Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino
08 Lug 2026
Suggestioni di Vino

Principe di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

 

Pronunciare Corleone significa evocare immagini che appartengono all’immaginario collettivo. Eppure esiste un’altra storia. È quella della famiglia Pollara e di Principe di Corleone, un’azienda nata alla fine dell’Ottocento che oggi custodisce una Sicilia fatta di boschi, vigne di montagna, varietà autoctone e legami familiari capaci di attraversare le generazioni.

 

Corleone è un piccolo paese al centro della punta della Sicilia diventato famoso anche grazie ai film memorabili della saga de Il Padrino usciti dal genio di Francis Ford Coppola. Le origini di Don Vito Corleone erano solo la trasfigurazione cinematografica del fenomeno mafioso che aveva in Corleone un centro nevralgico.

Occorre però andare oltre e capire come Corleone non sia solo saghe e Mafia. Per andare oltre la linearità del tempo c’è bisogno di attraversare quel paesaggio che smette di essere cartolina di mare turchese, degli agrumeti, delle tonnare abbandonate per diventare qualcos’altro. Qualcosa di più antico, più serio, più silenzioso. Boschi di sughero, querce, mucche al pascolo, la neve che ad agosto non è fantasia ma realtà concreta, acqua che scorre sul terreno mentre il resto dell’isola brucia. È la Sicilia dell’entroterra, quella che non finisce nelle brochure del turismo enogastronomico, quella che bisogna meritarsi attraversando venticinque minuti di bosco senza segnale per arrivarci. Il bosco di Ficuzza, vicino Corleone. Uno dei polmoni verdi più grandi di tutta la Sicilia, dove le vigne arrivano a quote che nessuno si aspetterebbe trovare su quest’isola.

Poi perdi il segnale. E capisci di essere arrivato nel posto giusto.

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

Leoluca Pollara ha trentotto anni e quattro generazioni sulle spalle. Il bisnonno Giuseppe aveva acquistato queste terre dal Principe di Corleone a fine Ottocento, nel 1892. Una storia di mobilità sociale prima ancora che di vino: un agricoltore che compra da un aristocratico, che trasforma la proprietà nobiliare in impresa contadina, che costruisce mattone dopo mattone qualcosa che oggi sfiora il milione di bottiglie l’anno. Cento ettari di vigneto tra Monreale e le pendici di quel bosco. Un agriturismo ricavato dal caseggiato originario. Tre generazioni di Pollara a tenerla in piedi, tra avvocati e passaggi generazionali, tra mode del mercato e fedeltà al territorio.

Il nome dell’azienda porta un peso specifico enorme e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Principe di Corleone. Tutti pensano a Marlon Brando, a Coppola. Poi invece si scopre che Corleone è un comune dell’entroterra siciliano, che il bosco di Ficuzza è un’altra cosa rispetto all’immaginario collettivo, che lì le vigne crescono in condizioni che stravolgono ogni preconcetto sulla Sicilia vitivinicola. E il Catarratto, già il Catarratto, quello che tutti considerano il vitigno più anonimo dell’isola, il cavallo da tiro della produzione di massa, a quelle altitudini diventa qualcos’altro.

Tutti pensano alla Sicilia e pensano al mare. Io sono qui ad aspettare un cliente e per arrivare da me ha passato un bosco, le montagne, le mucche. La settimana scorsa c’era pure la neve.

Una vendemmia anticipata, niente irrigazione di soccorso, perché non serve: lì d’agosto c’è ancora acqua sul terreno. Il risultato è un Catarratto che al naso non assomiglia a nessun altro Catarratto siciliano. Sembra qualcosa di friulano, di trentino, di elegante e profumato, di contemporaneo. Un vino che disorienta piacevolmente chi arriva con i preconcetti giusti per essere smentiti.

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

Leoluca porta questa storia con la disinvoltura di chi è cresciuto dentro e non ha bisogno di enfatizzarla. Ha studiato Economia Aziendale, fatto il master in management delle aziende vitivinicole, il tirocinio da Frescobaldi a Firenze. Un percorso costruito con coerenza, orientato fin dall’inizio verso un unico punto di arrivo. Eppure quando gli si chiede se da giovane avesse mai pensato di andare altrove, la risposta è quasi sbrigativa nella sua onestà 

Ho studiato, ho fatto il mantenuto. Ma la mia testa era sempre lì.

Non c’è nostalgia, non c’è retorica della vocazione.

C’è la lucidità di chi ha capito presto cosa voleva e ha costruito gli strumenti per ottenerlo. Il fratello Pietro, libero di scegliere, ha scelto Agraria e poi enologia ad Asti così che adesso segue la parte agronomica e vitivinicola. Un cugino si è aggiunto da poco sul fronte commerciale. Una quarta generazione compatta, in un settore dove le famiglie tendono a dividersi più che a tenersi insieme.

