La Calabria. Scopritela, ne vale la pena
Quando ho il piacere di scrivere della Calabria, mi emoziono. E al contempo mi arrabbio.
L’emozione nasce dai luoghi che la Calabria riesce ad offrire, come quegli sconfinati paesaggi che sembrano muoversi, attraverso monti incontaminati, da un mare all’altro, dall’alba dello Ionio al tramonto del tirreno, dalla neve della Sila al sole dei mari, dai boschi del Pollino alle pianure di Sibari, dai venti freddi che arrivano dal nord e quelli caldi dall’Africa.
Una moltitudine di aspetti territoriali che rendono questa regione unica non solo in Italia ma in Europa e nel mondo.
Se c’è poi una regione d’Italia, dove la viticoltura potrebbe essere florida ritornando al vero senso di Enotria così da consentire uno sviluppo pazzesco dei territori, questa è proprio la Calabria.
Dall’area di Crotone, l’antica Kroton scelta dai Greci come colonia e oggi prima DOCG calabra con Cirò, alla piana di Sibari, a Castrovillari, al Pollino, al Cosentino, al Vibonese, a Lamezia, al Reggino e non so a quanti altri territori, la Calabria offre altitudini variabili, venti, scambi termici, suoli che mutano dalla sabbia al calcare attraverso centinaia di sfaccettature diverse. Insomma in grado di offrire alla vite un ecosistema pazzesco così da realizzare, potenzialmente, vini unici ed eccellenti. Con vitigni poi assolutamente identitari sia per i bianchi (Mantonico, Pecorello, Greco, Greco di Bianco, Zibibbo) sia per i rossi (Gaglioppo, Gaglioppo Dolce) . Senza dimenticare i rosati e gli incredibili passiti (con i metodi classici che iniziano, in parte timidamente, a far sentire la loro voce).
Mi arrabbio perché la Calabria non riesce ad emergere nonostante i tanti produttori giovani e meno giovani che provano con tutte le proprie forze a far venir fuori la Calabria da quella sorta di palude ancestrale nella quale nessuno se non l’uomo l’ha condotta. Non è solo la ‘ndrangheta, occorre chiamare le cose con il proprio nome, la responsabile di tutto ciò. Alcuni miei amici calabri sostengono che il male della Calabria sono i calabresi, persone spesso troppo orientate ad una sorta di autarchia che nessuno gli ha chiesto.
Il calabrese è contento quando i propri prodotti rimangono nella propria regione. Come se volessero rimanga tutto in famiglia. È contento quando su una spiaggia con vista tramonto alle otto di sera il bar chiude perché è meglio andare a casa che servire i clienti (è successo veramente). Quante volte avete visto le fantastiche cipolle di Tropea fuori dalla Calabria? E quanti vini calabresi avete trovato nella carta dei ristoranti? Eppure tutte le persone calabresi che conosco sono splendide e capacissime, orgogliose delle proprie origini e pronte a confrontarsi con tutti. Pur sapendo che hanno bisogno di una maggior visibilità.
La Calabria è molto di più e può dare molto di più.
È così che l’evento sui vini della Calabria al quale ho avuto l’onore di essere invitato ha dimostrato, a chi aveva gli occhi per vedere, orecchie per sentire, naso per annusare e bocca per degustare, come i vini calabresi siano prodotti di assoluta eccellenza e non solo nel panorama italiano. Vini che non hanno nulla, ma davvero nulla da invidiare a nessun altra regione. Con così incredibili prodotti, occorrono investimenti in comunicazione e promozione del territorio perché non sia solo ad appannaggio dei calabresi o dei turisti nel periodo estivo (ai quali poi viene tendenzialmente servito vino calabrese di bassissimo profilo).
I miei assaggi
Proprio al centro della Calabria, poco distante da Castrovillari c’è Cantine Viola. Il Biancomargherita, blend di Guarnaccia Bianca e Mantonico, è una sorta di ricettacolo di iodio dei due mari che sembrano incontrarsi proprio a metà strada. Un naso che si arricchisce, senza interferenze, grazie ad un pò di legno di una piccola parte della massa. L’equilibrio ma soprattutto la sapidità, quasi salmastra, fanno di questo vino una vera chicca.
Poco distante, a Morano Calabro e sempre nel Parco del Pollino, c’è Casa Vinicola Gialdino con il Mantonico Dominì: delicato, sensuale, asciutto, armonioso. Una chicca che occorrerebbe scoprire con più calma.
