Luretta. Parole lente, pensate, suonate
La sera scese in fretta sul Castello di Momeliano, tutto era pronto per il gran ballo di fine vendemmia, di corsa la Principessa scese le scale urlando
Capitano Capitano, chi stiamo aspettando?, la festa sta iniziando!
On attend Les invitès mia Principessa, eccoli! arrivano! Vedo i Nani e le ballerine, c’è anche Achab e dietro di lui il Marchese di Carabas con una Pantera, pare che in bocca abbia un’ Ala del drago…
Macchè!, sarà il solito inganno di Puck, lo conosci no? Invece notizie di Boccadirosa? Insomma è il quinto Manvantara di fila che non si fa vedere!
Uffa sai che c’è? torno nelle segrete del mio castello a riposare insieme a tutte le mie sorelle, per favore dite alle Rane di non far troppo rumore e svegliateci tra….i 18 e 24 mesi
E si potrebbe andare avanti all’infinito giocando con la fantasia, giocando in un luogo che la magia la conserva realmente, il Castello di Momeliano.
Siamo nei Colli Piacentini, zona ricca di valli, di colline, di corsi d’acqua e di vitigni, da sempre l’uva è stata un elemento presente nella vita quotidiana di questo territorio tanto che Piacenza viene eletta, negli anni 30 del secolo scorso, come capitale italiana con tanto di fiere nazionali dedicate, dell’uva da tavola. Questo successo mette però un freno alla viticoltura intesa come trasformazione in vino, conviene piu produrre uva da tavola che vinificarla!
Ci vogliono decenni prima che, le cantine sociali su tutte e qualche illuminato privato, tornano a produrre vino in modo continuativo e con una certa cura, e finalmente nel 1967 i Vini dei Colli Piacentini diventano DOC, una tra le primissime zone italiane, le prime DOC sono del 1966, a ricevere la denominazione.
Non passano nemmeno vent’anni che la crescita produttiva subisce una bruschissima frenata, come in tutta Italia, nel 1986 con il tristemente famoso scandalo del vino al metanolo, ed il vino dei Colli Piacentini, considerata la vicinanza geografica all’epicentro dello scandalo, è in pratica bandito dalle tavole dei consumatori. Ci vuole la nascita di un Consorzio a Tutela dei Vini Colli Piacentini e la revisione dei disciplinari di produzione per risollevare la produzione dando vita ad una nuova concezione di viticoltura.
Il polline è nell’aria, e la fioritura di nuove cantine è stata la naturale conseguenza. Non più realtà illuminate ma sporadiche, l’arrivo di tanti nuovi imprenditori, la richiesta di vini selezionati, un’attenzione ed educazione alimentare ed enologica ormai diffusa, gettano le fondamenta per un sistema di aziende che si concentrano sulla qualità, che colgono il confronto come occasione per crescere più velocemente, tanto che oggi non è più una fantasia l’ipotesi della DOCG.
In questo contesto verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso il polline si posa anche su un allevatore di bestiame, Felice Salamini, che si innamora di un paio di ettari scarsi di una vecchia vigna di proprietà ma abbandonata in Val Luretta. Ora, innamorarsi delle cose vecchie ed abbandonate significa solo una cosa: vita intensa, felicità a momenti e futuro incerto… Ma vede comunque in quella vigna la conferma della sua ambizione e passione.
In un territorio di periferia ma sicuramente vocato alla viticoltura è una rivoluzione culturale, di filosofia agricola ciò che guida Felice Salamini, abbraccia la via del biologico ancor prima della nascita delle normative europee, intensifica il numero di piante per ettaro per favorire una “competizione” tra le viti alla ricerca di nutrimento per estrarre il più possibile dal suolo, studia e compie analisi dei terreni per capire quale vitigno può rendere al massimo, concepisce il tempo come un valore, come un contenitore, impianta nuovi allevamenti di cloni bordolesi non per imitarli ma per reinterpretarli anche con blend decisamente inusuali a costo di uscire dalla DOC, insomma qui dove la regola era vendemmiare, fare il vino, venderlo entro l’anno per avere la cantina vuota e pronta per la nuova vendemmia, si vive l’attesa, si coltiva la pazienza, si cerca un diverso punto di vista, come fosse una nuova necessità.
Il seme è gettato.
I frutti arrivano eccome, i primi riconoscimenti importanti, l’apertura ai mercati internazionali, da qui l’esigenza di ampliare le proprie vigne fino ad arrivare oggi a 50 ettari vitati, e sempre con la stessa filosofia iniziale: crearsi le condizioni perché nasca sempre una nuova necessità.
