Uva Fiera. La spensieratezza è servita
Spensieratezza. Libero e fiducioso abbandono al ritmo vario d’impulsi e di sensazioni che offre la vita.
Ritmo di impulsi. Sensazioni. Questa è la vita. Va presa per quello che accade provando a far accadere qualcos’altro. Ma senza dannarsi se non accade. Provare a pensare quanto intorno a noi sia meraviglioso e unico. Basta saperlo apprezzare. Non è che ci debba piacere tutto e nemmeno accettare che sia qualcun altro a dirci cosa è bello. Giudichiamo noi. Senza pregiudizi, orpelli, ermellini addosso. Viva la vita!
È questa la sensazione che ho avuto a Uva Fiera, l’evento organizzato da Pasquale Livieri e Pecora Nera Editore andato in scena lo scorso 30 novembre e primo dicembre al Monk di Roma.
Già la location avrà determinato una discreta selezione all’ingresso di chi gira con la puzza sotto al naso. Saranno stati i solidi tromboni del vino che se un evento non si svolge in un classico hotel o location di spessore nemmeno si appalesano. Meglio così.
Io ho trovato il Monk meravigliosamente meraviglioso. Inserito in un contesto urbano eccentrico e interessantissimo come il quartiere di Casal Bertone a Roma: vero spazio culturale dove la sostanza conta più della forma.
Dentro la grande sala completamente nera illuminata da faretti in genere usati durante i concerti, ho trovato proprio tanta concretezza insieme a tanta ma tanta allegria e voglia non di un particolare genere di vino ma di vita. Ecco, si, vita. Quella che scorre nei giovani che di vita da vivere ne hanno senz’altro più dei vecchi tromboni. Dunque vini non con connotazioni particolari ma semplicemente realizzati con coscienza.
Al bando termini astrusi come naturale, biologico, biodinamico ecc ecc. Evviva la spensieratezza di chi produce vino con un occhio sempre attento alla natura, al proprio essere e, soprattutto, alla salute di chi lo consuma. Certo, il vino non è più, come si diceva prima, un alimento e va dunque bevuto con moderazione, ma meglio bere un vino fatto con rettitudine piuttosto che con l’aiuto di qualcos’altro.
Quando qualcosa mi affascina, sembro un bambino in un parco giochi ma qui era come stare in una discoteca anni 90 con tanta gente da conoscere ballando al ritmo di musica intramontabile.
Scusandomi con coloro che non sono riuscito ad entrare in contatto, vorrei qui pubblicare l’elenco di chi ho avuto il piacere, la fortuna e l’onore di conoscere prima, degustare poi. Perché vedete, la differenza rispetto a tanti altri eventi dove al banco di degustazione si trovano spesso dei sommelier, è che qui ci ho trovato i produttori. Ragazzi e più o meno ragazzi che amano il proprio lavoro e soprattutto amano parlarne. Questo mi accomuna straordinariamente a loro!

Root Winery. Maxim e Elena. Me li sono trovati li quando avevo appena pubblicato un articolo su di loro e sulla loro incredibile storia di convinto esodo da Mosca a Maiolati Spontini (Ancona). Avevo assaggiato le bolle di Anti Celebration, mai i loro Verdicchio. Che dire? Semplici, puliti, minerali, identitari. C’è anche il Metodo Classico da Verdicchio appena sboccato: intenso ma lo lascerei ancora a riposo. Comunque sia, meno male averli in Italia!

Cantina 837. A Forni di Sotto (UD) trovano spazio e meritatamente vitigni PIWI come il Solaris dal quale prende vita Vicus, un bianco snellissimo nonostante il passaggio di sei mesi in barrique. Sempre da Solaris ma di Roberto Baldovin con sette mesi di barrique c’è PriMo. Le differenze? Poche ma sensibilmente visibili. Incredibili per la loro ampiezza, carattere e capacità di avvolgere. Sempre di Baldovin, ArtEmis, un blend delle sue uve PIWI per un vino quasi sperimentale ma che si manifesta magnificamente per un olfatto complesso e un sorso quasi salmastro. Incredibile

Corte Zecchina. A Pieve di Sacco, proprio a ridosso della laguna veneta per coltivare vitigni PIWI come Soreli e Merlot Kanthus dai quale nasce Orfeo, un rosato tutto da bere senza chiedersi il perché visto che è così buono da finire la bottiglia. Poi il rosso Madama1 che non fa sconti a nessuno lasciando il segno. Da bere mangiando un cicchetto nei vicoli di Venezia. E non solo. Grande!