Siamo in azienda io, mio fratello Pietro e mio cugino. Bisogna andare d’accordo, perché è importante farlo. Con cento ettari e quasi un milione di bottiglie non è che puoi permetterti di stare a fare i dispetti.

Le aziende di famiglia non sono mai solo poesia e Leoluca lo sa meglio di chiunque. Anni fa, quando lo zio Pippo è venuto a mancare e sua figlia Delia era ancora minorenne,  forse mal consigliata, ha scelto di non proseguire l’attività, di liquidare la sua quota. 

Avvocati, casino, casino. Ritornando nel tempo, ha detto: forse ho fatto un grande sbaglio.

Una frase che rimane sospesa, con tutto il suo peso irrisolvibile. Arriva sempre così, quella consapevolezza. Arriva quando l’azienda va bene, quando le bottiglie escono, quando ci si accorge che quello che si è ceduto valeva molto di più di quello che si è incassato. Non è un giudizio sulla cugina che aveva sedici anni, era sola, e le decisioni che si prendono in quel momento non sono mai del tutto libere. È un’osservazione sulla natura brutale dei passaggi generazionali nelle aziende familiari, su come siano sempre snodi dolorosi anche quando vanno bene, su come ogni volta che si recide un ramo si perda qualcosa che non si recupera. 

È così. Nel momento in cui le cose vanno bene, è facile cercare di impegnarsi di più. Ogni passaggio generazionale non è mai nuovo. È sempre tosto mediare. C’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha un po’ di torto.

Il vino in Italia è pieno di queste storie. Di sangue che non è mai solo metafora.

Leoluca è anche presidente nazionale dei Giovani di Confagricoltura. Seicentomila iscritti, sede a Roma, collaborazioni con La Sapienza per percorsi di orientamento alla carriera agricola. Non è un dettaglio secondario. È la cartina di tornasole di un certo tipo di personalità: quelli a cui non basta il proprio campo, che hanno bisogno di un orizzonte più largo, che trasformano la propria esperienza in sistema. 

Ci sono posti in Italia dove l’agricoltura non va granché bene e posti dove un ettaro di terreno vale tantissimo. In Trentino, in Alto Adige, in Toscana. Io ho duecento ettari in Sicilia. Paradossalmente, in proporzione, dieci ettari in Alto Adige valgono più di quello che ho io qui.

Non c’è amarezza in questa constatazione. C’è la consapevolezza fredda di chi conosce bene i numeri e non si racconta favole.

Si torna sempre ai vini. Si torna sempre al Catarratto di montagna, che è il primo che sceglie se gli si chiede di indicare tre bottiglie della cantina. 

È un vitigno di alta montagna, un prodotto unico nel suo genere. Ha profumi molto eleganti al naso, molto da vino trentino o friulano. Molto contemporaneo, quando invece il Catarratto di per sé è considerato un po’ spento.

Sophia Bio Catarratto IGP Terre Siciliane

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destinoOttocento metri sul livello del mare. Contrada Ciccotta. Corleone ovviamente. Quando si dice che un vino racconta un posto, di solito è una metafora. Qui è una descrizione precisa. Il Sophia Bio Catarratto è la trascrizione fedele di un territorio che non assomiglia a nessun altro vigneto siciliano: alta montagna, suolo limo-argilloso, vendemmia che si sposta verso ottobre quando il resto dell’isola ha già finito da un pezzo. Nel bicchiere, giallo paglierino con riflessi verdolini che sembrano catturare la luce filtrata tra i rami del bosco di Ficuzza. Al naso sorprende e disorienta. In senso buono. Fiori bianchi di pesco, agrumi luminosi, mandorla fresca: un profilo che il Catarratto siciliano di pianura non conosce, che appartiene più ai vini del nord che al sud, eppure è tutto qui, in questa terra di querce e mucche al pascolo. In bocca è fresco, verticale, persistente, con un finale armonico che non chiede nulla in più perché non ne ha bisogno. Un vino che dimostra, con eleganza e senza alzare la voce, che la Sicilia ha ancora molte cose da raccontare che non si aspetta nessuno.

 

Poi c’è l’Orlando ovvero lo Syrah che come vitigno internazionale si è adattato con una fedeltà sorprendente al territorio del Monrealese. 

Ha questa nota di cioccolato fondente che è veramente molto distintiva.

