Trebes. Mitja Princic e l’arte di tornare alle origini
Nel cuore del Collio, tra confini, mare e vigneti, la storia di Mitja Princic e della cantina Trebes è un racconto di coraggio, perdita e rinascita. Dalle zucchine al vino, fino alle sorprendenti bottiglie affinate sott’acqua, un viaggio umano che attraversa generazioni e restituisce al vino il suo significato più profondo.
Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno.
William Shakespeare, La Tempesta
Lo ammetto. Quando ho conosciuto Mitja Princic, titolare della Trebes, azienda di San Floriano del Collio, non sapevo cosa aspettarmi. Avevo assaggiato e apprezzato i vini, annotati mentalmente. Non conoscevo però l’uomo. O meglio, pensavo di conoscerlo. Il classico vignaiolo del Collio, con generazioni alle spalle, mani callose, un po’ di retorica sulla terra e sulla tradizione. Invece no. Mitja mi ha completamente disarmato. Mi ha parlato di zucchine, di sveglie alle tre del mattino, di un padre perso in tre mesi, di una pacca sulla spalla che bruciava più di uno schiaffo.
E mi ha parlato del mare. Del Collio che una volta era fondale marino. Di bottiglie che tornano sott’acqua come salmoni che risalgono la corrente. Non certo per moda e per marketing. O almeno, non solo. Ma per un’idea che mi è entrata dentro e non mi ha più mollato: restituire il vino al luogo da cui tutto è venuto.

Il confine come condizione dell’anima
San Floriano del Collio. Il nome sembra quasi dire già tutto: un santo protettore, una collina, un confine. Siamo a pochi chilometri dalla Slovenia, in una terra che per secoli è stata attraversata da eserciti, mercanti, pellegrini, idee. Qui si mescolano lingue, cognomi, sapori. Qui il confine non è una semplice linea tracciata su una mappa. È una reale e sincera condizione dell’anima. Lo si respira, lo si beve, lo si riconosce negli occhi della gente.
Siamo una famiglia originaria proprio di questo luogo. Siamo in zona di confine e il nostro cognome rispecchia questa cosa.
Non colgo alcuna enfasi nel tono di Mitja. Quasi fosse un dettaglio secondario o, più semplicemente, qualcosa di così scontato che non merita nemmeno un accento. Però è come se sentissi dentro il basso continuo di tutta la sua storia. Una sorta di ritmo rimbombante che detta il tempo, scandendo i secondi. Mitja ha attraversato confini per tutta la vita: tra la terra e il mare, tra l’orticoltura e la viticoltura, tra il dovere e il desiderio, tra la vita e la morte.
Essere figlio unico in un’azienda agricola familiare è di per sé una condanna e una benedizione. Non hai scelta, ma hai una direzione. Non puoi fuggire, ma puoi trasformare. Mitja, all’inizio, non ha trasformato nulla: ha semplicemente continuato. Ha frequentato la scuola alberghiera (imparando a cucinare, non a vinificare) ed è entrato nell’azienda dei genitori. Una azienda che, in quel momento, non produceva vino. Produceva zucchine.
Le zucche di Cenerentola e la pacca sulla spalla
Siamo cresciuti tanto con l’azienda orticola. Siamo diventati i maggiori produttori di zucchine in Friuli.
Ve lo immaginate? Il Collio, terra di vini bianchi celebrati in tutto il mondo e Mitja Princic che sforna zucchine a ritmo industriale. Sette-otto ettari, consegne all’alba, operai che arrivavano alle cinque del mattino per la raccolta. Da diventar matti e, soprattutto, alienati. Rapiti da ritmi che dettano anche i respiri. Eppure Mitja non si lamenta. Anzi, quasi se ne vanta. In quel lavoro c’era una dignità che oggi fatichiamo a riconoscere. Forse, perché immaginiamo che ci siano stuoli di extracomunitari a fare quel lavoro, che non sia un lavoro dignitoso. Invece è la dignità di chi produce cibo, di chi nutre le persone, di chi si sporca le mani senza doverlo raccontare su Instagram.
