Best Wine Stars Milano. Una fiera Giovane
Si è chiusa, lunedì 18 maggio, la settima edizione di Best Wine Stars la Fiera Internazionale di Milano dedicata al mondo del vino, spirits, food che riunisce centinaia di produttori nazionali ed internazionali.
La cornice è sempre quella della suggestiva architettura Liberty del Palazzo del Ghiaccio, imponente e luminosa, inaugurata nel 1923 come pista di ghiaccio per eventi sportivi. Con i suoi 1.800 metri quadrati rappresentava allora una delle strutture più grandi al mondo, e ancora oggi conserva un fascino scenografico davvero unico.
Per questa edizione Best Wine Stars ha promosso la collaborazione come Media Partner della nostra testata, Wine Tales Magazine, che, in collaborazione con altri magazine, nei tre giorni di attività ha coperto in modo capillare tutto ciò che è accaduto all’interno della manifestazione dando spazio alle aziende e alla loro voglia di comunicare. Un supporto che continuerà anche nelle prossime settimane con attività social e articoli di approfondimento.
La crescita costante dell’evento è confermata dalla proposta dell’offerta con più di 1.200 etichette in degustazione, e soprattutto l’apertura di spazi inediti rispetto al passato come l’Area Bronze, un’ala della sala al piano superiore, pensata per favorire le piccole aziende emergenti e provenienti da territori meno rappresentati.
Enzo Carbone CEO di Prodes Italia, ente organizzatore della Fiera.
Con questa iniziativa riconfermiamo il nostro impegno nel sostenere e valorizzare, attraverso un aiuto concreto e mirato, le realtà promettenti che stanno ridefinendo il panorama del vino e degli spirits…
In due giorni di Fiera io ed Emma abbiamo partecipato a talk, masterclass, molto interessante quella con i vini di Marisa Cuomo verticale di Furore Bianco, guidata da Adua Villa e Mattia Asperti, assaggiato olii, cibo, nell’area Mixology un gin “elettrico”, vini dealcolati, fatto interviste ma soprattutto assaggiato vini, tanti tanti vini, che ci piace raccontare.
Campania
La curiosità ci spinge subito verso l’area Bronze, a conoscere le piccole aziende rappresentate ed è un piacere rincontrare e riconfermare le ottime impressioni per la cantina Horatio.
Siamo in Campania, nel Sannio, la prima volta che abbiamo conosciuto Orazio Iesce, giovane enologo e fondatore dell’azienda, ci aveva affascinato con i suoi vini, Campo ai Confini Falanghina 2024, un rosato DonnaRosae 2024 da Montepulciano 90% e Aglianico 10% ed un rosso Corte di Notieri Aglianico 2024 in purezza. In Fiera presenta anche la 2025 sia per la Falanghina che per il rosato. Vini riconoscibili, di carattere deciso ed elegante, dal corredo aromatico raffinato e fresco ricco di fiori di campo, di erba fresca e camomilla, di pesca bianca e di una fine nota minerale, con la 2025 che si prospetta, a nostro avviso, con una definizione e profondità gustativa ancora più ricca di dettagli.
Abruzzo
Quasi compagno di banco con Horatio nell’area Bronze c’è anche David Fanton di Tenuta Fanton, altra realtà giovanissima, alla prima vendemmia.
Padovano, con una importante carriera lavorativa all’estero, e con un coraggio che sfiora l’incoscienza, ma che spesso determina il successo di una persona, David lascia tutto per un pezzo di terra sotto il meraviglioso cielo d’Abruzzo che ha come orizzonte l’azzurro del mare. Come scrive sul proprio sito “Una scelta personale. Non una eredità”.
A Milano presenta tutta la sua linea. Che colpisce.
Pecorino, Trebbiano e Cerasuolo legati da una freschezza dovuta alle vendemmie anticipate, sempre in equilibrio tra acidità anche di agrume, sapidità e struttura in primis ne fanno dei vini “dissetanti” e dal sorso vibrante. Hai voglia di berli.
