Maso Furli. A nome di chi verrà
25 Set 2026
Suggestioni di Vino

Maso Furli. A nome di chi verrà

 

Una valigia di cartone, un maso conquistato con il coraggio e una domanda che attraversa le generazioni. A Pressano, la storia di Marco Zanoni e di Maso Furli racconta molto più del vino: parla di eredità, libertà e di ciò che scegliamo di lasciare a chi verrà dopo di noi.

 

La terra possiede una memoria più lunga degli uomini. Conserva il passaggio di chi è arrivato senza nulla e quello di chi ha trovato qualcosa da custodire. Trattiene le impronte, il sudore, perfino le paure. Per questo, quando si guarda una vigna abbastanza a lungo, si finisce quasi sempre per vedere molto più del vino: si vedono famiglie, scelte, rinunce, scommesse, promesse affidate a persone che ancora non sono nate. A Lavis (TN) tutto comincia con una valigia di cartone e un uomo che decide di rischiare ogni cosa per comprare un maso che non era suo ma sul quale aveva lavorato per tanti anni. Il resto della storia arriverà dopo, vendemmia dopo vendemmia, dentro la fatica di Martino Zanoni, nella libertà conquistata a caro prezzo e nella vita di un figlio che avrebbe impiegato anni per comprendere fino in fondo ciò che quella terra gli stava consegnando. Quel figlio si chiama Marco e la sua storia comincia molto prima di lui. 

La valigia di Martino 

Mio padre arrivò qui nei primi anni Cinquanta. Veniva da Pranzo, sopra il lago di Garda, un paese che oggi vive di turismo e allora conosceva la povertà vera. Da bambino vendeva fiori e funghi agli alberghi, cercava di portare a casa qualcosa, poi arrivò a Maso Furli e lavorò per vent’anni come mezzadro, fino al giorno in cui decise di comprare tutta la proprietà. Si prese un mutuo enorme e si giocò tutto. Quando dico tutto, intendo davvero tutto.

Tutto. Un pronome che sembra banale. In fondo lo diciamo spesso anche senza che rappresenti il vero significato. È così che, forse, si finisce per attribuirgli poco peso. Giocarsi però tutto, per la generazione di Martino, significava davvero tutto. Un azzardo che voleva dire affidare il destino della famiglia alla resistenza delle proprie bracci. L’atto che era stato firmato implicava che un raccolto cattivo o un imprevisto avrebbero potuto cancellare anni di sacrifici. Martino possedeva una possibilità sola e la impegnò interamente in quel maso antico, coltivato prima per altri e infine acquistato con quella combinazione di audacia e follia che appartiene a chi vede il futuro quando gli altri vedono soltanto un debito. Non è come puntare tutto su un numero alla roulette perché nella terra serve lavoro. Ma comunque era un azzardo. In fondo, l’unico possibile per cercare un futuro migliore.

Per fortuna andò bene, anche se per l’epoca lo avevano preso tutti per pazzo. Io so che posso fare il vignaiolo grazie a lui. Ho ricevuto la terra, certo, ma prima della terra ho ricevuto il suo lavoro, la sua paura e il coraggio con cui l’ha attraversata. Rispetto a quello che ha fatto mio padre, io non ho fatto nulla.

Ciò che ho apprezzato di Marco è la sua pacatezza legata ad una modestia incredibile. Ha sul volto e soprattutto negli occhi, una luce che è indica come sia felice così. Per quello che ha fatto e che fa. La sua è misura morale, severità contadina che riconosce il proprio sforzo continuando comunque a giudicarlo piccolo davanti alla fame affrontata da chi è venuto prima. È così che anche l’aver costruito quasi interamente la cantina con le proprie mani è ben poco rispetto a ciò che ha ricevuto. Una eredità che non è patrimonio ma quasi un intimo debito. È così che l’aggiungere qualcosa non può e non deve tradire ciò che si è ricevuto. 

