Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio
Esistono luoghi in cui il paesaggio non fa soltanto da sfondo. Diventa parte della vita, delle scelte e del lavoro quotidiano. Nel racconto di Roberto Crosio, il ghiacciaio è una presenza silenziosa che continua a influenzare la montagna e a definire il carattere di un territorio capace di lasciare un’impronta profonda in chi lo abita e in chi lo attraversa.
Da bambino, la prima cosa che hai quando cresci in una casa che porta il nome di un fiore è il profumo. Il profumo della cucina, delle erbe raccolte all’alba in Valchiusella, del brodo che sobbollisce mentre fuori il Canavese si risveglia piano. Roberto Crosio è il figlio di Mariangela Susigan e Mauro Crosio. Lei chef stellato, lui padrone di sala con mani da sommelier e voce da cantastorie. Loro è il Ristorante Gardenia di Caluso. Una casa ottocentesca avvolta da orti e giardini a mezz’ora da Torino dove Roberto ha imparato la prima cosa che conta davvero: che il rispetto per la terra ripaga sempre. Che cercare l’anima di un luogo non è un atto poetico ma un atto preciso.
La cucina di Mariangela è una cucina che va a prendere le cose dove stanno: negli orti, nei boschi, nell’erba spontanea che lei raccoglie nei prati dell’anfiteatro morenico come se stesse leggendo una mappa che solo lei sa decifrare. Crescere a quella tavola, non come ospite, ma come figlio, ha significato imparare come il territorio non sia uno sfondo. È il soggetto. Roberto l’ha capito presto, forse prima di riuscire a dirlo a parole. Da adolescente andava a lavorare part-time alla cooperativa vinicola locale, rubando il mestiere agli anziani che pigiavano l’uva con quella competenza silenziosa che appartiene a chi non ha mai avuto bisogno di spiegarsi. Poi, prima di fondare la propria cantina nel 2000, tanti anni di vendemmie sparse per il Piemonte. Ma anche una decisiva, in Australia: la Barossa Valley, dove il vino si fa con un coraggio diverso, senza le parentesi del passato a proteggerti.

Tornato in Italia con la testa piena di questo contrasto, Roberto ha scelto il punto esatto in cui voleva stare: Caluso. Il suo posto. La sua terra.
La terra, qui, non è una metafora. L’Anfiteatro Morenico di Ivrea è una delle formazioni geologiche di origine glaciale meglio conservate al mondo. Superata in Italia soltanto dal bacino del Garda. Ventimila anni fa, il ghiacciaio del Monte Rosa percorreva la valle della Dora Baltea e scaricava in pianura una massa enorme di sassi, ghiaia, sabbia: ciottoli e detriti minerali stratificati per millenni, compattati dal gelo, poi liberati dall’acqua, poi lasciati qui a fare suolo. Il risultato è un terreno franco sabbioso, pH 5,6, acido come deve essere per l’Erbaluce, con quella mineralità che non si sente soltanto nel vino ma si vede nelle colline, nella pietra grigia che emerge qua e là, nei laghi morenici. Candia, Viverone, i cinque laghi di Ivrea punteggiano la pianura come specchi dimenticati. Per questi stessi sentieri passava la Via Francigena, l’arcivescovo di Canterbury Sigerico che nel 990 annotava le sue tappe di ritorno da Roma. Canavese era il paese di mezzo, il luogo dove le strade si incrociano e il vino aspettava i pellegrini.

L’Erbaluce
Roberto coltiva circa dieci ettari su questo suolo con l’Erbaluce a fungere da centro di gravità nel reticolo della pergola Canavesana. La pergola Canavesana è una scelta di campo: è lenta, è cara da mantenere, è densa di storia. Roberto l’ha tenuta perché è quella che questo vitigno conosce da sempre, quella che gli permette di esprimersi nel modo che gli appartiene. Poi Nebbiolo e Barbera a guyot, poi Merlot e Syrah incontrati durante i suoi viaggi. Vitigni internazionali addomesticati in un paesaggio che non perdona le imposture.
Non si può fare qui il biologico. Troppo complicato. Forse insensato. La lotta integrata con prodotti di origine prevalentemente naturale, niente diserbanti, tutto il lavoro a mano è quello che l’ambiente e la coscienza gli impongono.
Un buon vino è fatto solo di uva buona.
Si, certo, facile a dirsi ma quando troppo spesso, inseguendo le chimere del mondo moderno, dimentichiamo quello che facevano i nostri vecchi, quelli che avevano la saggezza di aspettare e intervenire solo quando necessario, in armonia totale con la natura, allora si combinano casini.

