Edi Keber. Il Rinascimento del Collio
Melting Pot è una espressione inglese nata per identificare una multietnia all’interno di una cultura e di una società, spesso etnie radicate da decenni o secoli.
É un’espressione che ben rappresenta il territorio del Collio, terra di confine da sempre, era la frontiera per l’Impero Romano contro i Barbari, di Venezia contro l’Impero Austro Ungarico, la porta tra l’Est e l’Ovest, una linea di guerre, divisioni, annessioni.
Qui i cognomi hanno origini eterogenee, così come la cultura che famiglie e comunità hanno portato, austriaca, serba, croata, slovena, italiana, fusa in un unica convivenza, un autentico blend!
Territorio ambito tanto dall’Impero Austro-Ungarico quanto dalla Serenissima, il Collio è da sempre vocato alla coltivazione agricola, frutta e viti soprattutto. Fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, i vitigni presenti sono in larga parte autoctoni: Malvasia Istriana, Ribolla Gialla e Ribolla Nera, Tocai Friulano e Verduzzo. In quegli anni prende forma l’organizzazione del territorio viticolo: nel 1964 nasce il Consorzio del Collio e, pochi anni dopo, nel 1968, viene istituita la DOC Collio con un disciplinare che prevedeva esclusivamente l’uso dei vitigni autoctoni per il blend principe, il Collio Bianco, composto da Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla.
A partire dagli anni Settanta però inizia a crescere la richiesta per le varietà bordolesi rosse ma soprattutto bianche, presenti in questo territorio già dalla meta del 1800, il Sauvignon Blanc, il Pinot Bianco, lo Chardonnay, il Pinot Grigio, in particolare nella sua versione ramata, raggiungono vertici qualitativi assoluti, diventando modelli di riferimento, tanto che negli anni 90 del novecento si modifica il disciplinare per riconoscere ed accogliere questi vitigni, ormai parte integrante dell’enologia del territorio, nella composizione del blend Collio Bianco.
Questo porta ad un aumento della produzione di bottiglie, è vero, ma al tempo stesso si corre il rischio di perdere un’identità radicata da secoli. Dopotutto, Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla non hanno nulla da invidiare a nessun altro vitigno, specialmente se nascono su un terreno stratificato da marna, arenaria ed argilla che è una macchina naturale perfetta per la vite, la Ponca, un distillatore di acqua senza pari.
E’ un pensiero che inizia a farsi strada tra i viticoltori, è l’inizio di una piccola rivoluzione, si capisce quanto sia importante e determinante produrre un vino che identifica il territorio con le varietà storiche.
Uno dei principali artefici di questo Rinascimento, e determinante in questo contesto, è senz’altro Edi Keber, appartenente ad una famiglia di origine austriaca radicata nel Collio da piu di 300 anni.
E’ il 1994 quando Edi compie una scelta radicale, quella di espiantare tutti i vitigni internazionali per continuare a produrre solo due bianchi: il Tocai friulano e il Collio Bianco da uve autoctone, il suo è un gesto che straripa di poesia, una vera dichiarazione d’amore in un momento in cui il mercato chiede altro, per lui Il modello da seguire non sono gli altri, ma il lavoro dei padri e dei nonni.
In questa scelta c’è il senso più profondo del Rinascimento del Collio, c’è la voglia, il credo, la passione, l’umanità e la libertà di un uomo che vede nelle origini la massima forma di avanguardia.
Sublima poi questo suo percorso nel 2008 quando decide di produrre un solo vino, il Collio Bianco da uve autoctone.
Dopo qualche anno, nel 2012, terminati gli studi e le esperienze all’estero in Australia e Georgia, il figlio Kristian entra definitivamente in azienda, lo abbiamo incontrato in cantina in una giornata che ricordiamo tra le più significative ed emotive.
Kristian è una persona solare, positiva, determinata e sognatrice, le mie domande servono a poco, inizia raccontandoci un po’ la storia del Collio e della sua famiglia, da sempre viticoltori e agricoltori, certo, non come li conosciamo oggi, ci ricorda come dopo le due guerre, che qui in molti considerano come un unica grande guerra, l’ambizione più grande dei nonni era prima di tutto sollevare dalla miseria la propria famiglia, il vino, l’uva, gli animali, l’orto, servivano a garantire questo obbiettivo con una concretezza quotidiana, prima ancora che per un sogno.
La produzione di vino diventa la prima attività di famiglia con il padre, Edi, che abbiamo avuto il piacere di incontrare, stesse caratteristiche di Kristian, solare, positivo, determinato e sognatore, che riesce ad affermarsi come uno dei più grandi bianchisti italiani.
La giornata è bella, fresca e piena di sole, Kristian ci guida in una passeggiata in vigna.
