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L’arte mette radici da Monteverro: Hypermaremma presenta “l’albero della maremma” di azzurra galatolo Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

L’arte mette radici da Monteverro: Hypermaremma presenta “l’albero della maremma” di Azzurra Galatolo

  Monteverro, la cantina gioiello di Capalbio, ospiterà una delle tappe più suggestive della nuova edizione di Hypermaremma: l’installazione L’Albero della Maremma di Azzurra Galatolo. Toscana, cresciuta tra gli scogli di Porto Santo Stefano, l’artista opera oggi nel suo studio di Orbetello, traducendo l’immaginario della sua terra in opere dall’anima folk e dalla forza espressiva immediata. Il suo sguardo si nutre del paesaggio circostante per restituire un dialogo vibrante tra natura e materia.   “L’Albero della Maremma” nasce come tentativo di dare forma visibile a ciò che la Maremma è davvero: un territorio di contrasti, capace di passare dall’asprezza alla dolcezza, dall’aridità alla fertilità, spesso nel giro di pochi chilometri. Azzurra Galatolo È un simbolo universale di straordinaria potenza evocativa: richiama sviluppo, connessione e ciclicità. Archetipo di struttura e robustezza, rappresenta un asse cosmico radicato nella terra e proteso verso il cielo. L’opera Albero della Maremma nasce come segno premonitore e come atto di desiderio per questo territorio, di cui raccoglie e restituisce i simboli identitari. Monteverro, adagiata sulle colline ai piedi del borgo medievale, è il contesto naturale ideale per accogliere quest’opera. Qui i vigneti convivono con la macchia mediterranea, la brezza marina attraversa costantemente il paesaggio, e lavanda, rosmarino e timo profumano l’aria. In questo equilibrio tra coltivato e selvatico, L’Albero della Maremma trova la sua dimensione più autentica, come una presenza viva che rinnova il dialogo tra arte e territorio. L’appuntamento si inserisce nel programma di Hypermaremma, associazione di promozione sociale fondata da Carlo Pratis, Giorgio Galotti e Matteo d’Aloja con l’obiettivo di attivare il territorio maremmano attraverso l’arte contemporanea. Un progetto che cresce ogni anno grazie a una rete di amici, sostenitori e ambassador, e che si muove volutamente in cortocircuito tra l’iperattività del presente e la lentezza virtuosa di una delle zone più belle d’Italia. La collaborazione con Monteverro nasce da una profonda affinità elettiva. Se Hypermaremma mira a innescare un “cortocircuito” fertile tra l’iperattività contemporanea e i tempi dilatati della natura, Monteverro rappresenta il luogo fisico dove questa lentezza diventa valore, trasformandosi in vini di straordinaria complessità. Questo legame con la creatività è parte integrante del DNA della tenuta attraverso il progetto delle etichette d’artista, nato nel 2017. L’iniziativa, che vede la collaborazione costante con talenti contemporanei, consiste in una sinergia volta a rinnovare periodicamente la veste grafica dei vini più giovani e freschi, celebrando l’unione indissolubile tra enologia di alta qualità e arte visiva. Per maggiori informazioni sull’azienda visitare il sito www.monteverro.com La Redazione
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Brolo dei Poeti di Tenuta Santa Maria: il cru murato del cinquecento che dà origine a un amarone riserva di 14 anni Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Brolo dei Poeti di Tenuta Santa Maria: il cru murato del cinquecento che dà origine a un amarone riserva di 14 anni

  Ad Arbizzano di Negrar, i Fratelli Bertani firmano una Riserva prodotta solo nelle migliori annate, che nasce da un ecosistema unico tra vigneto storico, bosco e acque di origine romana   Tenuta Santa Maria, nel cuore della Valpolicella Classica, è una realtà storica profondamente radicata nel territorio e riconosciuta come una delle espressioni più autorevoli dell’Amarone. Guidata oggi dai Fratelli Bertani, coniuga storia, artigianalità e ricerca agronomica in una visione in cui il tempo e la precisione del lavoro definiscono l’identità dei vini. Brolo dei Poeti è il cru di Tenuta Santa Maria che nasce da un luogo unico nel panorama di questo territorio. Ad Arbizzano di Negrar, un muro lungo 3,5 chilometri cinge fin dal XVI secolo un sistema agricolo autosufficiente composto da vigneto, bosco, laghetto e acque di tre fonti di origine romana, convogliate attraverso canalette in pietra ancora oggi attive nei periodi più aridi. Il suo nome richiama il salotto letterario che Ippolito Pindemonte animava in questi luoghi alla fine del Settecento, accogliendo nelle estati alcuni tra i più illustri poeti, artisti e intellettuali dell’epoca. All’interno di questo spazio chiuso si definisce un microcosmo produttivo, in cui suolo, esposizione e microclima concorrono a costruire un’identità precisa. Il vigneto, su suolo marnoso calcareo esposto a sud est e con viti che superano i 35 anni di età, è il cuore di un sistema che non è solo agricolo, ma anche paesaggistico, progettato fin dalle origini come equilibrio tra funzione e forma. Da queste parcelle nasce l’Amarone Classico Riserva DOCG Brolo dei Poeti, prodotto solo nelle migliori annate e in quantità estremamente limitata, con un affinamento di quattordici anni in grandi botti di rovere di Slavonia. “Quattordici anni in botte cambiano il vino in un modo che nessun altro percorso restituisce. Non è una scelta di stile, è quello che il Brolo richiede, e noi la seguiamo sin dalla prima annata”, afferma Giovanni Bertani. “È un tempo che si percepisce nel calice, nella profondità aromatica e nel modo in cui il vino si apre e si evolve senza perdere equilibrio”. A questa visione si affianca quella di Guglielmo Bertani: Un affinamento così lungo consente un’integrazione progressiva della materia. L’ossigenazione lenta in botte permette ai tannini di distendersi naturalmente e alle componenti aromatiche di fondersi con precisione. È un processo che richiede controllo costante e grande pazienza, ma che restituisce un Amarone più misurato, costruito sulla definizione e non sulla concentrazione. Il vigneto murato, sviluppato tra Cinquecento e Settecento, è una delle più antiche testimonianze italiane di paesaggio vitato ancora integro. Il modello richiama quello dei clos di Borgogna: un perimetro che definisce e protegge un sistema chiuso in cui suolo, esposizione, microclima e patrimonio varietale esclusivo concorrono a costruire un’identità di luogo precisa e non riproducibile altrove. Nella Valpolicella, dove l’Amarone nasce quasi sempre da assemblaggi su vigneti differenti, un cru murato con cloni propri e un percorso produttivo autonomo resta una rarità assoluta nel panorama regionale. Già nell’Ottocento il Brolo fu oggetto di una relazione agronomica dell’Accademia di Scienze e Agricoltura di Verona, illustrata dal fotografo Moritz Lotze, che documenta la conversione precoce al sistema Guyot ad alta densità a partire dal 1874, con una densità documentata di circa 5.900 ceppi per ettaro. Cuore pulsante del vigneto è un clone proprietario di Corvina, selezionato dalle viti più antiche e preservato come patrimonio genetico esclusivo della Tenuta. A differenza dei cloni più diffusi in Valpolicella, che tendono a esprimere una marcata impronta di ciliegia, questo clone si distingue per un profilo aromatico più sottile e riconoscibile: note di fragola e lampone che costituiscono una firma precisa, ritrovabile come filo conduttore in tutti i vini nati dal Brolo. A completare l’impianto, accanto alla Corvina, si trovano Rondinella, Oseleta e altre varietà autoctone del territorio. Il Brolo integra, inoltre, una porzione di bosco, contribuendo a ricreare un ecosistema completo in cui vite, acqua e vegetazione definiscono un equilibrio agronomico e ambientale distintivo. La vendemmia è manuale e avviene tra le prime in Valpolicella: una scelta agronomica intenzionale, che preserva l’acidità naturale delle uve e contribuisce a costruire il profilo fresco e minerale che contraddistingue il vino. L’appassimento avviene nell’antico fruttaio su arelle di canna, con ventilazione naturale, per circa tre mesi. Il lungo affinamento in botte accompagna un’evoluzione lenta e continua, basata su un processo di ossigenazione progressiva che consente di integrare tannini e componenti aromatiche in profondità. Nel calice, il vino si presenta con un rosso granato profondo, tannini vellutati e un profilo complesso di spezie calde, cacao, tabacco e frutta matura, sostenuto da una freschezza minerale che ne prolunga la persistenza. Un Amarone che costruisce il proprio equilibrio nel tempo, più che nella concentrazione. La prima annata del cru è il 2007, seguita dal millesimo 2010. Da allora Brolo dei Poeti nasce solo nelle annate eccezionali, da una selezione delle parcelle migliori e più alte del vigneto, in tiratura rarissima. Ogni bottiglia è numerata. Brolo dei Poeti è l’Amarone della tenuta che completa quattordici anni di affinamento in botte, riallacciando idealmente il filo con la firma storica dell’Amarone delle origini, quello degli anni Sessanta, vinificato per preservare freschezza, tensione e precisione. Una scelta che Tenuta Santa Maria ha mantenuto con coerenza anche negli anni in cui la tendenza generale della Valpolicella si orientava verso vini da appassimenti più concentrati e prolungati, spesso accompagnati da residui zuccherini più marcati. Solo il 3% degli Amaroni prodotti in Valpolicella porta la menzione Riserva: un dato che misura la selettività di questa tipologia, prodotta solo quando l’annata lo consente davvero. Più di un vino, Brolo dei Poeti rappresenta un’idea compiuta di territorio e di tempo. In esso la visione della Famiglia Bertani si traduce in una forma precisa e coerente, in cui paesaggio, sapere agronomico e misura dell’attesa convergono in un Amarone capace di esprimere una delle interpretazioni più rigorose e riconoscibili della Valpolicella Classica. COMPANY PROFILE Tenuta Santa Maria è una delle realtà vitivinicole più antiche e significative della Valpolicella. Ad Arbizzano di Negrar, nel cuore della Valpolicella Classica, la cantina monumentale e il brolo cintato di 22 ettari costituiscono un sistema produttivo unitario e storico, le cui origini risalgono al XVI secolo. È proprio in questa cantina che nel 1936 l’Amarone prese forma come vino secco, un passaggio fondamentale che ancora oggi orienta lo stile e la filosofia produttiva della tenuta. Attualmente la gestione è affidata ai fratelli Giovanni e Guglielmo Bertani, che proseguono il lavoro del padre Gaetano portando avanti una tradizione basata su precisione agronomica, appassimento nei fruttai storici e lunghi affinamenti. La produzione si articola tra la sede di Negrar e la tenuta di Colognola ai Colli, nel cuore della DOC Soave. https://www.tenutasantamaria.wine/it/ La Redazione
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Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce

