. Un cognome che evoca la storia e che, nel caso di Olivia, ne fa parte. È molto ma molto riservata e ci tengo a preservare questo aspetto. Quello che lei ha nella testa e nel cuore adesso è l’avventura iniziata insieme a Pipo, il suo amore, suo marito. Al secolo Johannes Volpini de Maestri. Insieme sono Palazzo Lodron a Nogaredo, vicino Rovereto.
Io sono nata vicino Vienna. In basso Austria. Ho studiato storia a Vienna. È stata la mia passione. Conosco mio marito da 35 anni e sono stata con lui tutta la mia vita. Lui ha ricevuto il Palazzo Lodron quando aveva 19 anni. Nogaredo è stato sempre il cuore della sua famiglia e anche adesso per lui è la cosa più importante. Butta dentro tutta la passione e l’amore che c’è.
Palazzo Lodron non è un semplice palazzo di un paesino del Trentino. È qualcosa di molto più profondo e iconico. Cosi come Olivia e Pipo non sono solo moglie e marito. Sono qualcosa di più.
Spesso noi italiani tendiamo a snobbare qualcosa perché non la conosciamo a fondo o semplicemente perché riteniamo non faccia parte della nostra storia.
Se chiedessimo ad un bambino di Salisburgo cosa rappresenti il cognome Lodron, saprebbe sciorinarci tutto. Non fosse altro perché li sono obbligati a studiare tutto di un personaggio che ha reso Salisburgo la meraviglia che è oggi.
Paride Lodron fu arcivescovo di Salisburgo per ben 35 anni. Esattamente dal 1618 al 1653. In questo periodo, grazie al supporto dell’architetto Santino Solari, realizzò non solo i cinque ordini di di mura a bastioni che circondavano la città ma anche l’università di Salisburgo che porta proprio il suo nome.
Era nato a Nogaredo (anche se prima si chiamava Castelnuovo di Noarna) e qui diede incarico, sempre a Santino Solari, di completare il palazzo che oggi porta proprio il nome di Palazzo Lodron. Un palazzo con una storia pazzesca che parte dal tribunale delle streghe a residenza estiva dei Conti Lodron. Vita. Tutta una vita non basterebbe per contenere tutte le storie del Palazzo.

Il palazzo è da sempre della famiglia di Pipo. Da più di 400 anni. Sua nonna era la ultima Contessa in casa. La casa è speciale: secondo me è calda e familiare.
Un luogo che sa di famiglia. Quella essenza che nulla ha a che vedere con la nobiltà. Magari se ne respira comunque l’aria, ma poco conta. È della famiglia. È di famiglia. Pieno di ricordi di una vita, delle estati trascorse tutti insieme scorrazzando per le vigne o nelle stanze. Una residenza estiva con la terra intorno che rimaneva li a disposizione per le vacanze. Non certo per la vita. Pipo aveva altri interessi, altre ambizioni per la sua vita. Così Come Olivia.
Ho studiato Storia e lavorato per una casa editrice che realizza libri d’arte. Dopo qualche mese siamo andati a New York e mi sono dovuta licenziare. Abbiamo vissuto li per due anni. Pipo ha studiato li legge. Poi siamo tornati e c’era già in vista che il contratto con la cantina si doveva chiudere. Cosa facciamo quando questi tre ettari tornano da noi?
Due soggiorni di qualche anno a New York con rientro nel 2009. Due figlie, Maria e Flaminia che all’epoca avevano cinque e sei anni. La voglia di ritornare.
Olivia parla un eccellente italiano ancorché condito da quel suo meraviglioso accento tedesco. Pardon, austriaco. Completamente differente dal tedesco. Fa qualche errore e se ne scusa immediatamente. Sarei tentato di spostare la conversazione in inglese ma preferisco tenerla sull’italiano: mi piace tantissimo ascoltarla in questa modalità. Sa di tenerezza e Olivia è davvero tenera. Ha gli occhi che esprimono gioia e un sorriso che sa di discrezione. Mi piacerebbe scavare più a fondo della sua storia ma non riesco proprio a voler forzare la sua intimità. Il cognome che portava prima di abbracciare quello del marito, sa di storia antica, di nobiltà, di blasone. È come se volesse tenersene alla larga. Le parole di entusiasmo che usa per narrare l’avventura iniziata con Pipo sono sincere. È serena ora. Le sue scelte di vita sembrano averle portato quella serenità della quale aveva bisogno: la famiglia, Pipo, i sogni. Magari proprio il rientro in Austria e la necessità di capire cosa fare del Palazzo e delle terre.
