Armando Castagno. Il divulgatore
Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere. (M. Soldati)
Prendo una bottiglia. La guardo. Osservo l’etichetta. Leggo informazioni circa il vino nella retro etichetta. La stappo. Verso un giusto quantitativo nel calice. Lo osservo. Lo annuso. Lo sorseggio.
In che momento di questo processo arriva qualche stimolo particolare al cervello? Quel “click” che induce a pensare a tanto altro? Arte, storia, cultura. Ricordi, pensieri, sensazioni.
Sì può essere attratti dall’etichetta: un bel nome magari noto, una forma grafica sinuosa, artistica, storica. La provenienza da un luogo della nostra memoria.
Il colore. Certo ma più o meno, trasparenza a parte sono quelli. La gag di Antonio Albanese che fa il sommelier è devastante in tal senso.
L’odore. Complicato per chi non è abituato o non interessato.
Il sapore. Ecco qui ci si trova d’accordo tutti. A meno che non ci si limiti al dualismo “buono/non buono”.
Semplice e semplicistico. Ma in fondo è l’approccio della stragrande maggioranza delle persone. Quelle che vanno al ristorante e ordinano una bottiglia da 50€ pensando di bere un capolavoro ma in realtà non sanno che la troveranno a 15€ al supermercato.
Semplice e semplicistico.
Proviamo però, per un attimo, a paracadutarci nel luogo dal quale il vino proviene. Facciamo una sorta di zoom con Google Maps: lo stato, la regione, il paesino, l’azienda, la vigna. Uno zoom geografico insomma. Sarebbe meraviglioso se riuscissimo a fare anche uno zoom storico e capire che cosa è stata quella vigna nel corso dei secoli. Cosa e chi ha visto passare. Chi l’ha lavorata. Dove i vini sono stati bevuti e da chi. Lo zoom geografico ci consente di capire cosa ci sia intorno alla bottiglia. Quali siano gli influssi geologici, geografici, meteorologici. Potremmo capire tanto.
Ma se ciò che abbiamno nel calice potesse parlare, racconterebbe la sua storia e quella dei propri avi. Racconterebbe di chi ha accudito la terra prima, la pianta poi, gli acini infine. Racconterebbe di persone, del loro tempo, della loro vita. Racconterebbe ogni cosa per renderci partecipi di quanto di magico e speciale sia finito nel calice.
Raccontare per divulgare. Cercare di trasmettere, a chi è aperto a farlo, quanto di imponente e maestoso c’è non dentro ma a monte della bottiglia. Pensare al vino non con una semplice bevanda ma come un concentrato di emozioni e di storia. Di vita insomma.
La mia vocazione è quella di divulgatore. Cerco di digerire un tema e cerco di renderlo approcciabile agli altri.
Incontro Armando Castagno. Un divulgatore come lui stesso si definisce.
Quando si scrive di una persona come lui, cadere nella banalità o commettere errori è quasi una certezza. La nostra è una chiacchierata, di quelle che hanno l’unico scopo di comprendere chi è l’uomo Armando e perché abbia voluto cimentarsi in una impresa travolgente e al tempo stesso ardua. Parlare di vino attraverso i territori, la storia e l’arte che li hanno attraversati, non è per tutti. Non lo è ad esempio per chi considera il vino una semplice bevanda. Non lo è per chi vuole solamente vendere il vino. È per chi vuole porsi delle domande per le quali, solo in minima parte, ci sarà una risposta.
Ho 55 anni. Nato e sempre vissuto a Roma. Laureato in giurisprudenza come i miei genitori. Mi sono laureto in Storia dell’Arte con lode. Ho scritto 12 libri sul vino e sono in questo mondo da trentadue anni. Ho tenuto centinaia di corsi. Oggi insegno per Accademia Treccani e organizzo master per varie organizzazioni di varia natura.

Ho scritto libri per il rapporto vino e arte. Qualcuno da solo, qualcuno con colleghi. A triplice firma. Ho pubblicato per Giunti, SlowFood, Treccani, ecc.
Rimango sempre un amatore e un appassionato. Non mi sento di essere integralmente aldilà della barriera che separa il fruitore e l’appassionato dal docente e distributore di verità. Sono un semplice appassionato.