Puglia
Un’altra cantina che ci ha colpito nell’area Bronze è l’Azienda agricola Antonio Buccoliero, siamo a Sava in provincia di Taranto, meno di un ettaro vitato ad alberello, in aridocoltura ed agricoltura di precisione per un Primitivo, E’ja 2022, che al primo sorso spiazza, tanto è atipico. Una vinificazione mirata a spogliarlo di balzelli e corredi talvolta eccessivamente compiacenti. Antonio predilige evidenziare l’essenza del vitigno, il corpo, la potenza, la morbidezza è sempre sostenuta da un avvolgente tannino e da una buona acidità, i frutti rossi ci sono tutti ma non sono mai troppo squillanti, il finale regala una bella nota di liquirizia, elegantemente ammaricante. Lo abbiamo assaggiato anche con dei fichi secchi di loro produzione: uno sembra completare naturalmente l’altro. E’ un vino che rasserena, un vino lento.
Nelle parole di Antonio si mischiano tradizione, futuro, intuizione, passione, sapienza, e soprattutto sogno, quel sogno che insegue con i suoi alberelli e la sua vigna: farne un museo che sappia raccontare l’amore e la cultura di questo territorio alle nuove generazioni.
In contrapposizione a questo Primitivo che si smarca dalla tradizione ne abbiamo assaggiati cinque che invece la tradizione la abbracciano, siamo stati al banco della cantina Attanasio Giuseppe, siamo a Manduria in provincia di Taranto.
Un Primitivo vinificato in rosa, due in versione secca di cui una Riserva, uno da Vendemmia Tardiva ed un Passito.
Sono vini che, pur cambiando registro, mantengono un filo conduttore chiaro: esaltare una caratteristica lasciando come sfondo un bouquet vellutato e grintoso.
Nella vendemmia tradiva emergono le ciliegie sottospirito e la scorza d’arancia secca, il passito si muove sui fichi secchi e cioccolato, piccoli frutti rossi e un lieve tannino per il rosato, prugna e ciliegia, mentre le due versioni secche riportano alla classicità del Primitivo tra prugna, ciliegie, pepe nero, tabacco e grafite.
Due interpretazioni molto diverse del Primitivo di Manduria, due stili lavorati con tanta consapevolezza e cercando una grande qualità.
Restiamo in Puglia con una batteria di vini dominata dal Negroamaro + 1 Chardonnay.
Siamo su terreni estremamente calcarei.
Con la Tenuta Monacelli assaggiamo un Negroamaro vinificato in bianco dominato da una sensazione di mela verde, pompelmo, fiori di zagara, piacevolmente sapido ed acido, un bianco gastronomico.
Sempre da Negroamaro un Rosato molto elegante dal colore corallo con riflessi violacei, delicato nell’esprimere la piccola frutta rossa come fragoline e litchi, rimane morbido e rinfrescante.
I rossi della cantina sono un blend di Negroamaro, Cabernet, Syrah, uno vinificato solo in acciaio, come tutto il resto della linea, ed il secondo con un passaggio in botte grande. Entrambe le versioni portano in dote la potenza ed eleganza del Cabernet, i frutti rossi maturi del Negroamaro e la spaziatura dello Syrah, con una nota finale molto piacevole di cioccolato accentuata nella versione di botte grande. Morbidezza e struttura le caratteristiche principali. Molto riuscito.
Chiudiamo la degustazione con il vino preferito dal titolare, uno Chardonnay avvolgente e robusto, con note evidenti di focaia e frutta a polpa bianca. Chardonnay di carattere.
Marche

Nelle Marche ci siamo soffermati su due realtà, l’Azienda Agricola Viconari e Tenute Polini, peraltro distanti pochi kilometri l’una dall’altra, entrambe in provincia di Ascoli Piceno.