Maso Furli. A nome di chi verrà

L’Alsazia e la lampadina 

Per molti anni Marco coltiva le vigne di famiglia e conferisce le uve alla cantina sociale. Il vino imbottigliato porta il nome di altri, mentre dentro la sua testa girano soprattutto motori, ingranaggi e una incredibile curiosità meccanica che ancora oggi lo spingerebbe a smontare un motore fino all’ultimo bullone pur di comprenderne il funzionamento. Magari la sua idea di vino nasce prorpio dalla necessità di conoscere ogni passaggio rifiutando di considerare misterioso ciò che richiede applicazione, precisione e responsabilità. 

Fino a ventidue o ventitré anni non avrei mai pensato di fare vino. Coltivavo i vigneti di mio padre, consegnavo le uve e immaginavo una vita diversa. Poi frequentai alcuni corsi all’Istituto di San Michele e partecipai a un viaggio in Alsazia organizzato da Peter Dipoli. Assaggiai vini che mi stregarono, vini nei quali ogni varietà conservava un’integrità e una chiarezza impressionanti. Tornai a casa con una lampadina accesa e dissi a mio padre: voglio fare il vino.

Martino aveva trascorso una vita a conquistare una forma di stabilità e ora quel figlio appassionato di motociclette, privo di studi enologici, voleva riportare il rischio dentro casa proprio quando il mutuo cominciava finalmente a pesare meno. La rabbia del padre conteneva la paura di chi conosce il prezzo di ogni sicurezza; la scelta del figlio conteneva già l’impossibilità di tornare indietro. 

Mio padre era arrabbiato nero e, guardando le cose dal suo punto di vista, aveva ragione. Pensava: ho faticato per decenni, finalmente vedo un po’ di luce e questo adesso vuole incasinarmi di nuovo la vita. Io mi rimboccai le maniche, sistemai personalmente una parte del maso e cominciai a vinificare piccole quantità. Francesco Polastri mi accompagnò con una competenza straordinaria e una grande libertà mentale. Piano piano quelle bottiglie cominciarono a piacere e capii che quella lampadina non si era accesa per caso. 

Maso Furli avvia ufficialmente la produzione nel 1997 e rimane deliberatamente piccola, con circa tre ettari lavorati da Marco, rese contenute e una produzione tra dodicimila e quattordicimila bottiglie. La dimensione è una scelta puramente imprenditoriale prima di essere agricola: conoscere ogni vigna, seguire ogni passaggio e trasformare il limite in valore proprio mentre l’economia invita a crescere, aumentare e occupare altro spazio. 

Potrei comunicare di più e aumentare il valore riconosciuto a ogni bottiglia, su questo mio figlio ha ragione. Aumentare la produzione, invece, cambierebbe la natura di ciò che faccio. Se ho scelto di evitarlo per trent’anni, sarebbe assurdo farlo adesso.

La pietra, le mani, la misura 

La medesima coerenza attraversa la cantina realizzata a partire dal 2016. Un’opera che Marco avrebbe potuto affidare ad altri ma che ha scelto di costruire insieme ai figli, dalle fondazioni alle armature, recuperando il sasso del luogo affinché l’edificio nascesse dalla terra invece di limitarsi a occuparla. Un gesto concreto, perfino scomodo, di sostenibilità vera. I sassi della terra, di quella terra. Di nessun’altra. 

Il novantotto per cento del lavoro l’abbiamo fatto noi. Volevo una cantina in sasso, con la pietra del posto. Dormo poco, lavoro tanto e quando decido che una cosa deve essere fatta in un certo modo continuo fino a quando prende la forma che avevo immaginato.

La tranquillità di Marco appartiene alla voce; sotto quella superficie lavora un’inquietudine instancabile che pretende di capire, correggere e migliorare. I suoi vini possiedono una tensione simile: all’inizio sembrano raccolti, poi occupano il palato con lentezza e mostrano una profondità che rifiuta l’effetto immediato. 