Qui a Zegla, Collio italiano, possiede circa 10 ettari vitati, più altri ettari con boschi ed alberi da frutta, ci spiega che tutte le lavorazioni sono eseguite in ottica biologica e biodinamica, certificata Bio e certificata Demeter, ente nato dai seguaci di Rudolf Steiner teorizzatore dell’agricoltura biodinamica.
Nei primi 15 anni di vita del vigneto utilizza il sovescio per arricchire ed equilibrare i terreni, dopodiché una volta riequilibrati lascia alla natura il compito di nutrirli al meglio, per esempio evitando di tagliare le erbe spontanee, facendo pascolare tra i filari gli animali che possiede, questo per muovere in modo non invasivo il terreno e per una concimazione naturale, aiutandosi anche con le tecniche della biodinamica, il corno letame, il corno silicio, etc.
Kristian è appassionante, ti coinvolge e conquista in un attimo. Conosce le sue viti una ad una: dalla dimensione del tralcio riesce a intuire cosa si nasconde sotto terra, argilla, marna o roccia.
Da questa conoscenza nasce la sua scelta, nei nuovi vigneti acquisiti, di coltivarli pianta per pianta, selezionando per ciascuna la varietà che meglio si adatta al terreno.
Io la chiamo intuizione, ma per lui è semplicemente il ritorno all’esperienza dei nonni e dei bisnonni, che già seguivano lo stesso principio.
Parliamo anche di permacultura… una parola che, in realtà, non descrive nulla di più di ciò che si faceva abitualmente in campagna, lo ricordo anch’io con i miei nonni: ciò che raccogli dai campi o dagli orti alla fine torna nei campi e negli orti, in un ciclo naturale, semplice e completo.
Prima di entrare nella sala degustazione visitiamo la cantina in ogni sua parte, dalle vasche di cemento, ad un emozionante archivio storico, si vede anche uno spaccato di Ponca, volutamente lasciata a vista per capire meglio di cosa si sta parlando.
Tra taglieri di salame, formaggio ed un prosciutto crudo strepitoso, dolcissimo con una vena appena affumicata iniziamo la degustazione, in sala siamo in tanti una ventina e si crea anche un piacevole dialogo.
I vini assaggiati sono tutti Collio Bianco da Uve Autoctone, dicitura aggiuntiva importante e molto sentita da Kristian, promotore con altre cantine di questa etichettatura per differenziarsi dal Collio Bianco prodotto anche con uve internazionali, ammesse dal disciplinare.
La prima annata è la 2023, Friulano 70% Ribolla 15% e Malvasia 15%, vinificate separatamente, elevazione in cemento un anno e poi sei mesi in acciaio, senza filtrazione per tutti i vini.
E’ l’annata corrente, belli e chiari i descrittori di fiori e frutta, mughetto, sambuco e camomilla, la mela e la pera in evidenza, note di pepe bianco e maggiorana, una presenza di pietra focaia e mandorla nel finale, un finale persistente ma non lunghissimo.
L’equilibrio e l’eleganza in bocca sono notevoli, caratteristica dei suoi vini. Dopo la passeggiata nei filari sembra di sentire tutti i profumi dei fiori.
La 2022, stesso uvaggio, si dichiara subito più intensa, sia nel colore che nei sentori, la frutta è matura, melone, ed i fiori sono gialli, più pungenti le spezie, l’agrume lo riconosco nel cedro, e la pietra focaia è ben evidente, il sorso qui lo ritrovo molto lungo.
Bellissima beva! E’ un vino che conquista facilmente, a tavola si presta a molti abbinamenti sia di terra che di mare. Pur essendo un vino verticale lascia la bocca piena di ricordi “succosi”, i bicchieri qui si rincorrono…..
Si passa poi alla 2019, si evidenzia per il cambio del colore, qui siamo sull’oro, si sente la frutta cotta e l’ananas maturo, la magnolia ed il gelsomino, la struttura è maggiore con spezie come il pepe rosa, acidulo e che sa di limone, presente anche la noce moscata, l’acidità mineralità e sapidità tutte in equilibrio, in bocca è setoso, intenso e caldo, la persistenza è ottima, non finisce, lo sto degustandolo accompagnato dal prosciutto crudo ed è fantastico.
L’annata 2017 mi ricorda molto la 2022, piu calda ed evoluta, va beh con 5 anni in più ci sta, mi colpisce come la freschezza non sia mai in discussione, l’acidità si ammorbidisce ma il sorso rimane teso e sempre molto piacevole, non cala mai nulla e la persistenza al contrario aumenta, sono vini che si completano con il tempo, come l’ultimo che assaggiamo della cantina di Edi, l’annata 2007. Qui c’è anche un piccola percentuale di Sauvignon.