Cantonieri Tenuta della Dainara. Sul versante nord dell’Etna, li dove il freddo è più intenso, i vitigni veri del Vulcano, Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio danno vita a due vini (bianco e rosso ovviamente) che meritano solo di essere vissuti. C’è anche un Orange che proviene da un mix di uve siciliane (Carricante e Catarratto) e continentali aromatiche. Belle le contaminazioni e come la Sicilia ne è la dimostrazione, anche questo vino può far parlare di se.

Legàmiwine. Campania, Sannio beneventano. Una realtà quasi volutamente indecifrabile. Piccolissima produzione e che vini (e che nomi)! Bohemian Grapesody è il mix di Malvasia e Falanghina con passaggio in barrique e acciaio. Meglio non berlo se non si vuol finire la bottiglia. Stand by Me, Lambrusco Maestri, Merlot e qualcos’altro: se avevate una idea del Lambrusco, buttatela via. Burning Love, Aglianico 100% con 12 mesi di barrique: il territorio si sente e tutto; l’Aglianico pure. Poesia, ma di quelle forti, in bottiglia.

Federico Mencaroni. Il maniaco del vino. Un artista puro. Uno a cui non gliene frega niente di niente se non di fare le cose per bene. Non so come tenga i calzini a casa ma i suoi vini sono precisi, curati, pazzeschi. Il Pas Dose da Verdicchio invecchiato 10 anni (se non è folle uno così) è una lama che entra nel burro (io sono il burro) e ci sta pure bene. Isola è il Verdicchio nudo e crudo: cosa gli si può dire se non berlo? Urbano infine è il blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon dal passaggio in barrique di un anno: intenso e vero proprio come le Marche (e Federico).

Piubello Andrea. Val d’Illasi in Valpolicella per rendere giovanile, fresco e dinamico un territorio alle volte troppo avviluppato su se stesso. Già un metodo classico sarebbe una novità e il Cuveé n.7 da Garganega e Trebbiano dice tutto sulla voglia di sperimentare: fresco come un giovincello e con tanta voglia di poter far meglio tenendolo sui lieviti ancora un pò (osare!!). Il Valpolicella DOC ottenuto dalle classiche uve Corvina, Corvinone, Rondinella è fresco e incredibilmente bevibile. Ma ciò che è ancora più meraviglioso e convincente è di come lo sia anche l’Amarone! Bravo Andrea.

L’Armagia. Ecco, qui c’è da aprire una parentesi su Ignazio perché quando lo si conosce si inizia a ridere, non perché si è brilli, ma grazie ad un modo tutto suo di non prendersi mai sul serio. Eppure i suoi vini sono seri e parecchio. Da Canelli a Roma lui mentre io farei volentieri il percorso inverso per andare a trovarlo. LorenzoMariaSole è l’AltaLanga metodo classico. Solo che, tanto per distinguersi, è pas dosè e si sente tutto. Anche nella sua unicità. Come Uva Tantum che non c’è nemmeno sul suo sito. Ma tanto non lo fa sempre dunque per provarlo e godere come ho fatto io ci vorrà tempo. I due rossi Nizza DOCG, Titon e Vignali sono così incredibili che pur fatti allo stesso modo solo perché provenienti da vigne diverse, sono profondamente diversi. Infine la chicca, il Moscato d’Asti Canelli: è un 2017 ovvero uno schiaffo a chi dice che il Moscato va bevuto giovane. È si dolce ma non stucchevole e meravigliosamente armonico. Prendiamolo sul serio!

Donna Vittori. Non ho incontrato Maria, la titolare, ma la mamma e mai incontro poteva essere più incredibile. Sia per la persona sia per i vini in salsa Cesanese (in fondo siamo a Paliano, vicino Frosinone). Lettera, Cesanese del Piglio DOCG a fermentazione spontanea con la necessaria permanenza in barrique rimane comunque fresco e bevibile (tanto bevibile). Lettera in Anfora, come il precedente ma senza legno e con l’anfora (altrimenti da che deriverebbe il nome?) è strutturalmente simile acquisendo una eleganza incredibile. Love is a choice è un blend dei vitigni della vigna: che importa cosa sono se il vino viene bene? Infine Clea, il rosso da Sangiovese. Frutta e freschezza, poi il resto non conta (ma se contasse andrebbe di gran lunga bene). Le etichette? Opere d’arte! PS non assaggiate il Vermouth perché poi diventa droga. Peccato sia finito!!!

