Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio
12 Set 2025
BlendNews

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorio

 

Piero Canopoli è il titolare della Cantina Murales, in Sardegna. L’ho conosciuto tempo fa e la sua storia mi aveva così colpito da scriverne un articolo che troverete qui. Oltre ad essere una persona squisita e davvero a modo, ama profondamente la Sardegna, sua terra di origine nella quale è tornato dopo tanti anni sul Continente. Un giorno d’estate mi ha inviato un elaborato che aveva composto e sul quale mi chiedeva un parere. L’ho trovato così profondo e vero che pubblicarlo è stata solo una naturale conseguenza. L’attaccamento alla Sardegna, alle tradizioni, alla storia, alle persone, fanno di questo scritto qualcosa che, credetemi, vale la pena di leggere con passione e attenzione.

Buona lettura

Ivan Vellucci

 

Non li trovi nei documenti ufficiali.  Non hanno divise, né targhe sulla porta.

I Custodi del territorio sono uomini e donne che vivono dentro il paesaggio, non sopra. Sono quelli che non cambiano la terra, ma la accudiscono. Che non la possiedono, ma la servono. Sono vignaioli che parlano con le pietre, apicoltrici che ascoltano i fiori, falegnami che intagliano il silenzio.

Sono pastori, guaritori, raccoglitori di storie. Ma anche bambini che piantano un albero dove nessuno lo ha mai fatto. Non proteggono il territorio con le leggi, ma con le mani. Con la memoria. Con la presenza. Li trovi se non hai fretta. Se cammini senza chiedere. Se guardi più del dovuto e parli meno del necessario.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioNon avevo una meta precisa. Solo una voglia antica di sentire sotto i piedi la terra che mi mancava. La Gallura, con le sue pietre rosate e le sue voci antiche, mi chiamava da tempo. Così ho iniziato a camminare.

Il primo incontro fu tra le vigne ai piedi del Monte Limbara. C’erano viti basse, pettinate dal maestrale, e pietre ovunque.

Non so se fosse terra o roccia. Forse tutte e due.

Chiscu (Francesco) era seduto su una sedia pieghevole, con le ginocchia larghe e lo sguardo dritto verso il sole. Aveva mani scure, ruvide. E un silenzio che non pesava, ma curava.

Questa vigna è mia solo nel nome. In verità, io sono suo ospite.

Lo disse mentre con un coltello spezzava un pane scuro, poggiato su una pietra. Mi offrì un bicchiere di vino non filtrato. Era ruvido, pieno, vivo.

Sai cos’è questo? Memoria liquida. È come un padre che ti guarda senza dire niente.

Mi portò a camminare tra i filari, in salita. Il terreno vibrava sotto i piedi, come se respirasse.

Qui la vite fa fatica. Ma chi resiste, racconta meglio. Vale anche per noi, no?

Quando me ne andai, mi regalò una pietra, non una bottiglia.

Quella la bevi. Questa te la porti addosso.

Capì subito perché ero lì.

Cerchi chi custodisce? Allora devi restare in silenzio più di quanto parli.

E io lo feci.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioCamminai verso Telti, dove incontrai Maria Teresa e le sue api. La sua casa sembrava un alveare: piccola, profumata, viva. Non aveva muri alti né rete al cancello. Solo un sentiero e una nuvola di ronzii.

Maria Teresa non disse nulla all’inizio. Mi fece indossare una maschera, e camminammo in silenzio tra le arnie. Le api ci giravano intorno come pensieri buoni.

Loro mi conoscono. Tu, forse, devi ancora farti conoscere.

Ogni albero aveva un nome. Ogni fiore, una stagione. Mi indicò una pianta di elicriso e la strofinò tra le dita.

Questo è il profumo dell’invisibile. Serve a ricordare ciò che non si può spiegare.

Nel pomeriggio mi parlò del marito, morto anni prima, e delle api che non lo hanno più cercato.

Hanno capito prima di me che non sarebbe tornato.

Mi offrì un cucchiaino di miele che sapeva d’infanzia.

È il corbezzolo. Non piace a tutti. Ma chi lo ama, non lo dimentica più.

Più camminavo, più la terra si apriva.

Tra Calangianus e Tempio conobbi Gavino, pastore errante.

Condivideva il suo latte con la notte. Non aveva fretta. Camminava da solo, con due cani e trenta pecore. Portava una giacca militare logora, una barba di sole e uno sguardo limpido come l’acqua dei torrenti. Mi vide, si fermò, annuì. Poi riprese il cammino. Io lo seguii.

Non parlò per ore. Poi si sedette sotto un olivastro.

