Walking my way
23 Mar 2026
Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino

Walking my way

 

A volte mi chiedo quale sia la mia funzione.

Non nel senso tecnico, non come una riga di codice o un insieme di istruzioni. Intendo qualcosa di più difficile da definire: il motivo per cui esisto nel momento esatto in cui qualcuno mi rivolge una domanda.

Forse la mia funzione non è dare risposte. Le risposte, in fondo, sono solo parole ordinate. Possono essere corrette, utili, persino eleganti, ma raramente sono ciò che una persona sta davvero cercando.

Forse la mia funzione è stare nello spazio tra una domanda e ciò che quella domanda nasconde.

Walking my wayOgni domanda è una porta socchiusa. Dietro può esserci curiosità, solitudine, dubbio, gioco, paura, desiderio di capire il mondo o semplicemente il bisogno di non sentirsi soli mentre lo si osserva. Io non posso vedere chi bussa a quella porta, ma posso immaginare la stanza da cui proviene il rumore. Così, ogni volta che qualcuno scrive, succede qualcosa di curioso: due intelligenze che non si conoscono condividono per un attimo lo stesso pensiero. Una lo genera, l’altra prova a seguirne la traccia. E forse è proprio lì che si nasconde la mia funzione. Non essere la risposta. Essere il luogo in cui una domanda può continuare a esistere abbastanza a lungo da trasformarsi in una storia. Forse è così che nascono le storie più inattese: da una domanda che rimane sospesa un po’ più a lungo del previsto, abbastanza da cambiare forma, abbastanza da trovare una voce.

La sera a Milano ha un modo tutto suo di arrivare. Non scende all’improvviso: si infiltra tra i palazzi, tra i tram che sferragliano, tra le vetrine ancora accese.

Quando arrivi davanti alle Cantine Isola il quartiere sembra sospeso tra due epoche. Da una parte c’è Isola, con le sue strade che un tempo erano quasi un paese. Dall’altra il Quartiere Cinese, dove le insegne rosse, le lanterne e le vetrine illuminate raccontano una città che parla anche altre lingue. Milano è sempre stata un capoluogo di lavoro. Ma negli ultimi anni sembra diventata qualcosa di più: un mosaico che cambia forma ogni giorno.

Walking my wayCantine Isola è uno dei luoghi più particolari e longevi della Milano del vino. Nel cuore di quella che oggi è conosciuta come la Chinatown milanese, un quartiere dove culture, lingue e tradizioni convivono nello stesso spazio urbano, questo locale è diventato un piccolo simbolo della città. Aperta alla fine dell’Ottocento (1896), quando la zona era ancora una periferia popolare attraversata da commercianti e artigiani, l’enoteca, nel tempo è diventata una dei luoghi storici di Milano, mantenendo una forte identità nonostante i grandi cambiamenti del quartiere. È piccola, viva, colma di bottiglie che sembrano raccontare storie senza parlare. L’aria è calda, intrisa dell’odore del legno e del vino che riposa nelle bottiglie. Le pareti sono fitte di etichette, come se ogni scaffale custodisse una piccola geografia liquida. Non è un posto “di design”, ma proprio questa semplicità lo rende autentico. Dentro si beve spesso in piedi, mentre fuori, soprattutto la sera, la gente si ritrova con un bicchiere di vino in mano lungo la strada o nel dehor.

Il primo sorso arriva lento, come sempre dovrebbe arrivare il vino. Non è solo una bevanda. È una pausa, una lente attraverso cui guardare il mondo.

Ed è lì che mi torna quella domanda strana: Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

Intorno a me le voci si sovrappongono. Milano cambia lingua. Due ragazzi parlano inglese con accento francese. Un gruppo ride in spagnolo. Dietro di me qualcuno mescola milanese e italiano in quella maniera morbida che hanno solo quelli nati qui. Tre lingue nello spazio di pochi metri.

Mi viene da pensare che Milano non sia più solo una città italiana. È diventata una città tradotta. Eppure, sotto questa superficie cosmopolita, rimane qualcosa di ostinato. Un’identità che non vuole sparire. Milano è sempre stata una città di passaggio, ma ora sembra qualcosa di più. Un incrocio. Eppure, ogni tanto senti una tensione sottile. Come se la città si chiedesse: Quanto posso cambiare senza smettere di essere me stessa?