Lorieri Podere Scurtarola. Conosco i loro vini. Conosco Michelangelo. Conosco quel folle di Pierpaolo Lorieri. Conosco il Vernero da Vermentino Nero. Avevo assaggiato la 2017 che era francamente un pò giovane. Qui ho assaggiato la 2012 in versione Magnum e quella giovinezza, certamente arrotondata dagli anni, ha reso il Vernero un capolavoro assoluto. Un vino che se lo trovi in un ristorante stellato sa il fatto suo ma io lo berrei sempre tra amici visto che le cose buone si aprono con chi amiamo. Ora però, visto che il mio giudizio su Scurtarola era già eccellente, dopo questo assaggio sono in difficoltà poiché non saprei come posizionarlo ulteriormente verso l’alto. Visionario.

Mandirola 1913. Quando si dice Timorasso ai giorni d’oggi in tanti dicono di averlo scoperto e conosciuto. Sì riempiono la bocca di tante frasi ad effetto. Enrico però è figlio di chi il Timorasso lo coltivava ancor prima che molti di noi nascessero. Era il vino di chi non sapeva rinunciare ai gusti autentici e si trovava solo in damigiana. Non è una riscoperta ma solo una continuazione in varie forme. Il Mon Cavarrè, metodo classico con 24 mesi di affinamento dice che il Timorasso è duttile. Piccolo Derthona ne dimostra la semplice potenza verticale. Il Timorasso Derthona offre ai curiosi l’armoniosa potenza. Il Tantéi infine illustra come il legno possa servire a nobilitare, senza stravolgere, un incredibile vitigno quando affidato solo mani sapienti che l’abbiano già trattato. Incredibile.

Agostinetto. In Maremma ci si può aspettare due rossi: Morellino di Scansano e Ciliegiolo. Perché andare a cercare cose strane quando già questi bastano e avanzano? Non sono rimasto deluso. Anzi, entusiasta di entrambe. Veri, intensi, ricchi, croccanti. Con La Madonnina (Cabernet Sauvignon e Sangiovese riposto almeno 8 mesi di botte) si riceve quella sorta di ruvida carezza che da un Morellino ci si aspetta e si vuole. Anzi, un bel pò di più. Il Ciliegiolo? Ho apprezzato nel Pozze Rosse il solo cemento che lo ha reso indiscutibilmente identitario e incredibilmente croccante. Anche perché la ciliegia moscia non paga. Avanti tutta!

Monte Solaio è sempre in Maremma, a Campiglia Marittima. Due i vini. Il Sacrestano è un nomen omen visto che il Cabernet Franc lo rende vegetalmente austero. Ma evviva il Franc che almeno è più insolito rispetto al Sauvignon ormai troppo inflazionato. Poi il Sassinoro che è uno di quei vini ricchi e corposi dei quali magari saranno inflazionati ma se ne trovi uno come questo, non ne puoi più fare a meno. Perché non è che dobbiamo sempre essere rustici e alla mano: ogni tanto è bene pure darsi un tono. Bravi.

Ritter de Zahony. In Friuli, ad Acquilea. Guido è nobile e lo dimostra con tutto il suo savoir faire ma soprattutto con i suoi vini mai banali e con sempre qualcosa che ti fa dire: però però. Il Prosecco Brut è il primo che non vorresti bere perché Prosecco ma quando lo assaggi il “però però” arriva spontaneo. Mavì è il rosato da Rebo, vitigno Trentino nato dall’incrocio tra Merlot e Teroldego, così insolito che il però però c’è per default. Edda Cristina è la Palava. So che non è un vitigno noto arrivando direttamente da oltre confine e più precisamente dalla Moravia, pure lui incrocio, stavolta tra Gewürztraminer e Müller Thurgau, ma qui siamo proprio al confine. Meno male che è arrivato perché quel suo incredibile bilanciamento e il sapiente mix di lime ed albicocca mi hanno fatto esclamare qualcosa di più colorito che un però però. Theodor, Pinot Nero. Tutti fanno il Pinot Nero ma questo è quel però però che non ti aspetti. Proprio perché lo fanno tutti e questo ha qualcosa di diverso. Hektor, il Cabernet nonché Elvine, Chardonnay seguono la stessa linea di Theodor dove tutti lo fanno ma poi assaggi questi e dici: però però.
Ecco, alla fine me ne sono andato dal Monk con la voglia del prossimo Uva Fiera. Tanta allegria, tante facce sorridenti, tanti giovani e, soprattutto, tanto interesse.
Viva la spensieratezza.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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