Il Gewürztraminer 2016, il carattere dietro la calma 

Maso Furli. A nome di chi verràIl Gewürztraminer 2016 gira nel bicchiere mentre il racconto torna all’Alsazia. Più si apre, più riconosco la distanza tra ciò che Marco mostra subito e ciò che custodisce. Il paglierino tende verso l’oro, luminoso e pulito, come se dieci anni avessero concentrato la luce invece di spegnerla. Arrivano pesca e pera, nitide, poi la cera d’api porta qualcosa di manuale e antico, il ricordo di una materia lavorata lentamente; con il calore emergono rosa, burro, mela e una vaniglia discreta, mentre una lama fresca rimette ogni volta il sorso in movimento e impedisce alla ricchezza di diventare compiacimento. 

In bocca è vivo, pungente nella parte vegetale, largo eppure asciutto. Il finale mandorlato, quasi amarognolo, compare proprio quando potrebbe cedere alla propria aromaticità e lascia sul palato una piccola ferita, una tensione che spinge a tornare al bicchiere. È divisivo nel senso più nobile: possiede una fisionomia, cerca un interlocutore più che un consenso e accetta il rischio di piacere meno pur di rimanere fedele a sé stesso. La pacatezza di Marco funziona allo stesso modo: sotto l’eleganza conserva la durezza del lavoro e una determinazione feroce nella precisione. 

Maso Furli. A nome di chi verrà

Terra e responsabilità 

Sotto i filari Marco lavora il terreno con l’aratro, limita il passaggio del trattore, evita la cimatura e ricorre a rame e zolfo per la difesa. La biodinamica lo affascina, ne ha seguito corsi e utilizza alcuni preparati, osserva la luna nei travasi e nelle prime fermentazioni, ma rifiuta di attribuirsi un’identità che sente di non avere ancora compreso abbastanza: per lui ogni definizione comporta un dovere. 

In vigna e in cantina cerco di intervenire il meno possibile, ma il meno possibile richiede molta più attenzione. Quando sento giustificare una volatile alta o un difetto dicendo che si lascia fare alla natura, per me qualcosa non torna. Anche una pasta ottenuta da un grano eccezionale diventa pessima se viene buttata nell’acqua fredda. Il vino nasce attraverso un processo e quel processo richiede testa, attenzione e conoscenza.

Marco sottrae così la parola naturale a ogni alibi. Ridurre gli interventi significa aumentare la responsabilità, conoscere meglio la materia e accompagnarla senza abbandonarla. La libertà, nel suo modo di fare vino, coincide con la competenza. 

Lo Chardonnay 2024 e il paesaggio nel sorso 

Maso Furli. A nome di chi verràLo Chardonnay 2024 raccoglie questo pensiero e lo trasforma in un paesaggio che si può bere. Il colore è paglierino, pulito, attraversato da una luce netta; il limone arriva fresco e pieno, seguito dagli agrumi e da una frutta tropicale misurata, poi la mineralità diventa così intensa da sfiorare il salmastro, quasi il ricordo fisico di un mare antico custodito nella pietra. Le erbe e un soffio balsamico tengono il vino aperto e lo rendono verticale prima ancora che il sorso tocchi la bocca. 

Lì la verticalità cambia forma, parte tesa e presto si allarga, mentre il limone diventa maturo, arrossato dal sole, e la frutta tropicale si avvicina al mango senza portare peso. È libero di accompagnare una cucina ambiziosa e di sedersi con la stessa dignità accanto alle patatine di un aperitivo, perché la qualità autentica non teme la semplicità. Uno Chardonnay come Cristo comanda. Una frase ruvida lo riconosco, ma così conserva meglio di ogni formula elegante la gioia dell’assaggio. 

Il Manzoni Bianco 2022, il desiderio di compagnia 

Maso Furli. A nome di chi verràIl Manzoni Bianco 2022 cambia il tono e conduce dalla responsabilità alla condivisione. Nel bicchiere appare terso come acqua alpina, con acacia, lime, mela verde, fiori, erbe di montagna e una frutta tropicale discreta; la vena balsamica allarga il respiro e la mineralità prepara già una spina sapida. Nessun aroma reclama il centro, ognuno accetta di esistere accanto agli altri, come persone diverse intorno alla stessa tavola. 

