Le Malvasie di Luretta. La nascita di una nuova lingua.
“Tu passi all’interno della storia di quel vino come una mosca che vola.
Ma intanto lui sta facendo il suo percorso, ed è questo che secondo me è importante.
Cercare di capire cosa sta succedendo” (Lucio Salamini)
Ed è proprio quello che è successo sabato 20 giugno alla cantina Luretta, al Castello di Momeliano, storica ed iconica azienda dei colli Piacentini. Una full immersion di grande intensità emotiva e sensoriale nella Malvasia Aromatica di Candia, vitigno principe di questo areale e non solo, attraverso 26 anni di vinificazioni, tradizioni ed innovazioni, sfide e…. – vuoi che in un Castello non ci sia magia? certo che si – e di magia. Questa giornata dedicata è stata fortemente voluta dalla Famiglia Salamini, la Signora Carla Asti moglie e fondatrice con il marito Felice Salamini, e suo figlio Lucio, affiancati da Antonio Montano, anch’esso volto imprescindibile dell’azienda, persona coinvolgente, appassionante ed appassionata che giustamente sottolinea il gran coraggio di questa cantina quando quasi 40 anni fa, in un territorio che parlava esclusivamente il linguaggio dei vini frizzanti, decise di aprire una nuova strada con un Metodo Classico e con una produzione di vini bianchi e rossi fermi.
Oggi si userebbe il termine “visionario” ma io preferisco usare “poetico” per delle persone che con l’intuizione hanno saputo abbracciare l’incertezza e trasformarla, giorno dopo giorno, in questa splendida realtà.
La Malvasia Aromatica di Candia è stata considerata, specialmente nella seconda metà del 1900, un vino da grande resa ma di modesta qualità, un vino leggero e dalla personalità trasparente, piacevole ma non in grado di lasciare un segno. E’ stato grazie al paziente lavoro di aziende come Luretta, tra le prime a credere nelle sue potenzialità, che negli ultimi 30 anni la percezione di questo vitigno ha iniziato a cambiare. Una storia fatta di studio, selezione in vigna, riduzione delle rese, ricerca enologica e tanto altro, un percorso che ha permesso alla Malvasia di raccontarsi con una complessità e carattere mai rivelati, dimostrando di poter attraversare il tempo senza timori, di saper raccontare il territorio attraverso interpretazioni diverse: secca, dolce da vendemmia tardiva, con uno stile ossidativo o in macerazione, addirittura come ingrediente da aromatizzare.
Questa Malvasia Aromatica di Candia oggi va considerata come una lingua, capace di esprimersi in molti contesti enologici e con la consapevolezza di dialogare alla pari con vini di livello assoluto.
La conferma ce la offre proprio Luretta con una degustazione che tecnicamente si chiamerebbe verticale, ma come si fa….abbiamo assaggiato Malvasie dalla vendemmia 2000 a quella della 2024, vinificazioni secche e vendemmie tardive dolci, passiti e vermouth, ogni bottiglia racconta un’idea, il percorso ed i tentativi per realizzarla, storie sempre diverse e se poi sul banco ci mettiamo le parole di Lucio:
“Era una cosa che ce la dicevamo tutte le mattine quando andavamo in cantina, c’era questo gioco che si ripeteva -“Squadra che vince si cambia” – Perché per noi era continuare a scommettere in un altro modo, in un modo diverso.”
Direi che è più corretto dire che oggi abbiamo assaggiato dei bicchieri unici.
Come Boccadirosa 2024, la prima Malvasia che ci viene servita.
La tecnica della macerazione prefermentativa di 24 ore determina il colore ambrato e permette l’estrazione e l’amplificazione di profumi floreali e di frutta, che ingannano il sorso. Se al naso è una esplosione di sambuco, di fiori bianchi di campo, camomilla, sentori dolci che accompagnano anche la frutta, in evidenza la pesca, il melone, un che di frutta esotica che si mischia con una leggera salvia, al sorso rimane il ricordo di tutti questi sentori, eleganti e scarichi di residuo zuccherino, o comunque nettamente inferiore al presagio degli aromi. La macerazione porta anche un delicato tannino che gli serve: per donare una struttura che accompagni l’acidità e bilanci le morbidezze del vino e per chiudere il sorso con un grip ed una pulizia sul palato che chiami un altro bicchiere.
