Dimensione Vino al Belstay di Roma
Borges scriveva che una mappa alla scala 1:1 del mondo sarebbe inutile, eppure ogni degustazione tenta esattamente quell’impresa impossibile: restituire un territorio intero nel perimetro di un bicchiere. Il 27 aprile, all’Hotel Belstay di Roma, Dimensione Vino ha aperto le sue porte e con esse una piccola cartografia dell’Italia enologica, del mixology (termine un pò abusato ma che fa riferimento a quei meravigliosi cocktail realizzati da barman che si annoiano a versare le solite cose), dello show cooking (perché anche il cucinare è un’arte).
Mi sono approcciato all’evento con la voglia di scoprire ma non in una rassegna. In una vera conversazione. Scoprire non solo vini ma anche e soprattutto persone.
L’aria dell’evento aveva quella qualità sospesa delle mattine in cui il tempo sembra disposto a trattare. I tavoli, i produttori, il brusio discreto di chi si avvicina con il naso già inclinato verso il calice: tutto concorreva a creare quella dimensione nella quale il vino non è solo un prodotto ma diviene un interlocutore. Ho scelto di ascoltarlo con attenzione, senza fretta, sapendo che ciascuna di queste voci meritava il silenzio necessario a capirla. La particolarità dell’evento di Dimensione Vino è stata proprio la sua dimensione. Una sorta di struttura non altisonante, non schiamazzata, non affollata. Utile, assolutamente utile per capire prima di qualunque altra sensazione.
Ho scelto di raccontare otto vini, otto coordinate geografiche, otto modi diversi di intendere il rapporto tra la terra e chi la lavora.
Il silenzio dell’Oltrepò: Chiara Torti e il suo Metodo Classico da Pinot Nero Nature
Montecalvo Versiggia è un nome che suona come una promessa geologica. Sulle colline argillose e calcaree dell’Oltrepò Pavese, a circa 360 metri sul livello del mare, Chiara Torti è la quarta generazione di una famiglia che ha fatto del Pinot Nero la propria lingua madre. La sua è un’azienda nata con il bisnonno e cresciuta fino alla sua forma attuale con il padre Alessandro, che negli anni Novanta iniziò a scommettere sulla spumantizzazione del vitigno principe di questa terra. Chiara, dopo gli studi in enologia a Milano, ha scelto di tornare, e questo ritorno è scritto in ogni bottiglia che porta il suo nome.
Il Nature è la sua dichiarazione di principio più netta: pressatura soffice a grappolo intero, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento sulle fecce fini con bâtonnage, poi tra i 18 e i 24 mesi sui lieviti in bottiglia. Nessun dosaggio, nessuna correzione. Il vino torna al mondo così com’è uscito dalla vigna: verticale, teso, con quella freschezza che sembra nascondere una punta d’orgoglio.
Nel bicchiere, il giallo paglierino racconta l’essenzialità prima ancora che lo si assaggi. Al naso arrivano fiori bianchi, un accenno di agrume candito, qualcosa di minerale che rimanda a pietra bagnata dalla pioggia. In bocca è il contrario dell’indulgenza: struttura precisa, acidità che orienta ogni sorso verso il passo successivo, una salinità conclusiva che invita a non smettere. È un vino che non vuole compiacere. Semmai convincere.
L’ombra preziosa: Parabuio di Castello di Meleto
Il borro di Parabuio è un luogo che quasi si vergogna della propria bellezza. Nascosto tra due colline nella sottozona di Casi, nel cuore del Chianti Classico di Gaiole in Chianti, questo torrente impervio scorre in una gola dove il sole filtra poco e la natura fa da padrona. È qui che Castello di Meleto, tra le realtà più rappresentative di un’area che affonda le radici nel 1256, ha scelto di coltivare l’unico vitigno internazionale dei suoi cru: il Merlot. Una scelta che poteva sembrare un cedimento e che invece si è rivelata una rivelazione.
Il Parabuio è il diamante della tenuta, come lo chiamano a Meleto senza falsa modestia. Le uve vengono vendemmiate a mano in cassette, la vinificazione avviene con grande delicatezza nelle operazioni di follatura, poi segue un affinamento in cemento e barrique per ventiquattro mesi. Il risultato è un vino che ha il peso della storia e la grazia dell’umiltà.
Nel calice, il rosso rubino è profondo e cupo come l’ombra del borro da cui prende il nome. Al naso, prima il cassis e la marasca, quel frutto scuro e pieno che sembra raccogliere la penombra del vigneto. Spezie calde, un tocco di vaniglia e cenere. In bocca è opulento ma non pesante, ricco ma non grasso: la freschezza lo percorre come un filo d’argento dentro un tessuto scuro. I tannini sono vellutati, la chiusura persistente, con un finale che porta ancora frutto. È un Merlot che ha imparato il Chianti e ne porta i geni senza rinunciare al proprio carattere.