Le zucchine non bastavano a riempire tutto. C’era un’altra parte dell’azienda: i vigneti. Venti ettari in tutto, seminativi e filari. Le uve? Conferite a un grande gruppo, l’Italiana Vini. Ogni anno, la riunione di fine anno. Ogni anno, la pacca sulla spalla.
Ci dicevano che le nostre uve erano le più belle e le migliori. Ma il regalo che ci facevano era quello: ‘bravi, continuate così’. Non un centesimo in più per la qualità. Quello mi dava fastidio.
Avete presente una lama affilata? Ecco, quella frase aveva proprio lo stesso effetto. Non sono i soldi a cui Mitja mira. Ovvero non principalmente. Mi parla di rispetto, di riconoscimento, di quella rabbia sorda che ti prende quando fai un lavoro eccellente e qualcuno lo usa per arricchirsi senza nemmeno dirti grazie. È la rabbia del contadino, dell’artigiano, dell’operaio. È la rabbia che ha acceso rivoluzioni, scritto canzoni, fondato imperi. E, nel caso di Mitja, è la rabbia che ha acceso la scintilla del vino.

2013: l’anno più sbagliato per cominciare (e quello giusto per capire)
Il primo anno è stato un 2013. La peggiore annata del secolo, penso. Giusto per cominciare bene.
La risata di Mitja è quasi amara. Anzi è amara del tutto. Come se volesse imprimere una ironia forzata nell’iniziare un’avventura enologica proprio quando il cielo decide di rovesciarti addosso tutto il suo peggio. Pioggia, umidità, malattie della vite. Una battaglia.
Eppure il vino non era venuto male. Mille bottiglie, un esperimento quasi clandestino. Mitja non aveva nemmeno una cantina: vinificava dal cugino, azienda grande e conosciuta. Portava lì le uve, le faceva lavorare come diceva lui. Un lusso da hobby, reso possibile dal fatto che intanto le zucchine rendevano, la famiglia mangiava, le spalle erano coperte.
Era un gioco, ma anche una voglia di diversificare
Che male c’è i fondo. Sarà pure stato un gioco ma io credo che i giochi più seri siano quelli che nascono per caso. Non quelli pianificati a tavolino, con business plan e proiezioni di fatturato. Quelli che nascono da un amore improvviso, da una curiosità che non ti molla, da una pacca sulla spalla che ti brucia ancora.
Mitja si era innamorato del vino quasi per caso.
Io prima ero un bevitore di birra, fondamentalmente. Il vino non lo consideravo più di tanto.
Frequentava ristoranti, mangiava bene. Nei ristoranti, quelli seri, quelli dove la cucina è un’arte, l’abbinamento giusto era cibo e vino. Non cibo e birra. Così comincia ad assaggiare, a capire, a farsi sedurre. L’amore, quello vero, arriva sempre quando meno te lo aspetti. Un aspetto questo che allontana del tutto il pregiudizio iniziale!

Il padre, il vuoto, la scelta
Poi è arrivato il 2020. L’anno del COVID, per tutti. Per Mitja, l’anno in cui il mondo si è fermato e il suo mondo è crollato.
Per me il COVID è stato il minore dei miei problemi. Come azienda orticola, la gente doveva pur mangiare. Non è cambiato niente. Anzi, i prezzi erano aumentati.
Se pensate che queste parole suonino quasi ciniche, non lo sono affatto. Perché quello che arriva subito dopo è il vero colpo. Quello inaspettato e che fa male più di qualunque perdita economica. Perché senza prezzo
Si è ammalato mio padre. Lui era la colonna portante dell’azienda. In tre mesi ci ha lasciato.
Tre mesi. Un battito di ciglia. Il tempo di rendersi conto che stai per perdere tutto e poi, perderlo davvero.
Mi è mancata la colonna per la parte orticola proprio quando stavo cominciando a dedicare più tempo al vino. Ha lasciato un vuoto importante.
Vuoto. Ecco la parola chiave. Mitja non riesce a parlare di dolore o di lacrime. Non è il suo stile e credo non sia neanche lo stile di questi luoghi che di morti ne hanno visti molti. Parla di vuoto. Un vuoto apertosi sotto i suoi piedi come una voragine. Il padre non era solo un genitore: era il socio, il compagno di lavoro, la memoria storica, la rassicurazione silenziosa che tutto sarebbe andato bene. Quando è mancato, è mancata la terra sotto i piedi.