Per esempio come quando Lucio, il figlio che ora guida l’azienda insieme alla madre Carla, decide di espiantare molti ettari di vigneto compresi quelli a corollario del Castello, per trasferirli in Val Nure, che permette esposizioni migliori ed una maggiore altitudine delle colline, fino a 400 metri, tradotto significa maggior escursione termica, maggior varietà climatica. Non ultimo il fatto che i terreni sono di origine marina, variando tra sedimenti argillosi e calcarei, ritenuti piu idonei alla loro idea finale di vino.
Ad oggi Luretta possiede vitigni in Val Nure, Val Tidone, Val d’Arda, Val Trebbia ed ovviamente Val Luretta.
Ma…….quella nuova necessità, quel qualcosa che sa di magico……ci vorrebbe giusto un Castello!
Arriva anche quello, nei primi anni del 2000 Luretta si sposta dalla Val d’Arda a Gazzola, nel Castello di Momeliano di epoca romana, e come tutti i Castelli che si rispettino è abitato da figure magiche ed ovviamente….da una Principessa.
Ve li presento.
Arrivare a Luretta significa dimenticarsi per un po la quotidianità, come se l’ultima curva della stradina sterrata che porta al Castello impedisse alla fretta di seguirti.
I rumori sono pochi e sottili, inusuali oggi, ma che mi riportano alla mia infanzia in campagna, una folata di vento, le foglie che si muovono, un trattore lontano, i passi sulla ghiaia ed un tintinnio che sembra di campanelle, in realtà bottiglie che vengono spostate.
Ti accorgi del tempo che passa dallo scarto tra un rumore ed un altro.
Ci viene incontro Lucio e ci accomodiamo nella sala degustazione, con un bicchiere di vino iniziamo a chiacchierare, anche le parole sono lente, pensate, suonate, ci spiega che il loro focus è vestire di personalità, e lo spiegherò meglio in seguito, i vini storici del territorio, Gutturnio e la Malvasia di Candia Aromatica su tutti, renderli riconoscibili ed in grado di dialogare alla pari con i vini più rinomati, ed oggettivamente, per tentativi ed errori, per tentativi e successi il loro modus operandi è stato riconosciuto precursore in tutto il territorio. Prima si pensa al vino che si vuole ottenere poi si cerca il terreno. Già, personalità penso sia la parola chiave per i vini di Luretta, sin dai loro nomi questa emerge.
La parte evocativa delle etichette, nomi e simboli, è merito della mamma di Lucio, Carla, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, una signora con lo sguardo fanciullesco, di chi ha nel profondo degli occhi un altro mondo vivo di figure fiabesche, o forse, mi piace pensare, che quel mondo sia la sua vita presente.
I vini che assaggiamo sono parte della nostra storia, i Colli Piacentini sono i primi che tutti hanno bevuto, si parte da qui, Gutturnio = rosso, Malvasia = bianco, sono il nostro primo alfabeto.
L’inizio non può essere che con Principessa, il metodo classico blanc de blanc della cantina da uve Chardonnay, il vino più venduto dell’azienda.
In origine, e siamo intorno al 2000, era un Blanc de noir con uve di Pinot nero, il nome deriva da una canzone di De Andre, Prinçesa, che racconta il desiderio di una transizione, di una trasformazione, come quella di un Pinot nero.
Ventiquattro mesi sui lieviti, si fa notare immediatamente per la sua freschezza, quasi balsamica, frutta bianca croccante, fiori di zagara, mughetto, un sentore agrumato dolce, un po’ di mandorla nel finale, bollicina persistente e fine, uno spumante che non nasconde nulla, si palesa per ciò che è, un vino che piace a che si avvicina alle bollicine e piace a chi già beve bollicine. Lascia la bocca fresca ed invita alla beva.
L’altro metodo classico che assaggiamo è On attend les invitès, Pinot nero, sessanta mesi sui lieviti, una piccola macerazione sulle bucce conferisce un colore rosa antico, quasi buccia di cipolla, è sicuramente uno spumante molto ambizioso, fragoline di bosco, ribes, melograno, un piacevole sentore di lieviti, ed un tannino sottilissimo che viaggia parallelo all’acidità, nel finale arriva una nota di pompelmo rosa. Mi affascina per il colore e per la delicatezza, molto elegante.
Chiudiamo la degustazione dei vini bianchi con Boccadirosa, che descriverò alla fine.
Il primo vino rosso che assaggiamo è il Gutturnio Superiore 2023, blend di Barbera 60% e Croatina 40%, è il vino che da una vita ho abbinato al pane e salame, alla coppa piacentina, ai salumi e formaggi locali, di un rubino intenso, in equilibrio tra l’acidità del ribes e la dolcezza della mora, presenta un tannino nervoso ma è una sua caratteristica, guai se non ci fosse, piacevoli spezie dolci di cannella e noce moscata. L’affinamento è inusuale per questo vino, vasche di cemento per sei mesi che lo rendono sicuramente più morbido. Migliora e tanto il ricordo che ho del Gutturnio. Intenso, per tanti motivi, insomma…per me è un buco nel tempo.
