Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è
03 Apr 2026
BlendNews

Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c’è

 

Può il vino essere qualcos’altro? Qualcosa che rappresenta la memoria di un luogo migliore. Di una vita migliore?

Roma, tardo pomeriggio. Dietro Campo de’ Fiori, a due passi da Palazzo Farnese, l’Angolo Divino di Massimo Crippa si riempie di una luce particolare. È la luce che hanno certi luoghi quando sanno (e i luoghi lo sentono) di attendere qualcosa di particolare. Sulle mensole, le solite ottocento etichette sembrano presidiare silenziose la sala come sentinelle. Su un tavolo, qualcosa di insolito per un wine bar romano: un libro e una bottiglia di vino dalmatico. Un vino certamente non comune. Non fosse altro perché arriva da una cooperativa rinata sulle pietre calcaree di Primošten.

La serata si chiama Rotta Adriatica. Dialoghi tra vino, poesia e memoria. Un titolo che già dice tutto quello che serve sapere.

Silvio Ziliotto è traduttore, interprete, docente di lingua e letteratura delle terre post-jugoslave. Ha dedicato una vita a quell’area geografica e umana che l’Europa preferisce dimenticare. O ricordare solo con il pudore impacciato di chi sa di avere le mani sporche.

 

Il suo libro, Daytonska Stanica. Viaggio nella pace che non c’è, edito da Infinito Edizioni nel 2025, parte da una stazione, Dayton, Ohio, nel novembre 1995, per arrivare fino a noi. Un attraversamento di trent’anni di pace fredda, di divisioni etniche cristallizzate in carta bollata, di un continente che ha preferito congelare il problema piuttosto che risolverlo.

Un percorso per ricordare quello che non vuole essere più ricordato, rimosso dalla nostra memoria collettiva che ha cancellato una delle pagine più ambigue e oscure della storia europea. La guerra cominciò nel 1992 con l’aggressione alla Bosnia Erzegovina e si concluse, o meglio, si sospese, nel novembre del 1995 con quegli accordi firmati in una base aeronautica americana nel cuore dell’Ohio. Dall’inferno di un conflitto sanguinoso al purgatorio di una pace fredda, vuota e paralizzante, lontana da ogni prospettiva di autentico progresso civile, sociale ed economico. Non sono parole mie. Così l’hanno definita gli studiosi e così la racconta Ziliotto. Con la precisione affilata di chi conosce una terra non dai libri ma dalla vita vissuta in parallelo tra Italia e Balcani.

Accanto a lui, sul palco improvvisato tra le bottiglie, S.E. l’Ambasciatore Igor Žontar di Bosnia Erzegovina, S.E. Iva Pavić in rappresentanza della Croazia nonché Dario Quarta di Tv2000. A moderare Ilenia Petracalvina dell’Associazione Giornaliste Italiane. Una conversazione che si muove tra diplomazia, memoria e quella zona grigia in cui la pace esiste sulla carta ma non ancora nella testa e nel cuore delle persone.

Ho pensato, mentre li ascoltavo, a come certi conflitti europei abbiano la strana proprietà di diventare invisibili. La Bosnia è geograficamente vicina come un’isola del Tirreno. Eppure, sembra lontana come un altro continente. Le difficoltà per i giovani bosniaci permangono. Il sistema istituzionale ereditato non basta più. O forse non è mai bastato davvero. Finché lo stato delle cose rimarrà tale, non resta che unire ciò che altri hanno diviso. Il che mi ricorda quella bellissima e ormai desueta frase che si diceva ai matrimoni: non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito.

Rotta adriatica. Il vino racconta la pace che non c'è

È un problema europeo, non solo balcanico. Così che ogni volta che in Europa si discute di allargamento verso Est o verso Sud, quella faglia riapre. Forse sono troppi i morti. Troppo il sangue versato perché il breve tempo trascorso possa esser bastato.

Il vino scelto per la serata è stato Massimo Crippa a selezionarlo. la scelta racconta di per sé una storia. Massimo è la terza generazione di osti della famiglia Crippa. Dal 1946 in questo angolo di Roma. Quando sceglie un vino lo fa come si sceglie un interlocutore per una conversazione importante: deve avere qualcosa da dire. Come un enotecaro di un tempo.