Più sotto e sempre al centro, c’è Corso (CS) dove ha sede Terre di Balbia. Il Fervore è Magliocco Dolce è un vino che mi ha davvero emozionato. Tutto è caldo e avvolgente, vellutato e fresco. Mai banale, mai scontato. Un vino che ha aspettato a lungo in legno e in vetro per restituire qualcosa di unico che solo la cura maniacale e un vitigno interessantissimo come il Magliocco Dolce può dare. Incredibile!
A Bisignano, sempre tra i due mari e sempre con il Magliocco Dolce, le Cantine Chimento producono Venticinque Marzo un vino che senza assolutamente legno ha delle note di pepe e pellame che si uniscono ai frutti neri in grado di esaltare. Il sorso è freschissimo e sapido. Che meraviglia!
Scendendo lungo lo Ionio, non si può non arrivare a Cirò Marina che con i suoi suoli argillosi che degradano verso la sabbia del mare offre terreno ideale per i famosi rossi calabresi. Tenuta Iuzzolini produce il Maradea Riserva, 100% Gaglioppo che matura 12 mesi in barrique di castagno calabrese (finalmente qualcosa di non importato!) per offrire un velluto rosso rubino che potrei anche bermi senza alcun abbinamento. Spaziale!
Rimaniamo a Cirò Marina con Cantina Campana per il suo Casamatta Saracena. Un Superiore da Gaglioppo con affinamento di 12 mesi in barrique che ho trovato meravigliosamente giovane e pimpante, fresco e deciso. Intensamente voluttuoso.
Francesco Malena e il suo Cutura del Marchese, 100% Gaglioppo dimostra come si possano realizzare vini complessi e strutturati che non hanno nulla da invidiare a nessun altro vino. Longevo e intenso, profumato di tabacco e cioccolata per regalare una avvolgenza incredibile. Effetto wow.
Leggermente sopra Cirò, Santavenere produce il suo Gaglioppo senza neanche fargli vedere il legno. E fanno bene perché realizzano un vino rosso strutturato, fresco, sapido, avvolgente il giusto, non stucchevole. Insomma, si apre la bottiglia e si finisce anche con un petto di pollo.
0727 sono due anni di nascita di due persone chiave dell’azienda Brigante per il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva. La liquirizia che in questi luoghi è di casa, si rispecchia intensamente nel calice sia al naso sia in bocca. Per fortuna che l’uso del legno è stato blando altrimenti il capolavoro non sarebbe perfetto. O forse proprio per questa accortezza lo è.
A Cirò non poteva mancare il rosato di Gaglioppo. Senatore Vini produce il Puntaluce che è quel rosato non banale, non scontato, deciso, determinato. Insomma vero e non edulcorato che ti fanno fare pace con i rosati!
Sotto Cirò, a Strongoli c’è Cantine Russo e Longo che con Ois usano un vitigno poco noto ma decisamente interessante come il Pecorello per un vino, con fermentazione ed affinamento in legno, riesce a mantenere un rapporto pazzesco con il territorio attraverso la sua fresca sapidità e i sentori mediterranei. Appassionante.
Nel punto più stretto della Calabria compreso tra i due mari c’è Cantine Lento che produce il Lamezia Rosso Riserva 2017, blend di Magliocco, Greco Nero e Nerello con affinamento di 18 mesi in botte grande. Se tra due mari distanti meno di 30 km si può produrre un vino così intenso e strutturato ma anche piacevolmente equilibrato allora della Calabria non ci si deve stupire. Applausi!
Lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto è la scoperta di quanto la Costa degli Dei e Giovanni siano emblema della rinascita della Calabria. Uno Zibibbo che canta silenziosamente di sole e agrumi, di mandorle e miele. Un silenzio che nel calice sembra esser dolce per poi sorprenderti con un gusto secco e sapido che riempie verticalmente la bocca. Appaga. Appaga senza stancare.

Ruggia di Cantina Masicei è un ulteriore esempio di rinascita del territorio vibonese e dello Zibibbo. Un vino che fa della discrezione il suo punto di forza. Sapidità e freschezza quasi inaspettata arrivano senza chiedere permesso.