  Orvieto sorge su una rupe di tufo come un pensiero sospeso tra il cielo e la terra. Non è una città che si lascia attraversare. Si lascia abitare. Anche solo per qualche ora. Anche solo col naso inclinato sopra un bicchiere. La mattina del convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Orvieto, in quella sala riunita sotto il titolo “Pluralità di anime“, l’aria aveva già la qualità silenziosa di certi inizi che sanno di essere necessari. Una Masterclass, quattro vini in forma anonima e intorno un territorio che da tremila anni produce vino senza smettere di sorprendere. Presenti tecnici, giornalisti, produttori. Il presidente del Consorzio Vincenzo Cecci, l’enologo Riccardo Cotarella in veste di relatore-degustatore, gli agronomi Massimiliano Pasquini e Pier Paolo Chiasso, l’ampelografo Paolo Nardo. Persone che con questo vino ci vivono, che ne conoscono le radici profonde come quelle delle viti sui fondali marini diventati colline. Quattro anime nel calice: il basso grado, il Classico Superiore, una vecchia annata, la muffa nobile. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa: questo territorio non ha bisogno di inventarsi nulla. La rupe, i fossili e la memoria del mare: il terroir dell’Orvieto DOC Prima di parlare di vino, bisogna parlare di mare. Dieci milioni di anni fa questo angolo d’Umbria era un fondale. Le colline che oggi reggono i vigneti sono sedimenti antichi, strati di argilla e sabbia dove ancora si trovano conchiglie fossili. Testimoni muti di un’era in cui il Tirreno spingeva contro i margini dell’Appennino. È da quella storia geologica che viene la mineralità dei vini di Orvieto: una salinità preistorica che sale attraverso le radici e finisce nel bicchiere come un ricordo che non si riesce a nominare ma che si riconosce ogni volta. Il fiume Paglia taglia la zona come accade in grandi terroir della Francia. A est, terreni di origine sedimentaria marina, sabbie e argille alternate in strati profondi capaci di trattenere l’umidità nelle annate più secche, cuscinetti idrici naturali che proteggono le viti dallo stress estivo. A ovest, l’influenza vulcanica del Lago di Bolsena trasforma il paesaggio con tufo, pomice, terre rosse dal grande potere tampone, veri volani idrici che assorbono e restituiscono. Infine, la parte alluvionale della valle, i terreni fertili e profondi che il cambiamento climatico sta rivalutando con sorprendente generosità: vini più delicati, fruttati, di bevibilità immediata, tutt’altro che secondari. Ogni bottiglia di Orvieto porta dentro di sé una stratificazione che è prima geologica, poi storica, infine climatica. Non è un territorio a tema unico. È un territorio a più voci, come le cattedrali gotiche che ha saputo costruire: ogni pietra al suo posto, ogni voce nella sua parte, il tutto che sorprende più della somma. Procanico e Grechetto: il DNA ampelografico dell’Orvieto classico L’Orvieto è un vino di assemblaggio: Procanico (il Trebbiano toscano nella sua declinazione locale) e Grechetto, insieme almeno il 60 per cento, con il resto aperto a varietà autorizzate nelle province di Terni e Viterbo. Drupeggio, Verdello, Malvasia, e poi i grandi vitigni internazionali come Sauvignon blanc o italiani (Vermentino) che stanno trovando voce in questo territorio senza sopraffarne il carattere. È una convivenza che funziona, forse perché il suolo è abbastanza forte da non farsi influenzare. La storia racconta di vigneti promiscui dove Grechetto e Procanico crescevano fianco a fianco, vendemmiati insieme, vinificati nello stesso tino. Quella promiscuità aveva una saggezza inconsapevole: il procanico che dava corpo, il Drupeggio che portava acidità, il Grechetto che aggiungeva personalità aromatica. I vigneti nuovi sono ordinati, separati per varietà, ma lo spirito di quell’uvaggio antico è ancora lì,  incorporato nel disciplinare, nelle percentuali obbligatorie, nella vocazione corale del vino. Qualcosa che non si legifera per decreto ma che il territorio ha già deciso da solo. Orvieto DOC a basso grado: la prima denominazione italiana a 10 gradi I profumi sono una caratteristica che in un vino fungono da biglietto da visita. Molto più del colore che, certo, ammalia ma non strega come può farlo il profumo di una donna. I profumi sono così. Danno la connotazione. Ecco che i fiori bianchi non ancora sbocciati, agrume verde, una nota quasi di timo selvatico, vegetale e fresca come un campo la mattina presto identificano questo vino con un aggettivo: frizzante. Non nel senso di bollicina ma di energia giovane, viva, brillante. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’ottobre 2025, la modifica al disciplinare ha reso ufficiale ciò che la vendemmia 2024 aveva già anticipato in sperimentazione: la possibilità di produrre Orvieto con gradazione alcolica minima di 10 gradi. Prima denominazione italiana a farlo e non per inseguire una moda, ma per rispondere a una necessità climatica e commerciale con strumenti tecnici precisi, senza ricorrere alla dealcolizzazione meccanica. Non alcol tolto, ma alcol mai raggiunto: vendemmia anticipata, selezione dei vigneti con maggiore vigoria, gestione della chioma per proteggere le uve dall’irraggiamento diretto. In bocca arriva subito quella tensione acida pronunciata, quasi tagliente. Insieme, la salinità. Marina, preistorica. Un marchio per quasi tutti i vini di questo territorio. Ora amplificata dalla freschezza e resa cristallina dalla leggerezza dell’alcol. Un vino che sale, che non si ferma. Beverino senza essere banale. Verticale senza essere duro. La sensazione è di bere qualcosa che appartiene a un luogo preciso e a nessun altro posto. Bella la sensazione finale che rende il primo calice solo il preludio di tanti altri.   Orvieto Classico Superiore 2025: architettura di un bianco che non teme il tempo Un oro brillante con riflessi vivi, ancora giovane, con una luminosità che i vini hanno quando il suolo è calcareo e la stagione ha avuto il suo ritmo. Il Classico Superiore deve aspettare almeno marzo prima di uscire in commercio. Solo una piccola attesa imposta dal disciplinare che raramente mente. Al naso pesca bianca, pera William e l’immancabile mineralità firma più autentica di questi versanti. Un estratto dal suolo, dalle radici che affondano nei sedimenti di un are scomparso. In bocca calibrato così che ogni sensazione è nel suo posto senza sovrastava nulla. Tutto con il peso esatto che deve avere. Ho pensato a una cattedrale romanica, alla perfezione strutturale che non ha bisogno di ornamenti. Completo senza essere chiassoso. Giovane, eppure già consapevole di avere tempo. Per un vino bianco da uve italiane autoctone, mostrarsi così giovane e così compiuto insieme è una qualità rara. Così come è rara la mineralità genuina, non costruita ma estratta, che distingue l’Orvieto dai bianchi italiani che tentano di somigliargli senza averne il suolo. La vecchia annata e il tempo trasformato: invecchiare come vocazione Il terzo vino richiede una sorta di attesa riflessiva. Al naso qualcosa di completamente diverso per via delle note idrocarburiche, quasi laviche che lo accomunano ai riesling maturi del Rheingau. Una firma che non è ossidazione ma evoluzione, non decadenza ma trasformazione. Appena appena frutta esotica dati da un’eco di ananas e di banana matura, subito dominata da quel carattere minerale e quasi salino che ne difende la verticalità. In bocca una potenza espressiva inaspettata, lunga, con quel retrogusto di mandorla amara che è quasi un segreto di Orvieto: una caratteristica storica, scritta nei vecchi disciplinari, quasi scomparsa dai vini giovani ma che nel tempo riaffiora come certe parole dialettali che i nipoti non usano più ma i nonni conservano nell’uso quotidiano. Ho tenuto il vino in bocca più a lungo degli altri. Volevo capire come faceva a essere ancora così vivo. Ho pensato a Pessoa: “Tutto è degno di essere vissuto, quando abbastanza vissuto.” Quel vino aveva vissuto abbastanza. Per chi ancora crede che i bianchi italiani non invecchino, una vecchia annata di Orvieto Classico è una confutazione gentile ma definitiva. Orvieto Muffa Nobile: l’unica denominazione italiana con la Botrytis cinerea nel disciplinare Nelle mattine d’autunno una fitta nebbia sale dal Lago di Corbara e dal corso del Tevere e avvolge i vigneti dell’Orvieto Classico. Per qualche ora le uve restano sospese in quell’umidità silenziosa. Poi il vento arriva, la nebbia si disperde, il sole asciuga gli acini. In questa alternanza di buio e luce, umidità e vento, freddo notturno e tepore diurno, la Botrytis cinerea trova le condizioni ideali per trasformarsi da muffa grigia in muffa nobile. Un equilibrio sottilissimo, una finestra climatica che Orvieto conosce da quasi un secolo. Il 1931 è la data d’inizio: il professor Giorgio Garavini, incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di delimitare le zone di produzione, descrisse per la prima volta questo vino con precisione quasi poetica: colore giallo oro pallido, profumo aggraziato, sapore soavemente dolce con retrogusto leggermente amarognolo come di mandorla. Quasi cent’anni dopo, quella descrizione vale ancora. E l’Orvieto DOC rimane l’unica denominazione italiana a contemplare ufficialmente la muffa nobile nel proprio disciplinare. Introdotta nel 2011, rappresenta un primato che il panorama enologico nazionale conosce meno di quanto dovrebbe. Il colore è quello dell’ambra chiara, quasi mieloso ai bordi. Si fa guardare a lungo come si guarda qualcosa di raro sapendo che il primo approccio è irripetibile. Al naso arriva il mango, l’ananas, lo zafferano in sordina, una nota burrosa che sostiene. In bocca la dolcezza domina ma non stucca mai per via dell’acidità che tiene tutto in tensione come una corda tesa nel silenzio. E poi, anche lì, il sale. La salinità quasi normale in un vino così denso, che lo distingue dai passiti convenzionali e lo avvicina idealmente ai grandi Sauternes o ai Tokaji. Ho finito il calice troppo in fretta. Identità come destino: territorio, comunicazione e il manifesto dell’Orvieto contemporaneo Quello che accomuna questi quattro vini non è il vitigno. Semmai è il luogo. In Italia si parla troppo del vitigno, troppo poco del posto. I francesi lo insegnano da decenni: il Merlot lo puoi fare dappertutto, ma un suolo sedimentario marino con fossili di conchiglie a trecento metri sul mare ce l’ha solo Orvieto. Quella unicità non si comunica con l’etichetta più bella o il vitigno più di moda. Si comunica con la fedeltà al territorio, con vini che non potrebbero nascere altrove, con la pazienza di chi sa che la verità del suolo prima o poi sale in superficie. Il basso grado ottenuto da vendemmia anticipata su vigneti selezionati non è un compromesso ma una risposta coerente con la logica del territorio al mercato che chiede meno alcol. Non sottrazione, costruzione. Non privazione, equilibrio. La stessa logica che ha portato la muffa nobile nel disciplinare, che ha difeso il retrogusto di mandorla amara nei vini da invecchiamento, che mantiene vivo il Grechetto con la sua ruvidità e la sua potenza in attesa di trovare il suo posto nella grammatica orvietana. “Se noi non troviamo sbocchi di mercato, l’urgenza rimarrà nelle tasche dei produttori.” Una frase nuda, quasi brutale nella sua onestà. Ma onesta, vera. La filosofia del vino ha senso solo se i produttori riescono a vivere del loro lavoro. E i produttori vivono se chi comunica, noi giornalisti, sommelier, esperti, facciamo davvero il proprio mestiere non descrivendo il vino ai già convinti, ma portarlo dove non arriva da solo. Raccontandolo a chi vuole bere sapendo e non ignorando. Il Consorzio Tutela Vini Orvieto: oltre 400 viticoltori, un patrimonio collettivo Il Consorzio rappresenta oggi oltre 400 viticoltori e più di trenta cantine in un sistema produttivo che integra aziende storiche come Antinori, Barberani, Palazzone, Le Velette alle cooperative che garantiscono qualità media e coesione sociale. Tutelano la DOC Orvieto e la denominazione Rosso Orvietano, lavorano sulla ricerca varietale in collaborazione con l’Università della Tuscia, gestiscono un comitato tecnico scientifico che ha reso possibili le modifiche al disciplinare più innovative degli ultimi decenni. La DOC Orvieto, riconosciuta nel 1971 tra le prime in Italia, copre un areale interregionale tra la provincia di Terni in Umbria e alcuni comuni della provincia di Viterbo nel Lazio. La zona Classico stringe intorno alla rupe storica. La zona DOC si apre, respira, abbraccia terreni diversissimi tra loro. Quella diversità è la vera ricchezza e la Masterclass del 25 maggio 2026 ne è stata la dimostrazione più eloquente: quattro vini, quattro anime, un solo territorio che non smette di avere cose da dire. Pluralità come forza: note a margine di una mattinata imperfetta e necessaria Quattro vini in forma anonima, senza etichette, senza nomi. Al centro non il produttore ma il territorio, il disciplinare, l’identità collettiva. Una scelta quasi radicale per un settore che tende alla narrazione personale, al marchio, all’autore. Qui invece si scommetteva sulla denominazione come soggetto. Sulla DOC Orvieto come personaggio, con la sua storia, le sue anime plurali, i suoi fossili marini e la sua Botrytis che dorme nelle nebbie autunnali in attesa del momento giusto. I vini bianchi italiani vivono un momento di straordinaria vitalità da nord a sud, dal Soave al Vermentino, dal Greco di Tufo al Carricante ma Orvieto ha qualcosa che non tutti possono vantare: tremila anni di storia ininterrotta sulla stessa rupe, un disciplinare che ha saputo rinnovarsi senza rinnegare le radici, e quel sapore di mare antico che attraversa ogni calice come un filo invisibile. La prossima vendemmia porterà altri basso grado, altri Classico Superiore invecchiati nel tufo, forse i primi bianchi importanti affinati in legno. Il Grechetto aspetta il suo momento. Quella grammatica non è fissa. È viva, come i fossili che sembrano morti ma portano dentro di sé millenni di oceano.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Viticoltura, Enovitis in campo: robot, reti smart e difesa green sotto i riflettori dell’innovation challenge 2026 Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Viticoltura, Enovitis in campo: robot, reti smart e difesa green sotto i riflettori dell’innovation challenge 2026