Ridente Orlando Syrah DOP Monreale

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destinoIl nome viene ovviamente dalla poesia epica siciliana, quei poemi cavallereschi in ottava rima che i cantastorie siciliani tramandavano di piazza in piazza con la voce e il gesto. Sembra che ci qualcosa di teatrale e di antico in questo vino, qualcosa che si annuncia già al naso con una complessità che non ti aspetti qui in Sicilia per via dei frutti di sottobosco scuri e maturi del cioccolato fondente decantato da Leoluca , liquirizia, un filo speziato che attraversa tutto come un filo conduttore. Trecentotre metri di altitudine, Contrada Malvello, Monreale, il Syrah qui non è l’internazionale anonimo che tanta parte d’Italia ha piantato e dimenticato. Si è adattato, ha messo radici, ha trovato il suo modo di essere siciliano senza smettere di essere se stesso. In bocca è rotondo e complesso, con tannini setosi che accompagnano una persistenza lunga e soddisfacente. Un vino che racconta bene quella storia di vitigni stranieri arrivati in Sicilia e diventati, nel tempo, qualcosa di irripetibile altrove. Come spesso accade alle cose migliori: arrivano da fuori e diventano più autentiche di quelle nate qui.​​​​​​​​​​​​​​​​

Poi il Nero d’Avola, ovviamente

Quando parli di Sicilia il Nero d’Avola ci deve stare, ci sta sempre.

Sophia Bio Nero d’Avola DOP Sicilia

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destinoIl Nero d’Avola è il vitigno più siciliano che esista, nel bene e nel male: quando viene maltrattato è scontato e pesante come certi cliché sull’isola; quando viene rispettato, come qui a Contrada Ciccotta a settecento metri di altitudine, diventa qualcosa di genuino e commovente. Rosso rubino intenso nel calice, con quella densità cromatica che preannuncia una bocca seria. Al naso le note di frutta rossa sono nette e pulite, accompagnate da un gioco insolito e piacevole di mandorla e arachide tostata che rimanda alla terra vulcanica e calcarea dell’entroterra palermitano. La macerazione breve, solo quattro o cinque giorni e l’affinamento in bottiglia senza passaggi in legno restituiscono al vitigno la sua voce naturale, senza forzature. In bocca è elegante e corposo allo stesso tempo, tannini gentili, struttura generosa, quella morbidezza di fondo che è il marchio di fabbrica del Nero d’Avola quando cresce lontano dal caldo soffocante della costa. Un vino che non cerca consensi facili. Li ottiene lo stesso

Come non citare il Nerello Mascalese, reimpiantato dopo che i nonni lo avevano estirpato perché negli anni Novanta non valeva niente e gli internazionali valevano tutto. 

I miei nonni avevano totalmente strappato il Nerello Mascalese perché nessuno lo voleva. Nessuno. Adesso lo abbiamo reinnestato, ci facciamo anche un metodo classico, un blanc de noir di mascalese. 

La storia del vino italiano è piena di queste ironie amare. Di chi ha strappato via quello che oggi varrebbe una fortuna e piantato quello che oggi non vuole più nessuno.

A proposito di quello che non vuole più nessuno

Abbiamo ancora in portafoglio l’unico Pinot Bianco di Sicilia. Così come il Cabernet, il Merlot. Siamo l’ultimo dei Mohicani degli internazionali siciliani.

Una punta di orgoglio bizzarro, come si porta un reperto di archeologia commerciale. Sa benissimo che il vento è cambiato. Sa che i mercati esteri come il Giappone, l’Australia, la Thailandia, il Belgio, il Regno Unito, vogliono sempre più gli autoctoni, i vitigni che non trovano da nessun’altra parte. 

Se arrivi in certi mercati con un vitigno autoctono che non fa legno, solo acciaio, ti guardano male. E poi è esattamente quello che comprano.

Questo è il paradosso del mercato globale del vino: più si allontana dalla produzione di massa, più pretende autenticità. Ma l’autenticità deve essere spiegata, raccontata, confezionata in modo comprensibile per chi non ha mai sentito parlare di Catarratto o di Perricone. Ed è lì che entra in gioco Leoluca con tutta la sua parte: marketing, etichette, fiere internazionali, export. Il Fancy Food di New York, il Foodex in Giappone, la TX Bangkok. Un uomo che detesta fare la dichiarazione dei redditi 

La faccio fare, non la voglio nemmeno vedere, i numeri sono cose amorfe

Lui che ha usato il background da economista per capire il mercato, per leggere i consulenti, per tradurre quello che le vendemmie producono in storie che il mondo vuole sentirsi raccontare. 

Quando facciamo gli incontri con i consulenti, so come rispondere, so agganciarmi bene ai discorsi, so capire cosa propongono e cosa non ci dicono. Il background formativo mi è stato di grande aiuto.

È una divisione del lavoro familiare che funziona proprio perché ognuno sa dove stare. 