Abbiamo un pò forzato il ritorno perché nel contratto c’era anche metà della casa. La volevamo indietro.
Quelle terre, poco più di tre ettari rimasti dalle varie spartizioni dinastiche, erano state date in affitto per trent’anni insieme a parte del palazzo. Un legame con un luogo che torna a galla proprio alla scadenza dell’affitto.
Abbiamo parlato dicendo cosa facciamo con la campagna? Diamo in affitto? Diamo l’uva ad un amico e scriviamo vini Volpini? Alla fine abbiamo deciso di provare noi. Volevamo fare un vino di alta qualità e Pipo ha detto che se non funziona continuiamo a ridere perché abbiamo un buon vino in cantina.
Ride di gusto Olivia pensando a quei momenti. Nella casa di Salisburgo parlavano del futuro. Dei sogni. Di una vita che avrebbe potuto prendere una strada diversa. O solo di un passatempo. Chissà. Flaminia e Maria li guardavano non capendo. Non capendo di cosa i due genitori stessero parlando. Vino? Vigna? Campagna? Alieni forse.

Decidere di prendere la gestione dell’intero Palazzo e delle terre non è cosa di poco conto. Che vuol dire coltivare la terra? Tenere gli impianti attuali? Farne nuovi? Che vino produrre?
Ecco, occorreva partire dal vino. Che vino produrre?
Abbiamo deciso di fare un nuovo impianto perché chi l’ha gestita non l’ha gestita bene. Non siamo stati d’accordo con quello che c’era. C’era la pergola e tanti tipi di uva. Volevamo fare un vino che piace a noi. Abbiamo parlato con un agronomo dell’Alto Adige che ha detto: datemi tre bottiglie che vi piacciono così partiamo da quelle.
L’agronomo ed enologo è Walter Schullian, uno dei più apprezzato della zona tanto da riuscire a creare anche una propria etichetta, Lacus. Poi Alexander, il vignaiolo. Matteo e Davide gli artefici delle cose che succedono.
In inverno abbiamo bevuto tutti i vini del mondo per capire cosa ci piace. In primavera abbiamo dato ad Alexander tre bottiglie di vino. Non mi ricordo cosa gli abbiamo dato!
Continua a ridere Olivia ricordando quell’inverno. Quello che per molti può sembrare una stranezza, un frivolo gioco di persone annoiate, per Olivia e Pipo è molto di più. Non si tratta di giocare con le vigne ma di produrre qualcosa che possa rappresentare loro e Palazzo Lodron. Qualcosa di importante, qualitativamente eccellente, memorabile. Vini che potessero dire la loro in maniera decisa e determinata. Altro che gioco, ne sentivano la responsabilità.
Lui ha detto ok allora mettiamo, secondo questo gusto, 30% Merlot, 30% Cabernet Franc, 30% Cabernet Sauvignon e un pò di Carmenere. Il risultato è quello che ci piace.
Dunque, nel 2015 Olivia e Pipo rientrano in possesso della tenuta e dell’intero Palazzo. Nel 2016 sostituiscono le vecchie pergole con nuovi impianti e barbatelle totalmente nuove. Per la prima annata di produzione occorre aspettare il 2018. Quattro vini: un rosato e tre rossi.
Il rosato lo abbiamo fatto perché ci piace il rosato e anche perché la mia suocera ha detto “non c’è niente per me li?” A lei piace solo il bianco e il rosato. Ci piace per avere anche un pò di varietà
La forza di volontà di Olivia è pazzesca e seconda solo al suo buon umore. Oltre che alla modestia e discrezione. Per mettere in piedi l’azienda si è dovuta sobbarcare di tante cose visto che Pipo ha il suo lavoro da commercialista a Salisburgo e si può dedicare all’azienda nei fine settimana.

Viviamo tra Salisburgo, Austria, autostrada del Brennero e Nogaredo, questa la mia vita. Cerchiamo di essere sempre insieme. Adesso le nostre figlie sono uscite da casa e quindi sono di più a Nogaredo.