C’è una leggera ossidazione ma che assolutamente non disturba, tutt’altro, si sente una pasticceria secca, frutta secca, vino con una dimensione corposa nel bicchiere e che si muove lento, acidità e sapidità sono bilanciate da un residuo zuccherino ancora presente, questo chiama pietanze di struttura, formaggi molto stagionati, erborinati, pietanze succulente, pesce alla brace, perfetto anche come vino da meditazione.
La degustazione si chiude con il Brda 2022, un vino che merita una introduzione.
Siamo nel 2012 e Kristian riceve in eredità dal nonno materno, vignaiolo anch’esso, quasi due ettari di viti a Medana, nella vicinissima Slovenia, in linea d’aria 300 metri in macchina forse due o tre kilometri, decide di continuare qui la raccolta e la vinificazione ma con un grande sogno sempre in testa, e se una persona è solare, positiva, determinata e sognatrice…… poi dico tutto.
Beh, il Brda 2022 possiede sempre lo stesso uvaggio ma con percentuali che sono 50% Ribolla, 40% Tocai friulano, 10% malvasia.
Ha una macerazione di due settimane con il raspo che conferisce tannino e polifenoli che” allungano” la vita e la persistenza al vino, poi si eleva per due anni in botti grandi.
Non subisce filtrazioni, il colore è un bel ambra, fiori di acacia, ginestra, scorza di arancia, miele, lime e cedro, mineralità calcarea, ha un tannino appunto derivante dal raspo ma ben mitigato dall’acidità e dalla salinità che prospettano una lunga lunga vita, in bocca è tagliente, e la persistenza è molto lunga. Importante per sentirlo al meglio la temperatura di servizio, piu simile ad un rosso che ad un bianco a mio avviso.
Ok, adesso Kristian ha un jolly pazzesco, il suo sogno è stato inaugurato quest’estate.
Trifolium, il nome è un omaggio ad uno dei pionieri dell’agricoltura biodinamica, Alex Podolonsky che durante una sua visita invita Kristian a preservare il trifoglio bianco presente nelle sue vigne.
Ci siamo spostati in macchina nel Collio sloveno, a Medana, per visitare questa meraviglia, la nuova cantina che ben sintetizza in modo formale il pensiero, la filologia e le sue ambizioni.
Progettata insieme allo studio austriaco lendarchitektur,, si sviluppa tutta nell’ipogeo della proprietà, una scala in ferro corten e cemento armato ci accompagna nel cuore della struttura, a forma di trifoglio con una cupola centrale, dal sapore francescano, la luce arriva tramite dei tunnel di luce alle pareti ed un opaion all’apice della cupola, aperto, come nel Pantheon assume il significato simbolico di collegamento tra terra e cielo, oltre che raccogliere le acque piovane e trasferirle in un pozzo sotterraneo.
Non esiste un impianto elettrico se non tre pannelli fotovoltaici, il mosto e l’uva si spostano per gravità, la temperatura è costante tutto l’anno.
Il grigio monocromo del cemento, la luce fioca, la ponca che affiora invitano al silenzio, gli unici rumori sono i passi, i gesti di chi lavora, lo scorrere del tempo è misurato con la lucentezza o il pallore della luce.
Come ogni cantina che si rispetti avrebbe anche una sala degustazioni, beh…..degustazione ok, ma la parola sala è un po’ ingannevole in verità, si tratta di due tavoli di arenaria pura, due blocchi ciclopici completamente en plein air, adiacenti alla cantina, sotto una pergola con una vista sui vigneti e su un cervo luccicante di acciaio, simbolo iconografico dell’agricoltura biodinamica. Bellissimo!
Quella che doveva essere una degustazione ed incontro conoscitivo in realtà sono state cinque ore trascorse parlando e soprattutto ascoltando.
Ci rimane il ricordo di una giornata di aneddoti, ricca di poesia, spesso struggente come raramente capita.
Ho definito il gesto di Edi Keber quando ha espiantato i vitigni internazionali per proseguire solo con un bianco, straripante di poesia, sono sicuro di usare le stesse parole per descrivere anche ciò che sta facendo Kristian.
Mi piace chiudere con due cose, una è la sua frase riportata sul retro della bottiglia del Collio Bianco da Uve Autoctone:
Nel vicino passato il mio bisnonno coltivava promiscuamente numerose varietà di uve, ma anche frutta, ortaggi e animali, tutto in armonia. A questo modello di biodiversità cercherò di ritornare. Può essere chiamata “permacultura” o nei casi migliori, “agricoltura del non fare”, ma io la chiamo Futuro.
La seconda è una frase estratta da una poesia di Wang Chi poeta cinese del VII secolo, ben si adatta a questa giornata:
Dimmi un poco, che può desiderare un uomo più che sedersene solo, sorseggiando il suo vino?
Vorrei mi venisse gente a discuter di filosofia.
Transiterei allora, adagio, cent’anni felici
E non avrei bisogno alla fine d’un Paradiso
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come @atti_a_divenire