Arillo in Terrabianca
31 Ago 2026
Suggestioni di Vino

Arillo in Terrabianca. Adriana Burkard, intanto custode, poi la terra farà il resto

 

Alcune eredità non si misurano in ettari o bottiglie. Si riconoscono nelle scelte quotidiane, nel rispetto per la terra e nella volontà di preservare ciò che conta. È da qui che prende forma il percorso di Adriana Burkard ad Arillo in Terrabianca, una storia che parla di famiglia, identità e futuro attraverso il linguaggio più sincero del territorio.

Arillo in Terrabianca, la terra come eredità e il vino come memoria

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.
Tolstoj apre così Anna Karenina, con una frase pericolosa da portare dentro una storia di vino. 

Il vino, quando lo si guarda davvero, non parla mai soltanto di vigne, annate, suoli e cantine. Parla di famiglie. Di ciò che si tiene insieme. Di ciò che si perde. Di quello che si prova a consegnare a chi verrà dopo, sapendo bene che nessuna eredità è innocente, nessuna terra è davvero posseduta, nessun futuro si costruisce se qualcuno non decide, prima degli altri, di assumersi una fatica. 

Adriana Burkard non è una donna annoiata in cerca di un bel paesaggio toscano dove sistemare il proprio tempo libero. Sarebbe una lettura comoda, fin troppo scontata. Per questo profondamente sbagliata. Oltre che ingiusta e miope.

La sua storia ha un’altra temperatura. Nasce da una ferita composta, da una consapevolezza silenziosa, da una domanda che non viene mai pronunciata fino in fondo ma resta lì, sotto ogni parola: che cosa lasciamo davvero ai nostri figli quando diciamo di voler lasciare loro qualcosa? 

Arillo in Terrabianca

La incontro prima attraverso i vini, poi attraverso la voce. Ed è la voce, più ancora dei vini, a spiegare tutto. Adriana parla con quella calma delle persone che hanno imparato a stare dentro la complessità senza scomporsi. Ha il rigore svizzero nel controllo, la precisione con cui misura le parole. Quando però torna alla sua infanzia, affiora la campagna dei nonni emiliani e il Lambrusco fatto in casa. Così la voce cambia. Si ammorbidisce. Diventa italiana fino in fondo. 

Io sono nata a Genova, però da genitori emiliani. I miei nonni erano contadini, coltivavano la terra. Sono stata esposta a quella realtà da bambina e mi piaceva moltissimo. I momenti più belli erano quando correvo in campagna nella proprietà del nonno e quando facevano il vino, il Lambrusco, il vino di casa.

Non pensiate stia facendo una ricostruzione tanto per darsi un’origine poetica. È solo che alcune cose accadono una volta e poi non finiscono più. Restano nel corpo. Nelle mani. Nel modo in cui una persona guarda un campo, una cucina, un animale, una bottiglia aperta a tavola. La memoria è come il mare: restituisce i relitti quando vuole. Adriana quel relitto lo ha portato con sé per anni, dalla Liguria alla Svizzera, dal mondo dello sport a quello della famiglia, dalla disciplina del corpo alla disciplina dell’impresa. Finché un giorno quel ricordo ha smesso di essere nostalgia diventando, di colpo, progetto. 

Io ho questo senso di fare le cose, di creare le cose. Mi vengono delle ispirazioni, delle visioni. Il mio desiderio era sempre quello di ritornare alla terra, riprendere quelle sensazioni che avevo quando ero bambina e lasciarle anche ai miei figli, ai nostri figli, ai nostri nipoti. Creare qualcosa che rimanga nel tempo.

Eccolo, il punto. Qualcosa che rimanga. Non qualcosa che renda o brilli. Qualcosa che rimanga. Una differenza che è enorme nella vastità di un verbo come restare significa. Restare è una parola antica, quasi fuori moda. Oggi è un continuo invito a passare, andare oltre, vendere, liquidare, spostarsi, monetizzare, convertire. Adriana ha scelto invece una cosa lenta, esposta, fragile. La terra. Una cosa che non ubbidisce mai del tutto. Una cosa che non si lascia possedere e che, comunque, chiede sudore, competenza, pazienza, sconfitte. 