Forse mettendo da parte quella che era ed è ancora la sua passione. La storia.
La Storia è la mia passione. Storia dell’arte. Una passione innata e coltivata grazie a mio papà con il quale leggevo i libri di storia. Con i figli, per stare più a casa, ho iniziato una piattaforma con una mia amica per scrivere biografie. Non di persone ma di privati. Ho fatto questo per venti anni. Il vino però prende sempre più tempo.

La Storia. Ritorna la Storia. Olivia è nel flusso della Storia. La sensazione che ho continua ad essere questa. Una sensazione che non va via ancorché sia proprio lei, inconsapevolmente forse, a cercare distogliere l’attenzione. Eppure l’amore per Pipo e per la sua famiglia traspare in ogni sua parola. In ogni suo sguardo. Ogni qualvolta che nomina Pipo o le sue figlie. Come se fosse questo il suo vero sogno. Poi Palazzo Lodron, come fosse un castello
Ma l’amore vuole libertà
Poter andare, poter venire
Un castello sarebbe un’alleanza
Quando l’amore è soprattutto erranza.
I sogni di Pipo sono sono diventati anche i suoi.
Nogaredo, la vigna, Palazzo Lodron, il vino. Da produrre, promuovere e vendere.
Abbiamo un bellissimo team con enologo, agronomo e dei ragazzi che ci aiutano in campagna. Ci spiegano tutto perché siamo pieni di domande e impariamo in ogni stagione. Come si potano le viti, la vendemmia estiva, ecc. Noi adesso non siamo esperti per niente ma sappiamo di cosa si tratta in ogni stagione. Così ogni anno siamo più decisi di cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Diventiamo sempre più sicuri di quanto succede in cantina e in campagna.
Modestia e consapevolezza. Oltre che rispetto per chi sa le cose. Ci vuole una gran dose di umiltà per non sopraffare nessuno ed ascoltare. Farsi guidare da chi le mani nella terra le ha messe da generazioni. Umiltà e tanto spirito di intraprendenza. Investire tutti i loro risparmi in questa avventura non è stato affatto banale.
Pipo avrebbe potuto comprarsi una Porsche o fare viaggi. Sarebbe stato più facile. È molto più coraggioso iniziare una strada cosi impervia. Anche con il rischio di fare una bruttissima figura. Adesso andiamo a mangiare la pizza e abbiamo una piccola tenuta di vino.
Oggi si producono poco più di 9.000 bottiglie. Produzione piccolissima ma che consente di ottenere prodotti di altissimo valore e qualità.
Per noi è importante fare vini autentici. Siamo molto contenti e stiamo dietro i prodotti. Vogliamo fare un prodotto autentico e non vogliamo essere biologici per avere il marchio. Vogliamo lavorare cosi. Cerchiamo di lavorare senza farne clamore. Il Palazzo è come uno Chateau di Bordeaux. C’è la torre, la cantina, la casa, le vigne.
In fondo tre ettari sono pochi ma al contempo giusti per cominciare a far vivere un sogno. Olivia e Pipo non hanno fretta. Le figlie adesso hanno 21 e 19 anni. Una studia storia a Vienna ricalcando le orme della madre; l’altra, economia come il padre. Hanno già esperienze di lavoro e viaggi e se prima erano scettiche di quanto facevano i genitori, adesso, ne sono certo, ne vanno fiere.
Sono curiosa di capire cosa facciamo con loro. Hanno visto che siamo diventati produttori di vino. Ora lavorano un pò con noi. Sono state alle fiere. Lavorano in cantina ma non vogliamo forzare. Prima scettiche ore fiere.
Il tempo serve per far maturare il vino. Per renderlo nobile. Per poter compenetrare la storia nelle bottiglie. Ecco allora che queste devono riposare tra le mura del Palazzo Lodron. Impossibile fare diversamente.

Tranne il rosato tutte le bottiglie fanno legno. Rimangono nel legno. Sono nel legno anche nella fermentazione. Il covid ci ha salvato. Dopo il 22 la prima annata aveva 4 anni. Dunque ora siamo a posto perché possiamo vendere i vini che hanno 4 anni. Vendiamo i vini pronti. Adesso i vini fanno vedere la loro potenza.