La voce pacata. Lo sguardo vigile. Un sorriso celato per un quarto dall’aplomb, per un ulteriore quarto dalla fisionomia del viso.
Colgo una sorta di remora nel narrare il suo curriculum: non riesco a comprendere a pieno se sia modestia (nonostante sappia di essere uno dei massimi esperti in questo campo) o semplice ritrosia. Non si sottrae comunque al parlarne. Siamo due giornalisti che si confrontano su temi che riguardano il mondo del vino. Anche se in maniera più laterale. Entrambe veniamo da mondi diversi. Armando non se ne innamora bevendo o approfondendo le tecniche di produzione, i territori, i gusti, i sentori, ecc ecc ecc. Il suo è un percorso che gli consente di entrare nella casa del vino dalle fondamenta.
Nell’autunno del 1992 avevo 23 anni. Studiavo e lavoravo. Lavoro da quando avevo 16 anni. Ho fatto il giornalista per 27 anni. Redazioni varie. Mi sono occupato di sport, di football americano, di calcio. Soprattutto britannico. Ho fatto anche il telecronista. La mia grande passione. Il mondo del vino mi è venuto addosso perché mi sono accorto che non si trattava di una bevanda piuttosto piacevole quanto di un fulcro di un sistema culturale vero e proprio. Leggevo i testi di Soldati, di Veronelli, di Cardinali, di Bruni, di Monelli. Una serie di grandi autori che avevano toccato il tema vino. Mi sono accorto che c’era una parte del mondo del vino interessante dal punto di vista edonistico e culturale. Io probabilmente mi sono avvicinato al vino più con la seconda e per la seconda che per la prima.
Dalle fondamenta. Pochi avranno letto gli autori che cita Armando. Peccato dico io. Vi siete persi una grande occasione per capire meglio il mondo del vino. Dai cataloghi di Veronelli ai viaggi di Soldati il vino ha avuto modo di essere raccontato nella sua essenza di liquido ottenuto per fermentazione delle uve e più intimamente perché facente parte della cultura di un paese, di un territorio, di persone. È così che la differenza tra i vari vini non può essere immaginabile nel solo vitigno quanto nell’essenza stessa dei territori dai quale provengono.
Mi ha attratto la materia. Non sono un grande bevitore. Mi interessa più il vino come centro di un sistema di valori culturali, di tutela del paesaggio, della ruralità. Per me è stata la leva.
È un percorso verso le profondità del mare quello di Armando. Cercare il centro di un sistema di valori culturali nel vino è come fare il viaggio al centro della terra alla scoperta di mondi nascosti e mai esplorati. Un viaggio che è senza ritorno nel senso che non prevede distrazioni. Un viaggio come quello di Mario Soldati nel suo Vino al vino, ovvero non il viaggio di una bottiglia di vino che arriva sulle nostre tavole ma il nostro intimo viaggio verso dove il vino viene prodotto. Perché solo così se ne capisce l’intimità della sua creazione
Bisogna andare al vino: non che il vino venga a te (M. Soldati)
Giornalismo e vino sono andati in parallelo Fino al 2013. Io ho insegnato in AIS dal 2001 fino al 2013 con in parallelo il mestiere di giornalista. Dall’ottobre del 2013 mi sono dedicato esclusivamente al vino. Faccio altro perché faccio da otto anni corsi di arte. È la mia passione più profonda. Cerchiamo di fare un accostamento perché fondere arte e vino è arbitrario. Sì tratta di mettere in cortocircuito sistemi percettivi che abbiamo e che possono essere utilizzati sia per guardare in un certo modo l’arte sia il vino. Anziché guardarlo solo con un occhio al piacere puro e sorgivo come è la bevuta, il vino può dare qualcosa in più. Senza fonderli.
Sì può avere un approccio artistico alla produzione del vino ma diventare artisti ce ne corre. C’è chi si crede artista facendo del vino senza sapere effettivamente cosa sia un artista. Io mi limiterei a dire che chi produce vino può al più essere un artigiano.

È stato un approccio che ha portato via molto tempo per essere messo a punto. Non c’era nulla di simile prima. Senza falsa modestia. Non mi viene in mente nessuno. Un percorso sofferto perché bersi il bicchiere di vino con pane e salame è molto meno faticoso.