La grazia alpina: Schiava Rosato di Cantina d’Isera
Isera è un comune della Vallagarina trentina che vive da secoli in simbiosi con la vite. La sua cantina sociale, fondata nel 1907, è una di quelle realtà che il tempo non ha reso stanca ma caparbia: continua a interpretare il territorio con quella fedeltà che solo chi vi appartiene davvero può permettersi. La Schiava, vitigno probabilmente originario dell’Alto Adige, chiamato in tedesco Vernatsch, è la voce più antica di questa terra: è stata per decenni l’uva più diffusa di tutta la regione, prima di cedere spazio a vitigni di moda. Cantina d’Isera non l’ha mai abbandonata.
La versione rosato è un vino da interpretare con lo stesso sguardo leggero con cui si guarda un paesaggio montano di primavera: niente di greve, tutto al suo posto.
Al colore, un rosa brillante che tende al cerasuolo, vivace, quasi allegro. Il naso è fruttato con eleganza. Lampone, petali di rosa, un richiamo lieve di resina di pino che porta con sé l’aria delle Dolomiti e una mineralità rocciosa sottile che dà profondità senza appesantire. In bocca è dissetante, sapido, dall’acidità fresca e la struttura sottile. Un vino che non chiede di essere analizzato: chiede di essere bevuto, e in questo c’è tutta la sua intelligenza.
Il Collio nel bicchiere: Malvasia di Humar
San Floriano del Collio è uno di quei luoghi dove il confine tra Italia e Slovenia è una linea tracciata dagli uomini su un paesaggio che non ne ha mai avuto bisogno. Le colline di marna e arenaria, i venti che scendono dalle Alpi Giulie e si mescolano alla brezza dell’Adriatico, i microclimi che cambiano di collina in collina: tutto concorre a creare un terroir di rara complessità. È in questo contesto che la famiglia Humar lavora da oltre un secolo. Fondata intorno al 1900 da Antonio Humar, passata ai figli Marcello e Marino, oggi guidata da Dario e dalla moglie Natasa con la collaborazione delle loro figlie, sono proprio loro che hanno voluto questa Malvasia, novità che porta la firma della generazione più giovane.
La Malvasia Istriana è un vitigno che in Friuli ha trovato una delle sue terre d’elezione. Nelle versioni più riuscite, sa essere allo stesso tempo aromatica e minerale, generosa e precisa.
Nel bicchiere di Humar, il giallo paglierino è luminoso, con riflessi che tendono all’oro. Al naso arriva una cascata di profumi: fiori di acacia, pesca bianca matura, un accenno di albicocca, poi quella sottile nota di mandorla amara che è la firma del vitigno. In bocca è strutturata, con una morbidezza che avvolge senza spegnere: la sapidità è viva, il finale persistente, con quel leggero retrogusto amaricante che chiude ogni sorso come una piccola risoluzione musicale. Un bianco che convince non per forza ma per eleganza.
Il vino della memoria: Lison Classico di Ai Galli
Il Lison Classico DOCG è uno di quei vini che si possono raccontare solo partendo dalla storia che portano in corpo. Il Tai, questo il nome con cui si identifica il Tocai in Veneto, è l’uva che ha definito per secoli l’identità enologica del territorio tra Venezia e il Friuli. La denominazione Lison, riconosciuta come DOCG e affiancata dalla menzione Classico per il cuore storico della produzione, è oggi custodita da pochi produttori che ne hanno capito il valore identitario. Ai Galli, di Pramaggiore, è tra questi: oltre sessanta ettari vitati a cavallo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, una storia di più di quarant’anni, un impegno tenace sulla ricerca dell’eccellenza in un territorio che il mercato ha spesso sottovalutato.
Le uve, 100% Tai, vengono raccolte a mano nella seconda decade di settembre. La vinificazione avviene in acciaio, con macerazione pre-fermentativa a bassa temperatura, affinamento sulle fecce fini. Il vino risposa poi in bottiglia per due mesi prima di uscire.
In bocca arriva con quella franchezza tipica dei grandi bianchi di territorio: fresco, con note di pesca bianca e un profumo pulito di fiori campestri, poi una sapidità che cresce e una chiusura lievemente ammandorlata che è il marchio inconfondibile del vitigno. Semplice? No. Risolto.