I nostri vini stanno tanto tempo in cantina e rappresentano bene il Palazzo. Sono in simbiosi.
Scopriamoli i vini di Palazzo Lodron.
Il primo non può essere che il Rosato Flaminia. Blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot.
Flaminia è la nostra figlia più grande è il nome del rosato. L’altra è Maria e ancora non abbiamo ancora il vino. Stiamo lavorando per questo. Forse un Carmenere in purezza.

Colore rubino scarico che può essere atipico per un rosato ma, essendo prodotto con il salasso, ci sta. Comunque sia, bello e luminoso, sì lascia ammirare come si ammira l’abito di una damigella.
Al naso subito evidente, come a manifestare la propria precisa identità, appare la fragola. Forse è la fragola più netta che abbia mai sentito in un vino. Così netta che le altre sensazioni erbacee e agrumate, passano in secondo piano. Non che non ci siano, non che non facciano effetto, è che che la fragola, che appare ora succosa e condita da zucchero e limone, rimane completamente impressa all’interno del cavo nasale. Meravigliosa, fresca, croccante. È come se avessi portato al naso il fazzoletto profumato donato da quella damigella. L’odore è così entrato dentro le narici che non riesco a capire più nulla.
Ne bevo un sorso e la sensazione olfattiva si trasforma immediatamente in gustativa: sa ancora di fragola. Ma non è stucchevole. Non sa di uva fragola. Sa di vino secco e sapido, moderatamente caldo con l’agrume che lo rende verticale fino a quando non interviene la fragola ad allargarne la base. La sapidità spinge ancora e la bocca si trova in uno stato beato con la voglia e il desiderio di un nuovo sorso. Il sentore di fragola che diventa sapore con un finale lievemente amarognolo così da rendere non stucchevole ma incantevole questo vino.
Da non lasciarselo scappare visto che sono state prodotte solo 2700 bottiglie.
Rizzoi è il blend di Cabernet Sauvignon, Carmenere e Merlot con 18 mesi di affinamento in barrique.
Rizzoi è un terreno sopra la casa. Un vecchio nome trentino. È una piccola casa di pietra dove dentro c’è la sorgente dell’acqua. Bello sapere che dall’acqua nasce il vino.
Nel calice è intenso e impenetrabile con i sentori che sembrano voler uscire senza nemmeno roteare il bicchiere.
La frutta che emerge al naso è matura al limite del cotto: mela cotogna, arancia, fragole, more, mirtilli, prugna, ciliegia nera matura, carnosa. Il sottobosco evidenzia quella sensazione di montagna che alcuni frutti avevano preannunciato. Il balsamico conferma questa sensazione e il muschio insieme agli aghi di pino non fanno che rafforzarne la potenza. Poi arrivano i sentori del legno: vaniglia, noce moscata, legno di cedro, tabacco. Continuo a roteare il bicchiere e continuo a scoprire sentori nuovi. Come se ognuno pretendesse il proprio tempo. Ognuno il proprio palcoscenico. Tutto è bilanciato. Tutto è privo di eccessi.
Il sorso è decisamente secco, intenso, poderoso, caldo e avvolgente. Quasi vischioso. Il tannino maturo e imponente come il guardiano di un portone pronto comunque a farsi da parte per far entrare, chi deve, a godere dell’interno. La frutta ritorna in bocca prepotente con il velo di sottobosco a rendere prezioso il sorso.
Persistenza lunga e sapidità estremamente spinta.
Un vino assolutamente non banale, preciso, determinato, ampio. Dotato di un bilanciamento perfetto con la ciliegia e la fragola che diventa marmellata e si fonde con il sottobosco alternandosi al ritmo di un valzer viennese. Rimane tanto in bocca ma ciò che rimane maggiormente è la voglia di berlo.
Un vino che sa di tempo, di trascorso ma anche di futuro. Anche in questo caso, poche le bottiglie prodotte: solo 4000.
Pare che Wolfang Amadeus Mozart, vicino di casa dei Lodron, avesse una particolare ammirazione per Antonia Lodron così da comporre per lei, nel 1776, il concerto per tre pianoforti e orchestra, Lodron Konzert all’interno del quale è presente il Divertimento n.10.