Arillo in Terrabianca
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Una famiglia non si salva dividendosi il futuro 

Forse Arillo in Terrabianca nasce veramente quando Adriana osserva l’altra grande storia familiare, quella del marito Urs. Una grande impresa industriale costruita in oltre un secolo, nata dall’intuizione di un bisnonno muratore e cresciuta fino a diventare una multinazionale. Una storia di lavoro vero, non di rendita. Di calli, formule, cemento, rischio, mani sporche. Poi, come spesso accade alle cose costruite dagli uomini, quella storia diventa troppo grande per restare semplice. 

È stata nella famiglia per centoquattro anni. Il padre di mio marito l’ha fatta diventare una multinazionale e poi l’hanno venduta, con grande dispiacere. Ma quando arrivano figli, nipoti, generazioni diverse, diventa tutto più complicato.

Non colgo amarezza nella sua voce. Colgo qualcosa di particolarmente profondo. È realismo e  coscienza che anche ciò che nasce per unire può diventare, con il tempo, materia di divisione. Un’azienda, una casa, una proprietà, una quota, un nome. Si comincia con un fondatore che costruisce per tutti e si finisce, a volte, con eredi che misurano, distinguono, calcolano, separano. Non per cattiveria. Perché la vita, quando si accumula, pesa. E se non le dai una forma viva, diventa patrimonio morto. Ma poi, anche a voler dare qualcosa di più, il numero di eredi si propaga come le radici nel sottosuolo. Arriva il tempo nel quale qualcuno vuole la sua parte per fare qualcos’altro o perché non ama più stare insieme o, semplicemente, perché non è d’accordo con il resto. È per questo che i saggi del passato affidavano tutto al primo figlio maschio (che aveva anche il compito di prendersi cura di tutta la famiglia). Per mantenere e non dividere. Erano altri tempi, lo so. 

Forse, proprio allora, Adriana ha immaginato altro. Titoli da dividersi, conti da misurare, stanze da assegnare. Meglio una terra sulla quale tornare a lavorare. Bottiglie da produrre. Boschi da curare. Una cappella da restaurare. Vigne da ascoltare. Una famiglia da coinvolgere non alla fine, quando tutto è già deciso, ma dall’inizio, quando il progetto è ancora fatica, rischio, incertezza. 

Se vuoi che un domani prendano la legacy, devi coinvolgerli dall’inizio. Non puoi tenerli fuori.

Legacy. Potrebbe sembrare una parola da consulenti impressa in una slide di apertura per identificare il passaggio generazionale ben confezionato. Nella bocca di Adriana, invece, è qualcosa di intimamente carnale. Significa memoria che continua a lavorare. Significa figli che non ricevono soltanto, ma entrano. Significa nipoti che un giorno potranno camminare in un luogo sapendo che non è nato per separarli, ma per ricordare loro che appartengono a una storia comune. 

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Custodi 

Durante la conversazione, arriviamo alla terra. Non al vino. Alla terra. Quella terra non è mai davvero nostra. La possiamo comprare, certo. Possiamo avere un atto notarile, un confine, una particella catastale, un cancello. Ma la terra non si possiede, mai, fino in fondo. Prima di noi ha avuto altri passi. Dopo di noi ne avrà altri ancora. La terra si riceve in prestito e ciò che conta è lo stato in cui la si restituisce. 

È esattamente il motto della nostra azienda. Noi siamo custodi.

Custodi. La parola resta sul tavolo come una chiave appoggiata dopo aver aperto la porta. Un proprietario può pensare di prendere. Un custode sa di dover restituire. Un proprietario può sfruttare. Un custode deve capire quando fermarsi. Un proprietario guarda il confine. Un custode guarda ciò che potrà esistere dopo di lui. 

Siamo l’anello più debole della catena. Siamo quelli che possono fare del bene o del male.

Il vino non comincia quando l’uva entra in cantina. Comincia molto prima, nel modo in cui un essere umano decide di stare davanti alla natura. Con arroganza o con gratitudine. Con fretta o con ascolto. Con la presunzione di comandare o con l’umiltà di imparare. 

Adriana nella sua consapevolezza non recita la parte dell’imprenditrice infallibile. Al contrario, mostra la sua parte più interessante, quella che studia, ascolta, chiede, si affida, sbaglia, corregge. Ha dovuto prendere la licenza agricola, ha iniziato il corso da sommelier, è entrata dentro una materia immensa senza fingere di dominarla. 

Mi reputo ancora molto acerba. Non ho ancora che cinque vendemmie sulle spalle. Ho tanto rispetto per quelli che lo fanno da tanti anni, perché è un mestiere non facile per niente.

