Giovanni Aiello. I chakra, vortici di amore
Avete mai sentito parlare dei Chakra?
Capisco che le culture lontane dalla nostra possano suscitare scetticismo e incredulità ma spesso tutto ciò è dovuto ad ignoranza intesa come mancanza di conoscenza.
Nella cultura indiana e già dal 500 a.c. i chakra vengono identificati come centri energetici e di consapevolezza presenti all’interno del corpo umano. Sono veri e propri vortici energetici tanto che la parola chakra vuol dire proprio ruota o vortice.
L’energia che può scaturire o meno da questi vortici influenza parti sostanziali del nostro corpo tanto che sbloccare i chakra vuol dire lasciar fluire l’energia stessa attivando i processi legati all’anima e allo spirito. I grandi Maestri indiani contano centinaia di chakra nel nostro corpo ma i principali sono sette.
- Primo chakra, Muladhara
- Secondo chakra Svadhisthana
- Terzo chakra Manipura
- Quarto chakra Anahata
- Quinto chakra Vishuddha
- Sesto chakra Ajna
- Settimo chakra Sahasrara
Muladhara è il colore rosso ed è alla base della colonna vertebrale. Rappresenta forza e passione cosi che quando è sbloccato ci si sente indipendenti e forti.
Svadhisthana è l’arancione posizionato nell’ombelico. È la felicita corporale e sensuale. Le emozioni insomma. Sbloccarlo vuol dire vivacità, positività, soddisfazione.
Manipura, il giallo. Nella parte alta dell’addome è il vero accumulatore di energia tanto che sbloccarlo fa sentire più energici, produttivi, concentrati.
Anahata è il verde che rappresenta il ckakra del cuore. Posizionato poco al di sopra di questo, è l’amore universale.
Vishudda nel suo azzurro è il chakra della comunicazione ed espressività. È alla base della gola e indica come il silenzio rappresenti la nascita della comunicazione autentica.
Ajna, il blu, la consapevolezza superiore. Tra le sopracciglia è il terzo occhio che da la concentrazione spirituale.
Sahasrara, il viola. Dalla sommità della testa è la completezza, la perfezione. La coscienza cosmica che scaturisce dal suo sbloccarsi porta alla pace interiore e alla chiara prospettiva sul mondo.
Si, va bene, ma con il vino cosa diavolo c’entra tutto ciò?
Partiamo dall’inizio.
Giovanni Aiello è un ragazzone simpatico. Alto, scuro di carnagione. Una bella barba folta e
degli occhiali neri che sembrano usciti direttamente da uno di quei film americani anni 70. Mi viene incontro con una andatura stanca. Stanca di uno che ha appena finito una lunga degustazione con dei clienti americani. Ci sta.
Siamo in Puglia nella Valle d’Itria, a Putignano (BA). A pochi km ci sono le grotte di Castellana (meritano una visita assolutamente). Il terreno dunque è di tipo carsico. Definirlo terreno è però un eufemismo. Sembra di stare sulla crosta di una forma di groviera. Solo che non è morbido ma duro come la roccia. Carsica appunto e con tante cavità.
La Valle d’Itria nei tempi andati era una distesa infinita di vigneti. Nei tempi andati appunto. Tanta produzione, vini esclusivamente da taglio, uva destinata alla tavola. Solo oggi i giovani rimasti, o tornati, stanno cercando di rivalorizzare questa parte di Puglia che forse è più vera di altre. È quella dove i trulli sono ancora costruzioni adibite a stalla e gli olivi secolari sembrano giganti solitari a difesa delle dolci colline (o cavità segrete). Il mare lo si vede sempre all’orizzonte e i venti carichi di sale, spesso, lo ricordano.
La cantina all’esterno, sembra il set di un film ambientato, ovviamente, in Puglia: una masseria squadrata, le balle di fieno utilizzate come sedute posizionate intorno ad un grande olivo, i tavoli all’ombra.
Due meravigliosi cani, dei Bovari docili in maniera inversamente proporzionale alle dimensioni, accolgono me e mio figlio prima di Giovanni.
All’ingresso la masseria accoglie i visitatori con la visione dei grandi tini di acciaio che arrivano fino alla grande porta sul retro. Aperta cosi da far corrente e meno male visto il caldo.