  Una rete protettiva intelligente, un trattore eroico, sistemi di difesa sempre più efficienti e a ridotto impatto sull’ambiente. Sono i protagonisti dell’“Innovation Challenge Lucio Mastroberardino”, il concorso promosso da Enovitis in campo che ogni anno, in occasione della rassegna dinamica di Unione italiana vini dedicata alle macchine ed attrezzature da vigneto (Tenuta di Nozzole, 17-18 giugno), premia le migliori soluzioni per progresso tecnico, efficienza e funzionalità, sostenibilità, praticità, impatto ambientale e qualità del lavoro.   L’edizione 2026 del contest, valutato da un comitato tecnico-scientifico di esponenti del mondo accademico, tecnici e responsabili agronomici delle aziende utilizzatrici, ha fotografato un comparto molto dinamico sul fronte della protezione fitosanitaria e dell’automazione, particolarmente attento allo sgravio dell’operatore e all’efficientamento delle pratiche in campo. Vanno proprio in questa direzione i vincitori del Technology Innovation Award, riservato alle proposte particolarmente innovativa e meritevole di una speciale menzione. Ad aggiudicarselo, il sistema di reti protettive solari e automatizzate VitiSafe365 di Net Farming, che si adattano alle condizioni meteo, e il portattrezzi WM VITRAC G2 di WM Technics, un trattore ultracompatto pensato per ridurre i passaggi e aumentare l’efficienza su forti pendenze. Un’attenzione, quella ai vigneti più ostici, che caratterizza anche la New Technology presentata da Merlo, il trasportatore cingolato multi-attrezzo Cingo a Guida Autonoma, in grado di gestire diverse attrezzature e operare autonomamente o tramite radiocomando. Nella stessa categoria (che evidenzia soluzioni con innovazioni anche parziali) altre due soluzioni interessanti anche sotto il profilo della razionalizzazione dei costi, il XAG R200 Rover Agricolo di Furaito, un robottino radioguidato ad alta precisione per irrorazione e trasporto, e un atomizzatore per vigneti ad elevata produttività, il nebulizzatore elettrostatico snodato NewPort TRIO di Martignani, che tratta tre file contemporaneamente anche in vigneti collinari. Si concentrano infine sulla difesa la New Technology di Yara Italia, il biostimolante fogliare YaraAmplix ACTISIL, a base di silicio, colina e calcio, ma anche il ricorso all’insetto parassitoide Anagyrus vladimiri di CBC (Europe) per contrastare una patologia come la cocciniglia cotonosa della vite, a cui è stato riconosciuto il Green Innovation Award, il premio per le opere che apportano miglioramenti in uno o più obiettivi di sostenibilità ambientale. I vincitori saranno premiati il prossimo 17 giugno durante la cerimonia inaugurale (ore 11) della 20^ edizione Enovitis in campo, in programma fino al giorno seguente in Toscana, tra i vigneti della Tenuta di Nozzole (Greve in Chianti – FI) della famiglia Folonari. Nel cuore del Chianti Classico, la rassegna è una vetrina per le più interessanti soluzioni dalla robotica all’elettrificazione, dalla corretta gestione del suolo e della chioma al biologico, fino agli agrofarmaci, ai biostimolanti e ai materiali per l’impianto del vigneto. In programma, live show di macchinari e attrezzature e incontri formativi tematici pensati per aziende vitivinicole, enologi, agronomi, tecnici e viticoltori interessati alle più moderne soluzioni per le operazioni agronomiche.  Per informazioni e programma aggiornato: http://www.enovitisincampo.it/ – Link alle foto dei premiati La Redazione
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Concorso fotografico “la rinascita della vigna: paesaggio, flora e fauna a Tenuta Stella” Arrow Right Top Bg

