Massimago. Camilla, la rivoluzione gentile della Valpolicella
Finito il Festival di Sanremo, sono iniziate le polemiche. Come tradizione impone. Stavolta si parla della mancata presenza di artisti donne nella cinquina finale. Una sorta di illusoria polemica che vedrebbe il complottismo del maschilismo patriarcale. C’è chi è arrivato a dire “Non è la prima volta che diciamo questa cosa. Deve esserci qualcosa di atavico nella nostra mentalità, deve essere qualcosa di inconscio: stai lì lì per votare e...”. Come se la persona che invia l’sms per votare sia atavicamente maschilista così da prediligere il cantante maschio. Non si votano le canzoni ma le persone. Follia?
Lasciando ad ognuno la propria idea ed interpretazione, è indiscutibile e incontrovertibile che essere donna non è semplice. Non lo è, non lo è stato e non lo sarà. Potrà nel tempo cambiare la società e spero sinceramente avvenga in fretta, ma per tanti motivi, sarà difficile eliminare una effettiva difformità di parità dei sessi.
Per una donna, farsi strada in un mondo prettamente maschile, è dannatamente duro e tanto più il mondo di riferimento ha radici profonde nella storia, tanto più duro sarà emergere.
Pensiamo all’agricoltura e alle sue radici. Nella società di un tempo come in quella attuale, alle donne era consentito al massimo di badare all’orto o agli animali. On top alla famiglia ovviamente. Tutto il resto, la vera gestione dell’azienda e del lavoro dunque, era per i soli uomini. I maschi. Nessuna discussione. Trovare una donna che si dedicasse all’agricoltura era praticamente impossibile.
Oggi? Oggi magari è pure chic darsi all’agricoltura o alla vigna. Non ovunque, bene inteso. Ma è chic. Integrazione, parità, conquista. Vallo a capire. Di certo, se una donna decide di voler far qualcosa è perché è davvero forte e tosta.
Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Una mina vagante
Sono una combattente
Fammi mille complimenti e stop
Tanto i miei difetti già li so
Forte
Tosta
Indipendente
Non mi tocca niente
Quando ho sentito le parole di questa canzone, Pelle diamante di Marcella Bella, ho immediatamente pensato a Camilla.
Camilla Rossi Chavenet è l’anima di Massimago.

La guardo e vedo una donna che esprime tenerezza e classe. Non saprei dire se, incontrandola per strada, direi sia una vignaiola, però quando le parlo capisco che è una delle donne con più carattere io abbia mai avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino.
Siamo a Mezzane, in quella parte della Valpolicella a nord est di Verona. Una valle selvaggia, anomala direi rispetto ai paesaggi della Valpolicella Classica.
Oggi essere donna e guidare una azienda vitivinicola, diciamocelo, fa figo e si può raccontare. Fa parte della narrazione che si può e si deve fare per poter sembrare qualcosa.
Venti anni fa non era propriamente così. Facciamo in fretta a non ricordare quanto l’emancipazione delle donne non sia che una conquista piuttosto recente. In campagna la donna era quella che stava in casa non certo nei campi. In cantina non doveva nemmeno entrare. Occorre ricordare. Ammettere e ricordare quanto maschilista possa essere stato e in parte lo è ancora il mondo dell’agricoltura e del vino.
Una donna come Camilla non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Eppure non è nata in campagna. Ha scelto di andarci.
Infatti, il modo con cui parla fa capire la provenienza da una famiglia che nulla ha a che vedere con il vino. Modi gentili, parole ricercate, tono pacato. Sono segni di una educazione importante. Forse rigida, non so. Poi, quando si scioglie, una sorta di animo ribelle e sognatore, emerge come la cresta di un’onda. Di quelle che, infrangendosi sulla riva, si acquetano.
