Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra
Non sempre sono le persone a scegliere la terra. A volte accade il contrario e dei luoghi che continuano a farsi sentire, anche dopo anni, fino a trasformarsi in una direzione da seguire. È da questo richiamo che prende forma la storia di Tenuta Casachiara, un racconto di famiglia, memoria e identità che trova nel territorio il proprio punto di partenza e la propria ragione d’essere.
Richiamo. Chiamata alle armi. Vocazione.
Chi più ne ha, più ne metta. Perché limitarsi? Quello che conta è che arriva un momento nella vita di ciascuno in cui il richiamo, o come diavolo lo volete chiamare, arriva. Non bussa alla porta, non chiama al telefono. Si insinua, lento, nei silenzi. Nei ritorni a casa che durano un weekend e sembrano durare molto di più. Nelle passeggiate tra i filari che non si sono mai smessi di conoscere anche quando si viveva altrove. Spesso sono attimi fugaci. Di quelli che arrivano in vacanza o durante gli incontri con gli amici durante i quali ci si promette di rivedersi per concretizzare il sogno. Solo che poi passa e non torna. Non si sedimenta.
Piergiorgio Mandolesi quel momento lo ha riconosciuto durante il COVID. Ma era lì, sotto traccia, da decenni.

Manager, con una lunga carriera nel settore finanziario, Piergiorgio è uno di quegli uomini che hanno costruito la propria vita con metodo, visione, concretezza. Il tipo di persona che si capisce subito, quando parla, che non si muove per impulso. Eppure c’è una parte di lui, quella che ogni tanto tornava a Teramo, guardava i terreni di famiglia a Castellalto e non riusciva del tutto a stare ferma. Quella parte ha aspettato. Ha aspettato decenni. Poi ha vinto.
Ne parliamo in una di quelle conversazioni che iniziano come un’intervista e diventano qualcos’altro. Come succede quando di fronte hai qualcuno che non recita un copione ma racconta semplicemente quello che è.
Il nonno Bernando e i fazzoletti di terra
Tutto comincia, come spesso accade nel vino italiano, da una storia familiare. Dal nonno materno Bernando, che negli anni sessanta, partendo da quei pochi ettari lasciati in eredità, amplia piano piano l’azienda agricola fino agli attuali 65 ettari nella provincia di Teramo. Seminativi, uliveti. Poi, in un angolo, in meno di cinque ettari, un vigneto. Una parte sempre coltivata, sempre curata, ma con l’uva conferita a terzi. Così aveva fatto il nonno, così aveva continuato il padre, medico in pensione che ha sempre tenuto insieme camice bianco e stivali da campagna con quella rara grazia che appartiene ai veri uomini di terra.
Piergiorgio aveva provato a dire la sua, molto prima
Gli ho sempre chiesto a mio padre: ma perché non proviamo a fare qualcosa noi? E lui mi rispondeva: tu parli facile, vai all’università a Milano, a Roma, fai solo teoria.
Così quell’idea era rimasta lì. Sopita ma non spenta. Come i cerchi concentrici di un tronco che crescono anche nell’anno più difficile, anche quando nessuno li vede.
La scintilla e come funziona davvero
Si parla spesso del COVID come di una parentesi, un guasto da riparare. Ma per alcune persone è stato qualcosa di diverso: uno specchio. Il momento in cui la distanza dalla propria vita normale ha rivelato cosa di quella vita si volesse davvero tenere e cosa, invece, si portava soltanto per inerzia.
Ero a Teramo, avevo tempo, avevo silenzio. E ho pensato: quella cosa che volevo fare tanti anni fa, mi piacerebbe davvero farla. Allora mi metto avanti con quello che posso.
Mi sarebbe facile romanzare troppo, fare di questa storia il classico racconto del manager che lascia tutto per la vigna. Ma Piergiorgio non ha lasciato niente. Ha aggiunto. E questa differenza è importante, più di quanto sembri. Il vino che produce Casachiara non è una fuga dalla realtà, è una costruzione parallela. Con le stesse competenze che usa nel settore finanziario, visione, progettualità, gestione del rischio, trasferite in un contesto che parla un’altra lingua, quella della terra e delle stagioni. Una lingua che, a quanto pare, Piergiorgio masticava già.

Casachiara: una dedica, un simbolo, una quercia
Il nome dell’azienda è una storia dentro la storia. Chiara è sua madre. Il cui nome di battesimo, in realtà, è Anna Rosaria. Ma tutti, proprio tutti e da sempre, la chiamano Chiara. Banalmente perché così la chiamava la nonna. Una di quelle cose che nelle famiglie diventano verità per pura forza affettiva. Senza saperne realmente il perché. Senza farsi troppe domande.
