Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia
07 Ago 2026
BlendNews

Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l’Italia

 

Al numero 43 di via Paolo Fabbri, in periferia di Bologna, il campanello ha portato per decenni lo stesso nome del disco più venduto nella carriera di Francesco Guccini. L’indirizzo di casa e il titolo dell’album coincidevano per il semplice fatto che quella porta restava aperta a chiunque bussasse, a qualunque ora, con una bottiglia già sul tavolo. Il 6 agosto, a Pavana, quella porta si è chiusa. Francesco Guccini se n’è andato a ottantasei anni, e con lui si è spenta una delle voci che per mezzo secolo ha raccontato l’Italia dal fondo di un’osteria, tra un fiasco di vino rosso e un tavolo di legno segnato dall’unto e dagli anni.

Da via Paolo Fabbri all’Osteria dei Poeti

Guccini arriva a Bologna nel 1961, ancora studente, e la città gli si offre attraverso le sue cantine più che attraverso le sue aule. Nel sottosuolo di via de’ Poeti, tra le mura di Palazzo Sampieri Cospi, esisteva da secoli una buchetta per la vendita del vino: è lì che nasce l’Osteria dei Poeti, primo amore bolognese del futuro cantautore, un locale semplice dove si servivano vino bianco, vino rosso e poco altro. Qualche uovo sodo, la compagnia degli anziani del quartiere seduti davanti al loro mezzo litro. 

Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici

È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo.

«Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica

Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole.

Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti

Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche.

Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra

Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via.

Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi

Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino.

Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri.

L’ultima osteria d’Italia

Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato. 

A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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