Armando racconta i territori elevandoli rispetto alla loro semplicità apparente. Ma non così tanto per scriverne o parlarne. Ogni territorio ha tanto di non già scritto per il semplice motivo che nessuno si è mai preso la briga di capirlo, interpretarlo dunque scriverlo.
Il vino è l’unico elemento dell’agro alimentare che oltre ad essere un elemento nutriente è anche una specie di testo che noi infiliamo nel nostro corpo. Ci racconta un sacco di cose che bisogna semplicemente provare a leggere. Leggere e trasmettere delle sensazioni anche celebrali. Vedere un fenomeno, come nasce e perché nasce. Perché nasce li.
Non faccio questo viaggio per poter poi descrivere un vino ai miei lettori; ma solo per invitarli a viaggiare a loro volta
Questo riporta ai territori e alla loro conoscenza profonda. Non basta leggerne occorre viverli.
Senza divagare, ieri sera sentivo un dibattito (l’ennesimo…) sull’Ucraina, sul loro popolo, sui perché della guerra, del riarmo, dell’Europa, della Russia, di Trump. I soliti volti noti della televisione si accapigliavano emettendo verità e sentenze ammettendo come nessuno di loro fosse mai stato in Ucraina. Mi sono chiesto come fosse possibile una cosa del genere. Parlare di un luogo e di un popolo senza averli vissuto. Anche marginalmente. Mi sono risuonate in mente proprio le parole di Armando.
Mi sono dato molto tempo per viaggiare. Io sono un viaggiatore indefesso. Piuttosto che accogliere queste nozioni per averle letto o sentito dire, ho sempre cercato di procurarmele di prima mano. Sono trent’anni che giro come un pazzo. Lo sa anche il mio concessionario. Mercedes-Benz.
Ho scritto un libro sulla Borgogna di quasi quattro kg. Sono ottocento pagine fuori formato. È un atlante e mi è costato tanti viaggi. Però è il modo più onesto anche nei confronti del lettore di proporre qualcosa di nuovo e originale.
Complicato e per niente immediato un approccio del genere. Se non altro, non popolare nel senso letterale del termine. Bere un bicchiere o contemplarne la bottiglia; provare a scoprire le sensazioni olfattive e gustative oppure capire il perché sia cosi e solo cosi.
Non è un approccio divisivo come novelli Guelfi e Ghibellini, ma una modalità di pensare diversamente. Allargare i propri orizzonti sensoriali a quanto presente dentro una semplice bottiglia abbia da raccontare. Far si che la materia grigia non si annebbi appena bevuto un calice ma provi a trovare delle connessioni con il territorio dal quale il liquido proviene.
Noi cerchiamo di convocare solo chi è molto motivato a seguire. Non le grandi platee. Avrei potuto parlare del vino anche in grandi trasmissioni della Rai dove mi era stato proposto di andare, o ai vari TG5, ma non mi è mai interessata la divulgazione ecumenica di questi valori. Mi rendo conto che non siano valori proprio nazional popolare. Come non lo è la preparazione accademica o l’approfondimento autentico. Non forzerei mai nessuno ad occuparsene.
Ciò non contrasta affatto con un approccio più tradizionale ed edonistico del vino. Lo integra. Ne da una visione in più. Anche se sono pochi che vengono a sentire, poco importa.
Nessun tipo di contrasto. Semmai un alimento in più per chi vuole cibarsene. Senza screditare l’approccio tradizionale prettamente edonistico e conviviale. L’uno non esclude l’altro. Un senso di divulgazione per sentire il vino in una dimensione diversa.
Giampaolo Gravina, un mio fraterno amico, portava una visione del vino filosofica, multidisciplinare, ampia. Con la cercheremo di far conoscere qualche testo di Giampaolo.
Una volontà divulgativa senza la voglia di insegnare qualcosa. Un percorso inizia allo stesso modo per poi prendere due strade diverse e, alla fine, ricongiungersi. Sì può scegliere l’una o l’altra strada. Dipende solo dalla voglia di mettere in gioco i propri recettori.
Ho trovato emulatori sul mio cammino ma è una ottima cosa. Significa che l’idea non è destituita di fondamento, non è campata per aria. Qualcuno l’ho apprezzato e ho anche imparato da lui.
Difficilmente sentirete parlare Armando di un vino in particolare. Mai una recensione. Mai un giudizio.