Ecco l’Adriana che diventa credibile fino in fondo. Sa di non sapere ancora abbastanza. E questa, nel vino come nella vita, è una qualità rara. Soprattutto quando si hanno i mezzi per comprare competenze e nascondere insicurezze dietro un marchio. Lei invece le lascia intravedere. Non come debolezza, ma come parte del cammino. 

Arillo in Terrabianca nasce così, da una progressione quasi improvvisa. Doveva essere una casa per la famiglia, una proprietà con un po’ di terra. Diventa invece un sistema complesso: Radda in Chianti, Maremma, Val d’Orcia. Tre tenute, tre anime, sessanta ettari vitati, boschi, seminativi, olivi, tartufaie, animali da immaginare, cantine da ripensare, vini da cambiare. 

All’inizio immaginavo la Toscana con i cipressi, il tramonto, un bel bicchiere di vino. Poi è diventato qualcosa di molto più grande. Quando hanno iniziato a dirmi che ero pazza, ho capito che forse avevo tra le mani qualcosa di diverso.

Ride, ma non è una risata leggera. È la risata di chi ha capito che certe follie, quando sono attraversate da una visione, non hanno neanche l’intenzione di essere capricci perché sono già, inesorabilmente, destino. Meant to be, dice a un certo punto, cercando una parola italiana che non arriva. Doveva accadere. E forse davvero alcune cose non nascono da una scelta razionale, ma da una concatenazione di segni che a guardarli prima sembrano casuali e dopo diventano inevitabili. 

Arillo in Terrabianca

Tre tenute, tre modi di appartenere alla Toscana 

A Radda c’è il cuore più spirituale del progetto. La vecchia cappella del Duecento in mezzo alle vigne, restaurata prima di tutto il resto, quasi a dire che prima della produzione andava salvata la memoria. In Maremma c’è il respiro ampio, la luce, il mare, le colline metallifere. In Val d’Orcia c’è la dimensione più privata, quasi segreta, quella che Adriana chiama una boutique dell’anima, un luogo non per tutti, perché alcuni luoghi non devono essere consumati ma meritati. 

La Toscana, nel racconto di Adriana, non è una cartolina. Non è il fondale levigato di una fuga romantica. È una regione multipla, a tratti severa, capace di cambiare volto in pochi chilometri. 

Dove lo trovi un territorio che ti presenta tutto questo?

Colline, pianure, mare, boschi, vigne, la pietra bianca della Val d’Orcia, il ferro della Maremma, l’ombra di Radda. Forse il fascino di questa impresa sta proprio nel non aver cercato un’unica Toscana, ma tre Toscane diverse, tre caratteri da ascoltare senza volerli rendere uguali. 

Il lavoro sui vini segue lo stesso principio. Adriana e il suo team non hanno inseguito la potenza facile, né la nostalgia dello stile internazionale che un tempo dominava molte etichette toscane. Hanno scelto una sottrazione. Più eleganza, più freschezza, più identità. Meno trucco, meno legno esibito, meno volontà di impressionare. 

Abbiamo deciso di fare vini più eleganti, più freschi, più verticali. Siamo alla ricerca dell’espressione del terroir e dell’uvaggio che abbiamo nelle nostre proprietà.

Il pranzo da Giulio Terrinoni: quando i vini diventano racconto 

A pranzo, da Giulio Terrinoni, i vini arrivano dentro questo racconto come scene successive di uno stesso film. Non sono interruzioni tecniche, ma capitoli liquidi della sua visione. A tavola si parla di famiglia, di giovani, di memoria, di stagioni perdute. Giulio presenta un piatto che chiama 93,3 km, la distanza tra la sua cucina e quella di sua madre. All’improvviso, tutto sembra tenersi: la ricotta, gli asparagi, la grappa, il brodo di scalogno, la distanza da casa, la memoria che diventa gusto. Anche il vino entra lì, non come esercizio di analisi, ma come parte di una conversazione più grande. 