Raimondo ed Ettore sono due fratelli, giovani, alla guida dell’azienda Viconari, fondata dai loro nonni nel 1960.
Attualmente vinificano 4,5 ettari, su una proprietà che ne conta 50, con uve Montepulciano e Pecorino per due etichette: Jone rosso IGT e Marche Bianco IGT.
Due vini che in mezzo a tanto rumore, a tanti assaggi, a tante parole, ti rassicurano, ti accompagnano verso casa.
Jone è generoso sia all’olfatto che al sorso, c’è piena corrispondenza, non gli manca nulla per ammaliare. Ha volume, struttura, persistenza, piacevoli note di eucalipto e liquirizia, di mirto e china, anche il tannino si lascia coccolare e cerca di non disturbare troppo.
Marche Bianco ha una caratteristica che lo rende forse unico o poco ci manca, tutto il processo di vinificazione dalla fermentazione all’affinamento, viene svolto in barrique.
Ha una ricchezza e profondità evidenti all’assaggio, una complessità di note che spaziano dalla nocciola al bergamotto, dalla ginestra alla vaniglia, dall’acacia ai frutti tropicali maturi e al melone. Le barrique sono a bassa tostatura il che li rende non invadenti e di fatto contribuiscono a rendere questo vino tanto atipico quanto buono.
Alla Tenute Polini abbiamo imparato a conoscere un nuovo vitigno, la Garofanata, proposta con un metodo classico Brut, Leggerezza 2014.
Francesca ci spiega che ha fatto 60 mesi di affinamento sui lieviti e 10 anni di remouage in cantina, per un risultato che ci ha proprio sorpreso.
Bollicine fini e persistenti, un giallo quasi dorato, in bocca risulta cremoso e ancora molto fresco, la leggera ossidazione suggerisce uno scatto verso la frutta a polpa bianca e gialla molto matura, poi la frutta candita e la mandorla. Ha una persistenza davvero lunga lasciando la bocca appagata e in attesa del secondo sorso.
Un vino che si presta a molteplici abbinamenti ed un vitigno che non conoscevamo e che va senz’altro approfondito.
Friuli
Monviert è una azienda storica del Friuli, a Cividiale in provincia di Udine.
Alessio ci introduce a tutta la linea, ma ci impressiona un bianco molto particolare, Tricur Bianco 2018, un blend diviso tra Riesling renano 50% botritizzato in pianta e fermentato in barrique, Friulano 25% e Ribolla 25%.
Elevazione tra acciaio e barrique di 48 mesi.
Appunto, ci impressiona!
Ha gli aromi suadenti del Riesling, la struttura del Friulano e la tannici ed acidità della ribolla, che subisce anche una leggera macerazione.
Ci sono fiori bianchi di campo, come camomilla e sambuco, e fiori di acacia, albicocca, scorza di agrumi, la mineralità del riesling che gioca con l’acidità della ribolla, c’è la frutta secca, è un vino stratificato che esce un po alla volta.
E’ un vino che rappresenta al meglio il potenziale di questo incredibile territorio.
Spostandoci un po più ad Est, a Dolegna del Collio provincia di Gorizia, incontriamo Tenuta Stella ed i loro autoctoni, noi abbiamo assaggiato la Ribolla, la Malvasia e il Friulano, tre vini simbolo di questo territorio.
Sono vini paradigma di questo territorio, esaltano a pieno le caratteristiche del vitigno con tanta eleganza. Quando si parla di identità del territorio si parla di questo tipo di vini.
Sicilia
La cantina Marino Abate ci accompagna all’assaggio dei vini siciliani, a Marsala in provincia di Trapani, attraverso una profumatissima Inzolia, linea Ricamo.
Un vino dalla freschezza immediata che ti porta l’estate, è il classico esempio di macchia mediterranea come uno se la immagina, ginestra, maggiorana, cedro, pesca bianca, con una buona sapidità e lunghezza. Un bianco molto beverino.