Ci sono delle teche con le bottiglie che destano subito l’attenzione per via delle etichette molto particolari. Ognuna di esse si caratterizza per una nuvola di schizzi colorati posizionati in maniera randomica. Ogni bottiglia un colore. Avevo letto dei chakra….
Alle pareti una infinità di diplomi e riconoscimenti. Tutti parlano di Giovanni Aiello. Un modo per far capire quanta fatica si è fatta. Già mi piace.
Poi ci sono quadri e oggetti di altri tempi: da un grammofono ad una pompa a mano. Meravigliosi.
Giovanni, cosi come le persone dello staff, indossano una polo nera con sopra il cuore un riquadro con gli stessi schizzi colorati delle etichette dei vini. Rossi stavolta. Giovanni Aiello, enologo per amore è il claim ricamato.
I miei sensi di ragno mi dicono che siamo in presenza di qualcosa di inusuale qui. Come se si fosse studiato prima, costruito poi, qualcosa di estremamente particolare.
Ma la domanda che occorre sempre farsi in questo caso è: che male c’è?
In fondo, della storia di chi fa vino da generazioni, di chi il vino lo faceva da piccolo, di chi è ritornato alla campagna, di chi ha mollato il lavoro ecc ecc ecc, ne è pieno il web (prima si sarebbe detto le pagine ma oggi non si stampa più..). Se invece qualcuno ci ha messo testa prima, cuore dopo (o viceversa) per creare qualcosa utile a sviluppare una azienda e con questa il territorio, dobbiamo solo levarci il cappello!
La struttura dicevamo. Una stupenda vecchia masseria dei primi del 1800 appartenuta alla famiglia Laterza. Si quelli della casa editrice che erano proprio di queste zone. Prima adibita a cantina poi trasformata nel 1958 in un ristorante prima e ristorante discoteca dopo.
La voglia di fare vino di Giovanni nasce in un garage, oltre 10 anni fa. Una voglia nata da un senso dì incompiutezza. Strano a dirlo ma quando la tua famiglia produce e vende uva da tavola, puoi certamente vivere bene e fartela andare bene ma magari ti può venire in testa che con l’uva ci puoi fare altro. Tipo il vino. Ecco l’incompiutezza. Completare il ciclo dell’uva realizzando il vino.
La voglia di colmare questo senso non può che condurlo a studiare enologia prima e a fare esperienze all’estero dopo.
Per quanto nella famiglia le terre ci sono, non ce ne sono però da dedicare al vino togliendole al reddito dell’uva da tavola.
L’Australia, la California. Diventano le terre d’apporto di Giovanni che, quando inizia, non è che si mette immediatamente a fare l’enologo.
Forse impari più non facendo. Dipende se uno vuole imparare cioè nel senso se tu c’hai fame. Un pezzo di pane soddisfa assolutamente anzi ti fai il fisico. Non avevo mai visto una cantina, non parlavo inglese. Era già dura con l’inglese. Mi sono fatto 20 giorni alla cisterne. Inizi a capire come attaccare i tubi. Ma sono quelle banalità che se non le vedi non impari. A scuola fai tanta chimica, biochimica, microbiologia, un insieme di scienze tutte messe insieme ma se poi non sai attaccare il tubo alla cisterna, hai voglia tu a fare il vino.
Perché a guardare la cantina sembra tutto bello, pulito, le bottiglie esposte, i quadri, ma solo parlando con Giovanni si capisce come dietro ci sia tanto sudore, tanta fatica. Sacrifici. Ecco devi equipaggiarti di tanta umiltà e fare sacrifici. Vallo a raccontare agli smidollati di adesso….
La voglia, la necessità di fare esperienze continua e Giovanni tramite il suo professore di Udine trova una cantina. In Cile. Il destino però ci mette sempre uno zampino nelle storie ed è così che il papà viene colto da un infarto importante. Dove diavolo vai quando hai un padre in fin di vita? Da nessuna parte ovviamente. Tocca rimanere a casa. C’è la famiglia e c’è l’azienda.
Da lì ho scelto di rimanere qui e partire con il mio progetto. Mi mancava una parte nel senso che ho fatto otto anni tra le esperienze sul campo, in vigna non ci sono problemi. Idem per la parte enologica. Manca però saperlo vendere il vino. Così decido di fare un master in marketing e comunicazione.
