Figli di Luigi Oddero. L’ultimo desiderio del fondatore
Mi chiedo se a volte un vino, prima di gustarlo,
non lo si possa immaginare dalla faccia e dai discorsi della persona che lo fa.
Ma altre volte, dopo averlo gustato,
accade addirittura che non lo si possa più ricordare
se non pensando alla persona che lo fa.
Una identificazione, una immedesimazione per sempre inscindibile tra la persona e il vino,
come tra alcuni artisti molto spontanei e la loro opera.
Mario Soldati
Succede anche a voi? A me capita spesso, quando scelgo una bottiglia dalla mia cantina, mischio nella mente il sapore del vino alle parole scambiate con il vignaiolo, vedo la sua faccia, ricordo sfumature che altrimenti non ricorderei.
E’ una memoria che affiora a strati e lentamente ed è una riflessione che Mario Soldati, giornalista, scrittore e tanto di più, descrive nel suo libro Vino al Vino.
Scritto tra la fine degli anni 60 ed inizi 70 del secolo scorso, quando l’Italia era ancora immersa nell’eco del boom economico che ha svuotato le campagne e riempito le fabbriche, racconta di tre viaggi compiuti da Soldati attraverso tutta l’Italia alla ricerca dei vini più genuini, come spesso li definisce, lo fa raccontando di paesaggi, di persone, di famiglie. Lo fa anticipando una decadenza del vino supportata da una omologazione del gusto che vedrà, a meta anni 80, lo scandalo del vino al metanolo. “Uno degli errori più gravi e più comuni in cui oggi incorrono molti consumatori del vino è di credere che un certo vino, riconoscibile al nome e all’etichetta, debba essere sempre euguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a requisiti di continuità”.
Nell’ultimo viaggio un lungo capitolo è dedicato al basso Piemonte, Langhe, Roero e Monferrato, ben diversi da come li conosciamo oggi, racconta di una realtà rurale, agricola, di famiglie numerose riunite per cena, di serate passate a giocare a carte chiacchierando di vino, non si parla di Magnum ma di Bottiglioni, racconta di orti e frutteti enormi coltivati in primis per necessità, di biodiversità necessaria e naturale. Viva e vivace.
Soprattutto racconta di un “Barolo perfetto” e di un Barbaresco che ha una particolarità “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”.
Due bottiglie regalate dall’amico Gianni Brera che in etichetta portano il nome della cantina:” Poderi e Cantine Fratelli Oddero”, guidate dall’enologo Luigi Oddero, un gentiluomo di campagna, protagonista nel libro di una lunga e vibrante intervista.
La loro storia di vignaioli inizia tra la fine del 1700 ed inizi del 1800 nel comune di La Morra, dove ancora oggi sorge l’azienda. All’inizio producono vino sfuso, come molti in quegli anni, poi una tappa decisiva arriva nel 1878 quando Giacomo Oddero decide di imbottigliare il proprio vino: un gesto semplice e visionario che inaugura, di fatto, la storia moderna della cantina.
Gli Oddero sono da sempre un riferimento centrale per il territorio, sono stati in particolare tra i principali promotori per la definizione dei disciplinari DOC prima e DOCG dopo per i vini del Piemonte e soprattutto delle Langhe, dando un decisivo impulso allo sviluppo qualitativo e commerciale che negli anni hanno fatto la fortuna di queste splendide terre.
Dai primi anni 50 del 1900 la produzione della cantina è seguita da Luigi, enologo e nipote di Giacomo, autentico Maestro della viticoltura, legato si alla tradizione ma anche con intuizioni che hanno anticipato di decenni le tecniche ancora oggi in uso, tra i primissimi ad abbandonare tutti i prodotti chimici in vigna a favore di soluzioni naturali, inserendo per esempio la confusione sessuale contro una farfallina, la tignola della vite, alimentando coltivazioni ricche di insetti antagonisti contro gli altri parassiti, esempi di produzione integrata che oggi sono consueti ma ricordiamo che stiamo parlando di 70 anni fa!, l’uso di vasche di cemento, studia ed affina i tempi di macerazione delle uve, sceglie per l’elevazione dei grandi rossi, dopo diverse sperimentazioni, solo botti grandi di rovere francese. Luigi Oddero diventa la nuova grammatica per le nuove generazioni.
Sempre Mario Soldati lo descrive così:” Rivoluzione e conservazione non sono necessariamente antitetiche, importa la forza dello spirito, che non è mai egoistica né gretta. Luigi Oddero, un viticultore vitale legato alla tradizione.”
L’ultima rivoluzione Luigi la compie nel 2006, quando in accordo con il fratello Giacomo, decide di dividere la storica azienda e fondare la Figli di Luigi Oddero, ancora una volta rappresentando la fusione tra le energie del passato e la volontà di guardare al futuro, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2010 la cantina passa sotto la guida della moglie Lena e dei due figli, Maria e Giovanni che con l’ausilio di un consulente ed un enologo di primissimo livello, Dante Scaglione e Francesco Versio, gestiscono un patrimonio viticolo di 32 ettari nei migliori Cru delle Langhe: a Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Barolo, Monforte d’Alba, La Morra, Treiso e Trezzo Tinella, quest’ultimo per la produzione del Moscato d’Asti.
