Viconari. Il giusto sbaglio del Pecorino
Montefiore dell’Aso, nel cuore della Val Menocchia. Dove?? Marche, Sud delle Marche.
E’ un territorio che oggi fatica ancora a trovare posto sulle mappe del vino, con una successione di colline che guardano l’Adriatico senza mai cercare di assomigliare a territori più celebri, proprio per questo affascinante. Al bello ci si può abituare, anche in fretta, il nuovo invece ti rende curioso e vorace di conoscenza.

Soprattutto quando Raimondo ti dice:
” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”.
Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà.
Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità.
L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio.
Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino.
Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato…
La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione.
Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle.
Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio.
Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini.
In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate.
Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi.
Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia.
Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro.
Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse.
Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire.
Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica.
Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma.
Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato.
In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga.
E’ un vino avvolgente che ti rasserena.
Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino.
Spiazzante!
Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via.
Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze. Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”. Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo.
Quindi, che Sangiovese sarà?
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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