Fangareggi. Il Lambrusco della fantasia
In un fazzoletto di terra, in un piccolo areale tra la Lombardia e l’Emilia che messo in fila non coprirebbe l’area di una città, nasce il vino rosso italiano più venduto nel mondo, il Lambrusco.
12 varietà autoctone che rappresentano 12 modi di interpretare un territorio che ha il suo cuore nelle province di Mantova, Reggio Emilia, Modena e Parma.
Per decenni il Lambrusco ha pagato il prezzo del suo stesso successo, il vino rosso italiano più venduto al mondo è stato anche il vino maggiormente frainteso tanto da essere definito in maniera decisamente ingenerosa la Coca Cola dei vini. Un vino frizzante, spesso tendente al dolce da bere senza pensarci.
Da una parte un modello produttivo che, moltiplicando le bottiglie per inseguire i grandi numeri ed mercati internazionali, ha privilegiato l’uniformità al carattere distintivo varietale, dall’altra parte la dedizione, l’impegno, l’artigianalità di famiglie, piccoli produttori, che hanno sempre creduto nel valore unico di questo vitigno capace di mostrarsi con 12 volti differenti, a sottolineare una identità molto più complessa di quanto il mercato potesse raccontare. Per certi versi ricorda la storia di Davide contro Golia….che ha perso.
Eh si! La fiondata decisiva arriva nel gennaio 2021, quando tre Consorzi storici, il Consorzio Tutela del Lambrusco di Modena, il Consorzio per la Tutela e la Promozione dei Vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e Canossa, e il Consorzio di Tutela Vini del Reno, si riuniscono sotto un’ unica voce: Consorzio a Tutela del Lambrusco.
In realtà l’incipit di questa svolta ha origine verso la metà degli anni 90 del secolo scorso, quando una riduzione delle rese per ettaro, la valorizzazione dei vitigni storici, dal Lambrusco Maestri al Montericco, dal Viadanese al Lambrusco del Pellegrino, una maggior attenzione anche ai metodi di spumantizzazione ed un recupero della rifermentazione in bottiglia, hanno consolidato nel territorio la consapevolezza che il Lambrusco debba riaffermare le proprie identità.
Quel vino spesso tendente al dolce da bere senza pensarci
lascia spazio ad interpretazioni enologiche sempre più coraggiose e ricercate. Nascono vini raffinati, eleganti, vivaci e sorprendenti, da vinificazioni tradizionali e da vinificazioni inusuali, in bianco, con metodo classico, con metodo Charmat lungo, con metodo ancestrale, secco, fermo. Un caleidoscopio di interpretazioni che pochi vitigni possono vantare.
Per esempio di recente, io ed Emma, in una afosa e caldissima serata di luglio abbiamo avuto l’occasione di assaggiare un Lambrusco vinificato in bianco, Biancospino, 85% Lambrusco di Sorbara e 15% Salamino, dell’azienda Fangareggi di Correggio. Bene, vi ricordate la scena del film Il Tempo delle Mele quando nel mezzo di una caotica festa rumorosa Mathieu appoggia le cuffiette sulle orecchie di Vic, la bellissima Sophie Marceau e tutto, intorno a loro sparisce? Ecco! quella sensazione. Via il caldo, via la fatica, via i pensieri, ogni sorso è stato quell’attimo lì, un interruttore che ha spento tutti i fastidi.
Qualche settimana dopo siamo andati a trovarli in cantina, ad accoglierci c’era Giuseppe Fangareggi, titolare con il figlio Matteo dell’azienda. Ci introduce la cantina, formalmente nata nel 2005, ma con radici vitivinicole di almeno quattro generazioni. Contano su circa 30 ettari vitati seguendo una filosofia di agricoltura a basso impatto ambientale conferendo una parte del raccolto alle cooperative, ed una parte dedicata alla loro produzione che si attesta su circa 68.000/70.000 bottiglie.