Arillo in TerrabiancaL’Imposto Vermentino Superiore entra nel bicchiere con la luce netta della Maremma. Nasce da una piccola parcella vicina al mare, con le colline metallifere alle spalle e il Golfo di Follonica che sembra non stare mai troppo lontano. Il nome richiama una finestra, e davvero il vino funziona così: apre. Apre su un paesaggio di vento, sale, agrumi, erbe mediterranee, pietra calda e brezza marina. Ha una sapidità lunga, quasi nervosa, che sa di precisione. Non è un Vermentino decorativo, di quelli che passano e non lasciano traccia. È un vino che ha una luce interna. Una luce salata. Con la ricotta e gli asparagi marinati del piatto di Terrinoni trova un passo naturale: la parte vegetale ne accende la freschezza, la ricotta ne distende la tensione, il finale sapido tiene tutto come una corda ben tirata. Ricordate Mediterraneo di Salvatores? Mi direte che non c’entra nulla con la Maremma. Vero, però pensate a quanto le immagini di quell’isola abbiano suscitato in voi una sorta di sospensione nel tempo che ha restituito la voglia spasmodica di andarli non solo a vedere ma anche ad abitare. Ecco, questo Vermentino mi ha dato quella sensazione: voler essere li per viverlo. 

Il Sacello Chianti Classico riporta tutto a Radda. Il nome viene da quel piccolo luogo di culto, da quella cappella che resiste tra le vigne come un punto fermo. È un Sangiovese che rinuncia al legno, alle maschere, alle scorciatoie. Acciaio, cemento, frutto, tensione. Nel bicchiere ha ciliegia croccante, marasca, arancia sanguinella, una nota di erbe fresche e quella vibrazione acida che rende il sorso agile, diretto, quasi parlante. È il vino della voce pulita, della parola detta senza paura. Se Mario Soldati diceva che il vino è la poesia della terra, qui la poesia non è declamata. È asciutta, precisa, contadina. Servito un poco più fresco, riesce perfino a dialogare con il pesce, perché ha quella qualità rara del Sangiovese quando è lasciato libero: non vuole dominare il piatto, vuole attraversarlo. 

Poggio Croce, la Riserva, cambia passo senza tradire la matrice. Qui il Sangiovese prende profondità, il bosco entra dentro il calice, le spezie si fanno più scure, la ciliegia diventa matura, arrivano note ferrose, terra umida, foglie, radici. È un vino che cammina lentamente. Ha una persistenza che non pesa, una struttura che non schiaccia. Se il Sacello è la parola, Poggio Croce è il pensiero che arriva dopo, quando la conversazione si è fatta più seria e nessuno sente più il bisogno di riempire i silenzi. Con la pasta cotta quasi come un risotto nel brodo di zuppa di pesce, trova forse l’abbinamento più convincente: regge l’intensità del piatto, ne ascolta la parte marina, risponde con freschezza e profondità. 

Poi arriva la Gran Selezione Terrabianca così che il tempo diventa materia. Nasce da una vigna degli anni Settanta, da un clone di Sangiovese che un tempo poteva sembrare difficile, poco produttivo, tardivo, problematico. Tutto ciò che in un’altra epoca avrebbe potuto essere considerato un limite. Oggi, invece, proprio quei limiti diventano valore. È una delle lezioni più belle della vigna: certe cose non sono sbagliate, sono soltanto in anticipo o in ritardo rispetto allo sguardo di chi le giudica. Nel bicchiere la Gran Selezione ha profondità, energia, austerità elegante. Frutto scuro, erbe officinali, spezie fini, una traccia minerale, una tensione che resta. Non cerca consenso immediato. Chiede tempo. Come certi libri di Calvino, che sembrano leggeri e poi ti accorgi che hanno spostato qualcosa dentro. 

Il vino, però, resta sempre dentro la storia più grande di Adriana che non vuole costruire soltanto una cantina ma un progetto culturale, agricolo, gastronomico, artistico, umano. La sua è chiarezza che non lascia spazio al dubbio. 

Io non vedo il nostro progetto solo come una cantina. È un progetto olistico. C’è il vino, certo, ma c’è l’arte, c’è la parte umana, sociale, gastronomica. Vorrei che chi viene a trovarci se ne andasse con un ricordo, con un arricchimento positivo.

Per questo arrivano Mario Botta, Heinz Beck, il desiderio di percorsi nei boschi, letture con un libro e un bicchiere, cinema all’aperto, esperienze che riportino il vino fuori dalla prigione della scheda tecnica. Perché il vino, se resta chiuso nei sentori, muore. Diventa esercizio. Diventa prestazione. Invece dovrebbe continuare a essere relazione, memoria, racconto condiviso. 

Il pezzo architettonico porta la firma di Mario Botta, che a Radda disegnerà la nuova cantina ammiraglia. Forme circolari, richiamo evidente alle botti, travertino di Rapolano. Si lavora però sulla struttura esistente.

Il pezzo gastronomico porta quella di Heinz Beck, lo chef tedesco tre stelle Michelin de La Pergola, a Roma, che a Radda firmerà un ristorante da massimo trenta coperti. La scelta, precisa Adriana, non è nata dal desiderio di comprare una stella.