12 Giugno, 2026

Concorso fotografico “la rinascita della vigna: paesaggio, flora e fauna a Tenuta Stella”

  Ultime settimane per partecipare al concorso fotografico di Tenuta Stella dedicato alla biodiversità del Collio   C’è tempo fino al 21 giugno 2026 per partecipare a “La rinascita della vigna: paesaggio, flora e fauna a Tenuta Stella”, il primo concorso fotografico promosso da Tenuta Stella per raccontare, attraverso l’obiettivo, la straordinaria biodiversità che caratterizza le colline di Scriò, nel cuore del Collio. L’iniziativa, aperta gratuitamente a tutti gli appassionati di fotografia maggiorenni, invita a cogliere la bellezza del paesaggio vitivinicolo durante il periodo del risveglio vegetativo, raccontando l’incontro tra i vigneti e la natura spontanea che li circonda. Dai panorami collinari ai dettagli botanici, fino alla fauna che popola questi ambienti, ogni scatto potrà contribuire a valorizzare un ecosistema unico, frutto dell’equilibrio tra attività agricola e tutela della biodiversità. Tenuta Stella Con questo concorso vogliamo invitare fotografi e appassionati a osservare il vigneto con uno sguardo diverso. La vite è solo una parte di un ecosistema molto più ampio, fatto di prati spontanei, fioriture, insetti impollinatori e fauna selvatica. Raccontare questa ricchezza attraverso la fotografia contribuisce a diffondere una cultura della sostenibilità e del rispetto per il territorio. I partecipanti possono realizzare le proprie fotografie all’interno del comprensorio di Tenuta Stella e della località di Scriò, scegliendo tra tre categorie tematiche: Architettura del Paesaggio, dedicata alle vedute dei vigneti e delle colline; Microsistemi (Flora), focalizzata su fioriture e dettagli botanici; e Biodiversità (Fauna), riservata agli animali che abitano l’ecosistema della tenuta. Le opere saranno valutate da una commissione composta dalla direzione aziendale, da un fotografo professionista e da un esperto botanico, che premieranno gli scatti capaci di interpretare al meglio l’identità del territorio. In palio una selezione di premi firmati Tenuta Stella, tra cui la prestigiosa Tenuta Stella Riserve Collection Luxury, una partecipazione alla cena-degustazione Le Verticali di Tenuta Stella e una Magnum di Ribolla Gialla o Friulano. La partecipazione è gratuita. Il regolamento completo è disponibile sui canali ufficiali di Tenuta Stella. Scadenza iscrizioni e invio delle opere: 21 giugno 2026 Per informazioni: info@tenutastellacollio.it www.tenutastellacollio.it La Redazione
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Only Vino. Il vino non si eredita, si sceglie Arrow Right Top Bg