La mia è una storia un pò fuori dagli schemi nel bene e nel male. Vengo da una famiglia di professionisti. Mia madre è un avvocato matrimonialista, divide quello che dio unisce. Quando mi sono sposata mio marito mi ha guardato con una paura….Il Prete dice Nessun uomo divida quello che dio unisce…
Inizia cosi Camilla. Con la sua tenera ironia. Gli occhi che saettano e sorridono più di quanto possa fare la bocca. Mi fa subito simpatia ma, non so perché, ho come l’impressione che sia meglio non farla arrabbiare. O contraddirla.
Mio padre è un dentista. Insomma niente a che vedere con la campagna. Nessuno dei due ha avuto passione per il vino. In casa di bottiglie non ne giravano. Una partenza un pò cosi capisci?
Quando ho compiuto diciotto anni, da super appassionata di profumi, volevo fare qualcosa in questo campo. O nei gioielli. Ho sempre avuto un laboratorio dove stavo li a sperlinare come dicevano i miei. Ho sempre avuto l’idea della artigianalità, dei profumi, delle cose vere.
Ribellione o concretezza? Forse un misto. Un misto di sensazioni. Di sicuro la voglia di evadere e di far prevalere un carattere poco incline a quanto la famiglia potesse offrirle.
Papà Paolo dentista a Padova. Mamma Lorenza, avvocato esperta di diritto di famiglia che fonda già nel 1982 uno studio che si tramuta in società, CRCLEX nella quale finisce per lavorare anche il fratello di Camilla, Carlo. Insomma, ce ne è per far parte di un complesso meccanismo familiare. O non farne proprio parte.
A 18 anni non avevo neanche la patente e mi sono iscritta ad un corso di sommelier che era sui Colli Euganei. Sono originaria di Padova. Scopro il mondo del vino. Wow. A quella età ti fai una idea di quello che vuoi fare da grande. Così dici: minchia, bella sta roba.
Vera. Concreta. Divertente. È lei. È Camilla. Ribelle. Anche perché non è che si può accontentare di fare un corso da sommelier. Una come lei, vuole fare.

Abbiamo sempre avuto una casa colonica con sei ettari di vigne vecchie. Conferivamo le uve in cantina sociale. Nella vallata di Mezzane tra Soave e la Valpantena. Un pò a latere rispetto alla Valpolicella. Ricordo mio nonno, notaio. Il bisnonno magistrato. Tutti giuristi. Tutti legati alla teoria e al verbo e poco alla pratica. Nonno era uno di nove fratelli e aveva rilevato la tenuta. Aveva due figlie femmine. Prima di mancare diceva: scusate se vi lascio una rogna. Con due figlie femmine, la campagna era una rogna. Era più un problema da risolvere. Vendere no perché apparteneva alla famiglia da sempre.
Le parole di Camilla, pur se pronunciate con il sorriso, evidenziano le ferite di quel tempo che, parzialmente, non c’è più. Quando le donne non erano ben accette alla tavola degli uomini.
Nuttata persa e figlia femmina, dice un vecchio adagio siciliano.
Mi sono iscritta ad agraria perché mi piaceva il vino. Anche ero spaventata perché sapevo che il mondo del vino era ed è tosto.
La tenerezza di Camilla è sempre presente. Paura di sbagliare. Paura di apparire. Di pensare che un mondo maschilista non l’avrebbe mai accolta. Eppure non si ferma.
Arrivavo da un liceo classico dunque non avevo niente a che vedere con la chimica. Scelsi agraria. Da li mi sono appassionata e ho studiato al Politecnico a Madrid e poi a Montpellier. Lo stereotipo più grosso l’ho vissuto con i miei coetanei più che con i miei genitori che per primi volevano valorizzare la casa in campagna. Erano anche contenti che facessi qualcosa di esotico forse perché si resero conto che non sarei stata un bravo avvocato. Quando mi sono impuntata sul progetto erano un pò spaventati perché pensavano fosse un capriccio. Sono stati bravi a darmi carta bianca e lasciarmi fare, cosa che è stata la mia fortuna. Dall’altro è andata bene perché anche io avevo una passione vera.
