Il Candore di Roma. Il Falstaff White Wine Party
Al Grand Hotel Plaza di Via del Corso, la Capitale ha vestito di bianco la sua prima festa firmata Falstaff, tra storia liberty, walk-around tasting e i grandi bianchi d’Italia
Grand Hotel Plaza, Roma — 23 giugno 2026
Vides ut alta stet nive candidum Soracte…
Orazio, Odi, I, 9
Il bianco non ammette mezze misure. Veste la sposa il giorno delle nozze e il neonato al fonte battesimale, ricopre il Soratte come lo vide Orazio duemila anni fa dalla sua villa sabina, si porta in agosto sulla pelle abbronzata per farla risaltare ancora di più. È un colore di soglia, il confine netto tra due stati. Il prima e il dopo; l’inverno e l’estate; il silenzio e la festa. Come ogni soglia vive di contrasto: bianco e nero, il diavolo e l’acqua santa, tannino e freschezza.
Per una generazione intera il vino bianco italiano ha inseguito il rosso, cercando nel legno, negli affinamenti lunghi, negli arrotondamenti da grande struttura. Una legittimità che forse non gli apparteneva affatto. Poi qualcosa si è capovolto, non ovunque e non subito, ma con la forza lenta delle correnti di fondo. Oggi il rosso, che resta il principe indiscusso del mercato, flette leggero verso la freschezza, la beva pronta, la temperatura più bassa nel bicchiere. Caratteristiche queste che un tempo appartenevano solo al bianco. Il mondo enologico sembra essersi ribaltato e forse è proprio in un simile ribaltamento che affonda le radici un evento come il Falstaff White Wine Party: non una fiera o una degustazione professionale in senso stretto, ma una dichiarazione d’intenti travestita da festa.
Il Grand Hotel Plaza si veste di bianco
Martedì 23 giugno, con l’estate romana già nel pieno del suo caldo secco, Falstaff ha scelto Roma per il debutto italiano del suo format internazionale. La cornice non poteva essere più giusta: il Grand Hotel Plaza, cinque stelle lusso incastonato nell’antico Palazzo Lozzano di Via del Corso, disegnato nell’Ottocento dall’architetto Antonio Sarti e arricchito nel secolo successivo dagli interventi di Armando Brasini e dagli affreschi di Renzo Mongiardino. Un palazzo che ha visto Fellini attraversarne i saloni e le troupe hollywoodiane, da Ocean’s Eleven a Gangs of New York, posare le cineprese sotto i soffitti a cassettoni e i lampadari di cristallo del Salone delle Feste, ai piedi dello scalone di marmo di Carrara dove un leone scolpito veglia silenzioso da più di un secolo.
Raggiungerlo in scooter, tagliando il traffico impossibile del tridente in un pomeriggio di giugno, ha lasciare fuori il caos della città per entrare in un tempo sospeso, dove il dress code fatto di tonalità di bianco, per tutti, trasformava ogni ospite in una piccola nota dello stesso accordo cromatico. Dalle 14.30 alle 22, oltre cinquanta cantine provenienti da quattordici regioni italiane hanno animato gli spazi del Plaza con un percorso di assaggio libero, alternato a masterclass verticali dedicate all’Albana romagnola, al Super-Soave firmato Inama, alla longevità del Gewürztraminer raccontata a due voci dalle Cantine Bozen e Tramin. A completare il quadro, un dj set che ha trasformato il pomeriggio in una festa vera e propria. Con buona pace di chi cercava il silenzio necessario per concentrarsi su ogni singola etichetta, ma in perfetta coerenza con l’idea stessa di vino bianco: leggerezza, gioia, voglia di vivere senza troppe cerimonie.
Friuli Venezia Giulia, la culla del vino bianco italiano
Se esiste una regione che più di ogni altra incarna la vocazione italiana al bianco, è il Friuli Venezia Giulia. Terra di ghiaie, di brezze adriatiche che risalgono le vallate, di una luce diversa da qualunque altra, più tersa, quasi baltica nella sua trasparenza.
Il calice di Pierpaolo Pecorari, che lavora le ghiaie alluvionali dell’Isonzo a pochi passi dal fiume che dà il nome alla denominazione, ha restituito tre facce diverse di quella luce: la Ribolla Gialla 2025, ancora giovanissima, tutta scatto acido e polpa di mela verde; il Pinot Grigio, che qui non concede nulla al colore scarico da moda commerciale ma trattiene un’ombra ramata e una nota di pera matura; il Pinot Bianco, il più silenzioso dei tre, teso come una corda, percorso da quella salinità che solo i terreni di fiume sanno restituire.