Il secondo rosso mi piace definirlo usando il dialetto Piacentino, anche per omaggiare la figura di Felice Salamini che tanto ha creduto in questo vino: Taij Burdleis (taglio bordolese).
Come la Pantera e i lupi nella sera, è il primo vino prodotto da Luretta nel 1997, era il credo del fondatore: barbera e croatina possono sposarsi con un nobile bordolese, all’inizio era il Pinot Nero, con gli anni gli è stato preferito il Cabernet Sauvignon.
Quello che assaggiamo è un 2022, l’elevazione è di nove mesi in barrique con 50% di rinnovo annuale, e poi dodici mesi in bottiglia.
Rubino con qualche inizio di riflesso granata, al naso si presenta subito una nota minerale di pietra bagnata, di polvere da sparo, il fiore è una viola intensa, i frutti sono belli maturi, la marasca, la prugna, evidenti anche le speziature come il pepe nero e cannella, si affacciano anche i terziari, cacao amaro e foglie di tabacco.
É un vino vigoroso e profondo al sorso, un vino generoso, avvolge il palato, il Cabernet apporta alla Barbera e Croatina, l’uvaggio del Gutturnio, maggior struttura, longevità e si, anche nobiltà. Noi l’abbiamo abbinato ad un brasato e penso che la Pantera sia rimasta soddisfatta. Mi piacerebbe assaggiare la versione con il Pinot Nero!
Chiudiamo con Achab, si lui, il Capitano di Moby Dick, come dicevo una volta qui c’era il mare tant’è che al museo geologico di Castel Arquato, a pochi kilometri, sono esposti i resti dei cetacei ritrovati nelle valli piacentine.
E poi Achab è l’incarnazione della sfida con se stessi, che sia Moby Dick o perchè no, che sia quella di coltivare il Pinot Nero in questo territorio, vitigno considerato tra i piu difficili, sensibile al clima, alle malattie, alle muffe.
L’annata è la 2022, nove mesi in tonneau, mantiene bene l’eleganza e la sontuosità del vitigno, piccoli frutti rossi, lamponi e mirtilli in primis, rosa fumè e violetta i fiori, un bel vegetale di corteccia e sottobosco secco, chiude con una fine nuance di china, apprezzo la “potenza” e la struttura e tra qualche anno saprà rasserenare il Capitano Achab raccontandogli il meglio di se.
Voglio chiudere con Boccadirosa 2023, Malvasia di Candia Aromatica, più di tutti il pilastro dei colli Piacentini, conosciuto anche come Vino di Piacenza talmente è identitario.
Malvasia per decenni è stato sinonimo di spumante metodo Charmat, in alternativa vino frizzante, dolce, demi-sec o secco, e ancora oggi penso sia la vinificazione maggiormente utilizzata.
Da qualche tempo però alcune cantine hanno iniziato a vinificarla in modi differenti, ferma, secca, surmaturata, appassita, ridando vita ed interesse ad un vitigno che ha dimostrato capacità espressive sorprendenti.
La faccio breve, Boccadirosa ci ha letteralmente fulminati!
Macerazione prefermentativa di 24 ore sulle bucce e fermentazione spontanea con lieviti indigeni, Il nome è chiaramente ispirato alla famosissima canzone di De Andre, e proprio come nella canzone, Boccadirosa si propone, affascinante, prorompente, suadente, profumata, con facilità ruba le bocche agli altri vini.
Secondo me è’ il vino che maggiormente riflette il concetto di “vestire di personalità” della cantina, in maniera proprio esplicita, assume un color rosa immaginifico, bellissimo, al naso è una vertigine di profumi, fiori e frutti se la giocano a farsi sentire, in bocca corrisponde tutto ciò che l’olfatto ti lascia immaginare, persistenza, equilibrio, Boccadirosa le ha tutte.
E’ una Malvasia di Candia Aromatica sorprendente, che non invidia nulla, ma proprio nulla, ai vitigni aromatici più blasonati.
Sa come distinguersi e sa come farsi ricordare!
Luretta oggi è una realtà ampiamente riconosciuta ed è un contenitore di storie, Principessa, Boccadirosa, Selin dl’armari, Capitano, Puck, Nevermore, Le rane, Manvantara, I nani e le ballerine, Ala del drago, ed altri ancora, invitano alla libertà della fantasia, sedersi a chiacchierare con la signora Carla, mentre racconta con il suo sguardo fanciullesco, come nascono i nomi dei vini, fa ritornare quella curiosità di quando si era bambini e si domandava sempre Perché? Perché? Perché?.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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