11 Giugno, 2026

Only Vino. Il vino non si eredita, si sceglie

  Only Vino, il marketplace che porta i privati al centro del mercato secondario del vino Walter Benjamin, in un frammento rimasto incompiuto, scrisse che ogni oggetto autentico porta con sé l’aura del proprio passaggio nel tempo. L’aura. Quella qualità impalpabile che non si può fabbricare due volte. Che appartiene soltanto alle cose che hanno vissuto, che hanno aspettato, che sono state scelte, che qualcuno ha tenuto in mano con cura. Una bottiglia di vino in cantina o su un ripiano dimenticato di casa è esattamente questo. Un oggetto con un’aura. Porta il segno di chi l’ha comprata, dell’anno in cui è nata, della cantina che l’ha immaginata, dell’attesa che qualcuno le ha dedicato. Eppure, nel momento in cui si vuole cederla, magari per fare spazio, perché sono cambiati i gusti, alleggerire scaffali che la moglie (la mia) ha già condannato con lo sguardo, il mercato si rivela sorprendentemente grezzo. Forum sommergibili di testo, gruppi Facebook dove le offerte spariscono tra meme e discussioni sul meteo, piattaforme generaliste che trattano il Barolo come se fosse un maglione smesso. Magari fosse solo il Barolo. Perché, diciamocelo, non è che tutti hanno in casa bottiglie di Barolo e anche da vendere. Però a Natale, quando ci regalano del vino e non sappiamo cosa farne, ecco, li sorge il problema. Io poi che ho la casa letteralmente invasa dal vino tanto da far sembrare la scena di Fantozzi e il pane (la cito per gli amanti del genere senza andare nel dettaglio) qualcosa di poco conto. Sempre e comunque mia moglie minaccia di cacciarmi di casa insieme alle bottiglie. Anzi no, le bottiglie prima. Silvia e Giacomo hanno deciso di fare qualcosa al riguardo. Non a riguardo di mia moglie ovviamente.  La cantina come problema e come soluzione Giacomo è uno di quegli appassionati che il vino lo vivono con la sana combinazione di rigore e abbandono che distingue il collezionista vero dal semplice consumatore. Cinquecento bottiglie in cantina sono una stima prudente.  Spesso mi capitava di doverne vendere qualcuna. Magari ne avevo in più o i gusti erano cambiati o volevo semplicemente fare spazio. Ma dove andavo? I marketplace generalisti non capivano il vino. I forum erano sicuri quanto un passaggio di mano in una stazione. Silvia arriva dalla moda, dal mondo della produzione e dell’avanzamento, dove il dettaglio non è un vezzo ma una necessità. Ed è da lei che arriva la scintilla narrativa: stava usando Vinted per liberarsi di qualcosa nell’armadio quando ha realizzato che quel modello, così immediato, sicuro e a misura di privato, non esisteva per le bottiglie.  Era una di quelle intuizioni che sembrano ovvie dopo, ma che nessuno aveva ancora trasformato in qualcosa di concreto. Nasce così OnlyVino: un marketplace dedicato esclusivamente alla compravendita di bottiglie di vino tra privati. Un anno di gestazione, sviluppatori, avvocati, customer journey costruiti a mano, ogni passaggio immaginato dal punto di vista di chi deve spedire una bottiglia per la prima volta senza sapere cosa si troverà davanti. In genere si dice che quando nessuno ha mai pensato all’idea è perché questa non sia giusta. Però si diceva così pure di Amazon o di Subito.it o di Vinted no? Prezzo fisso, controproposta e il denaro che aspetta La logica è quella dei marketplace che già conosciamo, ma purificata dall’unico prodotto che conta. Ci si iscrive, si carica la bottiglia, si fissa il prezzo. Chi vuole comprare può accettare, oppure fare una controproposta e aprire una chat diretta con il venditore. Il tono è quello di una trattativa civile tra persone che il vino lo conoscono e lo rispettano. Il pagamento è gestito tramite Stripe con sistema escrow: il denaro rimane congelato fino a quando la spedizione è completata. L’acquirente ha ventiquattro ore per ispezionare la bottiglia e confermare che tutto sia in ordine. Solo allora i fondi si sbloccano. È una soluzione che tutela entrambe le parti  Perché chi vende ha interesse che la bottiglia arrivi integra, e chi compra vuole essere sicuro di ricevere quello per cui ha pagato, La commissione è unica e a carico del venditore: otto per cento più IVA. Una scelta deliberata.  Volevamo commissioni basse per facilitare davvero la compravendita, non per fare cassa sul passaggio.  Per Silvia è una vera dichiarazione d’intenti. Il problema che nessuno aveva risolto: spedire una bottiglia senza paura Se c’è un dettaglio che distingue OnlyVino da qualsiasi tentativo precedente, è la spedizione. Vinted funziona perché non devi pensare alla logistica: arrivi l’etichetta, la stampi, l’attacchi, sparisci. Ma Vinted vende magliette. Una bottiglia di vino è un oggetto fragile, prezioso, soggetto a normative specifiche.  Ci abbiamo lavorato moltissimo arrivando a siglare un accordo con una filiale di Mailbox e integrato i sistemi in modo che al venditore arrivi direttamente la lettera di vettura. Stampa, attacca, consegna. Fine. È il tipo di soluzione che richiede mesi di lavoro per sembrare ovvia. Ogni ostacolo che un utente reale potrebbe incontrare è stato mappato, ogni frizione rimossa o almeno addolcita.  Ci siamo posti una miriade di domande su come si comporta una persona quando deve spedire, cosa potrebbe bloccarla, cosa potremmo fare per facilitarle la vita. Il linguaggio di Silvia è quello del product design legato all’empatia di chi ha già vissuto il problema. Una startup con molte idee OnlyVino al momento conta circa qualche decina di annunci attivi. È un numero che fa sorridere e che non andrebbe interpretato come un limite. Chrono24, il marketplace degli orologi di lusso oggi punto di riferimento mondiale, è partito da una manciata di inserzioni e da un’idea chiara. Prima di diventare ecosistema, ogni marketplace è stato un vuoto in attesa di fiducia. L’apertura alle partite IVA è prevista nel giro di poche settimane. E lì il quadro potrebbe cambiare rapidamente: il mercato secondario del vino in Italia è ancora largamente informale e una piattaforma strutturata, sicura, con spedizione integrata potrebbe diventare lo strumento che molte piccole cantine e importatori stavano aspettando senza saperlo. Non vogliamo bruciare i passaggi ma sappiamo dove vogliamo arrivare. Due persone fuori dal vino. Per questo dentro al problema Né Silvia né Giacomo vengono dal mondo del vino in senso professionale. Lei lavora nella moda, nella produzione, nel monitoraggio dei processi. Lui si occupa di amministrazione aziendale e ha con i dati una familiarità che lo rende sistematico anche nelle passioni. Il vino è una scelta di vita, non una carriera. E forse è proprio per questo che OnlyVino ha una prospettiva che i progetti nati dall’interno del settore faticano spesso ad avere: quella di chi guarda il mercato come utente, non come operatore. Il vino è qualcosa in cui siamo entrati con tutte le scarpe. È il nostro modo di fare qualcosa per questo mondo che amiamo.  Non è retorica quella di Giacomo. È la spiegazione più onesta del perché certi progetti nascono e del perché, quando nascono così, hanno una chance in più di reggere alla prova del mercato reale. L’aura della bottiglia giusta Benjamin aveva ragione: l’aura non si fabbrica. Ma si può creare l’infrastruttura perché circoli. Perché una bottiglia scelta con cura da qualcuno possa trovare le mani di qualcun altro che sa riconoscerne il valore. OnlyVino non è ancora il mercato secondario del vino italiano. Ma ha l’architettura giusta, la pazienza necessaria, e quella qualità rara dei progetti costruiti per risolvere un problema vero: la chiarezza di sapere esattamente da dove si viene. La cantina di Giacomo, nel frattempo, aspetta. E mia moglie anche. Proverò sicuramente ad usare OnlyVino. Non fosse altro per non veder distrutte le bottiglie. E un matrimonio ovviamente.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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I vini delle Isole Minori: autenticità nel cuore del Mediterraneo Arrow Right Top Bg