L’umiltà da un lato, la capacità di avere il quadro di insieme dall’altra. Giovanni è splendidamente solido, pragmatico, concreto. Non è tipo che sa di poter fare le cose bene viste le sperimentazioni e le microvinificazioni che nel tempo ha operato dunque, lanciarsi e amen. Ritornare è si qualcosa di impagabile sempre stato nella sua mente. Ma non basta.
Quando stai tanto lontano da casa, per quanto il mondo può essere bellissimo, ti rendi conto che non è casa tua il mondo. E poi penso che oggettivamente posso abitare in un posto veramente bello.
Tutto meraviglioso ma da persona umile quale è capisce anche se si producono vini eccellenti poi, comunque, li devi vendere. C’è bisogno di capire come.
In molti sottovalutano un aspetto come la vendita che è in realtà il più complesso della catena del valore del vino. La concorrenza, in un settore dove la qualità è mediamente alta e il numero di aziende sul mercato infinita, è immensa.
Uno dei docenti era all’epoca era il direttore di Feudi San Gregorio, Francesco Domini. Vuoi fare delle esperienze? Fai il commerciale, sul marciapiede. Così mi sono fatto un paio d’anni sul marciapiede. È stata una grande scuola.
Il progetto di Giovanni ovviamente procede in parallelo con la prima vigna in affitto e la cantina nel garage di casa. Il principio è quello dell’autofinanziamento. Nessuna voglia di chiedere aiuti, nessuna voglia di prendere scorciatoie. Il vino che ne deve derivare deve essere diretta espressione del pensiero e del cuore di Giovanni.
Il primo vino è un rosato cosa che non è strana a pensarci bene e non lo è quando occorre uscire subito sul mercato e la vigna che presa in affitto è di Primitivo. Fare il rosso non è cosa poiché andrebbe aspettato. Il bianco non c’è. Dunque? Rosato.
Poi arriva la prima vigna acquistata e le altre in affitto. Tanto qui i contadini smettono di coltivarle quando non ci sono più figli che rimangono.
È così, con tanti tanti sacrifici, si arriva a 10 anni di azienda, 10 ettari di vigne con piante anche di 110 anni e circa 55.000 bottiglie. E la cantina, quella dei Laterza che la adibirono anche a ristorante.
Il ristorante, cioè un dining nel 58 nel mezzo di una Puglia post guerra, dove la gente viaggiava con valigie di cartoni. Un super ristorante folle e fortunato.
Una fortuna dovuta all’apertura delle grotte di Castellana e al pubblico non certo popolare che si appresta a visitarle. Il ristorante decolla anche grazie ad uno chef importante dell’epoca, Angelo Consoli. La struttura diventa davvero “in” e rimane aperta fino al 2014. Viene poi affittata ad una associazione culturale che in realtà organizza dei rave party. Nel 2020, quando il COVID (benedetto fu il COVID!) rende impossibili queste pratiche, Giovanni si fa avanti per rilevarla.
Se le grandi sale al pian terreno forniscono la visione di una incantevole masseria, il piano interrato esprime l’essenza del territorio carsico poiché completamente scavato nella roccia. La barricaia con le grandi botti adibite a contenere tavoli per cene intime, la grande sala della discoteca sono tutte scavate, a picconate, nella roccia. Affascinante è dir poco.
In un lungo corridoio sono allineate le barrique necessarie per affinare il Primitivo.
Solitamente, qui c’è un tavolo che occupa tutto il corridoio. Qui applichiamo le etichette che sono tutte dipinte a mano una per una. Ogni bottiglia è unica. Per amore.
Ogni etichetta è diversa dall’altra poiché ottenuta tramite una punzonatura manuale e con colori diversi in funzione del tipo di vino. In questo semplice (ma complicato) gesto c’è tutta la grandezza di Giovanni. Dietro un gesto, una idea, un pensiero di azienda, di vita, di sviluppo e valorizzazione del territorio. Qualcosa di completo che si evolve anno dopo anno. Sempre con una solida idea alle spalle.
Ecco che i Chakra diventano modo per identificare un vino, la sua storia, la voglia, l’umiltà, la fatica, il sudore, i sacrifici, il territorio.