L’eccezione come regola: L’Eccezione 60 di La Regola
Riparbella, sulla Costa degli Etruschi, è un luogo dove il vino è di casa da prima della storia scritta: i romani romani trovarono anfore vinarie nel sottosuolo, testimonianza di una vocazione che non ha mai smesso di esprimersi. La Regola, azienda nata nel 1990, prima cantina del territorio, fondata da Luca Nuti e poi affiancata dal fratello Flavio, ha scelto di stare qui con una coerenza che ha il sapore delle scelte vere. Biologica, ecosostenibile, alimentata a energia solare, affrescata dal maestro Stefano Tonelli: un luogo dove il confine tra cantina e opera d’arte è deliberatamente poroso.
L’eccezione 60 è il loro Metodo Classico Brut Nature Millesimato: un vino che porta già nel nome il rifiuto delle regole imposte dall’esterno. Sessanta mesi sui lieviti. Cinque anni in bottiglia a costruire complessità. Prima di tornare alla luce.
Nel calice è tutto ciò che quel tempo promette: un perlage fine e persistente, un colore dorato che tradisce la maturità, al naso sentori di frutta gialla matura, pasticceria, un filo di miele d’acacia e quella tensione minerale che la Toscana costiera sa regalare quando vuole. In bocca è ampio, cremoso, con una struttura che regge senza appesantire: l’acidità fa da ossatura, il finale è lungo e sapido. Un Metodo Classico che non guarda alla Champagne con deferenza, ma la guarda negli occhi.
Il dolce sospetto: L’indagato di Claudio Mariotto
Il nome è una boutade che nasconde una filosofia. L’indagato: come se il vino avesse qualcosa da confessare, qualcosa che non vuole svelare troppo in fretta. Claudio Mariotto, vignaiolo di Vho, sulle colline di Tortona, quarta generazione di una cantina nata nel 1920 con il bisnonno Bepi, è uno dei protagonisti della rinascita del Timorasso nei Colli Tortonesi. Ma L’indagato non è un Timorasso: è un Moscato, interpretato come mosto parzialmente fermentato, con quella dolcezza naturale bloccata dall’interruzione della fermentazione per controllo della temperatura. Un vino da dessert, ma anche da contemplazione.
Le uve provengono dai vigneti di Vho, su suoli calcareo-argillosi a 250-300 metri di altitudine. La pressatura è soffice, la spuma è ottenuta con la presa di spuma classica, e il risultato è una bollicina delicata che avvolge senza stancare.
Nel bicchiere è di un giallo paglierino tenue, quasi timido. Al naso la dolcezza aromatica del Moscato esplode subito. Pesca, albicocca, fiori bianchi di campo, un accenno di salvia. C’è qualcosa di più complesso sotto, come un pensiero che si nasconde in una frase semplice. In bocca è fresco nonostante la dolcezza, con quella naturalezza che solo l’interruzione al momento giusto può garantire. L’indagato, alla fine, si rivela tutto: è colpevole soltanto di essere buono.
La Franciacorta nel nome: Brut di De’Federici
De Federici è una realtà della Franciacorta che porta con sé il peso nobile di una delle denominazioni più riconosciute d’Italia. Il territorio, il microclima temperato dalle correnti del Lago d’Iseo, i suoli ricchi di minerali e morenici lasciati dai ghiacciai. È una di quelle cartoline geologiche che l’Italia sa regalare con generosità inverosimile. Qui, il Metodo Classico non è una scelta produttiva: è un’appartenenza.
Il Brut di De Federici interpreta questo appartenere con rigore e sensibilità. La vinificazione in bianco avviene con pressatura delicata in pressa pneumatica, il mosto viene chiarificato a bassa temperatura, la fermentazione si svolge in acciaio a temperatura controllata. La presa di spuma segna l’inizio del lungo dialogo con i lieviti.
Nel calice, il giallo paglierino brillante con riflessi dorati racconta già il calore del lavoro fatto. Al naso, frutta a polpa bianca, note di lievito gentile, un accenno floreale che apre il bouquet senza dominarlo. In bocca è fresco e sapido, con un perlage fine che porta ogni sorso verso la persistenza. Un Franciacorta che non si esibisce ma convince. C’è in questo Brut quella qualità rara dei vini che sanno stare al proprio posto. Che è un modo nobilissimo di essere esatti.
Otto bicchieri, otto storie, un solo filo rosso. O meglio, un filo bianco e dorato come il perlage di un Metodo Classico che le tiene insieme: la convinzione che il vino non sia mai una risposta, ma sempre una domanda posta alla terra. Dimensione Vino, al Belstay di Roma, quella domanda l’ha moltiplicata per otto. E ogni risposta valeva il viaggio.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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