La grandezza delle persone sta proprio in questa capacità di capire e assecondare i propri figli. Non abbandonandoli, seguendoli a debita distanza. Certo, per una famiglia come quella di Camilla, pensare che la propria figlia si volesse cimentare nell’agricoltura, non doveva sembrare proprio la migliore scelta di vita. Ma è la forza che c’è dentro che aiuta.
Ero l’unica ragazza che faceva agraria. Andavo alle feste e mi chiedevano: cosa studi? Agraria? Ma come tu sei una ragazza.. le mucche, il letame…Studiando all’estero questo stereotipo non esiste ed è strano per l’Italia che è un paese agricolo. In Francia e Spagna sei ingegnere agronomo. In Italia sei di serie B. All’estero ho respirato aria di entusiasmo.
Tutto bello però poi dalla teoria occorre passare alla pratica. Dalla città, si va in campagna. Il percorso inverso di Renato Pozzetto nel Il ragazzo di campagna.
E qui la vita non è che sia propriamente semplice. La casa di Mezzane era affidata ad un mezzadro che parlava solo in dialetto. Il freddo arrivava per via di un riscaldamento non c’era. L’umido si faceva sentire eccome. Con il caldo l’aria condizionata se la poteva pure sognare. I campi, le lavorazioni, la vendemmia. Insomma condizioni non propriamente ideali per una ragazza di città. Secondo me i bookmaker avrebbero accettato scommesse sulla permanenza di Camilla a Mezzane.

Sono sempre vissuta in città dunque quando venivo qui In campagna tutti i giorni senza riscaldamento. Il mezzadro più vecchio di me che in dialetto mi diceva: non devi fare così, devi fare colà.
Stiamo parlando del 2003. Ventidue anni fa. Sembra un secolo a guardarsi indietro ma se ne stiamo parlando è proprio perché nessuno avrebbe scommesso su Camilla e invece si sbagliavano. Ci sarebbe da fargli un gestaccio ma siamo signori!
Il 2007 segna la nascita della azienda Camilla Rossi Chauvenet: Massimago
L’azienda era intestata a mia madre con il mezzadro che coltivava l’uva. Quando conferisci le uve devi conferirle tutte. Quando ci siamo staccati è stato un rischio perché vinificavo una parte e l’altra la vendevo. Se non fossi riuscito a venderle non ci saremmo sostenuti. La cantina sociale ti paga magari meno ma ti paga.
È una consapevolezza che si raggiunge gradualmente. È come una fase adolescenziale dove non sei ne carne ne pesce. Devi capire chi sei. La tua identità. Lo stile.
All’epoca facendo tutto da me ho buttato in aceto tante cose. Devi imparare tutto. Anche i documenti. La vinificazione. I registri. Il mezzadro l’ha presa malissimo e non riuscivamo a parlare la stessa lingua. Poi c’era un pregiudizio profondo nei confronti di una ragazza giovane. Dopo due anni ho dovuto licenziarlo. All’ingresso del fondo avevo messo delle rose. Appoggiate per piantarle. Il giorno seguente non le ho più trovate. Ero una talebana all’epoca. Così ho scritto un cartello: chi ruba le rose non ha cuore. Dopo questo cartello c’è gente che ha scritto sotto. No, non so stata mi. Cosa che dici?
Provate solo ad immaginare l’ambiente e cosa Camilla ha dovuto passare. Osteggiata da tutti, probabilmente anche dalle altre donne. Un ambiente che non vedeva di buon occhio anche solo la possibilità che una donna, perdipiù giovane, potesse farcela in campagna. Fare vino poi? Praticamente impossibile. Inimmaginabile.
Quando sono arrivata ho subito messo i puntini sulle i. Ho dovuto farlo perché dovevo farmi rispettare. Le etichette che ho fatto erano austere perché all’epoca non doveva risultare che erano fatte da una ragazza. Non era figo come ora. Non volevo che trasparisse che fossi una ragazza giovane che magari giocasse con il vino.
Costretta a nascondersi per evitare i pregiudizi. Altro che outing. Difficile stare al mondo in certi tempi. Una maschera perché non apparisse che dietro quella etichetta ci fosse una ragazza che stava giocando. Con il Dio Amarone poi. Con la tradizione.