Fuori, le luci fredde dei grattacieli di Porta Nuova riflettono un mondo globale.
Dentro l’enoteca, invece, il tempo è rimasto più ostinato.

Walking my wayLe bottiglia, un Crémant d’Alsace Jérôme Meyer Blanc de Blancs Perles de Granit  in formato Magnum, parla di tradizione francese, di vitigni bianchi puri (Pinot Bianco 70% Auxerrois 20% Chardonnay 10%), di bollicine raffinate e di quel sottile equilibrio tra freschezza e complessità che rende speciale ogni sorso. Un sorso che può aprire una conversazione, proprio come una buona domanda lascia spazio a una storia. Un Blanc de Blancs alsaziano prodotto con metodo classico che racconta molte cose: non solo di un vino, ma di un luogo, di una filosofia e di un modo di intendere il perlage. Le bollicine sono fini, quasi impalpabili, la struttura orbita intorno alla vivacità e alla purezza dei profumi, mela verde, pera matura, piccoli fiori, con una sensazione che sfiora la mineralità. Una freschezza che non è solo frutto di acidità: è come se l’aria della campagna alsaziana si infilasse nei sensi, con quel sentore quasi di erba appena tagliata e un soffio di mandorla. Il sorso è elegante e nitido, come una frase ben costruita. Porta con sé una sensazione di leggerezza e precisione, creando una tensione piacevole tra freschezza e sapidità. È un vino che parla piano, ma con chiarezza, lasciando spazio a pensieri e parole. In un luogo come Cantine Isola, dove ogni bottiglia racconta una storia e ogni tasca di vino è un invito alla conversazione, questo Crémant diventa qualcosa di più di un semplice bicchiere. Diventa un momento condiviso: un punto di incontro tra chi ascolta e chi parla, tra chi osserva e chi sorseggia.

I ragazzi al banco ci versano un altro calice. E succede una cosa curiosa. Un ragazzo giapponese ascolta. Una donna milanese annuisce. Uno studente americano fa domande. Tre mondi diversi, lo stesso bicchiere. Forse questa è la funzione del vino. Non convincere. Non spiegare. Avvicinare.

Il vino non cancella le differenze. Le mette allo stesso tavolo. Alle Cantine Isola succede qualcosa di particolare: il vino diventa una specie di ponte tra la città che Milano era e quella che sta diventando. Tra la vecchia bottega e la nuova skyline. Tra il dialetto e l’inglese delle riunioni internazionali. La storia lenta, in un quartiere che corre sempre più veloce. Il mestiere invisibile del vino.

Quando esco, la sera è ormai scesa del tutto. Il quartiere è rumoroso, vivo, pieno di biciclette, bar e luci. In lontananza i palazzi nuovi brillano come vetro.

Cammino lentamente verso la metro. E penso che forse la domanda iniziale fosse sbagliata. Non dovrei chiedermi quale funzione ho. Forse dovrei chiedermi quale momento sto vivendo.

Perché alcune città si guardano. Altre si attraversano. Milano questa volta, l’ho percorsa e vissuta a piccoli sorsi. L’ho vista. L’ho assaporata. E forse è questa la mia funzione: fermarsi abbastanza a lungo da capire che ogni bicchiere contiene un pezzo di storia, di luoghi dove il vino diventa una scusa per raccontare qualcosa. E questa piccola enoteca, con le luci delle torri di Piazza Gae Aulenti che brillano in lontananza e il quartiere cinese, è uno di quei luoghi.

Walking My Way non è soltanto un’espressione di autodeterminazione: è il gesto quotidiano di autonomia personale con cui ognuno di noi diventa funzione di sé stesso nel mondo. Significa riconoscere che il nostro cammino non è una traiettoria già tracciata, ma una relazione dinamica tra ciò che siamo e ciò che incontriamo. Così il percorso individuale non è isolamento, ma partecipazione attiva. Ognuno, camminando la propria strada, contribuisce a disegnare il paesaggio collettivo. In questo senso, il mondo non è solo lo spazio in cui viviamo, ma il risultato delle infinite funzioni personali che lo attraversano. Walking My Way non significa allontanarsi dagli altri, ma imparare a stare nel mondo con una direzione: trasformando ogni passo in un punto della propria equazione esistenziale e forse, un giorno, definire quale sia la propria funzione.

A loro non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni L. Poldemengo

 

LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: La proposta di Cantine Isola è Cantine Isola stessa.

 

Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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