Diversa, ma non lontana nello spirito, la voce di Butussi, che dai Colli Orientali porta in dote il Pinot Grigio Ramato. Un vino che rifiuta la sbiancatura da battaglia commerciale e sceglie la macerazione sulle bucce, il colore rame che anticipa un sorso ampio, quasi tannico, profumato di scorza d’arancia candita e miele di castagno. Poi la Malvasia, aromatica senza mai essere invadente, percorsa da una nota di salvia e fiori bianchi che rende i vini di collina friulani riconoscibili a occhi chiusi. Grande sapidità, ovviamente!

Amandum, il cui nome è un gerundivo latino «ciò che deve essere amato». Un’etichetta che ha scelto un destino più preciso da onorare: nel trittico di Pinot Bianco, Friulano e Malvasia da Manzano non noto affatto spettacolarità. Semmai una coerenza che è anche naturalezza da bere senza pensarci . Che, a pensarci bene, è forse la qualità più difficile da raggiungere in un vino bianco.

A chiudere il cerchio friulano è I Magredi, cantina che prende il nome dalle omonime distese ghiaiose scavate nei millenni dai torrenti Cellina e Meduna: un suolo povero, quasi arido, che costringe la vite a scavare in profondità e restituisce vini di grande mineralità. Il Friulano porta quella tipica nota di mandorla amara sul finale che lo rende inconfondibile, mentre il Traminer aromatico si apre su rosa e litchi senza mai perdere la spina dorsale acida che il terreno magro impone a ogni cosa che vi cresce sopra.

Trentino-Alto Adige, la patria alpina del Gewürztraminer
Salendo verso nord, il paesaggio cambia e con esso cambia la grammatica stessa del vino bianco: non più ghiaie di pianura ma terrazzamenti scavati nella montagna, escursioni termiche sempre più marcate, un’aromaticità che si fa via via più esplicita.
Albino Armani, famiglia che ha origine in Vallagarina e si espande prima con Antonio, il papà di Albino, in Val d’Adige poi con lo stesso Albino in Friuli, nella Marca Trevigiana e in Valpolicella. I tre vini bianchi che ho assaggiato derivano proprio dei tre territori vocati per questo tipo di vino. Terradeiforti prende il nome dai soldati che nei secoli presidiavano questo passaggio alpino. I suoi vigneti di ghiaia e roccia calcarea restituiscono un Pinot Grigio Valdadige teso nella sua sapidità e suadente nei sentori e soprattutto nella sua colorazione d’oro per via della macerazione sulle bucce. La Ribolla Gialla conduce nelle terre friulane restituendone una espressione pulita, minerale, fruttata. Insomma persistentemente piacevole. Infine, il Gewürztraminer Crosano riporta alle origini offrendo una apertura che si esprime con un ventaglio di rosa canina e frutta esotica e un meraviglioso equilibrio in bocca che si chiude con un finale che strega.

Se un luogo può chiamare casa propria il Gewürztraminer, quel luogo è Termeno, Tramin, in tedesco, è il borgo che secondo la tradizione ampelografica ha dato il nome stesso al vitigno. È qui che lavora Elena Walch, tra le interpreti più eleganti dell’Alto Adige contemporaneo, che ha portato in degustazione un trittico capace di attraversare tutto lo spettro dei bianchi altoatesini: il Pinot Bianco 2023, verticale e quasi austero; il Sauvignon 2024, che alla consueta esuberanza aromatica affianca una mineralità di montagna rara da trovare altrove; il Gewürztraminer 2023, sintesi più alta del trittico: litchi, rosa, un accenno di pepe bianco, una morbidezza glicerica che non scade mai nello stucchevole.

L’apice assoluto della sezione alpina porta la firma di J. Hofstätter: il Vigna Pirchschrait 2016, un Gewürztraminer di dieci anni che dimostra, contro ogni pregiudizio sulla presunta incapacità di questo vitigno di invecchiare, come un grande cru possa affinarsi in bottiglia con la stessa grazia di un bianco borgognone. Il tempo ha smussato la parte più esplosiva del frutto per lasciare spazio a miele, zafferano, frutta secca, senza che la spina aromatica che rende il Gewürztraminer unico al mondo si perdesse mai per strada.