Mitja aveva quarant’anni. Due figli piccoli. Un’azienda orticola che richiedeva 20 ore al giorno per cinque mesi all’anno. Una cantina in affitto, trovata per fortuna proprio accanto a casa, dove stava timidamente provando a fare il vignaiolo.
Avevo le spalle coperte
Così aveva detto prima. Adesso non più. Adesso era solo.
La forza della fragilità
È il 2022 quando Mitja decide di fare il passo. Difficile. Complicato. Ma aveva bisogno di essere felice. Non più orticoltura, non più zucchine, non più sveglie alle tre del mattino, consegne, operai, raccolta febbrile che durava fino a novembre. Ha scelto il vino.
Non è stata solo una scelta imprenditoriale. È stata una scelta di vita. Una scelta di sopravvivenza, quasi.
Non era più sostenibile. Ti porta via troppo tempo. Non puoi nemmeno saltare un giorno. Io ho la fortuna di non aver bisogno di dormire tanto: tre ore mi bastano. Ma fra vent’anni come sarà? Volevo che i miei figli non dovessero fare questi ritmi.
Alle volte capita nelle chiacchierate tra persone. Alle volte ci si apre. E Mitja si apre. Parla dei figli. Del grande, che un giorno ha detto alla mamma che papà non era suo amico perché lavorava sempre.
Quello ti rimane dentro.
La fatica non ti pesa, ma ti consuma. Lentamente e inesorabilmente. Un morso per volta fino a che ti ritrovi con nulla tra le mani e nessuno intorno. Pensi di aver fatto tutto per i tuoi figli e la tua famiglia e capisci, in un istante che sembra un tuono in una giornata uggiosa, che hai sbagliato tutto.
Ho cominciato a lavorare a otto anni. D’estate stavo in campo con gli operai, tenevo la cassettina. Avevo otto anni. Non mi pesa, è anche un mio difetto: penso sempre al lavoro. Però è una cosa che mi piace, la mia vita è questa.
Non mi date del matto ora ma per puro caso, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivata la notifica di un reel Instagram. Sapete di quelli che hanno la voce narrante. Era un video in bianco e nero e la voce narrante diceva: “Il nostro passato ci accompagna sempre, come un fantasma, come una presenza invisibile”. L’ho ricercata ed era un film, davvero mai visto in vita mia, di Andrej Tarkovskij, Lo specchio. Solo tramite Internet lo scoperto che il protagonista, morente, ripercorre la sua vita attraverso immagini oniriche: la madre, la casa d’infanzia, i campi di grano saraceno mossi dal vento. Quella frase mi si è stampata in mente facendomi pensare proprio a Mitja: il suo passato ce l’ha scritto nelle mani, nella schiena, nel modo di parlare. Non lo rinnega, anzi, lo rivendica. Ma ha deciso di non farlo diventare il futuro dei suoi figli.
Che è il più grande regalo che potesse fargli.
Bollicine e bestemmie: la sfida al Collio
Dedicarsi al vino con le vigne in un posto completamente vocato non è banale ma nemmeno impossibile. Collio uguale vino. Una equazione logica, vincente. Magari prevedibile. Certo, passare dal conferimento alla bottiglia non è per nulla immediato. Mitja, nel momento in cui si dedica completamente al vino, non sceglie la strada più ovvia. In una terra come il Collio, dove i bianchi fermi sono venerati come icone, lui decide di puntare sulle bolle.
A me piacciono i vini puliti. Non sono uno dei macerati. E mi piacciono molto le bolle.
Quella che sembra essere una dichiarazione di guerra credo lo sia davvero considerando che più di qualcuno gli ha detto: “Il Collio non è zona da bolle”. Dire una cosa del genere a Mitja, in faccia per giunta, senza criterio, senza argomentazioni, solo per sentito dire o per abitudine mentale (tanto le cose si sono sempre fatte così), non poteva che generare una sfida.