Monica, la sua compagna, è l’anima narrante dell’azienda. Sempre con il sorriso. Sempre disponibile. Roberto è sempre in vigna anche se l’ho incontrato ad una degustazione a Roma. Con Monica ovviamente. Ma se c’è da portare i visitatori a scoprire il territorio, a far assaggiare i vini, a parlare dell’azienda e di Roberto, c’è solo Monica. Roberto ha quella timidezza sabauda che è forse solo voglia di rifugiarsi sotto le pergole.
La cantina è a Candia Canavese, sulla strada tra Caluso e il lago. A cinque minuti dal Gardenia, una genealogia geografica che non lascia spazio all’equivoco: questa famiglia ha un solo modo di essere al mondo, ed è questo.
Trentacinquemila bottiglie l’anno. Una misura artigianale, intenzionale. Abbastanza per esistere, non troppo da perdersi.
Nel 1600 Giovan Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia, descrisse l’Erbaluce con la precisione di chi aveva appena visto qualcosa di necessario: Erbalus è uva bianca così detta, come Alba Lux, perché biancheggiando risplende” Alba Lux, luce dell’alba. Un nome che non descrive una varietà botanica, ma un’apparizione. L’Erbaluce di Caluso ottenne la DOCG nel 1967, prima denominazione bianca del Piemonte, in un territorio dove il vino dolce passito era già presente alla corte di Napoleone e nelle mense dei pellegrini francigensi. Roberto eredita tutto questo senza il peso dell’eredità: lo porta leggero, come chi sa da dove viene ma ha deciso da solo dove andare.

Primavite. Erbaluce di Caluso DOCG
Il Primavite è il primo vino: non cronologicamente soltanto, ma nel senso che è il gesto originario, l’intenzione da cui tutto il resto discende. Viene da viti tra i quindici e i trent’anni, vinificato in acciaio a temperatura controllata, affinato sui propri lieviti per cinque o sei mesi, poi ancora in bottiglia per sei. È un vino che si costruisce per sottrazione: nessuna barrique, nessuna interferenza esterna, solo il dialogo diretto tra l’uva e il suolo da cui viene.
Nel calice il giallo paglierino è scarico, ma ha al tempo stesso una luminosità silenziosa che si impone senza annunciarsi. Al naso sembra già teso prima ancora che lo avvicini. Verticale come il corpo del vino che seguirà. Si sente l’uva nel senso più nudo del termine: un’uva aspra, viva, che poi si esalta nel glicine e nel biancospino, in un agrume maturo che ha la strana qualità di essere contemporaneamente fresco e rotondo, come un limone che ha deciso di non scegliere. L’erba verde, tenue e sana. La mela verde che non mente sulla propria natura. Una pera croccante che da la consistenza prima del sapore. E poi, a sorpresa, quasi un’eco d’ananas: fresca, succosa, con quel contrasto tra acido e dolce che lo rende difficile da smettere di annusare.
In bocca arriva, puntuale come il Natale, con la verticalità che prometteva al naso. Solo che è una verticalità generosa, che sa espandersi. La sapidità è il centro di gravità, la persistenza è lunga e non vuota, e quello che rimane sul palato è una sensazione di pulizia che non è sterilità ma grazia: la bocca resta pulita ma con ancora questo retrogusto che è un misto tra limone e mela verde, come se il vino non volesse del tutto andarsene. Un vino che non ti stanca. Un vino che ti fa voglia di ricominciare dal primo sorso.
Incanto. Erbaluce di Caluso DOCG Metodo Classico (annata 2020, sboccatura 2024)
L’Erbaluce ha due vocazioni naturali: il vino fermo e il Metodo Classico. Roberto le coltiva entrambe con eguale convinzione. L’Incanto è la prova che la seconda non è un capriccio ma una necessità. La naturale acidità del vitigno, la pergola Canavesana, il suolo morenico: tre elementi che sembrano fatti apposta per questo tipo di vino, e che qui si incastrano con la precisione di chi ha aspettato il momento giusto. Quattro anni sui lieviti, sboccatura 2024: il tempo non è un costo ma un ingrediente.
Nel calice è un giallo paglierino luminoso, il perlage fine e persistente come si addice a chi non ha nulla da dimostrare. Al naso gli agrumi arrivano in quantità: freschi, possenti, diversi tra loro, come se il vino stesse citando tutti gli agrumi che conosce nello stesso momento. Si mescolano all’erba appena tagliata, al fieno, alle margherite, all’iris. Il limone si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso: un biscotto al limone, quasi, e poi la salvia e le erbette, e una mineralità che insegue ed è inseguita. Un calice che non smette di aprirsi.
In bocca la sensazione principale è quella di un’alternanza tra opposti che non si escludono ma si cercano: verticale e cicciotto, fresco e avvolgente, teso e ampio. Il limone è presente ma mai invasivo. È tenue, soave, come una nota bassa che tiene insieme l’accordo senza sovrastarlo. La persistenza è bellissima: lunga, piacevole, con quel finale che ti trattiene lì ancora un momento, a bocca vuota, a fare l’inventario di quello che resta. Una luce che emerge dal calice e ti segue anche dopo. Erbaluce, Alba Lux: aveva ragione Croce.
Gemini. Nebbiolo Canavese
Ho un debole per i vini che sanno raccontare una storia, ma ancor di più per quelli che lo fanno con discrezione. Il Gemini di Roberto Crosio è esattamente questo: un Nebbiolo che si presenta gentile, quasi sussurrando e poi ti avvolge lasciandoti addosso un calore inaspettato.
Il Canavese non è certo la turbolenta e famosa Langa. È un’altra storia. Qui, incastonato nell’anfiteatro morenico di Ivrea, il terreno racconta il lento ritiro dei ghiacciai antichi, lasciando depositi ricchi di minerali e scheletro. Su queste colline, il Nebbiolo ha imparato a esprimersi senza la prepotenza che talvolta assume altrove, regalando invece un’eleganza sottile e una freschezza che sorprende. Qui l lavoro di Roberto Crosio trova la sua dimensione più autentica: l’Erbaluce rappresenta il cuore della sua cantina, ma è con questo Gemini che ho scoperto la sua capacità di interpretare i rossi con una sensibilità fuori dal comune.
Nel calice si presenta con un bellissimo colore granato, già accennando a quei riflessi aranciati che sono il biglietto da visita classico del Nebbiolo un po’ maturo. Al naso è un concentrato di dolcezza: non c’è l’aggressività del tannino giovane, ma una nota calda e avvolgente di gianduja che mi ha subito messo a mio agio. Emergono poi la cannella, le spezie d’Oriente, un tocco di liquirizia e quella violetta che fa sempre capolino quando il vitigno è ben interpretato. In bocca conferma questa impressione: un tannino gentile, quasi vellutato, accompagna una beva dinamica dove la componente acida dona la giusta slancio senza mai diventare scomoda.
Pensatelo con un bel piatto di selvaggina oppure con formaggi a pasta dura ben stagionati. Porterà a tavola quella sensazione di calore e conforto che cercate quando fuori fa freddo, senza mai stancare il palato.
Nel panorama dei rossi piemontesi, dove spesso si corre a cercare l’ennesima etichetta di prestigio dal prezzo stellare, il Gemini di Roberto Crosio è una boccata d’aria fresca. È l’esempio concreto che il Nebbiolo può essere anche ristoro, leggerezza e puro piacere di bere.
Le scelte di Roberto
Roberto avrebbe potuto ereditare il palcoscenico del Gardenia con quella cucina stellata, quella sala che Mauro gestisce con la grazia discreta di chi conosce il peso di ogni bicchiere servito. Avrebbe potuto diventare chef, maître, sommelier, custode di una tradizione familiare che già portava un nome e una reputazione. Il percorso era tracciato, la strada asfaltata, il risultato prevedibile.
Ha scelto la vigna.