Il secondo assaggio che Antonio ci prepara è l’annata 2018, importante perchè rappresenta l’ultima annata senza macerazione prefermentativa. La differenza è netta sin da subito allo sguardo, giallo paglierino carico e un po’ meno suadente con gli aromi, o meglio si cambia registro.
L’aspetto floreale così evidente nella prima qui trova subito un contrappunto con i sentori di evoluzione del vino, fiori secchi e mentolati, sbuffi balsamici e vegetali, con una buona presenza minerale ed una nota agrumata di bergamotto. Il profilo mi sembra più sottile e delicato e in bocca lascia una sensazione di maggiore freschezza rispetto alla 2024, sostenuta anche da una acidità più marcata.
Ancora un passo indietro ed arriviamo all’annata 2011, fermentazione con lieviti indigeni ed un leggero residuo zuccherino. Uno stile, una visione diversa dalle precedenti, parte di questo viaggio nel mondo della Malvasia Aromatica di Candia che dura ormai da più di 30 anni. Ha una leggera punta ossidativa, di riduzione, ma ci sta tutta dopo 15 anni! Prevalgono sentori di mela cotta e acacia, di salvia e timo, esce la mimosa, la parte minerale è un idrocarburo accennato. In bocca si presenta con una discreta acidità ed una punta sapida, ed è di buona persistenza. Forse tra i tre è la meno gastronomica, secondo me potrebbe aprire una serata ma non accompagnarla a tavola.
Cosa facevate 26 anni fa? Cosa facevo io? Sono tanti anni…mi ricordo la minaccia del Millenium Bug, il passaggio dalle lire all’euro, ed avevo una vita completamente diversa da quella di oggi, non c’era nulla di quello che oggi mi rappresenta.
Beh nel 2000 c’era chi pensava ad una linea del tempo, passata e futura, proiettava le proprie idee avanti negli anni, immaginandole soltanto, senza certezze, senza uno storico a cui far riferimento, Carla e Felice aprivano una nuova strada che oggi, è il caso di dirlo, abbiamo il privilegio di assaggiare.
Una Boccadirosa del 2000 che stupisce.
Stupisce che sia ancora così viva e probabilmente ancora in evoluzione, è un vino che è fatto per ricordare, è come sfogliare un album di fotografie. I sentori di questo bicchiere si mischiano l’un l’altro, noto subito un profumo vegetale e salmastro che mi ricorda un’alga, decisamente esce uno spunto balsamico mentolato, e poi ancora la salvia, un pepe bianco e della senape, ha diverse quinte che minuto dopo minuto rivela, anche in bocca mantiene una progressione di sentori che lo portano a chiudere con della frutta secca asciugando la bocca. Complesso e morbido dall’aspetto d’orato non smette di essere ancora fresco.
Abbandoniamo la prima sezione dedicata alla Malvasia secca per degustare la seconda batteria e ci spostiamo sull’interpretazione dolce della Malvasia, Le Rane. Da un vigneto posto in pianura vicino ad uno stagno appunto pieno di rane.
La prima è l’ annata 2020, si tratta di una vendemmia tardiva lasciata sulla pianta il più possibile, cercando sempre di mantenere un equilibrio tra la parte acida e zuccherina. Ha un tenore alcolico di 14% ed una concentrazione zuccherina di 113 grammi/litro. Si accentuano i profumi di fiori dolci e di frutta, lo zucchero è presente anche negli aromi non solo in bocca. Ma resta sempre molto bilanciato con l’acidità che è stata un filo rosso che ha legato tutte le Malvasie assaggiate sino ad ora, sempre presente sempre bilanciata. E’ un vino che richiama decisamente un formaggio a pasta morbida, o una pasticceria secca.