Lombardia e Veneto, tra Lugana, Custoza e le Venezie
Il Lugana appartiene a quella ristretta categoria di denominazioni italiane capaci di rendere un vitigno, la Turbiana, sinonimo di un intero territorio: le argille di origine glaciale che circondano il basso lago di Garda, sedimentate migliaia di anni fa dal ritiro dei ghiacciai, trattengono l’umidità e restituiscono vini di grande sapidità e longevità.
Cà Maiol, tra i nomi storici della denominazione, ha attraversato tre annate e tre livelli diversi della piramide qualitativa: il Prestige 2025, immediato e agrumato me lo vedo già pronto per la beva dell’estate; il Molin Superiore 2023, più ampio, percorso da quella nota di mandorla è la firma della Turbiana matura; il Sùere Riserva 2021, che ha riposato abbastanza a lungo da sviluppare sentori quasi ossidativi controllati di camomilla, cera d’api, mantiene la schiena dritta e rende il Lugana un bianco capace di affinare, non solo di dissetare.

Poco distante, tra Verona e il lago, nella zona di Custoza, con Monte del Frà ho scoperto il Cà del Magro Custoza Superiore 2023: un blend che mescola Garganega, Trebbianello e altre varietà locali in un equilibrio che è tutto un elogio della misura. Frutto bianco maturo, un accenno di erbe di campo, un finale che non strafà mai. È il bianco della cucina veneta quotidiana, pensato per accompagnare e non per dominare la tavola.

A introdurre, infine, il primo capitolo di un racconto che nel corso del pomeriggio avrebbe attraversato l’Italia intera è stato Tinazzi, con l’Istà, Pinot Grigio delle Venezie 2025: fresco, diretto, la versione più immediata e solare di un vitigno che qui, tra le pianure venete, trova l’espressione che lo ha reso un fenomeno globale.
Valle d’Aosta, i vigneti più alti d’Europa
Non esiste, in tutto l’arco alpino europeo, un vigneto che si spinga più in alto di quelli valdostani, dove la vite si aggrappa ai pendii fino a sfiorare i milleduecento metri e il Monte Bianco domina l’orizzonte come un testimone immobile.
Di Rosset Terroir, che lavora tra Quart e i comuni limitrofi, ho assaggiato tre etichette capaci di raccontare l’altitudine come un vero valore. Il Sopraquota 300, teso e verticale; lo Chardonnay 770, che nel nome porta la quota del vigneto e nel calice tutta la tensione di un frutto che matura lentamente, cullato da escursioni termiche che qui sono la regola e mai l’eccezione; il Chamave Muscat, aromatico, mai stucchevole, che profuma più di fiori di montagna che di frutta tropicale.

Se Rosset gioca con l’altitudine come concetto, Le Cime Basse la vive come condizione assoluta: siamo a Morgex, nella Valdigne, dove crescono i vigneti più alti d’Europa e il Prié Blanc, vitigno autoctono allevato ad alberello basso, spesso ancora a piede franco perché la fillossera qui non è mai riuscita ad arrivare, regala vini di una purezza minerale quasi tagliente. Il Valimaro, il Balzani e il Grifamante sono tre interpretazioni diverse dello stesso principio: frutto bianco appena maturo, agrumi di montagna, una sapidità che ricorda più la neve appena sciolta che il mare. Bere questi vini significa assaggiare un’idea di viticoltura eroica nel senso più letterale del termine grazie alle vigne coltivate a mano su pendii che nessuna meccanizzazione potrà mai raggiungere. Ogni bottiglia trasforma in leggerezza una fatica quasi alpinistica.

Toscana, la Maremma che guarda il mare
Scendendo verso il centro Italia, il paesaggio si apre sulla Maremma Toscana, dove La Fattoria di Magliano lavora tra le colline che degradano verso la costa tirrenica, in un territorio che deve la sua identità enologica tanto al mare quanto alla macchia mediterranea che lo circonda. Brissaia, Brissi e Pagliatura sono tre nomi che suonano quasi come toponimi contadini, e nel calice restituiscono la stessa concretezza: vini che non cercano l’esotismo aromatico ma la salinità diretta, il frutto bianco maturo sotto il sole, un finale che richiama la macchia fatta di ginestra, elicriso, rosmarino selvatico. Poi la frutta esotica da manuale. È il bianco mediterraneo nella sua accezione più autentica, solare senza essere pesante, capace di reggere il caldo di un pomeriggio romano di giugno come pochi altri sanno fare.