11 Giugno, 2026

I vini delle Isole Minori: autenticità nel cuore del Mediterraneo

  Le isole minori custodiscono un patrimonio vitivinicolo unico al mondo, fatto di vitigni antichi, paesaggi estremi e tradizioni tramandate nei secoli. In questi territori sospesi tra terra e mare, la viticoltura non è soltanto produzione agricola, ma espressione autentica della cultura isolana e della capacità dell’uomo di adattarsi a un ambiente spesso difficile e impervio.   L’isola è infatti un mondo a sé, un ecosistema delimitato da confini precisi, caratterizzato da flora, fauna, clima e conformazioni geologiche uniche. In questi contesti le varietà di vite, presenti da tempi remoti, hanno sviluppato caratteri peculiari, adattandosi miracolosamente ai venti, alla salsedine, ai terreni vulcanici o rocciosi e alle condizioni climatiche più diverse. Nelle isole minori questa selezione naturale e culturale è stata ancora più severa, dando origine a vini dal profilo straordinariamente originale. Produrre vino in queste terre richiede fatica, dedizione e una conoscenza profonda dell’ambiente. I vini delle isole minori sono il risultato della “geniale operosità” dell’uomo isolano, costretto dalla natura ad accontentarsi di ciò che il territorio offre, trasformando i limiti in valore. Ne nascono vini autentici, intensi, ricchi di profumi mediterranei. Il progetto dedicato ai vini delle isole minori, promosso da Proposta Vini, coinvolge piccole isole di tutto il Mediterraneo, ciascuna con la propria identità enologica e culturale. Un viaggio che attraversa territori unici come Ibiza, Porquerolles, Laguna di Venezia, Isola del Giglio, Elba, Ponza, Ventotene, Ischia, Capri, San Pietro, Salina, Ustica, Pantelleria, Hvar, Cefalonia, Milos, Limnos, Samos e Santorini. Gianpaolo Girardi, fondatore di Proposta Vini Con il termine Isole Minori intendiamo piccole isole del Mediterraneo all’interno delle quali, dall’altura, dal punto più in alto dell’isola, si possono vedere tutte le coste. Queste piccole isole hanno spesso mantenuto l’aspetto primordiale nel passaggio da una situazione all’altra, conservano vitigni antichi e antiche tecniche di viticoltura, sono realtà uniche nel loro genere. Un mosaico di culture, paesaggi e tradizioni che racconta il Mediterraneo più autentico attraverso vini irripetibili, figli del vento, del mare e della resilienza delle comunità isolane. Di seguito abbiamo selezionato alcune cantine e vini simbolo di questa viticoltura testimone di un pezzo del nostro patrimonio storico e culturale. Isola del Giglio — Castellari, Ansonica Melù All’Isola del Giglio, Simone e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite dove il tempo e la fatica avevano progressivamente favorito l’abbandono. Il Giglio è un’isola granitica, bagnata dal Mar Tirreno, dove i vigneti si arrampicano su pendenze che possono raggiungere il 30-40%, spesso a strapiombo sul mare. Qui la viticoltura è necessariamente eroica e i terrazzamenti sono indispensabili. La storia vitivinicola dell’isola ha radici antiche. Etruschi e Romani posero le basi della coltivazione della vite; in seguito, dal XIV secolo, i Medici favorirono la diffusione dei vigneti, destinando una parte importante dell’isola alla produzione di vino da Ansonica. Con il tempo, però, le condizioni estreme di lavoro e la scarsa produttività portarono all’abbandono di molti terreni. Oggi Simone e Desy, con la loro azienda Castellari, gestiscono 1,2 ettari di vigneti interamente terrazzati e dedicati all’Ansonica, coltivati con pratiche agronomiche essenziali, antiche e ancora attuali, nel massimo rispetto dei suoli granitici e dell’ecosistema isolano. La produzione è limitatissima, tra le 2.000 e le 3.000 bottiglie all’anno. L’Ansonica Melù nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di grande identità, ottenuto attraverso macerazioni sulle bucce che variano dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta di un oro brillante, tipico della bacca matura di Ansonica. Al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato esprime freschezza, sapidità e una sorprendente bevibilità. Un vino che si sposa bene con la carne di maiale e trova una bella espressione con l’Arista al latte con erbe aromatiche, piatto tipico della cucina Toscana. Prezzo in enoteca: 27 € Ustica — Hibiscus, Zibibbo Passito Zhabib A Ustica, Hibiscus è una piccola realtà profondamente legata alla propria isola. È l’unica azienda a svolgere l’intero processo produttivo, dalla coltivazione alla vinificazione, sui propri terreni usticesi. Qui i vini nascono da suoli vulcanici, che conservano i sapori più autentici delle uve tradizionali della Sicilia occidentale. Ustica è l’apice emerso di un vulcano sottomarino, un’isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo. Al centro si innalzano colline di circa 300 metri, mentre lungo la costa si trovano pianure e terrazzamenti naturali, modellati nel tempo dagli innalzamenti e abbassamenti del livello del mare. Margherita Longo e Vito Barbera vivono sull’isola tutto l’anno con la loro famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti tra Tramontana e Ponente. L’azienda, avviata negli anni Ottanta tra muretti a secco, vigneti a spalliera e una piccola struttura di vinificazione, trova nuovo impulso nel 2010 quando Margherita e Vito hanno deciso di piantare nuovi vigneti e ristrutturare la cantina con l’obiettivo di tutelare una materia prima eccellente e portare in bottiglia la voce più limpida dell’isola. La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione: la salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e il carattere dei vini. Lo Zibibbo Passito Zhabib nasce da uve provenienti da diversi appezzamenti tra Contrada Spalmatore e Contrada Tramontana. Lo Zibibbo, varietà storicamente presente a Ustica, trova nei suoli vulcanici vicini al mare un ambiente ideale per esprimere aromaticità, sapidità e mineralità. In passato veniva utilizzato anche nei vini di consumo familiare e appassito per la preparazione di dolci; Hibiscus ne ha recuperato la coltivazione e la vinificazione con tecniche capaci di esaltarne il profilo. Zhabib è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una piacevole freschezza, rendendo il vino ricco ma mai eccessivo. Vino da meditazione per eccellenza, è particolarmente adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli o alla cassata. Da provare anche in abbinamento a formaggio erborinati o piccanti, come il Piancentinu Ennese, pecorino siciliano DOP a base di zafferano. Prezzo in enoteca: 42 € Ventotene — Candidaterra, Pandataria Il Vino del Confino Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino, è una piccola terra vulcanica sospesa tra Lazio e Campania. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più intensi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La sua superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere distintivo alle uve e ai vini. Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola, dopo decenni di abbandono dovuti allo spopolamento e alla fuga dei giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. I vigneti si trovano nella zona centrale dell’isola, tra i 30 e i 50 metri sul livello del mare, allevati a guyot. Pandataria Il Vino del Confino nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione originale e profondamente marina. Il nome richiama l’antica denominazione dell’isola e la sua storia di luogo di confino. La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Seguito per la parte agronomica ed enologica da Vincenzo Mercurio, Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che racconta la natura vulcanica e ventosa dell’isola. La sua aromaticità si sposa bene con piatti a base di pesce saporiti come un classico spaghetto alle vongole o un più saporito e sfizioso piatto di sarde fritte. Prezzo in enoteca: 25 € Ischia — Cenatiempo, Kalimera Biancolella La storia della famiglia Cenatiempo comincia nel 1945, quando viene rilasciata la licenza di commercio di vini sull’isola di Ischia. Da allora l’azienda è passata dall’imbottigliamento del vino sfuso alla lavorazione delle uve isolane, fino a diventare una delle realtà più rappresentative della viticoltura ischitana. A Ischia la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale unico, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: vere e proprie architetture agricole che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del paesaggio vitivinicolo isolano. La viticoltura ischitana è eroica per definizione. I vigneti si trovano su pendii scoscesi, in terrazze ridotte, dove la meccanizzazione non può arrivare e ogni lavoro è affidato alla mano dell’uomo. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano l’anima marinara e vulcanica dell’isola. Dal 2007 Cenatiempo ha avviato un importante lavoro di recupero diretto dei vigneti, riportando alla vita terreni rimasti incolti per decenni. Oggi l’azienda gestisce circa sei ettari suddivisi in quindici appezzamenti sparsi sull’isola, con prevalenza sul versante sud-orientale. La conduzione è biologica e, nella tenuta Kalimera, situata a 450 metri sul livello del mare nel comune di Serrara Fontana, segue un approccio biodinamico. Kalimera Biancolella nasce proprio da questa vigna di alta collina, dove la natura vulcanica del suolo, l’altitudine e l’influenza marina contribuiscono a definire un vino di grande personalità. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza. Il suo profilo minerale si sposa perfettamente con crudi di mare e crostacei ma non è da sottovalutare in abbinamento al coniglio alla cacciatora, secondo la tradizione ischitana, dove la sua sapidità esalta la delicatezza della carne e l’aromaticità delle erbe. Prezzo in enoteca: 26 € La Redazione  
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Vini d'Abbazia venerdì al via: istituzioni unite per valorizzare il vino come patrimonio culturale e leva di sviluppo dei territori. Arrow Right Top Bg