Gli 8 vigneti di proprietà sono divisi tra 5 Comuni e 2 Province, il che permette di coltivare differenti varietà di uva in base alle diverse conformazioni geologiche, dai Lambruschi di Sorbara e Salamino alla Fortana, dal Pignoletto alla Malvasia di Candia, dal Moscato di Cannelli al Pinot Nero e Ancellotta.
Giuseppe è una persona molto piacevole e chiacchierare con lui significa perdersi un po’ nel tempo ormai scorso, tra racconti di vita, ricordi di campagna e di pianura, progetti passati e progetti ancora da immaginare.
Traspare che nella sua vita ha saputo inventarsi diverse volte seguendo sempre le sue passioni, è stato agricoltore con la sua famiglia, nonché un pioniere in Italia per lo sviluppo delle Camere Bianche, ambienti a contaminazione controllata oggi indispensabili nei settori della sanità, chimico farmaceutica e delle industrie alimentari, con il divertimento del gioco ha trascorso un po’ di tempo come designer, soprattutto di lampade e poltrone.
Oggi con lo stesso incanto di sempre è viticoltore, e per chi è cresciuto a pane e Lambrusco forse è la chiusura di un cerchio, con il valore aggiunto di viverla insieme al proprio figlio.
Con l’arrivo sul tavolo dei ciccioli fritti, salame e parmigiano reggiano cominciamo la degustazione che non poteva che iniziare con Biancospino, il nostro Tempo delle Mele.
Giuseppe ci racconta che all’inizio l’idea di vinificare il Lambrusco in bianco ha creato qualche divisione familiare,
Ma come? Il Lambrusco un vino bianco? E chi lo compra?.
Beh, oggi è il più venduto dell’azienda.
Lambrusco di Sorbara 85% e Lambrusco Salamino il restante 15%. Biancospino di nome e di fatto, questo fiore esce immediatamente al naso accompagnato, ancor di più in bocca, da un fresco sambuco e da fiori bianchi che se la giocano con la frutta, in primis una pera matura, la nota dolce che si estende a tutto il sorso, subito seguita da un pompelmo che dona l’acidità lunga e tipica del Sorbara che regala quel nervo vivace che però subisce il fascino della frutta tropicale e si concede immediatamente al secondo sorso.
Vino vivace e divertente che si dichiara subito, ti coccola e ti fa venir voglia di cantare “E la chiamano estate, quest’estate, senza te….”.
Giuseppe ci propone come secondo vino un Pignoletto vinificato con Metodo Ancestrale, Selvadeg 2022.
E’ un vino più rustico rispetto a Biancospino, già il colore lo evidenzia, giallo paglierino carico tendente all’arancio, forse un contatto con le bucce gli regala un leggero grip tannico che bene si sposa al carattere conviviale di questo vino frizzante. Chiama senz’altro pane e salame ed una compagnia di amici.
Mela cotta, fiori dolci come il gelsomino o il glicine, una punta di ossidazione, un agrume deciso, un finale acido ma con una morbidezza dettata anche dai lieviti esausti caratterizzano questo vino.
La versione più tradizionale del Pignoletto si chiama Bragher, che in dialetto Emiliano significa Pettegolo, è uno spumante Brut, sempre metodo Martinotti ma lungo.
Per la facilità di beva, la freschezza del fiore e del frutto ricorda molto Biancospino, la bollicina però risulta più vivace, persistente ed elegante, anche qui troviamo frutta a polpa bianca, la mela su tutte specialmente nel finale, non manca anche in questo caso l’agrume ma in forma meno acida, più da scorza di limone. Delicata anche la presenza di erbe aromatiche come maggiorana e limoncina.
Con Oh Però!, Lambrusco di Sorbara, iniziamo con i vini rossi, alcuni quasi neri!
Non questo, il colore è un elegantissimo rosa corallo, elegante anche al naso ed incredibile in bocca.