Il sorso è ampio, sapido e fresco, pulito dall’agrume e sostenuto da una persistenza che cresce senza irrigidirsi. Il finale di mandorla accende il desiderio di condividerlo con speck, polenta o semplicemente una conversazione che nessuno abbia voglia di concludere. La bottiglia sembra incompleta se bevuta da soli, perché contiene una generosità che acquista significato soltanto quando viene distribuita. 

Ho piantato il Manzoni nel 2005 perché lo considero una varietà straordinaria. Produce poco, però possiede una capacità espressiva e una tenuta che meritavano fiducia. Vent’anni di lavoro mi hanno insegnato che una vigna va ascoltata a lungo prima di essere capita.

Il Manzoni Bianco 2010 e ciò che resiste 

Il tempo ritorna nel mutuo di Martino, nelle vecchie vigne, nella cantina costruita in quattro anni, nei clienti rimasti per decenni e nei figli ai quali Marco vorrebbe consegnare una possibilità senza trasformarla in obbligo. Il Manzoni Bianco 2010 raccoglie tutte queste linee. Sedici anni dovrebbero portarlo verso il passato, eppure il colore conserva un riflesso quasi verdognolo e una luminosità che contraddicono il calendario; l’agrume è vivo, camomilla e acacia emergono insieme a mela trentina, pera, pesca bianca e frutta tropicale. La nota balsamica amplia ogni profumo, poi arrivano menta, limone e mandorla. 

In bocca la freschezza si è fatta morbida senza perdere forza, levigata come marmo sul quale l’acqua continua a scorrere. Miele e limone rimangono insieme, pera e ananas si rincorrono ai fiori, la sapidità conserva energia e la materia si espande con una pienezza tattile. La persistenza torna molto dopo la deglutizione e si fa memoria. Aprire la bottiglia provoca quasi rimorso, perché avrebbe potuto proseguire e perché rende fisica la distanza fra un gesto e il suo compimento: Martino firmò per un futuro che avrebbe visto soltanto in parte, Marco crea vini destinati a durare oltre il tempo necessario per venderli, i figli tengono fra le mani il diritto di scegliere. 

Preferisco che all’apertura il vino sia raccolto e che l’ossigeno gli permetta di esprimersi lentamente, perché così può vivere quindici, venti, forse venticinque anni. Voglio che abbia spazio davanti a sé.

Spazio davanti a sé potrebbe essere la definizione del vino e insieme il desiderio di un padre. La longevità, qui, non coincide con la sopravvivenza, ma con la capacità di trasformare gli anni in significato. 

Il Gewürztraminer 2023 e il futuro indecifrabile 

Il Gewürztraminer 2023 porta l’energia di ciò che cerca ancora la propria forma. Pompelmo, kiwi, mela, zest di limone, tiglio, camomilla e fiore di mandorlo si accompagnano a salvia, menta ed erba di campo. In bocca l’aromaticità prende slancio e incontra subito una sapidità quasi salata, capace di contrastare il ricordo di miele, più floreale che dolce. Il finale amarognolo lascia il palato pulito e pronto a ripartire. Il vitigno è chiaro, l’effetto rompe l’attesa: secco, verticale ma ampio, preciso senza diventare prevedibile. 

Accanto al 2016, il 2023 evita ogni semplice successione di annate. Il primo mostra ciò che il tempo può scavare, il secondo conserva la tensione di una domanda appena formulata; insieme raccontano un pensiero iniziato in Alsazia e portato a Pressano, misurato contro queste vigne e reso duro, minerale, caldo, profondamente personale. 

Il Sauvignon 2024. L’eleganza della precisione

Il Sauvignon 2024 appena entra nel bicchiere ha già la sua identità che sa dì frutta tropicale, agrumi, note erbace. Un profilo aromatico che racconta con precisione il carattere del vitigno. Tutto appare nitido, leggibile, quasi inevitabile. Ogni profumo trova il proprio posto senza sovrapporsi agli altri. Al palato la promossa viene mantenuta. La sapidità entra subito in scena e l’acidità vibra di energia e profondità così che il sorso rimanga sempre agile. Ciò che lascia dietro è una scia agrumata e minerale che rimane a lungo. Sembra che il tempo dell’assaggio si allunga e muta cambiando sfumatura così che il nuovo sorso diventa scoperta necessaria.