Campania, il Pallagrello e la memoria dei Borbone
Pochi vitigni raccontano una storia di rinascita quanto il Pallagrello Bianco. Coltivato nell’area di Caserta e Terra di Lavoro era amato alla corte borbonica al punto da essere impiantato nella tenuta reale di Carditello, poi quasi scomparso nel secondo Novecento e riportato in vita solo negli ultimi decenni da un manipolo di produttori ostinati.
Canestrini è tra questi. Il suo Pallagrello Bianco ha mostrato tutta la ricchezza aromatica che ha reso questo vitigno un caso di studio nel panorama enologico campano: frutta a polpa gialla, una speziatura dolce che ricorda la cannella, un corpo pieno che non scade mai nella pesantezza grazie a un’acidità sempre presente sotto la superficie. Accanto, il Melograno ha aggiunto una nota di frutto rosso e una freschezza quasi croccante, un contrappunto capace di alleggerire ulteriormente un pomeriggio già dominato dal caldo di giugno.

Sicilia, l’Etna e la lava che si fa luce
Non esiste territorio italiano dove il rapporto tra suolo e vino sia più diretto, quasi brutale nella sua evidenza, del versante nord dell’Etna. Pietradolce lavora contrada per contrada su quelle colate laviche che il tempo ha trasformato in terra fertile così che il suo Etna Bianco 2024, Carricante in purezza come vuole la tradizione, ha restituito agrumi ancora acerbi, una salinità quasi marina nonostante la distanza dal mare, un’acidità tagliente che è la firma inconfondibile del vitigno. L’Archineri 2023, dalla contrada omonima, ha aggiunto un livello di complessità ulteriore: erbe aromatiche di montagna, un accenno affumicato che richiama la pietra lavica stessa, un finale lunghissimo che sembra non voler mai concludersi.

Sullo stesso versante, ma con un progetto diverso, con Alberelli di Giodo h degustato due annate consecutive di Carricante in Terre Siciliane: 2023 e 2024. Coltivato, ovviamente, ad alberello, la forma di allevamento tradizionale che protegge i grappoli dal sole implacabile e costringe la vite a radicare in profondità nella roccia vulcanica. Il confronto tra le due annate è stato un piccolo esercizio di degustazione verticale in miniatura: il 2023 più aperto e già armonico, il 2024 ancora scattante, tutto nervo e agrume, con davanti anni di evoluzione possibile.

Tinazzi, l’Italia intera in tre calici
Tornando a Tinazzi, che aveva aperto questo viaggio con l’Istà delle Venezie, il cerchio si chiude con altre due etichette capaci di dimostrare quanto un’unica azienda possa oggi permettersi di raccontare l’Italia intera in un solo assaggio: l’Arasi Pinot Grigio 2025, più mediterraneo e speziato rispetto al cugino veneto; il Cavallere Chardonnay Puglia 2025, che chiude idealmente il viaggio nel Sud più profondo. Uno Chardonnay che rinuncia al legno per puntare tutto sulla freschezza fruttata, sulla pesca bianca, su un finale che profuma di macchia mediterranea pugliese e di terra rossa scaldata dal sole. Tre Pinot Grigio e Chardonnay diversi, tre territori distanti centinaia di chilometri, un’unica firma capace di adattarsi a ogni latitudine senza perdere mai la propria riconoscibilità.

Bianco, il colore che resta
Alla fine di un pomeriggio che ha attraversato quattordici regioni in un solo salone, sotto i lampadari di cristallo di un palazzo che ha visto passare Fellini e le troupe di Hollywood, resta la sensazione che il bianco, colore neutro solo in apparenza, sia in realtà il più democratico dei colori enologici italiani: quello che mette d’accordo le ghiaie friulane e la lava etnea, le altitudini alpine e le coste maremmane, senza mai chiedere ai territori di rinunciare alla propria voce. Orazio, guardando il Soratte imbiancarsi di neve, consigliava all’amico Taliarco di non pensare al domani e di godersi il vino portato in tavola. Duemilaseicento anni dopo, con un dj set a fare da colonna sonora al posto della lira, il consiglio resta identico: il bianco, quando è fatto con cura, non chiede di essere capito fino in fondo. Chiede solo di essere bevuto, con la leggerezza di chi sa che l’estate, in fondo, dura poco.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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