11 Giugno, 2026

Vini d'Abbazia venerdì al via: istituzioni unite per valorizzare il vino come patrimonio culturale e leva di sviluppo dei territori.

  Da Regione Lazio, Arsial e Camera di Commercio Frosinone Latina un messaggio condiviso per l’edizione 2026: cultura del vino, identità territoriali e collaborazione tra istituzioni sono gli strumenti per promuovere crescita, turismo e competitività.   Il vino come strumento di dialogo tra culture, comunità e territori, ma anche come opportunità di sviluppo economico, promozione turistica e valorizzazione delle identità locali. È questo il filo conduttore che emerge dalle dichiarazioni delle istituzioni promotrici della quinta edizione di Vini d’Abbazia, in programma dal 12 al 14 giugno nell’Abbazia di Fossanova. Un evento che si conferma punto di incontro tra tradizione, innovazione e visione strategica, capace di mettere in relazione il mondo produttivo, le istituzioni e i territori attraverso il racconto di uno dei simboli più rappresentativi del patrimonio agroalimentare italiano. Giancarlo Righini, Assessore all’Agricoltura e alla Sovranità Alimentare della Regione Lazio, definisce Vini d’Abbazia come Una delle esperienze più significative attraverso cui il Lazio racconta la propria identità agricola, culturale e spirituale. In un luogo simbolico come l’Abbazia di Fossanova il vino diventa strumento di dialogo tra tradizioni, territori e comunità, capace di unire storia, ricerca, innovazione e valorizzazione delle eccellenze produttive. Questa quinta edizione, per la quale ringrazio ancora una volta gli organizzatori, conferma la capacità della nostra regione di promuovere un modello di sviluppo che mette al centro la qualità, la sostenibilità e la cultura del vino, arricchendo il programma con momenti di approfondimento che spaziano dall’enologia alla scienza, dall’arte contemporanea alla dimensione internazionale del dialogo tra i popoli. L’Assessore ha poi ricordato il ruolo strategico delle produzioni vitivinicole e dell’enoturismo per la crescita economica e la promozione dell’immagine del territorio, sia in Italia che all’estero: Per questo come Regione Lazio continuiamo a investire. Eventi come Vini d’Abbazia dimostrano come il vino non sia soltanto un prodotto di eccellenza, ma anche un patrimonio culturale capace di generare conoscenza, relazioni e opportunità di sviluppo per le nostre comunità Per il Presidente di Arsial, Massimiliano Raffa, Vini d’Abbazia rappresenta Un evento unico, dove il vino diventa racconto di territori, comunità e tradizioni che continuano a generare valore e futuro. Una manifestazione che riesce a mettere in dialogo cultura, impresa e identità, offrendo una prospettiva autentica sulle eccellenze che caratterizzano il nostro patrimonio agroalimentare. Al centro della partecipazione di Arsial ci sarà infatti, venerdì 12 alle ore 15, il seminario dedicato ai vitigni autoctoni: Questo appuntamento ci ricorda che il futuro del vino passa dalla capacità di riconoscere e valorizzare ciò che rende unici i nostri territori. Custodire queste varietà significa trasformare identità, storia e biodiversità in opportunità di crescita per le imprese, rafforzando il legame tra qualità produttiva, attrattività dei luoghi ed esperienza turistica. Per questo abbiamo voluto riunire nel seminario alcune delle personalità più autorevoli del panorama vitivinicolo nazionale, professionisti che hanno saputo interpretare i cambiamenti del settore e contribuire a ridefinire il modo di produrre, raccontare e promuovere il vino italiano. Un’iniziativa che punta a offrire alle imprese strumenti e visioni per affrontare le sfide dei mercati contemporanei senza rinunciare alle proprie radici identitarie. Arsial sarà presente a Vini d’Abbazia anche con una selezione delle migliori espressioni dell’agroalimentare regionale Perché siamo convinti che il Lazio dia il meglio di sé quando si presenta come una comunità di competenze, produzioni e territori capaci di fare squadra. È da questa capacità di fare sistema che nascono le opportunità più importanti per raccontare il nostro territorio, attrarre valore e costruire nuove prospettive di crescita. La kermesse viene interpretata anche come una piattaforma di dialogo e confronto culturale. Per il Presidente della Camera di Commercio Frosinone Latina, Giovanni Acampora Vini d’Abbazia è molto più di un evento dedicato al vino: è un luogo in cui si incontrano culture, territori e visioni diverse. In uno scenario straordinario come quello dell’Abbazia di Fossanova il vino diventa un linguaggio universale capace di mettere in relazione spiritualità, storia, ricerca, arte e identità produttive, raccontando storie di comunità che attraversano confini, generazioni e tradizioni. È proprio questa la forza dell’evento: la capacità di trasformare ogni calice in un’esperienza di conoscenza e ogni incontro in un’occasione di confronto, crescita e costruzione di relazioni durature. Manifestazioni come Vini d’Abbazia il Presidente – dimostrano come la valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche possa diventare uno straordinario strumento di promozione territoriale e di sviluppo economico. Qui il patrimonio produttivo incontra quello culturale e paesaggistico, dando vita a un racconto autentico che rafforza l’attrattività dei nostri territori e contribuisce a generare nuove opportunità per le imprese, per il turismo e per le comunità locali. La presenza di cantine provenienti da abbazie e monasteri italiani e internazionali, insieme a momenti di approfondimento dedicati alla cultura del vino, alla sostenibilità, alla ricerca e ai vitigni identitari, conferma la capacità di questa manifestazione di guardare al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. Vini d’Abbazia rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra istituzioni, imprese e territori, capace di creare valore condiviso e di promuovere un’immagine del Lazio e delle province di Frosinone e Latina fondata sulla qualità, sull’accoglienza e sulla capacità di fare sistema. È attraverso iniziative come questa che possiamo costruire percorsi di crescita sempre più solidi, valorizzando le nostre eccellenze e rafforzando il posizionamento del territorio nei circuiti nazionali e internazionali del turismo e dell’enogastronomia. La quinta edizione di Vini d’Abbazia si presenta dunque come il risultato di una forte sinergia istituzionale e territoriale, avviata da Regione Lazio e Camera di Commercio Frosinone Latina, attraverso Arsial e Informare, con l’obiettivo di promuovere il territorio e rafforzare l’identità del Lazio come destinazione enoturistica di eccellenza. Ideato dal giornalista Rocco Tolfa, l’evento è organizzato dalla Strada del Vino della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots e dall’Associazione Polygonal. La manifestazione si svolge in collaborazione con Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina, Azienda Speciale Informare, Ministero della Cultura – Direzione Regionale Musei Nazionali Lazio – Abbazia di Fossanova, Priverno (LT) e con la partnership del Comune di Priverno. Sono partner tecnici dell’evento anche Slow Food Lazio, l’Associazione Italiana Sommelier, Oltre Roma Wine Tour, Acqua Filette, Vivaio Aumenta e Federcampeggio. Main sponsor Banca di Credito Cooperativo di Roma. Media partner ufficiali Rai Radio 2, Spirito DiVino e Camp. Un modello di collaborazione che guarda al vino non soltanto come eccellenza produttiva, ma come patrimonio culturale e motore di sviluppo, in grado di generare relazioni, conoscenza e nuove opportunità per le comunità locali. Tutte le masterclass prevedono posti limitati e sono acquistabili online, così come i biglietti per le singole giornate dell’evento, al link www.vinidabbazia.com. Per la stampa è attiva la procedura di accredito al link vinidabbazia.com/registrazione-giornalisti. La Redazione
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Wine Experience a Roma: i vini d’Abruzzo si raccontano tra eleganza e convivialità Arrow Right Top Bg