Quando ho fatto lo spumante con le uve dell’Amarone mi hanno chiamato strega: come fai a sprecare le uve dell’Amarone. Non siamo mica a Conegliano.
Non serve studiare. Non serve avere l’amore per la terra. Non serve avere la passione. C’è sempre qualcuno che non crede tu possa farcela per il semplice motivo che sei diverso. Che non sei nel solco della tradizione. Che non fai le cose come si sono sempre fatte.

Il primo e secondo anno ho fatto il vino da sola ma malamente. Poi ho chiamato un enologo che era sui Colli Euganei. Parlavo volentieri perché era filo francese. Zero zuccheri residui, finezza. Questo era un grande affronto a quello che era venti anni fa l’Amarone con la pienezza degli zuccheri.
Alla mia prima anteprima dell’Amarone del 2008 mi hanno detto: questo non è Amarone. Fin da subito è stato uno choc. Ma mantenere la banda dritta per me è stato un vanto. Pesante ma un vanto. Capire che il tuo stile non appartiene a quello che è in voga al momento, crederci e mantenerlo è stata dura. Non facevo nemmeno il Ripasso perché lo consideravo una scelta volgare.
Camilla sei meravigliosa. Ti amo davvero! Definire il Ripasso una scelta volgare è quanto di più vero ci sia. Capisco le scelte commerciali, capisco la necessità di incrementare il business ma realizzare un vino che è stato filtrato con le bucce esauste dell’Amarone è esattamente come mettere dei trucioli di legno nel vino perché sappia di legno. Ne più ne meno. Volgare.
Noi volevamo entrare nelle cose, capirle. Questo ha comportato una dilazione nel tempo. Se vuoi farlo con le tue gambe sbattendoci il muso abbiamo commesso errori spendendo tanti soldi. Facendolo in prima persona ti appropri di più di quello che è il progetto. È molto più profondo.
La profondità dunque lo stile era un modo per rompere con il passato, distinguersi, affermarsi come donna. Trovare qualcosa che le appartenesse, che rimandasse alla artigianalità più che alla imprenditorialità. Un aspetto questo che Camilla si porta anche oggi dietro. Oggi che è cresciuta è come se fosse un rammarico. Un non essere più in grado, nonostante ci creda ancora, a far lei le cose. Una donna che si sente più vignaiola che imprenditrice.
Non ero e non sono interessata a qualcosa di grande. Ho cominciato questo lavoro questo progetto perché quando ho vissuto in Francia ho visto realtà piccole che funzionavano nonostante le dimensioni. Non ho mai pensato che il successo dipendesse dalla grandezza di una azienda. Lo credo ancora
Il poter solo pensare che una azienda artigianale possa sopravvivere in questo mondo di squali è come poter dipingere un quadro su una tela per realizzare un capolavoro. Altro che immagine digitale. Sporcarsi le mani per creare qualcosa. Sì può. Sì può ancora. Anche se poi, quando le cose vanno bene e si cresce, le dinamiche cambiano, le necessità mutano, le esigenze diventano altre.
Tutte le aziende agricole sono gestite a livello familiare. Il papà sul trattore, il figlio in cantina, la mamma che fa i conti, la figlia….fa marketing. La ragazza non può fare cose importanti. Relegata alle cose minori dove non ci sono scelte importanti. L’assetto familiare organizzativo funziona. Io ero da sola. Proprio da sola. Non potevo nemmeno chiamare mia madre o mio padre. Dovevo sempre assumere qualcuno perché mi aiutasse. Sono riuscita a vendere fino a 30.000 bottiglie poi non ce l’ho più fatta e ho dovuto assumere un commerciale. Quando sei costretto ad assumere del personale, il tuo modello di business cambia. Devi pensare a produrre più bottiglie, modificare i listini, ecc. anche l’impegno a livello personale cambia. Hai voluto fermante fare quel lavoro li per metterci le mani, ti rendi conto che per sostenere la macchina devi viaggiare di più, presenziare, ecc. Non può più occuparti di quello che Volevi. Mi sono resa conto e questo è quello che mi ha cambiato profondamente la vita e i sogni iniziali.