Mio fratello e mio padre dicono: questi sono i vini, tu vendili. In realtà poi si cerca sempre di adattare. Se il mercato mi chiede un Catarratto più profumato, lo dico in cantina prima della vendemmia successiva. Sono io che detto un po’ le specifiche, perché sono io che so cosa chiede il mercato.

Principi di Corleone. Non è solo un nome, è un destino

Una storia affiora quasi di passaggio ma che vale la pena fermarsi a considerare. Il Perricone, vitigno autoctono siciliano che i Pollara vorrebbero recuperare insieme al Nerello Mascalese. Un metodo classico che richiede cinque, sei anni prima di dare i primi frutti. 

Quello che ci spaventa è che fra cinque, sei anni saremo pronti con un vino che magari il mercato non chiede più. Siamo titubanti. Volevamo prima trovare un vigneto già esistente nella zona, fare un pre-esperimento senza mettere in terra noi per primi. Ma non abbiamo trovato nessuno con il nostro stesso protocollo. 

Biologico, sostenibile, metodi di raccolta precisi. Non si entra a caso, non si compra l’uva al chilo da chiunque. L’identità passa anche da questo: scegliere con chi stare, anche a costo di aspettare.

L’attesa oggi ha un sapore diverso rispetto a vent’anni fa, perché nel frattempo la Sicilia agricola sta cambiando in modo che sarebbe sembrato fantascienza a chi la coltivava un tempo. La notizia della tenuta di Baglio di Pianeto a Noto, venduta a una società che la trasformerà in coltivazioni tropicali, circola tra i produttori siciliani con il tono di un lutto. Mango. Frutta esotica. Addio vigneto. E nella zona di Balestrate, a due passi dall’aeroporto di Palermo, stanno strappando gli agrumeti per piantare mango, sorvegliato di notte da guardie armate perché vale tre euro al pezzo. 

Stiamo tropicalizzando. Lo capisco benissimo, per arrivare a fare frutta tropicale ci vuole coraggio, però mi sembra un po’ eccessivo. Ci stiamo adattando, certo, ma c’è un limite oltre il quale non è più adattamento. È resa.

La famiglia Pollara, quel sole estremo non ce l’ha, non del tutto. A quelle altitudini del Monrealese, il bosco di Ficuzza fa da scudo e da serbatoio. È un privilegio geografico che si è trasformato nel tempo in identità produttiva, in ragione di esistere che va oltre il nome dell’azienda.

Il sogno di crescere è bellissimo, senza dubbio. Ma a volte di crescita si può pure morire. Voglio una crescita sostenibile. E mi piacerebbe concentrarmi ancora di più sulle varietà autoctone siciliane, anche all’estero. Quello sì, quello è il sogno.

Una crescita sostenibile.

Non è solo lessico aziendale. È una filosofia che si forma solo attraverso l’esperienza diretta di un’azienda che in centotrenta anni è sopravvissuto a tutto: due guerre, le mode degli internazionali, il ritorno degli autoctoni, i passaggi generazionali con i loro strappi e le loro cicatrici. Chi ha visto tutto questo da dentro non insegue la crescita come valore assoluto. La valuta, la pesa, decide quanta ne può reggere senza perdere il controllo di quello che si è.

Quando siamo a Vinitaly con duecentocinquanta aziende intorno, noi ci siamo sempre stati. Quando siamo arrivati eravamo in sette. La storia, la tradizione, la famiglia, l’essere stati sempre presenti e riusciti sempre ad adattarsi. Questo è il primo valore. Gli altri sono arrivati dopo. Quasi tutti dopo.

Ha ragione. Nel vino italiano, dove ogni anno nascono decine di nuove cantine finanziate da capitali di ritorno dall’edilizia o dalla finanza, la storicità non è un optional. È un argomento. È qualcosa che non si compra.

Il nome Principe di Corleone è un destino pesante da portare. Leoluca lo porta con disinvoltura, quasi sfidando chi si aspetta che se ne scusi. Non c’è niente da cui scusarsi. C’è invece tutto da raccontare: un bisnonno che compra terre da un principe, quattro generazioni di Pollara che costruiscono, un bosco che protegge vigne di montagna, un Catarratto che profuma di nord, un Nerello che torna dopo essere stato strappato, un giovane presidente di Confagricoltura che sogna una crescita sostenibile mentre il mango avanza.

La Sicilia del vino è anche questa. Non solo mare. Non solo sole. Non solo Etna. C’è un entroterra che aspetta, paziente e silenzioso, di essere raccontato, di andare oltre un nome, che merita di essere identificato con quello che di buono, di tanto buono, un territorio è in grado di offrire.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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