Le etichette delle bottiglie sono colore vino. Schizzi colorati, unici e identificativi del tipo di vino. Solo che se non lo si conosce, occorre prendere in mano la bottiglia e voltarla. Marketing. Di quelli intelligenti. Di quelli che vogliono superare i classici stereotipi delle banali e già viste etichette.
Il Chakra potrebbe essere un modo per identificare ciò che quel vino rappresenta oppure semplicemente ciò che vorrebbe rappresentare o ciò che rappresenta per chi la stappa. Una scelta personale. L’importante è che rappresenti il territorio e sia buona. Buona da vendere e da finire.
Ci si può girare intorno quanto ognuno crede ma per il vino, alla fine, conta solo un giudizio: buono/non buono.
Possiamo raccontare il territorio. Possiamo raccontare le storie di vita dai tempi che furono. Poi però, a tavola, quando stappiamo una bottiglia, se è buona si finisce.
Spesso mi trovo ad aprire bottiglie con mia moglie. Bottiglie eccellenti da un punto di vista tecnico e con una storia alle spalle pazzesca. Quando lei mi dice: non mi piace, tutto finisce. Non c’è più la magia. Non c’è storia che tenga.
Allora Giovanni, in questo mondo perverso, ha creato una modalità per portare le persone qui a Putignano, nel bel mezzo della Valle d’Itria, in un posto stupendo. Vengono, si accomodano nella grotta piuttosto che sulle balle di fieno sotto il grande olivo, bevono il vino, lo accompagnano con semplici piatti della tradizione pugliese e se ne vanno via con cartoni di vino acquistati allo shop.
Fanno veramente bene a portarsi via il vino. È quello che penso dopo aver degustato i vini insieme a Giovanni.
Ci accomodiamo attorno ad un tavolino posizionato sotto un grande olivo. Niente di più semplice. Niente di più bello e suggestivo. Fa caldo ma c’è una brezza leggera che rende piacevole il contesto.
Questo è il primo Chakra. Blu. Una bollicina che non è una bollicina.
È una bollicina da Verdeca, Marchione e Maruggio. Tre vitigni tipici del territorio. Come tutti gli altri di Giovanni.
Giovanni stappa la bottiglia che ha ancora il tappo a corona. È infatti un metodo classico rifermentato. Strano solo a dirsi. Semplice come i vini di una volta quando si mettevano in bottiglia le basi senza alcun tipo di sboccatura. Certo, il liqueur de tirage deve esserci altrimenti niente presa di spuma. Ne risulta un vino che fa della torbidezza il suo biglietto da visita. Ma è bello e vivo. La Verdeca spicca così come la mineralità del territorio. In bocca è pastoso, vivo, con il perlage fine e quasi masticabile. Si presta davvero bene.
Ora, perché Giovanni abbia voluto assegnare il chakra blu a questo vino non lo so e francamente non glielo ho chiesto perché abbiamo parlato, piacevolmente, di tante altre cose. Che possa dare la consapevolezza e concentrazione superiore, ho qualche dubbio. Avrei scelto Vishudda, l’azzurro perché questa bollicina non richiede un commento ma il silenzio di contemplazione. Non ha bisogno infatti di interpretazioni tecniche e di paragoni con metodi classici super raffinati e dal perlage cremoso. Questo è un vino semplice, immediato, fresco, sapido. Giusto. La stappi e la finisci.
La prima bottiglia è la dimostrazione di quanto Giovanni sia in primis bravo a fare il vino poi a creare qualcosa di vendibile. Avrebbe potuto fare un metodo classico. Sarebbe stato fantastico. Ma poi? Si sarebbe dovuto paragonare con una infinita di bollicine e con la necessità di attenderlo tanto tanto tempo. Invece ha creato qualcosa di complicato a trovarsi. Certo, complicato anche a spiegarlo.
Mi ricorda la Fiat Multipla. Si, lo so, paragone forte ma vi spiego.
Lavoravo in Fiat all’epoca e la Multipla oggettivamente era brutta. Ma brutta forte. Non come la Duna ma insomma… Aveva però una particolarità unica: se una persona saliva a bordo e la guidava, se ne innamorava follemente: tutto a portata di mano, visibilità pazzesca, sei posti comodi, un motore scattante. Non si poteva spiegare perché l’occhio è la prima cosa che funziona nel bello (e l’automobile deve essere bella). Dovevi solo far salire il cliente a bordo.