Sorride ricordando queste cose anche se un velo di tristezza cala sugli occhi. Come se la crescita non fosse stata una cosa buona. L’aver dovuto lasciare parte di quello che l’aveva fatta crescere per dedicarsi ad altro, all’azienda. Sembra un controsenso perché tutti vogliono crescere, guadagnare tanto. Anche Camilla certo, ma forse non aveva fatto i conti con cosa volesse dire, diventare grandi. Una dinamica a livello personale pesante. Camilla voleva lavorare con le mani e non occuparsi della parte commerciale e si trova, necessariamente, a doverlo fare.
Nei miei sogni, nel mio mondo ideale, Camilla stava in campagna. Avrebbe dovuto fare tutt’altro di quello che poi ho dovuto imparare a fare. Inventi la ruota.
Adesso, dopo essere cresciuti da trentamila a ottantamila bottiglie sembra che il carico emotivo e fisico sia davvero pesante.
Pesantissimo soprattutto nel momento in cui non riesci a trovare le persone giuste nel tuo team. I primi anni sono stati pesanti perché anche a livello di soddisfazione, una startup in tre quattro anni vai a breakeven. In agricoltura o in realtà come queste devi fare investimenti perché hai un prodotto che va a scaffale dopo cinque anni. Un ciclo molto lungo che ti blocca a livello finanziario sopratutto se sei una startup.
Partire da zero è drammaticamente difficile. Il biologico non ha certamente aiutato. La giovane età nemmeno. L’essere donna men che mai. Occorre fare i conti con le persone che non aiutano, anzi remano contro cosi.

La crescita non ha sacrificato lo stile. Siamo riusciti a mantenere la barra dritta. Lo stile si è mantenuto anche aumentando il numero di bottiglie in termini di referenze. Abbiamo alleggerito i legni. Partiti con le barrique, poi i tonneaux poi le botti grandi. Con la Garaganega e il Valpolicella Superiore siamo partiti con il legno poi solo acciaio. È un percorso. Come un viaggio nel quale capisci quali scarpe ti stanno più comode. Il team è fondamentale. Se parlano la tua lingua, usano gli stessi strumenti di comunicazione, è più facile.
Non me lo dice esplicitamente Camilla ma sono certo che quegli anni per lei deve essere stata durissima non solo per le condizioni a contorno ma per la fottuta paura di non farcela. Anche se la famiglia le aveva dato carta bianca, non farcela avrebbe significato far pensare fosse stato solo un gioco. Che gioco non era affatto. Sia per le difficoltà incontrate e superate con tanta fatica, sia perché questo era proprio quello che Camilla desiderava sempre fare. Ma la paura dell’insuccesso è sempre li, latente. Non va via. Se non quando succede che le cose iniziano ad andare bene.
Quando ho raggiunto il breakeven è stata la soddisfazione più importante. In termini di vendite. Nel momento in cui le mie vendite ripagavano i costi, ho detto bene sta funzionando. Gira tutto. Non è una cosa da poco. La proprietà, l’immobile, è di mia madre. Ha dato tutto in usufrutto a me. Sono in società con mio fratello. Nonostante la società sia agricola a titolo personale, sono io l’amministratore, deve funzionare.
Questo da consapevolezza e fiducia. Si arriva, finalmente a capire, che se i prodotti si vendono, quel progetto ha una ragione di essere. Una donna, una giovane donna, che produce vini fini e raffinati in un territorio dove l’opulenza e la tradizione la fanno da padrona, è una aliena. Difficile da essere accettata a meno che sia un precursore, che anticipa i tempi. Così che quando questi tempi arrivano, et voilà.
