Fabio Ferracane. Ah l’amore l’amore
lo voglio ancora il cuore
non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto
Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì
Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore.
L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia.
L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate.
Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita.
Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo.
Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi.
In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo.
Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita.
La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala.
Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio.
Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina.
Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana.

Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte.
C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite.
Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose?
C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero.
Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda.
Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre.

Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood.
Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa?
Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna.
Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000.

Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello.
Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce.
Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti.
In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino.
Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva, semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito.
Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia. Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata.
Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura.
Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla.
Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto!
Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più.
Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa.
In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare.
Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia.
Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna.
Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare.
Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala.
C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi.
Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc.
Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più.
Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti.
Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato.
Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo.
Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti.
Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto.
Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo.
Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta.
Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace.
Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa. Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato.
Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno.
In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti.
Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita.
In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale.
Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole.
Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si.
La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra.
Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni.
Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo?
Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente.
Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire.
L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette.
Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi.
Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore
L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969