Sempre fiori e frutta in primo piano ma con un assetto più complesso e sfaccettato, se tra i fiori prevale la rosa canina la frutta è più bilanciata tra lampone, melograno, arancia, ribes e fragoline. Tutti frutti che spingono un po’ sull’acidità, caratteristica distintiva di questo vitigno, l’equilibrio è ottimo. Ne risulta un vino dal sorso vibrante, dinamico e con una bollicina cremosa. Tranquillamente può fare il giro del mondo abbinandosi a tantissimi piatti, ovviamente da quelli della tradizione Emiliana, gnocco fritto, tortellini, tagliatelle al ragù, a piatti più speziati, al sushi, a piatti piccanti, insomma è un vino trasversale.
Il secondo vino rosso è il preferito di Giuseppe, si chiama Puro!, ed è un Lambrusco Salamino che racconta, fin dall’aspetto visivo, il suo legame con la tradizione.
Il colore nel bicchiere è un rosso rubino intenso attraversato da una leggera spuma, ha un bouquet di frutta rossa matura evidente, di amarena e prugna, di mora di gelso e mirto, di arancia sanguinella, merito anche di una macerazione a freddo delle uve. Vinoso.
Sempre presente l’acidità, in questo caso anche all’olfatto.
Nel bicchiere, in superficie presenta una leggera spuma, è un po’ l’archetipo di vino che si beveva nelle scodelle, nelle tazze di ceramica bianca, dove l’intensità del colore del vino lasciava indelebili aloni rosa ai bordi delle ceramiche, che diventavano dei calendari del tempo condiviso nelle osterie, memorie di momenti semplici e felici.
Un’immagine quotidiana che racconta meglio di qualsiasi descrizione il profondo legame tra il Lambrusco e la cultura contadina emiliana.
Chiudiamo gli assaggi con il loro celebre Vigna Nera, Lambrusco Salamino 85% e Ancellotta, le due uve forse più storiche dell’areale.
L’Ancellotta è stata da sempre complementare ai Lambruschi, le sue caratteristiche di intensa colorazione, intensa morbidezza e piacevole dolcezza hanno sempre contribuito ad equilibrare le importanti acidità di alcune varietà di Lambrusco, magari in alcune annate anche eccessive.
Il Vigna Nera si presenta nel bicchiere di un colore viola, quasi nero, profondo e materico.
Si accentuano ancor di più i frutti rossi maturi, e si aggiungono note di spezie dolci e profumi erbacei e sentori officinali. E’ un vino dal carattere gastronomico, noi lo abbiamo bevuto abbinandolo ai ciccioli fritti, ed è stato superlativo. In bocca è immediato, rotondo, ricco e persistente. La sua freschezza e le sue bollicine vivaci ce lo fanno immaginare come un Re che sposa un cotechino cotto almeno tre ore, morbido e “mustus” (è un aggettivo tipicamente Lodigiano che sta tra il gelatinoso, l’appiccicoso e il succulento, più o meno).
In questa degustazione io ed Emma ci siamo molto divertiti, vini sempre sorprendenti, dall’innata freschezza e chiaramente distinguibili nelle loro identità. E poi vuoi mettere la gioia di poter bere a luglio dei rossi alla stessa temperatura dei bianchi?
Produttori come Fangareggi hanno saputo trasformare quel vino tendente al dolce da bere senza pensarci in un vino che colpisce per la varietà di interpretazioni che può avere, lo hanno vestito usando la fantasia, il coraggio, la determinazione, la tradizione. Soprattutto scegliendo la qualità come principio guida in ogni fase delle lavorazioni.
Le ore trascorse con Giuseppe ci confermano ancora una volta quanto sia necessario poter incontrare i produttori, confrontarsi e scambiarsi opinioni ed esperienze. Ogni vino ha una sua storia, sempre diversa, sempre curiosa, e quasi sempre il carattere del produttore si riflette nel carattere del vino. Ogni volta ci portiamo a casa parole nuove da aggiungere alla nostra storia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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