Una azienda, Massimago, che adesso ha 12 ettari, produce ottantamila bottiglie. È un Wine resort in Valpolicella. 7 vini prodotti (tra i quali pure un Ripasso ma ci sta). Insomma, sembra che possa bastare no? E invece no. Perché poi i sogni, ti portano a volare.
Mi sono sposata nel 2016 e adesso ho un bimbo che ha due anni. Ho vissuto a Verona fino a due anni fa poi quando è nato il bimbo abbiamo deciso di trasferirci a Padova. Almeno c’erano i nonni. Da li sono vicino a Venezia e ho tanti voli per la Puglia.
La Puglia? Mò che c’entra la Puglia. Non eravamo in Veneto?
L’ho detto che i sogni fanno volare.
Abbiamo una azienda dal 2008 in Puglia, Masseria Cuturi. Vini e ospitalità. Molto complesso da seguire. Soprattutto a livello familiare. Un bimbo di due anni che non arrivava mai. Con lo stress era difficile.
Coraggio. Forza. Impegno. A guardarla sembra fragile Camilla. Quando parla ha un tono soave dal quale non traspare grinta e determinazione. Ma è acqua cheta e mia nonna diceva di non fidarsi mai dell’acqua cheta. Un pò come quando si va per mare e la regola è di aver sempre timore del mare perché merita rispetto. Camilla ha quella forza interiore che le fa affrontare tutte le cose della vita con leggerezza impegnata ovvero quella capacità per imbarcarsi nelle sfide per amore e passione.

Abbiamo sempre avuto una grande affezione per la Puglia. Andavamo in vacanza li. C’era attrazione. Abbiamo conosciuto un tecnico che piantava le vigne ci diceva: voi non avete idea, qui c’è un terreno, vicino al mare, figo…
In Veneto sei abituato a piccole pezzi di terra mentre in Puglia ci sono i latifondi. Abbiamo incontrato nel 2008 un tizio che vendeva terreni e ci ha offerto a pochissimo un terreno. Con altri due soci, visto che il progetto era ambizioso abbiamo detto: proviamo. Mia madre era quella che più spingeva. Non so per quale motivo. L’abbiamo sempre chiamata la masciara, la strega buona ha sempre trasformato in oro quello che il suo istinto la spingeva a fare. Per lei era come una chiamata. Così è stata una cosa un pò incosciente.
Giù ci sono 300 ettari. Quando siamo arrivati non c’era il vigneto adesso ci sono 40 ettari. Potremmo espanderci ma non vogliamo ampliare il vigneto. È una masseria storica che veniva chiamata la Conca d’oro. Li sono state impiantate le prime barbatelle di primitivo. Siamo arrivati che era all’asta. Abbiamo dovuto recuperare i diritti di impianto e questo per un veneto era la morte. Una delle tante sfide che abbiamo dovuto affrontare pur di stare li. Qualcuno ci dice ma chi ve l’ha fatto fare ad andare in Puglia? Però li c’è una potenzialità pazzesca che in veneto non c’è più. In Veneto tutto è stato inventato. In Puglia è tutto da inventare.
Ma chi te lo fa fare Camilla? I meno sensati potrebbero pensare e dire questo. Ecchissenefrega so che risponderebbe Camilla.
Quando sei una donna che ha superato le proprie paure, che ha capito che sgomitando gentilmente, applicandosi, sperimentando, costruendo, si può ottenere qualcosa.
Costruendo. Ecco, questo il verbo giusto. Costruendo. Camilla ha costruito tutto mattone su mattone, chicco su chicco, zolla su zolla. E non si ferma.
Sarà una vita su e giù. È come se avessi due figli che vivono in città diverse. Mio marito, quando sono in momenti di estasi dovuto al sole e al mare chiamo mio marito e gli dico perché non ci trasferiamo sei mesi qui? Lui mette giù. Lui ha una azienda in Veneto di impianti delle cantine. Lavora nel mondo del vino dunque. Anche lui ha settanta dipendenti. Insomma tanti cavoli.