Mia nonna materna, ad esempio, si chiamava Antonina ma l’ho sempre chiamata, come gli altri nipoti, Mimma. Semplicemente perché quel Mimma era la storpiatura di “mammina”, meraviglioso vezzeggiativo con il quale la sentivamo chiamare dalle figlie.
Doveva chiamarsi Casa Bernardo, in dedica a mio nonno. Ma non andava altrettanto bene. E allora Casachiara: una dedica alla parte materna della famiglia, a mia madre e a lui.
Il logo racconta la stessa poetica. Davanti al casolare c’è una grande quercia che campeggia sul vigneto. Quell’albero poteva essere il simbolo perfetto, la forza visiva immediata. Ma rischiava di sembrare troppo simile ad altri. E allora la grafica è diventata concettuale: una sezione di tronco vista dall’alto, con i suoi cerchi concentrici, e sopra la foglia della quercia. Solidità, memoria, crescita silenziosa. C’è dentro tutto quello che Piergiorgio sta costruendo.

Naturale. Ma con metodo.
Qui arrivo alla parte che più mi ha colpito di questa conversazione. Perché il mondo del vino naturale è attraversato da una contraddizione che pochi ammettono apertamente: l’ideologia del naturale può diventare l’alibi per la sciatteria. Il vino torbido non è romantico. È solo un difetto. La riduzione marcata non è carattere, è un problema tecnico. Piergiorgio, che al vino naturale si è avvicinato per gusto e convinzione, non certo per moda, lo sa perfettamente.
Un approccio naturale e artigianale è un approccio comunque tecnico. Non è improvvisato. Per me il vino naturale non giustifica un difetto marcato, una riduzione enorme, un vino completamente torbido.
Ecco perché fin dall’inizio si è affiancato a un consulente enologo. Non per delegare le scelte, ma per avere qualcuno che le sue idee sapesse trasformarle in pratica con rigore. Un rapporto fatto di principi fissati in anticipo: nessun legno, solo acciaio e cemento. Tanto per lasciare al vitigno la sua voce senza interferenze.
L’accordo iniziale è che io stabilisco i principi, il come mi piace fare le cose, e lui li mette in pratica. Salvo confrontarsi sempre, ovviamente.
Il tecnico arriva in vigna con i rifrettometri, misura la gradazione zuccherina, controlla il pH. Poi in cantina l’intervento è prossimo allo zero. È questa la sintesi possibile, l’unica credibile: tecnologia al servizio della natura, non contro.
Berni, il Montepulciano che porta il nome del nonno
La prima etichetta è uscita nel 2021. Solo Montepulciano, pochissime bottiglie, una produzione quasi sperimentale. Il vino si chiama Berni, da Bernardo, il nonno Fernando, con quel diminutivo affettuoso che nelle famiglie abruzzesi suona come una carezza. Seguono poi il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo, costruendo una gamma essenziale, coerente, senza dispersioni.
Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2022 Berni

Ci sono vini che entrano nel calice come si entra in una stanza buia: con cautela, lasciando che gli occhi si abituino prima di capire cosa contiene quella oscurità. Il Colline Teramane DOCG 2022 di Casa Chiara è uno di questi. Non è un vino che si presenta. È un vino che aspetta.
Il colore è nero, quasi impenetrabile, con quei riflessi violacei che nei Montepulciano maturi diventano quasi materici. Un fluido denso, primordiale, che nel calice si muove lento come qualcosa che custodisce qualcosa. E in effetti lo fa.
Al naso arriva prima la marasca. Matura, quasi sotto spirito. Poi i legnetti di liquirizia, i fiori nel buio, il cioccolato fondente. E poi, più in profondità, tabacco, chiodi di garofano, e quel tono ferroso, ematico, primordiale che non ha niente di artificioso. È la sincerità di un vino che non ha avuto paura di essere se stesso. La Denominazione d’Origine Controllata e Garantita Colline Teramane è la denominazione che porta il nome dei colli dove il nonno Fernando ha ampliato quei fazzoletti di terra sessant’anni fa. Non è un caso che Casachiara abbia voluto spingersi fin qui.
Durante la degustazione ho sentito salire dal calice un balsamico verticale, netto, che apre qualcosa dentro. Una stanza che non sapevi di avere, come succede con certi ricordi familiari che tornano all’improvviso senza preavviso.
In bocca è potenza pura. I tannini sono affilati, indomiti, presenti senza mediazioni. Sembrano mettere alla prova. Solo per un attimo, però. Perché poi arriva il ritorno dolce e sapido della ciliegia, che si amalgama lentamente, scalda, abbraccia. Come la mano di un anziano che ha lavorato tutta la vita e non è più morbida come non sarà mai più morbida ma sempre e ancora capace di stringere con un calore che nessuna morbidezza potrebbe restituire.