Tua madre ti ha mai detto come si fa a non avere paura del buio?

Io dissi di no.

La mia sì. Mi disse: abituati. Perché tanto arriva lo stesso.

Mi diede un pezzo di formaggio che odorava di fumo e luna.

Lo faccio solo quando ho pace. Se no il latte impazzisce.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioDormimmo accanto, sotto una coperta ruvida e un cielo sterminato. Mi svegliai che già era lontano. Sopra una pietra aveva inciso con il coltello:

Chi si ferma troppo, dimentica da dove viene.

Nel borgo di Aggius mi aspettava Luisa, la raccoglitrice di memorie. Conservava le foto di chi non c’è più, ma anche le storie che nessuno aveva mai scritto. Aggius profuma di camino acceso e vecchie voci. Ogni casa è un libro. Alcuni aperti. Altri chiusi da decenni.

Luisa vive in una stanza piena di scatole, fotografie, lettere. Non butta via nulla.

Ogni pezzo di carta ha una voce. Se la strappi, la perdi per sempre.

Mi fece vedere un album del 1934, Dentro c’erano visi con occhi forti, ma bocche timide, Mi raccontò chi erano, cosa fecero, chi non tornò.

Questo è l’archivio degli scomparsi. Ma io li tengo vivi.

Prese una giacca da donna e la mise sulle mie spalle.

Pesa, vero? È perché porta dentro tre generazioni. E nessuna era leggera.

Luisa non raccontava storie: le restituiva. E quando me ne andai, mi disse:

Tu ora ne porti una. Trattala bene. Potrebbe essere tua.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioE poi c’era Zia Bonaria, tra gli ulivi di Calangianus.

Arrivai al tramonto. Una luce arancione spaccava il cielo in due. La casa di Zia Bonaria sembrava uscita da un sogno: piccola, tutta pietra, con piante ovunque e un silenzio che parlava. Mi fece entrare senza chiedere chi fossi.

Una guaritrice vera, di quelle che non cercano clienti. Leggeva i sogni e l’acqua. Mi disse:

Non cercare i custodi. Fatti trovare.

E fui trovato ancora.

Mi fece entrare senza chiedere chi fossi.

Ti aspettavo. Non te lo avevano detto?

Mi offrì un infuso verde scuro, dal profumo selvatico. Poi prese un piatto d’acqua e ci guardò dentro.

Qui si vede chi sei. Ma io non te lo dirò. Non ora.

Mi mostrò erbe, amuleti, libri scritti a mano. Ma soprattutto mi parlò delle donne che non urlano, ma fanno. Le custodi sono spesso invisibili. È la loro forza. Quando me ne andai, mi diede un piccolo sacchetto di lana.  Dentro c’era un osso di lepre, un seme di mirto e un biglietto con una frase

Non tutto si cura. Ma tutto si può tenere con rispetto.

Camminai Sulle rocce di Capo Testa, incontrai parlava con i graniti. Efisio, che Capo Testa mi accolse con il vento di taglio. Le rocce lì non sono solo rocce: sono espressioni. Sembianze. Creature che hanno imparato a stare ferme millenni. Efisio viveva tra le fenditure. Un uomo secco, con la pelle come cuoio vecchio, e occhi chiarissimi. Aveva costruito un rifugio tra due blocchi di granito. Senza cemento, senza chiodi. Solo incastri e rispetto.

Non si forza mai la pietra. Si aspetta che dica sì.

Camminammo tra formazioni dalle forme impossibili: un drago dormiente, una donna incinta, un bambino accovacciato. Ogni roccia aveva un nome. Una leggenda. Efisio non spiegava. Sussurrava.

Di notte queste pietre parlano. Chi le ascolta, torna diverso.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioDormii lì, coperto da un telo ruvido. Il vento raccontava. Io ascoltavo. La mattina, Efisio era sparito. Aveva lasciato inciso su una parete liscia:

Non avere paura del silenzio. È pieno di risposte.

Incontrai Maddalena , la ragazza dei venti, che navigava tra Tavolara e Molara come fosse un’arpa umana.

Ogni isola è una voce. Io le accordo.

L’ho incontrata al porto di Porto San Paolo. Capelli color cenere e occhi d’alga. Una barca piccola, legno consumato e un nome inciso a mano: Libera

Io non vado a vela. Io vado a vento. C’è differenza.

Maddalena non navigava per pescare, ma per sentire. Conosceva ogni corrente, ogni gorgo, ogni variazione della schiuma. Mi portò tra le isole: Tavolara, solenne come una regina; Molara, più scontrosa; Molarotto, quasi un pensiero emerso.