Due aziende. Due regioni diverse. Un marito. Un figlio. Su e giù per l’Italia e non solo visto che tutti la vogliono in giro. Adesso la vogliono mentre prima non se la filavano. Strana la vita. Strani i sogni. Ma non quelli di Camilla.
Il teletrasporto è il mio sogno. Ci sono però due sogni diversi. Due desideri forti. Che Massimago diventi una stella della viticoltura, un brand riconosciuto. Per la Puglia poi mi scontro con la realtà ma vorrei che il prodotto da Primitivo venga riconosciuto come qualcosa di alto livello. Giù vendiamo 80 mila bottiglie dunque il resto della uva, la vendiamo. Vorremmo una boutique winery. In Veneto ce ne sono tante di boutique. Giù ci sono solo realtà grandi che mangiano quelle piccole. Non esistono boutique winery ed è una cosa che crea inquietudine perché capisco che gli imprenditori pugliesi sono eroi perché non hanno quello che abbiamo in Veneto. Qui se vuoi aprire una impresa ti portano tutto, anche la corrente. Giù sembra remino contro. Non hai nulla. È come vivere in due mondi diversi. Soffro come un prodotto bello ed elegante venga svilito dalle grandi realtà.
Il sogno, la soddisfazione di Camilla, passa per il successo delle sue aziende. Una voglia di rivincita che non si ferma. Non so se lo faccia solo per lei ma poco importa. Lei c’è riuscita, ci sta riuscendo, ci riuscirà. E non già con arroganza ma con quella grazia e gentilezza che la contraddistingue.
Sono in due zone difficili in questo contesto storico. Produco vini rossi importanti con alto grado alcolico. La mia sfida è la rivoluzione gentile per trasformare tutto quello che è pesante in elegante e leggero. Dall’opulenza all’eleganza. È una questione di tempo. Quando il settantenne mi dice che farebbe il vino sorrido. Io vedo la luce in fondo al tunnel dopo venti anni
Camilla è una di quelle meravigliose, forti, determinate donne combattenti, autrici di rivoluzioni gentili e non urlate. Concrete, costanti, vere. Come vera è lei e veri sono i suoi vini. Raffinati come i suoi modi, fini come il suo essere, ammalianti come il suo sguardo. Uno sguardo che lascia sempre trapelare un velo di insoddisfazione latente. Magari dovuto al non potersi più occupare, da agronoma, della terra e delle vigne come vorrebbe. O forse solo per coltivare quel suo senso di voler mandare a quel paese il mondo intero e starsene per i fatti suoi. Magari glielo chiederò in una prossima occasione. Quello che però è certo è che Camilla è una di quelle donne che non chiedono permesso, seminano rivoluzioni.
Vedete che alla fine, le parole della canzone di Marcella Bella a Sanremo erano perfette per Camilla?
Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Aspettate che non ho finito. Già, mancano i vini che ho assaggiato. Li ho involontariamente lasciati alla fine. Non già per esercizio stilistico o tattica comunicativa. No, non è per questo, ma la storia di Camilla mi ha così preso che sono arrivato alla fine senza parlare dei suoi vini. Poi, quando ho riletto il pezzo, non sapevo dove metterli. Eppure i vini parlano di lei, del suo carattere, della sua forza. Ma anche della sua sensualità e dell’essere donna: capace, determinata. Donna.
Tre vini allora.
Duca Fedele, il Valpolicella DOC; Profasio il Valpolicella Superiore; l’Amarone della Valpolicella DOCG.
Cominciamo dal Duca Fedele.
Corvina, Corvinone e Rondinella nella loro espressione più semplice ed immediata che non vede neanche di striscio il legno così da renderlo un vino espressivo ed immediato. Eppure nel calice appare setoso, sinuoso, armonico. Sensazione che ritrovo al naso per via di una frutta intensa e viva che si mescola con i fiori rossi. Non me ne vogliate male, ma la sensazione che ho è quella di una gamba sinuosa che si avviluppa alla mia. Pienezza e dolcezza al naso con le fragole, i frutti di bosco, le ciliegie, i ribes, la mora, l’anguria e l’arancia sanguinella a dare freschezza. Un pò di pepe bianco a dare del brio: come se ci si incipriasse il naso.