Il nonno Fernando non c’è più. Ma in questo vino, in questi tannini che cedono piano al calore della ciliegia, in questo balsamico che sale fino alle radici, c’è qualcosa che gli assomiglia. Piergiorgio probabilmente lo sa. Forse è proprio per questo che lo ha chiamato Berni.
Nel vino sta un’anima che chiede solo di essere ascoltata. Quest’anima è Casachiara.
La filosofia di Piergiorgio in materia di etichette è netta e, devo dire, condivisibile in un’epoca in cui molti piccoli produttori naturali sembrano voler competere per il numero di referenze
Nel mondo dei vini naturali vedo una tendenza a fare 50.000 etichette. Io penso che anche per chi lavora in modo artigianale, la riconoscibilità sia fondamentale. Fare troppe cose da pochi ettari significa non essere più riconoscibile come brand. Senza un numero sufficiente per bottiglia, non sei conosciuto.
Ha ragione. Il vino si deve vendere. Non è una dichiarazione di resa al mercato, è semplicemente il presupposto perché un progetto possa sopravvivere e crescere. I vini in cantina non si raccontano da soli.
Montepulciano d’Abruzzo DOC 2021
Lunga macerazione, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, nessun solfito aggiunto. Affinamento prolungato in cemento e poi in bottiglia. Il tempo che serve, non quello che si decide a tavolino. Il risultato è un vino che vuole raccontare un territorio.
Al colore è rosso rubino intenso, vivido e trasparente, con quella luminosità che nei Montepulciano vinificati senza intervento diventa quasi una firma. Al naso è complesso e mutevole: frutta scura matura, note terrose, spezie sobrie, cenni ferrosi ed erbacei sul finale. Ogni respiro porta con se qualcosa di diverso: la collina, il vento, la luce di quell’annata. In qualche modo è come se la fermentazione spontanea avesse lasciato dentro al vino qualcosa di vivo che continua a muoversi nel calice. Una sensazione che mi ricorda quella della frutta colta sull’albero in campagna confrontata con quella surgelata del supermercato….
In bocca è compatto, asciutto, progressivo. I tannini sono morbidi e levigati, sostengono il corpo senza oppressione. La sapidità e la freschezza guidano il sorso con equilibrio e continuità fino a una chiusura lunga, nitida, che richiama il frutto e la pietra delle Colline Teramane. Non è ancora il vino definitivo di Casachiara. È semmai il vino di un inizio. Di quelli che promettono molto.
IGT Colli Appennini Trebbiano 2022
Il Trebbiano d’Abruzzo è uno di quei vitigni che ha dovuto aspettare per essere capito. Per decenni è stato considerato un vino minore comprimario della grande viticoltura italiana. Poi qualcuno ha deciso di prenderlo sul serio e da quel momento il Trebbiano ha risposto come solo i grandi vitigni sanno fare: rivelando una profondità che nessuno si aspettava.
Quello di Casachiara nasce sulle Colline Teramane, fermenta con lieviti indigeni, macera sulle bucce per due giorni senza però essere un orange e perdere di scorrevolezza. Anzi, direi che abbia guadagnato in rotondità e presenza. Nessuna chiarifica, nessuna correzione. Il vino fa il vino.
Al colore è giallo oro brillante, quasi aranciato, limpido e vivo, con una luminosità che già indica con precisione qualcosa sulla pulizia del lavoro in cantina. Al naso è complesso senza essere ostentato: frutta a polpa bianca, fiori secchi, erbe di campo. Quindi quella mineralità sottile di pietra bagnata e sabbia calda. Infine scorza di limone. Un tutto che cambia ad ogni respiro così da sembrare di non lasciarsi mai afferrare del tutto. Una sorta di modifica sensoriale che si evolve nel tempo. In bocca è asciutto, dinamico, salino, con una persistenza lunga e chiara che chiude su mandorla fresca e un ricordo minerale che parla direttamente dei colli da cui viene. Mandarino, arancia e, soprattutto, uva. Una vera spremuta d’uva impregnata di frutti, di dolcezze, di freschezza, di vita. Un Trebbiano forse divisivo e polarizzante: da una parte chi lo odierà; dall’altra chi lo amerà follemente perché diretto e stratificato, energico e preciso. Un Trebbiano che racconta il carattere del vitigno e del territorio senza cedere a facili compiacenze.
Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2023
Il Cerasuolo è il vino che l’Abruzzo non smette di sorprendere. Non un rosato, non un rosso leggero: qualcosa di terzo, che non si lascia classificare con facilità. Il nome cerasuolo è la ciliegia, cerasa in dialetto. Anche se in realtà deriva dal latino cerasus, ciliegio.
Non so se sia arrivato così per caso o fortemente voluto ma il colore è davvero brillante e luminoso con una tonalità viva che alla vista trasmette energia prima ancora che arrivi qualsiasi profumo. Eppure non sembra un rosato ma nemmeno un Cerasuolo. Ha un colore che definirei un incrocio tra un rosso cardinalizio e un granata. Intenso e capace di stupire. Ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo con poche ore di contatto sulle bucce (ovvero il tempo necessario e non un minuto di più) fermenta spontaneamente con lieviti indigeni. Nessuna chiarifica. Neanche lontanamente.