E non una qualsiasi. Ha scelto l’Erbaluce, un vitigno di nicchia profonda, confinato in meno di trecento ettari di denominazione, capace di ispirare devozione quasi monastica nei suoi estimatori e di passare del tutto inosservato al resto del mondo. Non il Nebbiolo delle Langhe, non il Barolo con la sua liturgia consolidata, non nessuno dei vitigni che il mercato internazionale riconosce senza dover aprire una guida. L’Erbaluce di Caluso: Alba Lux, quella luce che risplende solo per chi si ferma a guardarla. Roberto l’ha scelta sapendo benissimo cosa comportava. Non la via della notorietà rapida, ma quella della fedeltà lenta. La scelta di chi vuole costruire qualcosa di vero invece di qualcosa di grande.
Ha voluto fortemente rendere merito alla sua terra e rendere è proprio la parola giusta. Non è prendere, non è appropriarsi. È restituire.
Monica Viola abita quel territorio con la stessa coscienza. Un cognome che è il colore del Nebbiolo giovane, il colore che il Gemini porta nei suoi riflessi prima che il granato prenda il sopravvento. Coincidenza, certo. Ma certe coincidenze sembrano progettate.
Non è la parte dinamica di un progetto altrui ma la persona che ha scelto di abitare quel progetto con piena coscienza, di farlo proprio senza smettere di essere se stessa. Me la immagino mente cammina tra i filari con la disinvoltura di chi conosce ogni vite per nome. Per questo non sta illustrando il lavoro di qualcun altro. Sta raccontando qualcosa che appartiene anche a lei. È lei a guidare le passeggiate tra le vigne, a portare i visitatori a scoprire l’Erbaluce, a condurre le degustazioni in cantina. Lei, non descrive solo un vino perché ha un entusiasmo vero che ti fa venire voglia di berlo per ritrovare il modo con cui lei lo vive.
Ha sposato Roberto ancora solo in senso figurato e ridono entrambi quando glielo si fa notare. Ma certe unioni non hanno bisogno di cerimonie per essere riconoscibili. Basta un vino che porta il tuo nome, e una vigna che cammini come se fosse casa.
Alba Lux. La luce dell’alba non illumina tutto il mondo. Ma illumina benissimo il posto in cui sorge. Così come le persone che hanno scelto di restarci.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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