Abbiamo preso Heinz Beck perché condivide la nostra stessa filosofia: ha un rispetto quasi maniacale per gli ingredienti, per il prodotto a chilometro zero. E poi, nella sua importanza come chef, ha ancora una sua umiltà: non sta sul piedistallo.

Arillo in Terrabianca
La memoria sensoriale che abbiamo perduto 

Durante il pranzo si parla anche di giovani, di linguaggi, di come avvicinare nuove generazioni che non hanno più i nonni accanto a raccontare la guerra, la campagna, la fame, la festa, la stagionalità. Ragazzi che spesso non riconoscono una pesca perché l’hanno mangiata senza profumo, una fragola perché l’hanno trovata tutto l’anno, una nocciola perché nessuno gliel’ha mai staccata dall’albero. Allora capisci che il problema del vino non è solo comunicare meglio. È ricostruire una memoria sensoriale. Ridare alle persone un rapporto con le cose. Con l’attesa. Con le stagioni. Con l’origine. 

È questo che Adriana sente profondamente. Forse perché la sua storia personale è fatta proprio di radici ritrovate. Svizzera e intimamente legata alla Svizzera dalla quale non scappa e non rinnega. 

La Svizzera mi ha dato tanto. All’inizio mi sembrava una camicia molto abbottonata, molto stretta. Poi ho imparato disciplina, precisione, responsabilità.

L’Italia le ha restituito qualcosa che nessun metodo può insegnare: il contatto con la memoria più antica, più disordinata, più viscerale. Arillo in Terrabianca nasce nel punto in cui queste due forze, invece di combattersi, cominciano a costruire insieme qualcosa di unico. Rigore svizzero e sangue italiano. Metodo e nostalgia. Impresa e terra. Famiglia e futuro. 

Forse è questo il vero fascino di Adriana Burkard. Non la bellezza evidente, non l’eleganza, non la forza imprenditoriale, non il coraggio di investire in un progetto enorme. La sua capacità di tenere insieme le cose che normalmente si separano. La Svizzera e l’Italia. Il passato e il futuro. L’impresa e la fragilità. Il vino e la famiglia. Il denaro e il sudore. La proprietà e la custodia. 

La terra farà il resto 

Dopo una lunga chiacchierata privata che ho voluto fortemente far seguire al pranzo con altri giornalisti, mi resta addosso una sensazione precisa. Adriana non ha comprato una terra per possederla. Ha scelto una terra per essere messa alla prova perché non basta acquistare un luogo per appartenergli. Bisogna dimostrare, giorno dopo giorno, di esserne degni. 

La terra non si lascia amare da chi la usa soltanto. La terra riconosce chi torna. Chi aspetta. Chi sbaglia e resta. Chi ha paura della grandine più dei mercati. Chi guarda una vigna non come una riga di bilancio, ma come una creatura viva. Chi capisce che un figlio non ha bisogno soltanto di ricevere, ma di vedere qualcuno lavorare prima di lui. 

E allora il finale non è nei vini, anche se i vini parlano. Non è nelle tre tenute, anche se le tre tenute compongono una geografia splendida. Non è nemmeno nel progetto ambizioso, nell’arte, nella cucina, nella cantina firmata, nei boschi, nelle suite, nei sogni ancora da completare. 

Il finale è in quella parola semplice e immensa. Custodi. 

Adriana Burkard sta provando a lasciare ai figli qualcosa che non si possa infilare in una cassaforte, qualcosa che non si possa dividere senza ferirlo, qualcosa che obblighi chi verrà dopo a sporcarsi le mani per capirne il valore. Sta lasciando terra, ma non come proprietà. Terra come responsabilità. Vino, ma non come prodotto. Vino come memoria. Un’azienda, ma non come patrimonio. Un’azienda come luogo in cui una famiglia possa ancora ritrovarsi. 

Se l’oggi ci insegna a separare, lei costruisce qualcosa che chiede di restare insieme. E forse, alla fine, è questa la vera follia. Non comprare tre tenute in Toscana. Non produrre vino biologico. Non chiamare Mario Botta o Heinz Beck. La vera follia è credere ancora che una famiglia possa salvarsi non dividendo ciò che possiede, ma lavorando insieme ciò che ha ricevuto in prestito. 

La terra farà il resto. Come sempre. Se avremo abbastanza umiltà per ascoltarla. 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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