La giornata è quasi primaverile, cielo sereno e pieno di sole, carichi di curiosità arriviamo in cantina, anticipata da un viale che si apre tra i vigneti.
Sul cancello di ingresso si legge ancora il nome del vecchio proprietario Tenuta Parà, Luigi Parà, altro personaggio di spicco per l’enologia delle Langhe di metà 1800, innovativo nelle tecniche di produzione, ingegnoso nel creare nuovi attrezzi da lavoro, intuitivo nella disposizione delle vigne così come nel riscaldare le cantine, al punto che il “sistema Parà” viene adottato dalla neonata Scuola Enologica di Alba.
Diventa quindi naturale pensare ad un passaggio di testimone tra Luigi Parà e Luigi Oddero.
Veniamo accolti da Lena e suo figlio Giovanni, ventiquattrenne che sta terminando gli studi di enologia. Con lui iniziamo la visita alle cantine, la zona di produzione è di recente costruzione, 2015, e qui domina l’acciaio per l’affinamento di alcune etichette della cantina e per l’ammostamento e la fermentazione dei Barolo e Barbaresco, Giovanni ci racconta di quanto sia accurata la selezione delle uve, iniziando in vigna con una resa molto bassa, la produzione è di circa 110 mila bottiglie, poi un primo passaggio sul tavolo vibrante ed una ulteriore cernita manuale per garantirsi il meglio delle uve, prediligendo solo gli acini interi. Attenzione e cura sono le fondamenta anche nella scelta delle tecnologie adottate in cantina ad esempio per i rimontaggi viene utilizzata una pompa peristaltica, particolarmente delicata, capace di movimentare le vinacce senza toccarle e danneggiarle.
In una seconda ala della cantina troviamo una infilata di grandi botti di cemento, utilizzate ancora oggi più come contenitori per lo stoccaggio dei vini che per l’affinamento, sino ad arrivare nell’ipogeo nella parte storica originaria della tenuta, una bottaia volutamente rimasta inalterata ma ancora in uso, a ricordare le origini della famiglia. Scendendo alcuni gradini entriamo in una seconda bottaia dove oltre alle grandi botti ci sono barriques utilizzate per i ricolmi, ed un anfora in grès ad uso sperimentale.
Giovanni ci accompagna poi al piano superiore nella sala degustazione, e qui iniziamo con un Dolcetto 2023 dal color rubino pieno con riflessi violacei, è un vino piacione, con una bella frutta rossa di ciliegie, more e prugne, un profumo elegantemente vinoso, una acidità presente ed un tannino leggero e già integrato. Un vino fragrante che si beve molto volentieri.
Altro carattere invece è la Barbera d’Alba 2021, un po più spigolosa in bocca, i frutti sono un più acidi e sapidi, ricordano il ribes e lamponi, una buona speziatura pungente e la sapidità chiamano un abbinamento col cibo. Questa è la classica Barbera che prende per mano i Tajerin al ragù e se li sposa, succosa e fresca. Penso che possa evolvere ancora e stupire con un bouquet più complesso.
Il prossimo vino ci introduce nell’universo Nebbiolo, Langhe Nebbiolo 2023.
Frutta e fiori ci parlano di diversi sentori, di piccoli frutti rossi, di rosa e fiori appassiti, un sottobosco secco, note minerali di grafite e di speziature da pepe, secco ed asciutto con una equilibrata scia sapida, il sorso è bello teso e lungo con un finale armonioso, bella la nota di liquirizia nel finale! Tra un due o tre anni lo immagino che allunga le braccia verso i fratelli maggiori, Barolo e Barbaresco. Piace molto.
A proposito di fratelli maggiori arriva il Barbaresco Rombone 2021.
La Figli di Luigi Oddero essendo una Cantina Storica può produrre il Barbaresco al di fuori dell’areale del disciplinare, possedendo 2 ettari e mezzo circa a Treiso nella prestigiosa MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva) Rombone.
Beh impossibile non ricordare le parole di Mario Soldati a proposito del Barbaresco di Luigi Oddero “secondo a nessun altro! sembra quasi di poterne continuare a bere senza fine, tanto è equilibrato, completo, suadente”.
Sarà sicuramente un vino diverso da quello che assaggiò Soldati piu di 50 anni fa, ma gli aggettivi che lo descrivono li uso ancora oggi, equilibrato, completo, suadente e tanto elegante.