Mi viene spesso chiesto di parlare di un vino. Di solito dalla azienda che lo produce. La risposta è sempre no. Quando mi capita di parlare in contesti aziendali, cerco di parlare informando senza prendere posizione specifica sul vino prodotto in zona. Il mestiere di critico pretende una certa distanza dalla produzione in modo da poter offrire al mio destinatario che non è il produttore ma il lettore, un parere sincero e non dettato da interessi nascosti. Credo che sia giusto così.
Mi ci ritrovo e tanto in questo approccio che è anche il mio personale. Un critico se così si vuole definire, non può essere di parte. κριτικός era per i greci l’arte di giudicare senza che questa abbia una accezione positiva o negativa. Non c’è neutralità per la critica. Semmai c’è la facoltà intellettiva di giudicare. Intellettiva, non economica….
Il 4 maggio Armando Castagno sarà a Roma per due meravigliose Masterclass sulla Borgogna e sulla Loira nell’ambito di ViniAmo. Una grande occasione per provare ad attivare i propri recettori e trovare ulteriori domande
Domande non risposte. Domande. Porsi dei problemi di natura estetica valutativa. Criteri di valutazione. Di scelta. Corti circuiti estetici. Un aiuto nella situazione del vino nel suo contesto, storico etnografico antropologico, locale, rurale. Contestualizzare il vino non decontestualizzare. Cerco in tutti i modi di contestualizzare il vino. È buono o non è buono. È certamente lecito però non è il mio approccio. Non è tanto lo amo o non lo amo ma lo capisco o non lo capisco. Lo inquadro o non lo inquadro dentro il suo sistema.
Quale sia l’obiettivo di tutto questo per Armando è complicato. Divulgare si, ma poi? Dopo che hai divulgato, dove ci porterà l’aver appreso? E dove condurrà Armando?
Non c’è un obiettivo perché è un continuo progredire. Come diceva Mario Luzi, approdo non c’è approdo, c’è soltanto il viaggio. L’idea è di un viaggio senza meta.
Approdo?
Non c’è approdo, c’è il viaggio appena
Ma ora quanto dura il viaggio?
Quanto la intollerabile quarantena?
O è un inganno, solo del mutamento della scena?
Alla mia età si sente tutto il peso di quello che hai fatto prima. L’ideale sarà darsi una calmata a fare freneticamente i biglietti del treno o il pieno di diesel e scrivere con calma qualcosa qui, sulla mia scrivania. Questa è la mia intenzione ma non ci sono mai riuscito. Sono anni che me lo dico.

Con il dodicesimo libro che è un diario di viaggio della Franciacorta ho avuto lo stimolo a capire cosa sono in grado di fare con la narrazione. Non soltanto nella compilazione di atlanti o della letteratura critica che mi avevano occupato per i venti anni precedenti. Potrebbe essere la narrativa una frontiera. Ma zero stress. Devo vedere se mi piace farlo. Ho un concetto volatile del mestiere. Ha tanti aspetti dunque è inutile incaponirsi. Se tornando indietro avessi memoria di quello che ho fatto proverei a fare quello per cui avevo studiato ovvero la carriera in magistratura. Per fare anche quella visto che mi è rimasta un pò qui. Se non avessi memoria, rifarei la stessa cosa senza sapere quanta fatica c’è voluta.
Non è per tutti ne tantomeno per molti. In tanti rimarranno ad aprire una bottiglia e a versarne immediatamente il contenuto nel calice aspettando che l’alcol faccia il suo effetto. In ancor di più non si porranno domande ne cercheranno risposte. Però se solo una persona in più parteciperà ad una Masterclass di Armando, sarà comunque un grande risultato. Il vino ha bisogno di persone come Armando in grado di dedicare il proprio intelletto a comprendere e tramandare.
PS Se vi starete chiedendo da quali altri due quarti è celato il sorriso di Armando vuol dire che siete stati attenti al racconto. Questo vuol dire che siete pronti ad una sua Masterclass, assistendo alla quale scoprireste che gli altri due quarti sono proprio il suo racconto. Perché ciò che Armando racconta durante una sua masterclass lo rende felice per il semplice fatto di rivivere i luoghi che ha visitato e divulgarli. Questi sono i due quarti mancanti.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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