In bocca l’arancia si fonde con la ciliegia facendo comunque sentire la sua freschezza. La gamba che mi avviluppava ora mi stringe e il respiro si amplia per via del balsamico. Un abbraccio che dura a lungo e con incisività per via dei tannini maturi ma non domi.
Elegante e fine anche nella sua semplicità per un vino che si beve tutti i giorni. Senza impegno e con felicità nell’avere accanto la persona che ami.
Profasio, un Amarone che non ha perso tempo ad appassire. In fondo è così che si fa il Valpolicella Superiore. Certo, la permanenza per l’affinamento in botte è, più o meno, la metà dell’Amarone (ovvero 18 mesi) ma il risultato, credetemi, è incredibile.
La finezza è in questo vino e la si vede non appena lo si versa nel calice. Non c’è densità ma trasparenza e profondità quasi brillante. I sentori escono uno dietro l’altro come i topolini attratti dalle note del Pifferaio magico. Sensazioni pungenti e dolci che si alternano per creare sensazioni calde e avvolgenti di puro benessere. Senza mai essere eccessivo o volgare. Dal pepe al pellame, dal sottobosco alla noce moscata, dal cacao al cardamomo, dalla ciliegia sotto spirito alla prugna, dai fiori rossi al cacao. E si potrebbe ancora continuare con il vortice di emozioni.
In bocca il benessere continua con le sensazioni morbide e vellutate con la ciliegia che danza sensualmente in bocca. I tannini sono morbidi e arrivano insieme alla freschezza per fornire sensazioni di continua intensità voluttuosa. Sapido, quasi salato, minerale ho come la sensazione di avere in bocca un dito con del sangue da fermare. Un finale che sembra volersi dirigere verso l’amaro ma non ci pensa minimamente ad arrivarci: ha bisogno di dolcezza, ampiezza, godimento. Perché questo vino seduce e ha voglia di sedurre.
Cosa manca per far si che la seduzione si trasformi in sensazioni orgasmiche? L’appassimento ovviamente. Quello che porta in se l’Amarone della Valpolicella DOCG 2018.
Marmellata di ciliegie cotte nel legno di rovere, spezie che danzano tra pepe nero, cannella e chiodi di garofano. Un soffio di tabacco umido e cioccolato fondente, avvolge il naso in un effluvio incantato. Basta un roteare del bicchiere per scoprire un sottobosco segreto, dove la frutta sotto spirito sussurra storie di terre lontane.
In bocca, un orgasmo di sensazioni. L’alcol, forte ma addomesticato dalla corposità del frutto, irrompe impetuoso. La ciliegia diventa amarena: dolcezza avvolgente che si trasforma in un amaro seducente, un abbraccio mortale che non lascia scampo. Persistenza lunga, lunghissima, come la voglia di continuare a bere questo sorso. Elegante e determinato, non anela altro che il calice sia condotto alla bocca per svelare i suoi segreti. Bere questo vino è celebrare un inno alla passione che non chiede permesso, ma conquista.
Per finire, a casa di amici, proprio mentre stavo stavo scrivendo questo pezzo, mi hanno offerto Conte Gastone, l’Amarone della Valpolicella DOCG che si differenzia dal precedente per la provenienza da particelle diverse e un anno circa di minor affinamento.
Ecco, direi, per semplificare (spero non troppo) che mentre l’Amarone precedente è la passione matura, calda, sensuale e consapevole, Gastone rappresenta quella giovanile. Ogni sentore, ogni sensazione è altrettanto meravigliosa e goduriosa ma meno ragionata, più istintiva, più primordiale. Ci sono tutte le caratteristiche di finezza ed eleganza liberate da preconcetti e orpelli così da renderlo ribelle e per tutti.
Qualcosa mi dice che Gastone rappresenti la Camilla dei primi tempi mentre l’Amarone classico quella attuale.
Magari mi sbaglio. Chissà
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969