Il palato è avvolto completamente, il centrobocca ha una piacevole dolcezza di frutta rossa, fragole e prugne sunsweet, la pungenza dei chiodi di garofano, la delicatezza della violetta, la dolcezza delle bacche di mirto e delle spezie dolci, un profumo fascinoso etero di cipria e tabacco. Davvero una felicissima beva e capisco bene perchè Soldati lo definì suadente.
Dopo il Barbaresco si inizia con la batteria dei Barolo, e vai di felicità acuta!
Ci raggiunge anche Lena, il Barolo è il suo vino preferito, ci racconta senza nascondere un po di commozione, quando qualche tempo fa durante una serata dedicata ai Barolo più rappresentativi e storici della zona su una bottiglia dei Poderi e Cantine Fratelli Oddero lesse la firma di suo marito scritta a matita.
Ready, steady, go!
Il primo è un Barolo 2021, un Barolo classico prodotto con uve provenienti da diverse zone dell’areale, Castiglione Falletto, La Morra e Serralunga.
La particolarità sta nel fatto che sono tre Barolo fatti e finiti e poi assemblati in un unico blend.
E’ sicuramente un vino ampio e complesso con note di confettura di ciliegia, frutta cotta, cacao, cannella e noce moscata, un tono erbaceo, pungente di alloro, un inizio di terziari, i tannini sono molto presenti e hanno bisogno di evolversi, dopotutto è l’ultima annata.
Iniziano anche i classici sentori eterei, sempre piacevoli.
In bocca il sorso è lungo, ancora un po’ chiuso rispetto all’olfattiva, ma…..tempo al tempo, sono vini che insegnano ad aspettare.
Ma per non aspettare troppo Lena ci regala anche l’annata 2016, appena aperta sembra in difetto rispetto al 2021, ma tra una chiacchiera e l’altra, minuto dopo minuto si apre decisamente molto meglio e piano piano si completa convincendo, ci fa capire che il tempo va considerato come un contenitore.
Il terzo è un Barolo La Specola 2021, Cru Le Rive, le vigne proprio sotto la tenuta.
A nostro avviso c’è un passo in più rispetto ai precedenti, si aggiungono note agrumate di arancia rossa, zenzero e iodio, ha una maggiore morbidezza e definizione, direi più “pronto” forse grazie anche alle caratteristiche del suo suolo, più ricco di sabbia che conferisce una finezza espressiva già evidente. Chiude con un finale di frutta secca. Ottimo.
Si continua con tre annate, 2021, 2020, 2018, di Barolo Rocche Rivera, MGA Scarrone, nel comune di Castiglione Falletto.
Se i Barolo di La Morra si distinguono per delicatezza, tannini setosi, morbidezze, i Barolo di Castiglione Falletto aggiungono anche struttura e corpo nella beva, anche il colore è maggiormente virato al granato, e questa mini verticale di Barolo Rocche Rivera ci regala ad ogni annata una aggiunta di complessità sino ad arrivare ai toni caldi della ceralacca, belle sensazioni di fungo, note anche balsamiche e di caffè, cacao amaro contrapposte a spezie dolci, il tannino e l’acidità anche nella 2018 sono ancora carichi e vogliono farsi sentire. E’ un Barolo che si veste di eleganza e di sostanza, ce n’è e ce ne sarà di più tra qualche anno.
La degustazione si chiude con il Barolo Vigna Rionda 2019, Cru iconico di Serralunga.
Il preferito di Lena, è una cannonata, potente e austero, di grande tensione e persistenza, ecco! qui ad ogni sorso mi immagino Luigi Oddero che lo prova, lo giudica e lo discute.
Ha un sapore che pare attraversare il tempo, probabilmente è il vino che ha subito meno trasformazioni nei decenni tanto è complesso ed equilibrato.
La scena è dominata da note balsamiche calde, di eucalipto, di resine, e dai sentori eterei di lacche e cere, poi da una vertigine di frutti, fiori di campo, muschio, agrumi, alloro, e tanto tanto altro.
Che dire…questo Re dei vini e il vino dei Re le ha tutte. Onirico.
Chissà le vecchie annate….
Dalla degustazione di tutti questi vini la cosa che più ci ha colpito e sorpreso è l’esaltazione di tutti i sentori che l’uva può dare, i toni fruttati e floreali non sono mai spenti o sovrastati in modo invadente dagli altri sentori, cosa non scontata con questa tipologia di vini, la morbidezza del sorso va di pari passo con l’austerità e la potenza, la freschezza e l’eleganza sono le note caratteristiche tenute fino alla fine.
Ma la cosa che ci portiamo nel cuore, più di tutto il resto, è stato l’incontro con Giovanni, la trasposizione fisica del nome dell’azienda: Figli di Luigi Oddero, l’ultimo desiderio del fondatore.
Non siamo riusciti ad incontrare la sorella Maria, ma la immaginiamo animata dallo stesso entusiasmo del fratello e dalla grinta della splendida mamma, Lena.
Ci siamo salutati con la promessa di ritornare per assaggiare i vini con la firma di Giovanni, Giovanni Oddero.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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