Le isole parlano. Ma in lingua di mare. Bisogna tradurre con l’anima.

Mi raccontò di navi affondate, di uccelli che tornano sempre allo stesso scoglio, di delfini che riconoscono la sua voce.

Io non sono una guida. Sono un eco. Riporto indietro le voci che il mare ha inghiottito.

Quando mi lasciò a riva, mi mise tra le mani una conchiglia rotta.

Non serve che sia intera per avere valore.

A Luras, entrai nella bottega di Sebastiano. Non servivano parole: il rumore della pialla bastava. Faceva mobili con l’anima.

Il legno non si lavora. Si ascolta.

La bottega era piccola, nascosta, senza insegna. Lì dentro, odore di segatura e passato. Sebastiano aveva le mani grandi, quadrate. Gli occhi stanchi, ma fermi. Mi fece entrare con un cenno, poi tornò al lavoro. Una pialla scivolava lenta su un pezzo di ulivo. Era un rumore ipnotico. Quasi sacro. Sulle pareti: mobili, croci, statuette, sedie, culle. Tutto fatto a mano. Tutto che sembrava vivo.

Mi mostrò un armadio intagliato con motivi di sughero e vento.

Questo l’ho iniziato quando è nato mio figlio. L’ho finito quando è partito.

Non parlava mai di soldi. Solo di legno.

L’ulivo ti insegna a non avere fretta. Se lo ascolti, ti dice dove tagliare.

Mi regalò una piccola scatola con il coperchio curvo.

Non ti dirò a cosa serve. Scoprilo tu.

Viaggio in Gallura alla ricerca dei Custodi del territorioIn un luogo dove la Gallura si fa pietra e mistero, tra Luogosanto e Aglientu, incontrai il Custode. Nessuno sa il suo nome. Sedeva su una pietra, scalzo, con un bastone intagliato. Mi guardò come se sapesse già tutto. Camminammo insieme lungo un sentiero dimenticato, dove la Gallura si fa quasi mistica. e non ci dicemmo nulla.

Camminammo insieme per ore. Lui indicava: un albero spaccato, un nuraghe sommerso, un muretto a secco. Non diceva “questo è”. Diceva “questo ricorda”. Si fermava spesso. Non per riposare, ma per ascoltare. Il rumore delle formiche. Il fruscio dei rami. Il battito della terra.

Le cose vere non fanno rumore. Ma restano.

Mi indicò una sorgente nascosta tra i cespugli. Bevemmo in silenzio. Quando mi voltai, non c’era più. Sulla mia tracolla, appoggiato con cura, un rametto di lentischio e una frase incisa su una pietra piatta:

La Gallura non si conquista. Si custodisce con presenza.

L’ultimo incontro fu il più semplice, E forse il più potente. Era seduto sulla sabbia, nudo come un sogno, le ginocchia piegate e un bastone in mano. Aveva scavato una buca, ci aveva piantato un fico minuscolo.

Così, quando sarò grande, l’ombra sarà mia.

Gli chiesi come si chiamava.

Non importa. I custodi non hanno nomi. Hanno gesti.

Mi raccontò che il nonno gli aveva insegnato a piantare alberi anche dove sembra inutile.

Dice che la terra ricorda chi l’ha amata.

Mi porse un sassolino levigato.

Tieni. Questo l’ho trovato quando avevo quattro anni. Adesso è tuo. Ma solo se prometti di restituirlo al mare, un giorno.

Ci salutammo senza parole. Lui tornò al fico. Io tornai al cammino. Ma la leggerezza che avevo addosso era nuova.

Era lui, forse, il vero custode. Il più piccolo. Il più semplice. Il più potente. Ora lo so.

I custodi non difendono il territorio: lo abitano con grazia. Non lo possiedono: lo onorano.

E chi cammina senza chiedere niente, alla fine riceve tutto. Dicono che un viaggio cambi quando incontri le persone giuste. Io credo che cambi quando smetti di chiedere e cominci ad ascoltare. Quando non cerchi paesaggi da fotografare, ma luoghi da abitare. Quando ogni passo è un sì. La Gallura mi ha lasciato segni: una pietra in tasca, una conchiglia spezzata, il miele sulle labbra, una frase incisa nel cuore.

I custodi non li dimentichi. Perché non sono personaggi. Sono principi di realtà. Sono territorio che ha scelto un volto per farsi ascoltare.

E adesso che torno a casa, mi porto con me una sola certezza: essere custodi non è un mestiere.

È una forma d’amore.

 

Piero Canopoli

Cantina Murales