Di carattere diverso il Carricante Etna Bianco Mac, l’azienda possiede anche dei terreni sulla’Etna vicino a Catania.
Nicola ci ricorda che siamo nella zona dei vini vulcanici, calcarei per eccellenza d’Italia, che dire, il sorso lo conferma.
Con sentori sulfurei in evidenza, anche di zafferano, lascia poco spazio alla delicatezza e spinge sul carattere deciso, molto persistente e strutturato, con una freschezza acida ed un buona sapidità. 2023 l’annata ma può aspettare tranquillamente lo scorrere del tempo.
E’ un vino incisivo.
Chiudiamo la Sicilia con un frantoio, Lu Trappitu, di Fondiro in Provincia di Agrigento.
Qui in Fiera presenta due olii Liola, il nome è un omaggio al genio di Pirandello, uno tradizionale con qualità di Nocellara del Belice e Moresca ed uno biologico con ulivi coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica sempre di Moresca e Nocellara del Belice.
Ci ha colpito la freschezza e nitidezza degli aromi di foglia di pomodoro, di erba tagliata, di vegetale, ricco di erbe aromatiche e carciofo fresco, anche in bocca ci è molto piaciuto l’equilibrio tra l’amaro iniziale ed il piccante che esce piano piano fino ad equilibrarsi.
Toscana
La Toscana nelle fiere fa sempre la voce del padrone con tantissime aziende, noi ci siamo soffermati sulla Tenuta Gamberaio e Tenuta Dodici.
Tenuta Gamberaio è una piccola realtà di Cetona, in provincia di Siena ai confini con Umbria e Lazio, vinifica solo bacche rosse di Sangiovese, Merlot e Foglia Tonda.
Abbiamo molto apprezzato Gamberaio, da uve sangiovese, muscoloso e profondo ma maggiormente di facile beva rispetto a molti altri assaggiati, così come il Merlot, piacevolmente fruttato e tanto teso quanto agile al sorso, un perfetto equilibrio.
Con Tenuta Dodici si arriva in Maremma, vicino a Grosseto, alla guida della cantina, di proprietà russa, c’è l’enologa Graziana Grassini.
Noi abbiamo avuto occasione di assaggiare Schiava d’Amore, un Ciliegiolo rosato che con la criomacerazione diventa una caramella golosa, ciliegia, melograno e fragola accarezzano il palato, l’acidità equilibrata lo rende facile da bere, fresco diventa “un bicchiere tira l’altro”.
Mentre con Occhi Neri, Merlot, si torna alla grandezza dei vini maremmani.
E’ un susseguirsi si spezie dolci, vaniglia, more, violetta e accenni balsamici, con un corpo consistente e avvolgente. La migliore tradizione Toscana.
Tutta la linea merita attenzione, dal passito di Viognier Taja ad Urga, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon.
Una curiosità: il nome dei vini sono un omaggio a Nikita Mikhalov, celebre regista russo che ha diretto anche Marcello Mastroianni in Oci Ciornie, da qui il Merlot Occhi Neri, fondatore con Konstantin Tuvykin dell’azienda Dodici.
La cosa più bella della Fiera?
Non un vino o una cantina, ma un aggettivo: Giovane, che spesso ritorna anche in questo pezzo.
Come ormai è una felice consuetudine in queste occasioni si notano sempre più nuove cantine o volti giovani a rappresentare realtà storiche e familiari.
Spesso sono ragazzi che hanno compiuto studi di agronomia od enologia, e che magari hanno fatto esperienza in grandi aziende in Italia e all’estero.
Hanno idee molto chiare e parlano dei loro vini con sicurezza e del loro futuro con lucidità.
Con la consapevolezza che ciò che conta davvero è costruire un progetto riconoscibile dentro il proprio territorio, svilupparlo e dargli identità. La propria firma.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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