Della stessa cantina anche Dorè, un ardito metodo classico Pas Dosè sempre da uve Zibibbo che il naso percepisce ancorché non in maniera possente. Semmai delicatamente, senza prepotenza. In bocca ha un perlage fine e una persistenza che si fa sentire. Uno Zibibbo che, sembra strano, sgrassa!
Casa Comerci è a Nicotera, sempre sul Tirreno. Rèfulu è il Greco Bianco, la semplicità che non ti aspetti possa poi stupire per le note di freschezza floreale e un gusto che sembra potersi abbinare con tutto. Specialmente con il tramonto del Tirreno.
Ad Isola di Capo Rizzuto, proprio difronte lo stupendo parco marino, c’è Massimo Marrelli che con il suo metodo classico brut 2017 da uve Greco Bianco e Mantonico fa ricordare quanto siano morbide e delicate le estati su questo mare. Sentori di miele e zagare, piccola pasticceria e tanti fiori per poi approdare in bocca e perdersi nella finezza di un perlage che arriva sapidamente a far godere i sensi.
In un’altro meraviglioso luogo di mare, Simeri, c’è Dell’Area con il Vanitas blend di Mantonico con altri vitigni locali. Si concede il lusso di un pò di barrique che non lo stravolgono anzi, lo arricchiscono senza toglierli la caratteristica principale di balsamicità. Interessantissimo.
Centocamere è il metodo classico da Mantonico di Barone Macrì. Coltivato sulla parte dell’Aspromonte che vede lo Ionio, sa tutto di fiori e agrumi come a ricercare un collegamento con la Sicilia. In fondo siamo sulla punta dello stivale, lato ionico. Pulisce e si fa bere.

Poco più sotto, a Bianco, c’è Antonella Lombardo che produce Particella Cinquantotto, 100% Greco Bianco. Un vino essenziale nel senso che se non lo si beve, si perde qualcosa dalla vita. Floreale e sapido, rotondo e saporito. Merita e tanto ma tanto.
Sempre di Antonella, Autoritratto è il Mantonico che trasforma i sentori floreali del precedente in frutta tropicale ed agrumi mantenendo i fiori bianchi. Divino. In tutti i sensi.
La Calabria è unica anche per vini dolci, vere chicche decisamente interessanti.

Il Mantonico Passito di Azienda Agricola Lucà nella Locride, per il suo affinamento in botti di castagno ha una intensità che si sposa meravigliosamente con i formaggi. Da non smettere di berlo. Un pò come il Greco di Bianco sempre di Lucà. Questo mi ha impressionato di più anche se di entrambe ho ormai un ricordo indelebile.
A Saracena, sopra Cosenza, Feudo dei Sanseverino ha creato il Mastro Terenzi Passito da uve Malvasia, Guarnaccia, Odoraca e Moscato. I classici fichi secchi si uniscono alla frutta esotica. Meraviglia pura.
Il Greco di Bianco di Maria Maisano è semplicemente speziato al punto giusto da offrire delle sensazioni di puro godimento. La frutta candita che permea naso e bocca aumenta le sensazioni di piacere.
Le Cantine Viola avevano già stupito con il Biancomargherita e continuano a stupire per il Passito Luigi Viola Saracena con uve Guarnaccia bianca, Malvasia, Moscatello di Saracena e Duraca di Saracena. Un procedimento tutto da leggere (a parte) e zero legno per una scoperta che ha bisogno di tanto tempo per essere dimenticato. Ma poi ci si riesce davvero? Naaaa
A Casignana, quasi sulla punta del tacco d’Italia, Ceratti Vini produce il Greco di Bianco passito. Dico solo che varrebbe il viaggio fino li per bersi questo nettare. Magari passando dall’alba dello Ionio al tramonto del Tirreno. Tanto distano poco.
A Bianco, Cantine Ferdinando Ielasi produce il suo Greco di Bianco Passito che non è possibile non provare almeno una volta nella vita!!!
Insomma, alla fine di questa degustazione io sono sempre più contento di scrivere della Calabria e sempre più arrabbiato che non se ne parli maggiormente.
Anche perché, tutti i vini che ho provato sono stati semplicemente fantastici e spero con questo articolo di renderli un pò più noti.
Ultima nota è il loro prezzo. Direi eccessivamente basso. Troppo per prodotti di questo calibro. Dunque, è meglio farne scorta subito. Sono destinati, spero, a salire.
La qualità si deve pagare!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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