Quando mi dicono così, parte la sfida personale
Vedo i suoi occhi accendersi. Senza arroganza o presunzione. È solo quella sana testardaggine che ha spinto l’umanità a valicare montagne, attraversare oceani, scoprire nuovi mondi. È la stessa testardaggine che ha portato un frate benedettino a inventare lo Champagne quasi per caso (perché sì, la storia del Dom Pérignon che dice “Venite, sto bevendo le stelle” è una leggenda, ma racconta una verità: le bolle sono nate per errore).
Mitja vuole dimostrare che il Collio può essere zona da spumante e lo sta facendo, bottiglia dopo bottiglia, con la meticolosità di chi sa che sta scrivendo una pagina nuova nella storia di questa terra.

Sott’acqua: la poesia del ritorno
L’intuizione più poetica, quella che mi ha convinto che Mitja Princic non è solo un bravo vignaiolo, ma un narratore di storie è l’Underwater Wine.
Ho scoperto anni fa il discorso dell’affinamento in mare. Le bottiglie trovate nelle navi affondate. Mi piaceva come cosa. Il Collio era il fondo del mare.
Milioni di anni fa, dov’erano queste colline? C’era acqua. Un oceano primordiale, silenzioso, buio. Poi la terra si è sollevata, le acque si sono ritirate e su quel fondale sono cresciute viti, ulivi, cipressi, uomini. Prendere un vino che nasce da quella terra e rimetterlo sott’acqua va oltre l’enologia. È filosofia. È poesia. È chiudere un cerchio che è rimasto aperto per ere geologiche.
Abbiamo fatto esperimenti per anni. Abbiamo cercato di capire come fare. Poi ho trovato la quadra
Parole, tono, espressione facciale. Tutto sa di semplicità. Mai di arroganza. Come quando si ha un problema pratico e lo si risolve. Sotto però, in quell’angolo nascosto dell’anima, sento l’emozione del pioniere. Come Cristoforo Colombo quando ha avvistato terra, come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla luna. Nella giusta proporzione, ovviamente. Non stiamo parlando di scoprire l’America, ma per un vignaiolo del Collio, far affinare il vino sott’acqua è un piccolo grande azzardo.
Il mercato del vino va molto a brand. Ci sono 3-4 nomi che vendono il marchio e poi una marea di produttori bravissimi. Perché uno dovrebbe prendere il mio vino? Qui in Collio sono tutti bravi. Devo avere qualcosa per distinguermi.
Onestà intellettuale che applaudo. Perché sì, il vino buono non basta. Oggi sono migliaia i produttori che fanno vini eccellenti. La differenza tra l’uno e l’altro è la storia che c’è dietro e dentro. Raccontare una storia. Creare un’esperienza. Dare al cliente un motivo per sceglierti. E una bottiglia che ha passato mesi in fondo al mare, con la salsedine che accarezza il vetro, con l’etichetta leggermente corrosa dall’acqua, quella è una storia che nessun altro può raccontare.
Mi permette di entrare nei locali stellati dove non mi cagherebbero neanche.
È onesto Mitja. Squisitamente e sfacciatamente onesto. Così onesto che non posso non pensare a tutti quei produttori bravissimi che conosco, che fanno vini straordinari ma non sanno venderli. Che aspettano che il mondo si accorga di loro, invece di andare a bussare alle porte del mondo. Mitja ha bussato con una bottiglia underwater. E il mondo gli ha aperto. Aveva qualcosa in mano che non si sarebbe trovata altrove. Ha raccontato la sua visione. Ha fatto assaggiare i suoi vini. Tutto qui.

Il vino come figlio, il nonno come mito
Se c’è un futuro, occorre trovarlo a partire dal passato. Da quei momenti e da quelle persone che hanno segnato la nostra vita. È così che Mitja mi racconta di suo nonno. Morto poco tempo fa a 97 anni.
Era un mito. Fino all’ultimo anno andavamo a caccia insieme. A 96 anni ha preso due caprioli a 150 metri. Fino all’ultima settimana, testa lucidissima, autonomo. Quando gli dicevamo che a 97 anni si è un po’ rimbambiti, lui rispondeva: “ricordatemi che quando succede ve lo dico”.
Un vecchio saggio, un patriarca, un uomo che ha attraversato il Novecento con la schiena dritta e lo sguardo fiero. Mitja ha bisogno di dedicargli un vino. Ma non uno qualsiasi.