Il Chakra Verde è il bianco da Verdeca.
Il Verdeca può essere assimilato a Anahata, l’amore universale? Ho ancora qualche dubbio ma sicuramente è il vino del cuore di Giovanni. Lui è schietto e diretto, semplice ed essenziale. Lo scopo è quello di conquistare non le persone ma il loro palato e questo Verdeca lo fa proprio con la sua semplice essenzialità che trova nella eccellente sapidità il vero punto di forza. Non serve lasciare il naso nel calice perché ciò che si trova è qualche scorza di agrume e qualche fiore: fine, elegante ma certamente non complesso. Poi in bocca è fresco, sapido, verticale.
Anche questo si finisce.
Chakra Essenza è il giallo, sempre da Verdeca. Un vino che fermenta con lieviti indigeni e per una sua parte fa una macerazione sulle bucce.
Manipura, energia, produttività, concentrazione. Si, ci sta tutto. È la Verdeca che si amplia, diventa più cicciotto ma senza esagerare. Si arrotonda mantenendo la verticalità della Verdeca.
Il Chakra Rosato è il rosato da Primitivo
Svadhisthana? Si, si decisamente si. È un vino emozionale e berlo crea veramente vivace soddisfazione. Ci sono si le fragoline di bosco ma anche qui è la mineralità che gioca un ruolo fondamentale donando a questo rosato una leggerezza e una verticalità che fa finire la bottiglia.
Chakra Rosso è il Primitivo ottenuto con la vinificazione anche dei raspi per donare un minimo di vegetalità ed eleganza in più ad un vitigno che altrimenti si taglierebbe con il coltello. Il passaggio in botte è con legni quasi esausti per non prendere nulla di più di quello che la terra e il sole della Puglia possono dare.
Ne deriva un vino incredibilmente centrato che è fine ed elegante (cosa che per un Primitivo è tanta roba), che non si perde nei sentori, che fa dell’ampiezza centrifuga il suo punto di forza. Ampiezza centrifuga? Mi è venuto in mente cosi perché è un vino che ti gira in bocca per via di una importante complessità per poi scendere verticalmente. Non è infatti melassoso, non è denso, non è pastoso. Tutte caratteristiche queste che rendono i “normali” Primitivi pugliesi incredibili ma imbevibili. Con certi vini il naso rimarrebbe nel bicchiere e la bocca, una volta preso il primo sorso, rimane così ingessata che assimilarne un secondo diventa complicazione.
Chakra Rosso invece è elegante per via di quel tocco vegetale, per la quasi trasparenza, per la finezza che emana da ogni goccia.
Infine il Chakra Selezione Oro, la Riserva del Chakra Rosso. Ne avevamo già assaggiato dal tino la preview tra poco in commercio e già forniva ottime sensazioni. Questa, sempre da Primitivo e con un maggiore affinamento, dimostra ancora una volta come Giovanni ci sappia fare. L’ispirazione è verso l’eleganza e lo sdoganamento degli stereotipi legati ai vini pugliesi. Per quanto complesso, per quanto maggiormente rotondo, per quanto più alcolico (altrimenti come si fa a capire che siamo in Puglia?) rimane estremamente elegante. Non è una bottiglia che ti finisci (in due almeno), ma una volta che ti sei finito tutte le altre, non ti pare un pò troppo?
Ecco, tutto questo è Giovanni Aiello, enologo per amore. Incontrandolo ho scoperto che l’amore a cui fa riferimento è qualcosa di più rotondo. Include quello per la sua famiglia, peri i due bellissimi cani, per il vino, per la sua azienda, per i dipendenti che deve tutelare eliminando tutti i rischi legati alla produzione, quello per la propria terra. Allora, i Chakra non sono altro che pezzi vorticosi di questo amore. Elementi energetici in grado di far muovere tutta l’azienda. Con amore.
Ps visto che Giovanni non si ferma, ha già realizzato delle nuove linee in tiratura limitata che non sono altro che le sue sperimentazioni. Perché va bene tutto, va bene l’azienda, va bene il dover puntare al territorio ecc ecc ma sempre un appassionato del suo lavoro è!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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