10 Giugno, 2026

Wine Experience a Roma: i vini d’Abruzzo si raccontano tra eleganza e convivialità

  Il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo porta al Ripetta Palace un evento glamour dedicato alla stampa, agli operatori del settore e agli appassionati del vino, con degustazioni guidate e ospiti d’eccezione.   Madrina dell’evento l’attrice e sommelier Francesca Valtorta I vini d’Abruzzo approdano nella Capitale con un evento dedicato alla stampa, agli operatori del settore e ai wine lover. Il 18 giugno, negli spazi del Ripetta Palace, il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo dedica una giornata al racconto delle eccellenze enologiche regionali, attraverso un percorso che vedrà protagonisti i vini più rappresentativi del territorio: bianchi, rossi, bollicine e naturalmente il Cerasuolo d’Abruzzo, vino estremamente contemporaneo e simbolo identitario della tradizione vitivinicola abruzzese. Una giornata immersiva tra degustazioni, storytelling territoriale, food pairing ed esperienze sensoriali che coinvolgerà giornalisti, operatori del settore, imprenditori, creator e appassionati di vino in un percorso dedicato alla scoperta della ricchezza e della varietà dell’enologia abruzzese. L’iniziativa, promossa dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, nasce con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio vitivinicolo regionale e consolidarne il posizionamento sul mercato nazionale, raccontando l’identità, la qualità e la versatilità dei vini abruzzesi. Saranno presenti 20 aziende vitivinicole in un walk around tasting con degustazione delle etichette più rappresentative: Fontefico, Fattoria Nicodemi, Mastrangelo, Buccicatino, Barba, Talamonti, Lidia e Amato, Torre Zambra, Giuseppe Simigliani, Marramiero, Guardiani Farchione, Barone Cornacchia, Agricola Olivia, Citra, Casal Thaulero, Nododivino, Colle Moro, Vini Biagi, Tenuta Terraviva e Tenuta I Fauri, offrendo agli ospiti un’esperienza un’ampia panoramica delle produzioni del territorio. Alessandro Nicodemi Presidente del Consorzio. L’Abruzzo del vino sta vivendo una stagione di grande maturità e consapevolezza. Oggi possiamo presentarci sui mercati con un patrimonio enologico straordinario, fatto di identità, biodiversità e qualità riconosciuta. Con questo appuntamento a Roma vogliamo raccontare non solo i nostri vini, ma la visione di un territorio che ha saputo evolversi senza perdere autenticità. Il Cerasuolo d’Abruzzo, insieme alle nostre denominazioni più rappresentative, incarna perfettamente questa sintesi tra tradizione e contemporaneità: vini capaci di interpretare il gusto di oggi e di parlare a un pubblico sempre più attento, curioso e internazionale. Il programma si svilupperà attraverso diversi momenti studiati per dialogare con pubblici differenti, alternando approfondimento, networking e degustazione. Dalle ore 15.00 alle 16.00, nella Sala Dorotea, spazio al Talk riservato alla stampa dal titolo “Cerasuolo d’Abruzzo DOC, un vino unico e identitario”, moderato dall’attrice e sommelier Francesca Valtorta, madrina dell’evento e protagonista della VIP Experience dedicata alla stampa e agli invitati speciali. Un momento di confronto e approfondimento che vedrà la partecipazione di giornalisti, esperti e rappresentanti del settore, con l’obiettivo di raccontare il valore distintivo e contemporaneo del Cerasuolo d’Abruzzo nel panorama vitivinicolo italiano. Contestualmente, dalle ore 15.00 alle 18.00 nella Sala Bernini, prenderà il via il walk around tasting dedicato a operatori e ospiti selezionati, con la possibilità di degustare numerose etichette e di dialogare con i produttori. Infine, dalle ore 19.00 alle 22.30 la Corte Giardino del Ripetta Palace si vestirà di eleganza per l’evento glamour serale in programma, trasformando gli spazi dell’hotel in uno scenario dedicato ai profumi, ai colori e alle atmosfere dell’Abruzzo del vino. Un’esperienza esclusiva e su invito pensata per un pubblico selezionato di ospiti, tra degustazioni, convivialità e storytelling territoriale, in un contesto sofisticato capace di celebrare l’autenticità e il carattere distintivo delle eccellenze vitivinicole abruzzesi. La Redazione
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