Andreis 2021 — Vinas Mora, Primošten, Dalmazia 75% Babić, 25% Plavac Mali

Il nome viene da un castello del Cinquecento, il Forte Andreis, che proteggeva la regione dall’invasione ottomana. C’è già nella storia del nome tutto quello che serve: la memoria, la resistenza, la sopravvivenza di un territorio attraverso secoli di pressioni esterne. Il Babić è un vitigno autoctono della Dalmazia settentrionale, tradizionalmente presente nei vigneti di Šibenik e Primošten, dove è coltivato da duemila anni, come testimoniano i testamenti dei tempi antichi. Un vitigno che non conosce grandi platee e non ha il carisma da palcoscenico del Nebbiolo o del Sangiovese, ma che ha in se qualcosa di prezioso: conserva bene la sua acidità così che i vini siano più vivaci rispetto al Plavac Mali suo parente stretto.

Vinas Mora nasce durante il Covid, quando Kreso Petrekovic, già fondatore di un’altra cantina nella zona di Spalato, decide di salvare una cooperativa locale quasi abbandonata insieme a Neno e Niko Dukan, riportando in vita una tradizione viticola che rischiava di scomparire. Una storia di recupero. Di radici ritenute perdute che invece resistevano sotto la pietra calcarea.

L’Andreis 2022, nelle sue versioni successive simile al 2021, è un rosso profondo, salino, di notevole tessitura, che porta nel suo DNA la mineralità della pietra, la freschezza del mare, la forza di chi lo coltiva. Come il castello che proteggeva la regione, questo vino custodisce la tradizione guardando al futuro, senza perdere di vista la terra che lo sostiene.

Nel bicchiere, quella sera, aveva profumi di ciliegia scura e prugna, un tocco speziato che non sopraffaceva, una sapidità marina che arrivava sul finale come un’onda bassa. Si beveva pensando al paesaggio che lo aveva generato: le terrazze in pietra a secco di Primošten, che sono così belle e così particolari da essere candidate, con quei muretti chiamati pizzo di pietra, al patrimonio UNESCO. Un vino che aveva il carattere di chi abita una costa battuta dal vento e non si lamenta.

C’è una domanda che mi giro e rigiro, in queste serate dove il vino e la storia si incrociano. Il vino può essere strumento di pace? O è solo una metafora comoda, una narrazione rassicurante che usiamo per non affrontare le questioni più dure?

Non lo so con certezza. Ma so che quella sera, a due passi da Palazzo Farnese, il vino della Dalmazia versato nelle coppe romane creava qualcosa di reale: uno spazio di attenzione. Un rallentamento. Le parole di Ziliotto sul fallimento degli accordi di Dayton come sistema costituzionale arrivavano con più forza perché si era in un posto bello, con qualcosa di buono da bere, e si era lì per scelta, non per obbligo. Il vino aveva fatto il suo lavoro: aveva tolto le difese.

A distanza di trent’anni, Dayton rimane il fondamento costituzionale della Bosnia Erzegovina, ma non ha appianato le divergenze. Alcune questioni rimangono tuttora irrisolte. Le etnie sono ancora separate, gli alfabeti diversi, la corruzione sistemica. Oltre un milione di persone hanno lasciato il paese. Il libro di Ziliotto non è comunque nichilista. È un libro coraggioso, nato sul campo, che cerca nel presente e nel futuro qualcosa che valga la pena di difendere.

Come i vigneti di Primošten sulle rocce calcaree. Come una cooperativa che qualcuno ha deciso di non lasciare morire.

Fuori dall’Angolo Divino era già buio e Campo de’ Fiori non poteva che piena di quella confusione serale che mi piace: turisti, studenti, odore di fritto. Ho pensato come l’Adriatico, quel mare stretto che abbiamo sempre considerato un confine sia in realtà un corridoio. Un passaggio tra civiltà che si sono mescolate per secoli prima di dividersi con le guerre.

Allora, certi vini, quelli che nascono da vitigni millenari su terre difficili, quelli che portano nel nome la storia di un castello e la memoria di chi ha resistito, ecco, quelli sono forse la forma più onesta di diplomazia culturale. Non perché risolvano qualcosa. Ma perché aprono una porta.

E una porta aperta, a volte, è già tutto.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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