Castello di Stefanago. Il tempo della pienezza
28 Feb 2026
Il viaggio di Orfeo

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezza

 

Ogni cosa ha il suo tempo.

Recita così un famoso detto popolare, suonando come un perentorio invito ad assaporare il piacere della lentezza, del giusto tempo, un invito a spendersi prendendosi cura dell’attesa, senza fretta e gustandosi gli attimi.

Si impara.

Si impara a porre attenzione ai dettagli delle cose, si impara ad essere intuitivi e curiosi, si impara che il tempo non sottrae ma restituisce.

E’ proprio così! Ricordo quando studiavo musica, chitarra classica, come affrontavo lo studio di un nuovo brano per un concorso o per cambiare repertorio concertistico, o semplicemente per puro piacere.

Una quindicina di pagine, poco più di dieci, dodici minuti di musica moltiplicavano i giorni, le settimane e i mesi prima di uscire dalle mie dita lasciandomi la sensazione di “ecco, è il tempo giusto”.

Le prime settimane per leggere e risolvere le difficolta tecniche del brano, almeno un altro paio per impararlo a memoria annotando dinamiche, punteggiature musicali, fraseggi e poi sul più bello…dimenticarselo, chiuderlo in un cassetto e non pensarci più per mesi. Tanti.

E’ in questo “dimenticarselo” che ho imparato che il tempo non sottrae ma restituisce, lo scorrere dei giorni piano piano, lentamente, altro non è che un processo mentale inconscio che genera idee, che suggerisce soluzioni, che matura, o per restare in tema vinicolo, affina ciò che veramente è importante in quindici pagine di note: la musica. Un sentimento.

E la magia si ripeteva ogni volta! Dopo l’abbandono le pagine ritrovate suonavano fluide, legate, discorsive, senza gravità, ovvie.

La lentezza è una forma di perfezione.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaLo sanno bene anche al Castello di Stefanago, cantina biodinamica dell’Oltrepo Pavese, che con i suoi metodi ancestrali supera tranquillamente i cento mesi di affinamento, e come scrivono sul loro sito

A Stefanago non seguiamo ricette fisse: ascoltiamo ogni annata. Il nostro metodo si basa sulla comprensione dei ritmi della natura e sul lasciare che ogni vendemmia si esprima pienamente. Il fattore tempo è fondamentale, soprattutto nella raccolta manuale delle uve. Ogni anno definiamo un piano dedicato per valorizzare al massimo ciò che la natura offre. Questa collaborazione con la natura, fondata su osservazione e tempismo, dà origine a vini che cambiano in modo sottile di anno in anno. Proprio questa variabilità è l’essenza della nostra vinificazione.

Qui sono di casa l’Orangiosauro, l’Amico Frizz, Sbarbatello, Pincopallo, Ivan Drago, e tanti altri, volevamo incontrarli e ci siamo andati, ed è stato un Elogio della lentezza.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaGià, potrebbe essere questa la sintesi di una giornata trascorsa in compagnia di amici, Ilaria ed Alberto, in un Castello in cima ad una collina, con il cellulare che prende poco, immersi nel silenzio con solo il suono delle nostre parole e dei nostri passi, e certamente anche il rumore di tante bottiglie stappate!

Ogni tanto è bellissimo perdersi così nel tempo, crearsi due parentesi ed abitarci a più non posso godendo di ogni secondo con pienezza.

Diciamo che la prima parentesi si apre ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, nel Comune di Borgo Priolo dove una minuscola stradina panoramica, attraversando prati e boschi ci guida verso il Castello di Stefanago, boschi a destra, boschi a sinistra. Una volta arrivati se non fosse per il cancello elettrico verrebbe da pensare che siamo nel 1400, quasi 1500.

Varcato il cancello si entra in un incantesimo, lo stesso che vuole la costruzione di questa fortezza in soli tre giorni, e dopo una breve salita si rivela in tutta la sua bellezza e magnificenza che ha saputo attraversare più di mille anni senza sforzi apparenti.

Nei secoli è passato di mano in mano dalle famiglie più nobili del tempo, gli Sforza, i Dal Verme, i Malaspina, e dal 1800 appartiene alla famiglia dei Conti Baruffaldi.

Vanta un territorio di circa 130 ettari tra boschi, laghetti, campi, coltivazioni di cereali che utilizzano poi per la propria birra artigianale, da qualche hanno creato anche un birrificio lo Stuvenagh, e naturalmente viti, circa 20 ettari.

Ci viene incontro Giacomo fiero custode del Castello, che con il fratello Antonio, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, guida l’azienda da decenni.