Trovo in questo Sauvignon una caratteristica che appartiene anche a Marco. Se c’è chi confonde la complessità con la confusione e l’originalità per eccentricità, lui continua a cercare la precisione. Riduce le rese, aspetta la maturazione corretta, costruisce lentamente e lascia sia il vino a parlare. In questo Sauvignon non ci sono effetti speciali o sorprese. C’è verità. Che è anche eleganza.

I figli e la luce che non si può imporre 

Il futuro entra attraverso tre figli che hanno lavorato alla cantina e possiedono oggi la libertà che Martino ebbe in misura minore. Uno coltiva vigne ma non ama vinificare, la figlia studia ingegneria industriale e ama i vini, il più giovane lavora nella consulenza alle imprese e vede nel maso un potenziale ancora inespresso. Nessuno, per ora, ha scelto interamente la strada del padre. 

Spero che prima o poi a uno dei tre si accenda la stessa lampadina che si è accesa a me. Sarebbe una gioia, però questo lavoro deve piacere. Se quella luce arriverà, sarò felice. Deve arrivare da loro.

Nel desiderio di Marco abita anche il rispetto, perché nessun padre può avvitare una lampadina nella vita dei figli. Martino avrebbe voluto sottrarlo al rischio e finì per assistere alla nascita di Maso Furli; Marco vorrebbe consegnare il maso e sceglie di lasciare ai figli la libertà di voltarsi altrove. La continuità familiare, liberata dalla retorica, è lo spazio doloroso tra la speranza di essere seguiti e la dignità di permettere a chi viene dopo di scegliere. 

Gli piacerebbe produrre una bolla capace di riposare cinque o sei anni sui lieviti, ma conosce il decennio necessario per progettare un vigneto e comprenderlo, così frena un desiderio che rischierebbe di pesare sulle generazioni successive. Anche rinunciare, qualche volta, è capacità d’impresa: immaginare appartiene al coraggio, comprendere il peso futuro di un progetto appartiene alla responsabilità. 

Maso Furli. A nome di chi verrà

Una luce lasciata accesa 

La storia di Maso Furli rimane sospesa tra due luci: quella che Martino vide apparire lentamente alla fine di un mutuo affrontato con il lavoro di una vita e quella accesa dentro Marco durante il viaggio in Alsazia. Fra loro scorrono le pietre del maso, i filari rinnovati, il vecchio Chardonnay, il Manzoni piantato nel 2005, la cantina costruita insieme ai figli e bottiglie capaci di resistere ben oltre il tempo richiesto per venderle. 

Martino arrivò con una valigia di cartone e nessuna certezza, Marco ha trasformato quel rischio in una forma personale di bellezza e ora protegge il diritto dei figli di accogliere oppure cambiare quell’eredità. Nel mezzo rimane la terra, che riceve il lavoro senza promettere riconoscenza, conserva le tracce senza spiegare a chi apparterranno domani e ogni primavera ricomincia, offrendo germogli anche quando nessuno sa chi sarà chiamato a vendemmiarli. 

Rimane una domanda, forse la sola alla quale questa storia non deve ancora rispondere: che cosa siamo davvero chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi? Una proprietà, un mestiere, un nome da difendere, oppure la libertà di riconoscere quella luce e darle una forma nuova? Marco ha ricevuto una terra pagata con la paura e il coraggio di Martino, l’ha attraversata con le proprie mani e l’ha trasformata in vini capaci di attendere; i figli riceveranno anche il diritto di scegliere. Forse l’eredità più alta abita proprio in questo gesto, nel preparare qualcosa che possa continuare diversamente da come lo avevamo immaginato, sapendo che custodire non significa trattenere e che il futuro comincia quando smettiamo di chiedergli di somigliare a noi. Quando arriverà il momento di consegnare ciò che abbiamo amato, sapremo lasciare accesa la luce senza decidere chi dovrà seguirla? 

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

Mi trovi su Instagram come @ivan_1969