Non voglio che sia una forzatura. Deve venire naturale. Quando trovo il vino giusto, la linea giusta.
Anche mio nonno diceva che i vini sono come i figli. Scegli il nome, li aspetti e poi quando nascono li guardi e dici: “è lui”. Sofocle diceba che “I figli sono le ancore che tengono alla vita le madri”. Allo stesso modo i vini, in fondo, sono le ancore che tengono i vignaioli alla terra. Senza vino, Mitja sarebbe rimasto un produttore di zucchine. Con il vino, è diventato un uomo che dialoga con suo nonno attraverso una bottiglia.
Nel frattempo, la successione familiare è già in moto. Il figlio grande, 14 anni, ha preso dal nonno paterno: testa bassa, lavoratore instancabile. Si è iscritto alla scuola di agraria, vuole fare l’enologo.
A lui piace il mondo del vino perché vede me che vado in giro e mi trattano come un papa quando vado a mangiare dai clienti. E a lui piace mangiare
La piccola, 10 anni, è l’opposto: espansiva, parla con tutti, potrebbe diventare una commerciale formidabile. Mitja li guarda e intravede il futuro: lui in cantina, lei a vendere. Il sogno di ogni padre vignaiolo.
I vini nel bicchiere
Alcuni produttori si raccontano meglio attraverso le parole. Altri si capiscono davvero solo quando taci e bevi. Mitja è entrambe le cose. Ho stappato due bottiglie di Trebes con la stessa attenzione con cui si ascolta qualcuno che sta ancora cercando la propria voce, sapendo che quello che senti è già bello, e che il meglio deve ancora venire.
Level 8. Ribolla Gialla Pas Dosé
Level 8 arriva nel bicchiere arriva paglierino, con un perlage fine e persistente che sale lento, disciplinato, come chi ha qualcosa da dire e non ha fretta di dirlo.
Al naso è pasticceria domestica, quella delle cucine vere: crema al limone ancora tiepida, fiori di glicine appena aperti. C’è una dolcezza che non è zucchero ma è profumo, e già lì capisci che questo vino ha una sua idea di sé.
In bocca il perlage è sapido, fresco, con una punta di amaro finale che non disturba, anzi, è proprio quella punta a rendere tutto meravigliosamente pieno, gustoso, appagante. Il limone torna pulitissimo, porta via ogni residuo di ridondanza, e lascia una sensazione di piacevolezza che non riesci a smettere di inseguire. Un vino croccante, dissetante, semplice nel senso più nobile del termine: nessuna sovrastruttura, solo materia prima e onestà.
Bravo, Mitja. Davvero.
Ribolla Gialla Brut Millesimato 2022
Il 2022 è stato un anno difficile per chiunque lavorasse in vigna. Caldo, siccità, la natura che non chiedeva permesso. Eppure da questa annata complicata Trebes ha tirato fuori qualcosa di molto interessante: il Metodo Martinotti (lungo 18 mesi) Ribolla Gialla.
Nel bicchiere il vino porta ancora addosso i segni di quell’estate lunga: colore caldo, perlage vivace ma non aggressivo, un naso che profuma di Ribolla nel senso più classico: agrumi gialli, un accenno di mandorla, quella mineralità da flysch che qui non è mai un’astrazione ma qualcosa di fisicamente percepibile, quasi tattile. In bocca l’acidità è la protagonista giusta: tesa, verticale, con un finale che rimanda a gesso bagnato e scorza di cedro. Un vino che non vuole compiacere, vuole convincere. E ci riesce.
È ancora giovane. Tra un anno sarà ancora più interessante. Tenetelo a mente.
La cantina di pietra e il borgo che verrà
Mitja possiede una vecchia cantina in pietra. La stessa che usava suo padre. Adesso è in affitto in un’altra sede, ma l’intenzione è di ristrutturarla.
Me la ristrutturerò come mi serve. Poi ci ragionerò per un domani: barrique, cuvée per gli spumanti, sboccatura.
All’occorrenza, sbancherà il capannone accanto per farci una cantina interrata nella collina.
Posso fare grande quanto voglio. Non è un problema.