Partiamo subito con la visita alla Torre, nucleo originale del Castello risalente al XI secolo, le facciate sono esattamente posizionate sui punti cardinali, quasi tutto è rimasto come in origine.

In cima alla Torre si gode di un panorama straordinario, ovattato dal silenzio e dalla leggera bruma di stagione, a sud una distesa infinita di boschi e colline ci portano al Monte Lesima innevato, diviso tra Lombardia e Liguria, ad ovest il Piemonte sembra ad un passo con il Castello di Pozzol Groppo in cima ad una collina, le Alpi sono protagoniste di una quinta scenografica da brivido, fino a vedere Milano a Nord, mentre ad Est, valle dopo valle, scorgiamo la Val Tidone, territorio del Piacentino.

Da questa postazione privilegiata Giacomo ci guida in un tour a distanza tra le vigne della cantina, sottolineando l’aspetto e la vocazione contadina che da sempre appartiene alla loro famiglia.

Giacomo sostiene che “il vino è il mezzo per raccontare la storia di un territorio”, e allora si abbraccia una coabitazione con la natura, la raccolta dell’uva è tutta manuale, le erbe di campo incolte sono di casa tra i filari e sono alleate preziose per ciò che possono apportare al nutrimento delle viti, un sovescio spontaneo e sempre variabile che rende superflua qualsiasi forma di concimazione chimica, si impara e si insegna ad osservare, attendere ed intervenire solo in soccorso.

E’ un racconto che continua nella loro cantina, essenziale, senza fronzoli, utilizzano solo lieviti indigeni e botti di medie e grandi dimensioni per l’elevazione, acacia per i bianchi e rovere per i rossi.

Il vino è il mezzo per raccontare anche un’altra storia. La loro storia.

Entriamo quindi nella sala degustazione, il clima è decisamente familiare e caldo, si sta molto bene.

Tutta la famiglia è coinvolta in questo progetto agricolo, attorno ad un tavolo si ride e si chiacchiera, pensando con quale vino iniziare la degustazione assaggiamo salumi e formaggi locali, e cosa vuoi dire….., e la loro splendida giardiniera, tutta dal loro orto.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaIl primo vino che assaggiamo è un Metodo Ancestrale Blanc de Noir Pinot Nero di 24 mesi, doverosa è una premessa: tutti i loro spumanti sono vinificati con il Metodo Ancestrale.

Questa tecnica permette la spumantizzazione di uve raccolte al pieno della loro maturazione fenolica, uve che hanno raggiunto la totale maturità zuccherina ed aromatica, ciò consente di utilizzare lo zucchero presente nell’uva sia per la prima che per la  seconda fermentazione arricchendo di struttura ed aromi lo spumante finale.

Pertanto non si produce un vino base, come nel Metodo Classico o nel Metodo Martinotti, ma un mosto che ha parzialmente svolto la prima fermentazione interrotta dal naturale abbassamento delle temperature all’avvicinarsi dell’inverno, fino a lasciare il residuo zuccherino necessario per la ripresa della fermentazione in primavera con l’innalzarsi delle temperature.

Beh, tornando alla degustazione….

Il 24 mesi si palesa con un bel colore giallo oro, quasi ramato, si gusta a pieno la frutta matura, e qualche nota esotica di ananas sempre bel maturo, si riconosce la fragranza dell’erba ed un piacevole agrume finale che riconosco nel bergamotto, il sorso è morbido e con una acidità che non sovrasta mai i primi sentori di frutta e fiori, è il primo di una lunga serie di Metodi Ancestrali, ci da il benvenuto in famiglia.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaContinuando sempre con le bollicine, con un vino frizzante, arriviamo all’ Amico Frizz (non mi rompere le bolle), 2024.

Questo vino fa parte di una linea pensata per essere agile e beverina, fresca e dinamica.

Vini che non vogliono essere per forza i protagonisti della serata ma che accompagnano e sottolineano il piacere della convivialità, una bella serata tra amici.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaE’ un Riesling, il primo di un trittico, rifermentato in bottiglia che si esprime più sui fiori che sui frutti, secondo me, mughetto e biancospino, fiori di campo e camomilla, poi una bella mela croccante e qualche erba aromatica leggera leggera, porta allegria, e con il tagliere che stiamo degustando si rivela a pieno come “accompagnatore” di tavolate.

Sempre Riesling e sempre stessa linea è Pinco Pallo 2023, qui sentiamo un po’ l’idrocarburo tipico del vitigno e andiamo su note più…..tendenti al dolce come pasticceria, miele, mango, qualcosa di mentolato, ed una leggera ossidazione, molto piacevole.