Soltanto 10 anni fa questo tipologia di vini aveva un mercato ben diverso, tant’è che Le Rane 2016 viene servita nella versione magnum. Si nota subito un caramello che chiude sull’amaro, un miele di castagno. Ed è evidente anche una bella frutta gialla disidratata che gioca con le erbe aromatiche leggere. Il residuo zuccherino penso sia maggiore della 2022 comunque mantiene la coerenza acida delle altre annate.
Altro buco nel tempo per arrivare alla 2001, annata storica per la cantina, importante e destinata a cambiare la storia di Luretta.
Le Rane 2001 ottiene il riconoscimento Il Sole di Veronelli, la luce è ormai accesa su questa azienda ed a pioggia arrivano riconoscimenti sempre più importanti. Si capisce assaggiandolo: Le Rane 2001 è un vino che sembra fatto ieri!
Tanto mi ha stupito Boccadirosa 2000 tanto mi ha stupito Le Rane 2001. Per la freschezza ed agilità del sorso, per l’eleganza, per l’amalgama dei sentori, per la frutta candita ed il pepe rosa, per un finale che si trascina lento lento. E sono passati 25 anni….
Una ulteriore interpretazione della Malvasia arriva nei bicchieri con Nevermore 2011. Un passito che deriva dal finale delle torchiature della vendemmia tardiva Le Rane, circa 250 litri all’anno. Fa un primo passaggio in botti grandi mischiandosi con i vini degli anni precedenti e man mano viene spostato nei caratelli da 100 litri, una sorta di metodo Solera di almeno 10 anni. Botti scolme e si lavora in ossidazione.
Il colore è senza dubbio ambrato e luminoso, nel bicchiere dichiara subito la sua morbidezza muovendosi lentamente, ha degli eleganti sentori eterei che sottolineano una dolcezza disidratata, di albicocca e scorza di arancia, è un vino che richiede tempo per aprirsi sia al naso che in bocca, l’aspetto balsamico è netto con l’eucalipto, al sorso l’agrume che prevale è forse il tamarindo con note di frutta secca come i fichi e i datteri, arriva anche un caramello amaro ed ha una speziatura dolce che arriva fino allo zafferano. Morbidissimo, caldo e avvolgente, con una corrispondenza naso bocca esemplare. Super.
La degustazione si chiude con questa ennesima interpretazione della Malvasia Aromatica di Candia, anzi no! continua con un pranzo molto piacevole e conviviale in abbinamento a dei piatti perfettamente centrati con il vino, preparati dallo Chef Andrea del ristorante Al Contesse di Momeliano.
Oggi abbiamo assaggiato diverse interpretazioni di questo straordinario vitigno, anche un Vermouth a base di Malvasia prodotto in collaborazione con una distilleria Friulana. Se immaginassi tutti i vini degustati seduti attorno ad una tavola rotonda, personalmente al centro metterei Boccadirosa 2024. Perchè mi sembra che abbia “ascoltato” tutti gli altri, che abbia saputo prendere un po’ di carattere da tutti: dal profilo aromatico, all’equilibrio del residuo zuccherino, al colore, alla tensione, alla morbidezza, insomma è quello che fra tutti trovo più sexy e come nella canzone di Fabrizio de Andrè Boccadirosa ruba le bocche a tanti altri vini.
Ma se tanto mi da tanto probabilmente anche questa versione non è che un ennesimo punto di partenza per l’Isola che non c’è. Lucio oggi, sorridendo, si è posto una domanda “il perchè di tanta inquietudine”. Forse le parole di Camillo Sbarbaro, poeta ligure di fine 1800 e che per me è stato più volte negli anni la risposta che cercavo, chiudono un cerchio:
“Perchè a me par, vivendo questa mia povera vita,
un’altra rasentarne come nel sonno,
e che quel sonno sia la mia vita presente”.
Sprofondiamo nelle passioni.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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