Anche in questo caso quella di Mitja è tranquillità vissuta senza spocchia o particolare ambizione. È la pazienza di chi vive senza fretta sapendo e volendo dedicare il proprio tempo anche alla propria famiglia. Sa che deve crescere, ma piano piano. In maniera sostenibile. Vigneti che si riconvertono piano piano, da Pinot Grigio e Sauvignon (i vitigni che andavano di moda trent’anni fa) a Ribolla, Malvasia, Friulano
Vitigni che è giusto coltivare qui da noi per valorizzare il territorio.
Un’attenzione quasi maniacale a non stravolgere, a non forzare, a non snaturare.
Poi il sogno: creare un piccolo borgo dell’accoglienza. Cinque, dieci camere. Un posto dove i clienti possano venire, assaggiare il vino, dormire tra i vigneti.
Per come siamo situati si presta perfettamente. Come si usa in Toscana, che sono molto più avanti di noi. La ristorazione? Mi piacerebbe tanto, il mio background è quello. Ma è una rogna apocalittica. Magari mando gli amici a mangiare fuori.
Sorrido. Perché Mitja Princic sogna in grande tenendo i piedi ben piantati nella terra. Progetta il futuro senza dimenticare da dove viene. Vuole crescere, ma non diventare qualcos’altro.

Il clima, i vigneti bassi e la verità sussurrata
I vigneti di Mitja sono nella parte bassa di San Floriano del Collio, verso Cormòns. Se prima questo poteva essere una diminutio adesso, con i cambiamenti climatici, le cose cambiano.
Sono contento. Il clima è diverso rispetto alla parte alta. Con il clima che è cambiato, vedo differenze di temperatura assurde a distanza di 200 metri. I vigneti che si esprimono meglio sono quelli nella parte in basso.
Tra parte alta e bassa del Collio è come se ci fosse una tenzone. Come le tante che ci sono nel mondo del vino, pieno di gerarchie non scritte, di classifiche ereditate dal passato, di cru e di terroir che valgono più di altri. Oggi il clima sta ridisegnando tutto. Quello che era vero trent’anni fa non è più vero oggi. Mitja, che arriva dalle zucchine e non ha pregiudizi, lo vede con chiarezza. Non lo grida ai quattro venti perché sarebbe scortese, sarebbe pericoloso. E Mitja non è il tipo. Semmai lo sussurra mentre io lo raccolgo come si raccoglie un frutto maturo.
Come sarà Mitja tra vent’anni?
Felice. Sereno, in salute. Con un’azienda che lavora bene, con due figli accompagnati a fare quello che gli piace.
Altro che proiettare fatturati, premi, riconoscimenti. Conta la serenità ovvero la cosa più difficile da raggiungere, per uno come lui, abituato a correre a una velocità che gli altri faticano a seguire.
Mio cugino mi dice sempre: “voi Princic siete delle belle persone, ma avete un difetto: lavorate troppo. La velocità a cui andate è troppo alta per gli altri”.
Mitja ne è assolutamente consapevole. Così come è consapevole che è nel suo dna, dunque non risolvibile. Il vino gli ha dato l’opportunità di trovare un equilibrio. Non certo la ricchezza perché magari con le zucchine era meglio. Nemmeno la fama perché per quella ci vuole tempo. L’equilibrio. Ecco, l’equilibrio si.
Non ho ancora assaggiato le bottiglie che in questo momento sono sott’acqua, da qualche parte nell’Adriatico perché non pronte. Le lascio li ma nella mia mente sono un punto fermo di questa storia. Così come lo sono quel nonno che a 96 anni prendeva caprioli a 150 metri; il padre che se n’è andato in tre mesi lasciando non un vuoto ma il vuoto; i figli che crescono; il mare che è stato il principio di tutto; il vino che torna a casa.
Contemporaneamente penso che sì, Mitja Princic ha fatto la scelta giusta. Non certo quella più facile o più ovvia. Sicuramente quella giusta.
Bevi il vino, amico mio, e guarda le stelle. La vita è breve, ma il ricordo di un buon bicchiere dura per sempre.
È una vecchia cantilena contadina che forse non è mai esistita, ma che mi piace immaginare sia stata sussurrata proprio tra i filari del Collio, in una sera che non si dimentica.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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