Al naso è un bouquet stratificato che si rivela per gradi: ciliegia scura, piccoli frutti rossi croccanti, rosa canina. Poi erbe aromatiche di campo e quella mineralità sottile che non si impone mai. Infine accade che ti trovi al naso un pomodoro rosso e maturo e capisci che c’è un filo che lega ogni sfumatura alla collina teramana da cui viene. In bocca è fresco e armonico, con tannini delicati e levigati che danno sostegno senza irrigidire. La sapidità guida il sorso con leggerezza e precisione, il fruttato, soprattutto il pomodoro, mantiene nitidezza fino alla chiusura lunga, minerale, territoriale.
Non appesantisce, non stanca. Ha quella struttura equilibrata che permette di berlo, anche fresco, con piacere immediato e scoprirlo diverso al terzo bicchiere.
Un vino che racconta collina, mani e territorio. Con precisione e senza fronzoli.
L’ambizione massima è 10.000 bottiglie. Non di più. Una dimensione che permette qualità, controllo, identità. Forse, in futuro, qualche ettaro in più di pecorino. Forse una piccola linea riserva, con anfore o cemento, per chi vuole esplorare. Ma sempre dentro un perimetro chiaro, sempre dentro quella quercia con i cerchi concentrici.
Teramo, la famiglia, e il senso del ritorno
Piergiorgio vive a Teramo con la moglie e le due figlie. La più piccola ha quattro anni e quando la porta in campagna vuole aiutare in tutto.
La più grande è molto mia madre. Curiosa, attenta, connessa. Sua madre Chiara lo supporta tantissimo, capisce, è parte di tutto questo.
Quando vado li, mi rigenero. Alle volte ho proprio bisogno di andare in campagna.
Il vino e la campagna diventano cura, ritmo alternativo al mondo della finanza. Non hobby nel senso riduttivo del termine tanto che Piergiorgio stesso rifiuta quella parola. Dimensione parallela che dà respiro all’altra. I weekend, le notti, i ritagli di tempo. Le domeniche a fare travasi, le sessioni pomeridiane ad assaggiare le vasche insieme al consulente. Un mondo dentro l’altro.
E poi c’è il futuro. Quello che Piergiorgio enuncia con quella che lui chiama «apprensione tra virgolette», ma che io leggerei come desiderio lucido
Tra me e te, io mi vedrei tra qualche anni a dedicarmi al cento per cento all’azienda agricola. Magari prima o poi avverrà. Non sarebbe una sconfitta per me. Sarebbe anche un omaggio alla memoria del nonno.

Dove trovare Casachiara
I vini di Tenuta Casa Chiara stanno muovendo i primi passi fuori dall’Abruzzo. Roma è il mercato di riferimento, con una distribuzione avviata ormai da un paio di anni. Milano è arrivata più di recente, con Radici e il circuito lombardo-piemontese. All’estero, per ora, c’è la Svezia attraverso una piattaforma che connette produttori direttamente con consumatori finali e piccoli ristoratori. Piccoli numeri ma contatti in crescita.
Nessuna fretta. Nessun socio da soddisfare. Un’azienda familiare senza debiti di urgenza, che può permettersi di costruire con gradualità. In un mondo del vino che spesso confonde la velocità con la qualità, questa è forse la libertà più rara.
C’è un filo che tiene insieme questa storia: il tempo. Il tempo che Fernando ha impiegato ad ampliare quei fazzoletti di terra. Il tempo che il padre di Piergiorgio ha dedicato al vigneto tra una visita e l’altra. Il tempo che Piergiorgio ha aspettato prima di fare il passo. Il tempo che il vino stesso richiede: un anno per correggersi, un anno per migliorare, sempre un anno.
Il vino, in fondo, è una delle poche attività umane rimaste in cui il tempo non si può comprare. Non con i soldi di un fondo d’investimento. Si aspetta, si assaggia, si impara. E poi si aspetta ancora.
Piergiorgio Mandolesi lo sa. Lo ha imparato sulla propria pelle, con quella concretezza che lo contraddistingue e che, in un settore pieno di romanticismo improvvisato, vale quanto una buona annata.
PS — Il simbolo di Casachiara è una sezione di tronco con i cerchi concentrici e la foglia di quercia. Ogni anello è un anno. Ogni anno è una vendemmia. Ogni vendemmia è una storia nuova. In quella quercia c’è tutto quello che Piergiorgio sta costruendo per sé, per la sua famiglia, per il nonno Fernando che non c’è più. E per quella terra teramana che, alla fine, lo ha sempre aspettato.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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