Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino
Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.
Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno
Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state.
Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo.
Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono.

L’uomo che si annoia facilmente
Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata.
L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto.
Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda.
Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante.
No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me.

La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo.
Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta.
Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo.
Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire.
Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto.
Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi.
Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza.
Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi.
Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena.
Suo padre, la vigna, le mani
Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni.
Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna.
In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore.
Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini.
Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni.
L’ho formato io. Adesso forma lui.
In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole.
Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi.
Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no.
Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare.

Centorame: il nome, la madre, lo spumante
Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto.
L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto.
Vannucci non suona bene. È poi era giusto così.
Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla.
Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro.
È stato un anno nero,
Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti.
Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti.
Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora.
Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa.
Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia.
Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge.
Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi.
Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente:
Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia
I vini: franchezza come manifesto
Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa.
Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione.
E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza.
Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo.
La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare
Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo.
È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere.
Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile.
Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno.
Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti.
Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità.

Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia.
Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT
Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri.
Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma.
Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere.
Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato.
Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano.
Liberamente Trebbiano d’Abruzzo
Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo.
Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto.
Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi.
Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021
Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione.
In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso.
È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse.
Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno.
Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021
Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare.
In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno.
L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare.
Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019
Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza.
Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi. Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario.
In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto.
Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile.
Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione.
In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso.
Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti.
Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia
Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette.
Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute.
È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa.
Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente.
Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura.
L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento.
Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario.
C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino.

I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna
Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina.
È quello più lontano dall’azienda, penso.
Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni.
Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo.
Si ferma.
Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai.
Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso.
Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani.
Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito.
Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto
Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare.
Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta.
Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta.
È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente.
Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla
Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene.
Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri.
Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente.
È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato.
Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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