Divertimento n.10 è anche il nome del vino realizzato con l’80% di Cabernet Franc e Merlot affinato per 12 mesi in botte grande.
È questo un vino divertente? Occorre capire cosa voglia dire divertimento. Non è semplicissimo ma immaginate una sequenza di brani strumentali che abbiano dalla loro la scorrevolezza, la leggerezza. Una sorta di intermezzo che voleva spezzare la solennità di alcune opere. Spesso i nobili commissionavano i divertimenti per celebrare qualcosa come una laurea, un matrimonio.
In effetti i sentori di questo vino si rincorrono e si esaltano grazie ad un velo di balsamico. Arrivano e scompaiono in maniera fine e delicata. Senza sovrapporsi, danzando nel calice. I fiori delicati lasciano il posto ai frutti di bosco, ai lamponi, alla ciliegia. Questi a loro volta si mettono da parte per consentire alle fragoline di bosco di avvolgere i recettori nasali e stringersi in un abbraccio fresco e caldo. Una sensazione ossimorica che dura giusto il tempo perché il sottobosco possa emergere con la sua vena di legno bagnato. Le spezie si fanno strada come fossero note pungenti di un violino: cannella, noce moscata e cioccolata. Arrivano e scompaiono fino a che riemerge il floreale e l’aria si ripete.
La bocca attende il sorso. Non fosse altro per capire se il gusto richiami o meno le sensazioni olfattive. Assonanza o contrasto. Archi o fiati. Acuti o bassi.
Niente e tutto. Sì rimane stupiti da una fresca pastosità. Quella che sembrava finezza armonica al naso, in bocca diventa densità, importanza, stranezza. È una insolita e intrigante nota affumicata a sparigliare le carte. Sapido, caldo, armonioso, sembra avvolgere delicatamente grazie ad un retrogusto di tabacco trinciato che si unisce alla ciliegia e al cioccolato. Ma poi c’è il tannino maturo ma non ancora arrotondato e la lunga persistenza che lo rendono diverso da come si presumeva fosse. Il soave bilanciamento e il finale di bocca infine è come il termine di una sinfonia nella quale le sensazioni si sono rincorse per brevi, lunghissimi attimi.
Per capire Gran Tasso, il Merlot affinato in tonneau per 36 mesi e prodotto in davvero poche bottiglie (ho avuto la fortuna di aprire la bottiglia n. 126 di 425) occorre girare la bottiglia e leggerne l’etichetta:
It’s a badger (Italian Tasso) because I dedicate this wine to my Principessa and wife Olivia, born Thurn und Taxis (Torre e Tasso)
Gran Tasso è per la mia famiglia Torre e Tasso (Thurn und Taxis). È dedicato alla mia famiglia. Mio marito ha deciso che lo voleva fare per me. Ha fatto Pipo il disegno del tasso. Le etichette le fa un nostro nipote. Cerchiamo di fare tante cose in famiglia. Tutta la famiglia viene qui a Nogaredo l’estate. Tutti si trovano qui. Il palazzo è come un magnete. Pipo ha tre sorelle più grandi e loro hanno i bambini. Tutti vengono a Nogaredo. Vogliono venire tutti ed è molto bello quando ci sono.
Gran Tasso è il Merlot che nasce tra le braccia delle Dolomiti dove le rocce sussurrano storie antiche e il sole bacia le vigne come un amante fedele. È un respiro di terroir e cielo, un vino che nasconde nel suo cuore di rubino il calore di un tramonto alpino, la forza silenziosa delle montagne e l’eleganza di un passo danzante tra i filari.
Gran Tasso è un tributo di Pipo alla sua Principessa Olivia il cui nome è scolpito in ogni goccia: morbida come la seta di un ricordo; intensa come il profumo di more mature e amarene sotto spirito; fresca come il sottobosco e gli aghi di pino; complessa come il cioccolato, la noce moscata, il tabacco, il pellame; delicata come una rosa; intensa come la prugna e il mirtillo; penetrante come il balsamico.
Il Gran Tasso diventa colonna sonora di un istante sospeso con il sorso poderoso e possente, dialogo tra epoche: il minerale delle Alpi incontra l’avvolgenza che sa di storia; l’ombra fresca dei vento si fonde con il calore di un frutto generoso e vivo.