La particolarità di questo vino è la gradazione alcolica piuttosto bassa 10,5 gradi alcol. E come dice Giacomo….

Se ne bevi una bottiglia, domani non devi preoccuparti di cancellare i messaggi.

La saggezza del contadino!

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaIl terzo Riesling, San Rocco 2016, è decisamente più complesso e completo, pensato per esserlo.

Questo si che in una tavolata diventa il protagonista.

L’idrocarburo si trasforma in un profumo, l’aroma rimbalza tra frutta a polpa gialla e pepe rosa, tra balsamico ed erbe officinali, tanta frutta secca nocciola e cera d’api, è un vino molto coerente tra naso e bocca, quasi dieci anni ed un potenziale di invecchiamento ancora notevole. Il sorso è lungo ed estremamente interessante, si scopre bevendolo.

E’ una giornata particolarmente piacevole, una degustazione fatta in compagnia di amici ha un altro valore, l’empatia poi con Giacomo ed Antonio aggiunge quel tocco di “sentirsi a casa” che non è sempre scontato ed ogni nuovo assaggio è uno spunto per discutere del vino ed iniziare, o continuare, discorsi su discorsi, e così assaggiando un Pinot Nero, quantomeno atipico, ci si ritrova a parlare di Nouvelle Vague e di Werner Herzog, di Maurizio Cattelan e di Bruno Munari, del valore economico e del valore poetico delle cose.

Beh, il Pinot Nero in questione è Sbarbatello (una vite da monello) 2024, con una piccola percentuale di uva che viene sottoposta a macerazione semicarbonica,  l’estrazione del carattere fruttato si fa sentire eccome, risulta un vino croccante e vivace, è il vino preferito di Giacomo in estate, freddo. In effetti anche noi lo abbiamo assaggiato se non freddo, almeno fresco, e si dimostra efficace, scattante, con una piacevolissima acidità che cerca di rubare la scena ai frutti rossi, non perde nemmeno per un attimo la consueta eleganza del vitigno. Da bere quando ti chiama il commercialista, o piove e tu dimentichi l’ombrello, o perdi il treno, insomma…..torni a casa e lo Sbarbatello ti riporta a sorridere.

Stefano, il figlio di Antonio, entra all’improvviso a gamba tesa sugli equilibri della degustazione con un Metodo Ancestrale 100 mesi, Pinot Nero con un 10% di Chardonnay riserva.

E’ una vertigine di profumi, complesso, subito si manifesta la nota ossidativa che in questo caso regala quel tocco in più che sposa e fa da sfondo a tutti gli altri aromi, la noce, il tiglio, la pasticceria secca, il timo, le note di miele d’acacia, il pino mugo, la nota fumè della pietra focaia, fiori secchi, la bollicine è cremosa e molto fine.

L’abbinamento con il cibo? Si, ma non necessariamente. Sorso dopo sorso è un piacere scoprirlo in solitaria.

Come spesso sottolinea Giacomo i loro vini sono espressioni “fuori dal coro” canonico del vitigno, sono reinterpretazioni variabili di anno in anno a seconda di ciò che la vigna offre.

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezzaL’Orangiosauro (mi stai sulle bucce) interpreta molto bene questo stare “fuori dal coro”, è uno Chardonnay macerato, con piccola percentuale di Cortese.

Chardonnay macerato……già! E quelle note di banana, vaniglia, burro, mandorla….No! Apriamo altre porte, perlopiù nuove, almeno per me.

Già il colore vira sull’aranciato e gli aromi subito evidenti sono quelli agrumati, di pompelmo rosa in primis, di crosta di pane, di frutta si ma piuttosto acida e un minerale calcareo, lascia una scia di freschezza sapida, secca e tanto persistente, eredità dell’uva Cortese.

Chiudo con il vino che oggi, più di tutti, ha saputo bussare alla porta del mio cuore sussurrandogli  “….I was made for lovin’ you baby, you were made for lovin’ me”.

Metodo Ancestrale 60 mesi Rosè, Pinot Nero.

Bellissimo colore buccia di cipolla dorata, lamponi, frutti di bosco, penso anche ad uno yogurt alla fragola, profumo di rosa canina, una punta di ossidazione….sexy, al posto giusto, tenui note di spezie dolci e anche di melograno, con una mandorla dolce finale.

Il perlage è ricco e fine, è un vino molto persistente, elegante ma con tanta grinta, bello teso. L’equilibrio secondo me è stato proprio centrato.

E’ stata una ricca degustazione, con tanti assaggi sia di cibo che di vini, tanti aneddoti, tante storie, tanto tempo dedicato con pienezza.

La seconda parentesi si chiude ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, sulla via del ritorno.

Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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