Va bevuto lentamente, dopo averlo fatto respirare lasciando che il suo tannino vellutato racconti di come il vento delle Dolomiti ne abbia modellato la dolcezza; di come il tempo, paziente cantore, abbia intessuto in lei note di spezie segrete.
E quando il liquido denso arriva giù fino al cuore, si può godere di un finale quasi amarognolo impervio, a tratti duro ma che sembra ribadire la carezza di una mano delicata.
Il Gran Tasso è la lettera d’amore, sigillata dal cielo, scritta con il sangue della terra e l’inchiostro delle stelle così da essere eterna in un attimo.
Adesso sono dentro del vino. La storia interessa sempre ma c’è la necessità del vendere il vino.
Olivia vuole assolutamente concentrarsi su questa avventura. C’è sì un devo farlo ma c’è soprattutto un voglio farlo. È contenta dei vini ed è contenta quando qualcuno le fa i complimenti per il vino.
Quando vado alle fiere e vedo la risata dei clienti: le persone sono sorprese.
Olivia è entusiasta e felice. Glielo si legge in viso. Ed è lo stesso viso di quando parlava della Storia, dello studio, dello scrivere delle persone.
Le interviste con le persone, quelle che hanno vissuto la guerra. I ricordi. Le lacrime. Le foto. Tenere tutto questo in un libro è una cosa meravigliosa. Ma non posso fare tutto.
Si vede che ha ritrovato qualcosa del medesimo calibro nel vino. Nelle esperienze. È come se Olivia stesse instillando una storia nella bottiglia e Palazzo London le custodirà fino a quando non sono pronte a raccontare un pezzo di Storia. Della storia di questa famiglia.
Adesso non abbiamo soldi per ingrandirci. Il business plan dice che non facciamo le cose esagerate. Dovremmo arrivare a circa 20/30.000 bottiglie ma numero di oggi ci rende contenti perché per iniziare ci consente di curare tutto alla perfezione.
Dobbiamo far conoscere i nostri vini. Ci vuole tanto tempo e pazienza. Non si fa da un giorno all’altro. Il lavoro porta i frutti. Quello che voglio fare di più sono le cene e gli incontri da noi per invitare più giornalisti, sommelier, enoteche, qui. Voglio fare un centro del buon vino. Vorrei mettere il Trentino nella carta dei vini. In genere c’è solo Trento doc e San Leonardo. Mi piacerebbe che il trentino uscisse di più.
In fondo, questa è una storia d’amore. Di amore per una terra e per dei luoghi. Di amore reciproco tra Olivia e Pipo. Di amore per la Storia. Di amore per il vino.
La dedica sul Gran Tasso è solo un piccolo, breve accenno di quello che si respira a Palazzo Lodron dove ogni cosa sa di amore e dove mi piacerebbe poter vedere gli Occhi di Olivia che incontrano quelli di Pipo.
Olivia e Pipo Volpini de Maestri hanno adesso solo voglia vivere a Palazzo Lodron e creare una azienda dove il lavoro possa dar vita a qualcosa di speciale. Un Palazzo che dalla Storia e per la Storia ritorna a prendere vita attraverso il loro amore e la materia viva della quale è composto il vino. Che parla della Storia e come la Storia si evolve mantenendo al suo interno il frutto del lavoro e della fatica di tanti.
Qualcosa da raccontare. Qualcosa per tenere in vita i sogni alimentandoli e portandoli nella storia.

Mio marito ha i sogni e io lo supporto nel realizzare i sogni.
Olivia ha preso il cognome del marito, Volpini de Maestri rinunciando al blasonatissimo suo. Ha rinunciato alla Storia e forse alla sua di Storia. Non ha solo abbracciato un sogno ma lo ha fatto e continua a farlo con amore, infinito amore. Per Pipo. Per Flaminia. Per Maria. Per Palazzo Lodron. Per tutto ciò che questo rappresenta.
Non per far parte del sogno ma per esserne attrice protagonista. Insieme a Pipo. Perché il sogno è di entrambe. Un sogno che magari sarà anche Storia. E se si sentirà ancora una comprimaria sarà solo perché il suo sguardo non è mai solo con gli occhi, ma con il cuore.
Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi
Il link al sito di Palazzo Lodron è: https://www.palazzolodron.it/
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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